UN PAIO DI RISPOSTE A UNA MASTODONTICA TESTA DI CAPPERO TRIFOLATO

Visto su FB. Abbondantemente vomitato. Adesso, riassestato un po’ lo stomaco, mi accingo a rispondere.

Mi tocca, e lo debbo fare. Devo difendere Al Jazeera.
Eh, niente da dire: davvero una nobile missione, quella di difendere un’istituzione che lavora per il terrorismo. Complimenti vivissimi!
Perchè comincio a preoccuparmi: la Destra sta riconquistando gli Ebrei. Quasi come accadde nel Ventennio.
Ehm… Durante il ventennio è accaduto esattamente il contrario: all’inizio un certo numero di ebrei hanno apprezzato alcune posizioni del fascismo, poi, col passare del tempo, la destra li ha persi tutti. Non siamo molto forti in storia, vero?
Esagero? spero di sì. Ma. leggo qui e la, sui diari di diversi esponenti della Comunità, cose che mi piacciono assai poco.
Momento, ragazzo: prima mi parli di ebrei che stanno diventando fascisti – affermazione gravissima – e adesso passi a dire che leggi “cose che ti piacciono assai poco”: non ti pare un discorso un po’ squinternato?
Ultimo caso all’ordine del giorno,
all’ordine del giorno di quale evento? O è semplicemente al “tuo” ordine del giorno, che elevi a valore universale?
il peana dedicato da persone che reputavo democratiche, alla decisione di Bibi Netanyahu di sciogliere la redazione di Gerusalemme di Al Jazeera. E di cacciare da Israele tutti i suoi redattori.
Primo: chi diavolo sei tu per permetterti di decidere chi è democratico e chi no? Secondo: chi diavolo sei tu per permetterti di sindacare le decisioni di un governo democratico democraticamente eletto?
Al Jazeera è un network internazionale,
e allora?
trasmette principalmente in inglese e in arabo,
e allora?
che considero lontanissimo da me,
com’è umano, lei
che non amo,
addirittura non la ama? Ma è incredibile!
che reputo pericolosamente vicino alle posizioni islamiste.
Egregio signore, non si sta parlando di islam o islamismo: qui di tratta di terrorismo, ha presente? TERRORISMO.
Detto questo, trovo che la sua chiusura sia sbagliata.
Oh oh, ha parlato Metternich. Ha parlato Cavour. Ha parlato Talleyrand. Ha parlato il cardinale Mazzarino. Ha parlato Richelieu.
Nei termini: se Bibi ha le prove, come dice, che provano la connivenza della redazione di Al Jazzera con i terroristi, le metta sul tavolo di un magistrato.
Se le ha?!?! E ne deve rendere conto a te?!?! E deve prendere consiglio da te su come deve guidare la nazione?!
Ce ne sono di bravissimi, a Gerusalemme.
Grazie, se lo dici tu ci possiamo fidare.
Alcuni, ma questa è un’altra storia, vanno indagando pure su di lui.
Abbiamo sentito. Da gente un po’ meno in mala fede di te e meno propensa a gettare fango con ipocriti accenni senza precisare niente, volgari insinuazioni atte a far pensare male senza doversi sbilanciare.
Ed è sbagliata
e siamo a un ulteriore passo avanti: prima era “trovo che sia sbagliata, adesso è diventata sbagliata come dato assoluto
perchè, in democrazia, la stampa deve essere libera.
Posso dire che detta così è un’emerita cazzata? Se un’emittente fomenta il terrorismo deve essere lasciata libera di agire perché si è appiccicata su l’etichetta di “stampa”?
Assolutamente. Illimitatamente. Altrimenti, la libertà di stampa, di cui noi occidentali tanto ci vantiamo, diventa una farsa alla turca.
Egregio signore, la Turchia ha il record mondiale di giornalisti in galera, E LEI HA LA FACCIA COME IL CULO DI PARAGONARE ISRAELE A QUESTO?! Posso dire che lei mi fa vomitare?
Un qualcosa che finge di essere, e non è. Il dittattorino turchino, appena rieletto, ha messo il bavaglio ad opposizione, alla magistratura, e alla stampa. Così come va facendo il suo omologo venezuelano, Maduro. E pare che Netanyahu, infastidito da certi articoli che lo riguardano, su certi maneggi sottomarini, stia pensando di imitare i due..
(Adesso devo cercare di stare calma. Devo riuscirci. Devo restare calma. Su, respira a fondo e pensa a un bel cielo azzurro, dai, so che ce la puoi fare, da brava. Stai calma, che hai un po’ di cose da dire e devi riuscire a dirle in modo chiaro. Dai, un altro bel respiro profondo, così…) Se lei fosse davanti a me le avrei già frantumato i coglioni a calci, le avrei frantumato i denti a randellate, l’avrei presa a calci nello stomaco fino a farle vomitare anche la milza, ma purtroppo lei non è davanti a me, e quindi devo cercare di mantenere la calma e invitarla a rileggere quello che ha scritto: Netanyahu pare che sia “infastidito” da certi articoli che lo riguardano e “sta pensando” di imitare Erdogan e Maduro. Una cosa non mi è del tutto chiara: è al Jazeera che ha scritto degli articoli che lo hanno infastidito? Ed è per questo che la vuole chiudere? E lei, di grazia, in che modo è giunto ad essere al corrente dei pensieri più segreti di Netanyahu? Fondi di caffè? Carte? Sfera di cristallo? Ci dica, egregio, ci dica, metta anche noi comuni mortali a parte dei metodi di penetrazione nel pensiero.
La scusa è sempre la stessa, in Turchia come in Venezuela, come in Israele.
E qui riparto coi calci sui coglioni e randellate sui denti e calci allo stomaco. E ci aggiungo una frusta di cuoio, di quelle che ad ogni sferzata si portano via una bella striscia di pelle.
Bisogna pensare per prima cosa alla sicurezza nazionale. Messa in pericolo dalla cattiva stampa, naturalmente.
Ha mai sentito la parola “terrorismo”, gentile signore? No? Mai? Niente niente?
Beh, la prima sicurezza a cui bisogna pensare, in democrazia, è garantire ai cittadini la libertà. Libertà di pensiero, di religione, di parola.
