DONBASS, A CHE PUNTO SIAMO

Si continua a sparare e bombardare, come possiamo sentire; vi risparmio le ore di video disponibili con analoghe documentazioni, e passo invece a mostrarvi Mariupol, a due mesi dalla resa dei nazisti, tutta un fermento di vita e di ricostruzione – e stendiamo un velo pietoso sulla barzelletta dell’Italia che aveva anch’essa promesso di ricostruire, ma solo a condizione che l’area tornasse sotto sovranità ucraina, con buona pace del diritto di autodeterminazione, in particolare dei popoli massacrati.

Proseguo con un appello dei giovani di Donetsk

E con la commemorazione dei bambini vittime dei nazisti ucraini.

A Donetsk si celebra il ricordo dei bambini morti nella guerra del Donbass

Il 27 luglio a Donetsk si è tenuta per la prima volta la “Giornata del ricordo dei bambini vittime della guerra in Donbass”. Questa data verrà commemorata ogni anno.
La data non è occasionale, ricorda quando il 27 luglio del 2014 un improvviso bombardamento sulla città di Gorlovka dilaniò i corpi di una giovane mamma Cristina che teneva tra le braccia la figlioletta Kira mentre passeggiavano al parco. 
Le foto che allora circolarono (ancora visibili sul web), mostrano i due corpi scomposti nell’erba, anneriti e dilaniati da questa morte atroce. Iniziarono subito ad attribuire a Cristina la definizione di “Madonna di Gorlovka”: una “Pietà”, per il materno istinto nel difendere dalla morte la propria creatura con le braccia. Gli autori di questo mostruoso crimine rimangono impuniti.

prima
dopo

Nella giornata, davanti al monumento “Alleya Angelov”, il “Viale degli Angeli” situato nel parco centrale di Donetsk, sono stati posti giocattoli e fiori. Il monumento che consiste in una lastra di marmo dove sono incisi i nomi di tutte le piccole vittime è sempre circondato da fiori, peluche e piccoli giocattoli. 
Nella tarda mattinata il Ministro degli Esteri della Repubblica Popolare di Donetsk Natalia Nikonorova, ha diretto una conferenza dedicata al ricordo di questi bambini, i relatori, numerosi, erano in presenza, ma anche in modalità on-line. I boati delle esplosioni che si udivano, seppur all’interno dell’edificio, non hanno intimidito i presenti e sono diventati il “sottofono” acustico di questo evento.
In serata nel parco centrale di Donetsk con un raggio laser proiettato su un palazzo adiacente è stata raffigurata la tragedia di questi bambini, sono stati mostrati tutti i loro nomi.. Veramente un momento toccante: ogni nome – una giovane vittima innocente stroncata.
Nel corso della giornata, a Gorlovka, era poi prevista l’installazione di un monumento metallico dedicato alla “Madonna di Gorlovka”. La scultura, opera di Viktor Mikhalev, un fabbro di Donetsk, è stata realizzata usando come materiale i frammenti metallici delle bombe, dei missili che cadono sulla città.
Purtroppo i combattimenti in corso nei pressi di Gorlovka hanno reso impossibile, per ragioni di sicurezza, l’installazione e l’inaugurazione del monumento.
Dal 2014, sotto le bombe ucraine hanno perso la vita 130 bambini e 512 sono rimasti feriti. Crimini impuniti che chiedono giustizia davanti agli uomini e davanti a Dio. Forse gli autori di questi crimini saranno processati, o forse no! In ogni caso, non potranno sottrarsi al giudizio di Dio. 
L’Occidente continua a non sentire, a non vedere e non ha il coraggio di parlare e denunciare questi crimini. 
Questa, senza dubbio, è una grande vergogna, ma la vergogna ancor più grande sta nel fatto che l’Occidente continua a rifornire di armi il regime di Kiev, armi con le quali l’esercito ucraino colpisce il territorio del Donbass e commette questi crimini.
Ogni giorno sulla città di Donetsk in maniera assolutamente indiscriminata cadono le bombe, nessuno sa prevedere né dove, né quando.. Ma, nonostante queste condizioni di terrore e di pericolo costante la vita scorre e assume una sorta di “normalità”.
Non si contano i boati che si sentono più o meno distanti.. Nei giardinetti tra i palazzi i bambini si ritrovano e giocano normalmente e nemmeno pare ci facciano più caso.. Egor cinque anni (mentre ero ospite della sua famiglia) ogni volta che sente il boato di un’esplosione sorride e dice, “dalekò” (“è lontano”) come per tranquillizzare tutti i presenti. Questa è la normalità di Donetsk!
Ma qual è il senso di questi bombardamenti indiscriminati? Di fatto vengono solo colpite persone e infrastrutture civili!
Di cosa possono essere colpevoli i bambini del Donbass agli occhi di Kiev? Un bambino non rappresenta mai una minaccia e nemmeno un obbiettivo militare!
Perché a questi bambini viene negato il diritto ad un’infanzia normale, il diritto alla felicità, il diritto ad avere un futuro, semplicemente il diritto di vivere? 
L’Occidente sempre pronto a denunciare la violazione di qualsiasi diritto per tutti, semplicemente, davanti a questi crimini si gira dall’altra parte.
Il silenzio dell’Occidente diventa complice e uccide una volta di più questi bambini: la prima dalle bombe ucraine, la seconda dai media mainstream che non parlandone, ne insabbiano la morte, quindi la memoria.
Siamo davanti alla perdita dei più basilari principi morali. C’è realmente da chiedersi quali elementi di degrado e di perversione abbiano mai potuto portare così in basso l’Occidente che, al contrario, ama pomposamente definirsi la culla dei diritti, della democrazia, della libertà! 
Nonostante tutto Donetsk è sempre in piedi e va avanti. In questi otto anni di guerra la popolazione del Donbass si è temprata a ogni sofferenza, a ogni sacrificio ed è determinata a raggiungere il proprio obiettivo: vivere in pace, costruire la propria vita e il proprio futuro sulla propria terra. 
Eliseo Bertolasi, qui.

E voi, assassini, continuate a mandare armi per continuare a uccidere innocenti, e vi vantate nei parlamenti e sui social delle vostre mani grondanti di sangue – che possa ricadere tutto su di voi, maledetti.

barbara

UNA SBIRCIATA DIETRO LE QUINTE

Finalmente gli audio esclusivi di Biden, Kerry e Poroshenko: una linea diretta criminale tra Kiev e Washington

