GLI ERRORI E LE OMISSIONI DI SERGIO DELLA PERGOLA

Il giorno 21 dicembre 2017 è apparso su Moked un articolo di Sergio Della Pergola. Qui di seguito l’articolo integrale con inseriti i miei commenti, scritti con il contributo di Emanuel Segre Amar.

…occupazioni

Doppia cittadinanza agli Alto-atesini?
Alt! Non si dovevano esaminare i parallelismi fra potenze “occupanti”? E allora che cosa ha a che fare col tema in questione la doppia cittadinanza richiesta dai sudtirolesi alla loro ex patria, e che l’attuale governo di destra sembra prendere in considerazione (ma in aperta violazione degli accordi firmati, e quindi di improbabile realizzazione)?

Esiste uno straordinario parallelismo fra le vicende dell’Alto Adige (Sud Tirolo) e della Giudea e Samaria (Cisgiordania). Dopo una guerra, la potenza vincitrice occupa una parte del territorio della potenza nemica
Alt! L’Italia ha vinto una guerra di AGGRESSIONE (oltretutto tradendo l’ex alleato), Israele una guerra di DIFESA: dov’è il parallelismo?

e con questo una cospicua popolazione di etnia diversa da quella prevalente nel paese occupante. La potenza vincitrice attua un’intensa politica di popolamento dei territori occupati con persone della propria etnia.
Alt! L’Italia ha occupato una regione di uno STATO SOVRANO, Israele una regione non facente parte di alcuno stato sovrano; volendo essere più precisi, ha occupato un microscopico frammento della terra – comprendente l’attuale stato di Israele, Giudea, Samaria, Gaza E L’INTERA GIORDANIA – che era stata promessa agli ebrei affinché diventasse la loro patria nel 1917 con la Dichiarazione Balfour, impegno ripreso dalla Società delle Nazioni alla Conferenza di Sanremo il 24 aprile 1920, confermato dal Consiglio della Lega delle Nazioni il 24 luglio 1922 e diventato operativo nel settembre 1923. In quel momento quei territori – che in precedenza erano stati soggetti al mandato britannico e prima ancora di tutto tranne che qualcosa di palestinese – si trovavano ad essere illegalmente occupati dalla Giordania e dall’Egitto. Va inoltre aggiunto che gli israeliani sono semplicemente tornati nelle terre da cui erano stati cacciati nel 1948, e che hanno cominciato a farlo solo dopo l’unanime rifiuto arabo (i “Tre no di Khartoum”) di trattare con Israele le modalità di un’eventuale ritiro da quei territori o da una parte di essi: dov’è il parallelismo?

All’interno dell’etnia del territorio occupato si sviluppano movimenti terroristici che causano gravi danni a persone e beni del paese occupante.
Alt! La stragrande maggioranza degli attentati terroristici sudtirolesi hanno preso di mira strutture come i tralicci; i morti sono stati relativamente pochi, e quasi mai intenzionali, mentre il terrorismo palestinese ha sempre avuto come unico obiettivo uccidere più persone possibile, quasi sempre civili e preferibilmente bambini. Inoltre il terrorismo tirolese non è mai uscito dalla regione sudtirolese, mentre il terrorismo palestinese ha colpito nell’intero territorio israeliano e altrove nel mondo e uccidendo anche persone non israeliane (Stefano Gay Taché, per dirne uno a caso. Leon Klinghoffer, per dirne due a caso) e perfino non ebree (Fiumicino, per dirne tredici a caso). Infine il terrorismo sudtirolese aveva come obiettivo l’indipendenza dall’Italia, mentre quello palestinese aveva e ha come unico scopo l’annientamento di Israele: dov’è il parallelismo?

