PERCHÉ LA PACE È UNA COSA TROPPO SERIA

per lasciarla in mano ai pacifisti.
make-love
barbara

I PACIFISTI

Cioè quelli buoni. Quelli di sinistra. I progressisti. Gli antifascisti. Quelli che, a differenza degli individualisti conservatori retrogradi guerrafondai di destra hanno a cuore il bene dell’umanità. Loro.

Qualche giorno fa a Tel Aviv ha avuto luogo una manifestazione per commemorare due gay assassinati nel 2009, manifestazione che ha acquistato particolare significato alla luce dell’aggressione assassina all’ultimo gay pride (il cui autore, Yishai Shlissel – sarà bene ricordarlo per chi tende a fare di tutta l’erba un fascio – non è un ultranazionalista fanatico, bensì un appartenente alla setta Neturei Karta,
Yishai Shlissel
che non riconosce lo stato di Israele – ma se ne pappa spudoratamente tutti i benefici -, aspira alla distruzione di Israele, è finanziata dall’Iran, ha collaborato e collabora con tutti i nemici di Israele, ha partecipato alle conferenze negazioniste della Shoah organizzate da Ahmadinejad eccetera eccetera).

Qui di seguito il resoconto di Tobia Zevi sulla manifestazione.

Sharon Nizza mi porta a una manifestazione nel giardino Meir, al centro di Tel Aviv. Si tratta della commemorazione di due gay uccisi nel 2009 da un estremista che fece fuoco all’interno del centro sociale nel parco, ferendo molte altre persone. L’iniziativa assume un significato particolare alla luce degli attentati della settimana scorsa, in particolare quello al Gay Pride che ha ucciso Shira Banki. Fa un caldo pazzesco e l’odore non è proprio il massimo. Parla Shimon Peres, l’impressione è che la gente si attacchi a questo padre della patria per coltivare l’illusione della continuità, per rimuovere l’evidenza della frattura prodottasi. Salgono sul palco militanti e politici. L’atmosfera è tesa: si è sparsa la voce che Naftali Bennett sia in arrivo. Un giornalista autorevole agli occhi dei manifestanti prova a spiegare che la sua presenza è importante, che un esponente radicale come Bennett va incalzato ma non cacciato. Si capisce che non è aria. Sale sul palco Yuval Steinitz, Ministro dell’Energia del Likud con un passato in “Pace Adesso”. La folla rumoreggia, i più scalmanati si avvicinano al palco, qualcuno suona il tamburo. La contestazione si organizza: qualche decina di persone indossa guanti bianchi sporchi di sangue finto. Impossibile ascoltare, Steinitz prosegue il suo intervento sotto lo sguardo vigile e apprensivo delle guardie del corpo. Alcuni manifestanti provano a difenderlo, spiegando che gli alleati nel Governo sono utili: la situazione non è più sotto controllo. Scoppiano tafferugli, la povera Sharon si prende un pugno da una ragazza che brandisce un cartello con scritto “L’odio uccide”. Bennett non viene più, ufficialmente perché non ha firmato la piattaforma sui diritti LGBT. […] Tobia Zevi (4 agosto 2015)

Aggiungo un paio di annotazioni inviatemi privatamente da Sharon Nizza (la quale ha precisato che non si è trattato di un pugno bensì di un poderoso ceffone).

Io, Sharon nizza, militante lgbt da 10 anni, sono stata menata da fascisti dell’antifascismo!!! […]
Quando steiniz ha finito, io ho detto a una di quelle due punkabbestia che si vedono nel video che ti allego che se ne sarebbero pentite perché abbiamo bisogno di esponenti del governo dalla nostra parte, e quella mi ha urlato e imbruttito e appunto dato pezza allucinante in faccia […]
A seguito di queste cose ho scritto un post in ebraico in sostanza dico che non parteciperò più alle manifestazioni lgbt dello “Stato di tel aviv” che non mi accetta (la cosa che più mi ha scandalizzato non è mica la pizza, ma il fatto che nessuno di quanti intervenuti dopo questi fatti dal palco, e in primis Zahava Galon che invece se ne compiaceva, ha pensato di condannarli).
Cmq guarda il video che è abbastanza rappresentativo.

