ISRAELE NOVE (9)

Laassùùù nellee montaagneeee (2)

Il monastero di Nabi (o Nebi) Musa, ossia Profeta Mosè, che non si trova esattamente su un’altura in senso stretto, dato che è al di sotto del livello del mare; tuttavia il paesaggio è di tipo montagnoso, e quindi lo metto qui.
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Secondo la tradizione musulmana, qui si troverebbe la tomba di Mosè (il cui luogo di sepoltura è invece, secondo la tradizione ebraica, sconosciuto; la mancata menzione, nella Bibbia, di tale luogo, è intenzionale, allo scopo di evitare che, data l’importanza del personaggio, diventasse oggetto di culto, poiché l’ebraismo non ammette che si presti culto a una persona). Tra le cose trovate in internet nel corso di alcune ricerche che ho fatto per completare le informazioni avute durante la visita, ho trovato questa chicca strepitosa che devo assolutamente farvi leggere: “According to local tradition, the Maqam (tomb) of Nabi Musa is considered to be a holy site for Muslims because it houses the grave of Prophet Moses (pbuh), one of the great prophets of Islam” (per la serie “Dio ci ha dato l’intero universo e guai a chi ce lo tocca). E ora un po’ di storia, che non fa mai male.
Il monastero di Nabi Musa è legato ai disordini dell’aprile 1920 (da domenica 4 a mercoledì 7), che coincisero con la festa di Nabi Musa, che si celebrava ogni anno la domenica di Pasqua, e in cui si radunavano molti musulmani – quell’anno furono circa 60-70.000 – per la processione religiosa
Nabi_Musa processione
(le autorità ottomane, in tale occasione, usavano schierare migliaia di soldati, compresa l’artiglieria, allo scopo di evitare disordini nelle stradine di Gerusalemme; le autorità britanniche, nonostante le crescenti tensioni, si accontentarono di schierare 188 poliziotti). Benché Chaim Weizmann avesse avvertito che era in preparazione un pogrom, le autorità britanniche rifiutarono agli ebrei l’autorizzazione ad armarsi per potersi difendere; non solo: fecero anche ritirare le truppe da Gerusalemme. Gli assalti, a Gerusalemme ma anche in tutto il resto della regione, vennero condotti al grido di “morte agli ebrei” e “gli ebrei sono cani” (queste non le avevate ancora sentite, vero?).
1920_demontration_Palestine
Jerusalem_protests,_1920
Jerusalem-nabi-moussa-april-1920
A incitare gli arabi, l’immancabile Haji Amin al-Husseyni, fraterno amico di Hitler e creatore delle SS musulmane, e suo zio Musa al-Husayni (evidentemente è una caratteristica di famiglia quella di essere delinquenti di zio in nipote).
Mousa-Qasem al-Husayni
I selvaggi assalti alle persone e alle proprietà degli ebrei (con la connivenza, se non vera e propria complicità, degli inglesi) si conclusero con cinque ebrei e quattro arabi morti, e 211 ebrei e 21 arabi feriti (per chi ama confrontare i numeri e accusare gli ebrei di morire troppo poco).
Nebi_musa_massacre_victims
(Dite che è per via dell’occupazione? Dei profughi? Dell’apartheid?)

A pogrom concluso – per la serie “oltre al danno la beffa” – su richiesta dei dirigenti arabi, le autorità britanniche effettuarono una serie di perquisizioni nelle case degli ebrei alla ricerca di armi, compresi gli appartamenti e gli uffici di Chaim Weizmann e di Vladimir Jabotinsky. Diciannove uomini furono arrestati, e Jabotinsky fu condannato per il possesso, tra l’altro, di una pistola che gli era stata confiscata il primo giorno dei disordini.

