CULO CHE TREMA SIGNOR BIDEN?

La storia del giudice Thomas fa tremare Biden e il suo mondo

Il Washington Post ha chiesto al giudice della Corte Suprema, justice Clarence Thomas, di ricusarsi dal supremo organo giudiziario del Paese. Si tratta di una richiesta all’apparenza bizzarra, ma che risponde a determinate – e piuttosto disperate – ragioni politiche.
Nella carriera del giudice afroamericano, infatti, c’è un momento di grande difficoltà che ora sta tornando a galla – dove protagonista era proprio Joe Biden.
Nel 1991, il presidente George H. W. Bush aveva nominato alla Corte Suprema Clarence Thomas, un giudice di circoscrizione federale. Una collaboratrice di Thomas, Anita Hill, disse all’FBI che anni prima si era sentita molestata da Thomas con conversazioni a contenuto pruriginoso e ripetuti inviti ad uscire con lui. Questi dettagli misteriosamente – diciamo così – finirono ai media, con l’effetto di mettere in dubbio un’elezione alla Corte Suprema che pareva non avere ostacoli di sorta.
Le accuse sconce, diventarono, ovviamente, il tema principale delle audizioni della commissione di senatori che dovevano approvare la nomina. Commissione a capo della quale c’era lui, il senatore Joseph R. Biden. Le illazioni di Biden e soci contro il giudice nero finirono così in diretta televisiva nazionale.
Il giudice Thomas negò le insinuazioni, e difese il suo onore – e quello di tutti i neri conservatori, cioè di quei neri che non soddisfano l’ordine imposto dalla sinistra americana, dove il nero deve essere un povero e automaticamente votante per i Democratici – con un discorso deciso e toccante.
«La Corte Suprema non vale tutto questo. Nessun lavoro vale tutto questo».
Nelle immagini del video potete vedere il sorrisetto del capo-inquisitore, il senatore Joe Biden. In pratica, nel 1991, Joe Biden diffamò in mondovisione  il giudice Thomas, accusandolo di molestie senza uno straccio di prova, tutto per non fare approdare alla Corte Suprema un conservatore o forse – è la tesi implicita della difesa di Thomas – per non elevare un afroamericano non-democratico, quindi fuori dallo stereotipo, oggi vivissimo, della minoranza oppressa. 
Proprio lui, quel Joe Biden eletto presidente dai network TV, che dovrebbe quindi giurare sulla Bibbia postagli dal giudice Thomas, il più anziano dei membri della Corte Suprema.
Ora forse potete capire perché i Democratici vogliono chiudere la partita subito e neanche lontanamente passare dalle parti della Corte Suprema, dove i giudici di estrazione conservatrice sono 6 contro 3, e dove l’anziano del gruppo è proprio Thomas.  L’obiettivo è quello di creare una situazione di stallo (quattro a quattro). 
Qualcuno — e il Washington Post in primis lo sta facendo capire — inizia a sentire la terra franare sotto i piedi, perché sanno che la Suprema Corte potrebbe ribaltare tutto — motivo per il quale oggi il mainstream d’oltreoceano cerca di mistificare la situazione e offuscare figura di Trump, financo inventandosi il fantomatico rischio di un divorzio con Melania.
Thomas, cresciuto cattolico e studente di scuole cattoliche, alla Corte Suprema è con Neil Gorsuch (una nomina di Trump) un proponente della legge naturale: la dottrina di filosofia del diretto contro la quale il progressismo si scaglia da secoli.
Immaginare un nuovo incontro tra il candidato Biden e il giudice Thomas è qualcosa che nemmeno nella trama di un film: una storia dolorosa, due universi contrapposti, convergono ancora una volta.
Noi, un po’ di terrore, fra i Democratici e  l’impero dei network asserviti , iniziamo a fiutarlo.
Roberto Dal Bosco, Cristiano Lugli, qui.

Vediamolo dunque il meraviglioso – non conosco altre parole adeguate – Clarence Thomas nella sua appassionata e toccante difesa

E qui il suo ultimo intervento

E vediamo anche un brevissimo spezzone del signor Biden – quello che l’imbecille di turno chiama “il nonno giovanile che serve ora all’America” – che sembra in seria difficoltà a controllare il livore, la rabbia, l’odio, simile a un cane idrofobo con la bava schiumante che gli cola dalla bocca.

E si noti la malafede di chi vorrebbero escluderlo dalle decisioni nella convinzione, per non dire certezza, che non si lascerebbe scappare l’occasione per vendicarsi del male fattogli da Biden 29 anni fa, votando, se necessario, contro la verità e contro la propria coscienza. Ossia proiettando su di lui tutta la propria perfidia e tutta la propria meschinità.
E ventisette anni dopo avere tentato di stroncare la carriera di un giudice conservatore infangando la sua reputazione per mezzo di false accuse di molestie sessuali, ci hanno riprovato con Brett Kavanaugh (uno, due, tre). E pensare che Biden, per il quale non c’è neppure bisogno di credere sulla parola alla querelante, dato che almeno qualcuna delle sue performance è stata immortalata in video visibili a tutti, è davvero l’ultima persona al mondo a potersi permettere di pontificare sull’argomento.
Comunque tranquilli, che dopo i quattro anni in cui Trump non ha fatto altro che dividere il Paese, loro adesso lo riuniranno e riappacificheranno.

