PER LIBERTÀ E VERITÀ NON HA POSTO L’UNIVERSITÀ

Baroni inquisitori

È piuttosto lungo, ma vale la pena di leggerlo tutto, perché queste cose bisogna saperle.

Iniziarono colpendo che più in alto non si poteva, sul vicario di Cristo. Papa Benedetto XVI doveva andare a parlare alla Sapienza in occasione dell’inaugurazione dell’anno accademico. Ratzinger non parteciperà mai all’evento nel più antico ateneo romano. Troppo “incongruo” e non in linea con la “laicità della scienza”, dissero un centinaio di docenti firmatari di una lettera al rettore, Renato Guarini. Dieci anni fa, quell’episodio fu visto e giudicato come un fatto gravissimo: una grande università ostracizzava un pontefice nell’esercizio di quel pluralismo intellettuale che avrebbe dovuto essere il vanto di un ateneo. Oggi è prassi ordinaria e quotidiana, talmente banalizzata che sulla stampa italiana le centinaia di casi di professori messi alla gogna e alla berlina non fanno più notizia.
Di questa settimana è la campagna contro il celebre filosofo del diritto John Finnis, professore emerito presso l’Università di Oxford. Centinaia di studenti hanno lanciato una petizione perché l’università cacciasse questo famoso docente reo di “condotta discriminatoria”, per usare l’espressione presente nella petizione. La “colpa” di Finnis sarebbe quella di “essere omofobico e transfobico”.
Sul Guardian sono apparsi articoli dal titolo: “Ecco perché Finnis non dovrebbe insegnare a Oxford”. Poche ore dopo, la Oxford Union ritirava l’invito a William Donohue, presidente della Catholic League, un gruppo americano per i diritti civili, e Donohue si è detto “inorridito” per il modo in cui è stato trattato da quel prestigioso sindacato universitario che risale a ottocento anni fa. “A un certo punto devi fare una scelta: o esci dal business perché sei un paria o vai avanti e te ne freghi”, ha detto Bruce Gilley Le università occidentali sono diventate luoghi di timore e terrore intellettuale, dove minoranze accademiche agguerrite dettano la linea a fronte di un corpo docente silenzioso o, peggio, compiacente.
L’accademia è sempre più erosa da una tendenza all’integralismo ideologico e dal tentativo di determinare non solo quali azioni siano accettabili, ma anche quali pensieri e parole lo siano. Non dovrebbe una società accademica abbracciare, piuttosto che punire, la differenza intellettuale?
Le vendette, le delazioni, le petizioni, l’ostilità abbondano invece contro chi esercita il diritto al dissenso in quel mutuo “consenso”. Siamo arrivati alla partecipazione al culto della violenza celebrato su larga scala e alla fabbricazione di capri espiatori, bersagli dell’odio ideologico su cui sfogare una aggressività accumulata e repressa. I casi si contano a centinaia ormai.
A una dissidente iraniana, Maryam Namazie, è stato impedito di parlare in alcuni college inglese, come il Goldsmiths e il Warwick La sua difesa del free speech avrebbe `offeso” gli studenti di fede islamica.
Thilo Sarrazin, ex banchiere centrale tedesco e durissimo critico dell’immigrazione, ha parlato fra le proteste di studenti e insegnanti all’Università di Siegen.
Il professor Paul Griffiths, teologo americano di fama, aveva ricevuto una email di alcuni professori per indire due giornate su “come riconoscere e combattere il razzismo”. Siamo alla Duke Divinity School, una delle più importanti università d’America. Griffiths risponde così alla email dei colleghi: “E’ una sessione illiberale e dalle tendenze totalitarie”. Ed è stato gentilmente messo alla porta. Un professore della New York  University, Michael Rectenwald, si era creato un account Twitter anonimo per sbeffeggiare il politicamente corretto senza timore di conseguenze da parte dei “guerrieri della giustizia sociale”. I colleghi si sono lamentati per la sua “inciviltà” e il docente è stato costretto a prendere un lungo congedo forzato per “mancanza di disciplina”.
Il Premio Nobel inglese Tim Hunt è finito malissimo. Lo University College di Londra lo ha estromesso per la leggerezza commessa a una conferenza a Seoul, dove Hunt si lasciò scappare una frase sulle donne inadatte alla vita in laboratorio. “Maschilismo”. Hunt oggi vive in Giappone, dove ha scelto di autoesiliarsi con la moglie, anche lei accademica. L’ha pagata cara il fisico italiano Alessandro Strumia. “La fisica è stata inventata e costruita dagli uomini”, aveva detto questo scienziato e docente nel workshop organizzato dal Cern di Ginevra. “C’è una cultura politica che vuole sostituire competenza e merito con una ideologia della parità”.
Strumia si è visto sospendere dall’Istituto nazionale di fisica nucleare e anche l’Università di Pisa, dove insegna Strumia, ha disposto un “procedimento etico” contro il fisico.
Bret Weinstein e sua moglie, Heather Heying, si sono dimessi dalle loro posizioni all’Evergreen State College. Weinstein aveva criticato l’annuale Day of Absence della scuola dopo che agli studenti bianchi che avevano scelto di partecipare era stato chiesto di uscire dal campus per parlare di razzismo, il loro, quello congenito dei bianchi. Weinstein aveva definito l’evento “un atto di oppressione”.
