GLI INVASORI OCCUPANO LISICHANSK

e gli invasi li ricevono come meritano

“We stand in line, and here the Armed Forces of Ukraine begin to shoot at us” The inhabitants of Lisichansk are gradually getting used to living without the yoke of the nationalists, who opened fire on people even when they simply went for water. They come out to greet the military of the Russian Federation and the LPR and leave their hiding places in the basements. Some hang Russian flags on their balconies:

Scene dalla Lisichansk liberata “Vi aspettavamo dal 2014… vi aspettavamo…. si sono ritirati? Grazie a Dio… non ve ne andrete più vero?”

E quest’altro video lo dedico a quelli che “I russi si aspettavano di essere accolti coi fiori!”

La popolazione di Lisichansk accoglie così la liberazione della città dopo 8 anni di occupazione dei nazisti ucraini:

E ancora un po’ di roba qui

Poi ogni tanto c’è fortunatamente qualcuno che si ricorda che in Ucraina, oltre al buffone stipendiato dalla nota cricca, c’è anche il popolo ucraino, fra il quale magari potrebbe anche essere che non siano proprio tutti nazisti. E che magari avrebbe piacere di avere un po’ di voce in capitolo sul proprio destino.

Quanto conta la volontà del popolo in Ucraina?

Se l’Ucraina viene sconfitta in guerra, perderà anche la democrazia e [perderanno] gli Stati Uniti. Questa opinione è stata espressa in un’intervista a NBC News dal presidente Volodymyr Zelensky.
Non abbiamo il diritto di perdere… Se perdiamo, non importa chi e cosa dicono, perderà la democrazia, il che significa che perderanno gli Stati Uniti. Gli stati europei che dichiarano i valori di cui tutti parliamo così molto perderà”, ha detto il capo dello Stato, rispondendo alla domanda di un giornalista.
Inoltre, Zelensky ha affermato che l’Ucraina ha bisogno della parità con la Federazione Russa in termini di armamenti e quindi avrà bisogno di molte più armi di quelle già consegnate dagli Stati Uniti [comprese 9000 testate nucleari?].

Un futuro di sangue

Il Presidente è anche fiducioso che la guerra finirà sicuramente con la vittoria dell’Ucraina e che “costruiremo un nuovo Stato. Uno Stato da sogno”, aggiungendo che però non sa quanto tempo e risorse ciò richiederà.
Un’altra dichiarazione di Volodymyr Zelensky in un’intervista alla NBC riguardava il fatto che, a suo avviso, il Cremlino aveva sottovalutato il potenziale dell’Ucraina prima dell’inizio delle ostilità:
Penso che (la parte russa) in generale abbia sottovalutato l’Ucraina, invece tutto è diverso, a diversi livelli. Penso che questo sia positivo da un lato, perché se avessero saputo che sarei rimasto, che il potere sarebbe rimasto solido, che la gente avrebbe difeso le proprie case difendendo le proprie case a mani nude, se lo avessero saputo, si sarebbero preparati a questa guerra su scala ancora più ampia”.
Che dire di fronte a questi vaneggiamenti? Non so se vi rendete conto che le tesi di Zelensky confliggono con la realtà. Essenzialmente perché questo tipo di enunciazioni non corrispondono ai desideri e alla sofferenza della popolazione. Laddove la realtà è il protrarsi del conflitto ed il continuo afflusso di armi occidentali, che portano solo più morte e distruzione.