E queste sono alcune immagini del monastero, in cui si aggirano guardinghi miliardi di gatti spelacchiati e affamati, che qui non si vedono ma vi garantisco che ci sono.
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barbara

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IO NON HO SCRITTO JE SUIS CHARLIE

E non l’ho detto. E non lo scriverò e non lo dirò. Non per indifferenza nei confronti delle vittime della strage. Non perché non mi facciano sufficientemente orrore i TERRORISTI ISLAMICI autori della strage, no.
Non l’ho scritto e non lo scriverò, non l’ho detto e non lo dirò perché detesto la retorica. Detesto gli slogan. Detesto le frasi fatte. Detesto le parole vuote che si pronunciano per dare l’impressione, soprattutto a se stessi, di stare facendo qualcosa. Parole vuote a cui, oltretutto, spesso neanche si crede, come il “siamo tutti americani” del post 11 settembre seguito, di lì a poco, dalla raccomandazione (o forse addirittura ordine, non ricordo bene) di non inalberare le bandiere americane alla ricorrenza della liberazione perché la cosa sarebbe stata percepita come una provocazione.
E poi anche per un altro motivo: non ho mai sentito, né letto un “siamo tutti ebrei”, meno che mai un “siamo tutti israeliani” quando le vittime di turno sono loro. Non l’ho mai sentito né letto quando saltavano in aria a raffica autobus e ristoranti e mercati e scuole e chioschi e bar e pizzerie. Non l’ho mai sentito né letto in queste settimane di tiro al piccione in sinagoghe e fermate del tram. Non l’ho mai sentito né letto quando i ragazzi di zaka vanno in giro coi guanti e i sacchi neri a raccattare su brandelli di carne e pezzi di cervello da marciapiedi muri finestrini di auto in sosta. E non l’ho mai sentito durante gli assalti alle sinagoghe e i pogrom in Francia la scorsa estate. Mai. E allora scusate, ma i due pesi e due misure non fanno per me, e con tutto il rispetto per le vittime e con tutto l’orrore per gli assassini, je ne suis pas Charlie et nous ne sommes pas tous français. Il resto lo lascio dire a Micol Anticoli che lo dice molto meglio di me in questo pezzo che ho appena trovato.

Je suis juive – Io sono ebrea

“Je suis Charlie – Io sono Charlie”, è lo slogan che in queste ore indica la solidarietà alle vittime del giornale ‪Charlie Hebdo‬; è la frase di chi difende la libertà di satira insieme a quella di stampa; l’hashtag di chi prende le distanze dal terrorismo, da quello islamico nella fattispecie.
Beh, io non ho bisogno di usare questo slogan, che già tra qualche giorno tutti avranno dimenticato. JE SUIS JUIVE – IO SONO EBREA, questo è la mia carta d’identità, è eterna ed è una garanzia.
Io sono ebrea e quando l’integralismo islamico ha colpito il mio popolo, vilmente e ripetutamente, le piazze di Parigi non erano affollate di manifestanti, ma neanche quelle delle altre città europee, che ora si sentono in dovere di difendere la libertà di… di cosa? Di satira. Che bella, la parola LI-BER-TÀ.
Non meritavano forse libertà i bambini freddati a colpi di mitra mentre uscivano dalla scuola ebraica di Tolosa? E che dire di Ilan Halimi, il ragazzo rapito e torturato per tre settimane e poi ucciso dalla cosiddetta “gang des barbares”, la banda dei barbari (rigorosamente islamici). Quando gli arabi questa estate hanno assalito una sinagoga accoltellando un ragazzo; quando sempre a luglio una bomba molotov veniva lanciata contro un tempio ebraico; il giorno in cui un gruppo di ebrei sono stati costretti a restare nella sinagoga perché fuori gli arabi gridavano “aveva ragione Hitler”, esprimendo la volontà di assalire i fedeli; per non parlare della strage al museo ebraico belga, sempre per mano del terrorismo islamico. Non meritano forse libertà, esattamente come i vignettisti, gli ebrei?
Je suis juive e quando il terrorismo colpisce chiunque altro non sia ebreo, non resto indifferente. Scendo nelle piazze, scrivo pagine di condanna, esprimo solidarietà in tutte le forme e mi preoccupo davvero. Io sono ebrea e la lotta al terrorismo e all’integralismo islamico per me non finisce domani; combatterò fino al mio ultimo respiro, perché l’importanza della Libertà l’ebraismo l’ha insegnata al mondo migliaia di anni fa. Si pensi anche solo allo shabbat: anche lo schiavo, considerato dalle altre civiltà al pari di un animale, il sabato aveva il diritto di riposare. Tremila anni fa.
Io sono ebrea e non lascerò mai sole le vittime del terrorismo ovunque si trovino, né resterò mai indifferente a chi sarà privato di qualsiasi tipo di libertà. E voi, sarete al mio fianco al prossimo attentato terroristico contro un obiettivo ebraico?

