PER ME È STATA UNA GRANDISSIMA DONNA

Ve lo ricordate come la sfottevano negli anni Settanta per quel suo aspetto decisamente poco aristocratico? E le gag alla radio: “Ghe spussa el fià”. E a me piaceva. Con quella sua semplicità. Con quell’aria da massaia un po’ trasandata. E con quel grande passato, e con quella passione politica che mai l’ha abbandonata. Ciao Tina, voglio ricordarti con queste parole non mie, ma che mi sono piaciute e ti dipingono molto bene.

Addio, staffetta Gabriella, cento chilometri al giorno in bicicletta e una gran fame.
Addio, staffetta Gabriella, pronta a morire a 17 anni “che ogni volta che uscivo di casa speravo di non dover sparare”.
Addio, staffetta Gabriella, che una notte a. Castelfranco arrestò un’ombra nella piazza perché non ricordava la parola d’ordine. E quell’ombra era suo padre, perseguitato dai fascisti.
Addio, staffetta Gabriella, che andò casa per casa a incoraggiar le donne per prendersi il diritto di votare. E ancora si chiedeva “perché per noi donne gli esami non finiscono mai. Come se essere maschio fosse un lasciapassare per la consapevolezza democratica”.
Addio, staffetta Gabriella, quando essere sindacaliste significava difendere “le mani lessate delle filandiere”.
Addio, staffetta Gabriella, che quando ti chiedevano se rimpiangevi la condizione di signorina rispondevi, dietro suggerimento della Sandra Codazzi, “signorina ma non per forza”.
Addio, staffetta Gabriella, prima donna ministro della storia della Repubblica e instancabile “acchiappafantasmi” della commissione d’inchiesta sulla P2.
Addio, Tina Anselmi, che ci hai insegnato anche a essere donne coraggiose. (qui)
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barbara

LE VARIAZIONI REINACH

Struggente. Struggente? Sì, struggente lo è, ma se dici che è struggente capiranno che cos’è questo libro? No, non ne avranno neanche una vaghissima idea, magari penseranno a una di quelle cose sentimentali strappalacrime, niente di più lontano da ciò che è questo libro.
Ricerca? C’è, sì, la ricerca, rigorosa, puntigliosa, infaticabile, di documenti, di testimonianze, di ricordi, ma uno sente ricerca e magari pensa a un saggio, una di quelle cose per addetti ai lavori che se tu non lo sei ci sbadigli sopra, e ti pare che questo libro sia una cosa così? Per carità, non dirlo neanche per scherzo!
Fantasia? Uhm… Per esserci c’è, la fantasia, eccome se c’è, ma se poi si immaginano che sia un racconto di fantasia?

A volte ho l’impressione che i libri vivano di vita propria. Questo l’avevo comprato quindici anni fa, immagino che avessi letto una recensione che mi aveva convinta che valeva la pena di farlo, e poi era rimasto lì, senza che mai mi venisse in mente di leggerlo: altri acquisti, altre letture, altre urgenze, e lui sempre lì. Poi un giorno improvvisamente, finito un libro vado alla libreria dei libri non ancora letti e la mano si dirige – mi verrebbe da dire da sola – verso questo, lo estrae, toglie la sovracopertina, e comincio a leggere. Curiosamente ho trovato recentemente una sensazione simile qui: «A lettura ultimata, mi sono resa conto che Adieu Volodia mi si è improvvisamente imposto con un perentorio “leggimi, leggimi adesso!”» È esattamente così: improvvisamente sai, con ogni cellula del tuo corpo e del tuo cervello, che devi leggere quel libro. Che devi leggerlo adesso. E man mano che vai avanti a leggerlo tutto il tuo corpo e tutta la tua mente continuano a riconoscere che sì, era proprio il momento giusto per leggere questo libro, era proprio il libro giusto da leggere in questo momento. Un po’ come gli incontri: lo guardi negli occhi ed è colpo di fulmine; lo avessi incontrato tre giorni prima, o una settimana dopo, non lo avresti neppure notato.

