MA RIUSCITE A TROVARLA UNA PIÙ OCA DI QUESTA?

Che è sempre la stessa della “gender archaeology”. Il suo pippone è una palla pazzesca, ma lo dovete leggere perché dentro ci sono alcuni miei commenti, che non vi potete assolutamente perdere.

Ieri su Instagram stavo seguendo la diretta di un amico che per altro stimo molto, e a cui voglio un gran bene. Si parlava di Montemagno e del suo video su cosa devono fare o non fare le donne, in generale. L’amico invitava a riflettere le donne sul fatto che hanno il diritto di vestirsi come meglio credono, certo, ma che se indossano la minigonna in determinati contesti e quartieri, poi devono rendersi conto che rischiano fischi, molestie o peggio, e quindi sarebbe meglio non metterla. Come sarebbe meglio non andare in giro sole di notte in certi posti, perché si rischia. E che questa è una questione di buon senso, una misura transitoria mentre lui, che è psicologo, si occupa certo di educare i maschi e la società si evolve fino ad accettare che le donne possano indossare quello che vogliono e andare in giro quando a loro pare.

Io confesso mi sono incazzata. E non tanto con lui, ma con il ragionamento sotteso. Che sarà fatto in nome del buonsenso, e vuole magari essere pratico, ma di fatto non lo è, e persino peggiora la situazione.


1. La minigonna

A parte il fatto che davvero a me cascano le braccia a pensare che nel 2021, in Italia, cioè un paese occidentale avanzato, si debba consigliare una donna di non mettere la minigonna (o la scollatura, o i leggings) in determinati contesti perché rischioso. Ma stiamo scherzando? Se la mettevano le nostra nonne e noi ancora qui stiamo? [Tu hai 49 anni e no, tua nonna non portava la minigonna, a meno che sia tua madre che tua nonna non abbiano partorito a 15 anni] Ma che razza di società abbiamo costruito se ancora la minigonna è considerata… boh, pericolosa? [Non so come si chiami – né se abbia un nome – l’equivalente orale dell’analfabetismo funzionale; tu comunque hai quella cosa lì]

2. La minigonna in pubblico e le molestie

No, non è la minigonna. O i leggings. O la scollatura. Piantiamola una volta per tutte di dire che le molestie (che possono andare dal fischio per strada all’aggressione sessuale) sono motivate dai vestiti che una indossa. Le donne sanno bene che riceviamo commenti sconci ovunque, e non solo nei quartieri degradati o pericolosi, e comunque siamo vestiti. A me capitò in dipartimento all’università, e quello che commentò a voce alta il mio c*lo era uno stimatissimo professore universitario, attorniato dai suoi alliev* [preposizione articolata maschile, aggettivo possessivo maschile, ma alliev* con l’asterisco: lo vedi che sei cretina?]. Ah, ero vestita in jeans,per la cronaca [cioè l’indumento in assoluto più adatto a mettere in risalto il culo]. E l’asterisco è dovuto al fatto che nel gruppo a ridacchiare c’erano anche allieve femmine.

Il punto è che le molestie non nascono dal desiderio sessuale, e la provocazione che il molestatore sente non è quella della pelle scoperta o del sesso. Le molestie sono il modo con cui qualcuno ti “rimette a posto”. Il compito professore universitario non era in realtà attratto dal mio c*lo, che per altro non è mai stato granché. Era infastidito perché non lo filavo, e gli dava fastidio che in quella che considerava la sua biblioteca e il suo territorio di potere una ragazza caruccia e senza potere non mostrasse per lui alcuna attrazione e pensasse di potersi laureare senza la sua intercessione o protezione. Minavo le sue sicurezze [“visto gente quanto sono potente? Eh? Ho mandato in crisi il professore!”], per questo mi voleva rimettere a posto e chiarire che io potevo anche credermi libera e intelligente, ma in realtà ero e dovevo rendermi conto di essere solo un oggetto a sua disposizione. [E di fronte a questo sublime saggio di socio-psico-antropologia noi restiamo putrefatti]

Le molestie e le aggressioni partono da questo, servono a rimettere a posto, al “loro” posto, le donne che “alzano la testa”. Si mettono i vestiti che pare a loro, decidono di essere seducenti a prescindere dal fatto di avere un maschio che le protegge e a cui appartengono, ridono, scherzano, parlano a voce alta, si divertono, escono da sole. Devono essere ricondotte quindi al loro ruolo con le offese, la pubblica umiliazione, se serve le mani addosso per picchiarle e per stuprarle. Così capiscono che non si fa. E così le altre capiscono che chi lo fa viene punita. [Vedi sopra. E si constata che la Signorina non deve avere mai sentito parlare di ormoni]