Qui. E si noti quel delizioso “Aggressively but nonviolently”.

Aggiungo questo stupendo pezzo, chiaramente evocativo, di

Giulio Meotti

Ho visto gli attori scendere dai propri attici del Regno Incantato e ballare estasiati per strada
Ho visto il Partito Comunista Cinese intravedere felice una “opportunità”
Ho visto gli scrittori zuccherosi inginocchiarsi sedotti dallo spirito del tempo
Ho visto tutte le redazioni del Giornale Unico stappare bottiglie di champagne messe in frigo quattro anni fa
Ho visto i soliti parrucconi del potere rilassati
Ho visto ospedali e organizzazioni cattoliche preoccupate per l’imminente perdita della libertà religiosa
Ho visto le organizzazioni che vogliono far abortire al decimo mese come nei romanzi di Philip Dick
congratularsi a vicenda
Ho visto gli iraniani e i palestinesi tirare un grande sospiro di sollievo
Ho visto l’Unione Europea più arzilla
Ho visto l’Onu fare i conti del denaro che tornerà a scorrere
Ho visto le università già al lavoro per mettersi su i corsi di rieducazione dell’uomo bianco cattivo
Ho visto in festa “Cordicopolis”, la città del cuore di Philippe Muray
Ho visto Greta tornare a sorridere
Ho visto tutto questo e molto altro e ancora non è neanche iniziata ma già un po’ mi manca quel deplorevole di Trump. Perché quando “i buoni” sono troppo contenti, non si prepara nulla di buono

E chissà e senza Trump sarebbe mai stata possibile una cosa come questa.

barbara

SOLO UN PICCOLO APPUNTO, SIGNOR MAHMUD ABBAS,

nom de guerre Abu Mazen, giusto per ricordare che lei è un uomo di pace.

Dal suo recente fluviale discorso al concilio nazionale palestinese: “Vi sfido a trovare un singolo incidente contro gli ebrei, solo perché erano ebrei, in 1.400 anni, in qualsiasi paese arabo.”

Cronologia delle principali persecuzioni subite dagli ebrei nei paesi arabi

  • 624- tribù ebraiche vengono sterminate da Maometto
  • 628- gli ebrei di Khaibar (Arabia Saudita) devono versare tributi altissimi e ogni ebreo che  compie 15 anni deve pagarlo.
  • 700- intere comunità ebraiche vengono massacrate dal re Idris I del Marocco.
  • 845- vengono promulgati in Iraq decreti per la distruzione delle sinagoghe.
  • 845-861- El Mutawakil ordina che gli ebrei portino un abito giallo, una corda al posto della cintura e delle pezze colorate sul petto e sulla schiena.
  • 900- col Patto di Omar gli ebrei vengono spegiativamente chiamati dhimmi. In base a tale Patto era proibito agli ebrei di costruire case più alte di quelle dei musulmani, salire a cavallo o su un mulo, bere vino, pregare a voce alta, pregare per i propri morti o seppellirli in modo da offendere i sentimenti dei musulmani. Dovevano portare abiti atti a distinguerli dai musulmani. Nasce qui e non in Europa il segno distintivo degli ebrei, e l’obbligo di portare pezze sugli abiti si diffonderà in tutti i paesi arabi
  • 1004- Il Cairo: gli ebrei sono costretti a portare legato al collo un piccolo vitello di legno e in seguito palle di legno del peso di tre chili.
  • 1006- Granada: massacro di ebrei.
  • 1033- Fez, Marocco: proclamata la caccia all’ebreo. 6000 ebrei massacrati.
  • 1147-1212- persecuzioni e massacri in tutto il nord Africa.
  • 1293- Egitto e Siria: distruzione delle sinagoghe.
  • 1301- i Mammelucchi costringono gli ebrei a portare un turbante giallo.
  • 1344- Distruzione delle sinagoghe in Iraq.
  • 6 giugno 1391, pogrom di Siviglia (ndb)
  • 1400- Pogrom in Marocco in seguito al quale si contano a Fez solo undici ebrei sopravvissuti.
  • 1428- vengono creati i ghetti (mellaha) in Marocco.
  • 1535- Gli ebrei della Tunisia vengono espulsi o massacrati.
  • 1650- Anche in Tunisia vengono creati i ghetti, qui si chiamano hara (in arabo significa merda )
  • 1676- distruzione delle sinagoghe nello Yemen.
  • 1776- vengono sterminati gli ebrei di Basra, Iraq.
  • 1785- massacri di ebrei in Libia.
  • 1790-92- distruzione delle comunità ebraiche in Marocco.
  • 1805-15-30- Sterminio degli ebrei di Algeri.
  • 1840- persecuzioni e massacri a Damasco.
  • 1864-1880- continui pogrom a Marrakesh
  • 1869- massacri di ebrei a Tunisi.
  • 1897- massacri di ebrei a Mostganem, Algeria.
  • 1912- pogrom a Fez.
  • 1929- massacro della comunità ebraica a Hebron e distrutta la sinagoga.
  • 1934-il governo iracheno vieta agli ebrei lo studio dell’ebraico.
  • 1936- In Iraq gli ebrei vengono esclusi dagli uffici pubblici e pogrom a Bagdad.
  • 1938-44- Persecuzioni a Damasco; gli assassini diventano cronici.
  • 1941- in concomitanza con la festa di Shavuot pogrom a Bagdad. E poi pogrom a Tripoli, ad Aleppo, ad Aden, al Cairo, ad Alessandria, a Damasco ecc. ecc.
    (da una ricerca di Deborah Fait)

