ALTRE IMMAGINI E ALTRE STORIE (13/17)

E parto da me, naturalmente, tanto per non smentire il mio congenito esibizionismo.
Elon Morè
Qui, vicino a questa bandiera dall’aria molto vissuta, sono a Elon Moreh,
Elon Morè 1
dove abbiamo avuto modo di sentire i canti degli studenti della vicina scuola religiosa. Elon Moreh si trova vicino a Nablus,
Elon Morè 2
che non abbiamo visitato, ma abbiamo visto dall’alto sia la città
Nablus 1
Nablus 2
che i suoi dintorni.
dintorni Nablus 1
dintorni Nablus 2

Questo è l’albero di Giuda del film Jesus Christ Superstar.
albero Giuda 1
albero Giuda 2
Si trova a Beit Shean,
Beit Shean
di cui ho già parlato in occasione di altri viaggi.
Beit Shean 1
Beit Shean 2
È un albero artificiale, e dopo la fine del film è stato deciso di lasciarlo lì.

E questa è la vista dalla mia stanza sul lago di Tiberiade,
Kinnereth 1
Kinnereth 2
Kinnereth 3
chiamato anche mar di Galilea: nell’antichità – non ricordo se ne ho già parlato – non avendo a disposizione viste aeree che ne mostrassero la differenza, non si faceva distinzione fra mare e lago, una grande estensione d’acqua era sempre e comunque un mare; si pensi del resto al tedesco, in cui lago è der See e mare die See: cambia il genere, ma il nome è lo stesso (e giustamente il mare, grande, bello, pieno di pesci saporiti è femminile; il lago, praticamente una pozzetta abitata da pescetti sciapi, è maschile). In ebraico però si chiama Kinnereth, da kinor, che oggi indica il violino ma nell’antichità indicava la lira, o cetra, a causa della sua forma.
Kinnereth  lira
Nelle traduzioni della bibbia troviamo cetra:
“Saul disse ai suoi servi: «Cercatemi un uomo che sia abile suonatore di cetra e conducetelo a me»” (Samuele 16, 17)
“Or quando lo spirito maligno investiva Saul, David, presa la cetra, si metteva a sonare e Saul si sentiva sollevato, stava meglio e il cattivo spirito si allontanava da lui”. (Samuele 16, 23)
E ancora: “Sui fiumi di Babilonia, là ci fermammo e piangemmo ricordando Sion. Ai salici che si trovavano in quel paese appendemmo le nostre cetre; poiché là coloro che ci avevano condotti in cattività ci chiedevano di cantare […] Cantateci qualcosa dei canti di Sion. Come potremmo cantare l’inno del Signore in terra straniera?” (Salmo 137, 1-4)
Curiosamente, solo quando, alcuni anni fa, mi è capitato di leggere questi versi in inglese, mi sono resa conto che era di questo che parlava la bellissima Rivers of Babylon del 1970.

Poi Temistocle Solera ha provveduto a trasformarla in arpa:
Arpa d’or dei fatidici vati,
Perché muta dal salice pendi?

(non so voi, ma a me sull’acuto di “arpa d’or” parte irrimediabilmente la lacrima. Sempre)

Vabbè, mettiamo fine alle pseudo dotte dissertazioni e torniamo a noi. Questo è l’ospedale del mio dolore,
ospedale
e questa la cena di shabbat,
shabbat.jpg
circa quattordici ore prima della catastrofe.

Naturalmente non poteva mancare Gerusalemme, stavolta vista da lontano.
Gerusalemme 1
Gerusalemme 2
E concludo con una nota amena: sul monte Bental, nel Golan, c’è un locale di ristoro. Essendo in montagna, accade spesso che lì ci siano nuvole; nuvola, in ebraico, si dice annan, e quindi il locale si chiama:
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sì, proprio Coffee Annan.

barbara

IL PRONTO SOCCORSO E VARIE AMENITÀ (13/2)

Arriva l’ortopedico, dice “Italia?”, diciamo di sì e lui fa un cenno a un altro medico che si trova nei paraggi, che si avvicina e si mette a fare da interprete con un inconfondibile, anche se non eccessivamente marcato, accento siciliano; per la precisione siciliano della costa orientale. Terminata la visita, e quindi anche il suo compito di interprete, Manuel gli chiede: “Di dove sei?” “Di qui.” “ Ma i tuoi genitori?” “Di qui.” “Ma questo italiano e questo accento siciliano?” “Ho studiato a Messina.” Dubito che, se non lo avesse detto lui, sarei arrivata ad accorgermi che non era di madrelingua italiana.