E questo è il video (prima di guardarlo procuratevi un po’ di Maalox)

Questo è accaduto a Tel Aviv, ma la questione non è Tel Aviv, la questione sono i pacifisti. Se andiamo a vedere in azione i pacifisti antifascisti buonisti eccetera eccetera a Roma Milano Parigi Londra New York o Trebaseleghe, vediamo esattamente le stesse identiche cose. Perché loro sono fatti così: a fare i pacifisti, se non sono pronti a menare le mani, non ce li vogliono.

D’altra parte chi è più amante della pace e delle buone cause di quelli dell’ISM? ISM

barbara

IL VERO POSTO DELL’INDIGNAZIONE

David Bouaziz

Lettera ai miei amici di Facebook:

Cari amici di Facebook, solo un piccolo annuncio, ma abbastanza importante:
nei prossimi giorni sarete probabilmente sommersi sotto un mucchio di immagini di guerra, con tutto ciò che comportano di atrocità, provenienti da media in diretta, direttamente da Gaza. Probabilmente vedrete esplodere edifici, i palestinesi insanguinati uscire dalle macerie a volte tenendo bambini nelle loro braccia, ecc, ecc. Immagini che conosciamo tutti, e che non vorremmo vedere. Ascolterete poi il discorso del cosiddetto giornalista che, con voce grave, come un potenziale Charles Enderlin, spiegherà che l’esercito israeliano ha di nuovo massacrato ciecamente dei civili bombardando ‘volontariamente’ una zona densamente abitata… In quel momento potrebbe montare in voi un sentimento di indignazione e i più sensibili di voi forse ne saranno nauseati… Poco importa che queste immagini provengano forse dalla Siria o magari da Gaza, ma vecchie di diversi mesi o più. Poco importa che siano state sì prese a Gaza il giorno stesso, ma tralasciando di specificare che il razzo che ha colpito l’edificio è stato lanciato da Hamas, incapace di prevedere dove atterreranno i propri missili… Poco importa tutto questo perché, qualunque cosa accada poi, il male sarà fatto, vi sentirete già indignati. Questo cade a proposito perché mi piacerebbe cogliere l’occasione per anticiparvi e parlarne, della vostra indignazione.
In questi ultimi mesi ho postato sulla mia pagina di Facebook un sacco di articoli e video dal Medio Oriente, mostrando atrocità spesso di massa e riguardati per lo più dei i civili, donne e bambini, in maggioranza musulmani. Ho continuato a indignarmi ad alta voce, perché è tutto ciò che potevo fare nel mio piccolo. Ho riferito quello che ho visto, con tutta la mia indignazione, sentendomi a volte solo al mondo. Ho visto un numero incalcolabile di esecuzioni sommarie; ho visto jihadisti giocare a calcio con teste che avevano appena tagliato; ho visto donne strangolate dai loro mariti per il solo sospetto di adulterio; altre lapidate in Pakistan per avere posseduto un cellulare; ho visto ribelli siriani che hanno deciso di applicare la sharia, tagliare mani, poco importa cosa ne pensano gli abitanti; ho visto bambini egiziani mitragliati perché erano cristiani; ho visto i fondamentalisti arrivare in una fattoria tenuta dalla stessa famiglia da tre generazioni, mettere in fila tutti i membri per abbatterli uno dopo l’altro in nome di Allah; ho visto un combattente insegnare a un bambino di dodici anni a decapitare un uomo con un coltello e mettersi poi in posa tenendo fieramente la testa della sua vittima col braccio teso; ho visto la popolazione siriana ricevere piogge di proiettili di obice sparati alla cieca dal suo esercito; ho visto chiese bruciare in Egitto; diritti umani violati in maniera orribile ovunque in tutti i paesi della regione…Tutte queste cose ho riferito per mesi, a volte a malincuore, rammaricato di intossicare il cervello degli altri con queste immagini che hanno intossicato il mio. Ma se avessi scelto di distogliere lo sguardo e far finta di niente con la scusa che questo non accade sotto la mia finestra, nel mio paese, che figura avrei fatto? Come mi sarei potuto guardare allo specchio? Sì, quando i musulmani massacrano altri musulmani non riesco a dormire, perché non capisco. Non capisco come gli uomini possano fare cose simili ad altri uomini che non conoscono, solo perché hanno un credo diverso dal loro. Ma non è della loro ferocia che voglio parlare, per quanto…