Si prega cortesemente di osservare che quanto sopra esposto è tutto avvenuto rigorosamente PRIMA della nascita di Israele. Si prega di notare che queste sono le principali persecuzioni, non tutte le persecuzioni subite dagli ebrei nei Paesi arabi. Si prega di notare che l’islam, religione di pace, è nata nel 622: il primo massacro di ebrei è del 624.
E ancora una considerazione: quasi tutta l’area invasa e occupata, arabizzata e islamizzata dalle orde di Maometto in espansione dalla penisola araba, era in gran parte cristiana, oltre che ebraica; oggi i cristiani in tutto il Medio Oriente e in tutto il nord Africa sono sparuta minoranza, oppressa, perseguitata, massacrata, in costante diminuzione. Quello che mi chiedo è: come mai a nessun cristiano è venuto in mente di stilare un elenco analogo a questo sulle persecuzioni subite dai cristiani nel mondo arabizzato e islamizzato, sulle stragi, sulle sparizioni di intere comunità? A Betlemme, quando era sotto la spietata occupazione israeliana, fascista razzista colonialista praticante apartheid, i cristiani erano il 60%: oggi sono meno del 12%: perché nessuno ne parla? D’accordo che essere cristiani non è di moda, ma è possibile che i massacri di esseri umani, la sparizione di intere comunità di esseri umani sterminati per l’unica colpa della loro fede religiosa non interessi a nessuno?
Qui un altro po’ di cose.

barbara

ISRAELE NOVE (9)

Laassùùù nellee montaagneeee (2)

Il monastero di Nabi (o Nebi) Musa, ossia Profeta Mosè, che non si trova esattamente su un’altura in senso stretto, dato che è al di sotto del livello del mare; tuttavia il paesaggio è di tipo montagnoso, e quindi lo metto qui.
Nabi Musa 1
Nabi Musa 2-c1
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Nabi Musa 5-c4
Secondo la tradizione musulmana, qui si troverebbe la tomba di Mosè (il cui luogo di sepoltura è invece, secondo la tradizione ebraica, sconosciuto; la mancata menzione, nella Bibbia, di tale luogo, è intenzionale, allo scopo di evitare che, data l’importanza del personaggio, diventasse oggetto di culto, poiché l’ebraismo non ammette che si presti culto a una persona). Tra le cose trovate in internet nel corso di alcune ricerche che ho fatto per completare le informazioni avute durante la visita, ho trovato questa chicca strepitosa che devo assolutamente farvi leggere: “According to local tradition, the Maqam (tomb) of Nabi Musa is considered to be a holy site for Muslims because it houses the grave of Prophet Moses (pbuh), one of the great prophets of Islam” (per la serie “Dio ci ha dato l’intero universo e guai a chi ce lo tocca). E ora un po’ di storia, che non fa mai male.
Il monastero di Nabi Musa è legato ai disordini dell’aprile 1920 (da domenica 4 a mercoledì 7), che coincisero con la festa di Nabi Musa, che si celebrava ogni anno la domenica di Pasqua, e in cui si radunavano molti musulmani – quell’anno furono circa 60-70.000 – per la processione religiosa
Nabi_Musa processione
(le autorità ottomane, in tale occasione, usavano schierare migliaia di soldati, compresa l’artiglieria, allo scopo di evitare disordini nelle stradine di Gerusalemme; le autorità britanniche, nonostante le crescenti tensioni, si accontentarono di schierare 188 poliziotti). Benché Chaim Weizmann avesse avvertito che era in preparazione un pogrom, le autorità britanniche rifiutarono agli ebrei l’autorizzazione ad armarsi per potersi difendere; non solo: fecero anche ritirare le truppe da Gerusalemme. Gli assalti, a Gerusalemme ma anche in tutto il resto della regione, vennero condotti al grido di “morte agli ebrei” e “gli ebrei sono cani” (queste non le avevate ancora sentite, vero?).
1920_demontration_Palestine
Jerusalem_protests,_1920
Jerusalem-nabi-moussa-april-1920
A incitare gli arabi, l’immancabile Haji Amin al-Husseyni, fraterno amico di Hitler e creatore delle SS musulmane, e suo zio Musa al-Husayni (evidentemente è una caratteristica di famiglia quella di essere delinquenti di zio in nipote).
Mousa-Qasem al-Husayni
I selvaggi assalti alle persone e alle proprietà degli ebrei (con la connivenza, se non vera e propria complicità, degli inglesi) si conclusero con cinque ebrei e quattro arabi morti, e 211 ebrei e 21 arabi feriti (per chi ama confrontare i numeri e accusare gli ebrei di morire troppo poco).
Nebi_musa_massacre_victims
(Dite che è per via dell’occupazione? Dei profughi? Dell’apartheid?)

