CIÒ CHE NON SI DEVE DIRE, CIÒ CHE NON SI DEVE MENZIONARE, CIÒ CHE NON SI DEVE RICORDARE

L’ISLAM

La maledetta autocensura politicamente corretta

DI PIERLUIGI BATTISTA · PUBBLICATO 17 DICEMBRE 2018

Abbiamo persino abolito nella nostra lingua, e forse persino nella nostra mente, il nome di quella religione che ha armato il terrorista responsabile della strage al mercatino di Natale di Strasburgo. Non c’è più, abrogata dal linguaggio, dai servizi dei media, dal discorso pubblico. Chi fa quel nome viene deplorato come un irresponsabile fomentatore di una guerra di religione. Ed è obbligatorio non voler credere alle invocazioni rituali gridate da chi sta per spargere la morte in nome della sua religione.

Si dice: non tutti quelli che professano quella religione sono terroristi, ci mancherebbe. Però devono spiegare perché questo tipo di terrorismo viene sempre motivato da chi ne è seguace con parole, dogmi, passaggi ideologici, rivendicazioni che in quell’universo religioso traggono alimento e coerenza.
Non bisogna pensare che hanno compiuto il massacro di Charlie Hebdo perché in quel giornale satirico alcune vignette colpivano il profeta di cui neanche io, per paura e opportunismo, farò il nome. Non bisogna pensare che siano convinti che i loro atti servano a sterminare gli infedeli, i blasfemi, gli apostati.
Non bisogna dar retta a chi, come Gilles Kepel su Le Figaro, sostiene che per quella religione, che io mi guarderò bene dal nominare, la festa di Natale ha qualcosa di intollerabilmente «empio»: dobbiamo piuttosto inventarci un inverosimile attentato «anti-europeo» pur di non nominare l’innominabile.
È la prima guerra, costellata di decine e centinaia di attentati terroristici contro aeroporti, stazioni, metropolitane, stadi, corse podistiche, musei, spiagge, treni, chiese, monumenti, ponti, strade con molti pedoni da asfaltare, pub, ristoranti, teatri, di cui non vogliamo vedere il nemico.
Non possiamo nemmeno definirli «nemici», per fare in modo che non si offendano. Ci balocchiamo con la categoria psichiatrica e non religiosa dei «lupi solitari», anche se poi scopriamo che solitari quei lupi non lo sono mai del tutto, anzi, è vero il contrario.
Non dobbiamo credere alle rivendicazioni di un’entità terroristica che aveva messo quel nome nella sigla di uno Stato. Non dobbiamo sentire quello che i «nemici» dicono, perché lo dicono, cosa hanno in testa. Dobbiamo negare, chiudere gli occhi, voltarci dall’altra parte. E non pronunciare più quel nome, che qui mi guardo bene dall’indicare apertamente. Mica per paura, beninteso. (Corriere della Sera)

LO STERMINIO DEI CRISTIANI DA PARTE DELL’ISLAM

Nigeria, per Amnesty International la strage di cristiani è dovuta al «clima»

Leone Grotti 17 dicembre 2018 Esteri

Un rapporto denuncia la morte di 3.641 persone in tre anni a causa degli «scontri» tra pastori musulmani Fulani e agricoltori. Per l’Ong «la religione non c’entra» ma le vittime cristiane raccontano un’altra storia

Negli ultimi tre anni almeno 3.641 persone sono morte in Nigeria nel conflitto tra pastori musulmani Fulani e agricoltori cristiani. Lo denuncia Amnesty International in un interessante rapporto (“Harvest of Death: Three Years of Bloody Clashes Between Farmers and Herders”) pubblicato oggi. Nel prezioso documento si sottolinea come il conflitto si sia intensificato nel 2018 e come le autorità non facciano nulla o quasi per fermare o prevenire «stragi, vandalismi e incendi di case e villaggi».
Tra il 5 gennaio 2016 e il 5 ottobre 2018 sono stati lanciati 310 attacchi, soprattutto negli Stati della fascia centrale del paese. Il rapporto parla di villaggi distrutti, religiosi bruciati vivi, donne e bambini fatti a pezzi in assalti condotti con armi sofisticate come kalashnikov e lanciarazzi. Viene anche documentata l’inerzia, spesso complice, delle forze di sicurezza.

«LA RELIGIONE NON C’ENTRA»

Il rapporto di Amnesty International sottostima sicuramente il numero delle vittime, ma è ugualmente importante per accendere i riflettori su un conflitto sanguinoso, ma dimenticato dalla maggior parte della stampa internazionale. C’è però un problema: fin dalle prime pagine il rapporto afferma con certezza che «i conflitti sono diventati particolarmente ferali a causa del peggioramento delle condizioni ambientali, che hanno obbligato gli allevatori a muoversi verso sud» alla ricerca di terreni. «La scarsità di risorse e la competizione soprattutto per la terra, l’acqua e i pascoli», dovute ai cambiamenti climatici, «costituiscono una delle principali cause degli scontri». Osai Ojigho, direttore di Amnesty International Nigeria, aggiunge anche che «questo conflitto non ha niente a che fare con la religione».

«ISLAMIZZARE LA NIGERIA»

Non è chiaro come i ricercatori possano affermare con tale apodittica certezza che la religione non c’entri con le stragi. Le vittime dei musulmani Fulani, infatti, si sono fatte un’altra idea degli “scontri”. Presentando un rapporto sul massacro di 646 cristiani in otto mesi nel solo Stato di Plateau, il reverendo Dacholom Datri, presidente della Chiesa di Cristo in Nigeria (Cocin), ha dichiarato al presidente della Nigeria, Muhammadu Buhari, anch’egli di etnia Fulani e accusato di complicità: «La narrativa che va per la maggiore è quella di uno scontro tra agricoltori e allevatori. Ma questa è solo una scusa inventata per nascondere la verità e continuare a perpetrare il male». La verità è che i musulmani Fulani che stanno massacrando i cristiani non sono «assalitori sconosciuti» o semplici allevatori ma «membri di milizie» armati di tutto punto: «Fucili sofisticati, kalashnikov, lanciarazzi, che usano per attaccare e uccidere i cristiani. Solo dopo gli attacchi i Fulani fanno pascolare il loro bestiame sui campi».
La Chiesa cattolica nigeriana, nella persona del vescovo di Makurdi, monsignor Wilfred Chikpa Anagbe, ha denunciato inoltre «un’agenda precisa, un chiaro tentativo di islamizzare tutte le aree a maggioranza cristiana della Middle Belt nigeriana». Il prelato si chiede anche «chi finanzi i Fulani, visto che attaccano con armi troppo sofisticate per dei pastori». Il National Christian Elders Forum ha anche avvisato che «il cristianesimo in Nigeria è vicino all’estinzione. Potremmo essere noi l’ultima generazione di cristiani del paese se non cambieranno le cose».
amnesty-nigeria-rapporto