Manuel. Era il nostro capogruppo, nonché presidente del gruppo sionistico piemontese. Non era con noi nel momento in cui sono caduta; informato dalla guida, ha preso un taxi e mi ha raggiunta all’ospedale, ed è rimasto con me tutto il tempo, occupandosi delle formalità, chiamando quando avevo qualche necessità, sopportando stoicamente il freddo polare dei condizionatori a palla di cui c’è la mania in Israele esattamente come in America (quando sono entrata nella mia stanza a Tiberiade, ho trovato il termostato addirittura a 6°!); io ad un certo punto ho chiesto una coperta perché tremavo, un po’ certamente anche per lo shock, ma un po’ tanto per il freddo, e lui con una polo a maniche corte, saltando entrambi pranzo e cena. È sempre lui che ha provveduto a fotografarmi, alle tre, stravolta dal dolore atroce,
ore 15 1
ore 15 2
e alle otto, col dolore attenuato dall’iniezione di Voltaren ma sfinita dalla lunga permanenza.
ore 20
Claudia, che si è preoccupata di recuperare il mio zaino sull’autobus, lo ha aperto per vedere se ci fosse qualcosa che le desse l’impressione di essere particolarmente importante, ha individuato la borsina delle medicine e me l’ha fatta recapitare, e poi in albergo a Tel Aviv si è occupata della mia valigia facendomela portare in camera, e la mattina dopo è venuta a prenderla per farla caricare sull’autobus.

Sharon, che da Tel Aviv si è occupata di chiamare il taxi per portarci da Nahariya a Tel Aviv, contrattando lei il prezzo della corsa per non rischiare di farci fregare (col tassista, ovviamente arabo dato che era sabato, con lo smartphone attaccato al vetro della macchina, che ad ogni avviso di messaggio su FB cliccava, leggeva, rispondeva, guardava video…), mi ha richiesto il volo assistito, ci ha aspettati in albergo facendoci anche trovare qualcosa da mangiare.

I raggi. Me ne sono stati fatti molti, credo una decina o giù di lì. Il tecnico non mi ha fatta spogliare (mi sarebbe stato in ogni caso impossibile perché il dolore mi paralizzava, non ero in grado di muovere il busto neanche di un millimetro), ma per gli ultimi ha avuto bisogno di abbassarmi la gonna. Solo che, essendo la gonna un po’ stretta, tirando giù quella venivano giù anche le mutande, sicché si è assistito alla scena del povero tecnico che con una mano, un colpo a destra e uno a sinistra, tirava giù la gonna e con l’altra teneva ben salde le mutande. E ogni volta che lo racconto mi viene da ridere.

Il ristoro. Ad un certo punto, verso sera, è passata un’infermiera con un carrello con tè, caffè e piccole fette di dolce. Io ho chiesto se c’era del latte: sul carrello non c’era ma è andata a prenderlo; Manuel ha chiesto se fosse possibile avere un sandwich, e lei è andata a farglielo. In nessun ospedale italiano ho mai visto il servizio ristoro al pronto soccorso.

Percorrendo i corridoi del pronto soccorso steso sulla barella, i tuoi occhi si godono questo spettacolo:
soffitto
Solo in un secondo momento, ricordandomi che eravamo al piano terra, mi sono resa conto che non poteva essere il cielo, tanto le immagini sono realistiche. E alle pareti si vedono invece queste “finestre”:
pareti
I costi. Lì dentro ho ricevuto una decina di radiografie, visita dell’ortopedico, iniezione di Voltaren, TAC, visita del neurologo e dischetto con le immagini dei raggi: il tutto mi è costato poco più di 300 euro. In Italia non mi sarebbero bastati per le radiografie.