A pogrom concluso – per la serie “oltre al danno la beffa” – su richiesta dei dirigenti arabi, le autorità britanniche effettuarono una serie di perquisizioni nelle case degli ebrei alla ricerca di armi, compresi gli appartamenti e gli uffici di Chaim Weizmann e di Vladimir Jabotinsky. Diciannove uomini furono arrestati, e Jabotinsky fu condannato per il possesso, tra l’altro, di una pistola che gli era stata confiscata il primo giorno dei disordini.

E queste sono alcune immagini del monastero, in cui si aggirano guardinghi miliardi di gatti spelacchiati e affamati, che qui non si vedono ma vi garantisco che ci sono.
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barbara

IO NON HO SCRITTO JE SUIS CHARLIE

E non l’ho detto. E non lo scriverò e non lo dirò. Non per indifferenza nei confronti delle vittime della strage. Non perché non mi facciano sufficientemente orrore i TERRORISTI ISLAMICI autori della strage, no.
Non l’ho scritto e non lo scriverò, non l’ho detto e non lo dirò perché detesto la retorica. Detesto gli slogan. Detesto le frasi fatte. Detesto le parole vuote che si pronunciano per dare l’impressione, soprattutto a se stessi, di stare facendo qualcosa. Parole vuote a cui, oltretutto, spesso neanche si crede, come il “siamo tutti americani” del post 11 settembre seguito, di lì a poco, dalla raccomandazione (o forse addirittura ordine, non ricordo bene) di non inalberare le bandiere americane alla ricorrenza della liberazione perché la cosa sarebbe stata percepita come una provocazione.
E poi anche per un altro motivo: non ho mai sentito, né letto un “siamo tutti ebrei”, meno che mai un “siamo tutti israeliani” quando le vittime di turno sono loro. Non l’ho mai sentito né letto quando saltavano in aria a raffica autobus e ristoranti e mercati e scuole e chioschi e bar e pizzerie. Non l’ho mai sentito né letto in queste settimane di tiro al piccione in sinagoghe e fermate del tram. Non l’ho mai sentito né letto quando i ragazzi di zaka vanno in giro coi guanti e i sacchi neri a raccattare su brandelli di carne e pezzi di cervello da marciapiedi muri finestrini di auto in sosta. E non l’ho mai sentito durante gli assalti alle sinagoghe e i pogrom in Francia la scorsa estate. Mai. E allora scusate, ma i due pesi e due misure non fanno per me, e con tutto il rispetto per le vittime e con tutto l’orrore per gli assassini, je ne suis pas Charlie et nous ne sommes pas tous français. Il resto lo lascio dire a Micol Anticoli che lo dice molto meglio di me in questo pezzo che ho appena trovato.