Visto che nessuno si aspettava che Hillary Clinton perdesse le elezioni presidenziali del 2016, nessuno si era mai premurato di mettere a posto gli affarucci sporchi che erano al momento del voto in essere tra il Vice Presidente USA Joe Biden e l’Ucraina di Poroshenko, quando Barack Obama, ormai al suo secondo mandato, lasciò il posto alla Casa Bianca e cedette il potere a Donald Trump.
Oggi, dopo anni, quei legami mal(celati) e bollati come complottismo o propaganda russa da quattro soldi dai democratici, dai globalisti e da tutti i media della comunità internazionale, tornano prepotentemente protagonisti con ore di registrazioni audio di telefonate intercorse tra Biden e l’allora presidente ucraino Poroshenko, quello stesso presidente messo in carica proprio all’indomani della rivoluzione colorata del 2014 dal peggiore deep state americano.
Gli audio incriminati sono stati messi in onda dal canale Tv americano OAN in uno special in due puntate, e mostrano inequivocabilmente la lunga ed intricata storia che legava l’Ucraina alla famiglia Biden.
OAN dedica il primo dei due episodi al legame di corruzione esistente tra l’ex Vice Presidente Joe Biden, John Kerry e le istituzioni ucraine, esponendo con audio, documenti e video la quantità folli di denaro dei contribuenti americani che lasciavano gli Stati Uniti per essere trasferite sui conti (e nella villa) di Poroshenko & Co.
Nessuno poteva o doveva opporsi a questo tipo di schema. Chi lo faceva, doveva essere immediatamente allontanato e rimpiazzato con un pari grado compiacente.
Quando ad esempio un pubblico ministero, tale Shokin, volle far luce su Burisma e sul fatto che la compagnia pagava Hunter Biden migliaia di dollari al mese per non far assolutamente niente se non esserne il presidente, John Kerry su mandato di Joe Biden pagò Poroshenko 1 miliardo di dollari per ottenere un cambio di magistrato che si mostrasse compiacente nei confronti dell’establishment statunitense, del figlio e dei suoi amici, e ripristinasse lo status quo pre-Shokin.
Poroshenko dichiarò di essere consapevole che Shokin aveva solo fatto il  suo dovere e che non aveva commesso alcun reato, tuttavia, confermò di voler onorare l’accordo e proseguì con lo schema. I soldi che vennero girati a Poroshenko non erano ovviamente il frutto di un sudato lavoro di diplomazia volto ad aiutare la propria patria a crescere e prosperare, ma come disse Rudy Giuliani:
“(…)Poroshenko era milionario. Voleva divenire miliardario. Ecco perché era così corrotto. Era sempre geloso di chi aveva più soldi di lui” (…) “una conoscente mi disse che non si era mai mosso denaro in Ucraina di cui Poroshenko non avesse preso almeno una parte(…)”.
Hunter Biden non aveva esperienza, non aveva diplomi o lauree nel campo, perché mai Burisma lo avrebbe dovuto pagare per mantenerlo in quella così ambita e ben pagata posizione? Così come altri che come Hunter condividevano il lauto stipendio con mansioni assolutamente similari. Cosa dovevano coprire? Erano queste le domande che giustamente il magistrato Shokin si fece quando aprì le investigazioni, prima che le stesse furono chiuse e allo stesso tempo gli fu chiesto di allontanarsi volontariamente presentando con una lettera di dimissioni.
Shokin, dunque, il pubblico ministero che aveva temporaneamente (ed incautamente) bloccato gli asset della Burisma venne sostituito, e al contempo dipinto, in special modo al pubblico statunitense, come un magistrato terribilmente corrotto che non poteva continuare a lavorare su un caso in cui poteva essere coinvolto il Vice Presidente degli Stati Uniti e quindi che richiedeva assoluta onestà, rettitudine e soprattutto serietà.
E mentre quindi Poroshenko si impegnava a scegliere dal catalogo un nuovo burattino da mettere al posto di Shokin, non importa se capace, non importa se con esperienza, ma l’importante era che fosse abbastanza obbediente da fare quel che gli viene richiesto, Biden, che si definisce letteralmente “uomo di parola“, promette a Poroshenko che il miliardo di dollari accordato potrà raggiungere le sue tasche.
Ecco che quindi l’intero teorema dem che narrava dell’assoluta estraneità ai fatti di Biden e famiglia, sorretto da nulla se non dal silenzio obbligato dei media indipendenti censurati ed intimiditi, si smonta miseramente e si mostra in tutte le sue contraddizioni attraverso le inequivocabili parole di Joe Biden e degli altri che compaiono nell’audio.
E quindi proprio come è crollata la narrativa secondo cui nessuno della famiglia Biden ha mai avuto niente a che fare con l’Ucraina, non è mai esistito alcun laptop di proprietà del figlio di Joe, ora cade anche quella secondo cui  lo stesso Biden padre non era coinvolto direttamente ed attivamente nei (mal)affari di famiglia. 
Tutti erano coinvolti, tutti sapevano, tutti fremevano per non essere scoperti nei loro giri di affari all’arrivo di un presidente che non faceva parte del loro stesso giro
Questi legami così profondi, come profondo è lo stato che li ha negli anni creati, traspaiono anche dall’attuale conflitto perché non si può negare che una delle ragioni per cui gli Stati Uniti e in particolare Biden, nella doppia veste di Presidente USA e di figura di riferimento del patto atlantista, spinga tanto per allontanare  gli occhi russi dagli interessi maturati nell’area in anni di politica marcia e compromessa, è per non essere personalmente e direttamente compromesso.
La giornalista di OAN contatta Joe Biden tramite il suo staff al fine di avere un confronto diretto con il Presidente o almeno una sua dichiarazione in merito alle ore di audio in possesso della testata. Invece di ricevere una risposta dalla Casa Bianca o comunque da altra istituzione, la donna viene contattata da un giornalista del The Atlantic, una testata assimilabile alle voci più globaliste e liberal, un fact checker a tutti gli effetti, la quale afferma che tutto ciò di cui OAN è in possesso è sicuramente da riferirsi a manipolazione russa e propaganda del Cremlino.
In risposta al contatto mail, The Atlantic pubblica un articolo non sugli audio di Bidenbensì su OAN e sul fatto che l’emittente sarebbe niente meno che una pedina di Mosca il cui ruolo sarebbe quello di diffondere la disinformazione e la propaganda russa. Da quando The Atlantic lavorerebbe per il governo degli Stati Uniti?
Nel secondo episodio viene infine semplicemente mostrato il tragitto del miliardo di dollari dei contribuenti statunitensi, da Washington a Kiev fino alle tasche di Poroshenko, raccontando anche di chi era fattivamente coinvolto.
L’incredibile avidità di Poroshenko fa sì che tutto il denaro ricevuto dagli Stati Uniti venga pompato all’interno delle proprie compagnie, in maniera tale da farlo fruttare al meglio, costruendo e rinforzando un vero e proprio impero nei cui punti chiave posizionare amici e parenti per evitare tradimenti e problemi con la giustizia ed il sistema in generale.
Immaginate, dicevamo all’inizio, la compiacentissima Hillary Clinton che perde le elezioni e un ignaro Donald Trump che si siede alla Casa Bianca al posto di Barack Obama. Letteralmente un incubo divenuto realtà per Joe che deve coprire non solo i suoi affari ma anche quelli del figlio per il quale ha rubato soldi pubblici e per il quale ha interferito in maniera pesante nel governo ucraino .
Poroshenko viene avvisato da Biden di tenere la bocca chiusa e mai, nemmeno per sbaglio, chiedere soldi direttamente a Trump. Avrebbero provveduto in maniera diversa, destinando sempre e comunque fondi pubblici all’Ucraina.
Chanel Rion, la giornalista di OAN, ammette che le ore di registrazione di cui l’emittente è in possesso, circa 10, sono così tante e aprono la strada a verità così intricate che sarebbe necessaria una investigazione che proseguisse oltre l’estate affinché le informazioni contenute nel resto dei nastri siano verificate e dettagliatamente contestualizzate. Cosa che OAN si impegna a fare per andare oltre ciò che la Rion ritiene essere solo il coperchio di un vero e proprio vaso di Pandora.
I crimini che si prefigurano dal materiale per ora visionati sono diversi, non uno meno grave dell’altro. Alto tradimento, corruzione, frode, interferenza in governo straniero, etc.
Ve n’è per ogni gusto. Seguiremo l’investigazione ed il dossier di OAN con un augurio: che vi sia almeno un magistrato tra Kiev e Washington disposto a fare il suo dovere e far chiarezza una volta per tutte sulla faccenda.
Al contempo dovrà togliere di mezzo una volta per tutte lo spauracchio della propaganda russa, senza il quale, diciamolo pure, il castello di carte dei dem è destinato a vita molto breve.
MARTINA GIUNTOLI, qui.

Non che in linea di massima non si sapesse, ma saperlo anche nei dettagli è sicuramente interessante, e rende ancora più chiaro il motivo per cui nessun broglio era di troppo per impedire a Trump di essere eletto.
E ora diamo un’altra sbirciata dietro altre quinte.

“Andiamo a salvare bimbi ucraini”. Ma sono un gruppo di pedofili

Sono partiti dal Regno Unito in nome del volontariato e dell’aiuto umanitario per tutti quei bambini rifugiati in Polonia dopo l’attacco russo in Ucraina ma, erano – e sono tutt’ora – pregiudicati inglesi mascherati da benefattori. Si scopre, infatti, come titolano tutti i principali giornali britannici, che i protagonisti sono 10 uomini – già noti alle forze dell’ordine per reati sessuali – che, con la scusa dei bambini sfollati dalla guerra sono arrivati al confine polacco per altri scopi, decisamente tremendi.
“I pedofili britannici si sono recati in Polonia sostenendo di fornire assistenza umanitaria ai rifugiati in fuga dall’Ucraina” si legge in una nota de La National Crime Agency. Il grande esodo dopo l’invasione russa in Ucraina ha infatti riguardato per la maggior parte donne e bambini, in quanto i padri e mariti sono dovuti rimanere in patria a combattere, e fin dall’inizio gli enti di beneficenza per i rifugiati avevano avvertito che questi potevano essere presi di mira da uomini predatori.
Si apprende dal The Guardian che “5000 bambini non accompagnati sono stati sfollati dall’Ucraina e assicurarsi che siano al sicuro è assolutamente fondamentale”. Come sarebbe fondamentale – aggiungiamo noi – capire come questi pregiudicati abbiano avuto la possibilità di uscire dal Regno Unito senza nessun controllo e recarsi in Polonia. “Gli autori di reato avrebbero dovuto informare la polizia britannica della loro intenzione di viaggiare – si legge ancora sul quotidiano inglese – e dichiarare eventuali condanne all’arrivo”. “Scopriamo, ovviamente, che non l’hanno fatto” riporta un portavoce a Reuters.
Già a marzo l’Onu aveva affrontato il problema dei bambini senza genitori scappati dal conflitto, esprimendo la preoccupazione per lo sfruttamento di essi da parte di sospetti protettori e trafficanti di sesso. A seguito del richiamo nelle Nazioni Unite, il Ministro degli Esteri inglese, Liz Truss, ad aprile aveva annunciato che avrebbe inviato investigatori in Ucraina proprio per raccogliere le prove di eventuali crimini di guerra, compresa la violenza sessuale.
Curioso come, i dieci uomini che si sono intrufolati nelle aree umanitarie, con il pretesto del volontariato, nelle prime sei settimane di guerra – quindi prima delle dichiarazioni e presunte azioni istituzionali inglesi – vengano scoperti solo in questi giorni.
Al momento non si sa dove siano queste persone. Il The Guardian racconta infatti che, dopo svariato tempo, durante un colloquio con l’immigrazione polacca, le forze dell’ordine polacche hanno chiesto agli autori dei reati di andarsene. I malviventi, come molti altri – probabilmente – si trovano quindi a piede libero nonostante le presunte indagini della Corte internazionale de L’Aja che, non ci è dato sapere, a che punto siano.
Bianca Leonardi, 23 luglio 2022, qui.

E ancora una sbirciatina dietro le quinte della salute di Putin, che come tutti sappiamo ha praticamente un piede nella fossa

https://t.me/letteradamosca/8109

Ancora una dietro le quinte del missile russo sul porto di Odessa che secondo i nazisti avrebbe centrato un deposito di grano; le immagini dell’incendio sembrerebbero invece suggerire che abbiano ragione i russi, secondo cui sarebbero invece state colpite delle imbarcazioni militari

https://t.me/letteradamosca/8123

Dal grano bruciato infatti il fumo esce chiaro

Non c’è invece bisogno di andar dietro le quinte, dato che è tutto evidente sulla scena, per vedere i danni provocati IN UCRAINA dalle armi NATO

E infine una sbirciata a Bojo che, non più impegnato a fare il primo ministro, si diletta a tirare bombe insieme agli istruttori degli ucraini:

https://t.me/letteradamosca/8124

E concludiamo con l’ennesimo omaggio russo al grande cinema italiano e alla grande musica italiana

barbara

GLI INVASORI OCCUPANO LISICHANSK

e gli invasi li ricevono come meritano

“We stand in line, and here the Armed Forces of Ukraine begin to shoot at us” The inhabitants of Lisichansk are gradually getting used to living without the yoke of the nationalists, who opened fire on people even when they simply went for water. They come out to greet the military of the Russian Federation and the LPR and leave their hiding places in the basements. Some hang Russian flags on their balconies:

Scene dalla Lisichansk liberata “Vi aspettavamo dal 2014… vi aspettavamo…. si sono ritirati? Grazie a Dio… non ve ne andrete più vero?”