«SONO LORO CHE CI ATTACCANO»

Anche per l’ex presidente della Nigeria, Olusegun Obasanjo, «non si possono negare le violenze contro i cristiani. Gli scontri con gli agricoltori cristiani sono cominciati così: gli allevatori cercano terre e acqua dove far pascolare le vacche, occupano le terre degli agricoltori e poi quando gli agricoltori reagiscono, gli allevatori si vendicano. Ma una volta non avevano armi automatiche, ora sì. Il problema principale è chi gli dà le armi. Gli allevatori non possiedono il bestiame che pascolano ma chi dà loro il bestiame adesso fornisce anche le armi. Queste persone sono responsabili».
Per concludere, anche l’arcivescovo anglicano di Jos, monsignor Ben Kwashi, ha criticato la vaga narrazione degli “scontri”: «Non è giusto parlare di conflitto tra cristiani e musulmani. Sono loro che ci attaccano e ci uccidono».
Ben venga dunque il rapporto di Amnesty International per mettere pressione al governo nigeriano perché si impegni per fermare la strage in atto. Ma servirebbe più coraggio, e meno ideologia, quando si indagano le cause: per quanto il tema della scarsità  di terra e acqua contribuisca a scatenare la violenza, come affermato da tutti, non sono i cambiamenti climatici che hanno portato al massacro dei cristiani in Nigeria negli ultimi tre anni. In alcun modo una disputa sul possesso di un terreno può trasformarsi, come avvenuto a giugno, nell’attacco coordinato da parte dei musulmani Fulani di 10 villaggi. L’assalto è durato 48 ore, durante le quali le autorità non sono intervenute per fermare la strage, e i pastori erano armati di kalashnikov e lanciarazzi. Sono morti in tutto più di 200 cristiani e un deputato della zona ha parlato di «olocausto doloroso, pulizia etnica e genocidio del mio popolo». Una violenza difficile da spiegare in modo esaustivo usando solo la lente climatica. (qui)
@LeoneGrotti

IL TERRORISMO PALESTINESE

Un capitolo della storia del terrorismo palestinese in Italia 17 dicembre 1973, l’attentato di Fiumicino. La strage dimenticata

42 anni fa un commando di Settembre Nero attaccò l’aeroporto Leonardo Da Vinci. Fu un massacro in cui morirono 32 persone. All’epoca il più grave attentato terroristico in Europa. Nessuna targa, e nessuna commemorazione, oggi lo ricorda

di Giuliano Sadar 17 dicembre 2015

Giunsero a Fiumicino da Madrid con un volo Iberia. Erano in cinque, forse più, e fu l’inferno. Uccisero trentadue persone con armi automatiche e bombe al fosforo. Erano di Settembre Nero. Anche se Settembre Nero in quel dicembre 1973 si stava già sfarinando, dopo la Collera di Dio, anzi del Mossad, ovvero le spietate vendette israeliane che seguirono la strage di Monaco di un anno prima.
Sicuramente appartenevano a una fazione dissidente da Fatah, probabilmente finanziata da Gheddafi che di petrodollari ne possedeva già tanti. Decollati da Fiumicino, dopo aver lasciato il boeing Pan Am in fiamme, iniziarono una delirante odissea sopra aeroporti di paesi che si affacciano sul Mediterraneo, che terminò il giorno dopo a Kuwait City. Lì si arresero. Vennero incarcerati, poi trasferiti in Egitto, poi condannati. Per svanire nel nulla, forse giustiziati dagli stessi palestinesi di Arafat, impegnato in quei mesi, dopo la malaparata della guerra del Kippur, a rifarsi una verginità minacciata da sei anni di ambigui dirottamenti e attentati.

Gli anni dei dirottamenti

Erano iniziati nel 1968 i dirottamenti, sponsorizzati dal Fronte per la Liberazione della Palestina dei cristiani George Habbash e Wadi Haddad, della pasionaria Leila Khaled, di Abu Bassam Sharif. Acclamati come eroi dalla sinistra europea. Poi il trasferimento delle azioni proprio in Europa. Nel 1972 gli attentati alle raffinerie di petrolio olandesi di Ommen e Ravenstein, di cui non rimane quasi traccia, poi il primo attentato in Italia, a Trieste. Quattro cariche esplosive colpirono la tank farm petrolifera dell’oleodotto per la Baviera. 160mila tonnellate di petrolio a fuoco. E ancora, fra il 1972 e il 1973, l’attentato cosiddetto del mangianastri, sempre a Fiumicino, e una serie senza fine di sequestri d’armi all’aeroporto internazionale romano e la storia misteriosa dei missili di Ostia, con i terroristi che avevano installato su un terrazzo una batteria terra-aria per abbattere un aereo El Al.
Dopo innumerevoli rimpatri di soppiatto che fecero imbufalire gli israeliani, quando già il governo italiano stava trattando con i palestinesi l’accordo di “non belligeranza” oggi conosciuto come Lodo Moro, ecco questo attentato assurdo e terribile, fuori scala, dalla rivendicazione confusa e arruffata. Un attentato nascosto fra le pieghe della Storia, nonostante sia stato, dopo la strage di Bologna, il più sanguinoso.

