IL PIANOFORTE SEGRETO

Nata nell’anno del trionfo della rivoluzione comunista, Zhu Xiao-Mei rivela un precoce talento per la musica, in particolare per il pianoforte; viene perciò iscritta prima a una scuola musicale e poi al Conservatorio. Sulla sua strada si abbattono però due sciagure, una più spaventosa dell’altra: prima il “grande balzo in avanti” che produce miseria generalizzata e decine di milioni di morti, e poi la rivoluzione culturale, ossia quella cosa che stabilisce che letteratura, musica, arti figurative, storia, cinema, teatro e tanto altro ancora sono cose inutili e malsane e quindi via, distruggere tutto, bruciare tutto, svuotare le scuole, cancellare le lezioni, dare la caccia ai nemici della rivoluzione che si nascondono dappertutto – e dei cadaveri di questi nemici, a mucchi, si riempiono le inutilizzate aule del conservatorio, oltre ai suicidi di chi, dopo una vita integerrima, non regge alla vergogna di essere additato al pubblico ludibrio con le accuse più infamanti. E infine l’invio ai campi, anni di lavoro durissimo, di privazione di tutto, di fame, di indescrivibile sporcizia, di malattia e di morte. E nel frattempo il lavaggio del cervello dà i suoi frutti anche in Zhu Xiao-Mei, come in tutti gli altri: vergogna per la propria famiglia di origine borghese, peccato originale dal quale purgarsi diventando la più entusiasta dei rivoluzionari, la più implacabile accusatrice dei “nemici della rivoluzione”, con un piccolo rimorso per avere rifiutato alla vecchia nonna una visita, o anche solo una lettera, ma anche con la coscienza di avere fatto la cosa giusta; e se il partito dice che il padre è una spia, come si potrebbe dubitarne? La strada per i dubbi, per la presa di coscienza, per il recupero della propria lucidità mentale, per la conquista infine della libertà anche fisica e il ritorno alla musica sarà molto lunga, e dolorosissima, ma alla fine vittoriosa. Riporto alcune cose. Innanzitutto un breve ma illuminante capitolo.

  1. Campo 4619

Che contrasto tra le strade deserte di Pechino, svuotate dei loro abitanti, e la stazione brulicante di gente, ricoperta di banderuole in onore della Rivoluzione!
Mi apro un varco nella folla compatta cercando di orientarmi e, alla fine, intravedo il binario indicato come nostro luogo di ritrovo. I miei futuri compagni arrivano uno dopo l’altro. Ci sono allievi di tutte le scuole artistiche di Pechino: Conservatorio, Istituto d’Arte, Scuola di Cinema, Scuola di Danza, Scuola dell’Opera di Pechino. Un soldato indica ogni nuovo arrivato e ci affida a una sezione. Sono stati prenotati due vagoni speciali su un treno passeggeri diretto a Zhangjiako.
In attesa di partire, mi guardo intorno. Le famiglie si salutano, le coppie si scambiano le ultime parole tenere, i nonni sussurrano addii ai nipoti. Le persone si guardano, alcuni pensando che non si rivedranno mai più.

In lontananza, vedo giovani mamme affidare i loro neonati alle famiglie. A quella vista, ho un conato di vomito e sento vacillare il coraggio. Poi mi riprendo. È ridicolo. Una vera rivoluzionaria ignora ogni tipo di sentimentalismo.
In tutto siamo circa un centinaio. I soldati ci fanno salire sui vagoni. Una prima scossa e il treno oscilla. La stazione di Pechino si allontana, lentamente, tranquillamente. Poco dopo la partenza, il nostro Jigifenzi, l’attivista affidato alla nostra sezione, ci invita a intonare dei canti rivoluzionari in onore del presidente Mao e a leggere a voce alta alcuni estratti del Libretto rosso. A metà viaggio, il cielo si scurisce. Guardo fuori dal finestrino. Le nuvole sono talmente imponenti che si ha l’impressione che faccia già buio. Non si distingue più niente del paesaggio, tranne qualche luce, di tanto in tanto.
Arriviamo a Zhangjiako a fine giornata. I soldati ci fanno scendere dal treno e, dopo averci riunito nella piazza della stazione, ci stipano in due camion militari, una cinquantina di studenti per veicolo. Direzione: il campo 4619, a Yaozhanpu.
Attraversiamo la città di Zhangjiako. Ci troviamo a soli cinquecento chilometri da Pechino, eppure abbiamo l’impressione di essere in capo al mondo. Le strade sterrate sono deserte; solo il rumore dei motori squarcia il silenzio. Guardo gli edifici, tutti moderni, tutti brutti. Zhangjiako è di passaggio in un’eventuale invasione sovietica. Probabilmente è per questo che la città ha l’aspetto di un paesone. Impossibile immaginare che abbia conosciuto un’epoca d’oro nel xvii secolo sotto la dinastia Manciù dei Qing; allora era il centro del traffico del tè e dell’oppio tra Cina e Russia. Oggi si respira solo povertà e tristezza.
All’uscita della città, imbocchiamo una brutta strada. Due ore dopo, arriviamo infine a destinazione, col viso ricoperto da una maschera di polvere. Somigliamo talmente poco a degli esseri umani che fatichiamo a riconoscerci. Una prefigurazione degli anni a venire.

Il campo di Yaozhanpu, situato in collina, è costituito da tre edifici bassi di mattoni rossi, tipici fabbricati dell’esercito, che circondano un’enorme piazza.
«Adunata!»
Restiamo in piedi, al buio e al freddo.
«Studenti, verrete divisi in sezioni. Poi andrete nelle vostre stanze».
Penetro insieme ai miei compagni nella stanza che ci è stata assegnata. È una camera di una ventina di metri quadrati, con una decina di pagliericci poggiati a terra, talmente stretti che mi domando come riusciremo a dormirci. Poso le mie cose sul mio; è ricoperto di scarafaggi. In quel momento entra un soldato.
«Studenti, in refettorio!»
All’ingresso del locale, ci viene data una gamella lurida che sembra essere stata usata più come vaso da notte che per consumare pasti. Ho lo stomaco talmente chiuso che non riesco a buttare giù nulla.
La prima notte fatico a prendere sonno. Penso agli scarafaggi. Finiranno per entrarmi nelle orecchie e perforarmi i timpani, ne sono sicura. Accanto a me c’è Ouyan, anche lei pianista. Ogni volta che si muove, mi sveglio. Alla fine, ci piazziamo una dalla parte della testa e una dalla parte dei piedi per riuscire a dormire meglio.
Il giorno dopo alle sei di mattina, un soldato arriva a svegliarci e veniamo subito radunati nella piazza d’armi. Un uomo sulla cinquantina, dagli occhi molto dolci, avanza verso di noi. È Tian, il capo-campo. Ci osserva a lungo, poi si rivolge a noi con voce grave.
«In mezzo a voi ci sono tigri e dragoni» espressione cinese per indicare eminenti personalità, «ma le vostre menti rimangono borghesi; per questo dovete essere rieducati».
Terminato il discorso di Tian, prendono la parola altri soldati, ci spiegano il programma delle attività e ci illustrano il regolamento del campo. Niente è lasciato al caso: abiti rigorosamente neri, grigi o blu, capelli corti, lo stesso cappello per tutti, niente gonne per le ragazze.
In pochissimi giorni, la mia speranza di trasformarmi in una vera rivoluzionaria sfuma. La vita al campo non è fatta per educarci; è fatta per abbrutirci. Tutti i giorni ormai si somigliano, scanditi dagli stessi lavori forzati. E questo, ancora non lo so, durerà cinque anni.
Ogni mattina, sveglia alle sei.