E quest’altro video lo dedico a quelli che “I russi si aspettavano di essere accolti coi fiori!”

La popolazione di Lisichansk accoglie così la liberazione della città dopo 8 anni di occupazione dei nazisti ucraini:

E ancora un po’ di roba qui

Poi ogni tanto c’è fortunatamente qualcuno che si ricorda che in Ucraina, oltre al buffone stipendiato dalla nota cricca, c’è anche il popolo ucraino, fra il quale magari potrebbe anche essere che non siano proprio tutti nazisti. E che magari avrebbe piacere di avere un po’ di voce in capitolo sul proprio destino.

Quanto conta la volontà del popolo in Ucraina?

Se l’Ucraina viene sconfitta in guerra, perderà anche la democrazia e [perderanno] gli Stati Uniti. Questa opinione è stata espressa in un’intervista a NBC News dal presidente Volodymyr Zelensky.
Non abbiamo il diritto di perdere… Se perdiamo, non importa chi e cosa dicono, perderà la democrazia, il che significa che perderanno gli Stati Uniti. Gli stati europei che dichiarano i valori di cui tutti parliamo così molto perderà”, ha detto il capo dello Stato, rispondendo alla domanda di un giornalista.
Inoltre, Zelensky ha affermato che l’Ucraina ha bisogno della parità con la Federazione Russa in termini di armamenti e quindi avrà bisogno di molte più armi di quelle già consegnate dagli Stati Uniti [comprese 9000 testate nucleari?].

Un futuro di sangue

Il Presidente è anche fiducioso che la guerra finirà sicuramente con la vittoria dell’Ucraina e che “costruiremo un nuovo Stato. Uno Stato da sogno”, aggiungendo che però non sa quanto tempo e risorse ciò richiederà.
Un’altra dichiarazione di Volodymyr Zelensky in un’intervista alla NBC riguardava il fatto che, a suo avviso, il Cremlino aveva sottovalutato il potenziale dell’Ucraina prima dell’inizio delle ostilità:
Penso che (la parte russa) in generale abbia sottovalutato l’Ucraina, invece tutto è diverso, a diversi livelli. Penso che questo sia positivo da un lato, perché se avessero saputo che sarei rimasto, che il potere sarebbe rimasto solido, che la gente avrebbe difeso le proprie case difendendo le proprie case a mani nude, se lo avessero saputo, si sarebbero preparati a questa guerra su scala ancora più ampia”.
Che dire di fronte a questi vaneggiamenti? Non so se vi rendete conto che le tesi di Zelensky confliggono con la realtà. Essenzialmente perché questo tipo di enunciazioni non corrispondono ai desideri e alla sofferenza della popolazione. Laddove la realtà è il protrarsi del conflitto ed il continuo afflusso di armi occidentali, che portano solo più morte e distruzione.

Il metodo di portare l’armonia: i battaglioni punitivi

Se Zelensky per 8 anni ha avuto bisogno di tenere le terre del Donbass sotto il tacco dei ‘battaglioni punitivi’ per assoggettare le diversità culturali e linguistiche locali, è segno che la propria idea di nazione non è esattamente la valorizzazione di ciò che già c’è, ma la proiezione di un disegno ideologico che trova nel nazionalismo estremo (di una sola delle fazioni nell’intricata demografia del paese), il suo approdo.
In definitiva, Zelensky non rappresenta il paradiso in terra ma uno stato oppressivo, dove una piccola minoranza – alla pari del movimento 5 stelle in Italia – ha irretito la popolazione promettendo la pace in Donbass. Poi ha sconfessato tutto.
L’unico traguardo che Zelensky ed il suo entourage ha, è la perpetuazione del potere stesso e dell’iper nazionalismo, ove questi può far a meno della stessa società civile, quando non si omologa ai suoi standard.
Altra pessima pagina trattata con indifferenza ed addirittura con compiacimento dai nostri media di regime, è la prospettiva di ‘riconquistare’ le città ‘perdute’ nel Donbass ove la popolazione è del tutto propensa a rimanere sotto la Russia, piuttosto che tornare sotto il regime oppressivo di Kiev. Questa non è una mia valutazione ma niente di più di quanto raccolto da molti giornalisti prima a Mariupol e poi oggi a  Lysychansk tramite innumerevoli testimonianze.
Oh democratico occidente, quanto – nella tua scala di valori – conta la volontà della popolazione che tanto richiami nei tuoi discorsi? Finora questo argomento non ha trovato mai spazio nei report di guerra, come neanche negli approfondimenti eteroguidati.

Inaccettabili le attestazioni di Zelensky di amare il proprio popolo

Termino questo post con un paragone che non dà adito a sospetti di ‘spirito di parte’ (con questo si liquida oggi ogni opinione ragionata): il governo di Zelensky ha prima privato dell’acqua la Crimea (come pure dell’elettricità), poi ha privato delle pensioni tutti gli abitanti delle città del Donbass cosiddette ‘liberate ‘e bombardato costantemente il sistema idrico e i quartieri residenziali, alla pari di un esercito di invasione. Questo è in modo molto anomalo per catturare i cuori di queste popolazioni. È evidente che la linea scelta da Zelnsky è quella assimilazione della riconquista, i vertici statali non si sono mai discostati da questo, anche prima del 24 febbraio. In definitiva, qui si tratta della legittimità di menar duro in famiglia rispetto ad un estraneo che mena duro in famiglia altrui. Ora, se guardiamo il tutto dal punto di vista ella famiglia, non ravviseremo poi grandi differenze. Ma senz’altro certe azioni violente sono più esecrabili se compiute dalla parte di chi si identifica come appartenente ad una data famiglia.

Assad meglio di Zelensky

Forse non tutti lo sanno, ma in una situazione percepita in modo analogo dai nostri media, in Siria, quello che l’occidente descrive come un dittatore , Assad, dal 2011 non ha mai smesso di far percepire le pensioni e gli emolumenti statali ai propri cittadinineanche nelle regioni occupate dagli estremisti islamici nella provincia di Idlib. Questo è la differenza di un presidente che rispetta il suo popolo, rispetto ad uno che è solo un burattino delle potenze occidentali.
Ora sebbene l’operazione militare russa o l’invasione che dir si voglia è opinabile, difficile da interpretare per molti aspetti e oggetto di critiche; è pur vero che le azioni dell’establishment ucraino sono indegne di una classe dirigente che si definisce democratica, libera e patriottica.
Una leadership democratica non si comporta così, non opprime il suo popolo, non scioglie i partiti, non spegne le televisioni, non limita la libertà di parola e di critica, non cerca di spegnere le diversità culturali e linguistiche in nome di una grandezza demagogica che in fin dei conti è solo becero servilismo.
patrizio ricci by VPNews, qui.

E poi c’è quella buffa storia dell’atleta. Ve ne propongo due versioni: a voi la scelta su quale sia quella vera.

VECCHI METODI

Sembra proprio che Ivan Fedotov, giocatore russo di hockey su ghiaccio e considerato il migliore portiere della Federazione, non possa andare più negli Stati Uniti a giocare con i Philadelphia Flyers (contratto firmato il maggio scorso).
A Putin la cosa non è piaciuta, così il giovane giocatore è stato prelevato nella sua casa di San Pietroburgo, messo in un furgone blindato e portato nel più vicino ufficio di reclutamento. Sarebbe infatti, un “disertore”. Da lì, con un’ambulanza, è stato poi portato in una clinica, per non meglio specificati controlli.
Quando si ha la fortuna di vivere in Russia perchè volere andare negli Stati Uniti?

Ecco una bella deformazione dell’informazione.
Fedotov, gioca nel CSKA e suo cartellino è di proprietà del CSKA. CSKA è di proprietà del ministero della difesa.
Come da noi, ci sono atleti prestati dalle forze armate, polizia, GDF, etc.
Il portiere 25enne voleva rescindere il contratto con il CSKA Mosca e trasferirsi al Filadelfia.
Il portiere è stato quindi condannato per rescissione abusiva del contratto, anche perché in passato non aveva prestato servizio nell’esercito russo.
Sarebbe successo anche da noi, con l’accusa di eludere il servizio di leva obbligatorio.

Niente, proprio non ce la fanno, se non inventano ogni giorno la loro vaccata non vivono (a qualcuno piace l’odore del napalm la mattina presto).

Aggiungo un’immagine che mi piace un sacco

E ora buoni, che vi porto al lago

(Certo che senza quel fastidiosissimo cicalare della commentatrice, lo spettacolo avrebbe tutto da guadagnare)

barbara

E DUNQUE LA RUSSIA HA BOMBARDATO UN CENTRO COMMERCIALE, GIUSTO?