E di terrorismo: su, da bravo, abbia il coraggio di dirlo.
Ora, e a pensar male qualche volta ci si azzecca, non vorrei che il primo ministro d’israele cominci con Al Jazeera, per far passare altre e successive manovre ristrettive.
A pensar male qualche volta ci si azzecca: non vorrei che chi ha scritto questa ignobile letamaiata fosse uno di quei cripto-terroristi che esercitando la ben nota arte della taqiyya si spacciano per amici di Israele per meglio infiltrarsi e agire più liberamente. A parte questo, dal momento che questa cosa l’ha già detta nel modo più esplicito quattro righe fa, perché adesso la ritira fuori come se fosse un pensiero – forse un po’ cattivo ma anche molto saggio – venutole in mente in questo momento?
Da riservare a giornali e network israeliani cattivi con lui. Conta, Bibi, sul fatto che, obiettivamente, l’emittente araba è una fonte di notizie false, mezze verità, e autentiche bufale. Così, se la si chiude, metà della popolazione israeliana tirerà un sospiro di sollievo.:”ben fatto, Bibi!”. E nessuno sprecherà tempo a rimpiangere il suo tg taroccato. Ma, poi, subito potrebbe toccare alla stampa non allineata. Ai giornalisti rompicoglioni che insistono nel voler capire qualcosa sucerti affari della famiglia Netanyahu.
Dica, carissimo: dove vuole arrivare con queste volgari insinuazioni? Con questo infame processo alle intenzioni? Con questo psicanalitico proiettare su Netanyahu tutta la merda che sta nel suo cervello?
Mi si dirà: è che c’entra in tutto questo, la Comunità Ebraica italiana? C’entra, come al solito, di striscio. L’affetto, l’amore verso Israele della Comunità è sempre forte. La Terra Promessa è il nido, il rifugio, la speranza di ogni Ebreo. Ma, in alcuni esponenti della Comunità, questo amore per Eretz Ysrael sembra trasformarsi in un acritico accodarsi alle decisioni del governo conservatore oggi al potere.
Che sia acritico lo ha stabilito chi?
Qualsiasi cosa faccia Bibi, va bene. E se tu ti azzardi a criticarne l’opera, sei un nemico, un sinistrato che non capisce niente di quanto accade in Israele.
Che lei non capisca un cazzo di quanto accade in Israele mi sembra talmente evidente da non avere bisogno di spendere parole per spiegarlo.
Un utile idiota che dà man forte ai palestinesi.
No caro, non un utile idiota: un pericoloso idiota che dà man forte ai terroristi (perché i palestinesi non sono mica tutti terroristi, sa? Solo quelli sostenuti da al Jazeera, la centrale terroristica che lei vuole a tutti i costi lasciare in attività)
E pure su Al Jazeera, ci si divide. Se a certi, tra questi il sottoscritto, la chiusura di una tv non piace, a molti altri piace moltissimo. Lo trovano un atto santo e giusto e giustificato. E se tu provi a ragionare di Diritto, di Legalità, di Democrazia,
ragionare di diritto, legalità, democrazia col terrorismo? Ma lo sa almeno di che cosa sta parlando?
cercando di spiegare che tutte queste divinità laiche
divinità laiche: ha detto tutto da solo. Feticci che dovrebbero essere acriticamente e ciecamente adorati
dovrebbero impedire anche solo il gesto di cacciar fuori da Israele una testata giornalistica,
bello questo mantra della testata giornalistica! Riempie bene la bocca, vero? Io invece, che di riempirmi la bocca non ho bisogno, col mantra della testata giornalistica mi ci pulisco il culo, col suo riverito permesso.
ti trovi accusato di connivenza con il nemico.
Lo conosciamo questo frignare sul trovarsi accusati non appena ci si azzarda a criticare: sono quasi vent’anni che ho attivamente a che fare con nemici di Israele di ogni forma e colore, me le risparmi queste patetiche scenette da io sono tanto buono e voi siete tanto cattivi
Ma qui non vale il detto: ‘wrong or right, my Country’. Perchè per noi il primo diritto è la Libertà.
Sì, abbiamo capito, lei pretende la libertà di esercitare il terrorismo, non c’è bisogno che lo ripeta.
Vale qui, come in Israele. E nei pochi altri Paesi al Mondo in cui si venera la dea Democrazia. E la Democrazia, di cui la Libertà di Parola è un elemento costitutivo, deve essere sacro e inviolabile.
Primo, la inviterei a prendersi un vocabolario e studiarsi il significato della parola “democrazia”, che mi pare ne abbia molto bisogno. Secondo, se la libertà di parola è sacra e inviolabile, io posso dire che lei è un’emerita testa di cazzo, vero?
Al Jazzera è uno strumento in mano allo Jihad? non lo so.
Non lo sa? NON LO SA?!?! E allora di che cazzo sta parlando da 660 (SEICENTOSESSANTA) parole?
Se qualcuno ne ha le prove, le mostri.
A chi? A lei?
E le porti al magistrato.
LEI decide cosa deve fare un governo legittimo democraticamente eletto?! LEI decide a chi e quando e come devono essere portate le prove? LEI sa che non è stato fatto e che deve essere fatto? LEI ha l’inaudita arroganza (non voglio ripetere una seconda volta l’espressione “faccia come il culo”) di intimare, e con quel tono, al governo israeliano le cose da fare?
Non ci sono prove? e allora, zitti. Nessun Governo, in Democrazia, pensi di poter mettere a tacere una voce. Sia pure una voce fastidiosa. Una fonte di balle. Fuori le prove, quindi. E senza queste, tutti fermi. Zitti, no: un giornale si può e si deve criticare. Ma,chiuderlo d’autorità, no. Non in mio nome.
NON IN SUO NOME?! Lei ritiene di avere voce in capitolo sulle decisioni del governo israeliano? Lei ritiene di avere facoltà di associarsi o dissociarsi dalle sue decisioni?! OOOOOHHHHHH! Sveglia! Il posto di Padreterno non è vacante e non è stato nominato lei a occuparlo. Se ne faccia una ragione.

