IN CRESCITA IL RAZZISMO IN ITALIA

La ragazza nigeriana
Accusa l’italiano in fila dietro di lei al bancomat di averla aggredita con insulti razzisti e picchiata; l’italiano nega, sostenendo di essere stato lui, al contrario, a essere aggredito dalla ragazza. Lei viene creduta, lui no, e si grida all’ennesimo episodio di razzismo. Il video registrato dalla telecamera di sorveglianza dimostra però che è stata lei ad aggredire l’italiano con morsi e calci, ma fino a quando si avevano solo la parola di lei contro la parola di lui, la credibilità è stata decisa sulla base del colore della pelle: la negra è stata ritenuta credibile, il bianco no.
E UNO

I giochi del Mediterraneo
L’Italia si aggiudica 56 medaglie d’oro, 55 d’argento e 45 di bronzo, per un totale di 156. E di che cosa parlano giornali e social e opinionisti e intellettuali vari misti? Delle medaglie vinte dalle quattro atlete negre. Unicamente di quelle. Un centinaio e mezzo abbondante di medaglie vinte da onesti atleti bianchi: attenzione zero, celebrazioni zero, entusiasmi zero. Che cos’è che determina chi è degno di attenzione e chi no? Il colore della pelle: i negri lo sono, i bianchi no.
E DUE

Le uova
Improvvisamente una banda di teppisti deficienti inventa il divertentissimo gioco del lancio dell’uovo sodo: ci si riempiono le tasche dei suddetti proiettili e si prendono di mira passanti a caso. Vengono colpiti ragazzi, ragazze, pensionati: nessuno si agita. Poi – il Fato, si sa, è sempre in agguato – accade che in un gruppo di quattro ragazze, tutte prese di mira, una di queste sia negra, ed ecco, si scatena il finimondo. Interviene a gamba tesa la sedicente palestinese (in realtà araba israeliana) Rula Jebreal (tornerò molto presto a occuparmi di lei) con questo spettacolare tweet
uova Rula
da cui apprendiamo che: 1) in Italia abbiamo un governo neonazista; 2) il governo neonazista italiano ha provveduto a classificare i cittadini dividendoli in razzialmente puri e razzialmente impuri; 3) il governo manda in giro bande neonaziste con il compito di attaccare i razzialmente impuri (e qui c’è qualcosa che mi sfugge: perché mai, allora, attaccare una come Daisy, inequivocabilmente riconoscibile come di purissima razza negra?); 4) le minacce contro i razzialmente impuri diventano sempre più omicide (infatti Daisy è sopravvissuta per miracolo).
Altrettanto scatenato, anche se con modalità differenti, il nostro Matteo Renzi,
daisy-osakue-matteo-renzi
per il quale Daisy diventa “selvaggiamente picchiata”. Ora, sicuramente nessuno di noi gradirebbe ricevere un uovo sodo in faccia, soprattutto se hai la sfiga di beccarlo in un occhio, ma essere “selvaggiamente picchiati” – fidati di chi lo sa, caro Matteo – è una cosa diversa. Molto diversa.
Che cosa dobbiamo desumere da tutto questo? Che alcuni gruppi umani possono essere impunemente aggrediti, altri no. E che cos’è a fare la differenza? Ancora una volta, il colore della pelle: ai bianchi si può fare ciò che si vuole, ai negri no. E a quanto pare non sono l’unica a pensarla così
uova in faccia
E TRE (eccetera)

Insomma, dobbiamo prendere atto che siamo di fronte a un vergognoso razzismo biancofobo in costante aumento. Se continua così andrà a finire che diventeremo come il Sudafrica, dove il governo ha deciso di poter espropriare le proprietà dei bianchi senza alcun risarcimento (e ancora non ho capito perché qualcuno lo chiami “razzismo al contrario”: la discriminazione in base al colore della pelle è razzismo, che il discriminante sia bianco nero o blu, che il discriminato sia nero, bianco o ciclamino, è razzismo; non stiamo lavorando a maglia, non c’è un dritto e un rovescio, c’è il razzismo e basta). Razzismo che va denunciato con forza e contrastato con ogni mezzo.