Nel libro “Aristotele a Mont-SaintMichel”, lo storico francese Sylvain Gouguenheim, ordinario alla Scuola Normale di Lione, aveva spiegato che l’eredità greca nel Medioevo fu trasmessa all’Europa occidentale da Costantinopoli, riducendo il ruolo intermediario del mondo islamico. “La cultura greca non tornò all’occidente solo grazie all’islam: a salvare dall’oblio i filosofi antichi sarebbe stato innanzitutto il lavoro dei cristiani d’Oriente, caduti sotto dominio musulmano, e dunque arabizzati”, si legge nel testo.
Apriti cielo! Iniziarono a circolare numerose petizioni contro Gouguenheim. Una prima firmata da Hélène Bellosta e trenta accademici esce sul Monde. Poi arriva un appello di duecento dall’École normale supérieure. Infine, un testo di 56 ricercatori di storia e filosofia del Medioevo su Libération, in cui si accusa Gouguenheim di “razzismo culturale”. “Uno storico al servizio dell’islamofobia”, titola Main Gresh del Monde Diplomatique. Stesso destino per un altro storico di rango dell’Université de Bretagne-Sud, Olivier Pétré-Grenouilleau, reo di aver scritto il libro “La Traite des Noirs”, in cui dice: “Il numero degli schiavi cristiani razziati dai musulmani supera quello degli africani deportati nelle Americhe”. In un’intervista al Journal du Dimanche, Petre-Grenouilleau andò oltre, rifiutando di riconoscere la schiavitu come “genocidio” e di equipararla alla Shoah. Il “Collectif des Antillais, Guyanais et Reunionnais” sporse querela contro lo storico. “L’ostracismo dei ricercatori che si avvicinano ai temi sensibili dell’islam e dell’immigrazione”. Così il Figaro qualche giorno fa ha definito un fenomeno sempre più dilagante in Francia in ambito universitario. Uno è Christophe Guilluy, lo studioso di riferimento della “Francia periferica”. Il suo ultimo libro, “No society” (uscirà in italiano per le edizioni universitarie della Luiss), è il resoconto della fine della classe media.
Su France Culture lo si addita come “ideologo del Rassemblement national”, un lepenista. L’altro è Stephen Smith, studioso di immigrazione, autore del libro “La ruée vers l’Europe”, un macroniano.
Dal College de France, il demografo François Héran lo accusa di “agitare lo spettro del pericolo nero”. “Ho ricevuto un messaggio da un collega accademico che mi ha detto `fai attenzione al nazista Finkielkraut che ti ha appena citato”‘, ha detto Guilluy al Figaro. Questo il clima. Erika Christakis, docente a Yale di Psicologia, aveva osato lamentarsi che l’università era diventata “un luogo di censura” dopo la richiesta degli studenti di bandire i costumi “offensivi” per Halloween. Sia Erika sia il marito, Nicholas Christakis, anche lui professore a Yale, iniziano a ricevere email violente e solo pochi colleghi firmano la lettera di solidarietà. Così, Erika e Nicholas si sono dimessi.
Gli studenti di Medicina del King’s College di Londra avevano chiesto a Heather Brunskell Evans, ricercatrice e portavoce del Women’s Equality Party, di tenere una conferenza su “pornografia e sessualizzazione delle donne”. La facoltà le ha fatto sapere che l’evento era stato cancellato perché le sue opinioni sui transessuali avrebbero violato la politica dello “spazio sicuro”. Brunskell Evans ha detto al Times che “le brave persone stanno indietro, non fanno niente, come altre vengono messe alla berlina. Le organizzazioni e gli individui sono pietrificati dall’idea di essere viste come portatori di idee che non sostengono in modo inequivocabile la dottrina transgender.
E’ scioccante”.
Un’altra femminista, Linda Bellos, era stata invitata al Peterhouse College, annunciando che avrebbe “messo in discussione pubblicamente alcune `transpolitiche”.
Linda Bellos è donna, nera, ebrea, lesbica e femminista. Ma non ancora abbastanza politically correct.
Jenni Murray, veterana del giornalismo e conduttrice di Woman’s Hour su Radio 4, era stata a Oxford per discutere delle “potenti donne britanniche nella storia e nella società”. Ma l’evento è decaduto dopo che una serie di lettere sono state inviate all’università, condannando Murray come una “transofoba”.
Toby Young, dopo che era stato nominato uno dei membri dell’Ufficio britannico per gli studenti, è stato distrutto professionalmente. Su Twitter sono stati ripescati suoi commenti sulle donne scritti diciassette anni prima. L’Università di Buckingham lo ha dimesso da “visiting fellow”.
Rachel Fulton Brown, medievista all’Università di Chicago, è stata oggetto di una campagna d’odio per l’articolo “Three Cheers for White Men”, dove sostenne che gli uomini bianchi hanno avuto un ruolo nello sviluppo di certi diritti goduti dalle donne in tutto il mondo occidentale. Fulton valorizzò la cavalleria e l’amor cortese, lo sviluppo del matrimonio e alcuni elementi del femminismo, che sono stati sostenuti da filosofi come John Stuart Mill. “Suprematista bianca”!
Bruce Gilley è l’accademico che ha più chance oggi di essere cacciato da una conferenza accademica in Gran Bretagna. Questo docente alla Portland State University in Oregon, agli occhi di molti, dice l’indicibile, e molto forte: loda il colonialismo in generale e l’impero britannico in particolare. In un articolo intitolato “The case for colonialism” nella rivista Third World Quarterly, Gilley aveva scritto che “il colonialismo occidentale era, come regola generale, oggettivamente benefico e legittimo”. L’editore ha ricevuto “minacce serie di violenza personale”. Quindici membri del consiglio di amministrazione della rivista si sono dimessi e l’articolo è stato ritirato. Gilley ha compreso la decisione di tirare giù il suo articolo su Third World Quarterly: “Stavano ricevendo minacce di morte da parte di fanatici”, ha detto al Times. “Una cosa è difendere la libertà di parola, ma queste riviste non hanno la capacità di resistere al contraccolpo: proteste, inondazioni di e-mail, cause per presunta promozione del nazismo”.