17 dicembre 1973, alle 13,00 si scatena l’inferno

Era quindi il 17 dicembre 1973, quarantadue anni fa. Dopo la guerra del Kippur di due mesi prima i paesi arabi produttori di petrolio avevano raddoppiato il prezzo del barile, ed era arrivata l’austerity, e le domeniche in bici e a piedi. Quel 17 dicembre era un lunedì, e la mattinata agli scali internazionali di Fiumicino era trascorsa tranquilla. Alle 12.50 un gruppo di arabi con solo bagaglio a mano, valigie tipo 24 ore, dopo aver superato in Spagna i controlli della guardia civil e in Italia quelli in entrata dei carabinieri, viene accompagnato nell’area transiti e si accoda ai banchi per il controllo di imbarco. Alla richiesta di controllo le valigie si aprono e scoppia il finimondo. Il gruppo di terroristi si divide: alcuni prendono in ostaggio sei agenti, vulnerabili, perché costretti al servizio senza colpo in canna, e li trascinano giù per la rampa 14 verso il piazzale degli aerei. Altri sparano verso le vetrate, provocando un inferno di proiettili e schegge di vetro, prima di seguire gli altri. Sul piazzale ci sono tre aerei fermi. Il comandante del Boeing Air France si accorge in tempo del pericolo e fa chiudere i portelloni. Un gruppo si dirige verso il 707 “Celestial clipper” Pan American diretto a Teheran via Beirut, 56 passeggeri a bordo. Sale di corsa la scala e lancia due bombe al fosforo dentro la carlinga, accompagnando l’attacco con sventagliate di mitra. Muoiono in 29 in quella trappola, orribilmente ustionati o soffocati. Poi i terroristi si riuniscono all’altro gruppo e salgono su un 737 Lufthansa, non prima di aver ucciso, sparandogli alla schiena, l’agente Antonio Zara, 20 anni, di servizio sul piazzale sotto l’aereo tedesco, che aveva accennato a una reazione.
I terroristi prendono altri due ostaggi e costringono il comandante dell’aereo tedesco a decollare, mentre il Boeing Pan Am giace scoperchiato e fumante, con il suo carico di morte. Volano verso Atene, chiedono uno scambio prigionieri, minacciano di far precipitare l’aereo sulla città, interviene l’intelligence italiana di servizio nella capitale greca, e clamorosamente gli stessi detenuti palestinesi, due di Settembre Nero autori di un sanguinoso attentato proprio nell’aeroporto del Pireo, rifiutano lo scambio. Un altro italiano viene ucciso, si tratta del tecnico Domenico Ippoliti, e gettato giù dall’aereo. Poi un inquieto, disperato e insensato vagare. A Beirut le autorità aeroportuali impediscono l’atterraggio ponendo ostacoli sulla pista, così fanno in altri aeroporti. Infine all’aereo viene consentito di atterrare a Damasco, ma solo per un rapido rifornimento di carburante. Una notte d’inferno, il giorno dopo è uguale, gli ostaggi si sentono perduti. Il tragico vagare termina la sera del giorno dopo a Kuwait City. Gli ostaggi sopravissuti vengono liberati, il gruppo si costituisce alle autorità kuwaitiane, alzando le mani in segno di vittoria. Dopo qualche giorno saranno trasferiti al Cairo, poi nulla di sicuro si saprà di loro, se non che, forse gli stessi palestinesi li abbiano eliminati.

L’inchiesta

Le ragioni questa tragica azione sono ancora un rebus. Le indagini condotte dal giudice istruttore Rosario Priore hanno trovato muri di gomma. Il grande clamore dei primi giorni, il cordoglio del ministero degli interni Taviani, del primo ministro Rumor, i titoloni dei giornali, le foto angoscianti, lasciarono spazio al silenzio. Per anni storici (pochi) e giornalisti (ancora meno) si sono scapicollati per venire a capo di questa storia. Un’ipotesi è che il gruppo, finanziato come detto da Muhammar Gheddafi con armi e 370 milioni di lire, fosse comandato da un fuoriuscito ex dirigente dell’Olp, Abdel Ghafour alias Mahamoud Sasy, poi ucciso il 12 settembre a Beirut, in una vendetta interna alle fazioni palestinesi. Problematica è anche la collocazione politica. Il periodo è cruciale: in ottobre era scoppiata la guerra del Kippur, stava per iniziare a fine anno la conferenza di pace a Ginevra. Fu un atto contro il processo di pace? Altri mettono in collegamento la strage con il Lodo Moro, l’accordo segreto con cui l’Italia, permettendo ai palestinesi di usare la penisola come base logistica, avrebbe poi goduto di più di dieci anni di assenza di attentati palestinesi sul suolo nazionale e forniture privilegiate di petrolio. I primi colloqui segreti fra funzionari del ministero degli Esteri e palestinesi, al Cairo, iniziarono in ottobre. Ma la galassia palestinese era variegata e litigiosa e alcune fazioni, come quella di Ghafour, pronte a tutto. A Lodo già attivo, la strage poteva essere un tentativo di sabotarlo. Oppure, al contrario un tentativo di impedirne la messa in opera. Rimane certo che è stato un episodio isolato, con modalità diverse da quelle solite del terrorismo palestinese. E non rivendicato da nessuno.

Perché è accaduto? La tesi di “Epoca”

Gli articoli a firma Pietro Zullino, Marzio Bellacci e Raffaello Uboldi apparsi su Epoca le settimane successive alla strage, paventano uno scenario inquietante: i servizi italiani forse sapevano di imminenti attacchi a strutture aeroportuali, ma non si sono mossi, lasciando l’aerostazione pattugliata da giovani inesperti e male armati. Le richieste di chiarimento dei giornalisti al governo rimangono senza risposta. Lentamente, su quell’episodio cala il silenzio, tanto che oggi nessuno ricorda, e chi ricorda, ricorda poco. Così come la seconda strage palestinese di Fiumicino, quella del 27 dicembre 1985, a Lodo concluso. Ma sarebbe stata tutta un’altra storia.

Quelle vittime dimenticate

Sei gli italiani che quel 17 dicembre 1973 persero la vita. Erano il finanziere Antonio Zara, il tecnico ASA Domenico Ippoliti, il funzionario Eni Raffaele Narciso, e una famiglia intera, Giuliano De Angelis, la moglie Emma e la piccola Monica, 9 anni,che erano sull’aereo americano. Veri e propri tragici fantasmi della Storia. Antonio Zara è stato insignito di medaglia d’Oro, a Fiumicino c’è, nascosta, una targa che lo ricorda, sempre a Fiumicino gli è stata dedicata una via. Tutto qua. Nomi che inspiegabilmente non figurano nell’elenco dell’Aiviter, l’Associazione italiana vittime del terrorismo. Vi si ricordano i morti di Peteano, di piazza Fontana, dell’Italicus, di Piazza della Loggia sino a Bologna e oltre, ma di questi sei poveri morti non c’è traccia. Del terrorismo mediorientale, “quel” terrorismo mediorientale, che uccideva nel nome di una lotta di liberazione e non nel nome di Allah, ancora oggi, è meglio parlare il meno possibile. C’è odore di petrolio, l’odore del benessere di cui, bene o male, l’Italia godette lungo quegli anni. E il Lodo Moro, oramai storicamente accertato, deve rimanere quello che era quarant’anni fa. Un indicibile segreto. (qui)

Giuliano Sadar, giornalista della sede Rai di Trieste e scrittore, ha pubblicato recentemente Il grande fuoco, un libro-inchiesta sull’attentato al Siot di Trieste e su Settembre Nero. Il fuoco e il silenzio è il suo blog

 

Quelle stragi palestinesi dimenticate dall’Italia

di Alessandro Frigerio

È il secondo mattatoio dello stragismo dopo la stazione di Bologna. Ma è anche il simbolo perverso della selettività con cui istituzioni e opinione pubblica elaborano il ricordo. Perché ci sono fatti di sangue che si vuole rafforzino il comune sentire, di una parte più o meno ampia della collettività, e altri che ragion di Stato e ideologia rigettano come corpi estranei.