3. Per questo dire di non vestirsi o comportarsi in un certo modo [che NON è quello che il tizio ha fatto] NON è la soluzione

Se il punto è che le molestie ti vogliono “rimettere a posto” [tesoro dolce, tu hai deciso che il fischio o il commento vogliono dire quello: confondere le proprie personali e spesso bizzarre opinioni con la verità assoluta si configura come una psicopatia grave e pericolosa. Per sé e per gli altri] insegnandoti che certi comportamenti tu, da donna, non te le puoi permettere, dire alle donne che non devono indossare la minigonna in certi contesti, o andare in giro da sole è profondamente sbagliato, inutile, è pericoloso.

Perché così il molestatore ottiene esattamente quello che voleva. Le donne accettano l’idea che NON devono fare certe cose. E che per altro, prevenire le molestie o le aggressioni è un problema loro, non della società. Perché sono loro che hanno comportamenti a rischio.

Per la società questo è un alibi comodo, perché il problema viene risolto per rimozione. Se il quartiere è pericoloso, non si prendono provvedimenti per migliorare la sicurezza. Basta che le donne stiano a casa o non escano vestite in maniera provocante. È una soluzione a costo zero che scarica il problema sulle vittime. [I film che riesce a farsi questa, ragazzi, è roba da non credere. E pensate che anche i suoi “libri di Storia” li costruisce così, e guai a farle notare che, per esempio, quella cosa lì al tempo di Giulio Cesare non c’era ancora: tuoni e fulmini si scatenano immantinente sul malcapitato]

È un po’ come dire che se ti pigliano in giro perché sei grasso, la soluzione è che ti metti a dieta così non ti prendono più in giro.

Poi ti prendono in giro lo stesso, magari, ma sono problemi tuoi, non della società. Ti intestardisci a essere grasso, nero, gay oppure donna, e a voler fare una vita come tutti gli altri. È chiaro che provochi, a questo punto.

4. Se la minigonna e un problema, allora usciamo tutt* in minigonna. [l’asterisco è per dire che oltre alle donne devono uscire in minigonna anche tutti gli altri sessi?]

Caspita, eppure sembra semplice da capire. Se dici alle donne che non devono uscire vestitite in un certo modo, o in certi orari, o non da sole, o in certi posti, non le aiuti. Perché rendersi ancora più difficile uscire o indossare determinati abiti a chi lo vuole [?]. Se x mette la minigonna da sola, si prende una caterva di fischi e il quartiere considera figo chi fischia, perché è l’uomo forte che la rimette a posto. Risultato nessuna più metterà la minigonna, per evitare i fischi e per evitare di essere considerata una sgu@ldrina. Risultato, il problema sarà peggio di prima.

Se tutte nel quartiere escono con la minigonna, anche la madre e le sorelle del tizio che fischia, il problema si risolve.

Per cui no, non dobbiamo dire alle donne che non devono vestirsi in un certo modo, e nemmeno che non devono postare su Instagram come fa Montemagno foto svestite perché sennò non vengono “prese sul serio”. Dobbiamo dire alle donne che invece devono fare QUELLO CHE VOGLIONO E FARLO DI PIÙ. e se serve organizzare nei quartieri a rischio manifestazioni in cui tutte andiamo in giro con la mini e la scollatura, e ci muoviamo alle due di notte da sole, per costringere le autorità e la società a capire che il problema esiste e siamo stufe di vedere limitata la nostra libertà.

E non è accettabile che ci si dica che dobbiamo arrangiarci noi e autolimitarci e portare pazienza finché la società non diventa pronta. La società si deve dare una smossa, perché noi pronte lo siamo e non vogliamo più aspettare.

Perché finché non faremo così, non ci muoviamo, metaforicamente e letteralmente.

E io sono stufa di essere una cittadina con meno diritti solo perché sono donna, ecco. (qui)

Stendendo un velo pietoso sul solito piagnisteo, dopo una serie di commenti osannanti, arriva una che dice:

Mah. Io evito le situazioni di rischio, mettiamola così. Se so che in un determinato contesto potrei incorrere in situazioni spiacevoli, evito e basta. Mi piacerebbe molto pensare ad un mondo giusto che mi prende per mano in caso di pericolo ma la vedo dura al momento. Questo non mi ha impedito di cambiare nazione, affermarmi sul lavoro ed essere autonoma/indipendente. Diciamo che le situazioni vanno valutate caso per caso. Sia chiaro: IO mi regolo così, non deve valere per tutte.