Certo che tante puttanate in una volta sola non capita mica spesso di trovarle. Sono quasi quindici anni che vedo in giro questo signore – persona di estrema sgradevolezza nei suoi scambi in rete – e sempre presentatosi come grandissimo amico di Israele. E, come si suol dire, con amici come questi…
PS: lo sa, egregio signore, da che cosa si riconosce un nemico rispetto a un ignorante o a un imbecille? Dalla malafede. E nel suo post la malafede trasuda da ogni frase, da ogni parola, da ogni sillaba, da ogni lettera. Perfino dagli spazi.

barbara

EBREI IN VENDITA?

Il sottotitolo di questa recensione potrebbe essere: ma veramente Netanyahu delirava? Veramente ha detto delle così colossali sciocchezze? Veramente ha mostrato una così abissale ignoranza della storia? Si trattava, come si ricorderà, delle trattative fra autorità ebraiche e dirigenti nazisti per tentare di salvare ebrei facendoli emigrare nella Palestina mandataria, trattative sabotate dal gran Mufti di Gerusalemme Haji Amin al Husseini, che avrebbe invece spinto verso lo sterminio. Qualcuno ha addirittura negato che tali contatti vi siano mai stati; ora, non solo vi sono stati, come ho documentato qui, ma sono stati talmente intensi e prolungati nel tempo da poter riempire, con la loro narrazione, un libro di oltre trecento pagine. E cominciamo a vedere qualche indicazione.

Abbiamo visto come l’Ha’avarah venisse ostacolata e come, all’inizio del 1938, l’opposizione all’accordo fosse divenuta quasi unanime. Perché, allora, esso rimase in vigore fin dopo il pogrom del novembre 1938, anzi, fino allo scoppio della guerra? La ragione, come indicano tutte le nostre fonti, è che gli accordi esistenti avevano l’appoggio di Hitler. Se non esistono documenti che portino la sua firma, ciò è dovuto semplicemente al modo in cui governava la Germania in generale: preferiva trasmettere le sue decisioni oralmente, e solo quando era indispensabile. I documenti mostrano chiaramente come la maggior parte dei funzionari dell’epoca aspettassero con impazienza una decisione del Führer, in particolare che rivedesse il suo sostegno all’emigrazione in Palestina e, quindi, anche all’Ha’avarah. È provato che all’inizio del 1938 egli invece confermò quel sostegno, naturalmente a voce. Una nota del 27 gennaio 1938 di Clodius, direttore della divisione Economia del ministero degli Esteri, riporta un’affermazione di Rosenberg: nel corso di una consultazione, Hitler aveva ribadito la sua risoluzione di sostenere l’emigrazione in Palestina e I’Ha’avarah. Di nuovo, com’era tipico dei processi decisionali nel Terzo Reich, questo non significa che tentativi di mutare la decisione non venissero compiuti. In effetti solo von Hentig continuò, per motivi pratici, a dare in certo qual modo appoggio alla politica del Führer; tutti gli altri cercarono di modificarla. L’Ha’avarah fu tenuta in vita contro i desideri di quasi tutti i burocrati dell’economia del governo tedesco perché Hitler aveva deciso che l’emigrazione degli ebrei era più importante di qualunque considerazione economica, e che la Ha’avarah era uno dei modi per raggiungere l’obiettivo. (p. 35)