Stabilito questo, vogliamo vedere chi è Daisy Osakue? È figlia di Iredia Osakue, immigrato clandestino (perché non è stato espulso?), arrestato nel 2002 per sfruttamento della prostituzione insieme a Odion Obadeyi, Lovely Albert, sua convivente e madre di Daisy (poi ha cambiato nome in Magdeline) e Silvano Gallo, che aveva formato una gang specializzata nello sfruttamento di decine di prostitute di colore il cui ingresso clandestino in Italia era favorito da un phone center di San Salvario (perché poi non è stato espulso?); riarrestato nel 2006 per una vicenda legata alla tratta delle ragazze nigeriane (perché poi non è stato espulso?); condannato nel 2007 a 5 anni e 4 mesi per associazione a delinquere di stampo mafioso, tentata rapina e spaccio di droga. Sarebbe stato a capo di un’organizzazione a cui venivano attribuiti truffa, intimidazioni, tentati omicidi, lesioni, estorsioni e che esercitava la violenza fisica «con armi bianche e da sparo», con «frustate attraverso lo strumento africano detto kobu-kobu al fine di costringere connazionali ad affiliarsi o di punire chi sgarrava» (perché poi non è stato espulso?). Oggi è il titolare di un centro pratiche per immigrati, la Daad Agency di Moncalieri, che gestisce dai permessi di soggiorno ai ricongiungimenti familiari, nonché mediatore culturale in una cooperativa che gestisce l’accoglienza, la cooperativa sociale Sanitalia service che gestisce 15 strutture in Piemonte (quei famosi centri pratiche; quei famosi ricongiungimenti familiari; quei famosi mediatori culturali. conosciamo, conosciamo), qui.

Concludendo:

È ORA DI DIRE BASTA!

BASTA RAZZISMO!

DICIAMO NO AL RAZZISMO!

NON NE POSSIAMO PIÙ DI RAZZISMO!

barbara

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SOCIALMENTE IMPEGNATI

socialmente impegnati
(rubato a lui)
Ma c’è chi, quanto a impegno sociale e solidarietà umana e sensibilità alle tragedie del nostro prossimo, davvero non si risparmia e va anche oltre
emorroidi
(rubato a Fulvio Del Deo).
Poi, volendo, ci sarebbe anche questa bazzecolina qui, ma purtroppo ci si era scaricata la batteria della macchina fotografica e poi avevamo finito la stoffa rossa e poi c’erano gli amici che ci aspettavano per l’apericena e poi comunque, come detto, è proprio una bazzecolina, dai, non è davvero il caso che ci facciamo il sangue amaro per una cosetta del genere (NOTA: i possessori di stomaci delicati si fermino all’articolo ed evitino di scendere alle foto).

barbara

RICOMPAIONO I PACIFISTI

(pensieri in libertà di luigi migliori)