barbara

SOMEWHERE OVER THE RAINBOW

All’Oscar 2014 è stato celebrato il 75° anniversario dell’uscita del “Mago di Oz” con Pink che ha cantato “Somewhere Over the Rainbow,” mentre sullo sfondo scorrevano immagini salienti del film. Ma ciò di cui poche persone si sono rese conto, durante l’ascolto di quella canzone indimenticabile eseguita da quella incredibile interprete, è che la musica è profondamente radicata nell’esperienza ebraica.
Non è un caso, per esempio, che le più grandi canzoni di Natale di tutti i tempi furono scritte da ebrei. Ad esempio, “Rudolph, la renna dal naso rosso” è stata scritta da Johnny Marks e “White Christmas” è stata scritta dal figlio di un cantore ebreo, Irving Berlin.
Ma forse la canzone più toccante emersa dall’esodo di massa dall’Europa è stata “Somewhere Over the Rainbow”. Il testo è stato scritto da Yip Harburg, il più giovane di quattro figli di immigrati ebrei russi. Il suo vero nome era Isidore Hochberg ed era cresciuto in una casa ebraica ortodossa di lingua Yiddish a New York. La musica è stata scritta da Harold Arlen, figlio di un cantore. Il suo vero nome era Hyman Arluck e i suoi genitori venivano dalla Lituania. Insieme, Hochberg e Arluck hanno scritto “Somewhere Over the Rainbow,” che è stata votata come canzone numero uno del ventesimo secolo dalla Recording Industry Association of America (RIAA) e dal National Endowment for the Arts (NEA).
Nello scriverla, i due uomini hanno scavato in profondità nella loro coscienza di ebrei immigrati – contornata dai pogrom del passato e dall’Olocausto ormai imminente – e hanno scritto una melodia indimenticabile con parole quasi profetiche. Leggete i testi nel loro contesto ebraico e improvvisamente non parlano più di maghi e di Oz, ma della sopravvivenza ebraica:

Da qualche parte lassù sopra l’arcobaleno, c’è una terra di cui ho sentito una volta in una ninna nanna. Da qualche parte sopra l’arcobaleno, i cieli sono blu e i sogni che osi sognare si realizzano davvero [“im tirtzu”… ndb].
Un giorno esprimerò un desiderio su una stella e mi sveglierò dove le nuvole sono lontane dietro di me.
Dove i problemi si sciolgono come gocce di limone sopra le cime dei camini, è lì che mi troverai.
Da qualche parte sopra l’arcobaleno volano gli uccelli azzurri. Gli uccelli volano sopra l’arcobaleno. Perché allora, oh perché io non posso? Se gli uccellini azzurri possono volare felici oltre l’arcobaleno perché, oh perché io non posso?

Gli ebrei d’Europa non potevano volare. Non potevano fuggire di là dell’arcobaleno. Harburg è stato quasi profetico quando ha parlato di voler volare via come un uccello azzurro dalle “cime dei camini”. Dopo Auschwitz, le cime dei camini hanno assunto un significato completamente diverso da quello che avevano all’inizio del 1939. La madre di Pink è Judith Kugel, ebrea di origine lituana. Mentre Pink cantava a voce spiegata la canzone di Harburg e Arlen dal palco agli Academy Awards, non stavo pensando al film: pensavo agli ebrei perduti d’Europa e agli immigrati in America.
Poi mi ha colpito l’ironia del fatto che per duemila anni la terra di cui gli ebrei avevano sentito parlare “una volta in una ninna nanna” non era l’America, bensì Israele. La cosa notevole è che meno di dieci anni dopo che “Somewhere Over the Rainbow” è stata pubblicata per la prima volta, l’esilio è finito e lo stato di Israele è rinato. Forse “i sogni che osi sognare si realizzano davvero”.
(Autore sconosciuto, traduzione mia)