E l’oca Signorina risponde:

visto che i commenti te li possono fare ovunque, però, non esistono situazioni a rischio. E se passa questo modo di pensare, andiamo in giro in burka. E ancora avrebbero da ridire.

Una cosa la dobbiamo riconoscere: come sa fare le capriole lei non le fa nessuno. Spostando per un momento l’ambito, mettiamola così: se io cammino a mezzogiorno sul marciapiede di una strada cittadina, posso essere sicura al 100% che non mi capiti di essere investita? No, naturalmente: le sicurezze assolute non esistono. Quindi tanto vale che vada a camminare all’una di notte sulla Nazionale in un tratto senza marciapiede e senza illuminazione. Se per andarci mi vesto di bianco e metto le scarpe coi catarifrangenti, posso essere sicura al 100% che nessuno mi investa? E ovviamente la risposta è ancora una volta no. E allora tanto vale che mi vesta di nero, perché io proprio oggi ho voglia di vestirmi di nero e non accetto che il primo imbecille di maschio patriarcale fallocratico mi venga a predicare come mi devo vestire. Ecco: da “non esistono posti sicuri al 100%” e “non esistono situazioni sicure al 100%” la deficiente di turno, con una strepitosa capriola avvitata carpiata scaravoltata, deduce che “non esistono situazioni a rischio”. E quindi entra pure a mezzanotte in un bar pieno di ubriachi in minigonna e tacchi a spillo, che tanto ti possono violentare anche in piazza a mezzogiorno coperta fino ai piedi; vai pure coperta di gioielli in una zona di drogati sempre sull’orlo di una crisi d’astinenza e in cerca di soldi, che tanto ti possono derubare anche in chiesa alla messa di mezzogiorno; ubriacati pure fino a non capire più niente che tanto ti possono aggredire anche da sobria. La cosa strabiliante è l’ottusità con cui continua a ripetere il suo mantra a qualunque argomento ragionevole che le viene opposto – come potrete constatare se avete il tempo e la voglia e soprattutto lo stomaco di immergervi in quella cloaca -, e se il mantra non basta a convincere l’interlocutore, tira fuori dalla roccia la sua infallibile Excalibur: “Tu non hai capito”, e se si ostina a non voler capire lo banna. Il tizio che tanto l’ha fatta indignare e inorridire mi sembra – a quanto riferisce lei – che lo dica chiaro e tondo: io sto lavorando sugli uomini, ma siccome non posso rivoltarli come un calzino da oggi a domani, sarebbe meglio che, nell’attesa della redenzione universale, non gli facilitaste il compito, e questo, nella sua povera testolina da ritardata indottrinata, diventa un tentativo di riversare la colpa sulle donne, di tenerle come schiave, docili e sottomesse. Poi, a suo sostegno, arriva quest’altro fenomeno:

io per andare a lavorare in televisione [si noti: in televisione, che non vi immaginiate che sia una poveraccia che lavora, che so, in un bar, o in qualche altro simile squallido posto] dovevo passare a piedi su un cavalcavia malfamato, così mi cambiavo in studio. Giaccone nero, jeans neri, l’unica cosa che a volte avevo erano i tacchi, eppure ogni santa domenica molestie verbali a manetta. Ho continuato a farlo perché, se fossero passati ai fatti, non volevo dare materiale all’avvocato difensore. Perché nei tribunali il “com’era vestita” è sempre un argomento in voga.