Je suis juive – Io sono ebrea

“Je suis Charlie – Io sono Charlie”, è lo slogan che in queste ore indica la solidarietà alle vittime del giornale ‪Charlie Hebdo‬; è la frase di chi difende la libertà di satira insieme a quella di stampa; l’hashtag di chi prende le distanze dal terrorismo, da quello islamico nella fattispecie.
Beh, io non ho bisogno di usare questo slogan, che già tra qualche giorno tutti avranno dimenticato. JE SUIS JUIVE – IO SONO EBREA, questo è la mia carta d’identità, è eterna ed è una garanzia.
Io sono ebrea e quando l’integralismo islamico ha colpito il mio popolo, vilmente e ripetutamente, le piazze di Parigi non erano affollate di manifestanti, ma neanche quelle delle altre città europee, che ora si sentono in dovere di difendere la libertà di… di cosa? Di satira. Che bella, la parola LI-BER-TÀ.
Non meritavano forse libertà i bambini freddati a colpi di mitra mentre uscivano dalla scuola ebraica di Tolosa? E che dire di Ilan Halimi, il ragazzo rapito e torturato per tre settimane e poi ucciso dalla cosiddetta “gang des barbares”, la banda dei barbari (rigorosamente islamici). Quando gli arabi questa estate hanno assalito una sinagoga accoltellando un ragazzo; quando sempre a luglio una bomba molotov veniva lanciata contro un tempio ebraico; il giorno in cui un gruppo di ebrei sono stati costretti a restare nella sinagoga perché fuori gli arabi gridavano “aveva ragione Hitler”, esprimendo la volontà di assalire i fedeli; per non parlare della strage al museo ebraico belga, sempre per mano del terrorismo islamico. Non meritano forse libertà, esattamente come i vignettisti, gli ebrei?
Je suis juive e quando il terrorismo colpisce chiunque altro non sia ebreo, non resto indifferente. Scendo nelle piazze, scrivo pagine di condanna, esprimo solidarietà in tutte le forme e mi preoccupo davvero. Io sono ebrea e la lotta al terrorismo e all’integralismo islamico per me non finisce domani; combatterò fino al mio ultimo respiro, perché l’importanza della Libertà l’ebraismo l’ha insegnata al mondo migliaia di anni fa. Si pensi anche solo allo shabbat: anche lo schiavo, considerato dalle altre civiltà al pari di un animale, il sabato aveva il diritto di riposare. Tremila anni fa.
Io sono ebrea e non lascerò mai sole le vittime del terrorismo ovunque si trovino, né resterò mai indifferente a chi sarà privato di qualsiasi tipo di libertà. E voi, sarete al mio fianco al prossimo attentato terroristico contro un obiettivo ebraico?

barbara

SOMEWHERE OVER THE RAINBOW

All’Oscar 2014 è stato celebrato il 75° anniversario dell’uscita del “Mago di Oz” con Pink che ha cantato “Somewhere Over the Rainbow,” mentre sullo sfondo scorrevano immagini salienti del film. Ma ciò di cui poche persone si sono rese conto, durante l’ascolto di quella canzone indimenticabile eseguita da quella incredibile interprete, è che la musica è profondamente radicata nell’esperienza ebraica.
Non è un caso, per esempio, che le più grandi canzoni di Natale di tutti i tempi furono scritte da ebrei. Ad esempio, “Rudolph, la renna dal naso rosso” è stata scritta da Johnny Marks e “White Christmas” è stata scritta dal figlio di un cantore ebreo, Irving Berlin.
Ma forse la canzone più toccante emersa dall’esodo di massa dall’Europa è stata “Somewhere Over the Rainbow”. Il testo è stato scritto da Yip Harburg, il più giovane di quattro figli di immigrati ebrei russi. Il suo vero nome era Isidore Hochberg ed era cresciuto in una casa ebraica ortodossa di lingua Yiddish a New York. La musica è stata scritta da Harold Arlen, figlio di un cantore. Il suo vero nome era Hyman Arluck e i suoi genitori venivano dalla Lituania. Insieme, Hochberg e Arluck hanno scritto “Somewhere Over the Rainbow,” che è stata votata come canzone numero uno del ventesimo secolo dalla Recording Industry Association of America (RIAA) e dal National Endowment for the Arts (NEA).
Nello scriverla, i due uomini hanno scavato in profondità nella loro coscienza di ebrei immigrati – contornata dai pogrom del passato e dall’Olocausto ormai imminente – e hanno scritto una melodia indimenticabile con parole quasi profetiche. Leggete i testi nel loro contesto ebraico e improvvisamente non parlano più di maghi e di Oz, ma della sopravvivenza ebraica:

Da qualche parte lassù sopra l’arcobaleno, c’è una terra di cui ho sentito una volta in una ninna nanna. Da qualche parte sopra l’arcobaleno, i cieli sono blu e i sogni che osi sognare si realizzano davvero [“im tirtzu”… ndb].
Un giorno esprimerò un desiderio su una stella e mi sveglierò dove le nuvole sono lontane dietro di me.
Dove i problemi si sciolgono come gocce di limone sopra le cime dei camini, è lì che mi troverai.
Da qualche parte sopra l’arcobaleno volano gli uccelli azzurri. Gli uccelli volano sopra l’arcobaleno. Perché allora, oh perché io non posso? Se gli uccellini azzurri possono volare felici oltre l’arcobaleno perché, oh perché io non posso?