Il metodo di portare l’armonia: i battaglioni punitivi

Se Zelensky per 8 anni ha avuto bisogno di tenere le terre del Donbass sotto il tacco dei ‘battaglioni punitivi’ per assoggettare le diversità culturali e linguistiche locali, è segno che la propria idea di nazione non è esattamente la valorizzazione di ciò che già c’è, ma la proiezione di un disegno ideologico che trova nel nazionalismo estremo (di una sola delle fazioni nell’intricata demografia del paese), il suo approdo.
In definitiva, Zelensky non rappresenta il paradiso in terra ma uno stato oppressivo, dove una piccola minoranza – alla pari del movimento 5 stelle in Italia – ha irretito la popolazione promettendo la pace in Donbass. Poi ha sconfessato tutto.
L’unico traguardo che Zelensky ed il suo entourage ha, è la perpetuazione del potere stesso e dell’iper nazionalismo, ove questi può far a meno della stessa società civile, quando non si omologa ai suoi standard.
Altra pessima pagina trattata con indifferenza ed addirittura con compiacimento dai nostri media di regime, è la prospettiva di ‘riconquistare’ le città ‘perdute’ nel Donbass ove la popolazione è del tutto propensa a rimanere sotto la Russia, piuttosto che tornare sotto il regime oppressivo di Kiev. Questa non è una mia valutazione ma niente di più di quanto raccolto da molti giornalisti prima a Mariupol e poi oggi a  Lysychansk tramite innumerevoli testimonianze.
Oh democratico occidente, quanto – nella tua scala di valori – conta la volontà della popolazione che tanto richiami nei tuoi discorsi? Finora questo argomento non ha trovato mai spazio nei report di guerra, come neanche negli approfondimenti eteroguidati.

Inaccettabili le attestazioni di Zelensky di amare il proprio popolo

Termino questo post con un paragone che non dà adito a sospetti di ‘spirito di parte’ (con questo si liquida oggi ogni opinione ragionata): il governo di Zelensky ha prima privato dell’acqua la Crimea (come pure dell’elettricità), poi ha privato delle pensioni tutti gli abitanti delle città del Donbass cosiddette ‘liberate ‘e bombardato costantemente il sistema idrico e i quartieri residenziali, alla pari di un esercito di invasione. Questo è in modo molto anomalo per catturare i cuori di queste popolazioni. È evidente che la linea scelta da Zelnsky è quella assimilazione della riconquista, i vertici statali non si sono mai discostati da questo, anche prima del 24 febbraio. In definitiva, qui si tratta della legittimità di menar duro in famiglia rispetto ad un estraneo che mena duro in famiglia altrui. Ora, se guardiamo il tutto dal punto di vista ella famiglia, non ravviseremo poi grandi differenze. Ma senz’altro certe azioni violente sono più esecrabili se compiute dalla parte di chi si identifica come appartenente ad una data famiglia.

Assad meglio di Zelensky

Forse non tutti lo sanno, ma in una situazione percepita in modo analogo dai nostri media, in Siria, quello che l’occidente descrive come un dittatore , Assad, dal 2011 non ha mai smesso di far percepire le pensioni e gli emolumenti statali ai propri cittadinineanche nelle regioni occupate dagli estremisti islamici nella provincia di Idlib. Questo è la differenza di un presidente che rispetta il suo popolo, rispetto ad uno che è solo un burattino delle potenze occidentali.
Ora sebbene l’operazione militare russa o l’invasione che dir si voglia è opinabile, difficile da interpretare per molti aspetti e oggetto di critiche; è pur vero che le azioni dell’establishment ucraino sono indegne di una classe dirigente che si definisce democratica, libera e patriottica.
Una leadership democratica non si comporta così, non opprime il suo popolo, non scioglie i partiti, non spegne le televisioni, non limita la libertà di parola e di critica, non cerca di spegnere le diversità culturali e linguistiche in nome di una grandezza demagogica che in fin dei conti è solo becero servilismo.
patrizio ricci by VPNews, qui.

E poi c’è quella buffa storia dell’atleta. Ve ne propongo due versioni: a voi la scelta su quale sia quella vera.