Da questo punto in avanti i due casi si diversificano. L’Italia annette il territorio occupato e concede la cittadinanza italiana ai suoi abitanti, garantendo bilinguismo e un ricco pacchetto di benefici economici che aiuta a conseguire un livello di vita nettamente superiore alla media della stessa Italia.
Alt! L’Italia annette il territorio occupato, vi attua una ferocissima repressione, vietando addirittura l’uso della madrelingua (perfino in privato! Chi veniva sorpreso a parlarla finiva in galera), costringendo gli abitanti autoctoni a creare delle scuole-catacombe per poter studiare la propria lingua e la propria cultura, obbliga tutti gli abitanti a dare ai propri nomi una forma che sapesse di italiano (dando luogo a risultati ridicoli come Otmaro, Elmaro, Gudruna…), obbligo rimasto in vigore ancora per molti anni dopo la caduta del fascismo. Poi, DOPO CINQUANT’ANNI DI REPRESSIONE E PERSECUZIONE E CREAZIONE DI FABBRICHE ALTAMENTE INQUINANTI CHE DAVANO LAVORO E QUINDI BENESSERE QUASI ESCLUSIVAMENTE AGLI ITALIANI, è entrato in vigore il pacchetto. Non è bello parlare di fatti storici senza conoscerli, sa.

Israele non annette il territorio occupato
territorio conteso, in quanto non sottratto a uno stato sovrano

ma invece viene creata un’Autorità autonoma
NON da Israele unilateralmente, come sembrerebbe intendere l’enunciato, bensì in base ad accordi bilaterali formali e ufficiali – gli accordi di Oslo, per la precisione, conclusi a Oslo il 20 agosto 1993 e firmati a Washington il 13 settembre 1993, con Warren Christopher e Andrei Kozyrev in veste di garanti rispettivamente per gli Stati Uniti e per la Russia.

che gestisce gli affari interni della popolazione occupata secondo il sistema legale pre-esistente all’occupazione.
Pur senza avere particolari simpatie per la Gran Bretagna, e pur consapevole del pugno di ferro usato durante il mandato – molto più contro gli ebrei che contro gli arabi, a voler essere pignoli – paragonare una dittatura terroristica, in cui non esistono leggi rispettate, al governo britannico, mi sembra parecchio offensivo nei confronti di quest’ultimo.

Mentre vengono edificati numerosi insediamenti urbani e rurali all’interno dei quali prevale la legge del paese occupante, il livello socioeconomico della maggioranza della popolazione occupata rimane nettamente inferiore a quello di Israele.
Ma diventa ENORMEMENTE superiore a quello esistente durante l’occupazione illegale giordana. Ed è enormemente superiore a quello dei cittadini di tutti i Paesi arabi circostanti. E sarebbe sicuramente molto vicino, se non identico, a quello israeliano se la maggior parte delle risorse economiche non venisse investita in terrorismo o utilizzata per gli incredibili arricchimenti personali dei membri della nomenklatura: dire le cose a metà non rende giustizia né alla verità, né alla chiarezza dei paragoni che si vogliono sostenere.

In Alto Adige, gli altoatesini sono per lo più cittadini italiani. In Cisgiordania, i palestinesi sono cittadini giordani o sprovvisti di cittadinanza.
Anche qui Le è rimasto un pezzettino di Storia nella penna: i palestinesi potrebbero avere una ben precisa cittadinanza se da quasi un secolo non stessero combattendo con tutte le proprie forze contro la nascita di uno stato palestinese. E potrebbero averlo almeno come conseguenza degli accordi di Oslo, se non avessero intenzionalmente, programmaticamente, dichiaratamente scelto di sabotare il cosiddetto processo di pace fin dal momento stesso della sua firma, per mezzo del terrorismo, scatenatosi proprio a partire da quel momento con una violenza mai conosciuta prima (Ziyad Abu Ayn, “non ci sarebbe stata resistenza in Palestina se non fosse stato per Oslo”).

Alla luce di questi dati, un suggerimento alla stampa: quando si parla di territori occupati, di minoranze etniche, di diritti civili e di autonomie, di ius solis e ius sanguinis, di integrazioni e separazioni territoriali, stiamo molto attenti alla coerenza del linguaggio.
Ecco, questa è una buona idea: coerenza. Non confondere, per esempio, guerre di aggressione e guerre di difesa. Non confondere territori occupati e territori contesi. Non confondere diritti civili violati da una potenza occupante con i diritti civili violati contro i propri cittadini da una dittatura terroristica per la quale non esistono leggi al di fuori dell’utilità del momento.