«In piedi!» urla il soldato affidato alla nostra camerata accendendo la luce.
La giornata inizia con una corsa a passo cadenzato. Poi per un’ora studiamo il Libretto rosso. Sempre gli stessi passaggi. Lavoriamo principalmente su due trattati fondamentali: Sulla pratica e Sulla contraddizione; e tre articoli: «Servire il popolo», «Omaggio al povero Chang Szu-teh», un soldato morto per il popolo, e «Come Yu Kong rimosse le montagne», storia di un vecchio che aveva deciso di rimuovere a colpi di piccone tre grandi montagne che bloccavano l’accesso alla sua abitazione. Il suo vicino di casa si prendeva gioco di lui, ma non il Cielo, che alla fine gli inviò due geni per portare via gli ostacoli sulle loro spalle. Le tre montagne di Mao sono l’imperialismo, il capitalismo e il feudalesimo.
Terminato lo studio del Libretto rosso, verso le otto di mattina ci rechiamo nei campi. La nostra missione: coltivare riso in uno dei luoghi della Cina che vi si presta meno. Terreni aridi e sterili, battuti da venti glaciali, imbrigliati in paesaggi gialli e neri, opprimenti. Prima cosa da fare: scavare canali di irrigazione con vanghe per lo più rotte. In seguito andiamo a prendere della merda nelle latrine da campo per spanderla nei canali.
Dopo qualche minuto dentro l’acqua ghiacciata, non sento più i piedi. Ho spesso la febbre che mi fa sudare. Ben presto smetto di avere il ciclo e ho male allo stomaco, ma nel campo non ci sono né medicinali né infermerie: saranno alcuni compagni, con qualche rudimento di agopuntura, ad alleviare un po’ il mio dolore. In estate siamo ricoperti di punture di zanzara e le sanguisughe ci si incollano alle gambe. Per quanto rifletta, il coraggio mi abbandona.
Per stimolarci, il nostro Jigifenzi, con l’aiuto dei soldati, ci mette in competizione l’uno con l’altro. In quanto tempo riusciremo a scavare questo canale? Chi sarà il più veloce a procurarsi dell’acqua? Chi porterà la maggior quantità di merda dalle latrine? Lui stesso dà il buon esempio lavorando più veloce di tutti noi. Faccio del mio meglio, angosciata all’idea delle critiche che mi aspettano, la sera, in sede di pubblica denuncia. Ma vista la mia corporatura minuta, non ho nessuna possibilità di vincere.
A mezzogiorno, pranziamo sul posto, nel campo. Uno di noi viene incaricato di andare a cercare dell’acqua calda e del cibo, spesso e volentieri patate che ogni giorno tagliamo in modo diverso, a dadini, a bastoncini, a fette, o che mescoliamo a qualche cavolo e carota, giusto per variare un po’. Talvolta, abbiamo diritto a della carne di maiale.
Più ancora delle mattine, i pomeriggi sono interminabili, e guardo l’orologio ogni cinque minuti. Lavoriamo fino al tramonto. Poi rientriamo alla base. Dopo una giornata passata a sudare, con i piedi immersi nell’acqua, siamo di una sporcizia ripugnante, ma dobbiamo andare dritti alla seduta di autocritica e di denuncia senza aver avuto il tempo di lavarci – non è un dettaglio da poco, ma gioca un ruolo fondamentale nella «rieducazione»: impedire di lavarci è un modo fra tanti di minare il nostro senso di dignità.
Riuniti in piccoli gruppi di dieci, passiamo sotto l’autorità di un soldato addestrato nell’arte di metterci gli uni contro gli altri. Gli esercizi di autocritica li pratico da tempo, ma queste sedute a porte chiuse, in capo al mondo, hanno un sapore particolare. In effetti capiamo quasi subito che la posta in gioco è cruciale, sebbene tacita: coloro che si comportano meglio, se ne andranno via prima. Diamo il via alla lotta. Sentiamo che questo è il prezzo della libertà.
Quando la tua esistenza è ridotta a delle mansioni snervanti, quando nessuno spirito superiore, sia esso culturale o religioso, ti aiuta a canalizzare gli istinti, l’unico modo di difendersi è aggredire.
«Zhang non ha lavorato abbastanza» grida un compagno. «È rimasto venti minuti in bagno». E Zhang risponde attaccando a sua volta: «Ho sentito Li lamentarsi del lavoro al campo, due volte!» Usciamo sfiniti da quelle sedute. Impossibile fare conversazione. Non osiamo neanche guardarci negli occhi. Eppure, dobbiamo continuare a convivere.
Torniamo in camera per cenare, seduti sui nostri pagliericci davanti alle patate, al cavolo e alla misera porzione di riso giallo. Solo una volta finito il pasto, possiamo finalmente lavarci. Chinati sopra un buco scavato in un angolo della stanza, a turno, ci spruzziamo addosso un po’ di acqua. Davanti agli altri. Qui non c’è posto per nessun tipo di intimità. L’idea stessa rivela sentimenti borghesi.
Dopo esserci lavati, osiamo finalmente guardarci, scambiare qualche parola. Ma l’unico posto dove possiamo parlare liberamente tra noi è una stanzina attigua dove andiamo a prendere l’acqua calda. Lì officia un personaggio eccezionale, Guo Baochang. Un giorno diventerà uno dei più grandi cineasti cinesi. Più grande di tutti noi, fin dal suo arrivo è stato considerato un accanito oppositore della Rivoluzione, per questo è stato incaricato di scaldare l’acqua per il campo. Ogni giorno, deve trasportare grandi quantità di acqua e carbone, passare dal freddo glaciale dell’esterno al calore umido della stufa. Il che non intacca il suo buonumore.
Così, qualche giorno fa, si è innamorato di una di noi, una cantante molto carina del Conservatorio. Per dichiararle il suo amore secondo la tradizione cinese, incarica un messaggero di consegnarle una lettera d’amore. La sua scelta, secondo lui, è appropriata: un giovane allievo dell’Opera di Pechino, che ha studiato talmente poco che fatica a scrivere le sue stesse autocritiche. Guo Baochang si crede al sicuro da qualsiasi indiscrezione.
Sfortunatamente il giovane artista non soltanto è ignorante, ma è anche curioso. Apre la lettera e scopre un testo talmente difficile che un dizionario non basta a decifrarlo. Allora consulta i suoi compagni… ed ecco che tutto il campo ne è a conoscenza prima ancora che la bella riceva la sua lettera.