VECCHI METODI

Sembra proprio che Ivan Fedotov, giocatore russo di hockey su ghiaccio e considerato il migliore portiere della Federazione, non possa andare più negli Stati Uniti a giocare con i Philadelphia Flyers (contratto firmato il maggio scorso).
A Putin la cosa non è piaciuta, così il giovane giocatore è stato prelevato nella sua casa di San Pietroburgo, messo in un furgone blindato e portato nel più vicino ufficio di reclutamento. Sarebbe infatti, un “disertore”. Da lì, con un’ambulanza, è stato poi portato in una clinica, per non meglio specificati controlli.
Quando si ha la fortuna di vivere in Russia perchè volere andare negli Stati Uniti?

Ecco una bella deformazione dell’informazione.
Fedotov, gioca nel CSKA e suo cartellino è di proprietà del CSKA. CSKA è di proprietà del ministero della difesa.
Come da noi, ci sono atleti prestati dalle forze armate, polizia, GDF, etc.
Il portiere 25enne voleva rescindere il contratto con il CSKA Mosca e trasferirsi al Filadelfia.
Il portiere è stato quindi condannato per rescissione abusiva del contratto, anche perché in passato non aveva prestato servizio nell’esercito russo.
Sarebbe successo anche da noi, con l’accusa di eludere il servizio di leva obbligatorio.

Niente, proprio non ce la fanno, se non inventano ogni giorno la loro vaccata non vivono (a qualcuno piace l’odore del napalm la mattina presto).

Aggiungo un’immagine che mi piace un sacco

E ora buoni, che vi porto al lago

(Certo che senza quel fastidiosissimo cicalare della commentatrice, lo spettacolo avrebbe tutto da guadagnare)

barbara

E BOMBA SU BOMBA

noi, abbiam distrutto il Donbass, il Donbass,
insieme a voi (che ce le regalate)

Ucraina: «Fiat iustitia, pereat mundus»

