E CHE NESSUNO MI VENGA A DIRE

che questo non è il vero islam.

barbara

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LA LEGGENDA DELL’ISOLA FELICE PER GLI EBREI

Le leggende sono belle. Le leggende piacciono. Le leggende hanno successo. Perché? Perché sono più rassicuranti, o più gratificanti della realtà. Non è più piacevole pensare di poter guarire con una semplice imposizione delle mani invece di dover affrontare dolorosi interventi chirurgici e poi pesantissime terapie e poi magari ancora interventi? Non è più simpatica l’idea degli italiani brava gente della realtà che li vede direttamente responsabili della metà dei rastrellamenti e degli arresti che hanno portato i nostri ebrei nelle camere a gas? È per questo che le leggende nascono e fioriscono e prosperano resistendo, non di rado, anche alle documentate smentite che la Storia sbatte loro in faccia. Una di queste è quella relativa a tempi o luoghi in cui si sarebbe manifestato un islam meravigliosamente tollerante che avrebbe consentito una pacifica e armoniosa convivenza con cristiani ed ebrei, come in Spagna, per esempio. Quella che è invece salita in questi giorni all’onore delle cronache è la leggenda del Marocco, presentato praticamente come un nido d’amore per gli ebrei. Ma sarà davvero così che stanno le cose? Cominciamo col dare un’occhiata al passato:

–      700- intere comunità ebraiche vengono massacrate dal re Idris I del Marocco.

–      1033- Fez, Marocco: proclamata la caccia all’ebreo. 6000 ebrei massacrati.

–      1400- Pogrom in Marocco in seguito al quale si contano a Fez solo undici ebrei sopravvissuti.

–      1428- vengono creati i ghetti (mellah) in Marocco.

–      1790-92- distruzione delle comunità ebraiche in Marocco.

–      1912- pogrom a Fez.

Per i tempi più recenti, vediamo questo puntuale confronto fra leggenda e realtà:

Circa 400 anni fa, la comunità ebraica marocchina aveva stretto un forte legame e un’alleanza con la dinastia regnante del paese, gli Alauiti.
È una grossolana semplificazione. Il XIX secolo vide una grande ondata di emigrazione ebraica. I fattori di spinta includono la precarietà e degrado dello status di ‘dhimmi’ e la pressione per la conversione forzata all’Islam.

Nel XX secolo, le persecuzioni in Europa portarono in Marocco nuove ondate di immigrati ebrei che cercavano un rifugio sicuro. La loro speranza non fu stata vana — nel 1940, quando il governo francese in Marocco controllato dai nazisti emanò decreti antisemiti, il sultano alauita Mohammed V rifiutò le leggi razziste. In una storia spesso ripetuta, rifiutò di chiedere ai suoi sudditi ebrei di indossare le stelle gialle. “Non ci sono ebrei in Marocco,” avrebbe detto. “Ci sono solo sudditi.”
‘Ondate’ è un’esagerazione. E che dire dell’esistenza di campi di lavoro sul suolo marocchino in cui prigionieri ebrei venivano torturati a morte? La storia della ‘stella gialla’ è pura leggenda. È semplicemente falso che Mohammed V rifiutò le leggi razziali: egli ha firmato ogni decreto di Vichy.

Oggi in Marocco gli ebrei godono di pari diritti e privilegi. Uno dei consulenti anziani del re Mohammed VI, André Azoulay, è ebreo. Il Marocco ha anche scuole ebraiche finanziate dallo stato e corti religiose ebraiche.
André Azoulay è il capo consigliere PR del re ed è responsabile della creazione di articoli come questo.

Presso i tribunali ebraici, chiamati Bet Din, le cause civili sono sentite e giudicate dai rabbini. Il Bet Din del Marocco è l’unico Tribunale ebraico di questo genere fuori di Israele, ufficialmente riconosciuto come un corpo giuridico alternativo e ospitato all’interno del complesso stesso delle corti islamiche.
Falso: ‘Batei Din’ esistono ovunque ci sia una comunità ebraica.

Nonostante l’atmosfera tollerante, la popolazione ebraica del Marocco è in costante diminuzione. Sebbene gli ebrei marocchini siano in gran parte esenti dalla persecuzione e l’animosità che possono affrontare in altre nazioni musulmane, ci fu una serie di attentati suicidi il 16 maggio 2003 a Casablanca che presero di mira siti della vita ebraica e uccisero tre ebrei.
La diminuzione è non stata costante, ma piuttosto drammatica e ha preceduto gli attentati di Casablanca del 2003 di circa 50 anni.

