INBAL

(sempre a proposito di femminucce)

C’è chi a diciannove anni rincorre Pokémon per i ciottoli della città e c’è chi, alla medesima età, segna la storia e inaugura una nuova era.
Questa settimana incontro Inbal e, nonostante l’affetto sincero che nutro per Pikachu e i suoi amici variopinti, rimango impressionato dalla straordinaria personalità scaturita da quel corpo così esile seduto di fronte a me.
Con una stretta di mano più energica della mia, si presenta, sorridente ed entusiasta.
Inbal vanta un primato unico nella storia del nostro giovane Stato.
“Beh la vera novità sta nella messa in pratica”, ho lo sguardo perso, probabilmente se n’è accorta. “Okay, mi spiego meglio, in realtà ci sono sempre state delle soldatesse il cui ruolo era quello di istruire i piloti dell’aviazione israeliana. Il passo avanti consiste nella messa in pratica, come dicevo prima”, provo a fingere di aver capito, ma il mio sguardo mi tradisce per la seconda volta. “In poche parole io sarò la prima soldatessa a spingermi oltre. Ovvero, non mi limiterò a trasmettere il materiale dietro ad una cattedra o di fronte ad un simulatore: salirò insieme ai piloti sull’aereo stesso e riporterò tutte le nozioni necessarie in tempo di volo.”
Le idee si schiariscono pian piano e lo sguardo confuso si tramuta in pura ammirazione.
“Il fattore straordinario è che per la prima volta non siamo state noi a rivendicare i nostri diritti, bensì, sono stati i piloti stessi a sentire la necessità del nostro intervento in campo. Sono stati loro a cercarci e non viceversa, capisci?”, annuisco sorridente, trascinato dal suo entusiasmo.
Quando ci congediamo decido di farmi trovare preparato per la stretta di mano. Con uno sguardo di sfida indirizzo tutte le mie energie sulle dita e i polpastrelli, prendo un respiro profondo, e… Niente, la sua stretta si conferma più forte.
Persino le mani leggermente smaltate di Inbal trasudano determinazione.
“E adesso, chi la ferma più”, penso tra me e me uscendo dalla stanza.

David Zebuloni (Moked, 5 agosto 2016)

Peccato non avere una foto di questa ragazzina dalle unghie smaltate che sale sugli aerei per insegnare ai piloti quello che devono fare. Peccato davvero.

barbara

POI I PILOTI ISRAELIANI (11/1)

hanno attuato quello che in tutto il mondo viene ormai chiamato uno “sciopero all’italiana”, cioè non proclamano lo stato di sciopero ma, al momento di imbarcarsi, si ammalano. Tutti. L’aereo era lì, davanti al nostro naso, ma non c’erano piloti da poterlo portare in Italia. Il volo era previsto per le 18:20; all’arrivo al gate era segnato per le 18:55, poi è passato alle 20:30, poi alle 22:30… Tutti espedienti per tenere tranquilla la gente, per far credere che ci fosse un programma, delle notizie, e invece non c’era niente. Alla fine si è saputo che si erano finalmente trovati dei piloti, e che verso le undici e mezza saremmo partiti. Con un problema: Malpensa, come tutti gli aeroporti vicini a centri abitati, di notte sospende ogni attività, e quindi non si sapeva dove si sarebbe atterrati. Poi, dopo frenetici giri di telefonate fra tutte le autorità competenti, Malpensa ha eccezionalmente accettato di farci atterrare. Alle undici e un quarto siamo partiti e alle due siamo atterrati.
Era stato stabilito che io e Antonella avremmo dormito da Eyal, per poi la mattina dopo prendere il treno per le rispettive destinazioni, quindi, usciti dall’aeroporto, prendiamo la navetta che collega Malpensa 1 e Malpensa 2 per andare a prendere la sua macchina, al parcheggio per i dipendenti dell’aeroporto. La navetta rimane in funzione tutta la notte, anche se con orari più diradati, e quindi dopo mezz’ora di attesa la prendiamo e andiamo fino al parcheggio. Eyal sale, inserisce la chiave, la gira, e non succede niente: batteria scarica. I cavetti non ci sono: c’erano ma sono stati trasferiti su un’altra macchina. Ci mettiamo a fermare tutte le auto che passano (sono le tre e trequarti di notte) ma nessuno li ha – cosa per me incomprensibile: io nelle mie auto li ho sempre avuti – sta di fatto che lì non li ha nessuno. Alla fine ci rassegniamo a tornare all’aeroporto e ci dirigiamo alla fermata della navetta, non senza continuare a provare a fermare le auto di passaggio. Capita anche un’auto della polizia ma, incredibilmente, non li hanno neanche loro. Alla fine arriva, se non proprio un colpo di culo, almeno un colpettino di culino: arriva un ingegnere meccanico spagnolo che lavora sui motori degli aerei; i cavi non li ha neanche lui, ma inverte la marcia, ci carica su e ci riporta lui all’aeroporto. Qui, mentre io e Antonella aspettiamo sedute su una panchina, Eyal va ai taxi e ne trova uno che ha i cavi e che, dietro consistente compenso, lo porta al parcheggio e gli fa fare ponte. Eyal arriva con la macchina finalmente resuscitata, carichiamo i bagagli e si parte.
Il serbatoio è quasi vuoto, ma non si arrischia a fermarsi prima di essere sicuro che la batteria sia sufficientemente ricaricata da poter reggere una rimessa in moto. Alla fine, dopo qualche decina di chilometri, il carburante è ormai agli sgoccioli; quindi si ferma alla prima stazione di servizio, fa il pieno, paga, risale, gira la chiave, l’accensione fa cla e la batteria entra definitivamente in coma – e sono le quattro e mezza di mattina. Chiede al gestore della stazione di servizio se ha cavetti e quello dice sì, quanti ne vuole basta solo che li compri. Dice, ma se io li compro, voi mi fate fare ponte? Lui dice che non può perché ha la batteria nascosta, il dipendente dice che non ha la macchina (è noto che i dintorni delle autostrade sono pieni di abitazioni per quelli che ci lavorano, in modo che possano andare al lavoro a piedi), e ricomincia il rosario di auto fermate, pronti a comprare i cavetti se si trova qualcuno che non li ha ma è disposto a fermarsi un momento a fare ponte. Alla fine uno si trova, Eyal corre a comprare i cavetti, quello posiziona la macchina ma, nonostante abbia una 2300 non riesce a far mettere in moto la nostra neanche con l’acceleratore a tavoletta. La salvezza arriva infine da un furgone, e col suo motore più potente di quelli delle auto, finalmente si riesce a ripartire.
Alle sei e un quarto, arrivati finalmente a casa, sono salita in mansarda, dove dormono anche i bambini, mi sono spogliata, mi sono infilata sotto le coperte e mi sono addormentata di schianto. Non ho sentito, io che mi sveglio se qualcuno respira a cento metri da me, la loro mamma salita un’ora dopo a svegliarli, non ho sentito loro alzarsi, non ho sentito niente di niente: ho dormito come un sasso fino alle nove e tre quarti, quando la vescica mi ha cortesemente suggerito di alzarmi un momentino.

Poi magari, dovesse per caso passare di qui qualche avvocato, piacerebbe sapere se con cinque ore di ritardo dovuto non a cause naturali o a problemi tecnici, bensì a una scelta, si abbia diritto a qualche risarcimento. So che il rimborso del biglietto è previsto per ritardi sopra le otto ore, ma anche un ritardo di cinque determina conseguenze non da poco.

barbara