All’aeroporto «Leonardo Da Vinci» di Fiumicino i corpi estranei sono quarantotto. Tante le vittime causate dal terrorismo arabo-palestinese nel corso di due diversi attentati, nel 1973 e nel 1985. E il primo di questi è un modello di rimozione storica esemplare.

«A mio fratello Antonio hanno conferito la medaglia d’oro al valor militare – spiega Angelo Zara -, il suo nome compare su due caserme, su un pattugliatore della Guardia di finanza e sulla targa di una piazza nel paese. Ma questa storia è ancora un buco nero: non ho mai avuto notizia di un’indagine, di un processo. Solo tempo dopo ho appreso dai giornali che il Mossad aveva scovato i terroristi». Daniela Ippoliti aveva nove anni quando le uccisero il padre. Ricorda il funerale così vicino al Natale, l’assedio sfrontato dei giornalisti e poi il silenzio. «I colleghi di lavoro gli dedicarono un busto, ma dove siano finiti i terroristi e perché fecero quella strage non ce l’ha mai detto nessuno. Siamo stati dimenticati».
Un abbandono che si spiega con i numerosi aspetti mai chiariti della vicenda: le ambigue scelte di politica internazionale del nostro Paese negli anni Settanta, la Libia di Gheddafi che ospitava e sosteneva il terrorismo palestinese e il ruolo dei nostri servizi segreti. «Il Sid aveva avuto notizia dell’imminente attacco – racconta il generale Corrado Narciso, fratello di un’altra vittima – ma l’aeroporto non venne messo in sicurezza».
E l’inchiesta fu sbrigativa. Appurò che alle 12 e 50 di lunedì 17 dicembre 1973 un commando composto da cinque uomini di Settembre Nero, proveniente con volo Alitalia da Madrid, aveva aperto il fuoco nella zona transiti dello scalo romano e lanciato due bombe al fosforo in un jumbo fermo sulla pista, uccidendo 32 passeggeri. Tra loro anche quattro italiani: l’ingegnere Raffaele Narciso, il funzionario dell’Alitalia Giuliano De Angelis, la moglie Emma Zanghi e la figlia Monica, di nove anni. Prima di sequestrare un aereo della Lufthansa i terroristi avevano ucciso il finanziere Antonio Zara e preso in ostaggio sei agenti di polizia e un addetto al trasporto dei bagagli, Domenico Ippoliti. Il dirottamento, dopo una tappa ad Atene, che con l’assassinio di Ippoliti aggiunse sangue a sangue, si concluse a Kuwait City tra l’affettuosa simpatia riservata ai terroristi dalle autorità. Alla richiesta di estradizione il governo kuwaitiano oppose un rifiuto, adducendo il carattere «politico» della carneficina.
Pochi mesi dopo i cinque furono affidati all’Egitto e quindi rilasciati come contropartita per la liberazione degli ostaggi di un aereo di linea britannico.
Fin qui la tragica sequenza dei fatti. Ai quali seguì l’immediata rimozione. Lo fece a modo suo l’Unità, evitando di citare nei titoli, nei sommari e nell’articolo di fondo del 18 dicembre l’origine degli attentatori. Vi contribuì il Pci, definendo la strage «un chiaro tentativo di marca reazionaria» contro il popolo palestinese. Fece molto di più la Dc, spingendo il piede sull’acceleratore della politica di appeasement verso il mondo arabo.
A funerali appena conclusi l’allora ministro degli esteri Aldo Moro visitò le principali capitali del mondo arabo, compresa Kuwait City. Ci si aspettava, se non un atteggiamento intransigente, almeno parole ferme e chiare. Invece la richiesta di consegna dei colpevoli fu sacrificata sull’altare della crisi energetica e dell’esigenza di nuove forniture petrolifere. E per scongiurare nuovi attacchi, il governo perfezionò con l’Olp il patto scellerato che avrebbe garantito impunità e libertà di transito agli uomini dell’organizzazione palestinese.
Da allora su quei 34 morti è calato il silenzio. I loro nomi non sono negli elenchi delle associazioni delle vittime del terrorismo e nelle pubblicazioni ufficiali. Una lapide nella zona transiti dell’aeroporto di Fiumicino ricorda solo il sacrificio di Antonio Zara.
Per tutti gli altri, compresi i 14 dell’attentato del 1985 ai banchi della Twa e dell’El Al, non una riga. Passati trentacinque anni dagli eventi ci sembra doveroso rimuovere questa cappa di omertà. Per ricordare chi non c’è più. E per inserire a pieno titolo il terrorismo arabo-palestinese nella galleria degli orrori del Novecento. (qui)

Dobbiamo riappropriarci della lingua, nella sua interezza, dobbiamo riappropriarci della capacità di vedere, nella sua interezza, dobbiamo riappropriarci delle nostre memorie, nella loro interezza. O verremo inesorabilmente spazzati via. Nella nostra interezza.

barbara

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IN CRESCITA IL RAZZISMO IN ITALIA

La ragazza nigeriana
Accusa l’italiano in fila dietro di lei al bancomat di averla aggredita con insulti razzisti e picchiata; l’italiano nega, sostenendo di essere stato lui, al contrario, a essere aggredito dalla ragazza. Lei viene creduta, lui no, e si grida all’ennesimo episodio di razzismo. Il video registrato dalla telecamera di sorveglianza dimostra però che è stata lei ad aggredire l’italiano con morsi e calci, ma fino a quando si avevano solo la parola di lei contro la parola di lui, la credibilità è stata decisa sulla base del colore della pelle: la negra è stata ritenuta credibile, il bianco no.
E UNO

I giochi del Mediterraneo
L’Italia si aggiudica 56 medaglie d’oro, 55 d’argento e 45 di bronzo, per un totale di 156. E di che cosa parlano giornali e social e opinionisti e intellettuali vari misti? Delle medaglie vinte dalle quattro atlete negre. Unicamente di quelle. Un centinaio e mezzo abbondante di medaglie vinte da onesti atleti bianchi: attenzione zero, celebrazioni zero, entusiasmi zero. Che cos’è che determina chi è degno di attenzione e chi no? Il colore della pelle: i negri lo sono, i bianchi no.
E DUE