Non può esserci un’occupazione buona e un’occupazione cattiva, una richiesta di annessione da parte degli occupanti in un paese, e una richiesta di ritirata unilaterale degli occupanti in un altro paese. Sarebbe ipotizzabile in Cisgiordania una soluzione di tipo altoatesino? Politicamente implausibile, ma vale la pena di pensarci.
Non è chiaro: quale sarebbe la “soluzione di tipo altoatesino” proposta? L’annessione? Una doppia nazionalità, che l’Alto Adige non ha e difficilmente potrebbe avere in quanto illegale in base alla Quietanza Liberatoria firmata nel giugno del 1992 e che la Giordania non ha l’aria di voler regalare ai palestinesi? Comunque no, qualunque sia la soluzione proposta, politicamente sarebbe plausibilissima. Ciò che rende assurdo e folle pensarci è il mai abbandonato e sempre ribadito obiettivo palestinese – tuttora presente nella Costituzione di al-Fatah, tuttora insegnato a scuola, tuttora ribadito da tutte le azioni e da tutti i proclami dei dirigenti palestinesi, tuttora perseguito all’ONU e in tutte le sedi internazionali – di cancellare Israele.

Sergio Della Pergola, Università Ebraica di Gerusalemme

NOTA: è possibile che di questo testo sia – o sia stata – fatta circolare una copia manomessa, con l’aggiunta di altre firme. Desidero precisare che questo è l’unico testo autentico e che io ne sono l’unico autore, con l’aggiunta di alcune note e alcuni suggerimenti fornitimi da Emanuel Segre Amar. Eventuali altre firme “autorevoli” (molto più autorevoli della mia, a quanto pare, anche se non è chiaro a quale titolo), sono da considerare abusive.

barbara

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LO STATO PALESTINESE

– Prima di Israele, c’era il mandato britannico, non uno stato palestinese.

– Prima del mandato britannico, c’era l’Impero turco Ottomano musulmano, non uno stato palestinese.

– Prima dell’Impero Ottomano, c’era lo stato islamico dei Mamelucchi d’Egitto, non uno stato palestinese.

– Prima dello stato islamico dei Mamelucchi d’Egitto, c’era l’Impero arabo-curdo ayyubide, non uno stato palestinese.

– Prima dell’Impero ayyubide, c’era il Regno di Gerusalemme, cristiano, non uno stato palestinese.

– Prima del Regno di Gerusalemme, c’era l’impero omayyade e Fatimide, non uno stato palestinese.

– Prima dell’impero omayyade e Fatimidi, c’era l’Impero Bizantino, non uno stato palestinese.

– Prima dell’impero bizantino, c’erano i Sassanidi, non uno stato palestinese.

– Prima dell’impero sassanide, c’era l’Impero Bizantino, non uno stato palestinese.

– Prima dell’impero bizantino, ci fu l’Impero Romano, non uno stato palestinese.

– Prima dell’impero romano, c’era lo stato degli Asmonei, non uno stato palestinese.

– Prima dello stato degli Asmonei, c’era quello seleucide, non uno stato palestinese.

– Prima dell’impero seleucide, c’era l’impero macedone di Alessandro Magno, non uno stato palestinese.

– Prima dell’impero macedone, c’era l’impero persiano, non uno stato palestinese.

– Prima dell’impero persiano, c’era l’impero babilonese, non uno stato palestinese.

– Prima dell’impero Babilonese, c’erano i Regni di Israele e di Giuda, non uno stato palestinese.

– Prima dei Regni di Israele e di Giuda, vi era il Regno di Israele, non uno stato palestinese.

– Prima del regno di Israele, c’era la teocrazia delle dodici tribù di Israele, non uno stato palestinese.

– Prima della teocrazia delle dodici tribù di Israele, vi era un agglomerato di cananei città-regni indipendenti, non uno stato palestinese.

 In realtà, su questo pezzo di terra, c’è stato di tutto, TRANNE uno stato palestinese. Fonte A. Moreschi.