La giornata è finita, ma le nostre pene non sono ancora terminate. Spesso le esercitazioni di allarme ci svegliano in piena notte per prepararci a un’invasione dei Sovietici. Sentiamo l’urlo della sirena e poi l’ordine di adunata:
«Allerta! Allerta!»
Allora dobbiamo urgentemente abbandonare il campo portandoci via le nostre cose. La prima prova è raccogliere le nostre cose nel buio totale della stanza, tanto che finisco per dormire completamente vestita, per maggiore sicurezza. In seguito dobbiamo correre in montagna per diverse ore di fila, in piena notte. Poi all’alba torniamo al campo senza aver potuto dormire.
Quando non è un allarme a svegliarci, è una voce che risuona in piena notte. Misteriosa, proveniente da non si sa dove, canta la gloria della Rivoluzione. La nostra Jigifenzi parla nel sonno. All’inizio eravamo sconvolti: una tale fedeltà, una tale lealtà, espresse anche nel sonno, non è ammirabile? A poco a poco, tuttavia, si insinua il dubbio. Non è un po’ troppo tutte le notti? E non è forse per verificare che abbiamo sentito bene la sua professione di fede che si preoccupa la mattina di averci disturbato? Allora mettiamo a punto una messinscena: ogni volta che ci porge le sue scuse, la rassicuriamo:
«Ma no, non ci hai affatto disturbato, non abbiamo sentito nulla».
La domenica è dedicata alle pulizie. Mentre laviamo le lenzuola, guardiamo il cielo nella speranza che un minimo di sole ci permetta di farle asciugare. Molto spesso, meno di un’ora dopo, si alza un vento sabbioso e le nostre lenzuola diventano tutte grigie e gialle, come il paesaggio, ancora più sporche di prima.
Talvolta, la domenica, possiamo guardare un film: albanese, di solito. La qualità lascia a desiderare ma non ne perdiamo uno, per i pochi baci – inimmaginabili in un film cinese dell’epoca. Ogni volta che si annuncia una scena spinta, il soldato responsabile della proiezione si precipita davanti allo schermo per nasconderci l’inconcepibile. Ma spesso arriva troppo tardi, con nostro grande piacere. Bisogna forse ricordare che abbiamo tutti fra i diciannove e i trent’anni?
In mezzo a quella miseria quotidiana rimane un raggio di sole: l’arrivo della posta. Quando non viene censurata e quando il destinatario non è costretto a leggerne pubblicamente il contenuto. Quello che è successo a un’amica in un altro campo: ha dovuto rivelare a tutti i suoi compagni i dettagli delle lettere del suo fidanzato.
Mi scrivo regolarmente con mia madre, rimasta a Pechino, e con Xiaoyen. Presto la mia sorella più piccola, che allora ha quindici anni, viene mandata a Beidahuang Anlun, nel Grande Nord selvaggio della Manciuria, da dove continua a scrivermi.
Le sue prime lettere sono spaventose. Durante i raccolti, deve lavorare dalle due del mattino alle undici di sera. Per poter pranzare, a mezzogiorno, deve precipitarsi dall’altra parte del campo dove viene consegnato il cibo. I primi arrivati mangiano più possibile. Essendo la più giovane del campo, corre meno veloce degli altri, e spesso si ritrova senza niente.
Tra le varie mansioni, deve occuparsi di un allevamento di cervi – in Cina i cervi vengono allevati per le corna, da cui si ricavano farmaci. Un giorno, mentre stava inseguendo uno degli animali scappati, ha quasi rischiato di morire sprofondando in una palude. Un’altra volta, mentre stava falciando, ha visto la sua migliore amica morire fulminata perché ha toccato un cavo caduto a terra. Si è incaricata di vegliare sulle sue spoglie fino all’arrivo dei genitori, ma una notte si è assopita e, al risveglio, ha assistito allo spettacolo del corpo rosicchiato dai ratti. Il padre della ragazza è impazzito. È morto poco tempo dopo.
Cosa rispondere a una lettera di Xiaoyen? Non posso fare altro che cercare di infonderle coraggio. In seguito, per tirarla su, le invierò una copia del Manifesto del Partito comunista di Karl Marx.
Un giorno, ricevo una lettera da parte di mia madre. Anche lei ormai è in un campo di lavoro.

Quest’altro pezzo è un breve brano del capitolo successivo, ancora più esemplificativo dell’abbrutimento, dell’annientamento di ogni umanità, dell’annichilimento della persona perpetrato dal partito comunista, che ben poco ha da invidiare al partito nazista.

Poco dopo il nostro arrivo, ci invitano a riflettere sull’esempio di una studentessa universitaria di un campo vicino che ha dato prova di eccezionale fedeltà a Mao. Due telegrammi successivi l’avevano informata che suo figlio era gravemente malato e che doveva tornare in fretta a Pechino. Ogni volta lei ha risposto che doveva curare un maialino, anche lui sofferente, che le era stato affidato. Un terzo telegramma le ha annunciato il decesso del figlio. Non ha versato una lacrima. Qualche giorno dopo, il maialino è morto. E lei ha pianto.
Rimaniamo perplessi. È davvero necessario spingersi così oltre per essere fedeli al pensiero del presidente Mao? Ma, superato un primo momento di stupore, ci abituiamo all’idea, e ben presto la maggior parte di noi considera questa donna lodevole: un maiale nutre la collettività, l’attaccamento che si prova per il proprio figlio è solo individualista e borghese. Le giovani madri intorno a me esprimono qualche riserva, ma finiscono per approvare. Ne sono davvero convinte? Mi ci vorranno altri cinque anni perché riesca a pormi la domanda con lucidità. Cinque lunghi anni di campo prima di accettare il dubbio, prima di lasciar nascere in me qualcosa che somigli alla lucidità.

E infine una battuta da un’intervista:

«Se Dio esiste, che cosa vorrebbe che le dicesse?»
«Sei stata abbastanza coraggiosa. Vieni, ti presento Bach».

È un libro che va letto, non solo perché è di straordinaria bellezza e intensità, ma anche perché, anche se da queste vicende sono passati diversi decenni e alcune cose sono, almeno apparentemente, cambiate, ci aiuta a capire meglio che cosa sta succedendo in questo momento, e perché.

Zhu Xiao-Mei, Il pianoforte segreto, Bollati Boringhieri
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barbara

AGGIORNAMENTO: E tu guarda la combinazione.

PADRE E FIGLIO

Già una volta ho avuto modo di osservare che i libri sembrano vivere di vita propria, e questo libro lo conferma. Mi è stato regalato a Natale del 1965: è rimasto lì, dimenticato, ignorato per oltre mezzo secolo, sopravvissuto a una mezza dozzina di traslochi, alle lunghe assenze dei soggiorni africani, alle lune e ai soli, ai mesi e alle stagioni… Poi ho letto il libro di Simone; finito quello sono andata alla libreria dei libri non letti e la mano si è diretta su questo, di cui ignoravo del tutto l’esistenza, per non parlare del tema.