Le uova
Improvvisamente una banda di teppisti deficienti inventa il divertentissimo gioco del lancio dell’uovo sodo: ci si riempiono le tasche dei suddetti proiettili e si prendono di mira passanti a caso. Vengono colpiti ragazzi, ragazze, pensionati: nessuno si agita. Poi – il Fato, si sa, è sempre in agguato – accade che in un gruppo di quattro ragazze, tutte prese di mira, una di queste sia negra, ed ecco, si scatena il finimondo. Interviene a gamba tesa la sedicente palestinese (in realtà araba israeliana) Rula Jebreal (tornerò molto presto a occuparmi di lei) con questo spettacolare tweet
uova Rula
da cui apprendiamo che: 1) in Italia abbiamo un governo neonazista; 2) il governo neonazista italiano ha provveduto a classificare i cittadini dividendoli in razzialmente puri e razzialmente impuri; 3) il governo manda in giro bande neonaziste con il compito di attaccare i razzialmente impuri (e qui c’è qualcosa che mi sfugge: perché mai, allora, attaccare una come Daisy, inequivocabilmente riconoscibile come di purissima razza negra?); 4) le minacce contro i razzialmente impuri diventano sempre più omicide (infatti Daisy è sopravvissuta per miracolo).
Altrettanto scatenato, anche se con modalità differenti, il nostro Matteo Renzi,
daisy-osakue-matteo-renzi
per il quale Daisy diventa “selvaggiamente picchiata”. Ora, sicuramente nessuno di noi gradirebbe ricevere un uovo sodo in faccia, soprattutto se hai la sfiga di beccarlo in un occhio, ma essere “selvaggiamente picchiati” – fidati di chi lo sa, caro Matteo – è una cosa diversa. Molto diversa.
Che cosa dobbiamo desumere da tutto questo? Che alcuni gruppi umani possono essere impunemente aggrediti, altri no. E che cos’è a fare la differenza? Ancora una volta, il colore della pelle: ai bianchi si può fare ciò che si vuole, ai negri no. E a quanto pare non sono l’unica a pensarla così
uova in faccia
E TRE (eccetera)

Insomma, dobbiamo prendere atto che siamo di fronte a un vergognoso razzismo biancofobo in costante aumento. Se continua così andrà a finire che diventeremo come il Sudafrica, dove il governo ha deciso di poter espropriare le proprietà dei bianchi senza alcun risarcimento (e ancora non ho capito perché qualcuno lo chiami “razzismo al contrario”: la discriminazione in base al colore della pelle è razzismo, che il discriminante sia bianco nero o blu, che il discriminato sia nero, bianco o ciclamino, è razzismo; non stiamo lavorando a maglia, non c’è un dritto e un rovescio, c’è il razzismo e basta). Razzismo che va denunciato con forza e contrastato con ogni mezzo.

Stabilito questo, vogliamo vedere chi è Daisy Osakue? È figlia di Iredia Osakue, immigrato clandestino (perché non è stato espulso?), arrestato nel 2002 per sfruttamento della prostituzione insieme a Odion Obadeyi, Lovely Albert, sua convivente e madre di Daisy (poi ha cambiato nome in Magdeline) e Silvano Gallo, che aveva formato una gang specializzata nello sfruttamento di decine di prostitute di colore il cui ingresso clandestino in Italia era favorito da un phone center di San Salvario (perché poi non è stato espulso?); riarrestato nel 2006 per una vicenda legata alla tratta delle ragazze nigeriane (perché poi non è stato espulso?); condannato nel 2007 a 5 anni e 4 mesi per associazione a delinquere di stampo mafioso, tentata rapina e spaccio di droga. Sarebbe stato a capo di un’organizzazione a cui venivano attribuiti truffa, intimidazioni, tentati omicidi, lesioni, estorsioni e che esercitava la violenza fisica «con armi bianche e da sparo», con «frustate attraverso lo strumento africano detto kobu-kobu al fine di costringere connazionali ad affiliarsi o di punire chi sgarrava» (perché poi non è stato espulso?). Oggi è il titolare di un centro pratiche per immigrati, la Daad Agency di Moncalieri, che gestisce dai permessi di soggiorno ai ricongiungimenti familiari, nonché mediatore culturale in una cooperativa che gestisce l’accoglienza, la cooperativa sociale Sanitalia service che gestisce 15 strutture in Piemonte (quei famosi centri pratiche; quei famosi ricongiungimenti familiari; quei famosi mediatori culturali. conosciamo, conosciamo), qui.

Concludendo:

È ORA DI DIRE BASTA!

BASTA RAZZISMO!

DICIAMO NO AL RAZZISMO!

NON NE POSSIAMO PIÙ DI RAZZISMO!

barbara

SOCIALMENTE IMPEGNATI

socialmente impegnati
(rubato a lui)
Ma c’è chi, quanto a impegno sociale e solidarietà umana e sensibilità alle tragedie del nostro prossimo, davvero non si risparmia e va anche oltre
emorroidi
(rubato a Fulvio Del Deo).
Poi, volendo, ci sarebbe anche questa bazzecolina qui, ma purtroppo ci si era scaricata la batteria della macchina fotografica e poi avevamo finito la stoffa rossa e poi c’erano gli amici che ci aspettavano per l’apericena e poi comunque, come detto, è proprio una bazzecolina, dai, non è davvero il caso che ci facciamo il sangue amaro per una cosetta del genere (NOTA: i possessori di stomaci delicati si fermino all’articolo ed evitino di scendere alle foto).

barbara

RICOMPAIONO I PACIFISTI

(pensieri in libertà di luigi migliori)

