IL SESSO PRESSO L’ISLAM

L’Imam Khomeini, sciita, aveva emesso una fatwa che rendeva lecito il godimento sessuale tra le cosce di una poppante. Era nel suo libro I mezzi della salvezza (Tahrir al-wasila), in risposta alla domanda 12 p. 216: «Non è consentito montare la moglie prima che abbia compiuto 9 anni, che la fornicazione sia completa o interrotta, mentre tutti gli altri piaceri come toccare con desiderio, l’intreccio, il godimento tra le cosce, tutti sono buoni, anche con una bambina all’età dell’allattamento.» … Questa fornicazione è presente anche nei libri degli stessi studiosi sunniti più rinomati. (qui, traduzione mia)

Tu chiamale se vuoi emozioni.

barbara

Annunci

IL BAMBINO CON I PETALI IN TASCA

Esiste l’inferno? Sì, esiste; non in un qualche eventuale, possibile, ipotetico aldilà bensì in un fin troppo concreto aldiqua. Nel caso di questo – molto realistico – romanzo di tratta di Bombay, ma potrebbe essere qualunque altro posto dove gli “scarti” della società tentano di sopravvivere destreggiandosi tra regole del gioco non stabilite da loro ma da chi meglio degli altri ha saputo annientare in se stesso ogni residuo di coscienza e di sentimenti umani. Ed ecco dunque questa folla di reietti, bambini che mendicano e rubacchiano, quelli più grandi che rubano e spiano e a fine giornata versano al capo tutto il ricavato del loro “lavoro”. Tentare di imbrogliare costa caro: un occhio (non in senso metaforico), un pezzo di lingua, un orecchio, uno squarcio su tutta la faccia, o magari anche di peggio. Tutti laceri e sporchi, tranne il bambino bello, sempre pulito e ben vestito, che viene portato al “lavoro” in auto, e sempre in auto riportato poi alla base, dove si accascia sfinito coi pantaloni macchiati di sangue. E una cosa è chiara fin dall’inizio, fin dal momento in cui un nuovo dannato vi inciampa dentro: non esistono uscite. Non esiste la possibilità, neppure teorica, di uscirne. Non esiste la speranza di uscirne, di andare altrove, di cambiare vita.
Buio assoluto, dunque, senza un barlume di luce, senza riscatto? Forse no. Forse, dopotutto, no.

Anosh Irani, Il bambino con i petali in tasca, Piemme
ilbambinoconipetaliintasca
barbara

LE BAMBINE SILENZIOSE

Silenziose prima, perché chiuse nell’appartamento del pedofilo che le ha rapite, e impossibilitate a comunicare col mondo mentre lui le stupra a turno, ripetutamente, e le terrorizza raccontando loro di un vicino tanto cattivo che sicuramente salterebbe loro addosso se tentassero di scappare, mentre lui è tanto buono, tanto gentile (“credete forse che un altro si prenderebbe la briga di usare il lubrificante?”)
E silenziose dopo, per il tremendo trauma subito, silenziose perché anche dagli psicologi che sono stati ingaggiati per aiutarle si sentono violentate in questa continua richiesta di parlare, di raccontare, di rivivere. Silenziose perché non tutto si può raccontare, non tutto si riesce a tirare fuori, non tutto si riesce a guardare in faccia. E silenziose anche fra di loro, ad un certo punto, perché la tragedia vissuta riesce, sia pure solo temporaneamente, a spezzare anche la loro meravigliosa amicizia, a guastare quella straordinaria complicità che aveva permesso loro di trovare la forza di resistere durante i terribili giorni del sequestro.
Questo, a differenza del precedente, non è un romanzo: è la storia vera di due bambine inglesi di dieci anni, rapite mentre stanno andando a scuola da uno dei tanti, troppi immondi esseri subumani che infestano il nostro pianeta. È la storia del loro mondo, delle loro famiglie, del loro rapimento, del difficile, dolorosissimo ritorno alla vita, della rottura, altrettanto dolorosa, del loro legame e del successivo riannodare i fili spezzati.
charlene e lisa
È una storia purtroppo simile a infinite altre – e tante altre storie si sono concluse con delle piccole bare bianche, o con una scomparsa senza ritorno. Si sta male, a leggere queste storie, eppure bisogna farlo, ché non si aggiunga, al loro silenzio innocente, anche il nostro silenzio colpevole e complice.
lebambinesilenziose
Charlene Lunnon – Lisa Hoodless, Le bambine silenziose, Newton Compton