Dopo un lungo silenzio ricompaiono i pacifisti, stavolta sotto forma di marciatori della pace. L’improvviso attivarsi di tante associazioni sul tema della pace, dopo un lungo silenzio, indicherebbe uno stato di pace generale, solo interrotto negli ultimi giorni. Vediamo.
Da molti mesi, in Siria si combatte una sanguinosa guerra civile, ove non si distingue fra donne, uomini, bambini, giovani, vecchi, civili e militari: una macelleria da quasi duecentomila morti e milioni di profughi. Ostinazione di una potenza protettrice di un regime molto discutibile, ignavia di altri, incapacità dell’Europa a svolgere un’unitaria politica estera, ogni nazione europea fa i conti in casa propria, non comprendendo che in tal modo mina il proprio futuro. A fronte di tanto disastro non ricordo, sarà un limite informativo personale e chiedo venia, attivazioni particolari dei pacifisti nostrani.
Da alcuni mesi, nella stessa area siriana ed irachena, milizie sunnite hanno dato vita ad un “califfato”, con conseguente persecuzione di cristiani, dei vari riti, e mussulmani sciiti. Dai racconti dei profughi la vita dei non sunniti non sarebbe particolarmente tutelata: processi ed esecuzioni sommarie non occasionali. Anche in questo frangente l’azione dei pacifisti locali non avrebbe manifestato particolare rilevanza, sempre sulla base dei personali limiti informativi. Il fatto ha spiazzato le diplomazie, tanto che due nemici giurati si son trovati sullo stesso versante della barricata, assolutamente carente l’iniziativa europea, causata dal particolarismo nazionale.
Fallite le primavere arabe, l’islamismo massimalista ha, letteralmente, sconvolto l’area centro africana, dal Sudan alla Nigeria. Morti, stupri, rapimenti di ragazze, violenze d’ogni genere si verificano continuamente: le grandi potenze stentano, riluttanti, ad impegnarsi, Europa compresa, per le solite ragioni. Sebbene tali fatti fossero riportati dai quotidiani, l’universo pacifista, ancora col limite informativo di cui sopra, non si sarebbe distinto.
L’insieme dei pacifisti e dei marciatori della pace si è improvvisamente destato allorché Israele ha deciso di porre fine al bombardamento di missili e mortai provenienti dalla striscia di Gaza, stato a tutti gli effetti, avendo un territorio ed un potere originario, governato da Hamas e nel cui statuto si prevede la fine della presenza dell’entità sionista, con ciò non riconoscendo l’esistenza in diritto dello stato israeliano.
Singolare l’affermazione dei comunicati pacifisti, rivolta allo stato israeliano, circa il sostegno alla prospettiva dei due stati, israeliano e palestinese, allorché Israele riconosce lo stato palestinese ed invece, i palestinesi non riconoscono il diritto d’Israele ad esistere. Giova ricordare che la striscia di Gaza esiste come stato per iniziativa, senza contropartita, d’Israele.
I comunicati pacifisti sottolineano i prezzi e le sofferenze dei cittadini di Gaza, sofferenze e morti causate, gli inviati ONU hanno testimoniato, dalla strategia di Hamas di nascondere armi nei luoghi sensibili, case private, ospedali e scuole, trasformando i palestinesi in scudi umani. Di questo e delle sofferenze patite da bambini e donne israeliane, costretti, da anni, a correre spesso nei rifugi per evitare le bombe di Hamas, non troviamo traccia nei documenti dei pacifisti, tenuta presente la limitatezza informativa personale.
Non possiamo tacere il silenzio di certi ambienti sull’annessione della Crimea e connessa guerra civile in Ucraina, siamo al centro dell’Europa a due passi da noi; non pensiamo ad un filosovietismo di ritorno, ma, se ricordiamo la collaborazione combattente di molti ucraini a fianco dei nazifascisti, per onestà intellettuale, del pari si comportarono i palestinesi.
Per quanto sopra e salva prova contraria, ma il caso della flotilla la dice lunga, considerato lo stato di guerra dell’area da oltre sessant’anni, solo Egitto e Giordania hanno riconosciuto Israele firmando la pace, i comunicati dei pacifisti e dei marciatori della pace evidenzierebbero un profilo di parzialità difficilmente superabile. L’antisionismo è un ottimo veicolo per l’antisemitismo, su questo, storicamente, l’Italia non avrebbe tutte le carte in regola: ricordiamo, esempio minimo, come un anno addietro, il 25 Aprile, l’ANPI non ha voluto la bandiera della Brigata Ebraica, cinquemila giovani ebrei volontari che, nel ’44/’45, combatterono, molti morirono, in Italia per liberarci dai nazifascisti.

p. s. Avrei letto circa l’adesione di scuole alle marce della pace: la scuola ha il dovere di rispettare la coscienza morale e civile dell’utenza, trattandosi prevalentemente di minori, delle famiglie.

Grazie per l’attenzione,
il già Dirigente Scolastico in Cesena luigi migliori

Certo che è dura la vita del pacifista di professione:
dubbio

barbara

DUE PAROLE ALLA SIGNORA MICHELLE

Cara Michelle, perché taci sui rapiti israeliani?

