SE PER ESEMPIO

Se per esempio sostituissimo davvero tutte le auto vere con le auto elettriche. Prima una riflessione di puro buon senso.

Fabrizio Santorsola

L’auto elettrica – la più grande truffa che il mondo abbia mai visto?
Qualcuno ci ha pensato?
“Se tutte le auto fossero elettriche… e dovessero restare bloccate in un ingorgo di tre ore nel freddo di una nevicata, le batterie si scaricherebbero tutte, completamente.
Perché nell’auto elettrica praticamente non c’è riscaldamento.
Ed essere bloccato in strada tutta la notte, senza batteria, senza riscaldamento, senza tergicristalli, senza radio, senza GPS per la batteria tutta scarica, non deve essere bello.
Puoi provare a chiamare il 911 e proteggere le donne e i bambini, ma non potranno venire ad aiutarti perché tutte le strade sono bloccate e probabilmente tutte le auto della polizia saranno elettriche.
E quando le strade sono bloccate da migliaia di auto scariche, nessuno potrà muoversi. Le batterie come potranno essere ricaricate in loco?
Lo stesso problema durante le vacanze estive con blocchi chilometrici.
Non ci sarebbe in coda la possibilità di tenere accesa l’aria condizionata in un’auto elettrica. Le tue batterie si scaricherebbero in un attimo.
Naturalmente nessun politico o giornalista ne parla, ma è questo che accadrà.
Testo da me liberamente tradotto, ripreso da Marian Alaksin (Repubblica Ceca)

Poi un articolo con un po’ di calcoli.

Giancarlo Lehner

A proposito della moda del green, qui e subito, una delle più strampalate mistificazioni della storia, cito i seguenti inoppugnabili dati dall’articolo di Dario Rivolta, uno studioso che ragiona e non vende fumo:
«Un parco eolico da 100 megawatt richiede trentamila tonnellate di minerali ferrosi, cinquantamila tonnellate di cemento e almeno novecento tonnellate di plastica e resina.
In un impianto solare della stessa potenza, il ferro e l’acciaio necessari sono tre volte tanto e solo il cemento sarà impiegato in quantità minore che nell’eolico.
Nel progetto lanciato dall’Ue la produzione di energia elettrica derivante da questi impianti dovrebbe passare dai 1500 gigawatt di oggi ad 8000 GW entro il 2030. Il calcolo dei materiali necessari che bisognerà estrarre dalla terra è presto fatto. E lo si dovrà fare con i vecchi metodi industriali.
Inoltre, molti dei componenti che dovranno essere utilizzati appartengono al gruppo di quei minerali che vanno sotto il nome di “terre rare”.
Alcune di loro portano nomi sconosciuti come i lantanidi, lo scambio, l’ittrio, l’eurobio, il lutezio ecc.
Di altri minerali abbiamo forse già sentito parlare:
niobio
tantalio
tungsteno
litio
tellurio
selenio
indio
gallio
Oltre a queste, per creare l’elettricità e stoccarla nelle batterie occorrono anche grandi quantità di cobalto, manganese, nickel, stagno, grafite, rame ecc.
Nella maggior parte dei casi, nonostante l’aggettivo (rare) attribuito ad alcune di queste materie, non si tratta di presenze scarse sul nostro pianeta ma sono minerali dispersi all’interno di rocce che devono essere estratte e lavorate.
Per ottenere un chilo di vanadio bisogna lavorare otto tonnellate di rocce; per un chilo di gallio ne occorrono cinquanta, mentre per ottenere il lutezio in eguale quantità bisogna raffinarne ben duecento tonnellate.
Tutte queste lavorazioni si fanno con l’impiego di grandi quantità di acqua e solventi.
La lavorazione necessaria è così deleteria per l’ambiente circostante che si spiega perché la maggior parte dei Paesi del mondo ha rinunciato ad estrarli, lasciando che sia la Cina ad occuparsi della produzione (e relativa fornitura) di almeno due terzi della domanda mondiale.
Un altro esempio: in una macchina a propulsione elettrica circa duecento chili di quanto pesa in totale sono indispensabili per il funzionamento della batteria e per la sua protezione.
Si tratta di un quantitativo corrispondente a sei volte quello presente nelle auto tradizionali.
Bisogna aggiungere che per la trasmissione dell’elettricità derivante dagli impianti solari, eolici e dall’idrogeno, le reti di distribuzione oggi esistenti saranno riutilizzabili solo in parte.
Serviranno enormi quantità extra di rame per gli elettrodotti e migliaia di tonnellate di acciaio per le nuove tubature necessarie al trasporto dell’idrogeno.
I prezzi schizzeranno alle stelle, causando una nuova e lunga inflazione anche su tutti i prodotti a valle.
Al nuovo ingente sfruttamento delle risorse naturali per procedere verso la “transizione verde” vanno aggiunte le conseguenze socio-economiche all’interno delle nostre società. L’Europa (così come- forse- gli Stati Uniti) si è data l’obiettivo di passare ai nuovi sistemi entro il 2030 e completare il processo entro il 2050, mentre la Cina ha dichiarato che raggiungerà il picco delle proprie emissioni di CO2 solo nel 2030 e raggiungerà l’obiettivo finale non prima del 2060. Per l’India il passaggio richiederà ancora più tempo.
È allora evidente che, negli anni che faranno la differenza, si creerà un divario crescente nei costi di produzione industriali tra i due mondi e certo non a vantaggio delle imprese europee. Con conseguenti crisi che colpiranno molti lavoratori e molte aziende.
Sotto l’aspetto politico va anche aggiunto che, pur riuscendo a liberarci dall’oligopolio dei produttori di gas e petrolio, ci metteremmo, noi europei, totalmente nelle mani dei nostri nuovi fornitori di minerali rari e materie prime.
Va aggiunto che gli utenti dovranno sostituire le loro caldaie per il riscaldamento, tuttora a gas o gasolio, con pompe di calore azionate dall’ energia elettrica da fonti rinnovabili.
Gli automobilisti dovranno rottamare i loro veicoli a benzina, a gasolio o ibridi per sostituirli con autovetture solo elettriche che però, con la tecnologia attuale, non consentiranno loro di andare da Milano a Roma senza fermarsi qualche ora per ricaricare le batterie».
L’imperialismo del regime comunista cinese evidentemente ha pagato e strapagato politici, scienziati (quelli non mercenari non vengono ascoltati) e addetti all’informazione, per montare la mitologia del green.