“Non cederemo il Sud dell’Ucraina alla Russia”. Così Zelensky ieri, mettendo una pietra tombale sulle possibilità di avviare a breve un negoziato con i russi. In tal modo ha voluto rispondere, in maniera pubblica e inequivocabile, alle richieste di Macron e Scholz, i quali, nel corso delle visita a Kiev (insieme a Draghi) [non è un bijou quel Draghi fra parentesi?], gli avevano chiesto di riprendere i negoziati.
Nulla di fatto, il presidente che ostenta la magliettina verde dell’esercito in ogni circostanza, non può smarcarsi dall’America, che non gli consente alternative alla guerra. A rafforzare il rilancio di Zelensky, la parallela dichiarazione del Segretario generale della Nato Jens Stoltenberg, il quale ha affermato che la guerra “potrebbe durare anni“.
Se nei giorni scorsi il “partito della pace” aveva avuto un sussulto in Occidente, aprendo spiragli, si può registrare con certa tristezza che tale accenno di vitalità è stato prontamente tacitato. D’altronde era abbastanza evidente anche nei report del viaggio della speranza (per usare un termine in uso ai pellegrinaggi religiosi) di Scholz e Macron: ben pochi media importanti avevano riferito della richiesta avanzata dai leader (e chi ne ha riferito lo ha fatto con la distrazione del caso), limitandosi a ribadire il mantra dell’ingresso dell’Ucraina nella Ue.
La definizione “partito della pace” l’abbiamo ripresa da Steven Erlanger, cronista del Times e premio Pulitzer, il quale, interpellato da Yana Dlugy per il New York Times, ha detto che sull’Ucraina in Occidente si registra il conflitto tra il “partito della pace” e il “partito della giustizia”.
“Il partito della giustizia – spiega Erlanger -, formato fondamentalmente dall’Europa dell’Est, gli Stati baltici e la Gran Bretagna [e gli Usa, ovviamente], ritiene che c’è in ballo qualcosa di più dell’Ucraina, che è a tema la sicurezza europea. E che se Putin non si sente sconfitto, se non si ferma qui, allora, in qualche modo, proseguirà” nella sua assertività.
“Il partito della pace teme che gli obiettivi del partito della giustizia siano l’estensione della guerra, fino a rischiare un’escalation, al coinvolgimento dei paesi della NATO nella guerra, con il fine di mettere Putin all’angolo”.
C’è qualcosa di vero in queste righe, ma ancora più corretta la considerazione conclusiva, cioè che se l’America non sostenesse più l’Ucraina, la guerra finirebbe rapidamente, se non subito.
La cessazione delle ostilità vedrebbe non tanto Mosca invadere Kiev – mossa che minaccerebbe del caso solo per forzare la mano all’avversario – quanto la leadership ucraina aprirsi subito al negoziato, che i russi accoglierebbero con favore, potendo dichiarare chiusa la guerra e proclamare la vittoria.
In realtà, lo scontro in atto non è solo tra un’asserita “giustizia” e una irenica “pace”, ma soprattutto tra una politica estera improntata al realismo e quella, dominante in America (e, in subordine perché subordinata, in Europa), forgiata dall’ideologia iper-liberista e/o neoconservatrice.
Tale scontro è descritto molto bene in un articolo di Sumantra Maitra sul National Interest, al quale rimandiamo. In questa sede ci limitiamo a riportare una riflessione di Hans Morgenthau ivi riportata sulla necessità del realismo in politica.
“Il realismo sostiene che i principi morali universali non possono essere applicati alle azioni degli Stati nella loro formulazione universale astratta, ma che devono essere filtrati attraverso le circostanze concrete del tempo e del luogo. L’individuo può dire: “ Fiat iustitia, pereat mundus (Sia fatta giustizia, anche se il mondo perisce),” ma lo Stato non ha il diritto di dirlo in nome di coloro che sono sotto la propria tutela”.
“Sia l’individuo che lo stato devono giudicare l’azione politica in base a principi morali universali, come quello della libertà. Tuttavia, mentre l’individuo ha il diritto morale di sacrificarsi in difesa di un tale principio morale, lo Stato non ha il diritto di far sì che la sua disapprovazione morale per la violazione della libertà ostacoli un’azione politica di successo, a sua volta ispirata dal principio morale di una sopravvivenza nazionale. Non può esserci moralità politica senza prudenza; cioè, senza considerare le conseguenze politiche di un’azione apparentemente morale” .
Riflessione che il cronista del NI commenta spiegando che se certo il realismo non è alieno da aspetti negativi, “non è paragonabile alle crociate per la democrazia degli ultimi trent’anni”.
Commento precipuo, dal momento che anche il sostegno all’ucraina e alla sua lotta “fino all’ultimo ucraino” contro l’invasore, se pure all’inizio poteva identificarsi come un doveroso sostegno verso l’aggredito, oramai, caduta tale foglia di fico, ha assunto l’aspetto di una crociata per la libertà e la democrazia proprio delle guerre infinite.
Tale natura religiosa, che non consente dissidenza (la dissidenza è eresia), fa di questa guerra un conflitto esistenziale e insanabile, escludendo a priori non solo il negoziato, ma la stessa idea del negoziato. Tanto che nelle disquisizioni degli esperti e degli analisti che parlano a nome e per conto del potere dominante, il negoziato non è neanche evocato se non come vago residuo colloquiale per rassicurare le masse.
Nulla importa che il mondo sia flagellato dalle conseguenze della guerra e soprattutto delle sanzioni: inflazione e rischio stagflazione in Occidente, fame in Africa, turbolenze e violenze di piazza diffuse all’orizzonte, rischio di nuove ondate migratorie, incremento della destabilizzazione globale… solo per parlare delle conseguenze certe, che all’incerto non c’è limite.
Già, nulla importa: Fiat iustitia, pereat mundus. Dove, ovviamente, la giustizia è Cosa loro.
20 giugno 2022, qui.

Sì, direi che il richiamo alla mafia ci sta tutto.