Il fatto è che non è facile rendere l’idea di che cosa sia un libro come questo. Quello che posso dire con assoluta certezza è che è uno di quei libri che, quando li hai letti, ti senti molto più ricco. Variazioni, si intitola: esattamente come quelle musicali. Si parte da un tema esistente e vi si aggiunge la propria fantasia, la propria sensibilità, il proprio vissuto, la propria curiosità… e diventa una cosa propria. Qui il tema di partenza sono le foto e i documenti – che, all’inizio casualmente, poi puntigliosamente cercati, vengono a trovarsi in mano all’autore – riguardanti due ricchissime famiglie ebraiche parigine, sostanzialmente assimilate, talmente lontane dall’ebraismo vissuto, talmente estranee, da non poter neppure immaginare che le cose poco simpatiche che ad un certo momento cominciano a succedere agli ebrei possano avere qualcosa a che fare con loro. La conclusione la conosci, e tuttavia un brivido ti scende lungo la schiena quando, in un capitolo dedicato alle variazioni su tre momenti di buio benché non sia notte, arrivi al terzo che consiste in una sola frase: Il vagone è al buio benché non sia notte…
E dunque l’autore visita la villa donata allo stato e trasformata in museo
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e immagina la padrona di casa attraversarla per l’ultima volta, immagina i suoi pensieri, immagina i suoi gesti, immagina i suoi ricordi, parlando di se stesso in terza persona: La vede salire lo scalone… Legge una lettera e immagina le riflessioni che hanno indotto a scriverla. Guarda una fotografia e ricostruisce, a partire dalle espressioni dei volti, dall’atteggiamento dei corpi, una possibile conversazione tra le varie persone in quel momento, in quel luogo, in quella situazione, e i pensieri dietro le parole, e i ricordi dietro i pensieri. E visita Drancy
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e “sente” le voci, tutte quelle voci di coloro che ancora speravano, ancora si illudevano di avere una via d’uscita, un futuro, e invece non ne avevano. E poi ci sono le variazioni sul tema dei suoi ricordi personali, e su quello delle conversazioni con un amico sul libro che sta nascendo, e su quello delle visite con sua moglie ai luoghi che costituiscono la trama del libro… E man mano che leggi ti senti sempre più preso per incantamento in questo incredibile lavoro di ricostruzione che non disdegna il più apparentemente insignificante dettaglio sottratto all’oblio, come un paleontologo che da microscopici frammenti d’osso sottratti al fango ricostruisce l’immagine di un intero scheletro. E poi te lo presenta, e tu puoi ammirarlo in tutta la sua bellezza, in tutto il suo splendore.
Questo è proprio un libro che devi leggere. Magari lasciandolo lì fino a quando lui non ti dirà che è il momento giusto. Però lo devi leggere.

E questa è una di quelle recensioni che si scrivono a rate, perché anche tu devi raccattare, frammento per frammento, le tue sensazioni, le tue emozioni, e ad un certo momento dici basta adesso ho detto tutto posso pubblicarlo e poi dici no aspetta, che magari ti viene in mente qualcos’altro e infatti sì, la sera ti viene in mente ancora una cosa, e il giorno dopo un’altra ancora, e ti sembra sempre che il lavoro non debba finire mai, come quello dell’autore che spera di trovare ancora un documento, ancora una foto, ancora un frammento di ricordo riemergente dai meandri della memoria del nipote del terzo cugino… Poi alla fine ti decidi a pubblicare, perché prima o poi bisogna pur farlo, ma sai bene che sei lontana, molto lontana dall’aver completato il lavoro.
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Filippo Tuena, Le variazioni REINACH, Rizzoli

barbara

SE L’ONU SI È TRASFORMATO IN UNA GRANDE MOSCHEA

Mi sembra che questo articolo di Fiamma Nirenstein di qualche settimana fa, sia la cosa più adatta a commentare il post precedente.