E tutto questo bordello sarebbe per fermare i “cambiamenti climatici” per via del fatto che ci sarebbe in atto una “emergenza climatica”. Siccome so che purtroppo c’è ancora in giro gente che crede a questa ridicola favola, ricordo che le cose che strilla istericamente la piccola analfabeta ritardata psicopatica mitomane allo scopo preciso di terrorizzare le masse (“voglio che siate terrorizzati” – e riuscendoci perfettamente), ossia che abbiamo ancora dieci anni prima che sia troppo tardi, come già è stato ripetutamente documentato in questo blog, venivano strillate anche dieci anni fa, e venti anni fa, e trenta anni fa, e quaranta anni fa, e cinquanta anni fa. E se i signori della dittatura del terrore climatico avessero ragione, ciò significherebbe che da quarant’anni il pianeta non esiste più  e noi siamo zombie vaganti nello spazio. Fermo restando che, se anche un’emergenza climatica ci fosse – ma non c’è – il solo pensare di poter intervenire sul clima sarebbe puro delirio di onnipotenza. E qualcuno farà bene a cominciare a ridimensionarsi.

barbara

DEDICATO AGLI AMANTI DEL GREEN

Dove si riparla delle famigerate auto elettriche, e che il Signore stramaledica loro, chi le ha inventate e gli stramaledetti signori dell’Europa che tentano di imporle all’intera umanità.

Jack Daniel

Perché l’auto elettrica rischia di essere un muro contro il quale andremo a sbattere? [Più che un rischio, io direi che è una certezza] Per dirla in modo sintetico: perché stanno incentivando il consumo green senza curarsi troppo della produzione green.
Mi spiego.
Guardavo ieri una pubblicità della nuova ID4 della Volkswagen (https://www.volkswagen.it/it/modelli/id4.html), un’auto che “apre la strada ad un nuovo modo di viaggiare ancora più sostenibile e digitale.”. Bellissimo: sostenibile e connessa, in linea con la svolta green che tutti desideriamo.
Poi vai a vedere che quest’auto ha una batteria di 77Kwh, che, dicono, puoi comodamente ricaricare da casa o da un impianto superveloce da 125 Kw.
E allora facciamo due conti. Immaginiamo di avere a casa un normalissimo impianto da 3 Kw. Superiamo di slancio fastidiosi dettagli del tipo “ma se abito al quarto piano e non ho garage, come l’alimento la macchina parcheggiata in strada?” e facciamo una divisione: 77/3= 25 ore circa. Attaccando l’automobile alla presa di casa, spegnendo tutto, dal frigo alla lavastoviglie, potrete ricaricare l’auto in comode 25 ore.
Troppe. Però, vi dicono, potete accedere ad una colonnina di ricarica ultraveloce da 125 Kw. Qui, facendo la divisione, vediamo che in una mezz’oretta ce la caviamo. A patto di tralasciare qualche fastidioso dettaglio, del tipo che fintanto che l’auto elettrica ce l’hanno uno su mille, quell’uno troverà sempre la colonnina libera e perderà mezz’ora. Ma se l’auto elettrica ce l’hanno venti su cento, è assai dubbio che siano così libere, e se il tempo di ricarica è di mezz’ora, il tempo di attesa può diventare piuttosto lunghetto. Meglio, se programmate un viaggetto che richiede un paio di ricariche, informarvi non solo su dove siano le colonnine lungo il tragitto, ma quante di queste abbiano annesso un servizio di motel.
Vabbé, limiteremo i viaggi lunghi e ne approfitteremo finalmente per leggere La Ricerca del tempo perduto che terremo in macchina, per poterla tirar fuori ad ogni ricarica. Tutto risolto?
Mica tanto. Immaginiamo un autogrill sull’autostrada, uno qualunque, uno di quelli che oggi ha una decina di pompe di benzina, gasolio, gpl o metano. E immaginiamo questo autogrill con una decina di impianti di ricarica a 125 Kw. Per alimentarli è necessaria una centrale da 1Mw (cioè 1.000 Kw) almeno, che eroghi tutta la sua potenza nel momento in cui 10 auto elettriche scariche chiedono la ricarica. Ma, come abbiamo detto, in genere un impianto domestico di città è di 3Kw, il che vuol dire che la centrale elettrica da 1Mw, sufficiente (e manco…) ad alimentare uno e un solo autogrill, sarebbe altrimenti sufficiente a provvedere al fabbisogno elettrico di (1000/3) oltre 300 famiglie. Un villaggetto. Quindi: 10colonnine ultraveloci = un villaggetto.
Bene, da dove peschiamo quest’energia per alimentare le 10 colonnine? Ma da fonti rinnovabili, è ovvio. Siamo o non siamo green?
Per esempio dal fotovoltaico. Correggetemi se sbaglio, ma per avere una potenza da 1 Mw è necessario un ettaro (cioè un campo di calcio) di pannelli (http://www.rinnovabilandia.it/quanta-superficie-occupa…/ ). I quali pannelli, peraltro, produrranno quel Mw se il sole splende nel cielo a mezzogiorno. Se è nuvoloso, molto meno, se è notte, niente. Allora con le pale eoliche. Ottimo, uno di quei bestioni alti mezza torre Eiffel è in effetti da 2 o 3 Mw. A patto che tiri vento, e pure sostenuto. Se non c’è un alito di vento, nulla. Se il vento è una brezza, quasi niente.
Il tutto per alimentare 10 colonnine che, in 24 ore, a mezz’ora di ricarica ciascuna, possono rifornire meno di 500 auto.
E allora? Oltre a viaggiare con la lista dei motel devo pure consultare un’app con le condizioni meteo lungo il tragitto? Ovviamente no, si provvederà in altro modo, vale a dire consumando fonti fossili (dal gas al carbone) per produrre quell’energia elettrica che fa del possessore di un’auto elettrica un vero Green.
In Italia, attualmente, circolano 37milioni di automobili (https://www.latuaauto.com/quante-auto-ci-sono-in-italia…). Ecco, fate il conto mentale di quante colonnine, quante mezze torri Eiffel, quanti campi di calcio a pannelli solari, sarebbero necessari per ricaricare un 10% (cioè circa 4 milioni) di automobili che percorrono una trentina di Km al giorno. Una traccia: immaginiamo che ogni auto abbia un’autonomia reale di 300Km a carica, se fa 30Km al giorno vuol dire che ogni giorno, se le auto sono 4 milioni, bisognerà ricaricarne 400mila. Se un autogrill da 10 colonnine ricarica (vedi sopra) 500 auto al giorno (ma a pieno regime nelle 24 ore), saranno necessari 800 autogrill, ciascuno da 10 colonnine da 125 Kw l’una. Per solo il 10% di auto elettriche, circa 8mila colonnine (ultraveloci: se sono le normali da 20Kw non ne parliamo) che funzionino 24 ore su 24. Hai voglia a mezze torri Eiffel e campi di calcio.
A questo punto del discorso generalmente salta fuori la parola “nucleare”. Fonte che, come sappiamo, ha impatto zero sulla Co2. Se ne può discutere e non sono affatto contrario, ma sarebbe il caso di non usare quella parola come Mago Merlino usava abracadabra. Perché costruire una centrale nucleare non è cosa semplice, e solo chi vive sulla luna non lo vede. Quanti anni passano, realisticamente, perché la si possa costruire e connettere alla rete? Dieci? Quindici (come più o meno ne ha impiegati l’appena inaugurata centrale finlandese https://www.huffingtonpost.it/…/dodici-anni-di-ritardo… )? Ecco, ma noi abbiamo un orientamento dell’Unione Europea che vorrebbe che siano vendute solo auto elettriche dal 2035. Il che farebbe sì che i possessori di auto elettriche non siano l’1 per mille di oggi, ma corpose decine di punti percentuali.
E, noterete, non ho nemmeno sfiorato altri fastidiosi dettagli. Del tipo: passati un po’ di anni, come succede nei telefonini, le batterie perdono capacità, e si scaricano prima. A quel punto il costo di ricambiare una batteria potrebbe essere maggiore del costo dell’auto sul mercato dell’usato. Insomma: dovete buttarla in qualche sfascia carrozze o, se siete un po’ più estroversi, farla esplodere con la dinamite (https://www.motorionline.com/tesla-model-s-fatta…/… ). Inoltre non ho nemmeno sfiorato il discorso di cosa succederebbe a tutte quelle fabbriche che costruiscono componenti per auto. Questo perché l’auto elettrica è enormemente meno bisognosa di “pezzi” rispetto ad una endotermica e una marea di imprese specializzate, semplicemente, falliranno. Con conseguente, inevitabile, disoccupazione.
Torniamo all’inizio. Spingere sull’auto elettrica significa spingere sul consumo green. Ma se poi non riesco a produrre green, il rischio è che noi abbiamo un’auto elettrica che marcia, di fatto, a carbone (https://formiche.net/2021/12/energia-europa-carbone-ue/). Come le locomotive del vecchio West che dribblavano gli Apaches.
Ottimo risultato. Però green.