Da parte dei nazisti ci fu una rispondenza perché l’emigrazione degli ebrei era la loro politica. Le forze dei due campi erano squilibrate. Gli ebrei si trovarono sin dall’inizio in una trappola: non potevano contare sull’aiuto di terzi e, in Palestina, lottavano con un’amministrazione britannica che si faceva sempre più ostile. Imboccarono l’unica strada che avevano a disposizione per salvare il salvabile: trattare con il nemico. Il loro intento in quella fase non era ancora di salvare vite [poiché all’epoca nessuno poteva prevedere che un giorno tutti gli ebrei sarebbero stati condannati a morire, ndb]. Il loro principale obiettivo era lo sviluppo della Palestina, perché la Palestina ebraica era troppo debole per lanciarsi in operazioni di salvataggio in Germania o altrove. Con abbastanza tempo a disposizione, essa sarebbe divenuta in grado di assorbire masse di ebrei. Solo che abbastanza tempo non fu dato. (p. 38)

Ma le date non tornano, è stato obiettato anche da chi sapeva perfettamente delle trattative: Netanyahu ha parlato del 1941, e tutti sanno che in quella data la soluzione finale era già in atto. In realtà, pur con qualche accento retorico e forzando i toni, Netanyahu non ha detto sciocchezze neppure nelle date.

L’emigrazione in Palestina levava di torno solo poche migliaia di ebrei: tra il 1° settembre 1939 e il marzo 1941, in effetti, gli emigranti B furono 12.863, e non tutti provenivano dal Reich, né tutti raggiunsero la Palestina. Eichmann voleva che si facesse molto di più, il che sembra spiegare i viaggi della Sakariya dell’inverno 1939-40 e le tre navi di Storfer dell’autunno 1940. Tali esiti di pressioni interne dovettero apparire a Eichmann piuttosto scarsi, ed egli tentò di far partire gli ebrei con pressioni più brutali. Il 3 luglio 1940 convocò i capi della RVE delle comunità di Praga e Vienna e chiese loro di sottoporgli nel giro di quarantott’ore un piano per liberare il Reich da tutti gli ebrei. È inutile dire che questo ultimatum non servì. All’inizio del 1941 ogni tentativo nazista di spingere gli ebrei in direzione della Palestina cessò. A prenderne il posto fu lo sviluppo della «soluzione finale». Fino all’ottobre 1941, tuttavia, agli ebrei del Reich fu ancora permesso partire, e molti vennero spinti oltre i confini, anche se, nelle zone dell’Unione Sovietica che venivano conquistate, lo sterminio di massa era iniziato. In quello stesso ottobre, in effetti, era in allestimento a Chelmno il primo campo di sterminio, dove s’iniziò a uccidere con il gas l’8 dicembre 1941, ma i preparativi erano in corso già in ottobre, quando gli ebrei potevano ancora andarsene. In Serbia le uccisioni di massa erano già, a quella data, in pieno svolgimento. Le due politiche, lo sterminio e l’espulsione, furono per un breve periodo in vigore contemporaneamente. (p. 67)

Il 27 agosto Wisliceny s’incontrò con il Gruppo e comunicò che doveva ricevere nuove istruzioni. I suoi capi, disse, stavano preparando un convoglio dalla Polonia a Theresienstadt di cinquemila bambini ebrei, duemila dei quali erano già in viaggio. Il fatto che lo sapesse dimostra che aveva effettivamente parlato con Eichmann, perché mille bambini di Bialystok arrivarono a Theresienstadt in agosto. Eichmann aveva posto il veto alla loro emigrazione in Palestina a causa dell’opposizione del Mufti di Gerusalemme, capo del movimento nazionale arabo palestinese, Hajj Amin al-Husseini, che nel 1941 s’era recato in Germania. Il Muftì, disse, era tra i maggiori fautori dello sterminio degli ebrei. (p. 109)

I contatti riguardo ai bambini furono ripresi nell’estate del 1943, quando Eichmann e Himmler dovettero far fronte a un tentativo svizzero, di cui parleremo più avanti, di intervenire a loro favore. Fu allora, il 28 agosto 1943, che circa mille bambini vennero trasferiti da Bialystok a Theresienstadt, dove furono tenuti fino al 5 ottobre, evidentemente per qualche progetto di scambio. Anche Steiner, in una deposizione resa il 2 dicembre 1946 di fronte alla corte nazionale slovacca, conferma che le trattative sui bambini vi furono, e che all’epoca Wisliceny, a nome di Eichmann, disse che il Muftì di Gerusalemme, Hajj Amin el-Husseini, stava cercando di impedire che andassero a buon fine. (pp. 122-123)

Dunque Netanyahu non ha inventato fatti, non ha sbagliato date, non ha falsificato la storia, contrariamente a quanto urlato in quei giorni di novembre (“Ma qui, ci premeva spiegare solo, dati alla mano, perché quello che ha detto Netanyahu sia una menzogna. L’espresso). La cosa curiosa è che le accuse più furiose contro Netanyahu che avrebbe “riscritto la storia a fini politici” e fatto “affermazioni senza fondamento”(La Stampa) è proprio Yehuda Bauer, l’autore del libro che tutto questo ha raccontato e documentato in prima persona.