Il Giornale, 19 febbraio 2016

L’ONU riesce sempre a farti sbarrare gli occhi nonostante ormai il suo catalogo sia classicamente impregnato di odio antioccidentale, ossessione antisraeliana, abbandono dei diritti umani. Anche stavolta la famosa esperta Anne Bayefsky ci accompagna nei corridoi dell’edificio vetrato ornato, a New York, di tutte le bandiere del mondo. Ma un’occhiata all’interno ci porterà nell’edificio dell’Assemblea generale, a uno stupefacente cumulo di tappeti da preghiera e anche a mucchi di scarpe.
La preghiera è certamente una bella cosa, ma dentro l’Onu sembra essere praticata pubblicamente (un po’ come si vide nei boulevard di Parigi, o in piazza del Duomo a Milano) soltanto da una fede anche oltre la sala da meditazione che era nata per ospitare qualsiasi fede. Fu creata nel 1957 con la supervisione dell’allora segretario Dag Hammarskjold che voleva “uno spazio in cui le porte possano essere aperte alle infinite terre del pensiero e della preghiera”. Adesso, lo spazio è prenotato dalle 11,45 alle 3:00 (l’ONU non dice da chi) ogni giorno. Le preghiere musulmane sono divenute così popolari che i tappetini e le scarpe strabordano anche sui percorsi turistici.
I cristiani, gli ebrei, gli indù, invece, ed è certo una loro scelta, non compaiono mentre la fede islamica ci tiene a mostrarsi dentro il Consiglio Generale. È una ricca presenza anche il Qatar che ha investito milioni in una sala tutta broccati e ornamenti d’oro che Ban Ki-moon ha definito “perfetta per negoziati dietro le quinte”. Tutto questo non è folclore: per quanto la religione debba essere sempre rispettata in quanto tale, tuttavia qui non si può fare a meno di considerarne l’espressione strabordante come un simbolo dell’intera vicenda onusiana.
L’Onu, nato nel dopoguerra per diventare il difensore dei diritti umani contro la violenza e la dittatura dopo gli orrori passati, è stato poi divorato da logiche interne. La presenza strabordante di Paesi non democratici, soprattutto del blocco islamico (57 membri dell’Organizzazione per la Cooperazione Islamica) e dei cosiddetti “Paesi non allineati” (120) ha condotto a una sistematica demolizione dello scopo basilare delle Nazioni Unite, che ha 193 membri: è una pura questione matematica.
Così, per esempio, è stato sempre impossibile definire unanimemente il terrorismo, e possibile invece (sin dall’82) legittimare “la lotta dei popoli contro le occupazioni con tutti i mezzi a disposizione”, evitare la difesa delle persone omosessuali nell’ambito dei diritti umani, seguitare a far circolare l’idea che la Carta islamica dei diritti, in cui le donne sono discriminate e la sharia auspicata, sia una valida sostituta per quella approvata dalle Nazioni Unite, fare di Israele uno Stato canaglia con mille invenzioni pazzesche, e rendere un Paese che rappresenta lo 0,1 per cento della popolazione mondiale oggetto del 40 per cento circa delle risoluzioni dell’Assemblea e del Consiglio per i diritti umani, ignorare le grandi stragi, mettere Paesi come la Cina, la Libia, l’Arabia Saudita in posizioni preminenti nel Consiglio e in commissioni delicate e importanti come quelle per i diritti delle donne…
Insomma l’immagine di tutti quei tappeti e quelle scarpe è difficile da collocare in un ambito puramente religioso, quando pochi giorni fa Ban Ki-moon ha dichiarato che i quotidiani attacchi terroristici a Israele sono frutto della frustrazione causata dal ritardo di una ripresa delle trattative, mentre i giovani terroristi inneggiano alla Moschea di Al Aqsa e dichiarano su Facebook e ovunque possono il loro odio razzista per gli ebrei. Ma questo all’ONU non si dice, non si è mai detto, anzi, l’esaltazione della “causa palestinese” ne è uno dei maggiori oggetti di attivismo, mentre niente si fa per i milioni di vittime della corrente ondata di assassinii e di terrore in Medio Oriente.