Nessuno in piazza per gli ebrei. Alla giusta mobilitazione della Obama per le ragazze rapite in Nigeria non ha fatto seguito quella per i tre ragazzi presi da Hamas. Michelle, ci spieghi: se sono israeliani si possono rapire?

di Maria Giovanna Maglie

Eyal Yifrah, Gil-Ad Shayer e Naftali Frenkel. Com’è che per tre ragazzini israeliani rapiti da terroristi arabi non vedo mobilitazioni speciali, indignazioni planetarie, campagne a colpi di tweet e vip? Non che cambi niente, le ragazze rapite in Nigeria restano in mano ai terroristi, ci vuol altro che un cartellino in mano a Michelle Obama, un bel tweet «Bring back (…) (…) our girls», e via di nuovo a fingere di coltivare pomodorini e zucchine rigorosamente organic nell’orto presidenziale; ci vuol altro che le telefonate propagandistiche di Matteo Renzi e le magliette della nazionale di calcio con i nomi dei due marò, esibite dal ministro Pinotti per far tornare a casa Latorre e Girone; ci vuol altro anche per i tre ragazzini israeliani rapiti da Hamas. Pure, disturba, e anche in questi tempi di disillusione un po’ indigna, il double standard, l’abitudine volgare di distinguere tra le cause politically correct sulle quali gettarsi in sfoggio di propaganda senza pudore, dalla first lady dell’ordine mondiale all’ultimo consiglio comunale, e quelle meno per bene, un po’ scomode, sulle quali far partire infami distinguo, richiami severi mascherati da solidarietà, richieste alle vittime che alla fine dei conti a dirla tutta assomigliano a quelle dei rapitori terroristi.
Funziona così quando viene intaccato il tabù dell’ipocrisia mondiale pacifista, funziona sempre così quando c’è di mezzo Israele. Non è tanto una questione di comune antisemitismo, so di dire una cosa scomoda, sul quale tra brutti libri, pessimi film, pellegrinaggi ai lager che furono, e abbastanza inutili Giornate della Memoria, il senso di colpa cambia forma, si acqueta e vince pure gli Oscar; è che l’antisemitismo quello profondo si è convertito in causa palestinese, ha preso le vesti di critica e pregiudizio verso lo Stato di Israele, comanda le organizzazioni internazionali e le commissioni europee, lambisce e anche penetra tanti ebrei d’occidente, ha caratterizzato la pessima presidenza di Barack Obama in uno strappo terribile con la tradizione degli Stati Uniti. Un alibi stantio, ché io posso anche non poterne più di sentir ricordare retoricamente l’Olocausto, figuriamoci la Resistenza, e vorrei non essere additata per questa saturazione a pubblico scandalo, ma mai dimentico che quello Stato piccolo e guerriero è l’avamposto d’Occidente in territorio nemico, che lo sterminio di ieri si riscatta oggi in Medio Oriente.
Invece che ci tocca leggere? Che, lancio Ansa del 18 giugno, «Amnesty chiede immediato rilascio 3 ragazzi rapiti», ma subito dopo che «Israele sospenda immediatamente le punizioni collettive». Che sono in realtà due misure indispensabili: la chiusura del distretto di Hebron e del valico di Erez tra Gaza e lo Stato israeliano, che serve a impedire il trasferimento dei tre ragazzi nella Striscia, e la detenzione dei membri dell’organizzazione terroristica Hamas, dai quali si possono ottenere informazioni vitali. Seguono articoli di quotidiani vari, ma vi raccomando di non perdervi le perle di Avvenire, informazioni che negano qualsiasi coinvolgimento di Abu Mazen e dell’Autorità Palestinese, peccato che il governo da lui messo in piedi di Fatah-Hamas qualche agevolazione di circolazione ai terroristi islamici l’ha certamente fornita; altre che sostengono che il nuovo ostacolo alla pace siano non il terrorismo o i sequestri, ma la costruzione di nuove case a Gerusalemme. Peccato anche che, l’ho visto ricordato solo su Repubblica, a Hebron circoli un manuale di Hamas di 18 pagine, titolo «Guida per il rapitore», con suggerimenti e consigli per rapire israeliani e ottenere in cambio la liberazione di detenuti palestinesi.
Quanto alla Nigeria, senza un adeguato pagamento o un’azione di forza, le 276 studentesse della scuola di Chi-bok rapite dai Boko Haram il 14 aprile scorso non saranno liberate, e la campagna di buonismo mondiale servirà soltanto ad alzare il prezzo del riscatto e a far diventare più famosi in Africa i talebani neri. Impazzano, va detto, da anni, nell’indifferenza dell’Occidente: hanno massacrato cristiani, bruciato le chiese in cui li hanno sorpresi a pregare, hanno ucciso migliaia di nigeriani, e due italiani, Franco Lamolinara e Silvano Trevisan, sono nelle loro mani Giampaolo Marta e Gianantonio Allegri, i due preti italiani rapiti il 4 aprile, con la suora canadese Gilberte Bussier. Il gruppo di fanatici islamici Boko Haram sconfina allegramente dalla Nigeria in Camerun. Sono terroristi in nome e per conto dell’islam, come quelli che hanno rapito i tre ragazzi israeliani, come quelli che Israele non rinuncia a combattere.