Il fatto è che su più di 500 amici (ne devono restare un bel po’ di meno ora), quanti hanno mostrato la loro indignazione? Quanti hanno inoltrato questa informazioni nascoste dai nostri media come segno di disaccordo? Quanti hanno almeno cliccato “like” (anche se qui non si tratta di gradire queste immagini, ma solo di sostenere queste vittime denunciando questi atti barbarici)? Quanti si sono almeno presi il tempo di leggere gli articoli o guardare i video? Lo so che c’è la crisi, che la vita quotidiana dei francesi è cupa, che è meglio vedere i video del bambino che ride a crepapelle, o un parrocchetto che balla a ritmo con la musica sul suo trespolo, perché fa bene al morale e fa sorridere ogni volta. Ma, ciononostante, vedo alcuni passare più tempo a inoltrare annunci di cani persi o altri maltrattamenti agli animali, con più convinzione (o compassione) che per gli esseri umani. Cosa devo pensare di quella parte di voi che ha deliberatamente distolto lo sguardo per tutto questo tempo? Sapendo che diffondere informazioni che i media si rifiutano di trattare, o manipolano volontariamente, ha già più volte contribuito a cambiare il corso della storia, come interpretare il vostro silenzio? Solo voi avete la risposta, io non mi azzardo a cercare le parole al vostro posto.
Ma torniamo alla vostra indignazione per ciò che accadrà presto in Gaza e nei territori, perché è il soggetto principale di questa lettera. Se dopo questo lungo silenzio da parte vostra di fronte a tutti questi orrori, vi venisse voglia di essere indignati per le azioni dell’esercito israeliano e di farlo sapere sulla vostra pagina Facebook inviando un commento non solo leggermente ma ciecamente pro palestinese, vi chiedo di porvi le domande giuste. Quale valore dare alla vostra indignazione? Perché la morte di terroristi che lanciano oltre 100 razzi al giorno su dei civili, con lo scopo di ucciderli volontariamente, meriterebbe più indignazione rispetto a quella di persone innocenti massacrate quotidianamente nel resto del mondo? La vostra indignazione per me vale quanto quella delle persone che vegliano con la candela davanti a una prigione federale degli Stati Uniti per impedire l’esecuzione di un criminale condannato a morte, mentre queste stesse persone non levano il mignolo per aiutare le persone innocenti di cui ho parlato. Se non arriva alcuna risposta, guardatevi allo specchio e chiedetevi qual è la vera ragione della vostra indignazione. Perché dal mio punto di vista e in tutta onestà, voi non avete niente a che fare con i palestinesi. Voi non fate niente per loro, in ogni caso molto meno degli israeliani, presso i quali i musulmani sono i meglio trattati del Medio Oriente.
Se, nonostante queste parole, la vostra voglia di pubblicare un articolo o un commento decisamente anti-sionista per denunciare atti secondo voi inammissibili fosse più forte di tutto, ecco la procedura da seguire per quanto mi riguarda:
Andate alla mia pagina su Facebook e cliccate sul quadratino a destra della mia foto, su cui è scritto “Rimuovere dalla lista degli amici”. Perché davvero non vorrei fra i miei amici delle persone che hanno tali paraocchi. I miei amici sono persone intelligenti, riflettono, si informano, sono curiosi. Ma soprattutto non confondono israeliani e coloni per via del lavaggio del cervello che hanno subito per anni da parte dei media francesi. Per favore, risparmiatemi questa azione orribile che non ho il coraggio di fare, questa “selezione”… Anticipatemi e fate clic su questo pulsante. Ma soprattutto, non dimenticate, passando, di prendere con voi la vostra “indignazione”, e di mettervela dove penso io, perché quello è il suo vero posto.