E a questo sconfortante resoconto, non ho davvero niente da aggiungere.

barbara

I MANDARINI

Cioè gli intellettuali del dopoguerra francese, raccontati da un’intellettuale un po’ noiosa, che vi rappresenta se stessa e naturalmente Sartre, per i quali si potrebbe coniare l‘espressione “l’insostenibile bruttezza degli intellettuali”
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(qui una bella descrizione). Racconto un po’ sconclusionato che si snoda per 764 pagine, pasticciando su insieme storie balorde e storie quasi serie, scheletri negli armadi e spedizioni punitive, amori deliranti, amori recitati, amori quasi veri, belle fanciulle messe in vendita da madri avide, fascisti riciclati, doppiogiochisti, spie e traditori, viaggi transoceanici e un sacco di altre cose ancora – troppe, decisamente – fra cui lunghe lunghe lunghe elucubrazioni, a volte sotto forma di dialoghi, altre sotto forma di monologhi, ma sempre decisamente noiose.
L’unica cosa veramente apprezzabile è la seria riflessione sul comunismo, che da finestra sulla libertà negli anni tragici del nazismo e dell’occupazione tedesca, si va sempre più facendo intransigente dittatura del pensiero unico, in cui nessun dissenso è ammesso, nessuna opinione personale è legittima, nessuna deviazione dal tracciato prestabilito è contemplata.
L’ho letto perché stava lì da trentacinque anni e i libri, una volta acquistati, bisogna prima o poi leggerli (fatta salva la libertà di buttarli dopo cinquanta, o anche dopo dieci pagine, nel caso ciò si rivelasse necessario alla propria sopravvivenza). Onestamente non posso dire che sia stato tempo del tutto buttato via, ma abbiamo visto di meglio, ecco.

Simone de Beauvoir, I mandarini, Einaudi
i mandarini
barbara

HAI PRESENTE GERUSALEMME EST?

Ne sentite parlare spesso, vero? Si tratta della “Gerusalemme araba”, quella che Israele sta “illegalmente occupando”, da cui “deve ritirarsi” perché la sua occupazione “viola le norme di diritto internazionale”. Eccetera. Ecco. Sarà allora il caso di fare due chiacchiere su questa fantomatica “Gerusalemme est”, per passare dalle favole al mondo reale.
L’espressione “Gerusalemme est” è nata nel 1948, quando la Giordania ha illegalmente occupato una parte di quella che per tremila anni era stata una città tutta intera (esattamente come l’espressione “Berlino est” è nata in un brutto giorno del 1961 quando i russi, non so se legalmente o no, piazzarono un muro a dividere in due quella che per 724 anni era stata un’unica città). Per essere precisi, ad essere occupata fu la parte più antica della città, quella più specificamente EBRAICA. All’occupazione seguirono immediatamente l’espulsione di tutti gli ebrei che ci vivevano, la devastazione di sinagoghe e cimiteri, il divieto di accesso ai luoghi santi ebraici per tutti gli ebrei del mondo. Notizie più dettagliate potete trovarle qui e qui (e mi raccomando, leggete il documento inserito in entrambi i post). Adesso, come piccola aggiunta, vorrei invitarvi a vedere queste due immagini di un angolo di questa parte di Gerusalemme prima
Gerusalemme est 1
e dopo
Gerusalemme est 2
il passaggio dei vicini giordani (qui).

barbara

AGGIORNAMENTO: visto che sono riuscita a beccare il cannocchiale in uno dei suoi ormai sempre più rari momenti di veglia, sono corsa a ripescare questo vecchio post: se anche voi avrete la fortuna di beccarne un momento di veglia, non mancate di leggerlo.

GLI INSEDIAMENTI SONO IL PIÙ GRANDE OSTACOLO ALLA PACE

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E visto che a guardare l’immagine non avete perso tempo, spendiamone un po’ per tornare ai fatti di attualità, restando sempre in tema di balle e bufale.
La prima riguarda un “eroe”: vi ricordate quando, dopo la strage all’Hyper Cacher i giornalisti avevano fabbricato la favoletta dell’eroe musulmano che aveva salvato un bordello di gente dalla mattanza? Bene, contando sull’alloccaggine e sulla memoria corta del loro pubblico, adesso ne hanno fabbricata un’altra identica per lo stadio di Parigi: ogni volta che si scatena una mattanza ad opera del terrorismo islamico, ci viene fabbricato il “musulmano buono” chiavi in mano, che rischia la vita per salvare gli innocenti, e mentre le sinagoghe vengono lasciate sguarnite, la guardia repubblicana presidia la grande moschea, non sia mai che a qualche malintenzionato venga in mente di andare a fare la bua ai poveri musulmani. E poi date un’occhiata anche a queste altre balle qui e qui.
Post scriptum: e mentre l’Europa si diletta a “etichettare”, In Iran perfino la solidarietà è un reato che costa la galera.

