NO, QUESTO NON È INCITAMENTO ALL’ODIO

Salvini spara 1
Salvini spara 2
Salvini spara 3
Commento di Lisa Piccolo

In Italia continuano a crollare ponti e viadotti, ed è normale dal momento che son lì da quando ce li ha messi Mussolini 80 anni fa, però l’emergenza è fermare Salvinih!1!!1 (che è all’opposizione).
Addirittura i giornalai e le zecche elogiano una pseudo scultura che tutto è tranne arte. Ma andiamola a vedere attentamente questa scultura e vediamo il messaggio vero che ne viene fuori:

1) Salvini è un assassino;
2) Il cristianesimo è merda;
3) I neri sono primitivi che vanno ancora in giro nudi, su zattere prive di ogni tecnologia e sono piccolini, piccolini, quindi inferiori rispetto al cattivone gigante bianco supertecnologico e vestito;

Conclusione (risaputa): la sinistra è razzista e cristianofobica.

Io noterei anche quanto hanno fatto brutti e semi-deformi quei due negri: non saranno, sotto sotto, anche tremendamente negrofobici? Sapete quando per fare rivelare a dei bambini dei terribili segreti che non avrebbero mai il coraggio di lasciar scoprire con le parole, viene proposto loro di fare dei disegni, e dai disegni spesso viene fuori quella inconfessata verità? Ecco…

barbara

CINQUANTA E PASSA SFUMATURE DI NERO

Dunque c’è questa tizia, Kamala Harris, senatrice californiana, diciamo nera, che nera in realtà io non la direi proprio,
kamala-harris
io a fine estate sono più scura, per dire, per non parlare della ragazza sarda che mi fa le pulizie che quanto a colore le mangia la pappa in testa anche in inverno, ma siccome è vietatissimo dire negra che sarebbe una specie di etnia perché le razze non esistono ma le etnie sì che comprendono anche il colore per cui non si capisce mica tanto bene in che cosa esattamente differiscano dalle razze ma è meglio che lasciamo perdere che se no ci incartiamo e non ne usciamo più, insomma c’è questa Kamala Harris che sarebbe una specie di nera ma forse dopotutto è meglio se diciamo negra, visto che nera non lo è proprio così ci capiamo meglio, che dovrebbe candidarsi coi democratici alle prossime presidenziali, che uno dice acchebbello, chissà come saranno contenti i negri e come la voteranno in massa. Col piffero. Perché la povera Kamala è sì negra, ma non negra negra – che mi assomiglia un po’ a quella “poesia” di Alda Merini che ci sono le donne e poi ci sono le donne donne sulla quale Alda Merini la cosa più saggia l’ha detta il mitico toscano irriverente che odia Salvini e Trump peggio che le piattole ma resta mitico lo stesso, e cioè che fa cagare a spruzzo – cioè non ha diritto al titolo nobiliare di afroamericana perché suo padre è giamaicano e quindi non è discendente degli schiavi per cui non può rappresentarli. Che magari uno si immagina che il presidente di una nazione dovrebbe rappresentare tutti i cittadini e magari è anche così solo che ci sono i cittadini e poi ci sono i cittadini cittadini che sono i negri che valgono doppio e poi ci sono i cittadini cittadini cittadini che sono i negri negri che valgono triplo, e sono cose di cui non si può non tenere conto. Ma poi forse però non è così, per la Harris voglio dire, perché magari in realtà anche suo padre potrebbe avere quell’origine lì visto che tanti schiavi venivano portati anche nelle isole caraibiche, controbattono gli storici della razza, che è quella roba che non esiste, cerchiamo di non dimenticarlo, però ha gli storici che la studiano e sentenziano in merito, che sarebbe come dire che l’astrologia non ha alcuna validità scientifica però per decidere il valore e l’affidabilità di un candidato sentiamo anche che cosa dicono gli esperti in astrologia. Che uno si aspetterebbe che qualcuno dicesse scusate, ma in un presidente vi interessa che sia onesto, che sia abile, che sappia fare, o di che colore è? Invece no, Kamala viene sostenuta a suon di “ma forse è negra negra anche lei e non solo negra”, cioè L’UNICA cosa che conta è il colore, con buona pace del povero Martin Luther King. Che poi comunque alla base di tutto questo bordello che cosa c’è? Follow the money suggeriva Giovanni Falcone: i negri negri afroamericani autentici discendenti dagli schiavi, vogliono i risarcimenti per le sofferenze subite dai loro bis-bis-bis-bis-bis-bisnonni, ed essendo già rimasti scottati con Obama che è negro ma non negro negro per cui non si è sufficientemente identificato con loro e non ha fatto la legge in merito, non vogliono correre altri rischi mandando alla Casa Bianca una che è negra una volta sola. (qui) Che se poi davvero dovesse venire approvata una simile legge delirante, spero che a questo punto si sveglino anche i bianchi, schiavizzati in numero decisamente maggiore rispetto ai negri, e chiedano adeguati risarcimenti agli arabi.