barbara

AMABILI RESTI

Che poi, se vogliamo essere precisi, dovrebbe intitolarsi “Amabile resto” perché il resto in effetti è uno solo: un gomito, per la precisione, scappato fuori dal sacco del pedofilo assassino che l’aveva violentata, uccisa e poi fatta a pezzi, per meglio liberarsi delle ingombranti prove del delitto.
A raccontare la storia è Susie, la vittima: ci narra di come è stata intrappolata e tutto il resto, e poi continua a raccontarci quello che è successo dopo la sua morte, le reazioni dei suoi familiari, le indagini, che nonostante le prove che via via emergono non arrivano a incastrare l’assassino, la decisione del padre di farsi allora giustizia da solo. Parla anche di se stessa, del posto provvisorio in cui si trova, e dal quale, per il momento, può vedere ciò che accade sulla terra, e nel quale incontra anche tutte le altre vittime del suo assassino.
Potremmo aspettarci qualcosa di macabro, da una storia così, o di greve, e invece non lo è, neanche un po’. È una storia bella, avvincente, un po’ triste ma neanche poi tanto; ed è profonda indagine psicologica delle reazioni di persone normali di fronte a una vicenda che di normale non ha nulla, ed è descrizione e racconto di relazioni umane, di sentimenti, ed è anche un cercare di entrare nella mente dell’assassino – e questa è una cosa che Alice Sebold conosce bene, vittima, al tempo dell’università, di un brutale stupro. Che potrebbe sembrare un pleonasmo, perché come potrebbe mai uno stupro non essere brutale? E invece ci vuole, perché il suo è stato davvero uno stupro eccezionalmente brutale, al punto che il libro autobiografico in cui narra la vicenda si intitola Lucky, fortunata: fortunata ad essere uscita viva da una cosa come quella, come le dice anche l’agente di polizia che raccoglie la denuncia. E insomma è un libro bello, che si legge bene, che non crea incubi né crampi allo stomaco, e vale davvero la pena di leggerlo (ma la copertina dell’edizione italiana, lasciatemelo dire, è veramente orrenda).

Alice Sebold, Amabili resti, edizioni e/o
amabiliresti
barbara

IL BURQA FIN DALLA PRIMA INFANZIA

No, non lo dice il Corano. E non è legge da nessuna parte. E non è un’opzione generalmente condivisa dai musulmani. Però c’è stato uno sceicco saudita che lo ha suggerito. Il motivo? Proteggere le bambine dagli stupri. Che con mezza briciola di logica uno si chiede: ma se uno è propenso a stuprare una bambina di uno o due anni, in che modo un burqa dovrebbe fermarlo? A parte il fatto che anche fra le donne adulte gli stupri sono molto più numerosi là dove vige la copertura totale che nelle nostre peccaminosissime contrade di minigonne e scollature e trasparenze e sculettamenti a go-go, uno – come pretesto, sia ben chiaro, NON come argomento – potrebbe dire io se vedo tette al vento, culi strettamente fasciati, pelle esposta a ettari, mi eccito e perdo il controllo. Potrebbe. Ma una bambina di un anno deve nascondere viso o mani perché se li vedi ti ecciti?! Castrazione a manetta, cazzo! Castrazione meccanica e non chimica! Palle e uccello insieme, e senza anestesia, mi raccomando.
burqabebè
barbara

VOGLIO LA LEGGE DEL FAR WEST

VOGLIO LA GIUSTIZIA SOMMARIA
VOGLIO LA GIUSTIZIA FAIDATE
VOGLIO I GIUDICI SULLA GHIGLIOTTINA
ANZI NO, LI VOGLIO DECAPITARE CON UNA SEGA POCO AFFILATA E MOLTO ARRUGGINITA

Roma: pedofilo torna a vivere nello stesso palazzo della vittima

Scritto da: Renato Marino – giovedì 22 agosto 2013
Quando nel 2011 fu condannato per pedofilia per aver abusato di una bambina vicina di casa nessuno si sarebbe aspettato che un giudice potesse revocargli il divieto di dimora facendolo tornare a vivere nello stesso palazzo in cui abita la ragazzina.
Lei, che oggi ha 13 anni, è stata costretta a subire atti sessuali dal 2005 al 2008. Solo nel 2010 riesce a rompere il muro del silenzio e a raccontare tutto alla madre che denuncia il vicino. Poi il processo e la condanna dell’uomo a tre anni, con rito abbreviato. Sentenza confermata anche in secondo grado a maggio di quest’anno.
Il mese scorso la corte di appello di Roma – con il parere negativo della procura generale – revoca il divieto di dimora per l’uomo giustificando la decisione con “il tempo trascorso dall’adozione della misura” e “l’età avanzata dell’imputato”.
Incredibile ma vero. In sostanza non si ritiene che esistano più esigenze cautelari. Un nuovo ricorso viene rigettato sempre dalla corte d’appello il 9 agosto con questa motivazione:
“Non emergono, neanche dall’istanza del difensore della parte civile allegate alla richiesta del procuratore generale, elementi per ritenere la sussistenza del concreto pericolo di reiterazione del delitto oggetto di condanna”.
Il pedofilo in questione, racconta stamattina La Repubblica, è un ex militare in pensione. Tutto inizia nel 2005. La madre della giovanissima vittima, è rimasta vedova. Per andare al lavoro la donna prende l’abitudine di lasciare spesso la figlia ai vicini di casa, marito e moglie, che abitano al piano di sopra e si dimostrano disponibilissimi.
Lì, in quell’appartamento, secondo le indagini e le successive pronunce dei giudici, per tre anni si consumano le violenze. Ma l’uomo è potuto tornare lo stesso ad abitare accanto alla sua vittima. (qui)

Allora, la mano d’opera la metto io; il materiale chi me lo procura?

barbara

E A QUESTI CHE COSA DOVREMMO FARE?