Ebrei marocchini hanno continuato a fluire in Israele, Europa e nelle Americhe per motivi religiosi, paura di persecuzioni e per migliorare la loro situazione economica. Al suo apice nel 1940, la popolazione ebraica del Marocco superava le 250.000 presenze; oggi ne rimangono solo circa 4.000. La comunità ebraica ha per lo più abbandonato la sua un tempo vibrante esistenza in città marocchine come Tangeri, Fez, Salé e Tetouan. Solo la città di Casablanca mantiene una significativa popolazione ed è ora il centro della vita ebraica marocchina. Casablanca vanta 17 sinagoghe attive, tre scuole ebraiche, un vasto museo ebraico e un centro di comunità che si occupa dei malati e degli anziani. Ma le mellah (quartieri ebraici) di altre città marocchine sono rimaste vuote o destinate ad altri usi.
Una parvenza di verità, finalmente. (qui, traduzione mia)

A questa puntuale confutazione della leggenda del Marocco-isola felice, si può aggiungere un prezioso video di quasi un’ora e tre quarti in cui Georges Bensoussan, ebreo di origine marocchina, provvede non solo a confutare tale leggenda, ma anche a spiegarne le origini e la persistenza: una ragione è il fatto che i “testimoni” sono per lo più appartenenti alle classi superiori, che descrivono il PROPRIO mondo convinti che quello sia IL mondo; inoltre è facile che da vecchi si tenda a idealizzare i tempi della propria giovinezza, smussando, quando non addirittura reinventando, i propri ricordi. Ma la realtà – come raccontato a Bensoussan da Joseph Halevi – è che l’esperienza delle classi non privilegiate negli anni Quaranta era quella di un’ininterrotta sottomissione, di una ininterrotta violenza, di un ininterrotto arbitrio. Del resto analizzando il linguaggio politico arabo si trova che esso è tutto incentrato sul concetto di “diverso”, ossia chi non è musulmano, che deve essere schiacciato. Informa che i cinque Paesi in cui la vita degli ebrei era più drammatica erano la Romania, la Russia, la Persia, lo Yemen e il Marocco. Il motivo del silenzio dell’Occidente che si rifiuta di prendere atto che il mondo musulmano è razzista, antisemita, intollerante, oppressore, colonizzatore, brutale, violento è il senso di colpa derivante dal fatto che il mondo arabo è stato colonizzato, oppresso, e questo lo rende vittima in eterno. La conferenza si conclude con il racconto di un episodio: un uomo fa vedere al padre ottantenne di origine marocchina un film in cui numerosi ebrei marocchini raccontano della meravigliosa vita che si conduceva, tutta amore e armonia, una vera e propria età dell’oro. Fin dalla prima scena del film il padre ammutolisce, e il figlio pensa che sia per la commozione. Poi il film finisce e il figlio chiede: “Allora, papà?” E il padre grida: “Falso! Tutto falso!” A chi ha tempo e capisce il francese, suggerisco di vedere il video.

barbara

IL CABALISTA DI PRAGA

Che all’inizio sembrerebbe la storia del dybbuk, ma non è la storia del dybbuk; o meglio, un dybbuk c’è, ma non è “quello lì” (e se non sai che cos’è il dybbuk ti vai a informare: non pretenderai mica che ti serva sempre la pappa fatta, eh?). Anzi, in un certo senso è l’esatto contrario, è il rifiuto di adeguarsi al destino disegnato dai padri, la rivendicazione da parte dell’interessata (una donna!) del diritto a scegliere la propria strada contro tutto e tutti.
E poi c’è la storia del Golem, che all’inizio ricalca quella tramandata dalla leggenda: i cristiani che non smettono di assaltare il ghetto per fare strage di ebrei, una volta col pretesto di un’epidemia di peste di cui, come al solito, vengono incolpati gli ebrei (che, grazie in parte all’isolamento a cui sono costretti, e in parte alle loro norme igieniche rituali, muoiono sensibilmente meno dei cristiani), una volta con quello di qualche cristiano trovato morto, a volte facendo anche a meno di qualsiasi pretesto; il desiderio di una potente arma di difesa; la tentazione di fare ricorso ai misteriosi poteri esoterici della cabala per dare vita a un umanoide dalla potenza illimitata ma del tutto privo di pensiero, di volontà, di sentimenti – in una parola, di umanità. Poi, come si sa, qualcosa va storto – ma, nel romanzo, va storto in maniera molto diversa da quella narrata nella leggenda, ed è proprio in questo “andare storto” che si manifesta tutta l’umanità di Marek Halter e dei personaggi a cui la sua fertile fantasia ha dato vita.
(Post scriptum: oggi il Golem non ci serve più: abbiamo l’esercito di Israele)