Questo, a differenza del precedente, è un libro rigorosamente autobiografico. I genitori dell’autore, calvinisti estremisti, non appena vengono benedetti, non più giovanissimi, dalla nascita di un figlio, si affrettano a “dedicarlo al Signore” e a dire che se il Signore vorrà riprenderselo presto, loro Glielo lasceranno volentieri, perché sicuramente Lui sa meglio di loro che cosa sia giusto fare, e con grande frequenza lo ripetono anche al bambino, che se dovesse morire loro saranno contenti di restituirlo al Signore, al quale fin dalla nascita è stato dedicato. Nella vita del bambino non entrano giochi, non entrano letture profane, non entrano bambini con cui giocare, non entrano argomenti diversi da quelli religiosi, se non quelli relativi all’attività del padre scienziato – ma scienziato alquanto sui generis. Non è previsto neppure che, una volta diventato adulto, svolga una qualche attività per guadagnarsi da vivere, perché la sua vita tutta intera deve essere dedicata al Signore. E tutta la sua vita si svolge nella piccolissima comunità dei “convertiti”, chiamati “i Santi”, ossia quelli che hanno visto la luce e, dopo un rigoroso esame, hanno ricevuto un secondo battesimo per immersione totale – e guardando con sufficienza, se non con disprezzo, quelli che “credono nel pedobattesimo”. Quando finalmente si decide a mandarlo a una scuola, gli ricorda a ogni istante che ai suoi compagni deve parlare di Dio, sempre, senza mai stancarsi, solo di Dio, e se non fanno parte della loro comunità, non deve frequentarli. Va da sé che solo i membri di quella piccolissima comunità sono destinati alla salvezza: tutto il resto dell’umanità, non importa quanto buoni, non importa quanto cristiani, non importa quanto osservanti e praticanti, non importa quanto devoti, non importa quanto dediti alla preghiera e alle opere di carità, bruceranno per l’eternità tra le fiamme dell’inferno.

Vi sentite soffocare? Immaginatevi quel povero bambino!

Quando poi è costretto a mandarlo a studiare a Londra, lo martella con lunghissime lettere quotidiane, in cui gli chiede assillantemente di confermargli che la sua fede è saldissima, che si sente sempre consacrato al Signore, che nella sua mente non vi sono pensieri se non quelli dedicati al Signore, esigendo risposte immediate, altrettanto lunghe e altrettanto dettagliate. E ancora non siamo arrivati al clou.

I nostri pensieri erano in quel tempo tutti assorti nell’aspettazione di una prossima venuta del Signore che, come mio Padre e quelli a lui uniti dalla stessa fede credevano, sarebbe apparso senza il minimo avvertimento e avrebbe assunto con sé in gloria eterna tutti coloro che accettando la Redenzione si erano assicurati l’immortalità. Questi erano, in complesso, ben pochi, e pensavamo che il mondo, dopo pochi giorni di sbigottimento per la totale sparizione di queste persone, sarebbe tornato alle sue normali abitudini di vita, solo affondando più rapidamente nella corruzione morale, data la partenza di quelle anime elette. L’interpretazione di una profezia aveva convinto mio Padre che questo evento era assolutamente imminente, e a volte, quando ci separavamo dopo cena, egli soleva dire, con una luce di rapimento negli occhi: «Chissà? magari domani potremo trovarci lassù, con tutta la corte dei Santi di Dio». […]
Mio Padre visse ancora per un quarto di secolo senza mai perdere la speranza di «non conoscere la morte», e quando si avvicinò agli ultimi momenti era profondamente amareggiato per quella che considerava una meschina ricompensa alla sua lunga fede e pazienza.

La rottura, naturalmente, è inevitabile. Estremamente dolorosa per entrambi, a causa del grande affetto che nonostante tutto li unisce, ma quando il giovane arriva ad avere ben chiaro che per accontentare la follia paterna dovrebbe sacrificare tutta intera la propria vita, la propria intelligenza, la propria creatività, la  propria capacità di comunicare col prossimo, ossia, da cristiano profondamente credente, tutti i doni che Dio gli ha dato, non può fare altro che scegliere la libertà.

Edmund Gosse, Padre e figlio, Adelphi
padre e figlio
barbara

QUAND ON EST CON ON EST CON

come cantava il grande Georges Brassens.

Papa Francesco: ‘Una triste notizia’

I profughi cubani (sì, profughi: quelli sono profughi veri) invece commentano così

Agli amanti di Castro di casa nostra, sicuramente a lutto stretto per la morte del vecchio porco, dedico invece questo.

barbara

SIRIA MON AMOUR

Mi piace l’Italia, mi piace da morire. Mi piaceva già prima di ciò che mi è accaduto, adesso adoro ogni sua sfumatura, ogni suo vicolo, ogni suo terrazzino fiorito, ogni sua testimonianza di libertà. Perché finché non te la tolgono, la libertà, non ti rendi nemmeno conto di averla. Tutto ciò che nella mia città italiana mi pareva ovvio, andare a scuola, telefonare a un’amica, sorridere a un ragazzo che ti offre da bere, a sei anni dal mio ritorno mi appare ancora un privilegio, una sorta di premio quasi immeritato, tanto mi strugge, a volte, e mi commuove.
Non ti rendi conto di quanto la libertà ti sia vitale fino a che non la perdi.
Ma quel giorno, seduta sul trolley, con la Pausini nelle orecchie, non lo sapevo. Ho preso l’aereo e sono partita felice.

Non è un romanzo: è la storia autentica di Amani El Nasif, cresciuta in Italia e riportata dalla madre nella natale Siria con un pretesto, per tenervela segregata per sempre, “per il suo bene”, per farle smettere la vergognosa abitudine di portare jeans e maglietta, di andare in giro con le amiche e parlare con i ragazzi. Un marito che la frusti e gli occhi di tutta la tribù addosso sono la cura ideale.

Preferivo stare nei campi che in casa, ma gli zii avevano deciso che non ci sarei più andata perché avrei potuto conoscere qualche ragazzo e comportarmi male.
Ero italiana, ero una ulech, una puttanella.
Nonostante il caldo, anche le pulizie di casa le dovevo fare con i tre vestiti e con i calzini o le scarpette, più insopportabili dei vestiti.
Mi pareva impossibile che le mie cugine non si ribellassero a quelle regole, che erano tortura pura.
Quando io chiedevo: «Ma non avete caldo? Ma perche non camminate scalze? Ma perché non vi tenete un solo vestito addosso?» esclamavano allarmate:
«Haram, Haram!».
Haram significa peccato, e nel villaggio di Al Karatz il peccato per le donne sta nel solo fatto di esistere, con i loro corpi, con la loro pelle profumata, con i loro sguardi.
Haram è quando ti sbuca un ricciolo dal velo, anche se tra le mura ti possono intravedere soltanto i familiari.
Haram è quando lavi i piatti e le maniche della veste ti salgono ai gomiti, impunemente, e allora devi coprirti le braccia con dei manicotti ricavati da vecchi calzini.
Haram è quando stai cucinando da ore e hai talmente caldo che ti togli i calzini e rimani a piedi nudi.
«Metti i calzini!» ti dice tuo zio. «La porta è aperta! La gente passa, ti vede!»
Haram sei tu che dici: «Fa caldo, tanto passano solo i parenti».
Haram sei tu che ti impunti e i calzini non li metti.
Allora lui srotola il berim, la corda che gli tiene sul capo la kefiah, e comincia a dartelo sui piedi, fino a farteli diventare viola.
Haram sono quei piedi colpevoli, doloranti e gonfi, ai quali infili i calzini perché non ce la fai a prendere un’altra frustata.
Haram è tutto, haram ero io, che non avevo fatto niente.
Reagivo, gridavo, mi ribellavo. Nessuno veniva in mia difesa, nessuno mi dava ragione. Nemmeno mia madre, nemmeno mia sorella. Mai.