Un altro inestimabile pregio di questo ottimo libro è quello di fare piazza pulita delle leggende nere cresciute intorno ai dirigenti sionisti, accusati, con tanto di citazioni inventate, di essersi del tutto disinteressati del destino degli ebrei europei, interessati unicamente alla battaglia sionista: niente di più falso.

Notizie attendibili sui piani nazisti di sterminio di massa erano giunte in Palestina con l’arrivo, il 13 novembre 1942, di sessantanove cittadini ebrei palestinesi catturati in Europa allo scoppio della guerra. Essi provenivano da diverse zone dell’Europa occupata, comprese numerose città della Polonia, e furono scambiati contro un numero maggiore di tedeschi residenti in Palestina. Portavano informazioni dirette, frutto di esperienze personali, che non lasciavano dubbi su quanto stava accadendo. Come ovunque altrove, esse rappresentarono uno shock e suscitarono incredulità e disperazione. Ma spronarono anche all’azione la dirigenza dell’Agenzia ebraica, i leader in Palestina del movimento sionista. David Ben Gurion, presidente dell’esecutivo, Moshe Shertok (Sharett), capo della sezione politica, Yitzhak Grünbaum, capo del comitato polacco, che nel 1943 avrebbe presieduto il Comitato di salvataggio dell’Agenzia ebraica, Eliezer Kaplan, tesoriere, e Chaim Weizmann, presidente, che risiedeva a Londra, erano le figure principali. Di nuovo, l’abituale accusa, oggi, è che l’Agenzia ebraica fece troppo poco troppo tardi per soccorrere gli ebrei in Europa, che poneva la creazione di uno stato ebraico al disopra della salvezza degli ebrei, e che Ben Gurion e Grünbaurn in particolare erano politici freddi, pervicaci nell’ignorare la distruzione del loro popolo in Europa. Autori e storici ebrei liberali, non ortodossi, ortodossi e ultraortodossi ripetono queste accuse da anni.
Oggi, tuttavia, sappiamo con sufficiente chiarezza che Ben Gurion ricevette informazioni circostanziate nel momento in cui esse divennero disponibili. Egli colse fino in fondo, si direbbe, le implicazioni dei piani di sterminio nazisti; e, al contrario della visione che si è imposta, divenne estremamente attivo nel promuovere contatti con gli Alleati per persuaderli a intervenire a favore degli ebrei europei. (pp. 101-102)

I maggiori contrasti all’interno dell’Agenzia ebraica vertevano sui rapporti con gli inglesi. Specialmente Grünbaum non si fidava di loro: era sicuro che avrebbero sabotato ogni tentativo di salvare gli ebrei. Ben Gurion era di parere opposto; pensava che se gli Alleati occidentali non si fossero persuasi a sostenerla, la missione non avrebbe avuto nessuna possibilità di successo. Un tentativo ebraico indipendente era condannato a un immediato fallimento. Avevano ragione entrambi, naturalmente. Ma a emergere qui è un quadro diametralmente opposto a quello dipinto dalla letteratura storica popolare, che vede in Grünbaum un personaggio che fece poco e si preoccupò ancor meno, e in Ben Gurion quasi un collaboratore dei nazisti, un uomo insensibile e indifferente che aveva a cuore soltanto il futuro della Palestina ebraica, non gli ebrei della diaspora. La verità, come abbiamo visto, è ben diversa. Entrambi erano profondamente coinvolti. L’esecutivo dell’Agenzia ebraica si riunì sette volte nel mese successivo all’arrivo di Pomeranz da Istanbul, e tre volte in sessioni speciali a casa di Ben Gurion. Questi vedeva nella vicenda Brand l’evento al momento centrale per l’Agenzia ebraica, vi consacrò tempo ed energie, e dichiarò a MacMichael, oltre che all’esecutivo dell’agenzia, che gli ebrei andavano portati ovunque, non solo in Palestina. (pp. 223-224)

E infine ancora un accenno al comportamento degli Alleati nel corso della guerra, difficilmente comprensibile nella sua illogicità.