Marek Halter, Il cabalista di Praga, Newton Compton
il cabalista di praga
barbara

LA FAMIGLIA KARNOWSKI

Una tensione indefinita, un misto di attesa, esaltazione e paura invase la capitale quando gli uomini in stivali s’impadronirono delle strade e delle piazze.
Erano ovunque, e in gran numero. Sfilavano in parata, sfrecciavano a tutta velocità in automobile o in motocicletta, brandivano torce accese, cantavano in coro e marciavano, marciavano, marciavano.
Il risuonare dei loro passi risvegliava il sangue. Non si sapeva bene che cosa i nuovi padroni avrebbero portato, ma tutti erano tesi, tesi ed elettrizzati. C’era una sensazione di anarchia, qualcosa di diverso dal solito, di festivo, di inquietante e di frenetico, come in un gioco infantile.
Di nuovo, come un tempo, c’erano fanfare, bandiere, uniformi, saluti militari, parate e discorsi altisonanti. Più fragoroso che in qualunque altro luogo, il martellare degli stivali echeggiava nella zona occidentale di Berlino, sul Kurfürstendamm, sulla Tauentzienstrasse, in tutto il quartiere dove vivevano e lavoravano i grandi commercianti, i professori, i direttori di teatro, gli avvocati, i medici e i banchieri dai capelli e gli occhi scuri. «Wenn das Judenblut vom Messer spritzt, dann geht’s noch mal so gut, so gut» [Quando il sangue ebraico zampilla dal coltello, allora tutto va di nuovo così bene, così bene] cantavano a squarciagola gli uomini del «nuovo ordine», marciando davanti ai negozi eleganti, alle banche e ai grandi magazzini di quelle strade, perché le zazzere nere udissero bene.
Le udivano benissimo quelle parole, coloro ai quali erano rivolte. Così come le udivano gli intellettuali, i giornalisti e gli intermediari seduti nei bar, con un giornale e l’eterna tazza di caffè. Anche loro erano inquieti per quanto stava accadendo, provavano un po’ di vergogna e si sentivano a disagio. Ma non erano seriamente spaventati. In fin dei conti si trattava solo di poche frasi di una stupida canzonetta. Del resto, nemmeno i commercianti della Friedrichstrasse e dell’Alexanderplatz le prendevano sul serio.
Gli affari andavano bene come prima, e anche meglio. La gente si riuniva nelle strade, era di umore spensierato, festoso, e spendeva i propri soldi dimenticando la prudenza e la parsimonia consuete. Nei bar, assieme allo strudel e al caffè, i camerieri portavano ai clienti abituali dai capelli neri i giornali esteri continuando a chiamarli «dottore», che il titolo fosse legittimo o meno. Nessuno credeva che tutto ciò potesse cambiare. Nessuno ci voleva credere. E poi, come sempre succede in caso di calamità, ognuno pensava che se doveva arrivare una disgrazia avrebbe colpito il vicino, non lui.
Rudolf Moser si recava come di consueto in automobile all’imponente stabile che ospitava la sua casa editrice. Per quanto fosse sgradevole sentire quei canti sul sangue degli ebrei, in nessun momento aveva pensato che potessero riguardarlo personalmente. È vero che era di origine ebraica, ma era battezzato da un bel pezzo, aveva una moglie cristiana, ed era addirittura membro del consiglio della Gedächtniskirche, la chiesa più prestigiosa della città. Il suo salotto era frequentato da politici in vista, anche di destra. Uno dei loro, il dottor Zerbe, era ricevuto in casa sua. Qualunque cosa potesse succedere agli ebrei, non riguardava lui, il cristiano.
Nemmeno i proprietari di grandi magazzini, i banchieri e i grossi commercianti, i direttori di teatro, gli attori e gli artisti celebri, nonché i professori di fama mondiale che appartenevano ancora alla comunità, pensavano che il sangue di cui doveva grondare il coltello potesse essere il loro. Il legame che mantenevano con la comunità era di natura puramente formale. Erano tedeschi fino al midollo, radicati nella cultura del paese. Avevano grandi meriti da far valere. I più giovani avevano combattuto al fronte e vi si erano distinti. Se qualcosa doveva accadere, sarebbe toccata agli ebrei osservanti, ai nazionalisti che si aggrappavano alla cultura ebraica e alcuni dei quali sognavano addirittura di emigrare in Asia.