E, a parte le idee che espone, sembrerebbe che la ragazza, benché figlia e nipote di insigni linguisti, abbia qualche grosso problema con la lingua italiana, ossia sembrerebbe credere che “malfamato” e “pericoloso” siano sinonimi. Ma, contrariamente a quanto sembra credere la spocchiosa ignorantella, i due termini indicano due realtà che occasionalmente possono anche sovrapporsi, ma non necessariamente lo fanno. Mia madre per esempio da ragazza viveva in un borgo malfamato, col bordello e con l’osteria sempre piena di ubriachi, ma non l’ho mai sentita parlare di aggressioni, violenze o altro del genere. Però “malfamato” fa più figo, fa tanto bassifondi di Parigi, Victor Hugo, Émile Zola. A parte questo, chiunque di noi ha sentito parlare di cittadine malfamate, quartieri malfamati, strade malfamate, ma un cavalcavia? Un cavalcavia malfamato? E poi: un cavalcavia sopraelevato, sempre ben illuminato, visibile da molte posizioni? Quanti delitti, quante aggressioni avverranno mai sui cavalcavia? E si noti che anche lei, come l’oca Signorina sembra mettere sullo stesso piano i commenti da una parte e aggressioni, violenze e stupri dall’altra, e una cosa sembra chiara: queste due oche giulive non hanno la più pallida idea di che cosa sia un’aggressione, non hanno la più pallida idea di che cosa sia la violenza, non hanno la più pallida idea delle cose di cui pretendono di parlare. E questa, come per le signorine mitù, è una cosa vergognosa nei confronti di chi la violenza la subisce davvero. Noto infine che, a quanto pare, più sono cozze e più raccontano di fischi e commenti e richiami, come la povera figlia di Eros Ramazzotti, che poverina è davvero tanto bruttina – non brutta, intendiamoci, brutta è un’altra cosa, ci sono donne brutte capaci di farti perdere la testa in un quarto di secondo, ma la bruttina no, non è che dici oddio guarda quella quanto è brutta, no, la bruttina proprio non la vedi – che pubblica articoli per denunciare il catcalling e immediatamente da ogni parte d’Italia un grido di dolore unanime si è levato dal petto di ogni donna onesta dalla virtù insidiata da tale infame pratica (che io poi la volta che a quasi cinquant’anni ho incrociato uno sul marciapiede e poi quello si è girato e dopo avermi guardata ha commentato “bel culetto”, col cazzo che mi sono offesa. Per dire). Quelle due invece appartengono a un’altra categoria ancora, quella delle cozze, appunto. La seconda, quella del povero cavalcavia malfamato, ha purtroppo ereditato dal padre tutta la smisurata bruttezza e tutta la incommensurabile stronzitudine, e visto che gli assomiglia così tanto in tutto, immagino che sicuramente condividerà con lui  anche il tifo per hamas. L’oca Signorina invece, oltre che da intellettuale, e da italianista, e da storica, e da antifa con tanto di logo esibito, e da coltissima, e da intelligentissima, se la tira anche da gran gnocca, e riempie il profilo di foto così

(tutte le foto sono pubbliche nel suo profilo, visibili a tutti, quindi non credo di commettere una scorrettezza pubblicandole anch’io). Solo che poi capita che si distrae, e per mostrare quali attitudini intellettuali coltivi e in quali coltissime attività trascorra le sue giornate festive, ne pubblica una, di pochissimo posteriore alla precedente, non più di un anno o due (precisazione assolutamente necessaria) senza filtri e senza photoshop

Aggiungo ancora che ha la buona abitudine, ogni volta che qualcuno le muove una critica, di farci un post per dire peste e corna del malcapitato di turno, magari dopo averlo bannato e bloccato in modo che quello non può vedere le cose che lo riguardano. Questo per dire che quello che sto facendo adesso io sputtanandola nel mio blog, è esattamente quello che lei fa regolarmente una volta alla settimana come minimo. Se poi per caso dovesse venire a conoscenza di questo post e sentirsene offesa, le posso rispondere fin d’ora che non occorre che mi ringrazi: l’ho fatto volentieri.

Comunque, battute e pettegolezzi a parte, questa gente, oltre che cretina, è anche estremamente pericolosa, perché a leggere queste puttanate ci vanno anche ragazze giovani, spesso sprovvedute, che si bevono come coca cola tutte queste ridicole ideologie, che si convincono che “io ho il diritto di andare dove mi pare, vestita come mi pare, e comportarmi come mi pare” e lo fanno, perché tanto poi se succede qualcosa la colpa è dell’aggressore. Il che è vero: la colpa è indiscutibilmente dell’aggressore, ma la lezione su quanto poco la rivoluzione dei costumi assomigli a un pranzo di gala la paghi tu, sulla tua pelle. Per colpa – anche – di quattro galline dal cervello di gallina convinte di potersi mettere in cattedra e impartire lezioni di vita perché la loro ideologia è più bella di quella di chi preferisce evitare, quando può, di sfidare il pericolo. Sono, queste galline, come quei bambini che si mettono due dita sugli occhi e strillano felici “Non mi vedi più! Non mi vedi più!”, ignari che con gli occhi chiusi sono un bersaglio molto più facile. Solo che loro hanno due anni, non cinquanta.

barbara

CHI HA IL CORAGGIO DI DIRE CHE IL M5S È UN PERICOLO PER L’ITALIA?

Ritengo sia il caso di dedicare un paio di post al movimento 5 stelle. Me ne ero già occupata una decina di giorni fa, ma nella speranza di aprire gli occhi a qualcuno ed evitare di spingere l’Italia nel baratro, a costo di essere noiosa ritorno sul tema, oggi con due articoli che ho trovato interessanti e utili, e che forse non tutti hanno avuto l’occasione di leggere.