È così che la solita Premiata Ditta ce l’ha confezionata, e dato che le menzogne che funzionano meglio sono quelle che contengono almeno un frammento di verità, andiamo a cercare questo frammento per ricostruire e risistemare poi il resto. E partiamo dalle immagini. Ecco, qui vediamo il supermercato che è stato colpito, come ci hanno raccontato, ma lì vicino, proprio vicino vicino, c’è anche qualcos’altro, che non ci hanno raccontato

Davvero dobbiamo credere che l’esercito russo abbia scelto di bombardare un supermercato ignorando le vicinissime strutture militari? Dopo averci raccontato che sono criminali, spietati, crudeli, infami, perfidi, satanici peggio di Satana in persona, adesso pretendono di raccontarci che sono anche ritardati e talmente autolesionisti da sprecare preziosi missili ad alta precisione per demolire un supermercato?! Cari ragazzi, voi siete in totale malafede e per giunta deficienti, ma noi no! Quindi la dinamica appare perfettamente chiara: i missili hanno centrato le strutture militari, e a causa della loro criminale vicinanza a diverse strutture civili, qualcuna di queste è rimasta inevitabilmente coinvolta nell’esplosione. A questo proposito

“Il Tribunale dell’Aja considera convenzionalmente legittima la distruzione –  non intenzionale – di obiettivi civili dentro 200 metri dagli obiettivi militari.  Con il supporto di questa tesi vengono presentate due foto satellitari. La prima foto mostra che lo “spazio legittimo” si trova entro i 200 metri: 100 metri dall’impianto militare di Artem o a 187 metri dall’officina 27, che produce missili aria-aria. Il supermercato era a 90 metri circa.” (Qui, con tutti i dettagli e ulteriore documentazione fotografica)

Ecco dunque le foto

Quest’ultima la sdoppio, in modo che le immagini e le didascalie appaiano più chiare.

Ora, se riguardate un momento la prima foto, vedrete in alto un albero, icona che indica la presenza di un parco, che potete vedere meglio in quest’altra foto

Quello che segue è un video che mostra in sequenza le riprese delle diverse telecamere presenti nel parco al momento dell’esplosione:

Come possiamo chiaramente vedere, l’esplosione è molto vicina, decisamente più vicina rispetto al supermercato, e le cose che si vedono volare non fanno precisamente pensare a cose provenienti da un supermercato. E in ogni caso, ecco qui un brevissimo video dell’impianto militare distrutto dai missili russi:

https://t.me/lamiarussia/11532

Quello vicino al supermercato – l’unica cosa che la propaganda nazista ci fa vedere.
E ora vediamo un’ulteriore documentazione dei crimini di guerra ucraini, ossia l’esecuzione di civili grazie a Patrick Lancaster

Altre distruzioni operate dall’esercito ucraino documentate da Graham Phillips in questo video del 27 giugno

E da Vittorio Rangeloni il 28 giugno

E infine, nel caso qualcuno ancora si ostinasse a nutrire dei dubbi, la prova documentale che la NATO sta accuratamente e sempre più aggressivamente perseguendo la terza guerra mondiale:

“Le politiche ambiziose e coercitive della Cina minacciano i nostri interessi, sicurezza e valori”. Così testualmente si apre il punto 13 del documento strategico sottoscritto dal vertice NATO di Madrid. 
I guerrafondai in malafede che ancora parlano di una alleanza difesa sono smentiti da un documento che dichiara guerra a gran parte del mondo. Non sola la Russia vi e definita nemico principale, evidentemente da sconfiggere. Ma tutto il pianeta viene sottoposto all’’intervento del Patto EuroAtlantico. Dall’Africa, al Medio Oriente, all’Indocina, ovunque nel mondo la NATO proclama la su intenzione di intervenire a sostegno dei propri interessi, sicurezza, valori, contro tutti i paesi ed i regimi che considera nemici. 
Altro che difesa dell’Europa. Il documento strategico proclama l’impegno al confronto mondiale su tutti i piani militari compreso quello nucleare. Il cui rischio però viene definito, bontà loro, “remoto”.
Giorgio Cremaschi
, qui.

Consoliamoci almeno gli occhi

barbara

PAROLE RUBATE

Le prime le rubo a Marco Travaglio, indiscutibilmente grandissimo figlio di puttana ma altrettanto indiscutibilmente, quando ci si mette (e soprattutto quando si diverte a prendere per il culo) un genio assoluto.

I vice-papi

Non bastando un Papa e un Papa emerito, s’accalca al Portone di Bronzo una folla di aspiranti vice-papi, ansiosi d’insegnare a Francesco come si fa il Papa e, siccome è un gesuita, pure come si fa politica. Parlando ai direttori delle riviste europee dei gesuiti, il Pontefice ha condannato “la guerra imperiale e crudele” di Putin. Ha effuso la sua “tenerezza” per “il coraggioso popolo ucraino che lotta per sopravvivere”. E ha aggiunto ciò che tutti sanno, ma pochi dicono: “Qui non ci sono buoni e cattivi metafisici, in modo astratto”, guai a “ridurre la complessità alla distinzione tra buoni e cattivi senza ragionare su radici e interessi, che sono molto complessi”. Il termine complessità usato due volte nella stessa frase ha insospettito le Sturmtruppen atlantiste, convinte che l’abbia inventato Orsini per arraffare qualche rublo. Ma il Papa le ha liberate da ogni dubbio: sei mesi fa “un capo di Stato, un uomo saggio che parla poco, mi ha detto che era molto preoccupato per come si muoveva la Nato: ‘Stanno abbaiando alle porte della Russia. E non capiscono che i russi sono imperiali e non permettono a nessuna potenza straniera di avvicinarsi’”. Quindi “la guerra in qualche modo è stata provocata, o non impedita”.
Apriti cielo. Un trust di cervelli s’è scatenato a dargli lezioni di papismo. Giancarlo Loquenzi (Zapping, Radio1): “Ma se il Papa non distingue tra buoni e cattivi… e si adatta alla accidiosa tiritera ‘è tutto più complicato’ (sarebbe ‘complesso’, ma fa niente, ndr), che pastore d’anime è?”, “Che il Papa si metta a fare l’analista geopolitico mette tristezza. Andrebbe meglio consigliato”. Possibilmente da lui. O dai consiglieri che accompagnarono Renzi al suicidio politico assistito. Tipo Mario Lavia (“Non ci sono buoni e cattivi? Ma che dice il Papa?”) e Claudio Velardi (“Si può parlare – da un soglio tanto alto – con tale irresponsabilità? Che siamo, al bar sotto casa?”). Per il rag. Cerasa (Foglio) “era meglio quando i Papi non parlavano”. Eh sì, signora mia, non ci sono più i Papi di una volta: tipo Benedetto XV che nel 1917 tuonò contro l’“inutile strage” della guerra mondiale, o Giovanni Paolo II che nel 2003 condannò l’attacco Nato all’iraq. Non poteva mancare lo sbarazzino Mattia Feltri, che ricopre sulla Stampa il ruolo svolto nei circoli ufficiali dai colonnelli in pensione: sdegnato dal turpiloquio del Pontefice sulla “complessità”, lo avverte che “la sua opinione” è “inutile e infantile”. In attesa che Francesco prenda buona nota, va detto che poteva andargli peggio. Tipo finire nella prossima lista di “putinversteher” di Riotta o di “putiniani” del Corriere. Essere convocato dal Copasir, dal Dis e dall’agcom. O subire un esorcismo prêt-à-porter da Nathalie Tocci al grido di “Orsini, esca da quel Papa!”.
Marco Travaglio, 16 Jun 2022, Il Fatto Quotidiano

Queste altre le rubo a

Fulvio Del Deo

Esperimenti sui malati di mente e studio dei virus: Il Ministero della Difesa russo continua ad analizzare documenti relativi alle attività biologiche militari statunitensi in Ucraina:
– a Kharkov sono stati condotti esperimenti su malati di mente almeno dal 2011 [tipo Hartheim?]. Uno degli organizzatori, la cittadina statunitense Linda Oporto Al-Kharun, ha visitato più volte la sede del laboratorio medico di Merefa, costruita a spese del Pentagono nel villaggio di Sorokovka;
– ufficialmente in questo luogo – un’azienda per la produzione di integratori alimentari. Con l’inizio dell’operazione speciale, le attrezzature della filiale sotto il controllo della SBU sono state portate nell’ovest dell’Ucraina;
– Il dipartimento ha parlato anche del progetto P-268. Il suo obiettivo è studiare i virus che possono infettare le zanzare Aedes (portatrici di dengue, Zika e febbre gialla);
Fonte:
Донбасс Италия Donbass Italia

Le prossime a

Laura Ru, via Fulvio Del Deo

Ho detto fin dall’inizio che dietro la lista di proscrizione pubblicata dal Corriere vi e’ una regia straniera, e che i mandanti di quest’operazione volta ad infangare voci indipendenti vanno cercati in ambienti NATO. Infatti liste simili compilate dall’Institute for Strategic Dialogue, societa’ di consulenza britannica finanziata dal Dipartimento di Stato USA, altri paesi NATO e dai soliti “filantropi”, sono apparse in vari paesi del patto atlantico piu’ o meno negli stessi giorni. La rete televisiva americana NBC ha accusato giornalisti che da anni seguono il conflitto in Donbass di essere “produttori di contenuti per il Cremlino”. In questo video Eva K Bartlett, una delle giornaliste citate, parla dell’operazione messa in atto per delegittimare il suo lavoro e quello di chi rischia la vita per riportare notizie dal fronte di guerra.

E queste altre importanti considerazioni pratiche le rubo a Vladimiro Vaia.