Anche il dottor Spayer, rabbino della Nuova Sinagoga, non credeva che quelle minacce lo riguardassero. La sua famiglia non viveva in Germania da generazioni? Nelle sue prediche non usava il miglior tedesco? Non adornava i suoi sermoni con frasi di Goethe, Lessing, Schiller e Kant? Non aveva esortato i suoi fedeli a difendere il paese alla vigilia delle ostilità e a offrire il loro sangue e il loro ardore alla patria? Se qualcuno si poteva rimproverare, erano gli stranieri, gli immigrati di fresca data. Come durante la guerra, ricominciò a prendere le distanze dal suo amico David Karnowski. In questi tempi difficili è preferibile tenersi il più lontano possibile da gente di quel tipo, pensava. L’uomo non deve mettersi in pericolo. Beato l’uomo che ha sempre paura, è scritto.
Il dottor Georg Karnowski continuava a lavorare nella sua clinica, senza preoccuparsi troppo di quel che gridavano gli uomini in stivali, cioè che nella patria risvegliata i medici ebrei dovevano fare le valigie. Assurdo! È nato qui, qui ha compiuto gli studi, qui si è reso celebre per la sua importante attività medica. E poi ha fatto la guerra, è stato decorato, promosso capitano. Sua moglie è cristiana, tedesca da sempre. Se ha paura, è per i genitori. Stranieri, tuttora privi della cittadinanza tedesca, potrebbero avere dei problemi.
Nemmeno David Karnowski immaginava che potessero cacciarlo dal paese, lui che ci viveva da tanti anni, aveva mandato un figlio in guerra, era egli stesso un commerciante degno di fiducia, puntuale e onesto, al punto che ai tedeschi con cui trattava mancavano le parole per cantarne le lodi. Si era integrato alla perfezione nel paese, aveva assimilato la lingua fin nelle minime sottigliezze, era un occidentale al cento per cento che non aveva assolutamente più nulla a che vedere con l’Oriente. Se c’era un pericolo per gli stranieri, era convinto fosse per quelli arrivati in massa dopo la guerra, che si erano stabiliti nel vecchio Scheunenviertel. Accanto alla compassione per quella gente, David Karnowski provava anche un po’ di risentimento. Intanto erano arrivati in troppi. Poi, mentre infuriava l’inflazione avevano acquistato case per un tozzo di pane. Lui stesso aveva venduto il suo stabile a uno di loro. Inoltre molti erano ebrei con caffettano e cernecchi, amministratori di sinagoghe, cantori, scribi, rabbini vecchia maniera. David Karnowski spesso si vergognava nell’incrociarli in tram o nella metropolitana. Alcuni venivano anche a chiedere offerte nella parte ovest della città. Con il loro aspetto e i loro costumi non avevano reso un buon servizio agli ebrei berlinesi. Anche lui, pur essendo straniero, non riusciva a sopportare i nuovi venuti. Non c’era da stupirsi se si erano attirati l’odio dei gentili. È vero, anche fra di loro si trovavano persone rispettabili, gente colta e illuminata. Il vecchio Efraim Walder, per esempio. Ma nell’insieme la popolazione di quel quartiere costituiva un corpo estraneo nella capitale. Era possibile che gli uomini del nuovo regime si mostrassero poco teneri con gli stranieri senza documenti che vi risiedevano.
Gli abitanti dello Scheunenviertel facevano a loro volta distinzioni al proprio interno. A reb Hertzele Vishnik, il proprietario dell’albergo Franz Joseph sulla Dragonerstrasse, pareva evidente come due più due fanno quattro che lui e i suoi compatrioti, gli austriaci o i galiziani, come li chiamavano i russi, non correvano alcun pericolo. L’Austria non era stata alleata della Germania? I due paesi non avevano combattuto il nemico fianco a fianco? È vero che la parte di Austria chiamata Galizia era passata a nuovi padroni, i polacchi. Ma era successo perché era stata persa la guerra. In realtà quella regione era parte dell’Austria, e comunque considerata come tale. Sarebbe stato stupido credere che se la prendessero con loro, degli alleati, molti dei quali avevano combattuto in prima linea. Se avevano in mente qualcuno, si trattava dei russi, gli stranieri che avevano invaso il quartiere. A loro volta i russi facevano distinzioni: c’erano quelli con i documenti in regola e quelli i cui documenti erano dubbi. Questi ultimi si dicevano che nella peggiore delle ipotesi ci sarebbe sempre stato il consolato del loro paese. Il mondo non era una giungla. (pp. 260-264)

Già, è proprio così che è andata: ognuno credeva di far parte della categoria degli “ebrei buoni” e che la mannaia, se proprio doveva abbattersi, si sarebbe abbattuta su qualcun altro (e ancora oggi, ottant’anni dopo, ci sono ebrei che ancora non hanno imparato la lezione e non ne vogliono sapere di impararla). Come dice il vecchio, saggio talmudista, ti proponi di essere ebreo in casa e tedesco nel mondo e ti ritrovi a fare il goy in casa mentre quegli altri, fuori nel mondo, in te continuano a non vedere altro che l’ebreo.