La nostra classe dirigente non può più permettersi di essere neutrale.

Appello

A poche settimane dalle elezioni presidenziali francesi, dunque circa un anno fa, la stragrande maggioranza degli imprenditori, della classe dirigente, degli intellettuali, degli editorialisti e dei direttori dei giornali della Francia scelse di utilizzare ogni mezzo a disposizione per spiegare che cosa avrebbe rischiato il proprio paese sottovalutando la minaccia di un partito antisistema come il Front national. A poche settimane dalle elezioni politiche tedesche, circa sei mesi fa, la stragrande maggioranza degli imprenditori, della classe dirigente, degli intellettuali, degli editorialisti e dei direttori dei giornali tedeschi scelse di utilizzare ogni mezzo a disposizione per spiegare che cosa avrebbe rischiato il proprio paese sottovalutando la minaccia di un partito antisistema come Alternative für Deutschland. A poche settimane dalle elezioni politiche italiane, la stragrande maggioranza degli imprenditori, della classe dirigente, degli intellettuali, degli editorialisti e dei direttori dei giornali ha scelto invece di non utilizzare alcun mezzo per spiegare che cosa rischierebbe il nostro paese a sottovalutare la minaccia di un partito antisistema come il Movimento 5 stelle. Mancano 24 giorni alle elezioni, ma allo stato attuale possiamo dire che la maggioranza dell’establishment italiano sembra avere fatto una precisa scelta: considerare il partito di Luigi Di Maio un partito come tutti gli altri, e i leader politici tutti indistintamente dei populisti. Tutti uguali, tutti pericolosi, tutti cialtroni, tutti impresentabili, tutti invotabili. C’è solo un piccolo problema: non è così. Non è così perché in questa campagna elettorale c’è un partito che rappresenta un pericolo per la nostra economia, per la nostra democrazia, per la nostra Costituzione, per il nostro stato di diritto, persino per la nostra salute. Un partito che sogna di disincentivare il lavoro attraverso il reddito di cittadinanza. Un partito che sogna di smantellare il nostro welfare attraverso l’abolizione di leggi che hanno salvato l’Italia. Un partito che sogna di abolire la democrazia rappresentativa trasformando i parlamentari in sudditi di una srl privata. Un partito che sogna di calpestare la Costituzione promettendo leggi, come quella sulla prescrizione, fatte per non assicurare la ragionevole durata di un processo. Un partito che sogna di abolire in Parlamento il voto segreto facendo propria una legge che un altro partito italiano, avete capito quale, portò già in Parlamento il 19 gennaio 1939. Un partito che prova ogni giorno a sopprimere il dissenso attraverso lo strumento della gogna. Un partito che traccia i voti dei suoi iscritti creando sistemi di votazione che rendono “possibile controllare e ricostruire le preferenze espresse dai votanti a causa della mancanza di anonimato”. Un partito che da una parte dice ‘non vi preoccupate, non siamo antieuropeisti’, mentre dall’altra continua a tenere in vita, con tanto di tesoretto economico, un “Comitato Promotore per l’Indizione del Referendum sull’euro”. Un partito che in un momento in cui l’export italiano corre come un treno sogna di seguire il modello dei dazi alla Trump perché anche nel nostro paese, sostiene Manlio Di Stefano, responsabile esteri del M5s, “ci vorrebbe un po’ di sano protezionismo”. Un partito che gioca con la salute dei nostri figli lasciando intendere che sui vaccini è bene che ognuno faccia come crede, senza ricordarsi che fare come si crede significa mettere in pericolo i più deboli, cioè chi i vaccini non li può fare. Chiaro? Chiaro. A poche settimane dalla campagna elettorale, a parte qualche eroico caso isolato – Angelo Panebianco ed Eugenio Scalfari, che rappresentando però più le proprie idee che quelle dei giornali su cui scrivono – nessun pezzo da novanta della classe dirigente italiana è ancora sceso in campo per dire in modo esplicito che il Movimento 5 stelle è un pericolo per l’economia, per la democrazia, oltre che ovviamente per la grammatica. Non sappiamo se da qui alle elezioni qualcuno lo farà. Ma da queste colonne ci permettiamo di ricordare una cosa semplice: mai come oggi essere neutrali significa avere già deciso da che parte stare.
Claudio Cerasa, Il Foglio, 08/02/2018