Solo la sua incrollabile determinazione a resistere (prendete nota: questa è resistenza, questa ha il diritto di portare il nobile nome di resistenza) a pressioni e intimidazioni e minacce e ricatti e violenze fisiche di ogni sorta per farle sposare il detestabile e detestato cugino – oltre, alla fine, un inaspettato colpo di fortuna – la salveranno dal condividere la sorte dei settanta milioni di spose bambine nel mondo.

Amani El Nasif – Cristina Obber, Siria mon amour, Piemme
Siria mon amour
Poi, non del tutto fuori tema, andate a vedere anche questo.

barbara

AMA IL FUTURO

Che sarebbe una cosa, libro e CD, pubblicata da Feltrinelli, su Ai Weiwei, quel poliedrico artista e dissidente cinese a cui hanno chiuso il blog e poi lo hanno messo in galera e poi gli hanno dato una multa pari a circa un milione e mezzo di euro e un po’ di queste cose le avevo lette in giro e così quando ho visto il libro sullo scaffale della libreria mi era sembrato che fosse una buona idea prenderlo. Mi era. Perché il libro comincia con una intervista che dire che due palle dovrebbe rendere l’idea ma invece non la rende mica, perché altro che due palle, saranno almeno una dozzina, e di una cretinitudine che se lo fate fare come esercitazione ai bambini delle elementari non ci riescono mica, a fare domande e commenti altrettanto cretini.

Incredibile!
Trovo interessante che il blog sia cominciato con una frase scritta.
Anche tu trovi che, rispetto agli inizi del Ventesimo secolo, ora ci sia un rapporto meno stretto tra arte e letteratura?
Come definiresti la poesia?
Trovo affascinante che tu, come rarissimi altri artisti, sia riuscito a sviluppare una vera pratica architettonica, accanto a quella artistica.
È estremamente affascinante. Quindi per te Wittgenstein [il filosofo, ndb] è stato molto più importante di qualsiasi architetto?
È un’ottima rivista.

Poi c’è una roba che non mi ricordo più, poi qualche pagina dal suo blog e poi un po’ di articoli di Mauro Del Corona pubblicati sul Corriere della Sera. Insomma, se lo volete comprare, per carità, siamo in democrazia, non vengo mica a prendervi a botte, però insomma vedete voi.
amailfuturo
barbara

CORREVA L’ANNO 1953

Cioè tanto tanto tanto tempo fa, quando io da poco avevo cominciato a reggermi in piedi e molti di voi che mi state leggendo eravate di là da venire. Tempi antichi, dunque, con mode antiche e consuetudini antiche e costumi antichi. Diciamo pure arretrati.
A quei tempi lontani si riferisce un video degli anni Sessanta che ci giunge ora, in cui possiamo ammirare un Gamal Abdel Nasser che ammicca e gigioneggia di fronte a un pubblico divertito mentre racconta un suo incontro con i Fratelli Musulmani avvenuto, appunto, nel fatidico anno 1953.
Un’avvertenza: nei sottotitoli in francese c’è un’inesattezza, o meglio, un adattamento a uso di chi, non conoscendo la storia antica dell’Islam, avrebbe difficoltà a cogliere le sfumature. Per chi non conosce l’arabo e se la cava male con il francese, comunque, metto più sotto la traduzione in italiano pubblicata qui.

Nasser: “Nel 1953 noi volevamo veramente, onestamente, collaborare con i fratelli musulmani, al fine di farli avanzare sulla strada giusta. Ho incontrato il consigliere generale dei fratelli musulmani. Ha presentato le sue richieste.
Che cosa ha chiesto?
‘Prima di tutto – mi ha detto – bisogna che tu imponga il velo in Egitto. E che ordini a tutte le donne che escono in strada di velarsi.’
[RISATE]
“A ogni donna in strada –“
[grido dalla platea “CHE SE LO METTA LUI!” seguito da RISATE del pubblico e di Nasser]
“E io, ‘Sarebbe un ritorno all’epoca di Al Hakim Bi Amri Allah, che proibiva alle donne di uscire di giorno, e allora esse uscivano di notte.’
[RISATE]
“Io ho detto, ‘A mio avviso, ognuno è libero di fare le sue scelte.’ E lui mi ha risposto: ‘No! Sta a te decidere, in quanto governatore responsabile ‘
Io gli ho risposto, “Signore, voi avete una figlia che frequenta la facoltà di medicina, e non porta il velo.
[RISATE e APPLAUSI]
Perché non la obbligate a portare il velo? Se voi—
[APPLAUSI , grande sorriso di Nasser, che assapora il boato di approvazione finale] “Se voi non riuscite a far portare il velo a una sola figlia, che per di più è la vostra, come potete pensare che riesca io a far indossare il velo a 10 milioni di donne egiziane?”

Poi magari fate un salto da lui, che al video aggiunge un interessante documento.
E per concludere, una bella carrellata di immagini dell’università del Cairo, in cui possiamo ammirare le magnifiche sorti e progressive della società islamica.
cairo-uni-1
cairo-uni-2
cairo-uni-3
cairo-uni-4
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2009

barbara

Piccola nota a margine: e mentre i buoni cristiani pregano e digiunano, i buoni musulmani massacrano i cristiani. Un po’ meno digiuni e un po’ più azione no, eh?