Quando il libro è uscito, più di qualcuno ha gridato al capolavoro: avevano ragione, lo è. E dunque non vi resta che leggerlo.

Israel Joshua Singer, La famiglia Karnowsky, Adelphi
singer_karnowski

barbara

SEI UNA BAMBINA CRISTIANA SIRIANA?

E allora il tuo destino è questo:
bambina siriana
martirizzata, torturata, stuprata a morte, il viso sfigurato, ad opera della religione di pace (qui).
E poi guardati questa testimonianza di Hatun Dogan, suora ortodossa turca (qui).

Qui invece trovi un’agghiacciante documentazione della spietata pulizia etnica praticata in tutti i Paesi invasi dagli islamici a partire dal VII secolo.

barbara

ORMAI È TUTTO UN AUSCHWITZ

Abbiamo i figli del miliardario che si sentono perseguitati come gli ebrei nella Germania nazista.
Abbiamo la ditta francese che chiama spiritosamente il suo nuovo detergente Cyclone B.
Abbiamo i motteggiamenti sulla scritta ARBEIT MACHT FREI per protestare contro un provvedimento dell’ENAC
Scritta-aeroporto-treviso
o per denunciare una fame a Gaza mai esistita.
la fame rende liberi
Abbiamo le fermate dell’autobus (all’aperto!) in cui qualcuno fuma, che diventano camere a gas.
in camera a gas
camera a gas
E ora abbiamo anche il presidente della regione Toscana che dice la sua in merito alla tragedia di Prato (per la quale mi sembra doveroso precisare che le inadempienze sono tutte italiane, ma l’organizzazione, le regole stabilite e gli interessi sono interamente cinesi): “Qui – ha detto – i lavoratori vivono e lavorano in soppalchi che ricordano quelli di Auschwitz”.

Alla fine verrà fuori che hanno ragione quelli che ci raccontano che Auschwitz era un ameno luogo di vacanza in cui gli ebrei stavano quasi meglio dei tedeschi. Perché sarà sicuramente brutto il negazionismo, ma la banalizzazione della Shoah è molto, molto più pericolosa.
scarpe-Auschwitz
barbara

EVVIVA EVVIVA ABBIAMO LA LEGGE

Ok alla legge anti-stalking carcere per i molestatori

ROMA – Chiunque minacci o compia atti persecutori nei confronti di qualcuno rischia il carcere fino a quattro anni. Se poi a molestare è il coniuge (anche separato o divorziato), il convivente o il fidanzato e se la molestia è rivolta a una donna incinta la detenzione può durare fino a sei anni. Sono le principali novità del testo approvato ieri dalla Camera che introduce il reato di “stalking” nel nostro ordinamento con un nuovo articolo: il 612-bis del codice penale. Il provvedimento è passato con una maggioranza quasi unanime: gli unici voti contrari sono stati quelli dei due deputati liberaldemocratici. Il disegno di legge sugli “atti persecutori” stabilisce anche che nei confronti del molestatore si possa disporre l’allontanamento fino ad un anno dalla casa o dal luogo di lavoro della vittima o anche, ad esempio dalla scuola dei figli. La pena aumenta se a “molestare” è il coniuge, anche se separato o divorziato, o il convivente o il fidanzato (anche ex). Si prevede più carcere anche se la vittima è un minore o un “diversamente abile” o una donna incinta e se gli “atti persecutori” sono stati commessi usando armi, o da “persona travisata”. Il delitto è punito sempre a querela di parte. Ma si potrà anche procedere d’ ufficio se il reato è commesso nei confronti di un minore o di un disabile. Prima di presentare querela, la vittima può anche raccontare il suo “calvario” alla pubblica autorità chiedendo che questa ammonisca il responsabile degli atti persecutori, prima di procedere con misure più gravi. Il testo prevede che il giudice possa intimare all’ imputato di non avvicinarsi ai luoghi normalmente frequentati dalla vittima. Per le vittime di stalking è istituito un numero verde nazionale per fornire una prima assistenza psicologica e giuridica.
30 gennaio 2009 (qui)