barbara

SIGNOR COMANDANTE

Noioso: è questo l’unico aggettivo che accompagna questo romanzo in forma di lettera scritta da un francese filonazista, collaborazionista, antisemita viscerale, a un ufficiale tedesco. Gli scrive per offrirgli tutta la drammatica storia del suo disperato amore (e fregola costante, nonostante la non verdissima età) per la nuora ebrea. Lo leggi e ti annoi, vai avanti e ti annoi, volti pagina e ti annoi… Solo che poi arrivi al finale, che neanche la più sfrenata immaginazione avrebbe mai potuto farti immaginare, e allora ti ritrovi a pensare che forse, dopotutto, valeva la pena di annoiarti per poter toccare con mano gli abissi a cui l’odio ideologico può portare – e da rimeditare soprattutto ai giorni nostri.

Romain Slocombe, Signor Comandante, Rizzoli
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barbara

PERCHÉ ISRAELE NON POTRÀ MAI VINCERE LA GUERRA

LE TREGUE “UMANITARIE” CHE PROLUNGANO LE GUERRE

di Gianandrea Gaiani, 1 agosto 2014

Dopo 24 giorni di guerra tra Israele ed Hamas si ripete l’ipocrisia della “tregua umanitaria”, rito buonista suggerito dalle pressioni della comunità internazionale e protagonista indiscusso degli scontri tra israeliani Hamas ed Hezbollah degli ultimi anni. I due contendenti hanno deciso ieri di sospendere le ostilità (o quasi perché questa mattina a un mortaio palestinese ha risposto l’artiglieria di Tsahal) per almeno 72 ore. L’annuncio è arrivato nella serata di ieri in un comunicato congiunto Usa-Onu, in cui si specifica che sono state ricevute assicurazioni da tutte le parti per un cessate il fuoco incondizionato durante il quale ci saranno trattative per una tregua più duratura. Il segretario di Stato Usa John Kerry ha specificato che le ostilità cesseranno alle 8.00 locali (le 6.00 italiane) di oggi ed inizierà un confronto tra israeliani e palestinesi al Cairo. “Questo cessate il fuoco a Gaza è fondamentale per dare a civili innocenti una tregua necessaria dalla violenza”, ha detto il portavoce delle Nazioni Unite, Stephane Dujarric, spiegando che durante questo periodo “i civili nella Striscia riceveranno assistenza umanitaria urgente e avranno la possibilità di svolgere funzioni vitali, tra cui seppellire i morti, curare i feriti, e fare approvvigionamento di cibo”.
Inoltre, le delegazioni israeliana e palestinese andranno immediatamente al Cairo per intraprendere negoziati con il governo egiziano, su invito dell’Egitto, per tentare di raggiungere l’accordo su un cessate il fuoco durevole” a Gaza, ha aggiunto Dujarric. Si tratta di uno spiraglio di speranza, arrivato nel giorno in cui Israele ha detto che non fermerà la sua operazione a Gaza, almeno finché non avrà terminato la distruzione dei tunnel annunciando poi il richiamo di altri 16.000 riservisti. Ai 61 caduti israeliani (le perdite più alte sofferte da Tsahal dal ritiro dal libano meridionale nel 2000) si aggiungono secondo fonti di Hamas circa 1.500 morti palestinesi che sarebbero per tre quarti civili mentre secondo Gerusalemme le proporzioni vanno invertite in 3 miliziani per ogni civile anche se è indubbio che la popolazione in molti casi è vittima della follia dei miliziani che utilizzano scuole, moschee e case come postazioni militari.
Come è noto la tregua è stata di breve durata, anche a causa del rapimento di un militare israeliano, ma ha evidenziato due aspetti: che il cessate il fuoco temporaneo ha favorito solo Hamas e che la pressione di Washington su Israele per lo stop alle ostilità vanifica gli sforzi compiuti finora da Tsahal e rende inutili i morti di questa guerra. Inutili quanto lo sono state le vittime dei conflitti che si sono sviluppati dopo il ritiro israeliano alla Striscia nel 2005.
Di certo la proposta di pace formulata dal Segretario di Stato John Kerry (e subito sposata dal nostro Ministro degli esteri, Federica Mogherini) fa morire dal ridere: Israele dovrebbe fermare l’offensiva e in cambio Hamas dovrebbe disarmare. Una barzelletta, come quella raccontata al mondo intero circa il disarmo di Hezbollah previsto dopo la guerra del 2006 dal rinnovo della missione dei caschi blu in Libano ma che nessuno ha mai neppure tentato. E poi chi andrebbe a Gaza a disarmare i miliziani palestinesi? I marines di Obama ritirati dall’Iraq, in ripiegamento dall’Afghanistan e in fuga in questi giorni da Tripoli?