GNL dagli Usa? per l’Italia l’operazione più stupida che si possa fare

Una nave gasiera di ultima generazione può trasportare fino a 200.000 metri cubi di gas liquefatto.
Nel processo di liquefazione il volume del gas viene ridotto di circa 600 volte.
Per farlo si porta il gas a -160 gradi centigradi, temperatura che dovrà essere mantenuta durante tutto il trasporto.
Una volta arrivato a destinazione il GNL dovrà essere rigassificato riportandolo gradualmente alla temperatura ambiente.
Il processo di liquefazione e rigassificazione richiede un’energia pari a circa il 30% della resa in combustione del gas, quindi il GNL parte già fortemente penalizzato in competitività, se poi aggiungiamo i costi di trasporto, é evidente che con questa soluzione avremo bollette molto più care.
A parte tutto ciò va poi considerato l’aspetto ecologico.
Gli USA hanno promesso alla UE 15 miliardi di metri cubi di gas l’anno che rappresentano meno del 20% del solo fabbisogno italiano.
15 miliardi di metri cubi di gas, una volta liquefatti, si trasportano mediamente con 125 gasiere.
Una nave impiega circa 20 giorni per attraversare l’atlantico e raggiungere l’Italia dagli USA.
Altri 20 giorni servono per il percorso inverso, (più almeno 2 giorni per le operazioni di carico e scarico).
Per il tragitto attraverso l’Atlantico la nave brucia circa 4000 chili di gasolio marittimo ogni ora, 96.000 chili al giorno, che per 40 giorni del viaggio di andata e ritorno dagli USA fanno quasi 4000 tonnellate.
Moltiplicate per 125 viaggi sono mezzo milione di tonnellate di gasolio bruciato in un anno, per trasportare il gas in Europa, con tutte le emissioni nocive del caso.
Ma non è tutto.
Negli USA non ci sono sacche di gas naturale come quelle siberiane (o se esistono, sono in via di esaurimento).
Il gas americano é quasi tutto “di scisto” o shale gas.
Si tratta di gas intrappolato in rocce sedimentarie argillose.
L’estrazione di questo gas avviene con un processo denominato Fracking.
Sottoterra si trivellano pozzi orizzontali, lunghi anche diversi kilometri, nei quali vengono fatte brillare cariche esplosive. Poi vi si inietta acqua ad alta pressione, mescolata a sabbia e additivi chimici.
Questo permette di frantumare le rocce argillose, da cui possono così liberarsi il petrolio o il gas, che salgono in superficie attraverso il pozzo.
Il territorio e l’ambiente ne escono devastati.
I problemi collaterali di questo genere di estrazioni, infatti, sono gravissimi. 
L’impossibilità di assicurare la perfetta tenuta delle tubazioni nei pozzi, causa l’irrimediabile inquinamento delle falde acquifere, che si trovano a metà strada tra i giacimenti e la superficie; inoltre, ca ricordato che il metano è un potente gas serra e una parte di quello estratto si libera nell’atmosfera.
Ogni pozzo occupa in media 3,6 ettari di territorio e richiede enormi quantità di acqua (da 10 a 30 milioni di litri), e di sabbia.
La sabbia deve essere estratta, raffinata, caricata e trasportata su treni (100 carri ferroviari per ogni pozzo), accumulata in depositi e infine trasportata con automezzi fino al punto di utilizzo.
Uno degli impatti ambientali più preoccupanti è legato all’acqua utilizzata per il fracking, che risale poi in superficie e deve essere smaltita come rifiuto nocivo, in quanto contaminata.
L’unica soluzione praticabile è trasportarla con autobotti in altre zone, dove viene stivata nel sottosuolo, con ulteriore inquinamento.
Tutta questa attività inoltre, stimola faglie sismiche sotterranee e induce terremoti.
Nel 2007 in Oklahoma c’era stato un solo terremoto, mentre nel 2015 ve ne sono stati oltre 900; per la maggior parte sono stati lievi, ma alcuni hanno provocato molti danni.
In pratica, una zona virtualmente non sismica è stata trasformata in pochi anni nel territorio più sismico degli Stati Uniti, proprio a causa dello smaltimento dei liquidi usati per l’estrazione di idrocarburi di scisto nelle profondità del sottosuolo.
Intendiamoci, anche i russi e gli azeri hanno devastato il mar Caspio per l’estrazione del petrolio, ma importare gas dagli USA é l’operazione ecologicamente più stupida che si possa fare.
Va detto che la maggior parte delle imprese di shale oil e shale gas degli USA erano a rischio di fallimento a causa dei bassi prezzi di mercato. In particolare le società più puccole non riuscivano ad essere competitive con le estrazioni tradizionali, proprio per gli altissimi costi del fracking. Ora la guerra le ha “Miracolosamente” rivitalizzate tutte.
di Vladimiro Vaia (Marx21), qui, via Shevathas.

Evidentemente i nostri governanti hanno un dono speciale per scegliere le cose più costose, di peggiore qualità e dai peggiori effetti collaterali. Tanto che cazzo gliene frega, siamo noi che paghiamo.
E ora un po’ di documentazione. Ho trovato un altro giornalista, inglese questa volta

18 giugno 2022.
Come già detto, col tempo che stringe prima della disfatta, si scatenano ad ammazzare il più possibile, al pari dei loro fratelli in fede nazista. E ora torniamo a Lancaster. Questo è un po’ lungo ma vale la pena di prendersi il tempo di guardarlo tutto.

Questo invece è molto breve.

Entrambi i video sono stati girati il 19 giugno.
Qualcuno ha detto che la calunnia è un venticello: a volte sì, ma a volte è un uragano che travolge chiunque tenti di fare resistenza, e questa è una di quelle volte: lo vediamo tutti i giorni.

barbara

LA BATTUTA MIGLIORE

Io leggo che è Zelensky che bombarda gli ucraini, insomma vedono il mondo alla rovescia…

Che potrebbe anche essere un’opinione se noi lo scrivessimo o raccontassimo. Ma il fatto è che noi lo documentiamo, mostriamo i bombardamenti sugli edifici civili, mostriamo le vittime dei bombardamenti che testimoniano che a bombardarli è l’esercito ucraino – quello per armare il quale affinché possa difendersi dal potentissimo esercito russo noi ci stiamo togliendo il pane di bocca (quelli ci stanno togliendo il pane di bocca, per la precisione). Cioè secondo loro questa gente sta venendo bombardata dai russi ma preferisce scagionare i carnefici e accusare i loro innocenti fratelli ucraini. Interessante, no? In realtà no, non è così perché loro, semplicemente, questa roba non la guardano, si rifiutano di guardarla perché sanno che è tutta propaganda russa piena di falsità, esattamente come sanno che i russi stuprano i bambini, e dopo che la gentile signora che ha dato questa “notizia” ha confessato di averla inventata, continuano a saperlo lo stesso, e a parlarne come di un dato di fatto, esattamente come il massacro di Bucha perpetrato dai russi, come il teatro di Mariupol bombardato dai russi e tutto il resto. Dice un saggio proverbio tedesco Es ist noch kein Meister vom Himmel gefallen: nessun maestro è ancora caduto dal cielo, ma qui siamo pieni di saggi ancora più saggi che sono proprio piovuti giù dal cielo già imparati e sanno tutto. Per esempio che questi sono attori pagati che fanno finta di essere civili del Donbass che vengono bombardato dall’esercito ucraino.

Poi c’è chi, a coloro che fanno un tifo sfegatato per i poveri ucraini martoriati dal Male assoluto e chiede empatia per loro, suggerisce di mostrare personalmente il proprio amore andando direttamente lì a combattere, ma i famosi saggi hanno ovviamente la risposta giusta a portata di penna:

– Ma come nasce l’empatia, etica e solidale e morale, proprio nel 2022 e non prima? E, soprattutto, perché non si va li con l’esercito invece di stare qui sul divano?
– se si andasse lì con l’esercito le grida dei pacifisti toccherebbero il cielo.

Capito? Cioè, io no, per la verità. Cioè, non ho capito se non mandiamo l’esercito per non addolorare i poveri pacifisti o perché i loro strilli ci fanno paura. Boh.
E ora guardatevi un altro po’ di attori.

E c’è chi ha la soluzione chiavi in mano per concludere la faccenda nel migliore dei modi, e soprattutto il più giusto.

Armi pesanti a iosa, sanzioni pesantissime, espulsione di ogni russo (sei mesi per fare le vagile) chiusura delle ambasciate divieto di assistenza sanotaria per i russi perdita dello della capacità giuridica per i russi.
Grande Boris Johnson. I tennisti russi sono stati esclusi da Wimbledon. Dovrebbero prendere esempio da lui tutte le federazioni sportive mondiali.
I Russi gareggiassero solo a casa loro davanti a Putin. Grandissimo. Ormai è una guerra santa contro l’impero del male, il bolsvesmo lo sciovinismo russo. I russi hanno bisogno di testate nucleare sul cranio. Sia gloria a Volodymyr Zelens’kyj, il martire della libertà. I russi devono pagare e non si deve avere pietà, il male deve essere estirpato ad ogni costo e senza patemi d’animo.

L’importante è avere le idee chiare su cosa fare, e vedrete che andrà tutto bene – ops, scusate, mi è scappata.
E a proposito di Putin, che ha un tumore al cervello, ha un tumore del sangue, ha un tumore al pancreas, ha il Parkinson, gli restano tre anni di vita, no sei mesi di vita, no due settimane di vita… Beh, l’ultima genialata è che vuole fare abortire l’amante che ha messo incinta per la quinta volta (le altre quattro sono documentate, visto che ha quattro figli): mica male per un moribondo, eh?
E ora ancora un po’ di attori.