Ve le ricordate le reazioni all’annuncio dell’approvazione della legge? Ve lo ricordate l’entusiasmo? Ve le ricordate le manifestazioni di giubilo? Adesso finalmente… Era ora che si pensasse a proteggere le donne… Finalmente finirà questo stillicidio di assassini… Adesso non potranno più fare i furbi impunemente…
E ora? Una donna dietro l’altra assassinata dall’ex marito-compagno-fidanzato, e le notizie di accompagnamento sembrano fatte in fotocopia: lui la tormentava e lei lo aveva denunciato. Lui la perseguitava e lei lo aveva ri-denunciato. Lui l’aggrediva e lei lo aveva ri-ri-denunciato. Lui l’aveva minacciata di morte e lei lo aveva ri-ri-ri-denunciato. Poi lui l’ha ammazzata e allora è stato arrestato. Per un po’. Così anche per l’ultima della serie, Cristina Biagi,
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assassinata l’altro ieri dall’ex marito *guardatecomesonoganzo guardatecomesonofigo iosonol’uomochenondevechiederemai*
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per la quale leggiamo nell’articolo del Corriere:
«Lei lo aveva denunciato spesso – racconta una vicina di casa dei genitori di Cristina Biagi – e lui veniva sotto casa a minacciarla». La vittima era tornata a vivere dai genitori insieme ai due figli e aveva presentato almeno due denunce contro l’ex marito per violenza e minacce. L’ultima denuncia è di dieci giorni fa. La Procura di Massa stava indagando e il pm aveva già affidato alcune deleghe di indagine. Già, la Procura stava indagando. Con calma, mi raccomando, che non vi rompiate il culo. Più o meno come quando qualche essere immondo viene arrestato per avere violentato un bambino di tre anni, e leggiamo che DUE ANNI FA era stato condannato a CINQUE ANNI per reati di pedofilia. In galera tutti i giudici, e se le galere sono poche, che se le costruiscano; nel frattempo dormano all’aperto nei sacchi a pelo. E staranno comunque meglio delle loro vittime. Noi, intanto, useremo i testi di quelle leggi come carta igienica, che almeno servano a qualcosa. 

barbara

FINCHÉ LE STELLE SARANNO IN CIELO

Rimango immobile mentre lo guardo esaminare in fretta i libri. Ne estrae uno, legge qualcosa all’interno e poi lo rimette a posto.
«Quando mi sono reso conto che i miei cari non sarebbero più tornati a casa, ho cominciato a pensare all’immane tragedia rappresentata non solo dalla loro morte ma dalla perdita del loro retaggio», continua. «Perché quando porti via un’intera famiglia, e muoiono tutti, chi racconterà le loro storie?»
«Nessuno», mormoro.
«Précisément. E quando questo succede è come se le loro vite fossero andate perse due volte. È così che ho cominciato a creare i miei archivi.» Prende un altro volume e stavolta gli si illuminano gli occhi. Sfoglia in fretta alcune pagine e si ferma su una. Rimane in silenzio per un attimo mentre legge.
«I suoi archivi?» domando.
Annuisce e mi mostra la pagina su cui si è fermato. Vedo una grafia quasi illeggibile su ordinate pagine a righe dai margini ingialliti. «I miei elenchi dei perduti. E dei ritrovati. E delle storie che li accompagnano.»
Indietreggio di un passo e osservo con timore reverenziale le sue librerie. «Tutti questi volumi sono i suoi elenchi?»
«Sì.»
«Li ha compilati personalmente?» Mi guardo intorno, incredula.
«In quei primi giorni mi hanno tenuto occupato», spiega. «È così che ho smesso di vivere nell’angoscia. Ho cominciato a visitare le sinagoghe, esaminandone i registri e parlando con tutte le persone che incontravo.»
«Ma com’è riuscito a raccogliere così tante informazioni?»
«A chiunque incontrassi chiedevo se conosceva qualcuno disperso o che era sopravvissuto. Familiari, amici, vicini, non aveva importanza. Nessuna informazione era secondaria o insignifiante. Rappresentavano tutte una vita perduta o una vita salvata. Nel corso degli anni ho scritto e riscritto i loro ricordi, li ho organizzati in volumi, ho seguito le tracce che mi hanno dato e trovato coloro che erano sopravvissuti.»
«Mio Dio», mormoro.
«Ogni persona sopravvissuta a un campo», continua lui, «ha molte storie da raccontare. Queste persone rappresentano spesso la chiave per risolvere il mistero di chi era disperso. Per altri, l’unico indizio che abbiamo è che non sono mai tornati. Ma i loro nomi sono qui, insieme ai dettagli che conosciamo.»