Le “tregue umanitarie” che una Casa Bianca divenuta il miglior alleato di islamisti e jihadisti vuole imporre a Israele sono le stesse che Washington ha sempre respinto quando le sue truppe erano all’offensiva in Serbia, Afghanistan e Iraq con la giustificazione di non dare respiro all’avversario. Il paradosso della guerra che “risparmia” il nemico invece di annientarlo è da tempo una delle cause del crollo di credibilità militare dell’Occidente (incluso Israele) e della percezione della nostra debolezza sempre più avvertita tra i nostri nemici, certo meno tecnologici ma più spregiudicati e pronti alla guerra vera (e al martirio) di noi.
Per ridurre la pressione internazionale lo Stato ebraico effettua addirittura “bombardamenti umanitari” avvisando con volantini, altoparlanti e persino sms la popolazione palestinese che determinate aree verranno attaccate. Svelando dove colpiranno gli israeliani rinunciano alla sorpresa e le milizie palestinesi hanno tutto il tempo di ritirarsi (ovviamente mischiandosi ai civili per sfruttarli come scudi umani) lasciandosi dietro mine e trappole esplosive che sono la principale causa delle perdite israeliane.
Questi accorgimenti oltre a danneggiare le operazioni non ottengono neppure vantaggi politico-strategici dal momento che la comunità internazionale non risparmia dure critiche a Israele mentre i media sembrano abbeverarsi senza nessuno spirito critico alla propaganda di Hamas circa le vittime civili. Quando le guerre si combattevano per davvero colpire la popolazione contribuiva a minare il morale del nemico e a demolire il consenso nei confronti dei regimi e delle leadership. Questo era lo scopo nel 1940-45 dei bombardamenti aerei su Coventry, Londra, Amburgo, Dresda, Tokyo. Prima di portarci democrazia, cioccolata, collant e swing gli anglo-americani bombardarono le città italiane mietendo decine di migliaia di vittime ma ciò nonostante li abbiamo accolti come “liberatori”. Oggi che in Afghanistan usiamo i guanti di velluto continuiamo a venire percepiti come “invasori” per giunta inconcludenti dal momento che a fronte dei limitati danni collaterali non siamo riusciti a sconfiggere i talebani e dopo dodici anni ci ritiriamo con la coda tra le gambe.
Le guerre di un tempo erano più sanguinose ma alla loro conclusione vincitori e vinti erano ben chiari. Aveva ragione Edward Luttwak quando nel saggio “Give war a chanche” accusava le cosiddette “missioni di pace” di impedire ai conflitti di concludersi prolungando all’infinito l’instabilità e del resto la cultura buonista applicata alla guerra ha fatto molti danni, al punto che agli attacchi nemici un tempo si replicava con la massima concentrazione di fuoco, oggi con la “risposta proporzionata”. Se Israele non andrà fino in fondo, riconquistando la Striscia di Gaza e annientando le milizie palestinesi, le vittime registrate finora su entrambi i lati della barricata saranno state inutili e Hamas potrà ricostruire in breve tempo tunnel e arsenali di razzi prolungando all’infinito una guerra che potrebbe venire risolta in meno di una settimana con un uso più determinato della forza, più sanguinoso ma risolutivo.
Del resto le guerre combattute in punta di piedi non portano a vittorie durature. La rivolta contro gli americani nell’Iraq “liberato” da Saddam Hussein non sarebbe stata possibile nella Germania del 1945 per la semplice ragione che quasi tutti i tedeschi in età per combattere erano morti, feriti, prigionieri o invalidi. Invece in Iraq i tanti fans del raìs risparmiati dalla guerra leggera e “politically correct” del 2003 hanno dato una mano ai qaedisti a trasformare il nord dell’Iraq nel Califfato dello Stato Islamico. Già la guerra è una vicenda orribile ma il vero crimine è renderla inutile impedendone la conclusione con vincitori e vinti. (qui)

