TRAMONTO

Il braccio destro intorno alle spalle della figlia. Si avvicina la moglie e lui apre il braccio sinistro, affinché si unisca all’abbraccio, poi avvicina le braccia per stringere il cerchio, in modo che la donna e la ragazza possano abbracciarsi tra di loro. Lento, quasi guardingo, si avvicina il figlio adolescente, ostentando superiorità verso tutto quel tenerume. La madre apre il braccio sinistro, senza parlare, guardandolo. Alla fine si annida anche lui in quell’abbraccio tenerissimo, tutti e quattro con sorrisi vaghi e gli occhi persi in quel tramonto bellissimo, struggente.

Più in là un ragazzo e una ragazza, intrecciati stretti. Talmente stretti che sarebbe arduo capire fin dove arrivi l’intreccio. Forse lo stanno sentendo, il tramonto, ma sicuramente non lo stanno vedendo, persi unicamente l’uno negli occhi dell’altra.

Due bambini, sordi ai richiami della madre, continuano ostinatamente a giocare, per rubare ancora un minuto, ancora un secondo, ancora un respiro all’estate finché dura, finché c’è.

E io continuo nella mia camminata lenta, lentissima, nella luce che a poco a poco svanisce mentre le onde, con sensuale delicatezza, venendo a morire sulla battigia, con l’ultimo respiro mi accarezzano i piedi.

barbara

E PER CONCLUDERE (11/17)

Per concludere, in realtà, ci sarebbero ancora tantissime cose da raccontare, emozioni da rievocare, momenti speciali da rammentare. Per esempio il bunker sul Golan dove, il buio rischiarato unicamente da microscopici lumini regalatici da Moti,
lumino
è stata letta la preghiera Unetanneh Tokef,
Unetanneh tokef
composta, secondo la tradizione, nell’XI secolo da Rabbi Amnon di Magonza mentre attendeva di morire con le mani e i piedi amputati come punizione per non essersi voluto convertire. Poi, in quell’atmosfera surreale, ce l’ha fatta sentire cantata, dal cellulare. Adesso chiudi gli occhi, immaginati dentro un bunker in cui non arriva alcun rumore dall’esterno, le volte che si rimandano i suoni, il buio quasi totale, tante persone, vicinissime le une alle altre, in religioso silenzio, il suono un po’ incerto di un cellulare, e ascolta:

E quella lunga camminata – mentre i compagni tiravano fuori e aprivano la bottiglia e preparavano i bicchieri – con i piedi in acqua, e poi anche le caviglie, e poi anche i polpacci, e le onde che ogni tanto si alzavano a inzupparmi il vestito, nella luce sempre più evanescente del tramonto telavivino, avanti e indietro, avanti e indietro, ultima e poi esco, no dai ancora una e poi esco, questa è proprio ultima e poi esco davvero, vabbè, penultima, ma poi veramente…

E il bagno nel mar Morto, con la compagna R. che appena entrata si mette a strillare ahiahiahi mi brucia la jolanda! La cosa buffa è che fra i vari nomi e nomignoli in uso, jolanda non l’avevo mai sentito, e probabilmente neanche gli altri, e ciononostante ci siamo messi tutti a ridere, perché nessuno ha avuto il minimo dubbio sul significato di quella parola – potenza dell’oggetto che riesce a superare quella del nome!

E poi basta, mi fermo. Fra una settimana sarò di nuovo lì, a inzuppare le chiappe nel Mar Morto e a vedere altre cose meravigliose che poi, come sempre, vi racconterò e vi farò vedere. Come ultimissima cosa, prima di chiudere la narrazione di questo undicesimo viaggio, vi lascio alcune foto prese dall’autobus mentre correvamo lungo il mar Morto (ho tolto le più storte e le più sfocate; di quello che rimane, pur storto e sfocato, vi accontenterete). Quegli arbusti che sorgono dal deserto di sale: ci era stato detto che cosa sono, ma non me lo ricordo; sono tuttavia sicura che arriverà la solita mano santa a provvedere.
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E i solchi lasciati dai piedi delle capre in transito.
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E questo per ora è tutto. Arrivederci al prossimo viaggio.

E la sapete una cosa curiosa? A scrivere questo ultimo post mi sento come se dal viaggio mi stessi congedando veramente solo in questo momento. Come se questo fosse un addio. E me ne viene come una sorta di tristezza.

barbara

 

MARE

Ci sono andata, oggi pomeriggio. Un paio di persone in acqua coi retini, per procurarsi di che condire la pasta della cena. Un paio di persone col cane. Una giovane coppia abbracciata stretta: nessun altro. Un silenzio profondo, accarezzato ma non rotto dal lieve sciacquio delle onde di un mare calmo, di quell’argento leggermente offuscato che assume sotto un cielo velato.
Ho camminato a lungo, lentamente, sulla battigia. La sensazione di pace era così assoluta da riuscire persino a stemperare gli effetti di un robusto trauma abbattutosi su di me nel primo pomeriggio.
Ho passato una vita a dire che il mare d’inverno è una delle più straordinarie meraviglie che la natura possa offrire – e pensare che c’è chi lo trova noioso o deprimente.

barbara

ESTATE

E continua questa lunghissima, caldissima, meravigliosa estate (di là a quest’epoca per fare la doccia occorre accendere la stufetta elettrica), che sembra non voler finire mai.


E mentre cammino con le onde che lentamente, dolcemente, ritmicamente mi battono sui polpacci, davanti l’ultima luce che arriva dal sole già da un pezzo tramontato, il cielo una fantasmagoria di colori che sfrangiano uno nell’altro, e quando faccio dietrofront una sfolgorante luna piena su un cielo blu cobalto che diventa di attimo in attimo più scuro, il pensiero corre a quando, mentre camminavo con le onde che lentamente, dolcemente, ritmicamente mi battevano sui polpacci mi dicevo ancora tre giorni e poi finito, ancora due giorni e poi finito, e adesso invece dico fra due giorni avrò ancora le onde che mi battono sui polpacci, e fra tre giorni avrò ancora le onde che mi battono sui polpacci, e se verrà un giorno di pioggia prima o poi tornerà un giorno di bel tempo e io avrò di nuovo le onde che mi battono sui polpacci, per sempre, per sempre, per sempre, in un paradiso senza fine…
(Io adesso vado in Israele, noi ci vediamo fra una decina di giorni)

barbara