DEDICATO AL SIGNOR ABBADO CLAUDIO, NEOSENATORE A VITA DELLA REPUBBLICA ITALIANA

Premessa

Nel 2005 un accorato appello ha chiesto al mondo intero di intervenire contro la possibilità che la Commissione per i diritti umani dell’Onu si permettesse di giudicare Cuba, faro di luce e di civiltà. L’appello è questo:

BISOGNA FERMARE LA NUOVA MANOVRA CONTRO CUBA

Dal 14 marzo al 22 aprile 2005 avrà luogo a Ginevra la 61ma sessione della Commissione dei diritti dell’uomo delle Nazioni Unite, dove, ancora una volta, il governo degli Stati Uniti, esercitando la pressione sugli stati membri, tenterà di far votare una risoluzione contro Cuba. Si tratta di una manipolazione finalizzata a giustificare la recrudescenza della politica del “blocco” e di aggressione che, in violazione del diritto internazionale, esercita la maggiore potenza mondiale nei confronti di un piccolo paese. La Commissione deve rappresentare tutti i popoli delle Nazioni Unite e sorvegliare sul rispetto dei diritti di tutti gli uomini e di tutte le donne del mondo intero. Tuttavia, bisogna rimarcare che in seno alla Commissione, durante la sessione dello scorso anno, non è stato possibile valutare, anche solamente per provocare un dibattito, sulle atroci violazioni dei diritti dell’uomo nelle prigioni di Abu Ghraib e Guantanamo.
Il Governo degli Stati Uniti non ha l’autorità morale per erigersi giudice sulla violazione dei diritti dell’uomo a Cuba, dove non c’è stato un solo caso di sparizione, di tortura o di esecuzione extragiudiziaria [carina questa, vero? ndb] e malgrado l’embargo non abbia danneggiato la sanità, l’informazione e la cultura, notoriamente a livelli internazionali.
Noi chiediamo ai paesi che rappresentano la Commissione di non permettere che questa sia utilizzata per legittimare l’aggressione che subisce Cuba da parte dell’Amministrazione Bush in un momento come l’attuale, dove la  politica aggressiva di Washington potrebbe avere un’escalation dalle gravissime conseguenze.
Inoltre, facciamo appello ai giornalisti, agli scrittori, agli artisti, ai professori, agli insegnanti e alle insegnanti e agli attivisti sociali a premere sui propri governi con tutti i mezzi possibili affinché si fermi questa manovra pericolosa.

L’appello è stato firmato da molte migliaia di persone, fra cui il nostro neosenatore, signor Abbado Claudio. Quello che segue è il post che ho scritto all’epoca, otto anni e mezzo fa.

L’appello era giusto, rivendica il Nostro, e ce ne spiega il perché:

Conosco Cuba, ci sono stato più volte e ci tornerò.
Visto? Lui ci è stato: serve altro?
Stranamente delle cose più valide che ci sono a Cuba non si parla mai. Cominciamo dalla ricerca medica, che a Cuba è all’avanguardia. C’è un dottore, Gregorio Martinez Sanchez, che sta lavorando alla ricerca per debellare il cancro e che ha «scoperto» una nuova e, a quanto pare, importante cura.
Sentito? C’è un dottore! Sta lavorando! “Pare” anche che abbia fatto una scoperta! A parte questo, che cosa ha a che fare il dottore col rispetto dei diritti umani?
L’ho fatto sapere al professor Umberto Veronesi, che qualche settimana fa mi ha scritto una lettera, in cui dice che appoggerà il progetto di questo medico cubano.
Grandioso! Adesso lo sappiamo per certo: quel medico è il nuovo Pasteur, il nuovo Jenner, il nuovo Sabin!
A Cuba, forse i potenti se lo dimenticano, non esiste l’analfabetismo, che è invece assai diffuso in molte altri parti del mondo.
QUALI altre parti del mondo, esattamente? Potrebbe cortesemente precisare? A parte questo, che cosa ha a che fare l’alfabetizzazione col rispetto dei diritti umani?
A Cuba con un po’ di terra libera, non ci si mette a speculare: loro preferiscono fare degli orti enormi,
momento: con UN PO’ di terra ci fanno degli orti ENORMI? Tipo moltiplicazione dei pani e dei pesci? Cazzarola, questa sì che è forte! A parte questo, che cosa hanno a che fare gli orti col rispetto dei diritti umani?
che serviranno poi a tutti (esempio che è stato ripreso poi da altre nazioni).
Sarebbe a dire che prima che Cuba lo insegnasse, nessuno al mondo faceva gli orti? Forte!
A dicembre ho portato la Mahler Chamber Orchestra per dei concerti, a gennaio l’Orchestra Giovanile Simon Bolivar, di cui facevano parte anche 44 cubani.
Ciò ci fa molto piacere, ma che cosa hanno a che fare i 44 orchestrali cubani in fila per sei con resto di due col rispetto dei diritti umani?
Il fatto poi che ho portato quei 44 musicisti cubani a Caracas e che l’anno prossimo li porterò con tutta l’orchestra in Europa, smentisce che i cubani non possono uscire.
Giusto! Se 44 cubani possono uscire, ciò significa che tutti i cubani possono uscire. E i condannati a morte per aver tentato di fuggire ce li siamo sognati noi.
C’è poi un gruppo di bravissimi musicisti cubani, ‘Ars Longa’, che ho voluto sostenere e che vengono regolarmente invitati al Festival Gesualdo in Basilicata. Li abbiamo fatti conoscere l’anno scorso attraverso una tournée che ha toccato anche Bari, Matera, Roma e Bologna.
Ciò ci fa molto piacere, ma che cosa ha a che fare il gruppo “Ars Longa” col rispetto dei diritti umani?
Mi chiedo anche perché non si parla quasi mai di nuove idee e realtà italiane, a mio avviso, molto importanti per l’ecologia e per l’ambiente, come i treni con nuovi locomotori che trasportano i Tir, o altri camion, attraverso il Brennero, da Monaco di Baviera a Innsbruck, Bolzano, Trento, Verona con nuovo innesto dal Veneto all’Emilia Romagna. Oppure di quella cittadina vicino a Trento che sta realizzando un progetto impostato sul traffico e riscaldamento totale con l’utilizzo di energie naturali (pannelli solari, idrogeno). Questa cittadina ha vinto fra l’altro il primo premio per il miglior progetto in Europa.
Ah, beh, allora, a questo punto non possiamo più avere dubbi: se ci sono treni con nuovi locomotori che attraversano il Brennero, e vicino a Trento usano i pannelli solari, allora vuol proprio dire che a Cuba i diritti umani vengono rigorosamente rispettati e loro hanno fatto benissimo a firmare l’appello!
abbado
E pensare che qualcuno aveva avuto da ridire quando era stata nominata Rita Levi Montalcini!

barbara

AVEVANO SPENTO ANCHE LA LUNA

Vi siete mai chiesti quanto vale una vita umana? Quella mattina la vita di mio fratello valeva un orologio da taschino.

«Niente potrebbe essere peggio di Stalin», disse uno degli ospiti seduti al tavolo da pranzo. «È l’epitome del male.»
«Non c’è meglio o peggio», ribatté il papà, a voce bassa. Mi sporsi ancora di più verso l’angolo per ascoltare.
«Ma Hitler non ci sradicherà», disse l’uomo.
«Forse voi no, ma noi ebrei?» disse il dottor Seltzer, un caro amico del papà. «Ha sentito la notizia. Hitler ha costretto gli ebrei a portare una fascia al braccio.»
«Martin ha ragione», disse mio padre. «Hitler sta organizzando un sistema di ghetti in Polonia.»
«Un sistema? È così che lo chiami, Kostas? Ha rinchiuso centinaia di migliaia di ebrei a Lodz e ne ha segregati ancora di più a Varsavia», disse il dottor Seltzer, la voce intrisa di disperazione.
«È stata una pessima scelta di parole. Mi dispiace Martin», si scusò il papà. «Quello che intendo dire è che abbiamo a che fare con due demoni che vogliono governare entrambi l’inferno.»