David. B, 9 luglio 2014 (qui, traduzione mia)

(e grazie ad “amica” per la segnalazione)

Questo testo, come potete vedere, è stato pubblicato una settimana fa e, a giudicare dal contenuto, scritto o almeno pensato probabilmente un po’ prima. Guardandoci un po’ in giro scopriamo che ieri 15 luglio in Afghanistan i talebani mussulmani hanno messo una bomba uccidendo in un colpo solo 89 civili, nessuno dei quali – per inciso – lanciava razzi, e ancor meglio avevano fatto il giorno delle elezioni, facendone fuori 106: indignazioni? Proteste? Manifestazioni? Boicottaggio? Richieste di riunioni straordinarie urgenti all’Onu per chiedere ferme condanne? Zero.
Poi se vi restano ancora cinque minuti, andate a rileggere – a leggere se siete nuovi da queste parti – quest’altro post.

barbara

VENT’ANNI FA, DI QUESTI GIORNI

Vent’anni fa, di questi giorni, andava in scena l’orrenda farsa di Oslo, che ha portato un’incredibile impennata del terrorismo palestinese con migliaia di morti e decine di migliaia di feriti e invalidi da entrambe le parti, la distruzione della società palestinese, il lavaggio del cervello a partire dall’età dell’asilo (come ampiamente documentato in questo blog) e una spietata persecuzione delle comunità cristiane di Gaza e Cisgiordania, che ha portato alla loro quasi totale scomparsa. La drammatica impennata del terrorismo come diretta conseguenza degli accordi di Oslo risulta chiaramente da questa tabella
oslo1
Interessante poi osservare in quest’altra tabella
oslo2
l’andamento del terrorismo palestinese in funzione dei diversi governi israeliani, che dimostra meglio di qualunque discorso quanto sia vero che i pacifisti sono in assoluto i peggiori nemici della pace (e l’eventualità che qualcuno di loro possa essere in buona fede, lungi dall’essere un’attenuante è, al contrario, la peggiore delle aggravanti).
Vi propongo poi una terza tabella, che piacerà sicuramente a tutti coloro che si preoccupano costantemente di precisare quanti, fra i morti, sono civili (volendo, magari, si potrebbe far presente che non esiste la “divisa da terrorista”, dal momento che la finalità del terrorista è appunto quella di terrorizzare, facendo arrivare la morte da dove nessuno se l’aspetta, ma chi sta a badare a questi dettagli)
Summary
E infine andate a rileggere questo lucido documento di Khaled Abu Toameh, prezioso e coraggioso giornalista arabo israeliano.