L’apartheid. Durante la mia permanenza al pronto soccorso sono stata trattata da medici israeliani e medici arabi, infermieri e infermiere israeliani e infermieri e infermiere arabi. Che, per inciso, percepiscono lo stesso stipendio.

barbara

DOCCIA FREDDA E POI TIEPIDINA

Stamattina sono andata a ritirare il referto dei raggi di controllo alla vertebra. Mi siedo apro la busta con le mani che mi tremano e leggo: “Situazione invariata”. Invariata. Per fortuna ero seduta. Cinquanta giorni di busto. Cinquanta giorni di quasi totale immobilità. Cinquanta giorni di sacrifici e rinunce. Cinquanta giorni di tortura. Situazione invariata. Che ovviamente si capisce che spaccarsi un osso a sessantacinque anni non è lo stesso che spaccarselo a venti o a quaranta, si capisce che ci voglia più tempo, magari anche molto più tempo, ma proprio zero?! E se in cinquanta giorni il risultato è zero, è inutile sperare che la situazione possa migliorare: i multipli di zero ammontano sempre a zero.
Poi il pomeriggio sono andata dall’ortopedica che apre le immagini di oggi, poi quelle vecchie e dice ma no che non sta andando male! E mi fa vedere: la distanza fra i due pezzi è effettivamente rimasta invariata, solo che prima fra i due pezzi c’era il vuoto e adesso una parte di quello spazio è riempita dalla calcificazione che li sta andando progressivamente a saldare. Fanculo ai compilatori di referti.
Poi ho scoperto che in tutto questo tempo ho commesso una grave trasgressione: quando mi capita di svegliarmi di notte e di avere bisogno di andare in bagno (che è adiacente alla camera), dovrei mettere il busto seduta sul letto, prima di alzarmi, e ritoglierlo al ritorno, dopo essermi seduta sul letto, cosa che non ho mai fatto. In realtà, vivendo sola, anche se mi sono presa un aiuto due volte la settimana in aggiunta alla ragazza che una volta la settimana mi fa le pulizie, di trasgressioni ne faccio a vagonate. D’altra parte, se comportandomi così ho conseguito un discreto miglioramento, vuol dire che va bene così: sono sempre stata convinta che il fanatismo integralista faccia male alla salute in tutti i campi, compreso quello della salute.
Adesso ha detto di tornare a controllare fra in mese e mezzo. Ma siccome il tempo normale è di tre mesi, ci andrò quaranta giorni dopo l’esecuzione delle radiografie. Anzi, trentotto: tanto, quello che non si è sistemato in ottantotto giorni, di sicuro non si sistemerà in novanta.
Oggi comunque ho fatto circa un chilometro per andare a prendere il referto, uno per tornare, uno per andare alla visita, uno per tornare, uno per alcuni altri giri. Con una muscolatura ridotta praticamente a zero: sono più sfinita di una persona normale che abbia scaricato un intero container al porto. Vabbè, per lo meno posso dire che la giornata è finita meglio di come era cominciata.
sente-un-sollievo
barbara

LE LOGICHE DELL’ITALICA SANITÀ

Non avendo gli esami del sangue (85 euro di ticket) evidenziato niente che possa giustificare il mio stato attuale, la dottoressa mi ordina una visita neurologica urgente. Quando vado a fare la prenotazione emerge che qui non c’è alcuna disponibilità, ma in un’altra città c’è posto già la mattina dopo, e quindi accetto. Non sarebbe molto lontano, meno di un centinaio di chilometri, ma al momento non sono in grado di guidare, e quindi devo andare in treno, e c’è da cambiare, sicché impiego più di un’ora e mezza. E per l’appuntamento alle undici e quaranta devo uscire di casa alle sette e mezza perché col treno successivo arrivo dopo mezzogiorno. Vabbè.
Arrivo lì e prendo un taxi. Nel foglio di prenotazione c’è scritto un indirizzo, che immagino essere quello dell’ospedale, per cui dico al tassista di portarmi all’ospedale, dove allo sportello informazioni mi indicano dove devo prendere il biglietto col numero per pagare (qui si paga anticipatamente: niente pagamento, niente visita) e lo sportello dove presentarmi quando esce il mio numero sullo schermo. Effettuato il pagamento, chiedo dove devo andare per la visita, e l’impiegata dice: in via B. 107: quella che è scritta sul foglio di prenotazione. Chiedo dov’è (immagino sia una parallela o una traversa di quella in cui c’è l’ospedale), e quella comincia a dire: deve andare fino alla stazione, là gira a sinistra e va avanti per un mezzo chilometro, poi… La interrompo: ci sono taxi qui davanti all’ospedale? No, dice, chieda allo sportello informazioni che gliene chiamino uno. E così ho fatto. Quindi la logica sarebbe questa: il posto in cui si fa la visita e quello in cui si paga per fare la visita sono esattamente ai due lati opposti della città, con parecchi chilometri in mezzo. Chi è del posto ed è in forma, lo può fare in bicicletta (in entrambi i parcheggi c’è una fila interminabile fuori, di auto che aspettano che esca qualcuno per poterne prendere il posto), chi viene da fuori o non è in forma, o non ha qualcuno che l’accompagni, o ha una pensione al minimo da non poter prendere un taxi dietro l’altro, si impicca.
Poi, giusto per la cronaca, tutti gli accertamenti diagnostici effettuati dal neurologo hanno dato esito negativo: la testa è a posto (e voi piantatela di ridere o vengo là e vi meno), il che è un notevole sollievo. Resta tuttavia da capire da deve venga questo disastro che mi è piombato addosso.