(Libero, 20 giugno 2014)
michelle

Nel frattempo anche il papa continua a tacere – ritenendo, evidentemente, di avere portato a termine la sua missione fermandosi in accorato silenzio accanto a quel muro che vergognosamente impedisce ai terroristi di fare carneficine di ebrei e accogliendo l’imam che ha pregato per la sconfitta degli infedeli – mentre l’inviato dell’Onu Robert Serry, coordinatore per il processo di pace in Medio Oriente, tenta di far trasferire a Hamas 20 milioni di dollari e critica i tentativi di Israele di trovare e liberare i tre ragazzi rapiti. Come già ho avuto occasione di dire, la prostituzione è davvero un mestiere redditizio, e quindi assai ambito.
(E Rachel Frenkel, mamma di Naftali, invoca: “Io credo che ritorneranno, ma se così non dovesse essere, per favore, siate uniti. Siate uniti”)

barbara

 

IO, SAFIYA

La savana. Terra calda, a perdita d’occhio, ocra rossastro come i cespugli, le acacie e i baobab all’orizzonte. Ci ero nata, l’avevo percorsa centinaia di volte, la savana, sempre così, a piedi nudi, ma quella mattina mi sembrava di non riconoscerla. Nel mio cuore la sentivo estranea, ostile, come tutto quello che mi era stato familiare, il mondo dove mi sentivo al sicuro, la gente che consideravo amica. Quel mondo e quella gente avevano scelto per me il peggiore dei destini. Una fine atroce che da due giorni cercavo di fuggire.
Il mio destino… Impossibile non pensarci. Stava là, al margine dei miei pensieri, come un’ombra malvagia in agguato, pronto a balzare fuori per terrorizzarmi ogni volta che i miei occhi si posavano su una pietra, una delle tante sparse sulla terra polverosa. Le pietre mi avrebbero straziata e uccisa. Il mio destino era la lapidazione. Mi vedevo sepolta fino alle spalle nella terra, la testa coperta da una tela di sacco e poi sentivo le pietre, a pioggia, scagliate con forza contro di me, sulla mia testa fino a quando io non avrei esalato l’ultimo respiro… sentivo il dolore, sentivo il sangue che mi colava sul viso e mi chiedevo quanto sarebbe durato, quel supplizio, prima che venisse la morte a liberarmi.
In un certo senso ero già morta, pensavo mentre avanzavo a fatica nell’afa soffocante. Con la fuga non mi ero lasciata dietro solo il mio villaggio, Tungar Tudu, ma le mie stesse radici. Dietro di me avevo tutto, davanti a me solo il buio, la paura e la morte. Ma anche l’unica certezza, l’unica cosa per cui sentivo di dover lottare e sopravvivere: Adama, la mia bambina. Lei era con me, la sentivo sulla mia schiena, fagottino morbido e caldo. Adama, causa inconsapevole del mio dramma…
Avevo paura, più di quanta ne avessi mai avuta in tutta la mia vita. Era la paura dell’animale braccato, una paura così forte da farmi avanzare senza meta in quel paesaggio infuocato. Ero allo stremo delle forze. Quanto avrei resistito ancora? E Adama, così fragile e piccola, per quanto tempo sarebbe sopravvissuta? Le poche scorte di viveri che avevo portato con me al momento della fuga si erano rapidamente esaurite. Niente più carne secca né farina e nemmeno latte. Restava un po’ d’acqua, ma volevo conservarla per quando Adama si fosse svegliata.
Il sole adesso era alto nel cielo. Se avessi proseguito, sarei morta con la mia bambina. Dovevo trovare un riparo e aspettare il tramonto per riprendere la marcia. Poco distante da me, c’era un albero. Lo raggiunsi a fatica, ma quando stavo per stendere a terra la stuoia vidi in lontananza delle sagome in movimento. Cammelli e, dietro di loro, un pastore… Se lo avessi raggiunto avrebbe potuto darmi del cibo, dell’acqua! Raccolsi le forze per gridare e attirare la sua attenzione, ma qualcosa me lo impedì. No! Non chiamarlo! Stai nascosta! Ormai in tutti i villaggi sapranno della tua condanna e chi ti vedrà lo dirà alla polizia…