Sì vabbè, ma l’occupazione? Eh, l’occupazione, ragazzi miei, l’occupazione…

barbara

QUANDO INCONTRI L’ISLAM MODERATO

devi solo ascoltare. Ascoltare e imparare. E inchinarti – l’angolazione decidila pure tu.

(hanno invaso il Medio Oriente, se ne sono impossessati massacrando stuprando deportando, e poi hanno detto che quella è casa loro. Hanno invaso la Terra d’Israele, se ne sono impossessati massacrando stuprando deportando, e poi hanno detto che quella è casa loro. Hanno invaso tutto il nord Africa, se ne sono impossessati massacrando stuprando deportando, e poi hanno detto che quella è casa loro. Adesso hanno invaso l’Europa. Stanno massacrando. Stanno stuprando. Non preoccupatevi, presto arriverà anche il resto)

barbara

PER ME È STATA UNA GRANDISSIMA DONNA

Ve lo ricordate come la sfottevano negli anni Settanta per quel suo aspetto decisamente poco aristocratico? E le gag alla radio: “Ghe spussa el fià”. E a me piaceva. Con quella sua semplicità. Con quell’aria da massaia un po’ trasandata. E con quel grande passato, e con quella passione politica che mai l’ha abbandonata. Ciao Tina, voglio ricordarti con queste parole non mie, ma che mi sono piaciute e ti dipingono molto bene.

Addio, staffetta Gabriella, cento chilometri al giorno in bicicletta e una gran fame.
Addio, staffetta Gabriella, pronta a morire a 17 anni “che ogni volta che uscivo di casa speravo di non dover sparare”.
Addio, staffetta Gabriella, che una notte a. Castelfranco arrestò un’ombra nella piazza perché non ricordava la parola d’ordine. E quell’ombra era suo padre, perseguitato dai fascisti.
Addio, staffetta Gabriella, che andò casa per casa a incoraggiar le donne per prendersi il diritto di votare. E ancora si chiedeva “perché per noi donne gli esami non finiscono mai. Come se essere maschio fosse un lasciapassare per la consapevolezza democratica”.
Addio, staffetta Gabriella, quando essere sindacaliste significava difendere “le mani lessate delle filandiere”.
Addio, staffetta Gabriella, che quando ti chiedevano se rimpiangevi la condizione di signorina rispondevi, dietro suggerimento della Sandra Codazzi, “signorina ma non per forza”.
Addio, staffetta Gabriella, prima donna ministro della storia della Repubblica e instancabile “acchiappafantasmi” della commissione d’inchiesta sulla P2.
Addio, Tina Anselmi, che ci hai insegnato anche a essere donne coraggiose. (qui)
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barbara

LE VARIAZIONI REINACH

Struggente. Struggente? Sì, struggente lo è, ma se dici che è struggente capiranno che cos’è questo libro? No, non ne avranno neanche una vaghissima idea, magari penseranno a una di quelle cose sentimentali strappalacrime, niente di più lontano da ciò che è questo libro.
Ricerca? C’è, sì, la ricerca, rigorosa, puntigliosa, infaticabile, di documenti, di testimonianze, di ricordi, ma uno sente ricerca e magari pensa a un saggio, una di quelle cose per addetti ai lavori che se tu non lo sei ci sbadigli sopra, e ti pare che questo libro sia una cosa così? Per carità, non dirlo neanche per scherzo!
Fantasia? Uhm… Per esserci c’è, la fantasia, eccome se c’è, ma se poi si immaginano che sia un racconto di fantasia?

A volte ho l’impressione che i libri vivano di vita propria. Questo l’avevo comprato quindici anni fa, immagino che avessi letto una recensione che mi aveva convinta che valeva la pena di farlo, e poi era rimasto lì, senza che mai mi venisse in mente di leggerlo: altri acquisti, altre letture, altre urgenze, e lui sempre lì. Poi un giorno improvvisamente, finito un libro vado alla libreria dei libri non ancora letti e la mano si dirige – mi verrebbe da dire da sola – verso questo, lo estrae, toglie la sovracopertina, e comincio a leggere. Curiosamente ho trovato recentemente una sensazione simile qui: «A lettura ultimata, mi sono resa conto che Adieu Volodia mi si è improvvisamente imposto con un perentorio “leggimi, leggimi adesso!”» È esattamente così: improvvisamente sai, con ogni cellula del tuo corpo e del tuo cervello, che devi leggere quel libro. Che devi leggerlo adesso. E man mano che vai avanti a leggerlo tutto il tuo corpo e tutta la tua mente continuano a riconoscere che sì, era proprio il momento giusto per leggere questo libro, era proprio il libro giusto da leggere in questo momento. Un po’ come gli incontri: lo guardi negli occhi ed è colpo di fulmine; lo avessi incontrato tre giorni prima, o una settimana dopo, non lo avresti neppure notato.