Dopo un lungo silenzio ricompaiono i pacifisti, stavolta sotto forma di marciatori della pace. L’improvviso attivarsi di tante associazioni sul tema della pace, dopo un lungo silenzio, indicherebbe uno stato di pace generale, solo interrotto negli ultimi giorni. Vediamo.
Da molti mesi, in Siria si combatte una sanguinosa guerra civile, ove non si distingue fra donne, uomini, bambini, giovani, vecchi, civili e militari: una macelleria da quasi duecentomila morti e milioni di profughi. Ostinazione di una potenza protettrice di un regime molto discutibile, ignavia di altri, incapacità dell’Europa a svolgere un’unitaria politica estera, ogni nazione europea fa i conti in casa propria, non comprendendo che in tal modo mina il proprio futuro. A fronte di tanto disastro non ricordo, sarà un limite informativo personale e chiedo venia, attivazioni particolari dei pacifisti nostrani.
Da alcuni mesi, nella stessa area siriana ed irachena, milizie sunnite hanno dato vita ad un “califfato”, con conseguente persecuzione di cristiani, dei vari riti, e mussulmani sciiti. Dai racconti dei profughi la vita dei non sunniti non sarebbe particolarmente tutelata: processi ed esecuzioni sommarie non occasionali. Anche in questo frangente l’azione dei pacifisti locali non avrebbe manifestato particolare rilevanza, sempre sulla base dei personali limiti informativi. Il fatto ha spiazzato le diplomazie, tanto che due nemici giurati si son trovati sullo stesso versante della barricata, assolutamente carente l’iniziativa europea, causata dal particolarismo nazionale.
Fallite le primavere arabe, l’islamismo massimalista ha, letteralmente, sconvolto l’area centro africana, dal Sudan alla Nigeria. Morti, stupri, rapimenti di ragazze, violenze d’ogni genere si verificano continuamente: le grandi potenze stentano, riluttanti, ad impegnarsi, Europa compresa, per le solite ragioni. Sebbene tali fatti fossero riportati dai quotidiani, l’universo pacifista, ancora col limite informativo di cui sopra, non si sarebbe distinto.
L’insieme dei pacifisti e dei marciatori della pace si è improvvisamente destato allorché Israele ha deciso di porre fine al bombardamento di missili e mortai provenienti dalla striscia di Gaza, stato a tutti gli effetti, avendo un territorio ed un potere originario, governato da Hamas e nel cui statuto si prevede la fine della presenza dell’entità sionista, con ciò non riconoscendo l’esistenza in diritto dello stato israeliano.
Singolare l’affermazione dei comunicati pacifisti, rivolta allo stato israeliano, circa il sostegno alla prospettiva dei due stati, israeliano e palestinese, allorché Israele riconosce lo stato palestinese ed invece, i palestinesi non riconoscono il diritto d’Israele ad esistere. Giova ricordare che la striscia di Gaza esiste come stato per iniziativa, senza contropartita, d’Israele.
I comunicati pacifisti sottolineano i prezzi e le sofferenze dei cittadini di Gaza, sofferenze e morti causate, gli inviati ONU hanno testimoniato, dalla strategia di Hamas di nascondere armi nei luoghi sensibili, case private, ospedali e scuole, trasformando i palestinesi in scudi umani. Di questo e delle sofferenze patite da bambini e donne israeliane, costretti, da anni, a correre spesso nei rifugi per evitare le bombe di Hamas, non troviamo traccia nei documenti dei pacifisti, tenuta presente la limitatezza informativa personale.
Non possiamo tacere il silenzio di certi ambienti sull’annessione della Crimea e connessa guerra civile in Ucraina, siamo al centro dell’Europa a due passi da noi; non pensiamo ad un filosovietismo di ritorno, ma, se ricordiamo la collaborazione combattente di molti ucraini a fianco dei nazifascisti, per onestà intellettuale, del pari si comportarono i palestinesi.
Per quanto sopra e salva prova contraria, ma il caso della flotilla la dice lunga, considerato lo stato di guerra dell’area da oltre sessant’anni, solo Egitto e Giordania hanno riconosciuto Israele firmando la pace, i comunicati dei pacifisti e dei marciatori della pace evidenzierebbero un profilo di parzialità difficilmente superabile. L’antisionismo è un ottimo veicolo per l’antisemitismo, su questo, storicamente, l’Italia non avrebbe tutte le carte in regola: ricordiamo, esempio minimo, come un anno addietro, il 25 Aprile, l’ANPI non ha voluto la bandiera della Brigata Ebraica, cinquemila giovani ebrei volontari che, nel ’44/’45, combatterono, molti morirono, in Italia per liberarci dai nazifascisti.

p. s. Avrei letto circa l’adesione di scuole alle marce della pace: la scuola ha il dovere di rispettare la coscienza morale e civile dell’utenza, trattandosi prevalentemente di minori, delle famiglie.

Grazie per l’attenzione,
il già Dirigente Scolastico in Cesena luigi migliori

Certo che è dura la vita del pacifista di professione:
dubbio

barbara

DUE PAROLE ALLA SIGNORA MICHELLE

Cara Michelle, perché taci sui rapiti israeliani?

Nessuno in piazza per gli ebrei. Alla giusta mobilitazione della Obama per le ragazze rapite in Nigeria non ha fatto seguito quella per i tre ragazzi presi da Hamas. Michelle, ci spieghi: se sono israeliani si possono rapire?

di Maria Giovanna Maglie

Eyal Yifrah, Gil-Ad Shayer e Naftali Frenkel. Com’è che per tre ragazzini israeliani rapiti da terroristi arabi non vedo mobilitazioni speciali, indignazioni planetarie, campagne a colpi di tweet e vip? Non che cambi niente, le ragazze rapite in Nigeria restano in mano ai terroristi, ci vuol altro che un cartellino in mano a Michelle Obama, un bel tweet «Bring back (…) (…) our girls», e via di nuovo a fingere di coltivare pomodorini e zucchine rigorosamente organic nell’orto presidenziale; ci vuol altro che le telefonate propagandistiche di Matteo Renzi e le magliette della nazionale di calcio con i nomi dei due marò, esibite dal ministro Pinotti per far tornare a casa Latorre e Girone; ci vuol altro anche per i tre ragazzini israeliani rapiti da Hamas. Pure, disturba, e anche in questi tempi di disillusione un po’ indigna, il double standard, l’abitudine volgare di distinguere tra le cause politically correct sulle quali gettarsi in sfoggio di propaganda senza pudore, dalla first lady dell’ordine mondiale all’ultimo consiglio comunale, e quelle meno per bene, un po’ scomode, sulle quali far partire infami distinguo, richiami severi mascherati da solidarietà, richieste alle vittime che alla fine dei conti a dirla tutta assomigliano a quelle dei rapitori terroristi.
Funziona così quando viene intaccato il tabù dell’ipocrisia mondiale pacifista, funziona sempre così quando c’è di mezzo Israele. Non è tanto una questione di comune antisemitismo, so di dire una cosa scomoda, sul quale tra brutti libri, pessimi film, pellegrinaggi ai lager che furono, e abbastanza inutili Giornate della Memoria, il senso di colpa cambia forma, si acqueta e vince pure gli Oscar; è che l’antisemitismo quello profondo si è convertito in causa palestinese, ha preso le vesti di critica e pregiudizio verso lo Stato di Israele, comanda le organizzazioni internazionali e le commissioni europee, lambisce e anche penetra tanti ebrei d’occidente, ha caratterizzato la pessima presidenza di Barack Obama in uno strappo terribile con la tradizione degli Stati Uniti. Un alibi stantio, ché io posso anche non poterne più di sentir ricordare retoricamente l’Olocausto, figuriamoci la Resistenza, e vorrei non essere additata per questa saturazione a pubblico scandalo, ma mai dimentico che quello Stato piccolo e guerriero è l’avamposto d’Occidente in territorio nemico, che lo sterminio di ieri si riscatta oggi in Medio Oriente.
Invece che ci tocca leggere? Che, lancio Ansa del 18 giugno, «Amnesty chiede immediato rilascio 3 ragazzi rapiti», ma subito dopo che «Israele sospenda immediatamente le punizioni collettive». Che sono in realtà due misure indispensabili: la chiusura del distretto di Hebron e del valico di Erez tra Gaza e lo Stato israeliano, che serve a impedire il trasferimento dei tre ragazzi nella Striscia, e la detenzione dei membri dell’organizzazione terroristica Hamas, dai quali si possono ottenere informazioni vitali. Seguono articoli di quotidiani vari, ma vi raccomando di non perdervi le perle di Avvenire, informazioni che negano qualsiasi coinvolgimento di Abu Mazen e dell’Autorità Palestinese, peccato che il governo da lui messo in piedi di Fatah-Hamas qualche agevolazione di circolazione ai terroristi islamici l’ha certamente fornita; altre che sostengono che il nuovo ostacolo alla pace siano non il terrorismo o i sequestri, ma la costruzione di nuove case a Gerusalemme. Peccato anche che, l’ho visto ricordato solo su Repubblica, a Hebron circoli un manuale di Hamas di 18 pagine, titolo «Guida per il rapitore», con suggerimenti e consigli per rapire israeliani e ottenere in cambio la liberazione di detenuti palestinesi.
Quanto alla Nigeria, senza un adeguato pagamento o un’azione di forza, le 276 studentesse della scuola di Chi-bok rapite dai Boko Haram il 14 aprile scorso non saranno liberate, e la campagna di buonismo mondiale servirà soltanto ad alzare il prezzo del riscatto e a far diventare più famosi in Africa i talebani neri. Impazzano, va detto, da anni, nell’indifferenza dell’Occidente: hanno massacrato cristiani, bruciato le chiese in cui li hanno sorpresi a pregare, hanno ucciso migliaia di nigeriani, e due italiani, Franco Lamolinara e Silvano Trevisan, sono nelle loro mani Giampaolo Marta e Gianantonio Allegri, i due preti italiani rapiti il 4 aprile, con la suora canadese Gilberte Bussier. Il gruppo di fanatici islamici Boko Haram sconfina allegramente dalla Nigeria in Camerun. Sono terroristi in nome e per conto dell’islam, come quelli che hanno rapito i tre ragazzi israeliani, come quelli che Israele non rinuncia a combattere.