Perché le favole sono belle, ma se invece di raccontarle ai bambini per farli addormentare le raccontiamo a noi stessi per fare finta di essere buoni belli bravi arguti intelligenti, non va mica a finire troppo bene, non va. (E non abbiamo ancora parlato dello smaltimento delle batterie esauste, per il quale ancora non si conosce soluzione, e di quello dei pannelli solari, e di quello delle pale eoliche, in gran parte non riciclabili. E della simpatica tendenza delle batterie elettriche a esplodere, così, per allegria. Eccetera)

barbara

IL PARADOSSO DELLA TIGRE E DELLA MUCCA E DELLE SCORIE NUCLEARI

Che poi tanto paradossale, a guardare bene, non è.

Le mucche uccidono più delle scorie nucleari

Riproponiamo questo articolo originariamente pubblicato su Today.it, e dedicato alla differenza tra rischio e pericolo, nell’ambito della gestione dei rifiuti nucleari

Se incontrassimo una tigre, la nostra vita sarebbe a rischio? Dipende. La tigre è pericolosa per l’uomo. Molto. Supponiamo di trovarci di fronte a una tigre affamata nella giungla: avremmo pochissime probabilità di sopravvivere. Ma una tigre in gabbia è altrettanto pericolosa? Sì, rimane pericolosa, ma il rischio che ci faccia del male è praticamente zero. Potremmo avvicinarci fino a pochi centimetri e per quanto la tigre sia pericolosa non rappresenterebbe per noi un rischio concreto.
Ecco spiegata la differenza – dal punto di vista della gestione della sicurezza – fra i concetti di pericolo (la potenzialità di causare un danno) e rischio (la probabilità che il danno venga effettivamente causato).