Il fatto è che non è facile rendere l’idea di che cosa sia un libro come questo. Quello che posso dire con assoluta certezza è che è uno di quei libri che, quando li hai letti, ti senti molto più ricco. Variazioni, si intitola: esattamente come quelle musicali. Si parte da un tema esistente e vi si aggiunge la propria fantasia, la propria sensibilità, il proprio vissuto, la propria curiosità… e diventa una cosa propria. Qui il tema di partenza sono le foto e i documenti – che, all’inizio casualmente, poi puntigliosamente cercati, vengono a trovarsi in mano all’autore – riguardanti due ricchissime famiglie ebraiche parigine, sostanzialmente assimilate, talmente lontane dall’ebraismo vissuto, talmente estranee, da non poter neppure immaginare che le cose poco simpatiche che ad un certo momento cominciano a succedere agli ebrei possano avere qualcosa a che fare con loro. La conclusione la conosci, e tuttavia un brivido ti scende lungo la schiena quando, in un capitolo dedicato alle variazioni su tre momenti di buio benché non sia notte, arrivi al terzo che consiste in una sola frase: Il vagone è al buio benché non sia notte…
E dunque l’autore visita la villa donata allo stato e trasformata in museo
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e immagina la padrona di casa attraversarla per l’ultima volta, immagina i suoi pensieri, immagina i suoi gesti, immagina i suoi ricordi, parlando di se stesso in terza persona: La vede salire lo scalone… Legge una lettera e immagina le riflessioni che hanno indotto a scriverla. Guarda una fotografia e ricostruisce, a partire dalle espressioni dei volti, dall’atteggiamento dei corpi, una possibile conversazione tra le varie persone in quel momento, in quel luogo, in quella situazione, e i pensieri dietro le parole, e i ricordi dietro i pensieri. E visita Drancy
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e “sente” le voci, tutte quelle voci di coloro che ancora speravano, ancora si illudevano di avere una via d’uscita, un futuro, e invece non ne avevano. E poi ci sono le variazioni sul tema dei suoi ricordi personali, e su quello delle conversazioni con un amico sul libro che sta nascendo, e su quello delle visite con sua moglie ai luoghi che costituiscono la trama del libro… E man mano che leggi ti senti sempre più preso per incantamento in questo incredibile lavoro di ricostruzione che non disdegna il più apparentemente insignificante dettaglio sottratto all’oblio, come un paleontologo che da microscopici frammenti d’osso sottratti al fango ricostruisce l’immagine di un intero scheletro. E poi te lo presenta, e tu puoi ammirarlo in tutta la sua bellezza, in tutto il suo splendore.
Questo è proprio un libro che devi leggere. Magari lasciandolo lì fino a quando lui non ti dirà che è il momento giusto. Però lo devi leggere.

E questa è una di quelle recensioni che si scrivono a rate, perché anche tu devi raccattare, frammento per frammento, le tue sensazioni, le tue emozioni, e ad un certo momento dici basta adesso ho detto tutto posso pubblicarlo e poi dici no aspetta, che magari ti viene in mente qualcos’altro e infatti sì, la sera ti viene in mente ancora una cosa, e il giorno dopo un’altra ancora, e ti sembra sempre che il lavoro non debba finire mai, come quello dell’autore che spera di trovare ancora un documento, ancora una foto, ancora un frammento di ricordo riemergente dai meandri della memoria del nipote del terzo cugino… Poi alla fine ti decidi a pubblicare, perché prima o poi bisogna pur farlo, ma sai bene che sei lontana, molto lontana dall’aver completato il lavoro.
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Filippo Tuena, Le variazioni REINACH, Rizzoli

barbara

SE L’ONU SI È TRASFORMATO IN UNA GRANDE MOSCHEA

Mi sembra che questo articolo di Fiamma Nirenstein di qualche settimana fa, sia la cosa più adatta a commentare il post precedente.