Nel gennaio 1944 i capi di stato maggiore alleati occidentali presero una decisione che non aveva niente a che vedere con gli ebrei o il loro salvataggio: non avrebbero usato mezzi militari a scopi civili quali il salvataggio o il soccorso. Ogni proposta ebraica di servirsi dell’aviazione o di altre forze armate per impedire ai nazisti di portare avanti gli assassinii era quindi destinata ad andare incontro alle obiezioni dei militari. Compito di questi ultimi, com’era stato loro esplicitamente detto, era passar sopra a ogni altra considerazione per concentrarsi esclusivamente sul raggiungimento della vittoria. Questo principio, «la vittoria innanzi tutto», fu ripetutamente enunciato dai politici: gli ebrei, e le altre vittime del nazismo, avrebbero potuto essere salvati solo da una vittoria alleata. Finché essa non fosse stata raggiunta, ogni altra politica sarebbe stata controproducente: non avrebbe fatto altro che permettere al regime nazista in Europa di durare più a lungo del dovuto.
Nella posizione degli Alleati c’era una contraddizione. Essi stavano combattendo, tra le altre cose, per la liberazione delle popolazioni civili in Europa dall’oppressione nazista. Secondo logica, piani di salvataggio che non ostacolassero il vittorioso proseguimento della guerra sarebbero dovuti diventare una priorità. Negoziare per guadagnare tempo, esercitare pressioni sulla Croce Rossa affinché intervenisse a favore degli internati nei campi di concentramento e fornirle i mezzi per farlo efficacemente, promettere per tempo ai neutrali che ogni rifugiato che giungesse ai loro confini non sarebbe divenuto un peso per la loro economia: tattiche del genere non erano in contraddizione con lo sforzo bellico. Bombardare le ferrovie o le installazioni dove la gente veniva gassata e aiutare i partigiani ebrei nella stessa misura in cui venivano aiutati quelli non ebrei sarebbero state mosse perfettamente corrispondenti allo scopo di una vittoriosa prosecuzione della guerra. La distribuzione di volantini che dichiarassero che i bombardamenti erano una rappresaglia per gli assassinii di civili, inclusi specificamente gli ebrei, perpetrati dai nazisti non avrebbe certo prolungato il conflitto. Nel rifiuto di aiutare gli ebrei gli Alleati andarono molto oltre quanto le loro stesse politiche dichiarate, in se erronee e contraddittorie, richiedevano. Essi contravvennero ai loro stessi obiettivi bellici e macchiarono indelebilmente la loro immagine.
Come abbiamo visto, all’origine della posizione degli Alleati, persino nel caso di leader (e viene in mente Churchill) tutt’altro che indifferenti alla sorte degli ebrei, c’era una ragione. Gli Alleati non capirono veramente mai la politica antiebraica dei nazisti. Non prendevano i loro scritti e la loro propaganda alla lettera. Pensavano che l’antisemitismo nazista fosse uno strumento per conquistare il potere e mantenerlo: non si resero conto che, per loro, esso non era un mezzo, bensì uno scopo. Si creò così uno squilibrio: i nazisti vedevano negli ebrei i propri principali nemici, quelli che stavano dietro a tutti gli altri e li controllavano; gli Alleati non compresero, e forse non potevano comprendere, che quella demonizzazione, puramente illusoria, che trasformava una minoranza impotente e indifesa in una minaccia globale, era presa sul serio. Per loro gli ebrei erano solo una seccatura, e per gli inglesi una minaccia ai propri interessi nazionali in Palestina e Medio Oriente. La storia si prese la sua vendetta: gli inglesi non persero solo la Palestina, ma tutto l’Impero. L’avrebbero perso comunque, ma indubbiamente la guerra accelerò il processo. (pp. 309-310)

E oggi, a settant’anni di distanza, abbiamo entità simil-naziste che si producono in carneficine quotidiane, e che in discorsi e proclami e video e con ogni mezzo a loro disposizione annunciano apertamente i loro programmi di sterminio. E non vengono presi sul serio. E si deride chi sostiene che si dovrebbe invece farlo. E anche con noi, purtroppo, prima o poi la storia si prenderà la sua vendetta.

Il libro va letto, naturalmente.