È un romanzo, Finché le stelle saranno in cielo, e tuttavia contiene tali elementi di verità da poter essere accomunato, sotto certi aspetti, a questo, o a questo, che raccontano storie autentiche, autentiche ricerche delle proprie radici, come quella che sta conducendo, nel romanzo, Hope, per conto della nonna che per settant’anni ha taciuto, per settant’anni ha nascosto a tutti la propria identità – e neppure questa è finzione letteraria: anche queste sono cose che realmente accadono, di persone che anno dopo anno, decennio dopo decennio, hanno continuato a celare la propria identità, un’identità che tuttavia, al termine della vita, reclama prepotentemente di essere rivelata, come è accaduto a lei, e questa è storia autentica, ed è di questi giorni (e poi ci sono persone che, pur non nascondendosi, tacciono tuttavia per tutta la vita, incapaci di buttare fuori l’inferno che hanno vissuto e che continuano a portare dentro di sé – e io lo so).
Finché le stelle saranno in cielo è un libro bellissimo, che dovreste davvero leggere (sì, ho pianto un sacco, ma questo lo sapevate già)

Kristin Harmel, Finché le stelle saranno in cielo, Garzanti
finché-le-stelle-saranno-in-cielo
barbara

L’ALTRO GENOCIDIO

Nel dialetto siriaco occidentale, quello che viene direttamente dall’aramaico parlato da Gesù, si dice “Sayfo”; in siriaco orientale, quello oggi più parlato, la parola è invece Saypa-. Significa letteralmente “spada”, ed è il termine che gli assiri, cristiani di lingua siriaca del Medio Oriente, usano nel senso in cui in ebraico si dice Shoah. Non genocidio, un genocidio, ma il genocidio, il loro: il massacro di almeno 275 mila persone che avvenne nell’allora Impero Ottomano tra 1914 e 1920, in margine al genocidio di altre due importanti popolazioni cristiane autoctone, gli armeni e i greci. Solo che la Grecia ha sempre mantenuto la memoria di quello che ai sensi della storia fu soprattutto uno scambio di popolazione, e poi il massacro dei 375 mila greci del Ponto e l’espulsione di un altro milione e mezzo di greci e cristiani di lingua turca dall’Asia Minore e da Costantinopoli fu nel Trattato di Losanna in parte “compensata” dall’espulsione di mezzo milione di musulmani dal territorio greco. E anche gli armeni, la cui strage fu collocata dagli Alleati a una media di 800 mila vittime tra il minimo di 350 mila riconosciuto dai turchi e il massimo di un milione e mezzo rivendicato dagli stessi armeni, hanno finito per vedere per lo meno riconosciuto il loro dramma. Anche se i crimini contro di loro restano impuniti, e se la storiografia ufficiale turca parla ancora di “scontri interetnici”.
Degli assiri, invece, non sa niente nessuno. Solo lunedì 26 marzo per la prima volta il loro dramma è arrivato al Parlamento europeo: e non direttamente in aula, ma in un convegno ospitato presso la conference room dello stesso Parlamento a Bruxelles. Promotori del convegno le federazioni degli assiri di Germania, Svezia e Paesi Bassi, paesi dove c’è una diaspora influente (35 mila in Svezia, 23 mila in Germania e 15 mila in Francia). Tra gli oratori c’era anche una rappresentanza di eurodeputati lodevolmente trasversale e David Gaunt, uno storico svedese autore di una storia del genocidio dei cristiani assiri, caldei e siriaci nella Mesopotamia settentrionale durante la Prima guerra mondiale: un lavoro pionieristico compiuto integrando fonti scritte turche, russe, tedesche, francesi e arabe con la memoria oralmente tramandata dei sopravvissuti.
Assiri, caldei e siriaci, appunto. I primi sono tecnicamente i membri di quella chiesa di lingua liturgica neo-aramaica che aderiscono a quella teologia nestoriana che nega alla Madonna il titolo di Madre di Dio, ritenendo che in Gesù la componente divina “abitò” in quella umana “come in un tempio”. I caldei sono il ramo della stessa comunità che, mantenendo la propria autonomia organizzativa e liturgica, è tornato in comunione con Roma. E i siriaci, di identica lingua liturgica, risalgono invece alla corrente monofisita, che all’opposto dei nestoriani vede in Gesù la sola natura divina. Anch’essi comunque ora divisi tra una Chiesa siro-ortodossa e una siro-cattolica. Ovviamente queste per i turchi erano