Tigri e mucche uccidono di più

Le scorie radioattive sono pericolose? Molto. Se toccassimo del cesio-137, uno degli isotopi radioattivi risultante dalla fissione dell’uranio, è probabile che nel giro di qualche giorno moriremmo da malattia acuta da radiazione, come i pompieri di Černobyl’. Ma le scorie radioattive sono anche rischiose? Dipende. Le scorie trattate, vetrificate, stoccate in contenitori appositi (i “cask”) che sono a prova di bomba e disastro aereo, non rappresentano un rischio per l’essere umano.
Nella foto (il deposito delle scorie nucleari svizzere)

si vede infatti un uomo in mezzo a tonnellate di pericolosissimi materiali radioattivi e non è esposto praticamente a nessun rischio. Come una persona che sia circondata da centinaia di tigri affamate, ma chiuse in gabbia. La tigre oggi non rappresenta più un rischio reale per l’uomo. Purtroppo nel mondo ci sono più tigri in cattività che libere in natura e ogni anno meno di 50 persone vengono uccise globalmente dalle tigri selvatiche, mentre quelle in gabbia ne uccidono una ogni molti anni, perché magari la porta era stata chiusa male o qualcuno ci è finito dentro per errore (perché ricordiamo che per quanto sia basso il rischio zero non esiste [questo magari farebbe bene a ricordarlo anche il governo, che vuole tenerci incatenati fino a quando il covid non sarà diventato a rischio zero]). Al contrario le poco pericolose mucche, che tutti facciamo accarezzare ai bambini quando andiamo in un agriturismo, causano 20 morti all’anno nei soli Stati Uniti. Allo stesso modo mentre le scorie radioattive non causano nessuna vittima, proprio perché il rischio viene abbattuto con rigorosissime misure di sicurezza, le polveri sottili e gli ossidi di azoto causati dai combustibili fossili provocano 80.000 morti premature all’anno solo in Italia e tutti noi che viviamo in Pianura Padana perdiamo in media oltre un anno di vita a causa dello smog.

Respiriamo smog e nessuno se ne preoccupa

Cosa rappresenta quindi un maggior rischio per la nostra salute: il poco pericoloso smog o le molto pericolose scorie radioattive? La Sogin ha individuato 67 aree potenziali dove far sorgere il deposito unico italiano per i rifiuti radioattivi (che non sono solo quelli risultanti dalle centrali elettronucleari ormai chiuse da 30 anni ma anche quelli derivanti da attività industriali, mediche e diagnostiche ecc.). Sebbene il deposito rappresenti una opportunità per l’economia locale e per l’occupazione dell’area che verrà scelta, gli amministratori e gran parte dei cittadini delle 67 zone si sono tutti opposti. Eppure quegli amministratori e quei cittadini che hanno irrazionalmente paura del sicurissimo deposito delle scorie fanno spallucce e accettano supinamente di morire prematuramente per lo smog. D’altra parte se dicessero alle persone di fare una passeggiata in mezzo ai cask delle scorie nucleari non so quanti sarebbero tranquilli nel farlo, mentre invece d’inverno a tutti piace stare di fronte a un caminetto, nonostante si respiri benzo(a)pirene e anidride solforosa: un comportamento molto più rischioso.
La paura anche irrazionale delle scorie è così grande e radicata che per far stare tutti tranquilli per generazioni e generazioni la scienza ha trovato il modo per risolvere definitivamente il problema: quello dei depositi geologici profondi. I geologi possono individuare delle aree che garantiscono con buona certezza centinaia di migliaia di anni di stabilità geologica così da ‘tombare’ in modo sicuro le scorie fino al punto che se anche dopo centinaia di migliaia di anni qualcosa cambiasse le scorie ormai decadute sarebbero innocue. Per usare le parole del Centro comune di ricerca dell’Unione europea (JRC) nel suo report sull’energia nucleare: “C’è un ampio consenso nella comunità scientifica che lo smaltimento geologico profondo è la soluzione a lungo termine più sicura per il combustibile nucleare esaurito e le scorie radioattive di alto livello. I depositi geologici profondi si basano su una combinazione multi-barriera che comprende sia barriere ingegneristiche che naturali […]. Gli impianti di smaltimento sono progettati per essere sicuri in modo passivo dopo la chiusura. I depositi geologici sono progettati in modo tale che il potenziale rilascio radioattivo che si potrebbe verificare in un futuro remoto sia ben al di sotto dei limiti massimi di dose consentita fissato dalla normativa di riferimento, limiti che, a loro volta, sono di ordini di grandezza inferiori ai livelli di radioattività di fondo naturale, così da assicurare che nessun danno sarà mai causato agli esseri umani dal deposito geologico”.

Le scorie sono l’ultimo dei problemi

Chi è contrario al nucleare mette spesso al primo punto le scorie radioattive come motivazione per il suo rifiuto. In realtà le scorie radioattive sono forse l’ultimo dei problemi del nucleare. Come abbiamo visto sono pericolose ma non rischiose ma soprattutto sono poche, pochissime. La grande bellezza del nucleare è l’enorme densità energetica del suo combustibile: da poco uranio si ricava moltissima energia. Poco uranio che rilascia pochissime scorie che per quanto siano terribilmente pericolose sono trattabili così da portare il rischio quasi a zero.
Seppellire i cask di scorie nei depositi geologici sarebbe come portare le tigri in gabbia all’interno di una giungla impenetrabile, per rimanere all’esempio iniziale. Viceversa altre attività umane, dal bruciare i combustibili fossili al produrre enormi quantità di pale e turbine eoliche, pannelli fotovoltaici e batterie, rilasciano tantissimi rifiuti e scarti che sebbene siano meno pericolosi e non radioattivi sono in quantità tali da mettere molto più a rischio la nostra salute e quella dell’ambiente naturale. E di diversi ordini di grandezza. L’ammontare delle scorie radioattive di alto livello – comprese di involucro – prodotte dalla Francia, che di centrali nucleari ne ha una ventina con 58 reattori, in oltre 50 anni di attività potrebbe essere contenuta in un cubo di 16 metri di lato. Quanto una piccola palazzina di 4 piani. Da 40 anni la Francia è fra i grandi paesi industrializzati quello con le emissioni di CO2 procapite più basse grazie al nucleare, che ha avuto come scarto solo quel cubotto lì.
Se la differenza fra rischio e pericolo venisse insegnata a scuola sin dalle elementari forse oggi potremmo affrontare con più serenità la sfida per contenere i cambiamenti climatici di origine antropica, evitando di rifiutare per ignoranza e irrazionalità una soluzione efficace ed efficiente, pulita e sicura, come quella dell’energia nucleare.
Marco Riccardo Ferrari, qui.