Gli ebrei d’Europa non potevano volare. Non potevano fuggire di là dell’arcobaleno. Harburg è stato quasi profetico quando ha parlato di voler volare via come un uccello azzurro dalle “cime dei camini”. Dopo Auschwitz, le cime dei camini hanno assunto un significato completamente diverso da quello che avevano all’inizio del 1939. La madre di Pink è Judith Kugel, ebrea di origine lituana. Mentre Pink cantava a voce spiegata la canzone di Harburg e Arlen dal palco agli Academy Awards, non stavo pensando al film: pensavo agli ebrei perduti d’Europa e agli immigrati in America.
Poi mi ha colpito l’ironia del fatto che per duemila anni la terra di cui gli ebrei avevano sentito parlare “una volta in una ninna nanna” non era l’America, bensì Israele. La cosa notevole è che meno di dieci anni dopo che “Somewhere Over the Rainbow” è stata pubblicata per la prima volta, l’esilio è finito e lo stato di Israele è rinato. Forse “i sogni che osi sognare si realizzano davvero”.
(Autore sconosciuto, traduzione mia)

(interpretazione veramente da brividi…)

barbara

ASSALTO ALLA SINAGOGA

Cartoline da Eurabia, di Ugo Volli

Cari amici,

l’altro giorno a Parigi è accaduto un episodio di estrema gravità, di cui i giornali italiani non hanno dato quasi notizia. Alla fine di una manifestazione di solidarietà ad Hamas, così “pacifica” che i manifestanti arabi hanno sfilato col volto coperto e portandosi dietro dei modelli in cartone dei razzi Qassam, imitando i grotteschi costumi delle parate terroriste, i manifestanti hanno dato l’assalto a due sinagoghe di Parigi . La polizia era all’inizio troppo poca per reagire (cinque contro duecento, a quanto pare) e l’urto violentissimo degli assalitori è stato retto da alcuni gruppi di autodifesa ebraici, al prezzo di alcuni feriti. Hanno così impedito una carneficina. Duecento persone sono state imprigionate in una sinagoga fino all’arrivo dei rinforzi di polizia che hanno disperso gli arabi. Trovate qui alcune foto e filmati della manifestazione. Vi prego di guardare queste immagini, perché assalti del genere a un luogo di culto non se ne vedevano più dai tempi del nazismo. E infatti spesso le manifestazioni filo-Hamas vedono fianco a fianco neonazisti e palestinisti .
Il governo francese ha reagito molto male a questa minaccia, affermando, per bocca di Hollande, che non tollererà che si importi in Francia il conflitto fra Israele e Hamas. Del resto è noto che Hollande deve la sua elezione ai voti degli immigrati, o almeno che gli arabi che hanno votato per lui sono di più della differenza che l’ha portato alla presidenza. Ora il punto non è affatto quello di importare un conflitto, ma della minaccia quotidiana che ormai da parecchio tempo gli immigrati arabi portano non solo contro la pace civile e la tranquillità pubblica, ma specificamente contro la vita degli ebrei. Ben prima dell’aggressione dei missili di Hamas al territorio israeliano di questi giorni e alla reazione israeliana, solo per citare i fatti principali, c’è stato il rapimento e la terribile uccisione di Ilan Halimi, sequestrato da una banda araba per chiederne il riscatto, poi torturato e bruciato vivo; la strage di Tolosa, dove un immigrato arabo sparò e uccise bambini delle scuole elementari e un loro maestro, solo perché ebreo; c’è stato l’attentato al museo ebraico di Bruxelles realizzato da un immigrato arabo con cittadinanza francese. Tutti costoro, bisogna purtroppo sottolinearlo perché si tratta della causa degli episodi criminali, erano arabi immigrati di prima o seconda generazione, fanatizzati all’islamismo.
Non è un caso che un deputato francese, Meyer Habib (UDI), abbia ieri dichiarato che teme la possibilità di nuovi episodi come quelli di Tolosa. E nemmeno è un caso che la comunità ebraica francese, la più vasta d’Europa, stia alimentando un’immigrazione in Israele che oggi è il quadruplo di due anni fa, pari solo a quella proveniente dall’Ucraina. L’assalto di Parigi  fa pensare che stiano tornando i tempi dell’antisemitismo aperto e violento, i pogrom, contro cui l’Europa sembra avere pochi strumenti di difesa, anche perché continua a nasconderselo.

Ugo Volli (qui)

Poi ti vengono a dire che sei tu il fissato paranoico allarmista islamofobo che grida al lupo e il lupo non c’è  (ah già, ma quello non è antisemitismo, è solo legittima critica eccetera eccetera).

barbara

… E TANTI TANTI TANTI ALTRI ANCORA

pietre
A chiamarla “legittima forma di protesta”, per inciso, è stata la signora Amira Hass, ebrea per incidente di nascita e interamente venduta alla causa terrorista, che vive nei “territori occupati” e scrive per l’organo di Hamas in lingua ebraica Haaretz (e dato che rappresentanti di Hamas hanno dichiarato di sentirsi pienamente rappresentati da Haaretz, direi che la definizione è assolutamente adeguata). Questo per chiarire che chi nega di essere antisemita con l’argomentazione che “ci sono anche ebrei che dicono quello che dico io” deve aspettarsi da parte mia una robusta scarica di calci nel culo.
E poi vai a leggere l’imprescindibile Ugo Volli.