A Londra, il professore ha tenuto lezione a un seminario privato per studenti e preso parte a una tavola rotonda, ma ha evitato un evento pubblico. “Il risultato sarebbe stato una tempesta di merda e sarebbe stato inutile. Ma avrebbe mostrato fino a che punto in Gran Bretagna, in tutti i posti, le persone hanno smesso di pensare”.
Parlando sempre col Times, Gilley ha detto: “Se non sei di sinistra nel mondo accademico, ti trovi in un ambiente di lavoro molto ostile e a un certo punto devi fare una scelta, o esci dal business perché sei un paria, o decidi di fregartene e semplicemente di `offendere”. Il Middlebury College nel Vermont, lo stato più liberal d’America, aveva invitato Charles Murray, sociologo conservative autore di saggi importanti contro il welfare state. Quando Murray è salito sul palco, quattrocento studenti gli hanno urlato “razzista, sessista, antigay”. Murray ha continuato la conferenza in un ufficio, in streaming. Poi, all’uscita, è stato attaccato fisicamente da un gruppo di manifestanti. Noah Carl, studioso arruolato dall’Università di Cambridge, ha visto il suo nome dato in pasto all’opinione pubblica da trecento professori di tutto il mondo che avevano firmato una lettera aperta in cui si denunciava la sua nomina.
In Francia, un professore di Filosofia di Tolosa, Philippe Soual, si è visto cancellare un corso su Hegel dall’ateneo Jean Jaurès di Tolosa, dopo che Soual è stato accusato da un’associazione di studenti di essere un “portavoce della Manif pour tous”, il movimento che ha riempito le piazze di Francia per manifestare a favore dell’unicità del matrimonio tra uomo e donna.
Sempre a Oxford Nigel Biggar, professore di teologia morale, è stato attaccato per le sue tesi troppo indulgenti nei confronti dell’imperialismo. Biggar a dicembre ha dovuto tenere una conferenza accademica in privato per paura di vedersi interrompere dagli attivisti. Un altro motivo per tenere l’evento a porte chiuse era che un giovane studioso avrebbe partecipato solo a condizione di rimanere anonimo, “per timore che la sua presenza arrivasse all’attenzione di alcuni dei suoi colleghi più anziani”.
Peter Boghossian, docente di filosofia all’Università di Portland, sta rischiando il lavoro per aver scritto articoli-farsa pubblicati in alcune delle maggiori riviste accademiche americane sul gender e altri critical studies. “Falsificazione dei dati”, questa l’accusa. La dissidente somala Ayaan Hirsi Ali, critica dell’islam e riparata in America dall’Olanda, è stata cacciata dalla Brandeis University, una delle culle del liberalismo accademico americano che avrebbe dovuto onorarla con una laurea. Cento professori dell’ateneo nel Massachusetts, uno degli stati più di sinistra d’America, erano troppo imbarazzati a ospitare una portavoce del Terzo mondo che non rientrava nei loro stereotipi.
E quando un professore venne minacciato di decapitazione dagli islamisti, i colleghi lo attaccarono e lasciarono solo. E’ il caso Robert Redeker, autore di un articolo sul Figaro molto duro sull’islam e finito sotto scorta. “I colleghi parlano di te come di un morto”, gli dicono dall’istituto Pierre-Paul Riquet di Saint-Orens de Gameville, a Tolosa, dove Redeker insegnava prima della fatwa.
I sindacati francesi di insegnanti annunciarono di “non condividere le idee di Redeker”. Detto fatto, il professore di filosofia non insegnerà più. Insegnava, oltre a un liceo, in una scuola per ingegneri, molto prestigiosa, la scuola nazionale dell’Aviazione civile, a Tolosa. Quando, nel gennaio 2007, i mass media annunciarono che un terrorista internazionale, che aveva lanciato contro Redeker la condanna a morte pubblicata su un sito web islamista, i dirigenti di quella scuola gli comunicarono che non poteva più insegnare.
Anche il rettore della facoltà di Scienze sociali di Toulouse ne disdisse il ciclo di conferenze, per ragioni di sicurezza. Le autorità trovarono a Redeker una nuova occupazione: correttore di bozze al Centre national de la recherche scientifique.
Lì il reprobo non avrebbe più dato fastidio a nessuno.
L’università occidentale – che dovrebbe essere la casa del pluralismo, del dibattito, della ricerca intellettuale, della libertà di pensiero – sta diventando un posto molto pericoloso, una pira per eretici, dove la tendenza dominante è quella di considerare come insubordinazione o eversione ogni apostasia dall’ordine costituito e il conformismo di ogni colore stringe sempre più le maglie. Chi non si integra è perduto o rimane, nella migliore delle ipotesi, un personaggio marginale. Sono loro, queste mosche bianche, non gli studenti e i professori alleati nella censura e nella recriminazione, ad avere oggi bisogno di uno “spazio sicuro”, come usa chiamarli nel linguaggio impazzito del politicamente corretto.