Disperata, mi lasciai cadere lungo il tronco, gli occhi fissi sul pastore fino a quando scomparve, inghiottito dalla foschia giallastra. A quel punto piansi, per la prima volta da quando avevo lasciato il villaggio. Adesso ce l’avevo davvero di fronte, l’immensità della mia solitudine. Nessun essere umano avrebbe potuto aiutarmi. Che cosa sarebbe stato di me e della mia bambina? Guardai Adama. Ignara di tutto, si era addormentata sulla stuoia. Io rimasi sveglia, ad attendere che il sole scendesse. Avevo sempre amato quel particolare momento della giornata. Mi piaceva lasciare ogni attività per fantasticare e sognare, osservando i cambiamenti dei colori e i bizzarri disegni che le ombre allungate tracciavano sul terreno. Ma quel pomeriggio, quando finalmente il sole incominciò a calare all’orizzonte, non provai nessuna sensazione piacevole. Indifferente all’aria che rinfrescava, svuotata di ogni energia, nel corpo e nello spirito, mi rimisi stancamente la piccola sulle spalle. Il pastore doveva senz’altro essere diretto a un pozzo per abbeverare i cammelli. Sarei andata anch’io da quella parte. L’acqua era più importante del cibo, se volevo sopravvivere.
Mi avviai. Avevo la gola riarsa, la bocca secca. Tutto sembrava sfumato, non capivo se per la calura o per la mia debolezza. Ormai strascicavo i piedi, ogni passo mi costava sempre più fatica.
Adama incominciò a piagnucolare. Non faceva un pasto vero da due giorni, povera piccolina, doveva sentirsi ancora peggio di me. Mi fermai per farle bere le ultime gocce d’acqua. La bambina le inghiottì avidamente e io mi chiesi angosciata che cosa sarebbe successo se non avessi trovato al più presto il pozzo, poi ripresi il cammino. Il paesaggio ormai si confondeva, vacillavo, di tanto in tanto incespicavo. Camminai e camminai, fino a quando scese la sera e ancora, fino a notte fonda, quando mi resi conto che nell’oscurità assoluta proseguire non aveva senso. Non avevo trovato il pozzo, forse avevo addirittura sbagliato strada. Forse Dio voleva veramente che fossi lapidata, perché avevo davvero commesso una colpa gravissima che la mia incoscienza mi impediva di comprendere…
Stesi la stuoia ai piedi di un albero, vi deposi Adama e mi lasciai cadere vicino a lei, la schiena contro il tronco. Come temevo, la bambina si svegliò. Il suo pianto disperato mi strinse il cuore. Era terribile sapere che aveva fame e sete e non poterle offrire altro che il mio affetto. La presi in braccio, la accarezzai, le parlai sottovoce. Adama si calmò. Poco dopo il suo respiro regolare mi disse che si era riaddormentata.
Sotto quell’albero, nel buio, il pensiero del mio destino fu libero di riassalirmi. Le pietre, il dolore, il sangue. Il mio sangue… La morte… A poco a poco scivolai nel sonno, in preda agli incubi.
Mi svegliai all’alba. La terza alba dalla fuga.
Adama dormiva ancora, ma da un momento all’altro si sarebbe svegliata. La sete e la fame l’avrebbero fatta piangere di nuovo, senza che io potessi aiutarla.
Non svegliarti, piccolina, continua a dormire, pensavo. È meglio, non sentirai la fame, la sete, il dolore…
Nella tristezza di quel momento, guardandola, capii che non c’era niente che contasse più di lei, nemmeno la mia sopravvivenza. Era la sua, quella importante. Pur di salvarla ero pronta a perdere me stessa. Se fossi riuscita ad arrivare a un villaggio, mi sarei consegnata alla polizia e Adama sarebbe stata salva. Lì nella savana invece saremmo morte entrambe. Ormai anche il pensiero della lapidazione mi sembrava preferibile alla fine in quel luogo. Meglio morire fra gli uomini, uccisa dagli uomini, che soccombere così, proprio come le bestie braccate.
Safiya-Adama
Safiya con il corpo del reato