barbara

IL TRADITORE

All’inizio, dico la verità, avevo pensato di mollarlo, perché davvero, non è che sia tanto facile reggere tutta quella melensa retorica a base di “demolizioni di case a Gaza. Famiglie che diventavano profughi per la terza o la quarta volta” e “coloni che sparano sui bambini eccetera. Case bombardate con carri armati e aerei” e “bambini morti sotto le macerie. Immagini di bambini ancora vivi con sassi in mano, in lotta per la Palestina con pezzi di Palestina. […] E ogni giorno foto di funerali” (compresi quelli in cui il “cadavere” cade dalla barella e poi si rialza e ci risale sopra. O, stufo di fare il morto, si tira su a sedere proprio nel momento in cui il fotografo scatta, ndb)
miracolo Qana
e una perla come “Nell’aprile 2000 però Hezbollah cacciò dal Libano gli occupanti israeliani. Era la prima vittoria araba a memoria d’uomo” (anche se in effetti lo sapevamo da prima che quelli l’avrebbero inteso così, ndb), e l’immancabile feticcio di “Muhammad ad-Durra, il bambino ferito e poi ucciso mentre il padre urlava alle truppe israeliane di cessare il fuoco. Rannicchiati sotto un inutile muro. Il padre umiliato che subiva l’umiliazione della suprema umiliazione. Quando alla fine il bambino morì, venti minuti dopo, il padre abbandonò la testa nel sangue, il proprio e quello rappreso del figlio, gli occhi spenti, ciechi alla sofferenza o al terrore o a qualsiasi altra cosa non essendo riuscito a salvare suo figlio. Ucciso dal fuoco incrociato, dicevano i notiziari inglesi”. (Ora, a parte che è di pochissimi mesi dopo l’episodio un’inchiesta della televisione tedesca che ha dimostrato al di là di ogni possibile dubbio che quella posizione poteva essere raggiunta unicamente dai proiettili palestinesi e non da quelli israeliani. A parte che quando è uscito il libro c’erano già sufficienti prove del fatto che il bambino non è affatto morto. A parte che immediatamente dopo l’episodio il povero padre umiliato era già in giro per mezzo mondo a “testimoniare” sul povero piccolo martire e a raccattare su montagne di soldi. A parte la spassosa annotazione del sangue del bambino che appena uscito sarebbe già rappreso – ma come resistere alla suggestione di un’immagine così potentemente poetica come quella del sangue rappreso? [coltiviamo per tutti un rancore che ha l’odore del sangue rappreso, ciò che allora chiamammo dolore è soltanto un discorso sospeso].  A parte tutto questo, dicevo, il fatto è che per quanto attentamente si guardino quelle immagini, non vi si trova una goccia di sangue neanche a pagarla oro! ndb)
al-dura-faux
E naturalmente non possono mancare quei cani figli di cani e puttane figlie di ruffiani e puttane che sono gli ebrei. E poi centinaia di migliaia di milioni di miliardi di canne e montagne di coca e pasticche di ogni sorta e mastodontici sballi che percorrono tutto il libro…
E poi invece no: è un libro bello. Sul serio. Bello e ricco e denso e intenso. È un momento di vita di un uomo – parziale alter ego dell’autore – alla ricerca di una propria identità: un anglo-siriano cresciuto da un padre ateo nel più assoluto disprezzo per le religioni in generale e per l’islam in particolare, stravolto e in parte travolto dalle vicende dell’11 settembre e dintorni. E c’è dentro davvero di tutto: Saddam Hussein e Assad padre e figlio, il carcere e le torture, il massacro di Hama e la gassazione dei curdi, Fratelli Musulmani ed ebrei in fuga dai pogrom, e complotti e narrative e gli attentati del Dolphinarium e di Sbarro e l’incontenibile tripudio per quei due aerei che entrano nelle torri e le fanno crollare e poesia e pittura e preghiere e menzogne e l’onnipresente ossessione palestinofila e israelofoba (ma anche giudeofoba) – e d’altra parte dove lo trovi un giornale o un canale televisivo che non ne sia impregnato – ma anche gli antisemiti degli anni Venti che strepitavano “L’Inghilterra agli inglesi! Ebrei fuori dai piedi! Tornatevene in Palestina!” (eh sì: non è chiaro se l’autore condivida le sparate sopra riportate o se le abbia messe per inquadrare il clima, ma evidentemente non ignora che c’è stato un tempo in cui il mondo intero riconosceva quella terra come la terra degli ebrei). E l’improvviso – o forse non era stato poi così improvviso? – esplodere e dilagare dell’integralismo islamico, barbe e hijab come rivendicazione di un’identità, e chi vi fa resistenza e chi segue la corrente e chi addirittura vi si butta. E pagine deliziose come questa