Yehuda Bauer, Ebrei in vendita?, Mondadori
ebrei in vendita
barbara

PICCOLO DIARIO DA GERUSALEMME

8 marzo 2015
oggi è stata senz’altro una giornata particolare : shopping insieme a mio figlio che in genere non chiede mai nulla e che mal sopporta i negozi.
aveva cominciato all’alba andando a salutare due suoi compagni che questa mattina si sono arruolati. dopo questa commovente prima mattinata mi ha chiesto di accompagnarlo a comprare tutto ciò che dovrà mettere nello zaino, suo compagno di viaggio, di giorno e di notte, per i prossimi tre anni: domenica prossima sarà il suo turno, il giorno del suo ghius (arruolamento).
abbiamo comprato calzini anti-fungo, mutande anti-infiammazione, magliette anti-sudore, sacco anti-odore, zaino anti- dolore alla schiena, insomma è stato tutto un “anti”. ma è stata anche una giornata emozionante : non c’è stata commessa o venditore che non gli abbia chiesto il perché degli acquisti. alla risposta “domenica comincio la zavà (esercito)” , uno gli ha stretto la mano, una gli ha dato una pacca sulla spalla, un altro gli ha piazzato un “five” ed un vecchio signore gli ha regalato una collanina con la ‘benedizione della strada” ( che augura di uscire be-shalom-in pace- e di ritornare be-shalom-in salute-) e lo ha abbracciato forte come fosse stato suo nipote, sussurrandogli ad un orecchio di “essere vigile su se stesso” .
sulla porta del negozio mio figlio ha incontrato un suo compagno di scuola col quale ha condiviso dall’asilo, tutte le classi. non si vedevano da tempo. il suo compagno inizierà giovedì prossimo, e anche lui faceva lo stesso shopping. si sono abbracciati e detti ” behazlacha’ achì- buona fortuna, fratello mio!- “, così, semplicemente, ma con tutto l’amore che hanno sempre avuto l’uno per l’altro.
siamo ritornati a casa ed abbiamo scaricato i pacchi.
ho visto mio figlio sfilarsi la collanina e legarla allo zaino. mi ha guardato e, accorgendosi che la cosa un po’ mi dispiaceva, mi ha detto che ai soldati è vietato portare catenine al collo perché si dovrà portare solo il dischetto di identificazione, ma la “benedizione della strada” che il vecchio signore oggi gli ha regalato , sarà con lui, appesa allo zaino.
non nascondo che ho dovuto ingoiare una lacrima , mi sono allontanata in modo che imanuel non si accorgesse di nulla.
anche questo è l’8 marzo delle mamme qua in Israele.

15 marzo 2015
“In un mondo in cui non ci sono uomini, cerca di essere un uomo”. Pirkè Avot- Massime dei Padri Così abbiamo salutato nostro figlio e tutti i soldati che sono anche loro nostri figli. Preghiamo che tornino in pace ed in salute e che gli insegnamenti ricevuti in famiglia, nella scuola, nella mehinà e nella società, illuminino la loro strada, non sempre facile e felice.
Tutte le famiglie che accompagnano i loro figli alla Ghivat Hatacmoshet, si stringono attorno ai loro ragazzi e i loro amici, si scambiano telefoni ed informazioni. Ed i genitori, prima di lasciarli andare, seguendo un’antica tradizione pongono le mani sulla testa del loro figlio e lo benedicono.
E come sempre continueremo ad evocare la pace, vocabolo più usato nelle nostre preghiere.

16 marzo
Kerry ieri aveva dichiarato che per mettere fine alla guerra in Siria non c’è che una strada: trattare con Assad, 300.000 morti sono troppi. La risposta dell’Inghilterra è stata ferma: Assad non è previsto nel futuro della Siria. In nottata, una nota della Casa Bianca chiariva la posizione americana e affermava che la politica estera degli USA non cambierà nei riguardi della Siria.
E mancano due lunghi anni alla fine di questa amministrazione.

18 marzo
Elezioni politiche, il giorno dopo
Di analisi del prima e del dopo, non ne posso più.
Profonda ed onesta una critica che ho sentito alla radio poco fa: la vittoria di Netaniahu ci farà avere molte sorprese quando si scoprirà che molte persone, quelle che ieri si vergognavano di dire per chi avevano votato, oggi lo dichiarano. E non sono delle periferie ma del centro del paese, quello ricco ed acculturato, perfino di Rh Shenkin , nel cuore di Tel Aviv, perché alla fine hanno scelto l’unica persona che si è mostrata leader. La stampa deve fare una bella autocritica e anche mettere al bando quelle organizzazioni , che , a suon di milioni di dollari, hanno tentato di deviare le scelte politiche degli Israeliani.
Io, personalmente, speravo in un risultato che portasse sul piano delle priorità i problemi più urgenti da risolvere, ma il popolo ha detto la sua ed il popolo è sovrano. Questa è la democrazia e che non vengano a darci lezioni quegli italiani che hanno dei governi che da tre mandati non sono frutto di elezioni popolari.
Buon giorno da una bella e tiepida giornata di sole da Gerusalemme.

22 marzo
Due giorni fa le tanto impeccabili quanto solerti Nazioni Unite, hanno condannato Israele per le sue violazioni ai diritti delle donne. Se si voleva una prova ulteriore che all’ONU si occupano solo ed esclusivamente di Israele, ora non avrete dubbi. A memoria mi sembra che sia l’unica condanna su questo tema. Abbiamo preceduto l’Arabia Saudita, l’Afganistan e vi risparmio una lunga lista di nazioni del mondo che non solo considerano le donne meno che animali (senza offesa naturalmente per queste creature), ma possesso assoluto dell’uomo e del padre che ne decidono vita, schiavitù e morte.

23 marzo
La Commissione dei Diritti dell’Uomo alle UN, dedicherà l’intera giornata di oggi a discutere ben 7 punti all’ordine del giorno , tutti dedicati a Israele e che lo vedranno unico paese al mondo sul banco degli imputati per crimini contro l’umanità.
Alla radio reshet bet, hanno riferito che in Israele , questa giornata è stata definita “il giorno dell’odio contro Israele organizzato dall’ONU.”
Qualcuno si preoccupa delle conseguenze di questo bombardamento di veleno ?
E già sappiamo come andrà a finire.