(interpretazione veramente da brividi…)

barbara

ASSALTO ALLA SINAGOGA

Cartoline da Eurabia, di Ugo Volli

Cari amici,

l’altro giorno a Parigi è accaduto un episodio di estrema gravità, di cui i giornali italiani non hanno dato quasi notizia. Alla fine di una manifestazione di solidarietà ad Hamas, così “pacifica” che i manifestanti arabi hanno sfilato col volto coperto e portandosi dietro dei modelli in cartone dei razzi Qassam, imitando i grotteschi costumi delle parate terroriste, i manifestanti hanno dato l’assalto a due sinagoghe di Parigi . La polizia era all’inizio troppo poca per reagire (cinque contro duecento, a quanto pare) e l’urto violentissimo degli assalitori è stato retto da alcuni gruppi di autodifesa ebraici, al prezzo di alcuni feriti. Hanno così impedito una carneficina. Duecento persone sono state imprigionate in una sinagoga fino all’arrivo dei rinforzi di polizia che hanno disperso gli arabi. Trovate qui alcune foto e filmati della manifestazione. Vi prego di guardare queste immagini, perché assalti del genere a un luogo di culto non se ne vedevano più dai tempi del nazismo. E infatti spesso le manifestazioni filo-Hamas vedono fianco a fianco neonazisti e palestinisti .
Il governo francese ha reagito molto male a questa minaccia, affermando, per bocca di Hollande, che non tollererà che si importi in Francia il conflitto fra Israele e Hamas. Del resto è noto che Hollande deve la sua elezione ai voti degli immigrati, o almeno che gli arabi che hanno votato per lui sono di più della differenza che l’ha portato alla presidenza. Ora il punto non è affatto quello di importare un conflitto, ma della minaccia quotidiana che ormai da parecchio tempo gli immigrati arabi portano non solo contro la pace civile e la tranquillità pubblica, ma specificamente contro la vita degli ebrei. Ben prima dell’aggressione dei missili di Hamas al territorio israeliano di questi giorni e alla reazione israeliana, solo per citare i fatti principali, c’è stato il rapimento e la terribile uccisione di Ilan Halimi, sequestrato da una banda araba per chiederne il riscatto, poi torturato e bruciato vivo; la strage di Tolosa, dove un immigrato arabo sparò e uccise bambini delle scuole elementari e un loro maestro, solo perché ebreo; c’è stato l’attentato al museo ebraico di Bruxelles realizzato da un immigrato arabo con cittadinanza francese. Tutti costoro, bisogna purtroppo sottolinearlo perché si tratta della causa degli episodi criminali, erano arabi immigrati di prima o seconda generazione, fanatizzati all’islamismo.
Non è un caso che un deputato francese, Meyer Habib (UDI), abbia ieri dichiarato che teme la possibilità di nuovi episodi come quelli di Tolosa. E nemmeno è un caso che la comunità ebraica francese, la più vasta d’Europa, stia alimentando un’immigrazione in Israele che oggi è il quadruplo di due anni fa, pari solo a quella proveniente dall’Ucraina. L’assalto di Parigi  fa pensare che stiano tornando i tempi dell’antisemitismo aperto e violento, i pogrom, contro cui l’Europa sembra avere pochi strumenti di difesa, anche perché continua a nasconderselo.

Ugo Volli (qui)

Poi ti vengono a dire che sei tu il fissato paranoico allarmista islamofobo che grida al lupo e il lupo non c’è  (ah già, ma quello non è antisemitismo, è solo legittima critica eccetera eccetera).

barbara

… E TANTI TANTI TANTI ALTRI ANCORA

pietre
A chiamarla “legittima forma di protesta”, per inciso, è stata la signora Amira Hass, ebrea per incidente di nascita e interamente venduta alla causa terrorista, che vive nei “territori occupati” e scrive per l’organo di Hamas in lingua ebraica Haaretz (e dato che rappresentanti di Hamas hanno dichiarato di sentirsi pienamente rappresentati da Haaretz, direi che la definizione è assolutamente adeguata). Questo per chiarire che chi nega di essere antisemita con l’argomentazione che “ci sono anche ebrei che dicono quello che dico io” deve aspettarsi da parte mia una robusta scarica di calci nel culo.
E poi vai a leggere l’imprescindibile Ugo Volli.