Belli anche gli effetti speciali delle esplosioni e delle case in fiamme, vero?
E il nostro governo continua a dargli armi e ancora armi, a spese nostre. Come sarebbe bello se di fronte a questi “padri” avessimo una mamma così:

Nel frattempo l’Ucraina ha chiesto a Israele un prestito di mezzo miliardo di dollari con l’argomentazione che anche Giappone Germania e Canada hanno già dato un sacco di soldi (prestito ovviamente restituibile se l’Ucraina vince la guerra, e dopo avere ricostruito – sempre con soldi usciti dalle nostre tasche, beninteso – tutto ciò che la guerra ha distrutto).
E per concludere vi regalo un bel serpente. Russo, naturalmente.

barbara

VITA DI UN TRANQUILLO VILLAGGIO DEL DONBASS

A essere in vena di citazioni, verrebbe voglia di titolare “Pomeriggio di un giorno da cani”, ma non puoi, perché qui è mattina pomeriggio sera notte, tutti i giorni, da otto anni, anzi ormai un po’ di più.

Il video precedente è dell’altro ieri, in quello che segue la prima parte è di ieri mentre la seconda parte riprende quello dell’altro ieri, quindi non avete bisogno di riguardarlo.

Come si può vedere, più la guerra si mette male, più si accaniscono sui civili del Donbass, come se avessero paura di non fare in tempo ad ammazzarne abbastanza prima che la guerra finisca, esattamente come i nazisti con gli ebrei verso la fine della guerra quando ormai era chiaro che di speranze di vincerla non ce n’erano più e che il tempo era agli sgoccioli.
Poi voglio mostrarvi questa foto, commentata dal solito micidiale “Osho”,

nella quale vedo due elementi particolarmente degni di attenzione:
1) tre signori in completo blu, camicia bianca, cravatta, scarpe nere di pelle ben lucidate, essendo tre primi ministri in visita a un capo di stato, e un buzzurro in pantaloni e maglietta simil-militari e scarpe da ginnastica perché “lui sta combattendo”. E miracolo che non si è messo anche il giubbetto antiproiettile e l’elmetto.
2) Draghi guarda Zelensky a cui sta stringendo la mano. Zelensky guarda Draghi a cui sta stringendo la mano. Scholz guarda Draghi e Zelensky che si stanno stringendo la mano. La guardia del corpo guarda i quattro della cui sicurezza è responsabile. Cicciobello, con la giacchettina (sbottonata) da Cicciobello e in posa da Cicciobello guarda in camera con un radioso sorriso da Cicciobello.
Quanto a voi, se per caso stesse cominciando a venirvi a noia quel disco da cui state ascoltando sempre la stessa strofa, non avete che una cosa da fare: girarlo.

barbara

HANNO OCCHI E NON VEDONO, HANNO ORECCHI E NON ODONO

E qualunque cosa gli si metta davanti, continueranno e non vedere e non sentire. Mi viene in mente un’amica che a ogni attentato particolarmente feroce in Israele diceva: stavolta non possono non capire, stavolta devono vedere di chi è la colpa. E invece no, non capivano, non vedevano, non si accorgevano. Zero. E ricordo Lamberto Dini che dopo l’attentato del Dolphinarium, il primo giugno 2001, mentre gli israeliani erano ancora intenti a raccattare brandelli di carne e pezzi di cervello dei ragazzini fatti a pezzi spiaccicati su per muri, marciapiedi, finestrini di automobili, invitava entrambe le parti alla moderazione. Questi qui di oggi sono se possibile ancora peggio: questi armano chi da otto anni massacra e bombarda civili innocenti (oltre il 10% dei morti sono bambini) e intimano lo stop alla controparte. Ma veniamo agli ultimi fatti. Per cominciare vi affido al nostro Vittorio Rangeloni che vi porta a vedere l’ospedale pediatrico bombardato

Poi a Patrick Lancaster che vi ci porta dentro, nel rifugio in cui sono ammassate 200 donne tra puerpere coi bambini e prossime partorienti.

E infine ancora  a Lancaster per il  bombardamento successivo.

Anche chi non dovesse cavarsela troppo bene con l’inglese, potrà notare che quando i suoi interlocutori dicono che a bombardarli sono gli ucraini, regolarmente lui spiega che in America e in Europa dicono che a fare questo sono i russi, e la reazione degli interpellati è sempre la stessa, identica per tutti.

A proposito di Lamberto Dini, ho ripescato questo mio post di sedici anni e mezzo fa, che contiene diversi spunti interessanti.

Sul Corriere della Sera di oggi Gianna Fregonara un po’ intervista e un po’ racconta Lamberto Dini, l’uomo che possiede la risposta a tutte le domande. Innanzitutto Dini non crede che siano risolutivi «atti unilaterali da parte degli Stati Uniti o di Israele dopo le odiose dichiarazioni del presidente iraniano». Anzi, è convinto che chiedere sanzioni all’Iran da parte del Consiglio di Sicurezza «rischierebbe di spaccare la comunità internazionale di fronte a un problema così complicato come è l’Iran di Ahmadinejad». Lamberto Dini è un pragmatico, ci spiega la signora Fregonara, e ha sempre perseguito la via del dialogo con i Paesi islamici del Medio Oriente, ed è convinto che anche oggi il dialogo rimanga la migliore via d’uscita: e fin qui siamo nel campo delle opinioni, balorde finché si vuole, pericolose, quando a nutrirle è persona con responsabilità di governo, finché si vuole, ma pur sempre opinioni. Poi però il signor Dini pretende di passare ai dati di fatto: «Quando cominciammo la collaborazione economica c’era Khatami che pubblicamente riconosceva l’esistenza dello Stato di Israele e si dichiarava disposto ad accettare una pace purché andasse bene ai palestinesi» e qui non ci siamo proprio, perché il nostro, a quanto pare, ignora che Khatami, esattamente come Ahmadinejad, non ha mai pronunciato la parola Israele, ha continuato a costruire il nucleare, ha sempre scritto sui missili delle parate militari che erano destinati a Israele, ha sempre finanziato i gruppi terroristici attivi in Israele. E che dire di quando a Roma, durante una conferenza stampa, si rifiutò di rispondere a una domanda di un giornalista perché israeliano? A questo poi va aggiunto che il vero padrone dell’Iran, oggi con Ahmadinejad come ieri con Khatami, è Khamenei, la Suprema guida, e Khamenei si è sempre detto favorevole all’eliminazione di Israele e ha detto più volte che quando avranno i missili nucleari li utilizzeranno, perché se anche Israele dovesse rispondere, varrebbe comunque la pena di perdere milioni di vite islamiche in cambio della fine dello Stato di Israele. Ma di tutto questo il nostro lungimirante ex ministro degli Esteri non ha mai avuto sentore, e dunque «Abbiamo fatto un grande sforzo anche a livello di Unione Europea di convincere il governo iraniano che va bene il nucleare civile ma non hanno alcuna necessità di sviluppare ordigni nucleari. Abbiamo avuto alterni successi» anche se, bontà sua, «il dubbio sulle reali intenzioni dell’Iran non è mai cessato». Ciononostante «Durante i governi del centrosinistra i rapporti con l’amministrazione del presidente Khatami incrementarono i rapporti economici […] Finanziammo molti progetti per le infrastrutture […]». Ma adesso che Ahmadinejad ha detto quello che ha detto e nessuno si può più permettere di chiudere gli occhi, qual è la soluzione? Niente paura, all’immarcescibile la risposta non manca: «Se le parole di Ahmadinejad sono sconcertanti e tali da generare forti tensioni in Medio Oriente e nei rapporti con l’Europa e gli Usa, porre sanzioni potrebbe essere più pericoloso delle parole del presidente iraniano». Chiaro, no? E vediamo come si sia costruito quell’abito di “pragmatico” che la signora Fregonara gli attribuisce. Vi ricordate Camp David, luglio 2000? Già allora oltre il 90% della popolazione palestinese di Gaza e Cisgiordania viveva sotto amministrazione palestinese e non più sotto occupazione israeliana, e in quell’occasione Israele aveva proposto la consegna del 97% del territorio palestinese, la compensazione del 3% mancante con territori israeliani più densamente popolati da arabi e Gerusalemme est come capitale. La risposta di Arafat, come sappiamo, era stata la guerra. E che cosa suggerisce il nostro per uscire da questa situazione? Israele sta sbagliando tutto, dice: dovrebbe smettere di combattere e fare qualche proposta concreta. Vi ricordate l’attentato alla discoteca “Delfinario” di Tel Aviv, brandelli di ragazzini di tredici quattordici anni spiaccicati su per i muri? L’attentato è stato «un’atroce manifestazione di odio» scrive Dini nel suo messaggio di condoglianze al suo omologo israeliano Shimon Peres. E ora «È necessario un coraggioso e lungimirante sforzo da entrambe le parti in causa, per porre fine alla spirale di lutto e violenza, frutto di fanatismo ed esasperazione». E un anno più tardi, in un’intervista al Corriere: «Il governo Sharon sbaglia se pensa di mettere fine agli attacchi suicidi con la forza e l’occupazione militare. Finché i carri armati israeliani continuano a distruggere uomini, cose e infrastrutture, finché continuano a bruciare il futuro dei palestinesi, gli attacchi continueranno e potrebbero intensificarsi anche al di fuori della regione»Peccato che quando l’ondata di attentati era cominciata non ci fossero né carri armati, né occupazione. Anche in quel caso l’ineffabile aveva la soluzione pronta: «Una conferenza internazionale guidata da Usa, Europa e Russia, come a Oslo [che ha portato a un’impennata del terrorismo]. Alla presenza degli Stati arabi dovrà fissare confini sicuri per Israele e creare uno Stato palestinese, con regole che ne garantiscano il rispetto». Assolutamente perfetto: peccato che questo sia esattamente ciò che le risoluzioni Onu 242 e 338 chiedevano già dal tempo delle guerre dei Sei giorni e del Kippur, e che gli arabi le abbiano categoricamente respinte. E bisogna inoltre «ripartire dall’ultima risoluzione dell’Onu e dal piano di pace del principe saudita Abdallah, approvato all’unanimità da tutti i Paesi arabi». Assolutamente perfetto anche questo: peccato solo che fosse esattamente ciò che era stato proposto a Camp David, e che Arafat aveva rifiutato. Risparmio il resto dell’intervista, perché qualcuno potrebbe non avere una sufficiente scorta di Maalox sottomano, e aggiungo solo un’ultima perla: «Israele non ha mai fatto una proposta di pace». Ecco: questo è l’uomo che oggi ci offre la propria sapienza per risolvere la crisi iraniana.