Giulio Meotti, Il Foglio, 19/01/2019

E come ci si ammala e si muore di troppa igiene, così, se non ci sarà una radicale inversione di rotta, di politicamente corretto moriremo tutti.

barbara

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LA LEGGENDA DELL’ISOLA FELICE PER GLI EBREI

Le leggende sono belle. Le leggende piacciono. Le leggende hanno successo. Perché? Perché sono più rassicuranti, o più gratificanti della realtà. Non è più piacevole pensare di poter guarire con una semplice imposizione delle mani invece di dover affrontare dolorosi interventi chirurgici e poi pesantissime terapie e poi magari ancora interventi? Non è più simpatica l’idea degli italiani brava gente della realtà che li vede direttamente responsabili della metà dei rastrellamenti e degli arresti che hanno portato i nostri ebrei nelle camere a gas? È per questo che le leggende nascono e fioriscono e prosperano resistendo, non di rado, anche alle documentate smentite che la Storia sbatte loro in faccia. Una di queste è quella relativa a tempi o luoghi in cui si sarebbe manifestato un islam meravigliosamente tollerante che avrebbe consentito una pacifica e armoniosa convivenza con cristiani ed ebrei, come in Spagna, per esempio. Quella che è invece salita in questi giorni all’onore delle cronache è la leggenda del Marocco, presentato praticamente come un nido d’amore per gli ebrei. Ma sarà davvero così che stanno le cose? Cominciamo col dare un’occhiata al passato:

–      700- intere comunità ebraiche vengono massacrate dal re Idris I del Marocco.

–      1033- Fez, Marocco: proclamata la caccia all’ebreo. 6000 ebrei massacrati.

–      1400- Pogrom in Marocco in seguito al quale si contano a Fez solo undici ebrei sopravvissuti.

–      1428- vengono creati i ghetti (mellah) in Marocco.

–      1790-92- distruzione delle comunità ebraiche in Marocco.

–      1912- pogrom a Fez.

Per i tempi più recenti, vediamo questo puntuale confronto fra leggenda e realtà:

Circa 400 anni fa, la comunità ebraica marocchina aveva stretto un forte legame e un’alleanza con la dinastia regnante del paese, gli Alauiti.
È una grossolana semplificazione. Il XIX secolo vide una grande ondata di emigrazione ebraica. I fattori di spinta includono la precarietà e degrado dello status di ‘dhimmi’ e la pressione per la conversione forzata all’Islam.

Nel XX secolo, le persecuzioni in Europa portarono in Marocco nuove ondate di immigrati ebrei che cercavano un rifugio sicuro. La loro speranza non fu stata vana — nel 1940, quando il governo francese in Marocco controllato dai nazisti emanò decreti antisemiti, il sultano alauita Mohammed V rifiutò le leggi razziste. In una storia spesso ripetuta, rifiutò di chiedere ai suoi sudditi ebrei di indossare le stelle gialle. “Non ci sono ebrei in Marocco,” avrebbe detto. “Ci sono solo sudditi.”
‘Ondate’ è un’esagerazione. E che dire dell’esistenza di campi di lavoro sul suolo marocchino in cui prigionieri ebrei venivano torturati a morte? La storia della ‘stella gialla’ è pura leggenda. È semplicemente falso che Mohammed V rifiutò le leggi razziali: egli ha firmato ogni decreto di Vichy.

Oggi in Marocco gli ebrei godono di pari diritti e privilegi. Uno dei consulenti anziani del re Mohammed VI, André Azoulay, è ebreo. Il Marocco ha anche scuole ebraiche finanziate dallo stato e corti religiose ebraiche.
André Azoulay è il capo consigliere PR del re ed è responsabile della creazione di articoli come questo.

Presso i tribunali ebraici, chiamati Bet Din, le cause civili sono sentite e giudicate dai rabbini. Il Bet Din del Marocco è l’unico Tribunale ebraico di questo genere fuori di Israele, ufficialmente riconosciuto come un corpo giuridico alternativo e ospitato all’interno del complesso stesso delle corti islamiche.
Falso: ‘Batei Din’ esistono ovunque ci sia una comunità ebraica.

Nonostante l’atmosfera tollerante, la popolazione ebraica del Marocco è in costante diminuzione. Sebbene gli ebrei marocchini siano in gran parte esenti dalla persecuzione e l’animosità che possono affrontare in altre nazioni musulmane, ci fu una serie di attentati suicidi il 16 maggio 2003 a Casablanca che presero di mira siti della vita ebraica e uccisero tre ebrei.
La diminuzione è non stata costante, ma piuttosto drammatica e ha preceduto gli attentati di Casablanca del 2003 di circa 50 anni.

Ebrei marocchini hanno continuato a fluire in Israele, Europa e nelle Americhe per motivi religiosi, paura di persecuzioni e per migliorare la loro situazione economica. Al suo apice nel 1940, la popolazione ebraica del Marocco superava le 250.000 presenze; oggi ne rimangono solo circa 4.000. La comunità ebraica ha per lo più abbandonato la sua un tempo vibrante esistenza in città marocchine come Tangeri, Fez, Salé e Tetouan. Solo la città di Casablanca mantiene una significativa popolazione ed è ora il centro della vita ebraica marocchina. Casablanca vanta 17 sinagoghe attive, tre scuole ebraiche, un vasto museo ebraico e un centro di comunità che si occupa dei malati e degli anziani. Ma le mellah (quartieri ebraici) di altre città marocchine sono rimaste vuote o destinate ad altri usi.
Una parvenza di verità, finalmente. (qui, traduzione mia)

