MA SI PUÒ VIVERE COSÌ?

Ho una zia in fin di vita, in provincia di Padova. Chiamo i carabinieri – visto che sono loro a punire gli sgarri alle norme stabilite dal boss, dovrebbero sapere quali siano esattamente le cose che si possono e quelle che non si possono fare – spiego la situazione e chiedo se la partecipazione a un funerale rientri fra i motivi riconosciuti validi per uscire dalla regione. Non lo sa, e mi dà il numero della prefettura, dove dovrebbero saperlo di sicuro. Chiamo, rispiego la situazione, ripropongo la domanda e lui mi dice che: oltre all’autocertificazione devo farmi mandare dall’agenzia di pompe funebri tramite PEC l’indicazione esatta, giorno e ora, di quando si terrà il funerale, nome e indirizzo della chiesa in cui si svolgerà e indirizzo del cimitero in cui verrà sepolta; copia del manifesto dei condoglianti in cui io compaia con nome e cognome e qualifica di nipote; devo andarci per la via più breve senza deviazioni; devo partire in un orario che mi consenta di arrivare giusto in tempo per il funerale e rientrare subito dopo, tranne il caso che si svolga nel tardo pomeriggio e non abbia modo di rientrare in nottata, nel qual caso mi è consentito pernottare in loco e ripartire la mattina successiva. Detto questo, mi ha avvertita che comunque, in caso di controllo, il controllante potrebbe decidere, in base ai propri criteri personali, che partecipare a un funerale non è una inderogabile necessità o che una zia non è una parente sufficientemente stretta da giustificare lo spostamento, e quindi multarmi.
Servono commenti?

barbara

LEZIONE DI LOGICA

Essendo uscita subito dopo aver fatto colazione, anche se molto tardi rispetto alla gente normale, e non potendo rientrare prima di sera, a metà giornata mi sono fermata alla gelateria. La quale non è un locale con sedie e tavolini: è uno spazio chiuso, gelataia dentro, clienti fuori, con una finestra attraverso la quale passano soldi, gelati e scontrini, una cosa così, per intenderci

– Buon giorno. Un cono picc
– No.
– No?
– Solo coppette: sono autorizzata solo all’asporto.

Perché, se prendo un cono cosa faccio, volo al di là della finestra tipo superman e me lo mangio seduta in braccio alla gelataia?

– Ok, una coppetta piccola, questo, questo e panna montata.

Ho sempre detestato il gelato in coppetta, perché per mangiarlo devo usare tutte e due le mani, perché il cono mi piace, e perché non mi piace incrementare il carico di spazzatura senza necessità. Ma a quanto pare non ho scelta. La gelataia prende la coppetta, ci mette dentro i due gusti, mette sopra la panna montata, infila dentro il cucchiaino di plastica (com’era quella storia della guerra totale contro la plastica?), io allungo la mano per prenderla ma lei non mi porge la coppetta: prende un sacchetto di carta, ci infila dentro la coppetta di gelato, lo chiude bene arricciando il bordo superiore e finalmente mi porge il sacchetto. Perché per essere “asportato”, e quindi venduto legittimamente senza rischiare contravvenzioni tali da azzerare, se non di più, l’intero guadagno della giornata, il prodotto deve essere incartato. Naturalmente appena avuto in mano il sacchetto l’ho riaperto e ho tirato fuori la coppetta, naturalmente nonostante tutta l’attenzione prodigata mi sono sporcata la mano, naturalmente subito dopo ho accartocciato il sacchetto e l’ho buttato nel raccoglitore di rifiuti lì accanto, naturalmente il sacchetto è caduto fuori ed è finito per terra perché il raccoglitore era già traboccante di tutti i sacchetti di tutti quelli che avevano preso il gelato prima di me. E naturalmente, dovendo contenere un prodotto alimentare, il sacchetto non poteva essere fatto di carta riciclata e io mi sono chiesta quanti alberi saranno finiti dentro quel raccoglitore e quanti ancora ne finiranno prima che questa follia si esaurisca.

Poi chiediamoci perché nella guerra fra il covid e lo stato italiano, il covid sta vincendo alla grande, e datene la colpa alla mancanza di senso di responsabilità degli italiani, alla nostra congenita incapacità di rispettare le regole, al nostro rifiuto di mantenere le distanze, a quello che solo in mezzo a una piazza deserta abbassa la mascherina. L’altro giorno ho chiesto al mio anestesista: ma tu pensi che ci sia qualcuno al mondo che si sia contagiato dando la mano o abbracciando un amico? Mi ha riso in faccia (lui, esattamente come me, gli amici li ha sempre abbracciati).
Qualche interessante riflessione qui, e una piccola ma significativa testimonianza in questo commento.
E per concludere, questa sconsolata constatazione