(Libero, 20 giugno 2014)
michelle

Nel frattempo anche il papa continua a tacere – ritenendo, evidentemente, di avere portato a termine la sua missione fermandosi in accorato silenzio accanto a quel muro che vergognosamente impedisce ai terroristi di fare carneficine di ebrei e accogliendo l’imam che ha pregato per la sconfitta degli infedeli – mentre l’inviato dell’Onu Robert Serry, coordinatore per il processo di pace in Medio Oriente, tenta di far trasferire a Hamas 20 milioni di dollari e critica i tentativi di Israele di trovare e liberare i tre ragazzi rapiti. Come già ho avuto occasione di dire, la prostituzione è davvero un mestiere redditizio, e quindi assai ambito.
(E Rachel Frenkel, mamma di Naftali, invoca: “Io credo che ritorneranno, ma se così non dovesse essere, per favore, siate uniti. Siate uniti”)

barbara

 

IO, SAFIYA

La savana. Terra calda, a perdita d’occhio, ocra rossastro come i cespugli, le acacie e i baobab all’orizzonte. Ci ero nata, l’avevo percorsa centinaia di volte, la savana, sempre così, a piedi nudi, ma quella mattina mi sembrava di non riconoscerla. Nel mio cuore la sentivo estranea, ostile, come tutto quello che mi era stato familiare, il mondo dove mi sentivo al sicuro, la gente che consideravo amica. Quel mondo e quella gente avevano scelto per me il peggiore dei destini. Una fine atroce che da due giorni cercavo di fuggire.
Il mio destino… Impossibile non pensarci. Stava là, al margine dei miei pensieri, come un’ombra malvagia in agguato, pronto a balzare fuori per terrorizzarmi ogni volta che i miei occhi si posavano su una pietra, una delle tante sparse sulla terra polverosa. Le pietre mi avrebbero straziata e uccisa. Il mio destino era la lapidazione. Mi vedevo sepolta fino alle spalle nella terra, la testa coperta da una tela di sacco e poi sentivo le pietre, a pioggia, scagliate con forza contro di me, sulla mia testa fino a quando io non avrei esalato l’ultimo respiro… sentivo il dolore, sentivo il sangue che mi colava sul viso e mi chiedevo quanto sarebbe durato, quel supplizio, prima che venisse la morte a liberarmi.
In un certo senso ero già morta, pensavo mentre avanzavo a fatica nell’afa soffocante. Con la fuga non mi ero lasciata dietro solo il mio villaggio, Tungar Tudu, ma le mie stesse radici. Dietro di me avevo tutto, davanti a me solo il buio, la paura e la morte. Ma anche l’unica certezza, l’unica cosa per cui sentivo di dover lottare e sopravvivere: Adama, la mia bambina. Lei era con me, la sentivo sulla mia schiena, fagottino morbido e caldo. Adama, causa inconsapevole del mio dramma…
Avevo paura, più di quanta ne avessi mai avuta in tutta la mia vita. Era la paura dell’animale braccato, una paura così forte da farmi avanzare senza meta in quel paesaggio infuocato. Ero allo stremo delle forze. Quanto avrei resistito ancora? E Adama, così fragile e piccola, per quanto tempo sarebbe sopravvissuta? Le poche scorte di viveri che avevo portato con me al momento della fuga si erano rapidamente esaurite. Niente più carne secca né farina e nemmeno latte. Restava un po’ d’acqua, ma volevo conservarla per quando Adama si fosse svegliata.
Il sole adesso era alto nel cielo. Se avessi proseguito, sarei morta con la mia bambina. Dovevo trovare un riparo e aspettare il tramonto per riprendere la marcia. Poco distante da me, c’era un albero. Lo raggiunsi a fatica, ma quando stavo per stendere a terra la stuoia vidi in lontananza delle sagome in movimento. Cammelli e, dietro di loro, un pastore… Se lo avessi raggiunto avrebbe potuto darmi del cibo, dell’acqua! Raccolsi le forze per gridare e attirare la sua attenzione, ma qualcosa me lo impedì. No! Non chiamarlo! Stai nascosta! Ormai in tutti i villaggi sapranno della tua condanna e chi ti vedrà lo dirà alla polizia…
Disperata, mi lasciai cadere lungo il tronco, gli occhi fissi sul pastore fino a quando scomparve, inghiottito dalla foschia giallastra. A quel punto piansi, per la prima volta da quando avevo lasciato il villaggio. Adesso ce l’avevo davvero di fronte, l’immensità della mia solitudine. Nessun essere umano avrebbe potuto aiutarmi. Che cosa sarebbe stato di me e della mia bambina? Guardai Adama. Ignara di tutto, si era addormentata sulla stuoia. Io rimasi sveglia, ad attendere che il sole scendesse. Avevo sempre amato quel particolare momento della giornata. Mi piaceva lasciare ogni attività per fantasticare e sognare, osservando i cambiamenti dei colori e i bizzarri disegni che le ombre allungate tracciavano sul terreno. Ma quel pomeriggio, quando finalmente il sole incominciò a calare all’orizzonte, non provai nessuna sensazione piacevole. Indifferente all’aria che rinfrescava, svuotata di ogni energia, nel corpo e nello spirito, mi rimisi stancamente la piccola sulle spalle. Il pastore doveva senz’altro essere diretto a un pozzo per abbeverare i cammelli. Sarei andata anch’io da quella parte. L’acqua era più importante del cibo, se volevo sopravvivere.
Mi avviai. Avevo la gola riarsa, la bocca secca. Tutto sembrava sfumato, non capivo se per la calura o per la mia debolezza. Ormai strascicavo i piedi, ogni passo mi costava sempre più fatica.
Adama incominciò a piagnucolare. Non faceva un pasto vero da due giorni, povera piccolina, doveva sentirsi ancora peggio di me. Mi fermai per farle bere le ultime gocce d’acqua. La bambina le inghiottì avidamente e io mi chiesi angosciata che cosa sarebbe successo se non avessi trovato al più presto il pozzo, poi ripresi il cammino. Il paesaggio ormai si confondeva, vacillavo, di tanto in tanto incespicavo. Camminai e camminai, fino a quando scese la sera e ancora, fino a notte fonda, quando mi resi conto che nell’oscurità assoluta proseguire non aveva senso. Non avevo trovato il pozzo, forse avevo addirittura sbagliato strada. Forse Dio voleva veramente che fossi lapidata, perché avevo davvero commesso una colpa gravissima che la mia incoscienza mi impediva di comprendere…
Stesi la stuoia ai piedi di un albero, vi deposi Adama e mi lasciai cadere vicino a lei, la schiena contro il tronco. Come temevo, la bambina si svegliò. Il suo pianto disperato mi strinse il cuore. Era terribile sapere che aveva fame e sete e non poterle offrire altro che il mio affetto. La presi in braccio, la accarezzai, le parlai sottovoce. Adama si calmò. Poco dopo il suo respiro regolare mi disse che si era riaddormentata.
Sotto quell’albero, nel buio, il pensiero del mio destino fu libero di riassalirmi. Le pietre, il dolore, il sangue. Il mio sangue… La morte… A poco a poco scivolai nel sonno, in preda agli incubi.
Mi svegliai all’alba. La terza alba dalla fuga.
Adama dormiva ancora, ma da un momento all’altro si sarebbe svegliata. La sete e la fame l’avrebbero fatta piangere di nuovo, senza che io potessi aiutarla.
Non svegliarti, piccolina, continua a dormire, pensavo. È meglio, non sentirai la fame, la sete, il dolore…
Nella tristezza di quel momento, guardandola, capii che non c’era niente che contasse più di lei, nemmeno la mia sopravvivenza. Era la sua, quella importante. Pur di salvarla ero pronta a perdere me stessa. Se fossi riuscita ad arrivare a un villaggio, mi sarei consegnata alla polizia e Adama sarebbe stata salva. Lì nella savana invece saremmo morte entrambe. Ormai anche il pensiero della lapidazione mi sembrava preferibile alla fine in quel luogo. Meglio morire fra gli uomini, uccisa dagli uomini, che soccombere così, proprio come le bestie braccate.
Safiya-Adama
Safiya con il corpo del reato