Naturalmente, come già più volte ho ripetuto, rifiuto categoricamente quel vero e proprio delirio di onnipotenza che porta a credere che i nostri comportamenti possano addirittura determinare il clima; possiamo tuttavia influire, e di fatto influiamo, sull’inquinamento, e sicuramente lo aumentiamo grandemente distruggendo prati e campi per metterci sopra pannelli solari e costruendo le mostruose pale eoliche, e magari aspettandoci di poterci scaldare e gestire tutta la quotidianità con quei giocattoli che potrebbero al massimo far funzionare la casa di Barbie. Ma purtroppo, come diceva quel tale, è più facile spezzare un atomo che un pregiudizio. A partire da quelli sugli atomi.

barbara

CHI SONO I RESPONSABILI DELLA FAME NEL MONDO

Il capitalismo? Dai, su, non diciamo eresie: anche se i soliti noti tentano di negarlo, è ampiamente documentato che dove è arrivato il capitalismo è regredita la miseria e aumentata l’aspettativa di vita,

e magari può aiutare dare un’occhiata a come si è ridotto il Venezuela – Paese modello dei grillini – da quando è salito al potere il comunismo, guardando magari anche questa tabella.

Il numerino là sopra è 312.700 miliardi

I dittatori? Sicuramente hanno un ruolo non indifferente, dato che mettono le mani su tutto quello che c’è lasciandone privo il popolo, ma il loro impatto è unicamente locale, e comunque alla base di tutto c’è l’insufficienza delle risorse. No, l’affamatore del mondo è un altro.

Istituto Liberale

La carenza di vitamina A è responsabile della morte prematura di 700.000 persone all’anno nei paesi poveri. Inoltre fa sì che i bambini diventino ciechi e perdano le loro difese immunitarie.
Fortunatamente, questo problema sta diventando sempre più facile da risolvere.
Un tipo di riso geneticamente modificato, creato dagli scienziati Ingo Potrykus e Peter Beyer, contiene grandi quantità di vitamina A, a differenza del riso ordinario. Ha 23 volte più beta-carotene del riso bianco, che gli ha dato il colore giallo e il nome di “riso dorato”.
Questa varietà di riso richiede molti meno pesticidi e fertilizzanti. Anche se il progetto del riso dorato è open-source, per permettere a chiunque di piantarlo senza pagare royalties, deve affrontare barriere legali come il protocollo di Cartagena e il lobbismo degli attivisti.
Il progetto è nato negli anni ’90 ed è senza scopo di lucro. Può aiutare almeno 250 milioni di bambini nei paesi poveri che hanno una dieta a base di riso e soffrono di carenza di vitamina A.
Tuttavia, i movimenti ambientalisti sono riusciti a impedire la coltivazione e la distribuzione di questo alimento.
Greenpeace è uno di questi movimenti.
E fa pressione sulle autorità di tutto il mondo per imporre regole più severe sugli OGM.
“Greenpeace si oppone all’approvazione di colture geneticamente modificate, compreso il riso dorato. Le colture GM sono soggette a effetti indesiderati che possono rappresentare un rischio per l’ambiente e la sicurezza alimentare”, dice Greenpeace Southwest Asia in un testo del 2013.
Sempre nel 2013, una piantagione sperimentale di riso dorato delle Filippine è stata distrutta dai manifestanti.
108 premi Nobel sono intervenuti. Nel 2016, hanno inviato una lettera dicendo che la ONG sta commettendo un “crimine contro l’umanità” per le sue azioni contro gli alimenti GM e in particolare il riso dorato, che non ha effetti negativi. È stato inutile. Greenpeace ha continuato a fare pressione contro il riso dorato.
“Il riso dorato geneticamente modificato non esiste, non è disponibile. È un progetto fallito” ha risposto Greenpeace, che ha dimenticato di dire che non è ancora stato approvato per colpa dei suoi attivisti.

“Crimini contro l’umanità” mi sembra la definizione giusta per l’operato di Greenpeace e di molte, se non tutte, delle associazioni cosiddette ambientaliste: stanno intenzionalmente, programmaticamente, cinicamente condannando a morte milioni di persone, e a una vita di stenti e sofferenze centinaia di milioni di altre. E se fra i miei lettori ci fosse qualcuno terrorizzato dall’idea degli OGM, vorrei ricordargli, per dirne solo una, che le carote “naturali” erano di colore viola scuro: il colore arancione e il sapore dolce lo hanno assunto nel XVI secolo grazie a… interventi di modificazione genetica, identici a quelli subiti nel corso dei secoli e dei millenni da ogni singolo frutto e da ogni singola verdura che entra nelle nostre bocche. E a chi è pronto a pagare il triplo del loro valore prodotti che hanno appiccicato un pezzetto di carta con su scritto “bio” – che io evito come la peste, conoscendo fin troppo bene gli imbrogli che stanno dietro a quella dicitura – ricordo che esiste un solo tipo di cibi realmente biologici: quelli OGM, gli unici che possono essere coltivati senza l’uso di pesticidi. A tutti raccomando caldamente il prezioso e documentatissimo “Contro natura: Dagli OGM al “bio”, falsi allarmi e verità nascoste del cibo che portiamo in tavola” di Dario Bressanini, Rizzoli.
Aggiungo, per completare il discorso, un invito a rileggere in uno e due vecchi post qualche esempio dei disastri ambientali di cui sono responsabili ambientalisti ed ecologisti vari misti, e magari diamo un’occhiata anche alla catastrofe ambientale rappresentata dalle famigerate pale eoliche. Credo che sia arrivato il momento di sottrarre il pianeta dalle mani di questi folli e riappropriarcene, prima che sia troppo tardi.

barbara

L’AMBIENTE È UNA COSA TROPPO SERIA

per lasciarla in mano agli ambientalisti. Delle devastazioni immani provocate da questi pazzi criminali e ignoranti come peggio non si potrebbe, ho già parlato qui, qui, e qui. Oggi vedremo qualche altro disastro.