A questa puntuale confutazione della leggenda del Marocco-isola felice, si può aggiungere un prezioso video di quasi un’ora e tre quarti in cui Georges Bensoussan, ebreo di origine marocchina, provvede non solo a confutare tale leggenda, ma anche a spiegarne le origini e la persistenza: una ragione è il fatto che i “testimoni” sono per lo più appartenenti alle classi superiori, che descrivono il PROPRIO mondo convinti che quello sia IL mondo; inoltre è facile che da vecchi si tenda a idealizzare i tempi della propria giovinezza, smussando, quando non addirittura reinventando, i propri ricordi. Ma la realtà – come raccontato a Bensoussan da Joseph Halevi – è che l’esperienza delle classi non privilegiate negli anni Quaranta era quella di un’ininterrotta sottomissione, di una ininterrotta violenza, di un ininterrotto arbitrio. Del resto analizzando il linguaggio politico arabo si trova che esso è tutto incentrato sul concetto di “diverso”, ossia chi non è musulmano, che deve essere schiacciato. Informa che i cinque Paesi in cui la vita degli ebrei era più drammatica erano la Romania, la Russia, la Persia, lo Yemen e il Marocco. Il motivo del silenzio dell’Occidente che si rifiuta di prendere atto che il mondo musulmano è razzista, antisemita, intollerante, oppressore, colonizzatore, brutale, violento è il senso di colpa derivante dal fatto che il mondo arabo è stato colonizzato, oppresso, e questo lo rende vittima in eterno. La conferenza si conclude con il racconto di un episodio: un uomo fa vedere al padre ottantenne di origine marocchina un film in cui numerosi ebrei marocchini raccontano della meravigliosa vita che si conduceva, tutta amore e armonia, una vera e propria età dell’oro. Fin dalla prima scena del film il padre ammutolisce, e il figlio pensa che sia per la commozione. Poi il film finisce e il figlio chiede: “Allora, papà?” E il padre grida: “Falso! Tutto falso!” A chi ha tempo e capisce il francese, suggerisco di vedere il video.

barbara

IL CABALISTA DI PRAGA

Che all’inizio sembrerebbe la storia del dybbuk, ma non è la storia del dybbuk; o meglio, un dybbuk c’è, ma non è “quello lì” (e se non sai che cos’è il dybbuk ti vai a informare: non pretenderai mica che ti serva sempre la pappa fatta, eh?). Anzi, in un certo senso è l’esatto contrario, è il rifiuto di adeguarsi al destino disegnato dai padri, la rivendicazione da parte dell’interessata (una donna!) del diritto a scegliere la propria strada contro tutto e tutti.
E poi c’è la storia del Golem, che all’inizio ricalca quella tramandata dalla leggenda: i cristiani che non smettono di assaltare il ghetto per fare strage di ebrei, una volta col pretesto di un’epidemia di peste di cui, come al solito, vengono incolpati gli ebrei (che, grazie in parte all’isolamento a cui sono costretti, e in parte alle loro norme igieniche rituali, muoiono sensibilmente meno dei cristiani), una volta con quello di qualche cristiano trovato morto, a volte facendo anche a meno di qualsiasi pretesto; il desiderio di una potente arma di difesa; la tentazione di fare ricorso ai misteriosi poteri esoterici della cabala per dare vita a un umanoide dalla potenza illimitata ma del tutto privo di pensiero, di volontà, di sentimenti – in una parola, di umanità. Poi, come si sa, qualcosa va storto – ma, nel romanzo, va storto in maniera molto diversa da quella narrata nella leggenda, ed è proprio in questo “andare storto” che si manifesta tutta l’umanità di Marek Halter e dei personaggi a cui la sua fertile fantasia ha dato vita.
(Post scriptum: oggi il Golem non ci serve più: abbiamo l’esercito di Israele)

Marek Halter, Il cabalista di Praga, Newton Compton
il cabalista di praga
barbara