barbara

IL TRADITORE

All’inizio, dico la verità, avevo pensato di mollarlo, perché davvero, non è che sia tanto facile reggere tutta quella melensa retorica a base di “demolizioni di case a Gaza. Famiglie che diventavano profughi per la terza o la quarta volta” e “coloni che sparano sui bambini eccetera. Case bombardate con carri armati e aerei” e “bambini morti sotto le macerie. Immagini di bambini ancora vivi con sassi in mano, in lotta per la Palestina con pezzi di Palestina. […] E ogni giorno foto di funerali” (compresi quelli in cui il “cadavere” cade dalla barella e poi si rialza e ci risale sopra. O, stufo di fare il morto, si tira su a sedere proprio nel momento in cui il fotografo scatta, ndb)
miracolo Qana
e una perla come “Nell’aprile 2000 però Hezbollah cacciò dal Libano gli occupanti israeliani. Era la prima vittoria araba a memoria d’uomo” (anche se in effetti lo sapevamo da prima che quelli l’avrebbero inteso così, ndb), e l’immancabile feticcio di “Muhammad ad-Durra, il bambino ferito e poi ucciso mentre il padre urlava alle truppe israeliane di cessare il fuoco. Rannicchiati sotto un inutile muro. Il padre umiliato che subiva l’umiliazione della suprema umiliazione. Quando alla fine il bambino morì, venti minuti dopo, il padre abbandonò la testa nel sangue, il proprio e quello rappreso del figlio, gli occhi spenti, ciechi alla sofferenza o al terrore o a qualsiasi altra cosa non essendo riuscito a salvare suo figlio. Ucciso dal fuoco incrociato, dicevano i notiziari inglesi”. (Ora, a parte che è di pochissimi mesi dopo l’episodio un’inchiesta della televisione tedesca che ha dimostrato al di là di ogni possibile dubbio che quella posizione poteva essere raggiunta unicamente dai proiettili palestinesi e non da quelli israeliani. A parte che quando è uscito il libro c’erano già sufficienti prove del fatto che il bambino non è affatto morto. A parte che immediatamente dopo l’episodio il povero padre umiliato era già in giro per mezzo mondo a “testimoniare” sul povero piccolo martire e a raccattare su montagne di soldi. A parte la spassosa annotazione del sangue del bambino che appena uscito sarebbe già rappreso – ma come resistere alla suggestione di un’immagine così potentemente poetica come quella del sangue rappreso? [coltiviamo per tutti un rancore che ha l’odore del sangue rappreso, ciò che allora chiamammo dolore è soltanto un discorso sospeso].  A parte tutto questo, dicevo, il fatto è che per quanto attentamente si guardino quelle immagini, non vi si trova una goccia di sangue neanche a pagarla oro! ndb)
al-dura-faux
E naturalmente non possono mancare quei cani figli di cani e puttane figlie di ruffiani e puttane che sono gli ebrei. E poi centinaia di migliaia di milioni di miliardi di canne e montagne di coca e pasticche di ogni sorta e mastodontici sballi che percorrono tutto il libro…
E poi invece no: è un libro bello. Sul serio. Bello e ricco e denso e intenso. È un momento di vita di un uomo – parziale alter ego dell’autore – alla ricerca di una propria identità: un anglo-siriano cresciuto da un padre ateo nel più assoluto disprezzo per le religioni in generale e per l’islam in particolare, stravolto e in parte travolto dalle vicende dell’11 settembre e dintorni. E c’è dentro davvero di tutto: Saddam Hussein e Assad padre e figlio, il carcere e le torture, il massacro di Hama e la gassazione dei curdi, Fratelli Musulmani ed ebrei in fuga dai pogrom, e complotti e narrative e gli attentati del Dolphinarium e di Sbarro e l’incontenibile tripudio per quei due aerei che entrano nelle torri e le fanno crollare e poesia e pittura e preghiere e menzogne e l’onnipresente ossessione palestinofila e israelofoba (ma anche giudeofoba) – e d’altra parte dove lo trovi un giornale o un canale televisivo che non ne sia impregnato – ma anche gli antisemiti degli anni Venti che strepitavano “L’Inghilterra agli inglesi! Ebrei fuori dai piedi! Tornatevene in Palestina!” (eh sì: non è chiaro se l’autore condivida le sparate sopra riportate o se le abbia messe per inquadrare il clima, ma evidentemente non ignora che c’è stato un tempo in cui il mondo intero riconosceva quella terra come la terra degli ebrei). E l’improvviso – o forse non era stato poi così improvviso? – esplodere e dilagare dell’integralismo islamico, barbe e hijab come rivendicazione di un’identità, e chi vi fa resistenza e chi segue la corrente e chi addirittura vi si butta. E pagine deliziose come questa