Il Giornale, 19 febbraio 2016

L’ONU riesce sempre a farti sbarrare gli occhi nonostante ormai il suo catalogo sia classicamente impregnato di odio antioccidentale, ossessione antisraeliana, abbandono dei diritti umani. Anche stavolta la famosa esperta Anne Bayefsky ci accompagna nei corridoi dell’edificio vetrato ornato, a New York, di tutte le bandiere del mondo. Ma un’occhiata all’interno ci porterà nell’edificio dell’Assemblea generale, a uno stupefacente cumulo di tappeti da preghiera e anche a mucchi di scarpe.
La preghiera è certamente una bella cosa, ma dentro l’Onu sembra essere praticata pubblicamente (un po’ come si vide nei boulevard di Parigi, o in piazza del Duomo a Milano) soltanto da una fede anche oltre la sala da meditazione che era nata per ospitare qualsiasi fede. Fu creata nel 1957 con la supervisione dell’allora segretario Dag Hammarskjold che voleva “uno spazio in cui le porte possano essere aperte alle infinite terre del pensiero e della preghiera”. Adesso, lo spazio è prenotato dalle 11,45 alle 3:00 (l’ONU non dice da chi) ogni giorno. Le preghiere musulmane sono divenute così popolari che i tappetini e le scarpe strabordano anche sui percorsi turistici.
I cristiani, gli ebrei, gli indù, invece, ed è certo una loro scelta, non compaiono mentre la fede islamica ci tiene a mostrarsi dentro il Consiglio Generale. È una ricca presenza anche il Qatar che ha investito milioni in una sala tutta broccati e ornamenti d’oro che Ban Ki-moon ha definito “perfetta per negoziati dietro le quinte”. Tutto questo non è folclore: per quanto la religione debba essere sempre rispettata in quanto tale, tuttavia qui non si può fare a meno di considerarne l’espressione strabordante come un simbolo dell’intera vicenda onusiana.
L’Onu, nato nel dopoguerra per diventare il difensore dei diritti umani contro la violenza e la dittatura dopo gli orrori passati, è stato poi divorato da logiche interne. La presenza strabordante di Paesi non democratici, soprattutto del blocco islamico (57 membri dell’Organizzazione per la Cooperazione Islamica) e dei cosiddetti “Paesi non allineati” (120) ha condotto a una sistematica demolizione dello scopo basilare delle Nazioni Unite, che ha 193 membri: è una pura questione matematica.
Così, per esempio, è stato sempre impossibile definire unanimemente il terrorismo, e possibile invece (sin dall’82) legittimare “la lotta dei popoli contro le occupazioni con tutti i mezzi a disposizione”, evitare la difesa delle persone omosessuali nell’ambito dei diritti umani, seguitare a far circolare l’idea che la Carta islamica dei diritti, in cui le donne sono discriminate e la sharia auspicata, sia una valida sostituta per quella approvata dalle Nazioni Unite, fare di Israele uno Stato canaglia con mille invenzioni pazzesche, e rendere un Paese che rappresenta lo 0,1 per cento della popolazione mondiale oggetto del 40 per cento circa delle risoluzioni dell’Assemblea e del Consiglio per i diritti umani, ignorare le grandi stragi, mettere Paesi come la Cina, la Libia, l’Arabia Saudita in posizioni preminenti nel Consiglio e in commissioni delicate e importanti come quelle per i diritti delle donne…
Insomma l’immagine di tutti quei tappeti e quelle scarpe è difficile da collocare in un ambito puramente religioso, quando pochi giorni fa Ban Ki-moon ha dichiarato che i quotidiani attacchi terroristici a Israele sono frutto della frustrazione causata dal ritardo di una ripresa delle trattative, mentre i giovani terroristi inneggiano alla Moschea di Al Aqsa e dichiarano su Facebook e ovunque possono il loro odio razzista per gli ebrei. Ma questo all’ONU non si dice, non si è mai detto, anzi, l’esaltazione della “causa palestinese” ne è uno dei maggiori oggetti di attivismo, mentre niente si fa per i milioni di vittime della corrente ondata di assassinii e di terrore in Medio Oriente.