Conosciamo tutti Safiya e la sua drammatica storia. Tutti abbiamo seguito con trepidazione la sua vicenda. Tutti abbiamo firmato gli appelli inviati alle autorità del suo Paese per invocare la sua salvezza. Ora, in questo libro, possiamo conoscere la sua storia nei dettagli.
In una Nigeria sempre più succube dell’islamismo più fanatico, Safiya viene condannata alla lapidazione per “adulterio”: ripudiata dal marito per volontà della famiglia di lui, finisce per cedere all’implacabile corteggiamento di un uomo che continua a prometterle di andare dal padre di lei a chiederla in moglie. Rimasta incinta, resiste strenuamente ai tentativi dell’uomo di farla abortire e in tal modo la sua “colpa” diventa evidente, e da vicenda individuale finisce per assurgere a strumento politico: i fautori dell’islamismo più radicale vogliono la sua morte come segno tangibile della vittoria della sharia, i loro avversari ne vogliono la salvezza, oltre che per ragioni umanitarie, anche per dare un segnale forte ai fanatici, per dimostrare che la nazione non è disposta ad arrendersi alla loro follia senza combattere con tutte le proprie forze. Le consuetudini locali, però, sono tutte contro Safiya: al processo il suo seduttore dapprima ammette di avere avuto rapporti sessuali con lei, poi, su consiglio del fratello, ritratta tutto, arrivando a negare di averla mai conosciuta. Il giudice stesso, avendo notato che la bambina è praticamente la fotocopia del padre, invita il pubblico ad osservare quella straordinaria somiglianza, ma lui rimane fermo sulla ritrattazione, e quindi (è un uomo!) quella diventa l’unica verità accettata e messa a verbale.
La salvezza arriverà proprio dalla diffusione della sua vicenda a livello mondiale e dalle conseguenti pressioni internazionali. Servirà tuttavia, perché i giudici possano permettersi di assolverla senza perdere la faccia, che l’avvocato scovi tra i meandri delle norme islamiche un cavillo di ordine religioso da opporre ai giudici stessi, ossia che l’assoluzione avvenga nel pieno rispetto delle più rigide norme islamiche. E il cavillo che riesce alla fine a trovare, è veramente il più assurdo che si possa immaginare: il Profeta ha affermato che il seme del marito può dimorare nel grembo della donna fino a tre anni in una sorta di “letargo” per poi svegliarsi e fecondare. E dato che la gravidanza è iniziata entro i tre anni dal divorzio di Safiya, non è possibile escludere che la bimba sia figlia del marito.
Il libro, in cui Raffaele Masto raccoglie il racconto di Safiya, è molto bello e coinvolgente, e soprattutto utile a comprendere situazioni e risvolti che difficilmente trovano spazio nelle cronache dei giornali. Certo, se il coautore si fosse risparmiato di impartirci la lezioncina su quanto la civiltà islamica sia superiore alla nostra sul piano etico e morale (è vero, ci sono la lapidazione, la poligamia, il ripudio, però ai matrimoni loro preparano anche un tavolo per i poveri affinché possano mangiare anche loro) staremmo meglio tutti, ma insomma, non si può avere tutto dalla vita. Ecco, io sono contenta di averlo letto, e lo suggerisco anche a voi.

P.S.: certo che fa abbastanza impressione pensare che questa vecchia
Safiya Hussaini
è una donna di trentacinque anni.

Safiya Hussaini Tungar Tudu con Raffaele Masto, Io Safiya, Sperling Paperback
io safiya

barbara