E, a proposito di sanzioni: come mai a nessuno sono venute in mente negli otto ani in cui L’Ucraina massacrava e bombardava gli abitanti del Donbass?

E poi, quando gli anni saranno passati, e i capelli imbiancati, e le forze disperse…

barbara

UN PAIO DI PUNTUALIZZAZIONI

La prima riguarda le scandalosissime parole di Medvedev che “odia gli occidentali” e vuole farli sparire tutti, che hanno indignato tutti. Cioè, per essere precisi, tutti gli idioti che prendono per buone le traduzioni dei media allineati senza che passi loro per la testa di porsi qualche domanda, di nutrire qualche dubbio, di fare qualche ricerca – d’altra parte abbiamo ben imparato che porsi domande, nutrire dubbi e fare ricerche è crimine contro l’umanità, perpetrato unicamente dai venduti a Putin. Beh, ho una brutta notizia per voi ragazzi: la parola “occidente” Medvedev non l’ha mai detta. Quella ve la siete inventata voi primo perché siete delle teste di cazzo, secondo perché siete psicopatici e proiettate sistematicamente sui vostri nemici le vostre peggiori pulsioni.

I media usano le parole di Medvedev per far considerare i propri estremismi legittimi e giustificati

Un’ondata di condanna è stata provocata da un messaggio pubblicato sul canale Telegram del vicepresidente del Consiglio di sicurezza russo, Dmitry Medvedev, che ha scritto: «Mi viene spesso chiesto perché i miei post su Telegram sono così duri». «La risposta è che li odio. Sono dei bastardi e degenerati. Vogliono la nostra morte, quella della Russia. Finché sono vivo, farò di tutto per farli sparire»
In realtà Medvedev non nomina l’occidente: non ha specificato a verso chi brucia tale odio ma è facile intuire a chi sia rivolta la sua riprovazione. Tuttavia, sì, non è difficile intuire che il messaggio di Medvedev sia rivolto alle autorità dell’Ucraina, dell’Unione Europea e degli Stati Uniti, non all’intero mondo civile.
Ma ugualmente, questo viene trasformato sulle principali testate giornalistiche italiane in “odio e voglio fare sparire gli occidentali“. Si nota una certa soddisfazione in questa invettiva, finalmente esplicita. Sembra che i media possano finalmente provare che in fondo i loro estremismi sono legittimi e giustificati. A loro avviso, questa è la dimostrazione che tutta la cortina fumogena innalzata sugli avvenimenti in corso per impedirne una giusta comprensione, sia stata in fondo legittima.
Il nostro ministro degli Esteri italiano Di Maio ha reagito così: “Le dichiarazioni di Medvedev sono molto gravi e pericolose. Sono parole inaccettabili che ci preoccupano molto anche perché provengono dal vicepresidente del Consiglio di sicurezza russo. Questo non è un segno di dialogo, non è un desiderio di cessate il fuoco, non è un tentativo di riportare la pace, ma sono parole inequivocabili di minaccia contro coloro che insistono per la pace”.
Di Maio è anche lui un uomo al vertice su cui grava una certa responsabilità, ma allo stesso modo ha definito Putin peggio di un animale.
Funziona così: Putin è costantemente trattato ed indicato come un animale o un sub-umano e così pure cittadini russi, così pure scrittori, intellettuali ed artisti di fama internazionale; al ministro degli esteri russo Lavrov viene precluso il diritto di raggiungere la Serbia in visita diplomatica (cosa che non fu fatta nemmeno durante la guerra del Golfo a Tereq Azziz),  ma se la leadership russa reagisce restituendo pan per focaccia allora, questo è condannabile. Per i media mainstream, ogni occasione è buona per dimostrare la disperazione e la follia che sta accadendo nella Federazione Russa.
E’ chiaro che ogni giorno i media cercano un capro espiatorio, sia pure se si tratta di parole  buttate lì su un social ad uso e consumo del pubblico russo (nessuno se ne sarebbe accorto se non ci fosse stata l’amplificazione mediatica. [Continua]

Visto? Siete delle teste di cazzo.
La seconda riguarda la leggenda che gli idioti di cui sopra stanno diffondendo a tamburo battente, del rabbino capo di Mosca che sarebbe scappato – in Ungheria, precisa qualcuno – perché lo si voleva costringere a sostenere la guerra in Ucraina, ed essendo una persona onesta non poteva ovviamente farlo (e suppongo che si dia per scontato che se si fosse rifiutato e fosse rimasto, ne avrebbe pagato con la vita). Riporto una pubblicazione israeliana con traduttore automatico (che a volte può essere impreciso, ma mai mente di proposito).

Il rabbino Pinchas Goldschmidt è stato rieletto per servire come rabbino capo di Mosca

In una riunione dei membri della comunità di Mosca tenutasi presso la Grande Sinagoga di Mosca, il rabbino Pinchas Goldschmidt, presidente della Conferenza rabbinica europea, è stato rieletto a servire come rabbino capo della città

08/06/2022

Il rabbino Pinchas Goldschmidt, presidente della Conferenza dei rabbini europei, è stato rieletto ieri sera (martedì) per servire come rabbino capo di Mosca. In una riunione dei membri della comunità di Mosca tenutasi nella Grande Sinagoga di Mosca, si sono svolte le elezioni per le posizioni di leader della comunità. Il rabbino Goldschmidt è stato rieletto rabbino capo per i successivi sette anni, anche se ora è in Israele per cenare con suo padre, in Israele. Il rabbino David Yeshuvayev è stato eletto rabbino ad interim, il dottor Grigory Roitberg è stato eletto presidente e il noto attivista, laureato alla Torat Chaim yeshiva di Mosca, è stato rieletto direttore generale della comunità. [Continua]

Come dicevo, siete delle teste di cazzo (e grazie all’amico Fulvio Del Deo che, a differenza di voi, si è preso la briga di cercare conferme alla “notizia”).

La terza riguarda la leggenda dell’eroica resistenza di tutto l’esercito unito e tutto il popolo unito pronti a combattere fino alla morte per la giusta causa di difendere l’integrità del suolo patrio dall’infame invasore, e non possono non vincere perché loro sono motivati dato che difendono la patria mentre i russi obbligati ad andare lì non sanno neppure per che cosa stiano combattendo.
Buona visione.

Sì, siete indiscutibilmente delle mastodontiche teste di cazzo
Concludo con una piccola preghiera. Forse, per almeno una delle richieste, non è ancora troppo tardi.

barbara

GURDARE IN FACCIA LA REALTÀ

Quella realtà che in troppi si rifiutano di guardare, o per interesse, o per ideologia malata.

GUERRA IN UCRAINA, REALTA’ E SOGNI

2 GIUGNO 2022

L’intera classe politica occidentale, da Joe Biden a Mario Draghi, dalla ministra tedesca della Difesa Baerbock (che a tratti pare essere il vero cancelliere) al premier polacco Morawiecki, è impegnata a ripetere ogni giorno, più volte al giorno, che la Russia deve essere sconfitta in Ucraina. Per la verità nelle ultime settimane c’è stato uno slittamento linguistico significativo: da “la Russia deve essere sconfitta” si è passati a “la Russia non deve vincere”, che forse è l’indice di una più cauta pretesa. Chissà. Però, anche quando ci fossimo ripetuti per l’ennesima volta ciò che tutti sappiamo ( ovvero che il cattivo, qui, è la Russia, l’invasore è il Cremlino, gli occupanti le truppe russe), ancora non potremmo sottrarci al confronto con la realtà dei fatti. Che in sintesi oggi dicono questo: dopo più di tre mesi di guerra la Russia non dà segni di volersi fermare; le sanzioni più massicce della storia (che come dice Draghi, si faranno sentire in estate…) non hanno ancora convinto la classe politica russa a cambiare linea; il territorio ucraino “occupato”, che era il 7% (tra Crimea e Repubbliche del Donbass) prima del 24 febbraio, ora è il 20%, e forse sarà di più nelle prossime settimane; e l’esercito ucraino, pur riorganizzato, rinforzato (nel 2021 Zelensky ha dedicato il 4,1% del Più alle forze armate), addestrato dagli ufficiali occidentali e armato (quasi) in ogni modo da mezzo mondo, in questa fase pare alle strette.
Certo, dal punto di vista politico di Varsavia, Londra o Washington ingolosisce la prospettiva di tagliare le unghie alla Russia, tanto più che i sacrifici di guerra li fanno gli altri, cioè gli ucraini. E poi in questi mesi ci è piaciuto fare il tifo per il più debole contro l’orso russo. È stato comodo trasferire sui nostri giornali ogni sorta di notizie e di false notizie abilmente diffuse da un sistema mediatico come quello ucraino, controllato dagli oligarchi (ne ho scritto nel numero di Limes appena uscito), messo al servizio del potere politico e infatti classificato, già prima della guerra, al 108° posto su 180 nella graduatoria mondiale della libertà di stampa (Russia al 156° posto). Comprese le fake news elaborate da Lyudmila Denisova, commissaria per i Diritti Umani che lo stesso Parlamento ucraino ha dovuto licenziare per non vergognarsi troppo. È stato divertente descrivere i militari russi come dei fessacchiotti senz’arte né parte e raccontare la guerra come una serie infinita di vittorie ucraine. Tutto bene. Peccato che ora la realtà dica altre cose.
E una delle cose che questa realtà dice è che sconfiggere la Russia o non farla vincere è possibile ma implica una conseguenza di cui troppo poco sia parla: assistere alla distruzione dell’Ucraina stessa. È un prezzo che siamo disposti a pagare? Anzi, per meglio dire, a far pagare agli ucraini? Sorprende la noncuranza con cui si parla di futuri piani per la ricostruzione dell’Ucraina, perché danno per scontato che sia inevitabile lasciarla radere al suolo da un’offensiva russa che, dai primi di aprile, cioè da quando il comando è stato affidato al generale Dvornikov, il “macellaio” che per la nostra informazione sarebbe già stato epurato, si è dedicata a demolire con cura l’intera infrastruttura del Paese, annientando fabbriche, ferrovie, stazioni, depositi, con gli effetti che ora vediamo sul campo. E tutto questo avviene nella parte decisiva per l’economia ucraina, quel “Donbass allargato” ricco di risorse naturali (per dire, è uno dei più grandi bacini al mondo di terre rare) che la Russia, con questa o quella formula, vuole annettere. Impediamo alla Russia di vincere in Ucraina e poi con un bel Piano Marshall tiriamo su tutto, è il ragionamento. Il bello, anzi il brutto, è che è più o meno lo stesso ragionamento che fanno i russi: tiriamo già Mariupol’ o Severodonetsk e poi distribuiamo aiuti umanitari e ricostruiamo, che problema c’è?
Sarebbe quindi ora di smetterla con le frasi fatte e con il finto coraggio di chi non partecipa al dramma. Per evitare di vedere l’Ucraina distrutta e con ogni probabilità smembrata, se non riportata alla situazione del Seicento, con la parte a Ovest del Dnepr controllata dalla Polonia e quella a Est dalla Russia, bisogna cercare un compromesso. Ovvero, un accordo in cui sia la Russia sia l’Ucraina perdono qualcosa rispetto alle intenzioni e alle speranze. Chi invece, da un lato e dall’altro, vuole proseguire la guerra abbia almeno la dignità di ammettere che pur di sconfiggere Putin è pronto a sacrificare l’Ucraina e gli ucraini. Il resto sono solo parole.
Fulvio Scaglione, qui.