solo sfumature: ammazzarono gli uni e gli altri senza farsi troppi problemi. «Un giorno i musulmani raccolsero tutti i ragazzi dai sei ai quindici anni e li condussero al comando della polizia», ricorda ad esempio un passo del memorandum redatto dal Consiglio nazionale assiro-caldeo nel 1922. «Di lì li portarono sulla vetta di una montagna conosciuta come Ras-el Hadjar e li sgozzarono uno a uno, buttando i loro corpi nell’abisso». Nell’aprile del 1915 gli abitanti del villaggio di Tel Mozilt furono massacrati a fucilate: prima gli uomini; poi le donne e i bambini, dopo un’accesa discussione tra ufficiali turchi e ausiliari curdi su cosa farne. Alla fine del 1915 ci fu un battaglione di 8 mila soldati che si guadagnò il nomignolo di “battaglione macellaio” per il modo in cui tolse di mezzo i 20 mila abitanti dei 30 villaggi assiri della provincia di Van. Nel marzo 1918 fu assassinato addirittura il patriarca Mar Shimun XXI Benyamin, capo della Chiesa assira: da un gruppo di paramilitari curdi che gli si erano presentati col paravento di una bandiera bianca. Perfino in Persia gli ottomani sconfinarono a uccidere gli assiri locali: secondo un rapporto inglese, cercandoli nelle case dove i loro vicini musulmani avevano cercato di nasconderli. La maggior parte delle vittime morirono durante interminabili marce di trasferimento verso il deserto, metodo massicciamente applicato anche agli armeni.
Sayfo 1
Metà della popolazione assiro-caldeo-siriaca prima del 1914 viveva nell’attuale Turchia. Oggi non ne restano che 5 mila, sugli 1,6 milioni di unità che conta questa comunità nel mondo. Anche in Iran non ne restano che 10 mila, e il grosso si concentra in Siria (mezzo milione) e in Iraq (800 mila).
Turkish-Annihilation
In quest’ultimo paese infatti si concentrarono gran parte degli scampati alle stragi in Turchia e Iran, e lì gli assiri al momento della discussione dei trattati di pace dopo la Prima guerra mondiale chiesero di poter costituire un loro Stato. Non solo glielo negarono, ma nel 1933 3 mila di loro furono sterminati in un nuovo pogrom in seguito al quale il giurista ebreo polacco Raphael Lemkin, da tempo attivo sul problema armeno, ebbe l’idea stessa della parola genocidio: tragica premonizione, proprio nell’anno in cui Hitler saliva al potere.
Proprio la mancanza di una propria entità politica ha impedito agli assiri di premere a livello internazionale per il riconoscimento del proprio dramma, a differenza di quanto hanno potuto fare gli ebrei grazie alla costituzione di Israele. Ed è significativo che anche del genocidio armeno la consapevolezza sia cresciuta in concomitanza con la conquista dell’indipendenza da parte della ex repubblica sovietica dell’Armenia. Oggi i paesi in cui è riconosciuto il genocidio assiro sono Stati Uniti, Svezia, Francia e Armenia. Anche in Iraq gli assiri stanno oggi acquistando autonomia e consapevolezza, ma sono d’altra parte oggetto degli attacchi degli integralisti. Quanto alla Siria, nel 2004 il regime ha vietato la commemorazione del 7 agosto: anniversario del massacro del 1933, che è però usato dagli assiri come “giorno della memoria” per tutti i loro lutti. Anche solo accennare a ricordarsene può costare un arresto immediato. E vietatissimo è anche sventolare la bandiera assira: sotto l’immagine alata del dio Assur, un sole giallo al centro di una stella a quattro punte azzurre, da cui irradiano quattro nastri tricolore a rappresentare il Tigri, l’Eufrate e il fiume Zab. (Maurizio Stefanini, 12 aprile 2007, qui)
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Altre fonti danno un numero di vittime fra 700.000 e 750.000. E il governo turco, in aggiunta all’ostinato rifiuto di riconoscere il genocidio armeno, si è anche diligentemente dedicato alla distruzione dei documenti su quest’altro genocidio (qui, nei commenti). Poi, immancabile ciliegina sulla torta, qualcuno ha provveduto, esattamente un anno fa, a vandalizzare un monumento dedicato alle vittime.
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Per fortuna qualcuno combatte attivamente contro l’oblio delle vittime dell’islam, e proprio nella giornata di oggi c’è chi ricorda questo ennesimo genocidio dimenticato.

barbara