25 marzo
Devo dire che l’intervento di Obama che la tv israeliana ha trasmesso ieri sera, mi ha inquietato abbastanza.
Non trovo del tutto campate per aria le argomentazioni di Netaniahu circa la realizzazione di uno Stato di Palestina, nella situazione attuale e nella geopolitica caotica e pericolosa nella quale ci troviamo ( non solo in Israele). L’Isis è alle porte anche dell’Europa; guerre religiose interne al mondo islamico, guerre civili e tribali hanno prodotto disgregazioni di Regimi e Stati e annullamenti di frontiere; l’Iran firmerà a breve con USA e UE un accordo vantaggioso solo al suo programma nucleare, e Obama si preoccupa di “scongiurare il caos in Israele”? In questo momento credo fermamente che sia compito d’Israele difendere i suoi confini alla luce di tutte le minacce che la riguardano direttamente. Non credo che rispetto a questo punto, altri governi israeliani si comporterebbero diversamente.
Credo anche che sia piuttosto “ingenuo” il pensiero di Obama: “si eviterebbe il caos se si realizzano le aspirazioni legittime dei Palestinesi e quindi, di conseguenza, si garantirebbe la sicurezza di Israele e la stabilità nella regione”.
Intanto tutte le scelte di questa amministrazione americana che avrebbero dovuto portare garanzia e stabilità sono fallite ovunque, e, sono proprio quelle, che hanno portato instabilità e caos. Fossero vere le affermazioni di Obama, avremmo dovuto vedere Abu Mazen seduto al tavolo di una trattativa già da anni, ma perché mai dovrebbe farlo, se in questo modo avrà la strada spianata alle NU, evitando la guerra civile con Hamas e tutti gli altri gruppi di jahadisti presenti a Gaza e in Cisgiordania?
Ho molto ragionato sul personaggio Obama e penso fermamente che questo accanimento gli venga dal suo complesso represso di inferiorità dovuto al colore della sua pelle: per lui i palestinesi sono una minoranza da difendere e non si rende conto che la minoranza da difendere è invece Israele con la metà del popolo ebraico che ci vive. Israele non ha avuto nessuna assicurazione alla sua sopravvivenza dall’oltre un miliardo di musulmani che abitano intorno allo Stato Ebraico e nel mondo e abbiamo imparato, a nostre spese e troppo spesso, che la legittimazione del mondo non basta per sopravvivere.

25 marzo
Immaginate , solo per un momento, che Israele chiuda i rubinetti che forniscono il gas nella Striscia di Gaza. Il motivo è l’enorme debito, in centinaia di milioni di dollari che Hamas ha accumulato e mai pagato. E immaginate, solo per un momento, quale sia la risposta del mondo.
Questa mattina l’Egitto, senza se e senza ma, l’ha fatto e per le stesse motivazioni. E il mondo?
Angela Polacco Lazar

Un’occhiata dal di dentro può essere utile, ogni tanto.

barbara

SOTTOMISSIONE

È un romanzo, come sapete, e come tutti i romanzi racconta una storia di fantasia. Però. Però poi succede che leggiamo questa storia di fantasia, e ci guardiamo intorno, e ci vengono i brividi alla schiena, perché quello scenario da incubo rappresentato in questa storia di fantasia assomiglia maledettamente a ciò che stiamo vedendo succedere intorno a noi. Come sicuramente sa la maggior parte di voi, il romanzo racconta delle elezioni del 2020 in Francia, della vittoria del partito islamico che negli anni precedenti non ha fatto altro che rafforzarsi, e di come tutto questo influirà in quella che un tempo era stata la civiltà occidentale. O, più semplicemente, la civiltà, con le libertà conquistate attraverso dure battaglie, e la parità tra i sessi e i diritti acquisiti e la democrazia…
Il libro ha anche, a mio avviso, un discreto valore letterario (che raggiunge vette sublimi nella descrizione dei pompini di Myriam), ma dovrebbe avere soprattutto il valore di un severo monito, di un ultimo, perentorio invito ad aprire gli occhi prima che sia troppo tardi – con la speranza che ci troviamo ancora in questo prima. Credo sia utile leggere, insieme al libro “di fantasia”, anche questo documento
LoStatoIslamico
(non lasciatevi impressionare dalle 64 pagine: ci sono moltissime immagini e si legge in fretta). Questo testo è “la parola alla difesa” dell’ISIS, la risposta alle accuse che da ogni parte gli vengono mosse, una “onesta” rappresentazione dello Stato Islamico nella sua autentica realtà (che ricorda tanto questo, nei toni, negli argomenti, nelle immagini idilliache che evoca, e soprattutto nell’assoluta aderenza ai fatti). Se poi ti restano ancora due minuti, vai a leggere anche questo, che male non ti farà di sicuro.

Michel Houellebecq, Sottomissione, Bompiani
Sottomissione
barbara