Il più grande parco fotovoltaico d’Italia si trova a Foggia: è costato 94,5 milioni di euro

Il più grande parco fotovoltaico d’Italia è costato 94,5 milioni di euro e si estende per l’equivalente di 200 campi da calcio. Si trova in provincia di Foggia.

Il fiore all’occhiello delle rinnovabili italiane si trova in provincia di Foggia, nella località di Troia. È il più grande parco fotovoltaico d’Italia ed è stato finanziato con un maxi-investimento da 94,5 milioni di euro — grazie alla partecipazione dei colossi Natixis e Unicredit.
È stato inaugurato a giugno dell’anno scorso, in un anno che nonostante sia stato caratterizzato dalle prime ondate della pandemia non è riuscito a fermare alcuni progetti altamente innovatici e strategici per il futuro della nazione.
Le dimensioni sono estremamente importanti: si estende per 1.500.000 metri quadrati, ossia – come notava all’epoca dell’annuncio il Giornale di Puglia – l’equivalente di circa 200 campi da calcio. È in grado di alimentare una città da 200.000 abitanti. Con una potenza di 103 MW, produrrà 150.000.000 KWh di energia pulita all’anno.
Dietro al progetto troviamo la European Energy, azienda leader di nazionalità danese.
“L’Italia è un mercato molto importante per noi, siamo pronti ad investire all’incirca altri 800 milioni nei prossimi anni in progetti nel vostro paese dove, come noto, i giorni di sole aiutano il ritorno su questo tipo di investimenti”
aveva spiegato Knud Erik Andersen, CEO di European Energy.
L’inaugurazione dell’enorme parco fotovoltaico di Troia, notano diverse persone esperte di questo fenomeno, segna anche un accelerata importante su un trend che preoccupa più di qualcuno: ossia la dismissione di sempre più ettari di terreno una volta occupati dai granai e oggi occupati dalle distese di pannelli fotovoltaici.
Quello di Troia non è l’unico parco fotovoltaico di dimensioni importanti nel nostro Paese. Il podio vede, rispettivamente nella seconda e terza posizione, gli impianti di Montalto di Castro (84MW) e Rovigo (70MW). L’impianto di Foggia, per dimensioni e potenza, è il 17esimo in Europa.
Umberto Stentella, qui.

Io, per dare l’idea delle dimensioni, più che ai campi di calcio farei riferimento ai campi di grano, o a giardini, prati, boschi: quanta roba buona ci hanno rubato per mettere al suo posto quell’obbrobrio? (e quanti soldi hanno rubato dalle nostre tasche per realizzarlo?) Israele in questo campo (anche in questo campo) è all’avanguardia nel mondo, ma i suoi impianti fotovoltaici li ha costruiti in mezzo al deserto, dove non rubano niente alla natura e agli uomini, e inoltre il sole è garantito sempre.

E altre catastrofi ambientali incombono:

Paesaggi della Tuscia

Catastrofe ambientale in Tuscia
La piccola Irlanda dell’Alto Lazio.
Presto trasformata in una distesa/discarica di migliaia di pannelli fotovoltaici

Aggiungo questo scambio, in merito, fra Fulvio Del Deo e David Perlmutter:

Fulvio Del Deo

E non hai idea dello scempio che si sta facendo anche nel piccolo delle ristrutturazioni “energetiche” finanziate col super bonus 110%! Alle villette accanto a casa mia, hanno tolto delle ottime persiane in pino douglas che finiranno in discarica, per fare posto a porcherie probabilmente di alluminio e plastica simil legno.

דוד פרלמוטר

Fulvio Del Deo

considerando l’inquinamento emesso per materiali, costruzione, manutenzione e smaltimento e l’impatto ambientale che si ha nell’oscurare vaste aree rivestendole di pannelli [per non parlare delle famigerate pale eoliche, aggiungo io], concludo per aiutare l’ambiente bisognerebbe fermare gli ambientalisti.

E passiamo alla benemerita Greenpeace.

Greenpeace è come l’ ‘uomo in frac’ di Modugno

Analisi di Antonio Donno

Greenpeace, nel suo piccolo, ha ripercorso la storia del comunismo marxiano, dagli splendori rivoluzionari dei primi tempi alla triste agonia di oggi. Dalla povertà proletaria iniziale alla ricchezza di una multinazionale, con uffici e impiegati in trenta paesi del mondo, Greenpeace ha percorso a ritroso il tragitto storico che Marx aveva preconizzato nelle sue opere: e così, il proletariato ambientalista si è fatto capitalista, accumulando una fortuna molto ragguardevole. Nel corso della sua esistenza, Greenpeace si è trasformata da un’organizzazione che difende l’ambiente ad una versione capovolta che usa la difesa dell’ambiente per far soldi. Oggi, di fronte all’ultima trovata di Greenpeace, sarebbe opportuno prendere atto della sua smisurata potenza economica: è il caso, dunque, di abbandonare la “pace verde” (Greenpeace) e modificarla in “Goldpeace”, la pace d’oro.

Molti di coloro che hanno fatto parte di Greenpeace, spesso ai livelli di vertice, se ne sono ritratti accusando quell’organizzazione di essere divenuta il contrario di quello che era all’atto della sua fondazione. Con il passare degli anni, la politica dell’organizzazione ha ripercorso la strada della “corsa all’oro”, magnificamente descritta nei romanzi di Jack London dedicati al Klondike, la regione dell’Alaska reputata ricca di giacimenti d’oro. Fu la corsa di molti disperati alla ricerca di fortuna, mentre, nel caso di Greepeace, è stata la corsa di un’organizzazione ferrea, un vero e proprio sistema militare, perfettamente gerarchizzato, che ricorda la struttura piramidale del sistema comunista descritto nelle pagine memorabili di 1984 di George Orwell.