barbara

 

ADESSO PARLIAMO ANCORA UN MOMENTO DI TREGUA

Che pare essere una delle cose più gettonate al momento, da quelle parti. E quando viene proclamata una tregua, succede questo
tregue
Poi Israele prende atto che la tregua non c’è e riprende gli attacchi, e allora tutti giù a titolare “Israele rompe la tregua”. Perché gli ebbrei sono cattivi e amano la guerra, lo sanno tutti. Poi fanno questo
ospedale
che a me sinceramente sembrerebbe anche un bel po’ esagerato star lì sotto i missili a curare quelli che glieli tirano. A Vienna comunque hanno fatto vedere com’è

Ma chissà se saranno in molti a capirlo. Boh. Voi comunque cercate di non dimenticare mai che Israele uccide civili, soprattutto civili, e soprattuttissimo donne e bambini, come si vede anche da queste due tabelle
uccisi gaza 1
uccisi gaza 2
e che quelli che muoiono di più sono i buoni e quelli che muoiono di meno sono i cattivi.
WWII
Dixi.

barbara

QUALCUNO LO TROVA DIVERTENTE

L’ho trovato sotto il tergicristallo nel parcheggio dell’ospedale, uscendo dopo l’intervento. Pensavo a un avviso dell’amministrazione: forse c’è un limite di 24 ore, e io le avevo abbondantemente superate. E invece no, era questo:
biglietto
Traduco a braccio.

AVVISO!

Questa non è una contravvenzione, ma se dipendesse da me ne prenderebbe due.
Col suo parcheggio idiota, egoista e sconsiderato ha occupato uno spazio che normalmente basta per una carovana di 20 cammelli.
Dato che questo foglietto probabilmente non avrà alcun effetto, me ne vado e le auguro al più presto un guasto al motore in autostrada alle 11 di sera con una temperatura di -26° e vento forza 12.
Spero inoltre che 1000 pulci di cammello prendano dimora nel suo buco del culo, e che ciò accada quando le sue braccia sono colpite da una temporanea paralisi.

Un parcheggiatore danneggiato

P.s.: Se parcheggia un’altra volta in maniera così stupida, le cago sul cofano.

Immagino ne abbiano stampate una carrettata, di queste stronzate. Immagino che siano stati in parecchi a trovarli, oltre che altrove, nel parcheggio dell’ospedale, dove l’ho trovato io. Magari uscendo dalla visita a un parente in rianimazione, con la vita sospesa a un filo. Magari uscendo dall’obitorio.
Io un’idea ce l’avrei, per la destinazione di quelle pulci di cammello.

P.s.: Ovviamente la mia macchina era parcheggiata perfettamente: al centro di uno spazio di tre, con gli altri due già occupati al mio arrivo, per cui se la mia macchina non fosse stata perfettamente diritta e perfettamente al centro di quello spazio, non ci sarei entrata proprio.

barbara

RIECCOMI

Con qualche pezzetto in meno, semidissanguata, leggermente sfinita, ma più bella, più forte, più simpatica, e soprattutto più spietata che prìa.

GUAI A VOI, ANIME PRAVE!

Piesse: la bellezza ineffabile, sublime, paradisiaca di quel “Ecco signora, tutto finito” che ti arriva all’orecchio (le prime volte no, la formula non era questa, perché ero bambina, e poi ragazzina, e poi ragazza, e poi giovane donna, troppo giovane per essere chiamata signora, ma l’effetto è sempre lo stesso.
Pipiesse: pare che il guaio per cui mi sono dovuta operare non sia capitato da solo, ma sia l’ennesima conseguenza dell’incidente di gennaio.

barbara