Nelle sue origini non c’era niente di cui andasse fiero, non almeno prima degli anni da studente, quando riconfigurò l’arabismo di Mustafa come proprio. Vista dal cortile di scuola tutte le origini tranne la sua avevano qualche prerogativa. Una certa credibilità. Gli inglesi bianchi per la forza dei numeri, e perché era lo standard normale. I neri erano ancora più forti. C’erano persino i convertiti: molti bianchi adottavano la parlata, i gusti e le acconciature dei neri, nei limiti del possibile, almeno quando erano a scuola. C’era una reciproca fascinazione fra i bianchi e i neri, che si studiavano e si imitavano a vicenda, si picchiavano e si scopavano, mentre i musulmani si aggiravano in punta di piedi nei tristi spazi attorno ai letti e alle piste da ballo dove andava in scena la rappresentazione. I musulmani erano un intralcio. Rovinavano la bianchezza della città, e anche la sua nerezza.
l neri che sovvertivano e arricchivano l’Inghilterra con il reggae e l’hip hop, il carnevale, il fumo degli spinelli. In cortile faceva scalpore.
I sikh. I sikh avevano il bhangra e, in tempi più recenti, le bande. Nessuno si faceva più problemi ad andare a letto con i sikh.
Gli irlandesi. Erano spiritosi, duri e incazzati. Vivevano nei pub in Kilburn Road. Erano tatuati e avevano, come si diceva, la parlantina sciolta.
Gli ebrei non erano poi così invidiabili. Nessuno dei suoi compagni sfoggiava un inglese con coloriture yiddish per farsi bello in cortile. E anche l’acconciatura con i due dreadlock non andava più di moda. Nella scuola di Sami non c’erano ebrei, almeno non che lui sapesse. Vivevano più a nord. Ma l’idea degli ebrei era attraente. Avevano inventato praticamente da soli tutto ciò che faceva dell’Occidente l’Occidente piuttosto che il Medio Oriente. Modernismo, psicologia. Marxismo, bombe atomiche. Erano i depositari della cultura non meno degli inglesi. Non erano né integrati né outsider. A meno che non lo ostentassero, era difficile distinguerli dai nativi. Sami aveva sentito dire che era quello a renderli pericolosi. Di sicuro li rendeva acuti. Conoscevano Londra, e l’Europa, dall’interno, e le guardavano con occhi europei da conquistatori. Ma erano sempre sul chi vive. Non sonnecchiavano mai. Non diventavano mai grassi e aristocratici.
I musulmani invece. In Gran Bretagna musulmano significava pakistano, che significava fabbriche fatiscenti e negozietti all’angolo. Che significava eskimo, pessimo accento e ristoranti etnici. Miserabili città su al Nord dove il giorno spuntava solo per modo di dire. Avevano un ruolo proletario nell’economia e un conservatorismo borghese. Né sexy né forti. Vestiti malamente e con un’istruzione penosa. Ragnatele islamiche sulle ciglia e muffa sulla lingua.
«Così lei è di famiglia musulmana?»
«Magari originariamente. Molto tempo fa. Ora non più.»
Sami non era pakistano. Ma come lui ce n’erano così pochi che non li si poteva certo definire una comunità. Almeno prima che arrivassero gli iracheni. Gli arabi visibili erano gli arabi del Golfo, turisti e principini, obesi, ricchi, stupidi.
«Così lei è arabo?»
«Più o meno. Ma non come gli arabi che si vedono alla tv».

E c’è la saggezza, impersonata dalla moglie (figura straordinaria!)