LA FAMIGLIA KARNOWSKI

Una tensione indefinita, un misto di attesa, esaltazione e paura invase la capitale quando gli uomini in stivali s’impadronirono delle strade e delle piazze.
Erano ovunque, e in gran numero. Sfilavano in parata, sfrecciavano a tutta velocità in automobile o in motocicletta, brandivano torce accese, cantavano in coro e marciavano, marciavano, marciavano.
Il risuonare dei loro passi risvegliava il sangue. Non si sapeva bene che cosa i nuovi padroni avrebbero portato, ma tutti erano tesi, tesi ed elettrizzati. C’era una sensazione di anarchia, qualcosa di diverso dal solito, di festivo, di inquietante e di frenetico, come in un gioco infantile.
Di nuovo, come un tempo, c’erano fanfare, bandiere, uniformi, saluti militari, parate e discorsi altisonanti. Più fragoroso che in qualunque altro luogo, il martellare degli stivali echeggiava nella zona occidentale di Berlino, sul Kurfürstendamm, sulla Tauentzienstrasse, in tutto il quartiere dove vivevano e lavoravano i grandi commercianti, i professori, i direttori di teatro, gli avvocati, i medici e i banchieri dai capelli e gli occhi scuri. «Wenn das Judenblut vom Messer spritzt, dann geht’s noch mal so gut, so gut» [Quando il sangue ebraico zampilla dal coltello, allora tutto va di nuovo così bene, così bene] cantavano a squarciagola gli uomini del «nuovo ordine», marciando davanti ai negozi eleganti, alle banche e ai grandi magazzini di quelle strade, perché le zazzere nere udissero bene.
Le udivano benissimo quelle parole, coloro ai quali erano rivolte. Così come le udivano gli intellettuali, i giornalisti e gli intermediari seduti nei bar, con un giornale e l’eterna tazza di caffè. Anche loro erano inquieti per quanto stava accadendo, provavano un po’ di vergogna e si sentivano a disagio. Ma non erano seriamente spaventati. In fin dei conti si trattava solo di poche frasi di una stupida canzonetta. Del resto, nemmeno i commercianti della Friedrichstrasse e dell’Alexanderplatz le prendevano sul serio.
Gli affari andavano bene come prima, e anche meglio. La gente si riuniva nelle strade, era di umore spensierato, festoso, e spendeva i propri soldi dimenticando la prudenza e la parsimonia consuete. Nei bar, assieme allo strudel e al caffè, i camerieri portavano ai clienti abituali dai capelli neri i giornali esteri continuando a chiamarli «dottore», che il titolo fosse legittimo o meno. Nessuno credeva che tutto ciò potesse cambiare. Nessuno ci voleva credere. E poi, come sempre succede in caso di calamità, ognuno pensava che se doveva arrivare una disgrazia avrebbe colpito il vicino, non lui.
Rudolf Moser si recava come di consueto in automobile all’imponente stabile che ospitava la sua casa editrice. Per quanto fosse sgradevole sentire quei canti sul sangue degli ebrei, in nessun momento aveva pensato che potessero riguardarlo personalmente. È vero che era di origine ebraica, ma era battezzato da un bel pezzo, aveva una moglie cristiana, ed era addirittura membro del consiglio della Gedächtniskirche, la chiesa più prestigiosa della città. Il suo salotto era frequentato da politici in vista, anche di destra. Uno dei loro, il dottor Zerbe, era ricevuto in casa sua. Qualunque cosa potesse succedere agli ebrei, non riguardava lui, il cristiano.
Nemmeno i proprietari di grandi magazzini, i banchieri e i grossi commercianti, i direttori di teatro, gli attori e gli artisti celebri, nonché i professori di fama mondiale che appartenevano ancora alla comunità, pensavano che il sangue di cui doveva grondare il coltello potesse essere il loro. Il legame che mantenevano con la comunità era di natura puramente formale. Erano tedeschi fino al midollo, radicati nella cultura del paese. Avevano grandi meriti da far valere. I più giovani avevano combattuto al fronte e vi si erano distinti. Se qualcosa doveva accadere, sarebbe toccata agli ebrei osservanti, ai nazionalisti che si aggrappavano alla cultura ebraica e alcuni dei quali sognavano addirittura di emigrare in Asia.
Anche il dottor Spayer, rabbino della Nuova Sinagoga, non credeva che quelle minacce lo riguardassero. La sua famiglia non viveva in Germania da generazioni? Nelle sue prediche non usava il miglior tedesco? Non adornava i suoi sermoni con frasi di Goethe, Lessing, Schiller e Kant? Non aveva esortato i suoi fedeli a difendere il paese alla vigilia delle ostilità e a offrire il loro sangue e il loro ardore alla patria? Se qualcuno si poteva rimproverare, erano gli stranieri, gli immigrati di fresca data. Come durante la guerra, ricominciò a prendere le distanze dal suo amico David Karnowski. In questi tempi difficili è preferibile tenersi il più lontano possibile da gente di quel tipo, pensava. L’uomo non deve mettersi in pericolo. Beato l’uomo che ha sempre paura, è scritto.
Il dottor Georg Karnowski continuava a lavorare nella sua clinica, senza preoccuparsi troppo di quel che gridavano gli uomini in stivali, cioè che nella patria risvegliata i medici ebrei dovevano fare le valigie. Assurdo! È nato qui, qui ha compiuto gli studi, qui si è reso celebre per la sua importante attività medica. E poi ha fatto la guerra, è stato decorato, promosso capitano. Sua moglie è cristiana, tedesca da sempre. Se ha paura, è per i genitori. Stranieri, tuttora privi della cittadinanza tedesca, potrebbero avere dei problemi.
Nemmeno David Karnowski immaginava che potessero cacciarlo dal paese, lui che ci viveva da tanti anni, aveva mandato un figlio in guerra, era egli stesso un commerciante degno di fiducia, puntuale e onesto, al punto che ai tedeschi con cui trattava mancavano le parole per cantarne le lodi. Si era integrato alla perfezione nel paese, aveva assimilato la lingua fin nelle minime sottigliezze, era un occidentale al cento per cento che non aveva assolutamente più nulla a che vedere con l’Oriente. Se c’era un pericolo per gli stranieri, era convinto fosse per quelli arrivati in massa dopo la guerra, che si erano stabiliti nel vecchio Scheunenviertel. Accanto alla compassione per quella gente, David Karnowski provava anche un po’ di risentimento. Intanto erano arrivati in troppi. Poi, mentre infuriava l’inflazione avevano acquistato case per un tozzo di pane. Lui stesso aveva venduto il suo stabile a uno di loro. Inoltre molti erano ebrei con caffettano e cernecchi, amministratori di sinagoghe, cantori, scribi, rabbini vecchia maniera. David Karnowski spesso si vergognava nell’incrociarli in tram o nella metropolitana. Alcuni venivano anche a chiedere offerte nella parte ovest della città. Con il loro aspetto e i loro costumi non avevano reso un buon servizio agli ebrei berlinesi. Anche lui, pur essendo straniero, non riusciva a sopportare i nuovi venuti. Non c’era da stupirsi se si erano attirati l’odio dei gentili. È vero, anche fra di loro si trovavano persone rispettabili, gente colta e illuminata. Il vecchio Efraim Walder, per esempio. Ma nell’insieme la popolazione di quel quartiere costituiva un corpo estraneo nella capitale. Era possibile che gli uomini del nuovo regime si mostrassero poco teneri con gli stranieri senza documenti che vi risiedevano.
Gli abitanti dello Scheunenviertel facevano a loro volta distinzioni al proprio interno. A reb Hertzele Vishnik, il proprietario dell’albergo Franz Joseph sulla Dragonerstrasse, pareva evidente come due più due fanno quattro che lui e i suoi compatrioti, gli austriaci o i galiziani, come li chiamavano i russi, non correvano alcun pericolo. L’Austria non era stata alleata della Germania? I due paesi non avevano combattuto il nemico fianco a fianco? È vero che la parte di Austria chiamata Galizia era passata a nuovi padroni, i polacchi. Ma era successo perché era stata persa la guerra. In realtà quella regione era parte dell’Austria, e comunque considerata come tale. Sarebbe stato stupido credere che se la prendessero con loro, degli alleati, molti dei quali avevano combattuto in prima linea. Se avevano in mente qualcuno, si trattava dei russi, gli stranieri che avevano invaso il quartiere. A loro volta i russi facevano distinzioni: c’erano quelli con i documenti in regola e quelli i cui documenti erano dubbi. Questi ultimi si dicevano che nella peggiore delle ipotesi ci sarebbe sempre stato il consolato del loro paese. Il mondo non era una giungla. (pp. 260-264)