Nuovo comandante esercito inglese: “Prepariamoci a combattere nuovamente in Europa”

Dal Regno Unito giungono le roboanti dichiarazioni di un pezzo grosso dell’esercito a scaldare ulteriormente il clima e le tensioni politiche internazionali.
Dichiarazioni che non lasciano preludere a niente di buono, con una distensione sempre più lontana sul fronte del conflitto che vede schierati da una parte i russi e dall’altra gli ucraini, dietro la regia degli Usa che si stanno spendendo tanto in termini di finanziamento militare e appoggio di intelligence a Kiev; accanto a Washington, un ruolo di primo piano hanno poi i fidi alleati britannici.
L’annuncio è stato dato qualche ora fa da THE SUN, secondo quotidiano in lingua inglese più venduto al mondo: il generale Sir Patrick Sanders, il nuovo comandante dell’esercito, – scrive il tabloid britannico – ha affermato che “l’assalto sanguinario di Putin all’Ucraina ha scosso le basi della sicurezza globale”. In un primo messaggio rivolto a ogni soldato in servizio, ha detto che “il mondo è cambiato da quando il dittatore russo aveva invaso l’Ucraina il 24 febbraio”. [A me veramente sembra che “il mondo” sia cambiato da quando Biden ha decretato le sanzioni e imposto a mezzo mondo di seguirlo, e ad armare sempre più pesantemente l’Ucraina imponendo parimenti a mezzo mondo di seguirlo. Carina poi la cosa di chiamare dittatore Putin mentre viene chiamato universalmente “presidente” Abu Mazen]
Sanders ha promesso di forgiare un esercito in grado di battere la Russia in battaglia e ha avvertito le coraggiose truppe britanniche che ora devono prepararsi “a combattere ancora una volta in Europa”.
Il generale, nel suo nuovo ruolo da lunedì scorso – continua The Sun- ha dichiarato: “Ora c’è un imperativo ardente di forgiare un esercito in grado di combattere al fianco dei nostri alleati e sconfiggere la Russia in battaglia”.
Ancora, “L’invasione russa sottolinea il nostro scopo principale: proteggere il Regno Unito essendo pronti combattere e vincere guerre sulla terraferma”. [Nel senso che il Regno Unito sta rischiando di essere invaso dalla Russia? Ganzo!]
Sanders, 56 anni che ha condotto operazioni militari in Irlanda del Nord, Kosovo, Iraq e Afghanistan, ha promesso inoltre che avrebbe accelerato i piani per modernizzare l’esercito e renderlo funzionale a dispiegarsi all’estero per rispondere più rapidamente alle crisi.
Affermazioni forti che si aggiungono a quelle del primo ministro, Boris Johnson, che reduce dalla sua recentissima visita a Kiev ha annunciato: “sarebbe una catastrofe se Putin vincesse” e ha assicurato a Zelensky che “il Regno Unito è pronto a lanciare un’importante operazione per addestrare le forze armate ucraine, addestrando fino a 120.000 soldati ogni 120 giorni per prepararli al combattimento contro i soldati di Putin”.
FRANCESCO FUSTANEO, qui.

Una piccola domanda: da quando in qua sono i militari e non i parlamenti a decretare le guerre? Un’altra piccola domanda: tot soldati ogni 120 giorni cioè ogni 4 mesi: per quanti turni? Ossia per quanti anni hanno già deciso che questa guerra CHE NON LI RIGUARDA ma che distruggerà tutti noi dovrà continuare?