La forma è di romanzo, ma niente di romanzesco vi è nella storia che si snoda in queste pagine: la cancellazione delle repubbliche baltiche da parte dell’Unione Sovietica, le deportazioni di massa in Siberia, oltre il circolo polare artico, l’annientamento di decine di milioni di vite umane, la fame, il freddo, il tifo, le sadiche angherie degli aguzzini, le famiglie smembrate, ognuno ignaro della sorte dei propri cari e del proprio destino. A noi può apparire scandaloso che qualcuno potesse “fare il tifo” per Hitler, ma chi conosce davvero la storia dell’Unione Sovietica non può sorprendersi del fatto che così tanta gente avesse la certezza che niente potesse essere peggio di Stalin, e che nessun destino potesse essere peggiore di quello di cadere nelle grinfie dell’NKVD.
E tuttavia anche qui, come dall’altra parte della barricata, neppure la più disumana ferocia riesce ad annientare del tutto la luce dell’umanità, della speranza, del coraggio, della generosità, dell’amore. (Leggilo, è bellissimo).

Ruta Sepetys, Avevano spento anche la luna, Garzanti
sepetys
barbara

QUEL CHE SUCCEDE IN IRAN

Ufficialmente in Iran il suicidio non esiste. Si chiama “depressione” o “attacco di cuore”. Ammetterne l’esistenza sarebbe una sconfitta del regime islamico degli ayatollah. Lo stesso avveniva nella Germania dell’est, capitale mondiale dei suicidi fino agli inizi degli anni Novanta. Una terribile realtà enunciata così nel magnifico film “Le vite degli altri”: “Il dipartimento centrale di statistiche della Ddr in Hans-Beimler-Strasse registra tutto, sa tutto. Quante paia di scarpe compriamo ogni anno (due, tre), quanti libri leggiamo ogni anno (tre, due) e quanti studenti superano brillantemente ogni anno l’esame di maturità (6,347). Ma c’è una cifra che non viene aggiornata, forse perché anche ai burocratici fa impressione: quella del numero di suicidi. A chi telefonasse in Beimler-Strasse per chiedere quante persone la disperazione ha indotto a togliersi la vita tra l’Elba e l’Oder, tra il mar Baltico e la frontiera meridionale, l’oracolo delle statistiche non risponderebbe. Probabilmente passerebbe subito il nome dell’incauto che ha chiamato alla Stasi, il servizio segreto di stato che tutela la sicurezza e la felicità dei cittadini della Ddr. Nel 1977 il nostro paese ha smesso di conteggiare i suicidi”.
C’è un suicidio spettacolare, indicibile, segreto e inconfessabile che oggi fa arrossire la teocrazia iraniana. E’ quello del figlio del nuovo presidente, Hassan Rohani. Avvenne nel 1992. Il figlio di Rohani lasciò un biglietto prima di uccidersi. Si tratta di una lettera di accusa indirizzata al padre, allora funzionario della Difesa e ayatollah in ascesa: “Odio il tuo governo, le tue menzogne, la tua corruzione, la tua religione, le tue doppiezze, la tua ipocrisia. Mi vergogno a vivere in questo ambiente, dove ogni giorno devo mentire ai miei amici, spiegare loro che mio padre non fa parte di tutto questo. Dire che mio padre ama questo paese, che non è vero. Mi fa star male vederti, padre, baciare la mano di Khamenei (la Guida Suprema, ndr)”. Dopo gli incidenti, la seconda causa di morte in Iran oggi è il suicidio. L’Iran ha il triste primato mondiale dei suicidi con una media tra i venticinque e i trenta casi su centomila (contro una media di 11,5).
Negli ultimi tre anni il tasso di suicidi in Iran è salito del diciassette per cento. Ogni giorno dieci iraniani si tolgono la vita. Hanno scelto la morte tanti intellettuali, blogger, ayatollah dissidenti, ordinari cittadini finiti sotto la mannaia del regime. E’ il suicidio a svelare il volto oscuro e terribile della Repubblica islamica dell’Iran. Ogni giorno, l’ospedale Loqman della capitale Teheran ricovera decine di pazienti che hanno cercato di togliersi la vita in numerosi modi. Le stesse strutture mediche cercano di tenere nascosti questi dati. Secondo il quotidiano Sedaya Edalat, l’Organizzazione medica iraniana avrebbe ordinato di “non comunicare alcun dato ufficiale al riguardo”. Nelle zone rurali, una delle cause dei suicidi sono i matrimoni combinati, ai quali le bambine possono essere costrette sin dall’età di nove anni. Il blogger Omidreza Mirsayafi aveva trent’anni quando si è tolto la vita nel famigerato carcere di Evin, la Lubianka iraniana. “Dedicava la maggior parte dei suoi articoli alla musica tradizionale persiana e alla cultura”, comunicherà Information Safety and Freedom. Mirsayafi non era un politico, ma a costargli la vita è stata la critica dei leader iraniani. “Omidreza soffriva di un’acuta forma di depressione e avrebbe abusato dei farmaci”, recita il bollettino ufficiale. Sembra scritta dagli ascari di Honecker.
Dalle finestre della cella, Mirsayafi poteva vedere l’area dove ancora oggi uomini e donne vengono seppelliti fino al collo e presi a sassate finché non muoiono. Il blogger aveva scritto: “Vivere nel paese di Khomeini è nauseante, vivere in un paese il cui presidente è Ahmadinejad è una grande vergogna”. Il suo primo post su Internet era del settembre 2006: “Cos’è la libertà? Non lo so, ma so che un giorno vedrò la sua ombra scendere sulla mia terra”. Due anni e mezzo dopo telefona alla madre dal carcere. Parlano della depressione, lei chiede se ha preso le medicine per il cuore che gli ha prescritto il medico. Omidreza morì di lì a poco. Il suo blog, in farsi “Rouznegar”, significa “il diario dello scrittore”. Tutto per lui cambia il 22 giugno del 2007, quando fa nomi e cognomi dei responsabili della tortura del suo popolo. Mirsayafi sapeva di essere entrato in un territorio incandescente, ma sapeva anche di essere un semplice blogger senza celebrità all’estero. Invece, per quelle poche righe, è finito nella cellula numero sette, sezione cinque, di Evin. Tre anni fa si è ucciso a Los Angeles, dove viveva in esilio, anche lo scrittore Mansour Khaksar, che aveva fatto la prigione sia sotto la monarchia dei Pahlavi che sotto gli ayatollah islamici. Stessa sorte per Siamak Pourzand. Aveva già tentato il suicidio due volte, la seconda con i suoi pantaloni. C’è riuscito gettandosi dal sesto piano della sua abitazione a Teheran. La sua storia tragica inizia con l’incontro con il “Vishinsky iraniano”, il giudice Jafar Saberi. Le imputazioni contro il decano del giornalismo iraniano si erano srotolate come un catalogo ben rodato: “Propaganda contro il sistema islamico”, “spionaggio a favore di governi stranieri”, e ancora “emigrato”, “collaborazionista”, “servo”. Pourzand era stato accusato anche del crimine per antonomasia nella repubblica della sharia: aver dichiarato “guerra contro Dio”, mohareb, e poi di “relazioni sessuali illecite”, e persino di “consumo di vino”. Nel mercuriale iraniano corrisponde a novantanove frustate. Il “Gandhi di Teheran”, come veniva chiamato Pourzand, non ha retto alla brutale repressione.