Vista amara. Elogia la poligamia, considera Israele uno stato terrorista, mette «la mano sul fuoco cento volte sull’innocenza di Tariq Ramadan», vuole costruire una moschea vista mare. Si chiama Davide Piccardo (Imperia, 1982), è un esponente di primo piano della comunità islamica. Figlio di Hamza Roberto Piccardo (Imperia, 1952), fondatore dell’Ucoii, l’unione delle comunità islamiche, ma ora in posizione marginale, che alle spalle ha già tre matrimoni (la terza moglie è stata ripudiata con un sms). A «La Zanzara», Davide ha dichiarato: «Le donne hanno rapporti più stabili, è raro che abbiano amanti a lungo o doppie vite». Intanto Ramadan, il discusso professore di Oxford, che grazie a grandi affabulazioni maschera con successo la sua appartenenza all’islam dei Fratelli musulmani, è stato arrestato a Parigi con l’accusa di stupro. Davide Piccardo lo difende a spada tratta dal suo blog sull’Huffington Post Italia. Vorrebbe anche aprire nella sua Imperia «una moschea vista mare, magari al parco Urbano che potrebbe riqualificare la zona». Da ultimo, ha dichiarato che voterà M5S, come molti islamici italiani. «Vaste programme», come diceva il generale De Gaulle a chi gridava «Mort aux cons!»: poligamia, annientamento di Israele, difesa di Ramadan, moschea vista mare. E poi il grillismo. Come ultimo approdo moderato.
Aldo Grasso, Corriere della Sera, 4 febbraio 2018

Ecco. dovesse passare da queste parti qualche indeciso, mediti intanto sulle questioni affrontate in questi due articoli. Domani arriverà dell’altro.

barbara

SONO ANDATA IN GIUDEA E SAMARIA (13/3)

Che sarebbero quelle regioni che i nemici di Israele chiamano “i territori”, spesso con l’aggiunta di “occupati”, oppure “palestinesi”, essendo fermamente convinti che una roba che si chiama Giudea, coi giudei non può avere niente a che fare – e lo fanno dire pure all’Onu e all’UNESCO. Oppure Cisgiordania, o West Bank; io le chiamo col loro nome, Giudea e Samaria, in ebraico Yehuda VeShomron, in arabo al-Yahudiyyah was-Sāmarah, Samaria a nord e Giudea a sud.
Ci sono andata con un autobus blindato e dotato di schermo con telecamera a circuito chiuso con quattro riquadri, che riprendono la strada, la cabina di guida, la prima metà e la seconda metà dell’autobus,
autobus blindato
in modo da poter riprendere qualunque attacco, in qualunque parte dell’autobus o della strada esso avvenga, e che sia ben visibile all’autista, rigorosamente dotato di pistola infilata nella cintura: perché nei territori di coloro che le anime belle si ostinano a indicare come partner per la pace, solo così si può entrare con la ragionevole certezza di uscirne vivi, anche nelle aree C e B – e mi piacerebbe tanto tanto chiedere a quelli che strepitano di costruzioni illegali et similia se hanno una qualche idea di che cosa questo significhi, magari scommettendoci su qualcosa, che sarebbe la volta buona che divento ricca. In ogni caso, dovesse mai passare di qui qualche disinformato in buona fede, lo spiego io: in base agli accordi di Oslo, il territorio di Giudea e Samaria è stato suddiviso in tre diverse categorie: aree C, abitate da israeliani e sottoposte ad amministrazione israeliana, aree B, con popolazione palestinese e amministrazione (leggi soprattutto sicurezza) israeliana e aree A, con abitanti e amministrazione palestinesi. Va da sé che nelle aree C qualunque palestinese, salvo eventuali casi particolari, può entrare e circolare liberamente, mentre all’ingresso delle aree A si trova questo cartello.
cartello ingresso zona a
Si noti in particolare il “pericoloso per le vostre vite”: perché è ovvio che quando un palestinese si trova davanti un israeliano, la cosa più logica che può fare è di ammazzarlo. Vabbè, ci sono andata, dicevo, e ho visto tutte quelle cose che gli attivisti del boicottaggio si guardano bene dal voler vedere, non sia mai che si debbano accorgere che gli unici autentici nemici dei palestinesi sono loro.
Quanto a voi, mettetevi comodi, che adesso un po’ alla volta vi racconto.

barbara

AGGIORNAMENTO: un’aggiunta e due precisazioni. Avevo dimenticato di dire che mentre nelle aree A non possono vivere israeliani, nelle aree C vivono circa 100.000 palestinesi.
Nelle aree B l’amministrazione civile è sotto giurisdizione palestinese, mentre la sicurezza è sotto giurisdizione israeliana.
Il divieto di entrare nelle aree A (per gli israeliani ebrei: gli arabi israeliani possono entrare senza problemi) è israeliano, per non rischiare che qualcuno si trovi in situazioni di pericolo, costringendo l’esercito a entrare, con tutte le complicazioni che la cosa comporterebbe (ve lo immaginate un cartello al confine con la Svizzera che dicesse “Italiani non entrate che se no vi fanno la pelle”?
Grazie a Sharon per le precisazioni.