Già, è proprio così che è andata: ognuno credeva di far parte della categoria degli “ebrei buoni” e che la mannaia, se proprio doveva abbattersi, si sarebbe abbattuta su qualcun altro (e ancora oggi, ottant’anni dopo, ci sono ebrei che ancora non hanno imparato la lezione e non ne vogliono sapere di impararla). Come dice il vecchio, saggio talmudista, ti proponi di essere ebreo in casa e tedesco nel mondo e ti ritrovi a fare il goy in casa mentre quegli altri, fuori nel mondo, in te continuano a non vedere altro che l’ebreo.

Quando il libro è uscito, più di qualcuno ha gridato al capolavoro: avevano ragione, lo è. E dunque non vi resta che leggerlo.

Israel Joshua Singer, La famiglia Karnowsky, Adelphi
singer_karnowski

barbara

SEI UNA BAMBINA CRISTIANA SIRIANA?

E allora il tuo destino è questo:
bambina siriana
martirizzata, torturata, stuprata a morte, il viso sfigurato, ad opera della religione di pace (qui).
E poi guardati questa testimonianza di Hatun Dogan, suora ortodossa turca (qui).

Qui invece trovi un’agghiacciante documentazione della spietata pulizia etnica praticata in tutti i Paesi invasi dagli islamici a partire dal VII secolo.

barbara

ORMAI È TUTTO UN AUSCHWITZ

Abbiamo i figli del miliardario che si sentono perseguitati come gli ebrei nella Germania nazista.
Abbiamo la ditta francese che chiama spiritosamente il suo nuovo detergente Cyclone B.
Abbiamo i motteggiamenti sulla scritta ARBEIT MACHT FREI per protestare contro un provvedimento dell’ENAC
Scritta-aeroporto-treviso
o per denunciare una fame a Gaza mai esistita.
la fame rende liberi
Abbiamo le fermate dell’autobus (all’aperto!) in cui qualcuno fuma, che diventano camere a gas.
in camera a gas
camera a gas
E ora abbiamo anche il presidente della regione Toscana che dice la sua in merito alla tragedia di Prato (per la quale mi sembra doveroso precisare che le inadempienze sono tutte italiane, ma l’organizzazione, le regole stabilite e gli interessi sono interamente cinesi): “Qui – ha detto – i lavoratori vivono e lavorano in soppalchi che ricordano quelli di Auschwitz”.

Alla fine verrà fuori che hanno ragione quelli che ci raccontano che Auschwitz era un ameno luogo di vacanza in cui gli ebrei stavano quasi meglio dei tedeschi. Perché sarà sicuramente brutto il negazionismo, ma la banalizzazione della Shoah è molto, molto più pericolosa.
scarpe-Auschwitz
barbara

EVVIVA EVVIVA ABBIAMO LA LEGGE

Ok alla legge anti-stalking carcere per i molestatori

ROMA – Chiunque minacci o compia atti persecutori nei confronti di qualcuno rischia il carcere fino a quattro anni. Se poi a molestare è il coniuge (anche separato o divorziato), il convivente o il fidanzato e se la molestia è rivolta a una donna incinta la detenzione può durare fino a sei anni. Sono le principali novità del testo approvato ieri dalla Camera che introduce il reato di “stalking” nel nostro ordinamento con un nuovo articolo: il 612-bis del codice penale. Il provvedimento è passato con una maggioranza quasi unanime: gli unici voti contrari sono stati quelli dei due deputati liberaldemocratici. Il disegno di legge sugli “atti persecutori” stabilisce anche che nei confronti del molestatore si possa disporre l’allontanamento fino ad un anno dalla casa o dal luogo di lavoro della vittima o anche, ad esempio dalla scuola dei figli. La pena aumenta se a “molestare” è il coniuge, anche se separato o divorziato, o il convivente o il fidanzato (anche ex). Si prevede più carcere anche se la vittima è un minore o un “diversamente abile” o una donna incinta e se gli “atti persecutori” sono stati commessi usando armi, o da “persona travisata”. Il delitto è punito sempre a querela di parte. Ma si potrà anche procedere d’ ufficio se il reato è commesso nei confronti di un minore o di un disabile. Prima di presentare querela, la vittima può anche raccontare il suo “calvario” alla pubblica autorità chiedendo che questa ammonisca il responsabile degli atti persecutori, prima di procedere con misure più gravi. Il testo prevede che il giudice possa intimare all’ imputato di non avvicinarsi ai luoghi normalmente frequentati dalla vittima. Per le vittime di stalking è istituito un numero verde nazionale per fornire una prima assistenza psicologica e giuridica.
30 gennaio 2009 (qui)