Assedio di Kaliningrad: nient’altro che una provocazione per l’estensione del conflitto

Le ferrovie lituane porranno delle limitazioni alle merci che transiteranno nella regione di Kaliningrad e ciò è riferito ad un ampio elenco di merci soggette a sanzioni. Le modifiche sono entrate in vigore sabato 18 giugno. Lo ha annunciato il governatore Anton Alikhanov nel suo canale telegram: “… Ci siamo semplicemente confrontati questo pomeriggio con il fatto che da domani queste merci non saranno accettate per il trasporto. Secondo le stime preliminari, si tratta dal 40 al 50% della gamma di merci trasportate tra la regione di Kaliningrad e altre regioni della Russia … “
Secondo Alikhanov, i materiali da costruzione e prodotti finiti esportati dalla regione di Kaliningrad a altre regioni della Russia rientrano nel divieto.
La posizione dell’exclave di Kaliningrad è la sua vulnerabilità critica. A rigor di termini, è impossibile in linea di principio detenere un tale territorio, quindi la questione del suo status, prima o poi, sarebbe sorto. C’è un deja vu piuttosto persistente: proprio questo territorio divenne la causa immediata della seconda guerra mondiale, quando Hitler consegnò un ultimatum alla Polonia per un corridoio extraterritoriale verso la Prussia orientale. Oggi la storia si ripete.
Il problema è evidente: oggi l’ultimatum alla Lituania sarà presentato in condizioni incommensurabilmente più difficili. L’esercito russo si sta dissolvendo nelle steppe ucraine e sarà molto problematico aprire un altro fronte, anche se si trattasse solo di fronteggiare la Lituania. E lei è un membro della NATO, e quindi tutto è molto più serio.
Il blocco di Kaliningrad è in realtà una risposta al conflitto ucraino, alla sua internazionalizzazione. E dato che l’insieme dei paesi baltici, come tutta la “giovane Europa”, è sotto il patrocinio degli Stati Uniti e, in primis, della Gran Bretagna, questa è la mossa degli anglosassoni nella lotta contro l’Europa continentale . La Russia qui e solo il tramite.
Non ha senso discutere che la Russia ha un’enorme numero di potenziali territori di conflitto lungo tutti i confini. I suoi avversari hanno una ricca scelta di risposte e di eventuali escalation lungo la maggior parte del perimetro dei confini russi, dall’Artico all’Asia centrale.
Qual è il prossimo? In generale, il blocco di Kaliningrad pone una scelta ovvia: la regione non è nella posizione migliore in una situazione di blocco, dovrà affrontare la questione della sopravvivenza nel vero senso della parola. Anche il problema è chiaro: l’invasione dei paesi baltici può tecnicamente terminare con la sua occupazione e la sua occupazione sarà la sua vittoria diventerebbel’obiettivo della “comunità mondiale” .
Al momento in realtà esiste un accordo bilaterale per cui questo il blocco sarebbe illegittimo. Ma si sa nel mondo delle regole, le regole valgono solo all’esterno. Quindi nascono tensioni e la Russia ha risposto già che non accetterà lo status quo.
Aspettiamoci un mondo molto diverso ed un modo di vivere molto diverso da quello a cui eravamo abituati.
Forse vedremo l’inverso dei nostri padri, che hanno visto dopo la guerra un miglioramento della loro vita e delle loro speranze e la prospettiva ideale di un mondo migliore.
È ormai certo che in futuro sarà una estensione del conflitto, con mezzi economici o militari.
La situazione per noi comincia ad essere più vicina, ma nelle repubbliche autonomiste del Donbass hanno mobilitato già dai 15 ai 65 anni al fronte. Questa è la misura della serietà di ciò che sta succedendo. Quindi come risponderà la Russia per Kaliningrad potrebbe essere una sorpresa. Perché è una questione di sopravvivenza. C’è un bias cognitivo in questo da parte della nostra dirigenza, attenta solo che quadrino i numeri e le alleanze, per aprire carriere di successo.
La probabilità di un conflitto armato nel Baltico non è molto alta, ma esiste. “L’Unione Europea deve correggere la situazione con il blocco di Kaliningrad, altrimenti la Russia avrà mano libera per risolvere la questione del transito con ogni mezzo”, ha affermato il capo della commissione del Consiglio della Federazione per la protezione della sovranità Andrey Klimov. Da parte loro, i paesi occidentali comunque cercheranno uno scontro diretto attivamente, non appena la Russia sarà resa più debole dal conflitto in corso.
Per ora la Russia comunque avrà l’opzione marittima per portare i materiali, ma la situazione sarà sempre più tesa e soprattutto, resa deliberatamente più tesa.
Patrizio Ricci, VPNews, qui.