L’IRAN, LA BOMBA, GLI INGANNI

          Il più importante dossier sul nucleare iraniano che tu possa leggere

 

Una approfondita lettura  delle recenti e numerose relazioni dell’AIEA hanno indotto Anthony Cordesman a concludere che chiunque voglia credere che l’Iran non stia perseguendo lo sviluppo di un armamento nucleare sta volontariamente ingannando sé stesso.

 

Di Anshel Pfeffer

editorialista di Haaretz

 

Traduzione di Mario Pacifici

Avrei qualche esitazione nel raccomandare come lettura per il weekend il dossier Rethinking Our Approach to Iran’s Search for the Bomb di Anthony Cordesman del Center for Strategic & International Studies, dal momento che le sue conclusioni sono molto deprimenti.
D’altra parte la sua relazione è talmente complessa che risulterebbe difficile nei giorni di lavoro trovare il tempo per esaminarla in profondità.
Quel dossier comunque è una lettura indispensabile per chiunque abbia interesse agli studi strategici giacché riassume  tutte le più aggiornate informazioni non classificate a disposizione degli studiosi, riguardo al programma nucleare Iraniano, e le correda con l’inestimabile contributo di comprensione offerto da Cordesman.
Questo esperto di lungo corso nel campo della sicurezza nazionale israeliana ha ispezionato le centinaia di pagine degli ultimi due reports rilasciati dall’Agenzia Internazionale dell’Energia Atomica in merito alla questione Iraniana e molti altri documenti pertinenti, mettendoli a disposizione del pubblico in termini comprensibili e divulgativi. Pochi fra coloro che sono chiamati a commentare questo panorama strategico, nota Cordesman, si sono presi effettivamente la briga di leggere per intero quelle relazioni e pochissimi fra loro hanno davvero la preparazione necessaria per comprenderle fino in fondo.
Qualunque lettore appassionato a questo genere di studi farebbe dunque bene a trovare il tempo di leggersi Cordesman, giacché il suo studio è la più significativa fonte di informazione sul dossier Iraniano, a meno di non disporre di documenti classificati.
Personalmente io nutro la speranza che i negoziatori occidentali che si accingono ad incontrare i loro interlocutori iraniani nel corso del secondo  round di colloqui 5 + 1 a Baghdad, trovino il tempo di leggere la relazione di Cordesman prima di sbarcare in Iraq. E’ probabile che ci trovino molto più di quanto sia contenuto in tutte le loro carte.
Qui di seguito provo a riassumere il contenuto del documento e spero di trasmettervene il senso reale:

 

–         Chiunque creda che l’Iran non sia ancora impegnato in un programma di sviluppo di armamenti nucleari ma stia semplicemente tentando di acquisirne una capacità teorica, sta volontariamente ingannando sé stesso. Le informazioni di intelligence messe a disposizione della IAEA e verificate da diversi Stati Membri sono chiare nel constatare che l’Iran ha lavorato per più di un decennio ad una vasta gamma di progetti mirati ad acquisire le capacità necessarie non solo all’arricchimento dell’uranio fino a percentuali idonee all’uso militare, ma anche all’assemblaggio di ordigni capaci di essere lanciati da missili a lungo gittata. Le chiacchiere che girano riguardo ad una fatwa contraria alle armi nucleari sono appunto questo: chiacchiere.

 

–         Nonostante sanzioni e monitoraggi internazionali l’Iran ha ricevuto equipaggiamenti e strumenti sofisticati, ha beneficiato delle conoscenze scientifiche di progettisti stranieri attivi nel campo degli armamenti nucleari ed ha compiuto impressionanti progressi nei propri centri di ricerca così da potere svolgere la maggior parte dei test necessari per la messa a punto della bomba pur senza arrivare ad un’esplosione vera e propria.  Esplosione comunque di cui sono già stati messi in atto i preparativi preliminari.

 

–         I colloqui 5+1 se continueranno a focalizzarsi unicamente sulla riduzione dell’arricchimento dell’uranio risulteranno del tutto infruttuosi per due ragioni principali. Primo perché l’Iran sta procedendo in molteplici direzioni nel suo sforzo di sviluppare un armamento atomico e potrà continuare a farlo anche se dovesse ritardare l’arricchimento. Secondo perché i progressi raggiunti dagli Iraniani nel campo delle centrifughe renderà loro possibile di installare una rete di nuovi piccoli impianti dispersi sul territorio, sconosciuti alla IAEA e sottratti al suo controllo.