Cinismo? No: semplice realismo. Semplice constatazione di un dato di fatto che dovrebbe essere sotto gli occhi di tutti. Lo aveva perfettamente capito re Hussein di Giordania, che quando si è trovato a dover fare i conti col terrorismo palestinese non ha esitato a mettere in atto un vero e proprio massacro, da tremila a cinquemila morti in dieci giorni, e i sopravvissuti messi in fuga. E di problemi col terrorismo palestinese non ne ha avuti mai più. E, nel nostro piccolo, lo abbiamo sempre avuto chiaro anche noi. Vogliamo dunque suggerire di mettere in atto un massacro? No, certo che no. Solo, finché si continuerà a condurre la guerra coi guanti, dobbiamo rassegnarci all’idea che non ne vedremo mai la fine, e che questo stillicidio di morti, da una parte come dall’altra, continuerà all’infinito, e alla fine il conto sarà molto molto più alto. E metterci in testa che, in questo modo, dai nostri avversari otterremo solo il più grande disprezzo.

barbara

CRITICARE ISRAELE? SÌ, GRAZIE!

Questo mio articolo è di dieci anni fa. Magari a qualcuno potrebbe interessare rileggerlo.

“Criticare Israele è legittimo!” e poi “Possibile che non si possa rivolgere una legittima critica a Israele senza essere tacciati di antisemitismo?” e ancora “Perché Israele dev’essere intoccabile?” … Alzi la mano chi non ha sentito almeno settemila miliardi di volte il fatidico lagno … Nessuno? Lei là in fondo? Ah, si sta solo grattando un orecchio … Bene, allora è giunto il momento di dare una franca risposta a tutti questi accorati interrogativi, e la risposta è: sì, signori, criticare Israele è legittimo. E potete farlo tutte le volte che volete senza che a nessuno passi per la testa di accusarvi di antisemitismo. Garantito. E dunque prego, accomodatevi, fate pure tutte le critiche che desiderate.
Quando avrete criticato in misura proporzionata alle rispettive colpe l’Autorità Palestinese, la Siria, l’Iran, la Libia, l’Arabia Saudita, il Sudan, la Corea, Cuba, la Cina, la Birmania e magari, già che ci siamo, facendo uno sforzo ulteriore, anche il terrorismo.
Quando avrete condannato in misura proporzionale l’occupazione del Tibet da parte della Cina, del Libano da parte della Siria, dell’Irlanda del Nord e delle isole Malvine da parte della Gran Bretagna, della Catalogna e dei Paesi Baschi da parte della Spagna, di alcune regioni tedesche da parte della Polonia, di alcune regioni polacche e delle isole Kurili da parte della Russia, dell’Istria da parte della Jugoslavia (oggi Croazia), dell’Alto Adige (e magari, già che ci siamo, facendo uno sforzo ulteriore, anche di Roma) da parte dell’Italia e ne avrete chiesto il ritiro e la restituzione ai legittimi proprietari.
Quando avrete dichiarato illegali il muro tra l’Arabia Saudita e lo Yemen, quello tra gli Stati Uniti e il Messico, quello tra la Corea del Nord e la Corea del Sud, quello di Cipro, quello dell’Olanda, quello tra India e Pakistan, quello tra la Spagna e Ceuta, quello in Botswana, quello nello Zimbabwe, i sei del Marocco e magari, già che ci siamo, facendo uno sforzo ulteriore, anche quello del Vaticano (che non tengono fuori terroristi bensì, semplicemente, persone sgradite) e ne avrete preteso a gran voce l’immediato abbattimento.
Quando sarete insorti contro le uccisioni di palestinesi operate dalla Giordania, dalla Siria, dal Libano, dal Kuwait eccetera eccetera.