barbara

PERCHÉ LA PACE NON C’È

La pace impossibile

Coloro che criticano Israele – o magari le sue politiche o il suo governo, che poi sono la stessa cosa del popolo, dato che il sistema è democratico, come ha notato qualcuno, e visto che tutti i governi degli ultimi 64 anni sono stati criticati più o meno allo stesso modo – coloro che criticano Israele dentro e fuori del mondo ebraico gli rimproverano soprattutto di non fare la pace con gli arabi. Pochi, solo gli antisemiti più accesi a destra e a sinistra, hanno oggi il coraggio di dire che il popolo ebraico dovrebbe sparire o che esso non abbia diritto a uno Stato. La prima affermazione è stata di moda per secoli, con varianti più o meno sanguinose l’hanno condivisa decine di papi e di santi prima di Hitler e personaggi di grande prestigio come Marx e Voltaire, Kant e Feuerbach. La seconda è un principio universale nel mondo arabo, accennato in qualche documento ecclesiastico, ma raramente reso esplicito oggi in Occidente. Entrambe sono passate di moda, uscite dalla grammatica eufemistica del discorso pubblico occidentale. Dunque, Israele non ha colpa di esistere, ma di non fare la pace, e di qui le colpe accessorie che gli vengono attribuite, dall’ ”uso sproporzionato della forza” difensiva (come se la guerra fosse uno sport equestre con l’handicap) alle “atrocità” contro i “bambini di Gaza” e altre sciocchezze del genere.
Il problema vero è dunque: è possibile la pace? Chi la vuol fare e chi no? È realizzabile non in astratto, ma concretamente qui, nel mondo imperfetto che condividiamo una pace fra Israele e gli arabi che lo circondano? È stata possibile nei vent’anni passati dalle illusioni di Oslo, è possibile ora? Io ne dubito da tempo. Ho visto tregue più o meno fredde, utili comunque, ma mai pace vera, come quella che si è fatta in Europa dopo la Seconda guerra mondiale. Ma di recente ho avuto una controprova interessante: ho partecipato a un incontro collettivo con uno sceicco palestinese, un esponente di primo piano del vecchio sistema tribale soppiantato dall’Olp quando proprio a Oslo l’organizzazione terrorista (allora si sperava a torto: ex-terrorista) fu riconosciuta come “unico rappresentante del popolo palestinese”. Comprensibilmente il capo tribù, presentatosi a noi come un possibile nuovo interlocutore di pace, non era tenero con Oslo, lo presentava come un disastro da superare.
Interessanti sono i suoi argomenti: ogni compromesso territoriale, diceva, è insensato. Perché l’Islam proibisce di cedere un solo centimetro del terreno che gli appartiene, e – secondo lui – l’ebraismo ragiona alla stessa maniera. La prima affermazione è degna di nota, non solo perché è la ripetizione testuale di uno slogan di Hamas ed è confermato da una legge dell’Autorità Palestinese che considera crimine capitale la vendita di terra agli ebrei, ma anche perché si estende oltre Israele, per esempio alla nostra Sicilia, ai Balcani e alla Spagna, dove già qualche iniziativa revanscista negli ultimi anni si è manifestata. La seconda è palesemente falsa, perché tutta la storia di Israele e del sionismo mostra una disponibilità ai compromessi territoriali. La soluzione che lo sceicco proponeva per uscire da questo vicolo cieco della doppia rivendicazione territoriale non è particolarmente originale: uno Stato condiviso “che non sarebbe né vostro né nostro finché non arriverà il Messia a risolvere la questione”. Naturalmente il problema è che non ci sono Stati che non corrispondano a un popolo e dunque la questione diventa demografica: che popolo avrebbe la maggioranza in questa sistemazione?
E qui vien fuori un punto delicato, che è quello del carattere nazionale di Israele. Il senso dell’esperienza storica del popolo ebraico, così come è stato sintetizzato dal sionismo nell’ultimo secolo, è che il solo modo per sfuggire alle persecuzioni e vivere dignitosamente è avere un proprio Stato nazionale, in cui essere ben più che maggioritario. Questa è stata la scelta non solo di grandi profeti e statisti come Herzl e Ben Gurion, ma anche della grande maggioranza del popolo che ha partecipato o almeno sostenuto questa strada e della comunità internazionale che l’ha sostenuto a partire dalla Dichiarazione Balfour e dal Trattato di San Remo fino alla risoluzione dell’Onu del ’47. Può Israele rinunciare alla sua caratteristica di Stato nazionale senza vanificare questa strada e produrre nel popolo ebraico la più grave crisi di identità dopo la caduta del Tempio, duemila anni fa? Evidentemente no, nonostante sia in atto una campagna crescente da parte di settori detti “postsionisti” della politica israeliana molto isolati nel paese, ma ben connessi all’estero: per esempio Haaretz si è espressa per una riforma della “legge del ritorno” e ha iniziato una campagna contro l’inno nazionale “Hatikvà”, per sostituirlo con qualcosa che possa andar bene a tutti gli aspiranti comproprietari del territorio – chissà, qualcosa che parli del cielo e del mare, delle palme e dei falafel. E però questa prospettiva è inaccettabile non solo per gli israeliani, ma anche per il popolo ebraico della diaspora, che sa di aver bisogno di un’Israele ebraica, se non altro come assicurazione sulla vita nei confronti delle minacce crescenti che si trova ad affrontare.
Per questo motivo con forza crescente Netanyahu ha posto sul tavolo della trattativa, come controparte per le concessioni territoriali che potranno essere necessarie, la questione del riconoscimento di Israele come Stato nazionale ebraico, cosa che i palestinesi coerentemente rifiutano: l’Autorità Palestinese, Hamas, nel suo piccolo anche lo sceicco con cui ho parlato: non un centimetro quadrato per uno Stato ebraico sulla terra dell’Islam.
Questa è la ragione per cui la pace non è possibile. La maggior parte degli arabi vorrebbero cacciare gli ebrei in mare, se non peggio. Quelli che non lo vogliono o capiscono di non poterci riuscire, sono disposti a sopportare, più o meno provvisoriamente e limitatamente, la presenza ebraica “fra il fiume e il mare”, ma solo a patto di non doverla accettare che come una parentesi e senza cedere la rivendicazione islamica sul territorio dello Stato. Fuori da ogni intento propagandistico, il minimo che il popolo ebraico vuole – uno Stato ebraico in quelle terre, comunque esteso – è ben di più di quel che i più pacifici degli arabi sono disposti a concedere (una qualche forma di convivenza in uno Stato non ebraico). Il conflitto resta anche se si ignorano gli aspetti emotivi della disputa, che pure sono forti: il nostro sceicco definiva le città dell’Israele moderno (Tel Aviv, Haifa ecc) degli “stupri” e sinceramente e accoratamente (ma senza alcun senso storico) sosteneva che il terrorismo palestinese, che pure gli sembrava “improduttivo”, fosse una risposta all’attacco alla Tomba dei patriarchi.
La pace, quella vera, con il riconoscimento reciproco di confini, identità e diritti non si può fare e le “colonie” non c’entrano niente: per noi, ci ha detto il capotribù, sempre vicino alle dichiarazioni di Hamas e alle pratiche dell’Autorità Palestinese se non alle sue dichiarazioni ipocrite, non c’è alcuna differenza fra Haifa dentro la linea verde e Ariel fuori di essa, fra Gerusalemme Est e Ovest. La sola speranza è di una convivenza abbastanza tranquilla sul territorio, della crescita economica e del contenimento militare della violenza: la politica degli ultimi governi, che sta dando i suoi frutti. Se non sarà distrutta dagli interventi (non solo dell’Iran ecc. ma anche europei, di Obama, “pacifisti” ecc.) che quando possono attizzano i palestinesi, cercando di destabilizzare la situazione e giocando così col fuoco di una nuova guerra possibile, questa è la sola possibilità di convivenza.