Ve le ricordate le reazioni all’annuncio dell’approvazione della legge? Ve lo ricordate l’entusiasmo? Ve le ricordate le manifestazioni di giubilo? Adesso finalmente… Era ora che si pensasse a proteggere le donne… Finalmente finirà questo stillicidio di assassini… Adesso non potranno più fare i furbi impunemente…
E ora? Una donna dietro l’altra assassinata dall’ex marito-compagno-fidanzato, e le notizie di accompagnamento sembrano fatte in fotocopia: lui la tormentava e lei lo aveva denunciato. Lui la perseguitava e lei lo aveva ri-denunciato. Lui l’aggrediva e lei lo aveva ri-ri-denunciato. Lui l’aveva minacciata di morte e lei lo aveva ri-ri-ri-denunciato. Poi lui l’ha ammazzata e allora è stato arrestato. Per un po’. Così anche per l’ultima della serie, Cristina Biagi,
NOTA: LA FOTO CHE COMPARIVA QUI, E CHE TUTTORA COMPARE SU GOOGLE IMMAGINI PORTANDO A QUESTO POST, È STATA RIMOSSA IN QUANTO NON APPARTENENTE ALLA VITTIMA BENSÌ A UN’OMONIMA, CON LA QUALE MI SCUSO.
assassinata l’altro ieri dall’ex marito *guardatecomesonoganzo guardatecomesonofigo iosonol’uomochenondevechiederemai*
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per la quale leggiamo nell’articolo del Corriere:
«Lei lo aveva denunciato spesso – racconta una vicina di casa dei genitori di Cristina Biagi – e lui veniva sotto casa a minacciarla». La vittima era tornata a vivere dai genitori insieme ai due figli e aveva presentato almeno due denunce contro l’ex marito per violenza e minacce. L’ultima denuncia è di dieci giorni fa. La Procura di Massa stava indagando e il pm aveva già affidato alcune deleghe di indagine. Già, la Procura stava indagando. Con calma, mi raccomando, che non vi rompiate il culo. Più o meno come quando qualche essere immondo viene arrestato per avere violentato un bambino di tre anni, e leggiamo che DUE ANNI FA era stato condannato a CINQUE ANNI per reati di pedofilia. In galera tutti i giudici, e se le galere sono poche, che se le costruiscano; nel frattempo dormano all’aperto nei sacchi a pelo. E staranno comunque meglio delle loro vittime. Noi, intanto, useremo i testi di quelle leggi come carta igienica, che almeno servano a qualcosa. 

barbara

FINCHÉ LE STELLE SARANNO IN CIELO

Rimango immobile mentre lo guardo esaminare in fretta i libri. Ne estrae uno, legge qualcosa all’interno e poi lo rimette a posto.
«Quando mi sono reso conto che i miei cari non sarebbero più tornati a casa, ho cominciato a pensare all’immane tragedia rappresentata non solo dalla loro morte ma dalla perdita del loro retaggio», continua. «Perché quando porti via un’intera famiglia, e muoiono tutti, chi racconterà le loro storie?»
«Nessuno», mormoro.
«Précisément. E quando questo succede è come se le loro vite fossero andate perse due volte. È così che ho cominciato a creare i miei archivi.» Prende un altro volume e stavolta gli si illuminano gli occhi. Sfoglia in fretta alcune pagine e si ferma su una. Rimane in silenzio per un attimo mentre legge.
«I suoi archivi?» domando.
Annuisce e mi mostra la pagina su cui si è fermato. Vedo una grafia quasi illeggibile su ordinate pagine a righe dai margini ingialliti. «I miei elenchi dei perduti. E dei ritrovati. E delle storie che li accompagnano.»
Indietreggio di un passo e osservo con timore reverenziale le sue librerie. «Tutti questi volumi sono i suoi elenchi?»
«Sì.»
«Li ha compilati personalmente?» Mi guardo intorno, incredula.
«In quei primi giorni mi hanno tenuto occupato», spiega. «È così che ho smesso di vivere nell’angoscia. Ho cominciato a visitare le sinagoghe, esaminandone i registri e parlando con tutte le persone che incontravo.»
«Ma com’è riuscito a raccogliere così tante informazioni?»
«A chiunque incontrassi chiedevo se conosceva qualcuno disperso o che era sopravvissuto. Familiari, amici, vicini, non aveva importanza. Nessuna informazione era secondaria o insignifiante. Rappresentavano tutte una vita perduta o una vita salvata. Nel corso degli anni ho scritto e riscritto i loro ricordi, li ho organizzati in volumi, ho seguito le tracce che mi hanno dato e trovato coloro che erano sopravvissuti.»
«Mio Dio», mormoro.
«Ogni persona sopravvissuta a un campo», continua lui, «ha molte storie da raccontare. Queste persone rappresentano spesso la chiave per risolvere il mistero di chi era disperso. Per altri, l’unico indizio che abbiamo è che non sono mai tornati. Ma i loro nomi sono qui, insieme ai dettagli che conosciamo.»

È un romanzo, Finché le stelle saranno in cielo, e tuttavia contiene tali elementi di verità da poter essere accomunato, sotto certi aspetti, a questo, o a questo, che raccontano storie autentiche, autentiche ricerche delle proprie radici, come quella che sta conducendo, nel romanzo, Hope, per conto della nonna che per settant’anni ha taciuto, per settant’anni ha nascosto a tutti la propria identità – e neppure questa è finzione letteraria: anche queste sono cose che realmente accadono, di persone che anno dopo anno, decennio dopo decennio, hanno continuato a celare la propria identità, un’identità che tuttavia, al termine della vita, reclama prepotentemente di essere rivelata, come è accaduto a lei, e questa è storia autentica, ed è di questi giorni (e poi ci sono persone che, pur non nascondendosi, tacciono tuttavia per tutta la vita, incapaci di buttare fuori l’inferno che hanno vissuto e che continuano a portare dentro di sé – e io lo so).
Finché le stelle saranno in cielo è un libro bellissimo, che dovreste davvero leggere (sì, ho pianto un sacco, ma questo lo sapevate già)

Kristin Harmel, Finché le stelle saranno in cielo, Garzanti
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barbara