Ucraina. L’ambiguità di Biden e le rivelazioni sul figlio

È inconsueto che il presidente americano parli al mondo attraverso un articolo di giornale invece che in un discorso, ma così è stato e ieri ha pubblicato sul New York Times un intervento in cui spiegava l’impegno Usa a sostegno dell’Ucraina, anche per rispondere alle domande, sempre più pressanti, di fare chiarezza sull’impegno Usa.
Nell’articolo, a parte la solita retorica, due aspetti rilevanti. Il primo è il tono moderato dello scritto: nessun insulto a Putin e la riaffermazione che gli Usa non sostengono un regime change in Russia né cenni sui crimini di guerra attribuiti a Mosca [ovvio: quando parla, anche se i discorsi glieli preparano, finisce sempre che, essendo demente, gli scappa di mano – o per meglio dire SI scappa di mano – mentre un articolo viene pubblicato così come lo hanno scritto]. Un passo indietro, dunque, rispetto a certi interventi estremi del passato.
Al di là delle solite accuse al nemico, non si rinviene neanche alcun cenno all’integrità territoriale dell’Ucraina o alla cacciata dell’esercito russo, solo la prospettiva di vedere la nazione preservata nella sua fisionomia “democratica, indipendente, sovrana e prospera” [tanto democratica da mettere fuorilegge tutti i partiti di opposizione e chiudere le televisioni non allineate; tanto indipendente da venire finanziata e armata e addestrata da anni da uno stato estero; tanto sovrana che un qualsiasi pincopallino straniero può far destituire un procuratore capo che indaga sui suoi loschi affari; tanto prospera da dover mandare le sue donne meno giovani in giro per il mondo a pulire il culo a vecchi invalidi e le più giovani a fabbricare figli per conto terzi – e, se sono vere le voci che corrono, ad assassinare bambini e neonati per venderne gli organi] e un rilancio della soluzione diplomatica, che deve essere il fine della difesa ucraina, come peraltro ha detto Zelensky.
Insomma, una prospettiva che si può definire relativamente distensiva, come notato anche dai media russi. Connotazione che appare ribadita nella conclusione, nella quale spiega che l’America rimarrà a fianco dell’Ucraina “nei mesi a venire”… cenno significativo perché non resta nell’indefinito, ma ha una qualche scadenza: non una guerra infinita, quindi, ma  di “mesi” (fino alle midterm di novembre?).
La seconda cosa, in contrasto con quanto rilevato sopra, è la dichiarazione riguardo all’invio di missili all’Ucraina (oltre all’altro armamentario elencato nello scritto). Su tali missili si è svolto un braccio di ferro intenso quanto segreto nel cuore dell’Impero, con Biden che aveva fatto trapelare il suo niet all’invio di sistemi missilistici a lunga gittata, raccogliendo un accennato plauso dei russi per la “saggezza” dimostrata.
E, però, sono tante le ombre sul sistema missilistico effettivamente inviato, che pare sia tarato per colpire a 80 Km di distanza, collocandolo nella sfera dei missili a medio raggio. In realtà, le informazioni in merito all’effettiva gittata sono contraddittorie e tali da non escludere sorprese. L’unica cosa che si sa per certo è che gli americani hanno dichiarato che le autorità ucraine hanno assicurato che non saranno usate contro il territorio russo [e le autorità ucraine sono un uomo d’onore].
I russi, ovviamente, non si fidano di tale rassicurazione e parlano di escalation, riguardo la quale hanno annunciato che prenderanno contromisure adeguate, sia sul campo di battaglia che altrove (in parallelo, hanno svolto esercitazioni con il loro arsenale atomico).
L’ambiguità che permea la fornitura di tale armamento rende la decisione di Biden rischiosa.
In realtà i missili non cambieranno molto sul campo di battaglia, al massimo infliggeranno più perdite ai russi, ai quali, però, resterà il controllo della situazione in Donbass. Ma cambierà molto se tali ordigni saranno lanciati contro la Russia, che potrebbe reagire (non con l’atomica: ha varie opzioni alternative).
Tanta ambiguità a rischio contrasta con il precedente niet di Biden sui missili a lungo raggio, come se fosse stato costretto a piegarsi a pressioni indebite. A tale proposito, va registrato che proprio in questi giorni il segretario della Nato Jens Stoltenberg è volato in America.
Il Superfalco avrà sicuramente unito la sua voce a quelle dei falchi made in Usa, vincendo il braccio di ferro [nel caso qualcuno ancora dubitasse del fatto che Biden è una marionetta messa lì unicamente per obbedire alla cricca che tira i fili, cosa mai riuscita con Trump]. Una vittoria che trapela anche dalle dichiarazioni che ha reso durante la ripartenza dagli Stati Uniti, quando ha avvertito il mondo di prepararsi a una lunga guerra di “logoramento“.
Per inciso, altre volte abbiamo accennato a come nei momenti più cruciali  riemerga il caso del portatile di Hunter Biden, coincidenze che fanno immaginare, magari a torto, che lo scandalo sia brandito per fare pressioni sulla presidenza.
Puntuale, la vicenda è riemersa anche in questa occasione chiave, con il suo bagaglio di rivelazioni inquietanti, che stavolta contenevano anche riferimenti a un indefinito “papà”. A ritirare fuori la vicenda è stato il britannico Daily Mail, vicino ai conservatori del Regno Unito, l’ambito più ingaggiato nella guerra ucraina.
Al di là delle coincidenze temporali, resta che all’interno dell’Occidente si assiste a una lotta tra quanti tentano di chiudere in qualche modo il conflitto (per impedire che travolga il mondo) e quanti vogliono trasformarlo nell’ennesima guerra infinita (o di logoramento che dir si voglia), nulla importando i rischi di escalation.
Biden ci sta provando, appoggiandosi sembra al Pentagono, ma non ha la forza dalla sua, da qui la pericolosa ambiguità operativa che si dipana in parallelo all’altisonante retorica.
Resta che il New York Times in calce all’articolo del presidente ha voluto richiamare il suo precedente editoriale, nel quale il giornale della Grande Mela chiedeva l’avvio di un negoziato permeato di realismo (ne abbiamo riferito in altra nota). E lo ha accompagnato pubblicando, nello stesso giorno, il j’accuse di Christopher Caldwell contro l’amministrazione Usa, colpevole più di altri del prolungarsi di questo conflitto.
La dialettica è destinata a durare, come anche la guerra ucraina.
3 giugno 2022, qui.

E a proposito di armi, guardate come sono belle le nostre. Se ci fate attenzione, lo dice anche lui: “ocen krasiva”, molto bella:


Poi ci sarebbe questo signore

“L’ucrainizzazione dell’Europa ha avuto inizio. Chi come il Pd ha organizzato eventi con questo signore e riso per le sue simpatie neo-naziste ha le responsabilità maggiori. Noi non dimentichiamo.” (Qui)

Ora vediamo le navi tenute in ostaggio dall’Ucraina, con gli equipaggi nutriti dai russi

Concludo con due immagini molto recenti, che sembrano di un’altra era geologica: Putin che riceve Angela Merkel a Mosca

e Angela Merkel che riceve Putin a Berlino

A proposito: avete mai visto un capo di stato (in prima battuta avevo scritto “uno statista”, ma poi mi sono resa conto che nessuno dei miei lettori è abbastanza vecchio da averne mai visto uno), o un qualsiasi politico italiano, commuoversi tanto all’ascolto del proprio inno nazionale da dover fare un visibile sforzo per non piangere?

barbara