barbara

SCUOLA: CRONACHE DA UN ALTRO PIANETA

Temperatura e responsabilità   

Già il rientro a scuola in queste condizioni sarà tutt’altro che facile. Già dovremo rinunciare a tutte le nostre abitudini, agli intervalli (che saranno delle semplici pause ciascuno nella propria aula), ai caffè, a scambiare due parole con i colleghi o con i compagni di altre classi. Già sarà faticoso dover evitare i lavori a coppie o in gruppo, non poter condividere libri o prestare penne o matite. Già è stato complicato organizzare gli orari, i percorsi di entrata e di uscita, la disposizione dei banchi e tutto il resto. No, tutto questo non bastava, evidentemente non era abbastanza complicato. Doveva ancora arrivare la ciliegina sulla torta, l’ordinanza del Presidente della Regione Piemonte che impone alle scuole di misurare la temperatura a tutti i ragazzi tutte le mattine. Un gesto semplice di pochi secondi ma che se deve essere ripetuto per mille o millecinquecento allievi, con tutte le regole di distanziamento e sanificazione, rischia di intasare per chissà quanto tempo non solo tutti gli ingressi delle scuole ma anche la circolazione nelle strade adiacenti. E chissà come sarà divertente in pieno inverno aspettare la misurazione della temperatura in coda per strada sotto un diluvio o una nevicata.
Una disposizione che cambia le carte in tavola a pochi giorni dall’inizio delle lezioni, dopo che già in ciascuna scuola erano stati fatti studi e calcoli sugli spazi e sui tempi dell’entrata e dopo che ai ragazzi e ai genitori erano state fornite informazioni e istruzioni, sarebbe comunque discutibile al di là del suo contenuto. In questo caso, poi, a parte gli evidenti problemi pratici, è molto triste pensare che neppure in una situazione di emergenza si ritenga giusto richiedere dalle famiglie un po’ di responsabilità. Scoprire di avere la febbre solo dopo essere arrivati a scuola – dopo essersi già schiacciati in autobus, treni e metropolitane, per strada o nella coda per entrare – è davvero troppo tardi: a quel punto gran parte del danno è già stato fatto; e dunque, dal momento che la responsabilità delle famiglie è necessaria comunque, perché obbligare le scuole a non fidarsi di loro?
Se crediamo che l’educazione dei giovani sia un valore imprescindibile e che pur di aprire le scuole valga la pena correre qualche rischio com’è possibile che poi non si dia nessuna importanza a cosa faranno i ragazzi una volta arrivati a scuola? Possibile che sia considerato inevitabile che si sacrifichino allegramente due, tre, magari anche sei ore ogni settimana solo per non chiedere alle famiglie di assumersi un minimo di responsabilità? Vorrei domandare a tutti coloro che tuonavano contro la didattica a distanza: siamo proprio sicuri che stare mezz’ora in coda ad aspettare la misurazione della temperatura sia così straordinariamente più educativo che leggere e commentare un canto di Dante tutti insieme ciascuno davanti al proprio computer? Viene anche il sospetto che in realtà si tratti solo di giochi di potere, tra governo e regione o tra regione e ufficio scolastico regionale. Sarebbe un curioso paradosso: per stabilire chi ha la responsabilità si rinuncia a insegnare la responsabilità.
Delle mie diciotto ore di cattedra cinque sono iniziali. Pensare che sia il caso di preparare quelle cinque lezioni, almeno nella prima settimana, richiede una bella dose di ottimismo. Ma forse a una settimana da Rosh Hashanà l’ottimismo non guasta.

Anna Segre, qui.

E ora qualche immagine: l’andata a scuola

(magari appena scesi dall’autobus in cui si sono accalcati); l’attesa nel cortile

e finalmente in classe

col solito sbufalatore professionista che provvede a informarci che no, non è come sembra, perché bisogna contestualizzare, chiarire la situazione, insomma niente di tragico, niente su cui speculare, niente da strumentalizzare: si tratta semplicemente del fatto che… i banchi non sono arrivati, tutto qui. Leggere per credere. E questa è un’altra classe

con interpretazione un po’ meno indulgente.
E i vecchi banchi? Messi da parte per quando si decideranno finalmente a dichiarare finita l’emergenza e a lasciarci tornare alla normalità? Ma neanche per sogno! Quelli vanno rottamati, vale a dire buttati via

Milioni di banchi buttati al macero, centinaia di milioni di euro buttati al macero, perché ne abbiamo, noi, di milioni di euro da buttare via, oh se ne abbiamo, una potenza di fuoco, ne abbiamo. E poi, come ha detto la signora ‘azzolina e come si vede chiaramente dall’immagine, questi banchi sono “obsoleti”, e meno male che ci è arrivato come una manna dal cielo il benedetto covid che ci ha fornito una buona scusa per liberarci di questi rottami.

barbara