La battaglia di Greenpeace contro i prodotti ogm è stata la dimostrazione più eclatante dell’ignoranza dell’organizzazione e della sua malafede. Dichiarati dall’organizzazione ambientalista pericolosi per la salute pubblica, tutte le ricerche scientifiche indipendenti hanno dimostrato che i cibi ogm sono privi di qualsiasi controindicazione. La loro coltivazione ha sottratto una parte considerevole dell’umanità alla fame cronica, ma Greenpeace è contraria al loro uso, scontrandosi con le posizioni di molti paesi del Terzo Mondo, che vedono nell’uso degli ogm un percorso di uscita dalla fame di intere popolazioni del continente. Ma la potenza intimidatoria di Greenpeace ha raggiunto vette così alte da condizionare i governi di molti paesi del mondo, in particolare quelli che fanno parte dell’Unione Europea.

Greenpeace è una sorta di “Grande Fratello”, uno spettro che si aggira in ogni angolo del mondo, spiando, insinuandosi, progettando denunce, attacchi, contestazioni. La vicenda degli ogm è paradigmatica della natura e degli scopi di Greenpeace. Essi rispecchiano i tre slogan del Partito in 1984 di Orwell: “La guerra è pace/La libertà è schiavitù/L’ignoranza è forza”. E così, la nostra organizzazione ambientalista ha finito per occuparsi di una molteplicità di eventi che spesso nulla hanno a che vedere con l’ambientalismo, trasformandosi in un potere sovranazionale che, influenzando l’opinione pubblica, ricatta i governi, costringendoli a piegare la testa per non essere esposti al ludibrio generale.

Il fisico e matematico Tullio Regge ebbe così a definire l’azione di Greepeace: “L’aggressione dei fanatici di Greenpeace è un ritorno al medioevo malamente mascherato da operazione di salvataggio”. Ora, tuttavia, i tempi stanno cambiando e la politica di Greenpeace va incontro a sempre più dure contestazioni alle sue elucubrazioni antiscientifiche. L’abbandono di molti suoi adepti è la dimostrazione che si è superato ogni limite di credibilità: si sono lasciati alle spalle il puritanesimo dei fanatici di Greenpeace, per i quali vale quanto scrisse Nathaniel Hawthorne in La bambina di neve: “Ma, infine, non vi è nulla da insegnare a uomini saggi. (…) Sanno tutto, oh, certo! tutto ciò che è stato e tutto ciò che è e tutto ciò che, per ogni possibilità futura, debba essere. E se qualche fenomeno della natura (…) dovesse trascendere il loro modo di pensare, essi non lo ammetterebbero mai”. (qui)

E a completare l’opera dei disastri ambientali perpetrati in nome della difesa dell’ambiente, ecco entrare in scena anche il governo italiano, comprensivo di “ministro della Transizione Ecologica” – qualunque cosa possa significare questa ridicola espressione.

Addio alle foreste e ai boschi italiani

Boschi e foreste italiani sotto attacco, anche il governo apre agli abbattimenti. L’importante è fare cassa

disboscamento in Calabria

Il 7 aprile scorso, Stefano Patuanelli, ministro delle Politiche agricole alimentari e forestali, ha scritto sulla sua pagina Facebook«Questa mattina con Roberto Cingolani, ministro della Transizione Ecologica, Enrico Giovannini, ministro delle Infrastrutture e Mobilità Sostenibili, e con altri esperti e membri di Governo, ci siamo confrontati sul IV Rapporto Annuale sul Capitale Naturale. Capitale al quale le foreste e i boschi italiani possono fornire un contributo fondamentale in termini di valorizzazione delle biodiversità, turismo verde, produzione di legno. Basti pensare che l’80% del fabbisogno di legno per l’industria manifatturiera italiana è coperto dall’importazione di materia prima.

Gestione sostenibile dei boschi italiani?

Dobbiamo quindi avviare una gestione forestale sostenibile dei boschi italianiincrementando i prelievi laddove le realtà boschive lo consentano: in questo modo riduciamo l’importazione di legno e miglioriamo la gestione di boschi. C’è una forte convergenza tra i ministeri coinvolti, in merito alle azioni che coinvolgono il capitale naturale del Paese.Con una visione incentrata sulla sostenibilità, la riduzione dei rischi di dissesto idrogeologico, la produzione eolica, la conservazione delle foreste. Temi che trovano ampio spazio anche nel Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza che comprenderà anche fondi specifici per la creazione di filiere forestali».

La visione utilitaristica dei boschi

Il post di Patuanelli esprime concetti devastanti attraverso parole edulcorate che possono trarre in inganno. Il confronto tra i vari ministri sul Capitale Naturale, cioè sulle foreste e sui boschi italiani, lascia perplessi.
Si evince chiaramente la visione utilitaristica del governo sul patrimonio forestale italiano. Il ministro afferma che le foreste e i boschi del Paese possono fornire un contributo fondamentale in termini di produzione di legno.
Abbattimenti, dunque. E, visto che l’80% del legname è di importazione, si deve – secondo il ministro – “avviare una gestione forestale sostenibile dei boschi italiani, incrementando i prelievi”.

Aumentare gli abbattimenti?

In altri termini, bisogna aumentare gli abbattimenti! Come se in tutta la penisola non fosse già in atto una distruzione senza precedenti del patrimonio boschivo.
Ma non finisce qui, poiché il ministro fa riferimento anche alla forte convergenza tra i dicasteri coinvolti (tutti complici per la devastazione) “in merito alle azioni che coinvolgono il capitale naturale del Paese”. Tenendo presente “la riduzione dei rischi di dissesto idrogeologico” (ma il ministro sa che gli abbattimenti aumentano questo rischio?), “la produzione eolica”, che non genera alcun vantaggio per il cittadino, ma ha distrutto interi paesaggi, “la conservazione delle foreste” (con i tagli?). Delirante e in continuità con il governo Gentiloni.