Venezia: bimbo costretto a vedere il padre presunto pedofilo

Scritto da: Renato Marino – giovedì 25 luglio 2013

Querela per una psicologa e un’assistente sociale.

Un bambino costretto a vedere il padre presunto pedofilo. È quanto denuncia l’avvocato Francesco Miraglia del foro di Modena che ha querelato una psicologa e un’assistente sociale di un consultorio dell’Alta Padovana, facente capo all’Ulss numero 15.

Il legale spiega:

«Il figlio della mia assistita viene costretto dai servizi ad incontrare il padre, dopo che l’uomo è stato rinviato a giudizio con l’accusa di aver compiuto abusi sessuali. L’uomo aveva molestato anche la sorellina. Nel 2007 la donna sospetta che il compagno molesti la figlia e quest’ultima, interrogata nel Tribunale di Padova, racconta di come sia stata obbligata dall’uomo a vedere film pornografici, a denudarsi davanti a lui e di come questo adulto la ritenga “l’unica donna della sua vita”, invitandola poi, compiuti i quattordici anni, a vivere insieme per essere una famiglia. Il fratello più piccolo, nel frattempo, viene obbligato a chiamare “mamma” la sorella e a subire i primi abusi. Il bimbo già all’epoca comincia a dare i primi segni di insofferenza. Il suo comportamento cambia ogni volta che incontra il padre che, nel frattempo, non abita più con loro. Anche il bambino viene ascoltato dal Giudice e nel 2012, l’uomo viene rinviato a giudizio con l’accusa di violenza sessuale sul proprio figlio.

Ma nonostante tutto questo:

«il Tribunale per i Minori di Venezia obbliga il piccolo a vedere comunque il padre presso i Servizi sociali. Il bambino non approva la scelta e manifesta più volte il suo dissenso, anche davanti agli stessi operatori. Nel giugno scorso i Servizi sociali vengono invitati a presentare una relazione al Tribunale per i Minori di Venezia. La donna si sente “accusare” dagli operatori del Servizio di manipolare il figlio a suo favore. Tutte queste accuse non solo non sono supportate da documenti, da testimonianze, ma denotano come ci sia stato un vero e proprio accanimento contro la donna, che io ritengo ingiustificato. Se il figlio non incontra il padre, è stato detto alla madre, l’alternativa è l’allontanamento».

L’azione legale dalla mamma del bambino contro la psicologa e l’assistente sociale, per estrometterle dal caso, è scattata a fine giugno. Gli abusi sarebbero avvenuti quando il figlio della donna aveva 3 anni e la figlia 11. (qui)

Della vicenda avevo già parlato qui, questo ne è l’aggiornamento. Servono commenti? Poi magari aggiungiamo la graziosa sentenza che, proprio in questi giorni, ha stabilito che i membri di un branco che commettono uno stupro di gruppo non devono andare in galera, e aggiungiamoci anche questi altri di cui ho parlato qualche giorno fa. Poi qualcuno ha anche il coraggio di gridare alla barbarie se alla fine uno decide di farsi giustizia da sé.

barbara

NADA AL-AHDAL HA 11 ANNI

Anzi, per la precisione, dieci anni e tre mesi. Nada, bambina yemenita, è cresciuta nella casa dello zio, in un ambiente culturalmente ricco in cui ha avuto la possibilità di studiare e imparare il canto. Ma quando un ricco yemenita residente in Arabia Saudita l’ha chiesta in moglie, i suoi genitori hanno cercato di riportarla in famiglia allo scopo di ricevere i soldi per la sistemazione. Di fronte al suo rifiuto, la madre ha minacciato di ucciderla (per “motivi di onore”). La coraggiosa Nada è riuscita a sfuggire, con l’aiuto dello zio, che ricorda anche una zia della bambina, costretta a sposarsi a 13 anni e suicidatasi dandosi fuoco. Questo il messaggio di Nada al mondo:

Altre storie di spose bambine qui e qui.

barbara

DEDICATO A TUTTI GLI AYATOLLACCI

Voi, sì. Voi omuncoli che vi arrogate il nome di uomini. Voi che avete annientato la cultura di un’intera nazione. Voi che avete ucciso il diritto, assassinato la giustizia, devastato la società, cancellato l’umanità, annullato la pietà. Voi che avete fatto della tortura il più amato dei passatempi, tutti, senza eccezioni, anche quando vi presentate al mondo camuffati da riformisti e moderati
Khatami torture
Voi che ritenete legittimo stuprare bambine in età da asilo.

Voi che punite severamente chi si ribella alla vostra cultura di morte, perfino quando manifesta il proprio amore per la vita giocando con l’acqua. Voi. Io lo so che cosa vi muove. Io lo so perché fate tutto ciò che fate. Voi lo fate perché

Ma prima o poi, sappiatelo, sarà la vostra stessa merda a sommergervi e soffocarvi (e quando arriverà il momento, ricordate che una cosa abbiamo imparato bene da voi: non facciamo prigionieri).

barbara