Conosciamo tutti Safiya e la sua drammatica storia. Tutti abbiamo seguito con trepidazione la sua vicenda. Tutti abbiamo firmato gli appelli inviati alle autorità del suo Paese per invocare la sua salvezza. Ora, in questo libro, possiamo conoscere la sua storia nei dettagli.
In una Nigeria sempre più succube dell’islamismo più fanatico, Safiya viene condannata alla lapidazione per “adulterio”: ripudiata dal marito per volontà della famiglia di lui, finisce per cedere all’implacabile corteggiamento di un uomo che continua a prometterle di andare dal padre di lei a chiederla in moglie. Rimasta incinta, resiste strenuamente ai tentativi dell’uomo di farla abortire e in tal modo la sua “colpa” diventa evidente, e da vicenda individuale finisce per assurgere a strumento politico: i fautori dell’islamismo più radicale vogliono la sua morte come segno tangibile della vittoria della sharia, i loro avversari ne vogliono la salvezza, oltre che per ragioni umanitarie, anche per dare un segnale forte ai fanatici, per dimostrare che la nazione non è disposta ad arrendersi alla loro follia senza combattere con tutte le proprie forze. Le consuetudini locali, però, sono tutte contro Safiya: al processo il suo seduttore dapprima ammette di avere avuto rapporti sessuali con lei, poi, su consiglio del fratello, ritratta tutto, arrivando a negare di averla mai conosciuta. Il giudice stesso, avendo notato che la bambina è praticamente la fotocopia del padre, invita il pubblico ad osservare quella straordinaria somiglianza, ma lui rimane fermo sulla ritrattazione, e quindi (è un uomo!) quella diventa l’unica verità accettata e messa a verbale.
La salvezza arriverà proprio dalla diffusione della sua vicenda a livello mondiale e dalle conseguenti pressioni internazionali. Servirà tuttavia, perché i giudici possano permettersi di assolverla senza perdere la faccia, che l’avvocato scovi tra i meandri delle norme islamiche un cavillo di ordine religioso da opporre ai giudici stessi, ossia che l’assoluzione avvenga nel pieno rispetto delle più rigide norme islamiche. E il cavillo che riesce alla fine a trovare, è veramente il più assurdo che si possa immaginare: il Profeta ha affermato che il seme del marito può dimorare nel grembo della donna fino a tre anni in una sorta di “letargo” per poi svegliarsi e fecondare. E dato che la gravidanza è iniziata entro i tre anni dal divorzio di Safiya, non è possibile escludere che la bimba sia figlia del marito.
Il libro, in cui Raffaele Masto raccoglie il racconto di Safiya, è molto bello e coinvolgente, e soprattutto utile a comprendere situazioni e risvolti che difficilmente trovano spazio nelle cronache dei giornali. Certo, se il coautore si fosse risparmiato di impartirci la lezioncina su quanto la civiltà islamica sia superiore alla nostra sul piano etico e morale (è vero, ci sono la lapidazione, la poligamia, il ripudio, però ai matrimoni loro preparano anche un tavolo per i poveri affinché possano mangiare anche loro) staremmo meglio tutti, ma insomma, non si può avere tutto dalla vita. Ecco, io sono contenta di averlo letto, e lo suggerisco anche a voi.

P.S.: certo che fa abbastanza impressione pensare che questa vecchia
Safiya Hussaini
è una donna di trentacinque anni.

Safiya Hussaini Tungar Tudu con Raffaele Masto, Io Safiya, Sperling Paperback
io safiya

barbara