Il TUFF

Il governo Gentiloni, nei suoi ultimi giorni di attività, quando si sarebbe dovuto occupare solo dell’ordinaria amministrazione, licenziò il Testo Unico in materia di Foreste e Filiere Forestali.
Il TUFF equipara boschi e foreste italiane a vere e proprie “miniere energetiche”. Questo ha dato il via libera allo sfruttamento della risorsa legnosa, depauperando i boschi di molti esemplari. Alberi immolati nelle voraci fauci delle centrali a biomasse, sorte come funghi nell’intera penisola. Si distruggono i boschi per produrre energia classificata come rinnovabile. Ma la legna non è una risorsa rinnovabile. Gentiloni, dunque, assoggettò il patrimonio boschivo “alle esigenze socio-economiche locali, alle produzioni legnose e non legnose, alle esigenze di fruizione e uso pubblico del patrimonio forestale”. Come dire che dalla legna dei boschi si può/deve trarre un beneficio economico.

Boschi e mafie

L’affare dei boschi, peraltro, è un business milionario che arricchisce le organizzazioni criminali alla pari degli altri traffici illegali. Nella “Relazione sull’attività delle Forze di polizia sullo stato dell’ordine e della sicurezza pubblica e sulla criminalità organizzata” di qualche anno fa, nella sezione dedicata alle nuove minacce in ordine alla tutela ambientale, si legge: «Nel 2015 inoltre, anche a causa della crisi economica, si è assistito ad una recrudescenza di fenomeni di illegalità nei confronti della risorsa forestale. Da fenomeni più banali, quali il taglio condotto con modalità non conformi, si arriva ad irregolarità via via più gravi, con reati che assumono la dimensione del reato associativo, fino alla turbativa d’asta pubblica». L’operazione “Stige” condotta dalla DDA di Catanzaro un paio di anni fa è stata la dimostrazione di ciò che la relazione ha enunciato.
E il 27 aprile scorso, la Direzione Distrettuale Antimafia di Catanzaro, diretta da Nicola Gratteri, ha assestato un colpo durissimo alle cosche con il sequestro di beni, mobili e immobili, per 50milioni di euro all’azienda Spadafora.

Il monopolio ‘ndranghetistico sui boschi

La Sila è gestita da decenni dalle cosche crotonesi che controllano l’imprenditoria agricola, il mercato degli animali, la guardiania dei fondi rustici, il taglio degli alberi e la vendita del legname.
Attività molto floride in mano soprattutto alla famiglia Spadafora che, secondo la DDA di Catanzaro, sarebbe collegata alla cosca Farao Marincola di Cirò. Dalle indagini è emerso che le imprese della famiglia Spadafora gestivano, in regime di monopolio ‘ndranghetistico, l’offerta di legname proveniente dai tagli boschivi effettuati nel territorio silano.
Gli Spadafora avevano costituito un cartello di controllo mafioso dei boschi, manovravano l’aggiudicazione delle gare d’appalto boschive con metodo mafioso, provocando danneggiamenti alle ditte che non intendevano allinearsi alle disposizioni della criminalità organizzata. Alcuni componenti della famiglia Spadafora sono stati posti sott’inchiesta e condannati a conclusione della maxinchiesta “Stige” (169 arresti), che ha ricostruito le infiltrazioni delle ‘ndrine crotonesi in Sila. 

Interessi mafiosi sulle biomasse

Le ditte boschive della ‘ndrangheta avrebbero fornito, nel 2016, biomasse per 9.110 tonnellate alla Centrale del Mercure. Più volte è stato lanciato l’allarme di interessi mafiosi nel settore delle biomasse, che in Calabria sembrano intrecciarsi con l’operato di politici e amministratori locali. 
Infatti, in una lettera aperta all’ex presidente della Regione Calabria, Mario Oliverio, nativo di San Giovanni in Fiore, il deputato M5S Giuseppe D’Ippolito gli chiese di «chiarire se ha ricevuto o meno contributi elettorali da una ditta boschiva di San Giovanni in Fiore in odor di ‘ndrangheta… Deve spiegare all’opinione pubblica come sono andati i fatti, che cosa sapeva e perché ha firmato le carte sulle spese elettorali (per le regionali del 2014) vidimate dalla Corte d’Appello, su cui figurava a chiare lettere il nome di un’azienda di legnami, del suo paese di origine, i cui effettivi proprietari erano già noti per specifiche frequentazioni e attitudini, come conferma l’ordinanza di custodia cautelare dell’operazione ‘Stige’».
Alle vicende degli Spadafora è collegata la posizione del maresciallo dei carabinieri forestali Carmine Greco, finito nelle maglie della maxinchiesta “Stige” e condannato a 13 anni di reclusione per mafia nel dicembre 2020. Greco è stato ritenuto dal Tribunale di Crotone responsabile di concorso in associazione mafiosa, favoreggiamento, rivelazione e omissione di atti di ufficio. Il sottufficiale avrebbe favorito – secondo la ricostruzione del pm antimafia Paolo Sirleo – in più occasioni i titolari dell’impresa boschiva Spadafora di San Giovanni in Fiore.  
Patuanelli e gli altri ministri coinvolti nell’operazione “prelievo nelle foreste” forse non sono a conoscenza che la risorsa forestale è nel mirino delle mafie e voler incrementare i tagli equivale non solo a devastare l’ambiente, ma anche a voler favorire la criminalità organizzata. Cui prodest?
By Francesca Canino, Aprile 29, 2021, qui.

Infine andate a guardarvi questo. Sono cose stranote, ma un ripassino non fa mai male.

barbara

MA VOI RIUSCITE A IMMAGINARE

pale-eoliche
qualcosa di più obbrobrioso e deturpante? (Dice che serve, boh)
(Poi si inserisce Infostrada che dà le informazioni sul traffico, e dicono dei dieci chilometri di coda qua, e dei sei chilometri là… Io, insieme ad altre (decine di?) migliaia di automobilisti stavo in coda da ottanta chilometri, ma non ci cagava nessuno. Figli di un’autostrada minore)

barbara