C’è chi lo ha paragonato a Jan Palach, lo studente praghese che si diede fuoco per protestare contro l’occupazione sovietica della Cecoslovacchia. Altri hanno accostato il suo nome a quello di Szmul Zygielbojm, l’ebreo polacco che nel 1943, in segno di protesta contro l’indifferenza degli Alleati nei confronti dell’Olocausto in fieri, si uccise con il gas a Londra. Altri ancora a Nelson Mandela e a Václav Havel. Eminente giornalista e critico prima della presa di potere islamista del 1979, Pourzand aveva subito più di un trentennio di attacchi per mano del regime, compreso un rapimento da parte dei servizi di sicurezza e diversi anni di reclusione nel famigerato carcere di Evin. Era noto ad alcuni intellettuali europei, specie per via della sua passata collaborazione alla rivista francese di critica cinematografica Cahiers du Cinéma. A favore di Pourzand nel 2006 era intervenuto anche il vicepresidente degli Stati Uniti, Joe Biden. Fra le accuse a Pourzand, quella da lui “confessata” in televisione di aver avuto contatti con Reza Pahlavi, il figlio dello Scià. La tv di stato iraniana ha trasmesso ripetutamente le sue parole estorte con la tortura: “Il mio obiettivo era promuovere la promiscuità culturale e creare disillusione tra i giovani. Io e i miei amici volevamo promuovere la cultura occidentale, e uno stato secolare”. Quando nel 2009 la polizia iraniana ha ucciso per strada Neda Soltan, la ragazza simbolo delle proteste giovanili, Pourzand disse: “Hanno ucciso mia figlia”. La famiglia ha chiesto che il dissidente venisse sepolto nel cimitero di Teheran riservato agli artisti, il Behesht-e Zahra. No, ha risposto il regime, perché “Pourzand ha vissuto ed è morto in maniera non islamica”. Prima della rivoluzione khomeinista, Pourzand faceva il corrispondente per il giornale iraniano Keyahn.
Tra le altre cose, aveva intervistato il presidente Richard Nixon e raccontato il funerale di John F. Kennedy. I servizi segreti iraniani iniziarono a seguirlo da vicino quando nel 1998 raccontò il funerale dei coniugi Dariush e Parvaneh Forouhar, due intellettuali che erano stati uccisi nel loro appartamento di Teheran. Nel 2001 fu catturato dai servizi segreti vicino alla casa di sua sorella, a Teheran. Fu interrogato e torturato ripetutamente, nonostante avesse già oltre settant’anni. Fu costretto a “confessare” in televisione di fronte al giudice e ad alcuni giornalisti che il governo aveva istruito per l’occasione. Quando uno di questi fece una domanda che non era “prevista”, Pourzand si rivolse al suo avvocato d’ufficio e chiese: “Questa non era nell’elenco, che cosa devo dire?”. Dagli Stati Uniti gli ha scritto una lettera postuma una delle figlie, Azadeh: “Ho sentito dire che per un momento ti sei aggrappato al bordo del balcone prima di lasciarti andare. E’ stato perché ti stavi pentendo della tua decisione? O perché per un secondo hai creduto di sentirmi bussare alla porta? Il pensiero di te che ti tieni aggrappato al bordo di quel balcone per un momento prima di lasciare che la morte prenda il sopravvento mi uccide, trapassa i miei occhi come una spina appuntita. Mi manchi così tanto, papà. Mi sei mancato per anni. Non te ne faccio una colpa, neanche per un momento. Avevi tutto il diritto di cercare la libertà in questo modo. Sappi soltanto che ora il pensiero della tua testa infranta su quel terreno, il tuo sorriso meraviglioso e tutte le cose che mi hai sempre detto mi danno forza e, al tempo stesso, mi fanno morire ogni secondo di una brutta morte”.
Si è ucciso anche Ali-Reza Pahlavi, figlio dell’ultimo scià dell’Iran, con un colpo di pistola nel suo appartamento di Boston, dove viveva in esilio. La famiglia, al momento del suicidio, ha dichiarato che “come milioni di giovani iraniani, anche lui era molto disturbato dalle sventure capitate alla sua patria, ma portava anche il peso della morte del padre (nel 1980 in Egitto, dove era stato costretto a riparare dopo la rivoluzione) e della scomparsa della sorella (che si era suicidata nel 2001, a trentuno anni, per depressione e overdose di farmaci)”. Ha tentato il suicidio anche Ali Tehrani, il cognato dell’ayatollah Khamenei, sposato alla sorella Badri, e che ha trascorso diversi periodi al confino e in carcere per aver condotto una campagna contro i leader religiosi iraniani. Si sono suicidati Nahal Sahabi e Behnam Ganji, una giovane coppia iraniana, lei maestra d’asilo e lui studente, innamorati e pieni di speranze per il futuro, vittime di un regime crudele che ha distrutto le loro vite semplicemente perché Ganji divideva un appartamento con un attivista per i diritti umani. Ganji è stato detenuto per otto giorni, alcuni dei quali in isolamento. Quando è uscito era un uomo distrutto. Si rifiutava di parlare del suo tormento carcerario. Non voleva vedere i suoi amici né rispondere alle telefonate. Si è ucciso con una overdose di medicinali. Anche Sahabi è rimasta nel carcere di Evin per tre giorni, vivendo nel continuo incubo di essere violentata. Si è suicidata nella sua stanza, nella casa dei genitori a Teheran. Come il suo ragazzo, lo ha fatto con un’overdose. E lo ha fatto nello stesso giorno della settimana, il martedì. Le ultime parole sul blog sono state di qualche giorno prima: “E’ di nuovo giovedì. Vieni Behnam. Balliamo insieme ancora una volta di giovedì”. C’è un libro proibito oggi in Iran. Si intitola “Il gufo cieco”.
Venne scritto da Sadeq Hedayat, il capostipite della letteratura iraniana moderna, anche lui morto suicida a Parigi, oppositore sia dello Scià che dei fedeli dell’imam Khomeini. Hedayat è l’autore di racconti come “Sepolto vivo”, un poderoso atto d’accusa contro “l’Iran dei religiosi inturbantati”. L’Iran di oggi è come il gufo di Hedayat. Un magnifico uccello notturno. Ma cieco al futuro. Questo, forse, aveva visto il figlio di Hassan Rohani prima di premere il grilletto della pistola del padre. Si uccise, simbolo tragico del suicidio dell’Iran contemporaneo, con l’arma della Rivoluzione.
Giulio Meotti, Il Foglio, 17 agosto 2013

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barbara