Nelle sue origini non c’era niente di cui andasse fiero, non almeno prima degli anni da studente, quando riconfigurò l’arabismo di Mustafa come proprio. Vista dal cortile di scuola tutte le origini tranne la sua avevano qualche prerogativa. Una certa credibilità. Gli inglesi bianchi per la forza dei numeri, e perché era lo standard normale. I neri erano ancora più forti. C’erano persino i convertiti: molti bianchi adottavano la parlata, i gusti e le acconciature dei neri, nei limiti del possibile, almeno quando erano a scuola. C’era una reciproca fascinazione fra i bianchi e i neri, che si studiavano e si imitavano a vicenda, si picchiavano e si scopavano, mentre i musulmani si aggiravano in punta di piedi nei tristi spazi attorno ai letti e alle piste da ballo dove andava in scena la rappresentazione. I musulmani erano un intralcio. Rovinavano la bianchezza della città, e anche la sua nerezza.
l neri che sovvertivano e arricchivano l’Inghilterra con il reggae e l’hip hop, il carnevale, il fumo degli spinelli. In cortile faceva scalpore.
I sikh. I sikh avevano il bhangra e, in tempi più recenti, le bande. Nessuno si faceva più problemi ad andare a letto con i sikh.
Gli irlandesi. Erano spiritosi, duri e incazzati. Vivevano nei pub in Kilburn Road. Erano tatuati e avevano, come si diceva, la parlantina sciolta.
Gli ebrei non erano poi così invidiabili. Nessuno dei suoi compagni sfoggiava un inglese con coloriture yiddish per farsi bello in cortile. E anche l’acconciatura con i due dreadlock non andava più di moda. Nella scuola di Sami non c’erano ebrei, almeno non che lui sapesse. Vivevano più a nord. Ma l’idea degli ebrei era attraente. Avevano inventato praticamente da soli tutto ciò che faceva dell’Occidente l’Occidente piuttosto che il Medio Oriente. Modernismo, psicologia. Marxismo, bombe atomiche. Erano i depositari della cultura non meno degli inglesi. Non erano né integrati né outsider. A meno che non lo ostentassero, era difficile distinguerli dai nativi. Sami aveva sentito dire che era quello a renderli pericolosi. Di sicuro li rendeva acuti. Conoscevano Londra, e l’Europa, dall’interno, e le guardavano con occhi europei da conquistatori. Ma erano sempre sul chi vive. Non sonnecchiavano mai. Non diventavano mai grassi e aristocratici.
I musulmani invece. In Gran Bretagna musulmano significava pakistano, che significava fabbriche fatiscenti e negozietti all’angolo. Che significava eskimo, pessimo accento e ristoranti etnici. Miserabili città su al Nord dove il giorno spuntava solo per modo di dire. Avevano un ruolo proletario nell’economia e un conservatorismo borghese. Né sexy né forti. Vestiti malamente e con un’istruzione penosa. Ragnatele islamiche sulle ciglia e muffa sulla lingua.
«Così lei è di famiglia musulmana?»
«Magari originariamente. Molto tempo fa. Ora non più.»
Sami non era pakistano. Ma come lui ce n’erano così pochi che non li si poteva certo definire una comunità. Almeno prima che arrivassero gli iracheni. Gli arabi visibili erano gli arabi del Golfo, turisti e principini, obesi, ricchi, stupidi.
«Così lei è arabo?»
«Più o meno. Ma non come gli arabi che si vedono alla tv».

E c’è la saggezza, impersonata dalla moglie (figura straordinaria!)

I figli maschi ereditano in misura doppia rispetto alle femmine perché devono provvedere ai loro familiari, mentre il denaro della donna rimane in suo possesso. L’islam funziona quando gli uomini si comportano in modo nobile. Diversamente invece la normativa appare discutibile. Una volta dato fondo ai soldi del padre morto, Sami viveva alle spalle della moglie. E dello stato.
(E poi anche: «C’erano delle persone, su quegli aerei»)

E una perla preziosa arriva anche dall’anarchico pazzoide complottardo

«Un’ultima cosa» disse. «Una lezione dai campi di concentramento. A sopravvivere non sono necessariamente i più forti, ma coloro che vedono uno scopo nelle proprie sofferenze»

E dunque, in conclusione, sono contenta di averlo letto. E secondo me lo dovreste fare anche voi. (Chi è il traditore? No, non ve lo dico. Che poi comunque è una pessima invenzione dell’edizione italiana: il titolo originale era The Road from Damascus, che è una strada lunga, in effetti, e spesso dolorosa, e percorrerla tutta non è per niente facile. Per niente)

Robin Yassin-Kassab, Il traditore, Il Saggiatore
iltraditore
barbara

PRESTO PRESTO IN ISRAELE

Il figlio dei sopravvissuti al genocidio armeno dal figlio dei sopravvissuti ai pogrom polacchi (eh già, c’è sempre chi riesce a sfuggirvi e poi cresce e si moltiplica e diventa numeroso come le stelle del cielo, come i granelli di sabbia del mare… Fatevene una ragione) (qui)
E ora buon ascolto





barbara