barbara

ANTIRAZZISMO

Minacciata per la pelle bianca. L’assurda storia di Portland

Nella fortezza del politicamente corretto, contestare un’auto parcheggiata male può farvi finire licenziati e odiati da mezza America. Questo naturalmente se avete la pelle del colore sbagliato, cioè bianco. Siamo a Portland, una delle città più progressiste d’America. Forse la più progressista d’America. Portland, per intenderci, è la città dove poche settimane fa i militanti di Antifa (gruppo antifascista e/o fanatici dell’ultra sinistra? Fate voi) hanno bloccato per ore alcune vie delle città senza che le autorità battessero ciglio. In questo video si vedono i malcapitati automobilisti insultati in quanto bianchi (“You’re a fucking whity, aren’t you?”) dai militanti di antifa (bianchi anche loro…).

Questa progressivissima città ci regala ora un’altra perla. Una donna nota un’auto che, malamente parcheggiata, blocca le strisce pedonali. Decide quindi di chiamare gli ausiliari del traffico (Parking authority). È il comportamento di una cittadina coscienziosa oppure eccesso di zelo? Fate voi. Non è questo il punto.
Il punto è che, da un vicino negozio, spuntano fuori i proprietari dell’auto. E loro sono due POC (Persons of color) mentre la donna invece è una bianca. I due sono una coppia: si chiamano Rashaan Muhammad e Mattie Khan. Miss Khan caccia subito fuori un cellulare e riprende lo scambio di battute. Il video comincia con la donna che indica la macchina e dice: “Non potete bloccare il passaggio”. La risposta di miss Khan è pronta e fulminea: “Ecco un’altra persona bianca chiamare la polizia contro una persona nera”.
Un esempio sublime di quello che si chiama play the race card: una questione di parcheggio e senso civico, trasformata in un altro “allarmante” caso di razzismo. Una chiamata alle armi a cui i media non riescono a resistere.
Il primo ad andarci a nozze è il Portland Mercury con un titolo che già implica colpevole e vittima: “Donna chiama polizia per un parcheggio. Lei è bianca, lui è nero”
“Signora bianca chiama la polizia perché non gradisce come ha parcheggiato un nero” scrive un’altra testata. Newsweek almeno è dubitativo: “Donna bianca accusata di aver chiamato la polizia contro coppia di colore”.
In tutti questi casi, ad essere intervistati sono sempre e solo Khan e Muhammad che si atteggiano, naturalmente, a vittime del pregiudizio. Anzi, fanno la figura degli eroi perché hanno reagito e sono passati al contrattacco. “Non possiamo permettere che casi come questo si ripetano nella nostra comunità”, proclama Muhammad.
Notare come i media parlano di chiamata “alla polizia” per aizzare ancora di più gli animi, mentre poi si accerterà che la telefonata era indirizzata alla locale parking authority, l’equivalente dei nostri ausiliari del traffico.
In tutto ciò, la “signora bianca” (soprannominata Crosswalk Cathy) si ritrova con la sua faccia esposta in tutta la nazione, senza il minimo rispetto per la sua privacy e con l’accusa infamante di razzismo, il tutto per aver segnalato un’auto parcheggiata sulle strisce.
Ma la gogna mediatica e sociale è solo agli inizi. Uno dei tanti attivisti del politically correct condivide il video su Twitter ed incita i propri follower: “Fate il vostro dovere e scovate questa donna”.
Interviene un’altra attivista dei diritti delle minoranze, Sha Ongelungel, che mette online i dati del luogo di lavoro della donna e si attiva per chiederne il licenziamento. Il caso della Ongelungel è particolarmente imbarazzante considerando questa intervista apparsa, poche settimane prima, sul Guardian. Nell’articolo la Ongelungel viene glorificata come un’eroina che si batte contro l’odio online. Proprio così… l’odio online. Poi però è la prima ad aizzare la folla di internet contro una sconosciuta, senza neanche curarsi di verificare i fatti (l’imbarazzo ovviamente è solo nostro. Non ci risulta che il Guardian abbia sconfessato l’articolo).
Poi voci più ragionevoli riflettono sul fatto che la “signora bianca” non poteva conoscere la provenienza etnica dei proprietari dell’auto quando ha fatto la telefonata. E quindi l’accusa di razzismo proprio non regge.  Chi poi si prendesse la briga di vedere il video senza paraocchi etno-ideologici, si renderebbe conto del tono aggressivo della coppia. Lui le grida contro: “Buffona, vattene a casa tua. Tornatene al tuo quartiere” (immaginate la reazione se la stessa, identica frase fosse stata pronunciata da un sostenitore di Trump a una persona di colore).
Lei risponde: “Io sono di qui”. E lui. “Non sei di qui. Basta cazzate. Sei un’idiota”. Ma è troppo tardi. La donna ha dovuto cancellare ogni sua presenza online, non ha perso il lavoro ma il suo nome è stato cancellato dal sito del datore di lavoro. Alcuni familiari, con lo stesso cognome, sono stati costretti a fare la stesso. È diventata, almeno temporaneamente, un paria sociale, marchiata dall’infamante (quanto ingiustificata) accusa di razzismo. Una moderna lettera scarlatta. Perché nella nuova militanza dell’antirazzismo, una cosa conta più di tutto: il colore delle pelle. È il compasso ultimo del bene e del male che definisce chi siete e perché lo fate.
Morale della storia: la prossima volta fatevi i fatti vostri o, almeno, accertatevi dell’etnicità dei proprietari dell’auto prima di sporgere denuncia.