 

–         Un’azione militare contro l’Iran, sia essa portata avanti dagli Stati Uniti, da Israele o da chiunque altro potrebbe mettere fuori uso alcune delle principali installazioni iraniane ma i progressi tecnologici compiuti dall’Iran renderebbero qualunque danno non definitivo e non tale comunque da impedire la ripresa o la continuazione del programma nucleare. Solo la ferma determinazione di chiunque abbia lanciato il primo attacco a farlo seguire nel tempo da una serie di ulteriori attacchi potrebbe danneggiare seriamente il progetto iraniano di dotarsi di un armamento nucleare.

 

–         L’Iran sarà sempre estremamente riluttante a rinunciare al suo progetto atomico perché su di esso si basa l’intera strategia regionale del regime. L’Iran concepisce l’opzione nucleare come il solo strumento per riequilibrare la propria sostanziale inferiorità in termini di armamenti convenzionali rispetto ad altre potenze regionali. Qualunque futuro accordo con l’Iran o qualunque attacco militare devono tenere questo aspetto in attenta considerazione.

 

–         Altri ricercatori potrebbero pensare che l’Iran abbia già raggiunto un tale grado di sviluppo da superare il punto di non ritorno. Cordesman non lo pensa e non sostiene dunque che l’Occidente abbia definitivamente perso l’opportunità di impedire all’Iran di dotarsi di un armamento nucleare. Secondo lui però le Nazioni Occidentali devono riconsiderare per intero il proprio approccio diplomatico alla questione oltreché le proprie strategie militari.

 

Di mio aggiungo una domanda: chi per anni ha consapevolmente, deliberatamente, pervicacemente usato ogni mezzo a sua disposizione per impedire al mondo di venire a sapere tutto questo, quale pena meriterebbe per tutto il sangue che in conseguenza di ciò verrà inevitabilmente versato?

barbara


I GIUSTI D’ITALIA

Sono 387 gli italiani riconosciuti come Giusti (dati aggiornati al 2004) dalla speciale commissione di Yad Vashem: non eroi, non cavalieri senza macchia e senza paura, ma uomini comuni: medici, avvocati, impiegati, operai, contadini, casalinghe… Persone che, trovandosi di fronte degli esseri umani in pericolo – a volte amici, a volte colleghi di lavoro, a volte semplici conoscenti, a volte perfetti sconosciuti – non hanno esitato a fare quanto necessario per salvarli, senza mai avere la sensazione di fare qualcosa di speciale: è accaduto che qualche figlio, scoperta casualmente in età adulta l’opera svolta dal padre, abbia chiesto: “Ma perché non mi hai mai raccontato niente?” per sentirsi rispondere: “Perché? Cosa c’era da raccontare?” E in un mondo in cui tanti millantano benemerenze – chissà se giustificate o no – per diritto ereditario, è bello constatare che i veri Giusti trattano con estremo pudore i propri ricordi, e in tale pudore hanno cresciuto anche i propri figli (nessuno, credo, ha mai sentito Piero Angela, Gianni Bulgari, Vittorio Citterich, Francesco Rutelli, dire qualcosa come “ah ma voi non sapete cosa ha fatto la mia famiglia…”).
Colpisce, in questo elenco dei Giusti l’Italia, l’altissimo numero di religiosi, suore e sacerdoti che in qualche caso, di fronte al pericolo in cui si trovavano gli ebrei, hanno persino sospeso la regola della clausura: persone dalla coscienza cristiana e umana decisamente superiore a quella dei loro superiori (Le reazioni del Vaticano [alla razzia del 16 ottobre nel ghetto di Roma] furono, contrariamente a quanto la stessa diplomazia tedesca si era aspettata, quasi nulle. Il segretario di Stato Maglione si accontentò di un colloquio privato con l’ambasciatore Ernst von Weizsaecker, senza neppure elevare una nota di protesta ufficiale alla Germania. Questo atteggiamento di riserbo tenuto in quella occasione dalla Santa Sede non fece altro che reiterare quello tenuto a livello internazionale nei confronti del genocidio antiebraico che si stava consumando nei paesi invasi dalla Germania e del quale la Santa Sede era stata informata fin dalle prime battute. p. 252)
Un libro che vale la pena di leggere, per riacquistare un po’ di fiducia nel genere umano.

I Giusti d’Italia, Mondadori
 
barbara