Nulla die sine povocatione.

Colpite le piattaforme di gas in Crimea: l’Ucraina punta all’escalation del conflitto

L’attacco di Kiev alle piattaforme di trivellazione della società di gas Chernomorneftegaz nel Mar Nero, in Crimea, ha sciolto le mani alla Russia, nel più breve tempo verrà data la risposta. “La Russia colpirà i centri decisionali dell’Ucraina”, ha annunciato il deputato della Duma di Stato Mikhail Sheremet.
L’attacco degli ucraini alle piattaforme, dove erano presenti 109 persone, ha provocato 3 feriti, che si trovano nel reparto grandi ustionati dell’ospedale di Sebastopoli, inoltre 7 persone sono disperse, evacuate 94 persone.
Ora in Russia aspettano con ansia la tanto attesa risposta della Russia, la gente è stanca delle azioni sfacciate e continue di Kiev. Da sottolineare che i satelliti commerciali americani Worldview-1, Worldview-2 e Worldview-3 hanno fotografato l’area del Mar Nero, dove si trovano le piattaforme di perforazione di Chornomorneftegaz, una settimana prima che le truppe ucraine le colpissero. 
Il Ministero della Difesa russo ha confermato di aver colpito con i missili “Kalibr2 il centro direzionale dell’esercito ucraino nella regione di Dnepropetrovsk e di aver eliminato oltre 50 generali e ufficiali ucraini. 
Alcune divisioni dell’esercito ucraino hanno abbandonato i combattimenti nella zona di Lisicjansk a causa della “bassa condizione morale e psicologica e mancanza di proiettili”.
Alcuni nazisti ucraini dalla fabbrica “Azot” cominciano a chiedere le trattative e hanno alzato le bandiere bianche… la terra sta letteralmente bruciando loro sotto i piedi.
La Russia ha dato l’ultimatum alla Lituania, la quale ha posto il blocco al transito delle merci tra Kaliningrad ed il resto della Federazione Russa. Se la Lituania non revocherà immediatamente il blocco commerciale, la Russia si riserva il diritto di intraprendere le azioni necessarie per difendere i propri interessi nazionali.
L’azione provocatoria della Lituania che infrange i propri obblighi internazionali, è considerata dalla Russia come un atto ostile. In sostanza è un casus belli … cercano disperatamente la terza guerra mondiale.
Biden intanto ha annunciato che nei tempi prossimi non andrà in Ucraina.
MARINELLA MONDAINI, qui.

Mi è capitato spesso di leggere diari di ragazzini ebrei iniziati poco prima della guerra, che dicono corrono voci di guerra ma speriamo di no, la guerra è scoppiata ma speriamo che duri poco, non sta durando poco ma speriamo che non sia troppo tremenda, si sta rivelando veramente tremenda ma speriamo che per noi ebrei non vada a finire troppo male, ci hanno rinchiusi nel ghetto ma speriamo di poter almeno andare avanti in qualche modo, hanno cominciato a deportare ma speriamo di sopravvivere… E noi che leggiamo sappiamo fin dall’inizio come andrà a finire e che nessuna speranza, neppure l’ultima, si realizzerà. Sempre più spesso ho la sensazione di vivere dentro uno di questi libri, in cui si direbbe che qualcuno – più di qualcuno: perché a differenza di allora, quando la volontà di annientamento era di un uomo solo, oggi sembra che il demone della volontà di distruzione totale ne stia possedendo tanti, e con tantissimi a fare il tifo – ne abbia già scritto la conclusione.

barbara