Quando avrete boicottato (e invitato l’universo mondo a boicottare) tutti i prodotti, tutti i libri, tutti gli accademici, tutti gli studiosi, tutte le università, tutti i contributi, tutte le collaborazioni di tutti gli stati che violino, anche in misura minima, i diritti umani.
Quando avrete impedito di parlare a tutti i diplomatici, a tutti i politici, a tutti i rappresentanti, ufficiali o privati di tutti gli stati che violino, anche in misura minima, i diritti umani.
Quando avrete condannato tutti gli stati che si difendono dal terrorismo. E anche, a maggior ragione, quelli che si difendono da bagatelle come la mafia e la criminalità comune.
Quando avrete reclamato il “ritorno” di decine di milioni di profughi, e dei loro figli, e dei loro nipoti, occasionalmente anche dei loro pronipoti, negli stati originari propri e magari, se capita, anche in stati altrui.
Quando vi sarete indignati per la vergognosa mancanza di diritti degli arabi negli stati arabi.
Quando sarete scesi in piazza contro le lapidazioni (magari di bambine stuprate), contro le macellazioni sulla pubblica piazza di sospetti o presunti “collaborazionisti” palestinesi (etichetta sotto la quale si può incollare – e spesso si incolla – chiunque sia sgradito a qualcuno di coloro che contano), contro gli stupri di massa decretati dai tribunali islamici contro le mogli o sorelle o figlie di qualcuno che ha commesso qualche sgarbo a qualcuno di coloro che contano.
Quando avrete smesso di impestarci l’aria col famigerato “proprio voi che avete tanto sofferto” (“voi” chi? Gli israeliani? Non c’erano israeliani al tempo delle camere a gas: dunque, di chi state parlando, o nobili signori che non tollerate di essere presi per antisemiti?)
Quando avrete chiesto conto ad Arafat e soci dei miliardi di dollari (nostri) intascati lasciando i palestinesi nelle baracche, e di una intera generazione di bambini palestinesi mandati al macello.
Quando avrete chiesto conto ai vari Paesi arabi dei campi profughi che essi hanno voluto, costruito e riempito di palestinesi dopo averli indotti a lasciare le proprie case, per poi farveli vivere come bestie e destinarli a diventare carne da cannone.
Quando vi sarete ricordati che i vostri nonni scrivevano su per i muri di tutta Europa: “Ebrei, andate in Palestina!” riconoscendo la Palestina come unica vera patria degli ebrei e gli ebrei come popolo legittimato a risiedervi.
Fatto? Bene, allora potete cominciare a criticare Israele. E noi vi ascolteremo. Con attenzione. Con interesse. Con simpatia. Con partecipazione. E non saremo neppure sfiorati dal sospetto che possiate nutrire qualche sentimento antisemita. Garantito.

La cosa interessante è che questa gente passa metà del proprio tempo a vomitare ogni sorta di veleni su Israele, e l’altra metà a frignare che Israele non si può criticare; metà a strillare che Israele deve essere trattata come qualunque altro stato e l’altra metà a trattarla in modo diverso da qualunque altro stato. Quanto a uno dei mantra di questa gentaglia, che Israele “con la scusa dell’Olocausto” si sente in diritto di compiere qualunque crimine restando impunita, io vi sfido a trovare un israeliano, anche uno solo – e vi autorizzo a cercare anche nei manicomi, anche nelle bettole di avvinazzati, anche negli istituti per ritardati – che dichiari: “Io prendo a calci chi mi pare e non potete dirmi niente perché io ho avuto l’olocausto”.

barbara