Ugo Volli

Per un’analisi dettagliata della questione religiosa affrontata da Ugo Volli, invito a leggere questo illuminante vecchio articolo di Johannes Gerloff. Per le altre questioni storiche suggerisco una rilettura di questo testo e, se avete tempo sufficiente, anche di tutti gli articoli in esso linkati.

barbara

DI PACIFISTI E DI ALTRI ANIMALI

Qualcuno (forse) in buona fede crede e qualcuno in malafede finge di credere che i pacifisti siano persone amanti della giustizia e della pace. Qualcuno (forse) in buona fede crede e qualcuno in malafede finge di credere che l’ISM, International Solidarity Movement, di cui faceva parte anche la famigerata Rachel Corrie, (qui ripresa due settimane prima della morte mentre, con la faccia stravolta e deformata dall’odio, istruisce un gruppo di bambini palestinesi sul corretto uso delle bandiere antipatiche)


sia un’organizzazione votata alla difesa dei più deboli e al sostegno della giustizia. Tutto ciò è FALSO: l’ISM è un’organizzazione violenta e pesantemente collusa con il terrorismo, come è irrefutabilmente dimostrato in questo prezioso documento.

ISM 

Quanto all’episodio dell’ufficiale che ha colpito al viso l’angelo biondo, innanzitutto credo sia il caso di ricordare che, a differenza di quanto accade non molto lontano da lì, l’ufficiale non si è visto arrivare medaglie ed elogi, non si è visto intitolare vie e scuole e stadi, non è stato immortalato in immagini da tenere in casa a mo’ di santini, bensì è stato immediatamente (e giustamente) sospeso dal servizio. In secondo luogo, per avere le idee un po’ più chiare sul pur grave episodio e distinguere i fatti dalla loro strumentalizzazione e dalla propaganda, invito chi se la cava meglio con il francese ad andare qui (dove sono comunque fruibili le immagini, anche da parte di chi non conosca la lingua), e chi non ha problemi con l’inglese qui.

barbara

AGGIORNAMENTO: ecco il volto sfigurato della vittima della brutale violenza israeliana:

(no, non sto dicendo che va bene così. Ma un po’ di misura nel riportare i fatti non guasterebbe) (resta poi da capire come mai capiti di vedere addosso agli amici dei palestinesi la kefia giordana, ossia di quelli che in un paio di settimane hanno fatto fuori più palestinesi che Israele in più di mezzo secolo…)

AGGIORNAMENTO 2: in questa foto si può vedere come gli angelici pacifinti siano armati con pugnali e coltelli che a distanza ravvicinata possono essere armi micidiali.


Notare come gli occhi di tutti i presenti convergono sul coltello. Notare anche come quello con lo zaino impedisce al militare di raggiungere il terrorista. Questo è il clima che ha portato all'”aggressione” che come si vede dai risultati è più fotogenica che reale (grazie a David Pacifici per il documento)


In questo ritaglio, anche se sgranato, la lama si vede meglio.