Stefano Varanelli, 25 novembre 2018 – qui

Come già avevo segnalato qui, partiti dalla sacrosanta lotta contro la discriminazione dei negri considerati cittadini di serie B e privi di ogni diritto, non si è trovato di meglio, per combattere il razzismo, che capovolgere la situazione discriminando i bianchi e trasformando loro in cittadini di serie B, ontologicamente colpevoli – tutti, indistintamente – in ragione del loro (del nostro) essere bianchi. Esattamente come, per superare la drammatica situazione maschio padrone-femmina schiava, qualcuno ha ritenuto che la cosa migliore fosse la riduzione del maschio a soggetto potenzialmente colpevole, e quindi colpevole di fatto, talmente colpevole che nascere maschio è la stessa identica cosa che nascere figlio di boss mafioso, ipsa dixit. La cosa tragica è che non si rendono neppure conto di essere diventati la fotocopia del mostro che dicono di voler combattere.
PS: esilarante, nella sua tragicità, il dettaglio dell’attenuante, invocata dalle “voci più ragionevoli” che la donna non poteva conoscere l’etnia dell’automobilista. Vale a dire che se so che sei bianco sono autorizzata a segnalare le tue infrazioni, mentre se so che sei negro, puoi anche parcheggiare in mezzo alla strada e io devo starmene buona a cuccia.

barbara

HE HAD A DREAM

he had a dream
Ci illudevamo che i sogni non potessero invecchiare? Che non potessero passare di moda? Ci sbagliavamo, purtroppo. Tanto è vero che qualcuno sembra convinto che le vite di bianchi, gialli, rossi (e chissà dove si collocheranno i negri albini) non contino,
blacklivesmatter
lebensunwerte Leben le chiamava qualcuno, qualche decennio fa: vite indegne di essere vissute, e noi lo chiamiamo, quel qualcuno, razzista.
E non mi si venga a raccontare che è per via della mano più pesante che certi poliziotti sembrano avere nei confronti dei negri (non so se si sia notato: ho deciso di abbandonare i ridicoli sostituti inventati per evitare la parola negro, come se negro fosse un insulto o una parolaccia, come quando si dice signorine allegre ma lo sanno tutti che si intende puttane) rispetto ai bianchi: se di questo si trattasse, troverei logico rivendicare che “all lives matter” o, meglio ancora, “every life matters”. Invece no: rivendicano che valgono le vite dei negri; non anche quelle, no: quelle e basta. E questa cosa si chiama razzismo. Se esiste un aldilà in cui le anime sopravvivono al corpo e “conoscono”, il povero Martin Luther King deve sembrare un’elettroturbina.

barbara