E a questo sconfortante resoconto, non ho davvero niente da aggiungere.

barbara

I MANDARINI

Cioè gli intellettuali del dopoguerra francese, raccontati da un’intellettuale un po’ noiosa, che vi rappresenta se stessa e naturalmente Sartre, per i quali si potrebbe coniare l‘espressione “l’insostenibile bruttezza degli intellettuali”
beauvoir-sartre
(qui una bella descrizione). Racconto un po’ sconclusionato che si snoda per 764 pagine, pasticciando su insieme storie balorde e storie quasi serie, scheletri negli armadi e spedizioni punitive, amori deliranti, amori recitati, amori quasi veri, belle fanciulle messe in vendita da madri avide, fascisti riciclati, doppiogiochisti, spie e traditori, viaggi transoceanici e un sacco di altre cose ancora – troppe, decisamente – fra cui lunghe lunghe lunghe elucubrazioni, a volte sotto forma di dialoghi, altre sotto forma di monologhi, ma sempre decisamente noiose.
L’unica cosa veramente apprezzabile è la seria riflessione sul comunismo, che da finestra sulla libertà negli anni tragici del nazismo e dell’occupazione tedesca, si va sempre più facendo intransigente dittatura del pensiero unico, in cui nessun dissenso è ammesso, nessuna opinione personale è legittima, nessuna deviazione dal tracciato prestabilito è contemplata.
L’ho letto perché stava lì da trentacinque anni e i libri, una volta acquistati, bisogna prima o poi leggerli (fatta salva la libertà di buttarli dopo cinquanta, o anche dopo dieci pagine, nel caso ciò si rivelasse necessario alla propria sopravvivenza). Onestamente non posso dire che sia stato tempo del tutto buttato via, ma abbiamo visto di meglio, ecco.

Simone de Beauvoir, I mandarini, Einaudi
i mandarini
barbara

HAI PRESENTE GERUSALEMME EST?

Ne sentite parlare spesso, vero? Si tratta della “Gerusalemme araba”, quella che Israele sta “illegalmente occupando”, da cui “deve ritirarsi” perché la sua occupazione “viola le norme di diritto internazionale”. Eccetera. Ecco. Sarà allora il caso di fare due chiacchiere su questa fantomatica “Gerusalemme est”, per passare dalle favole al mondo reale.
L’espressione “Gerusalemme est” è nata nel 1948, quando la Giordania ha illegalmente occupato una parte di quella che per tremila anni era stata una città tutta intera (esattamente come l’espressione “Berlino est” è nata in un brutto giorno del 1961 quando i russi, non so se legalmente o no, piazzarono un muro a dividere in due quella che per 724 anni era stata un’unica città). Per essere precisi, ad essere occupata fu la parte più antica della città, quella più specificamente EBRAICA. All’occupazione seguirono immediatamente l’espulsione di tutti gli ebrei che ci vivevano, la devastazione di sinagoghe e cimiteri, il divieto di accesso ai luoghi santi ebraici per tutti gli ebrei del mondo. Notizie più dettagliate potete trovarle qui e qui (e mi raccomando, leggete il documento inserito in entrambi i post). Adesso, come piccola aggiunta, vorrei invitarvi a vedere queste due immagini di un angolo di questa parte di Gerusalemme prima
Gerusalemme est 1
e dopo
Gerusalemme est 2
il passaggio dei vicini giordani (qui).

barbara

AGGIORNAMENTO: visto che sono riuscita a beccare il cannocchiale in uno dei suoi ormai sempre più rari momenti di veglia, sono corsa a ripescare questo vecchio post: se anche voi avrete la fortuna di beccarne un momento di veglia, non mancate di leggerlo.