I figli maschi ereditano in misura doppia rispetto alle femmine perché devono provvedere ai loro familiari, mentre il denaro della donna rimane in suo possesso. L’islam funziona quando gli uomini si comportano in modo nobile. Diversamente invece la normativa appare discutibile. Una volta dato fondo ai soldi del padre morto, Sami viveva alle spalle della moglie. E dello stato.
(E poi anche: «C’erano delle persone, su quegli aerei»)

E una perla preziosa arriva anche dall’anarchico pazzoide complottardo

«Un’ultima cosa» disse. «Una lezione dai campi di concentramento. A sopravvivere non sono necessariamente i più forti, ma coloro che vedono uno scopo nelle proprie sofferenze»

E dunque, in conclusione, sono contenta di averlo letto. E secondo me lo dovreste fare anche voi. (Chi è il traditore? No, non ve lo dico. Che poi comunque è una pessima invenzione dell’edizione italiana: il titolo originale era The Road from Damascus, che è una strada lunga, in effetti, e spesso dolorosa, e percorrerla tutta non è per niente facile. Per niente)

Robin Yassin-Kassab, Il traditore, Il Saggiatore
iltraditore
barbara

PRESTO PRESTO IN ISRAELE

Il figlio dei sopravvissuti al genocidio armeno dal figlio dei sopravvissuti ai pogrom polacchi (eh già, c’è sempre chi riesce a sfuggirvi e poi cresce e si moltiplica e diventa numeroso come le stelle del cielo, come i granelli di sabbia del mare… Fatevene una ragione) (qui)
E ora buon ascolto





barbara

6 giugno 1391

Il pogrom di Siviglia

Moshe Vanroj

Il pogrom di Siviglia è stato il drammatico episodio che vide la mattanza degli ebrei nel 1391, con la morte di oltre quattromila vittime e la persecuzione di migliaia di persone innocenti.
Nella bellissima Siviglia del tempo, ebrei e cristiani vivevano in un rapporto di tolleranza e di comprensione e un atteggiamento di rispetto reciproco. La società castigliana, dall’XI fino agli inizi del XIV secolo, viveva in un ambiente pacifico e desideroso di progresso.
L’antigiudaismo sembrava essere stato dimenticato e l’odio e l’invidia giacevano sepolti in terre lontane e sconosciute.
Regnava il re Pedro I, che cercava di proteggere gli ebrei dai continui attacchi [ma non vivevano in pace e senza odio ecc. ecc.? ndb]. Capiva che gli Ebrei, con la loro laboriosità unita alla scienza, esaltavano il suo regno con ghirlande di progresso e di ricchezza.
Ma Pedro era combattuto dal suo fratellastro bastardo: Enrico di Castiglia, che al fine di rovesciare il fratello e conquistare il trono di Castiglia, si alleò con la corona britannica e usò come simbolo di battaglia l’odio verso gli ebrei, scavando nelle profonde tenebre della sua anima, ululando ai venti che Pedro I era un re corrotto, che amava e proteggeva gli eretici che avevano ucciso il Signore, gli ebrei deicidi!
Infine, con l’aiuto delle “forze bianche” e l’alleanza con gli inglesi, Enrico di Castiglia rovesciò Pedro I, che fu assassinato nel suo castello di Montiel. Divenne re Enrico II dandosi quindi a infiammare gli animi di violenza e promuovere una grande campagna anti-ebraica.
La Chiesa proponeva continuamente misure contro gli ebrei.
I parrocchiani sono stati catechizzati cristiani a scendere in piazza al grido di: “Ecco gli ebrei che si preparano a bere il sangue dei poveri cristiani…”
Per iniziare la sua devastante campagna antiebraica, Enrico II utilizzò i servizi della Chiesa cattolica e un nefasto personaggio di questa.
Nella primavera del 1391, un sacerdote andaluso di nome Ferrant Martinez, che ricopriva la carica di arcidiacono di Ecija, cominciò a percorrere le strade della città portando tra le mani una grande croce e lanciando grida sconnesse. Arringava ed esortava i sivigliani inducendoli all’odio e alla violenza contro gli ebrei, che erano quelli che “hanno ucciso D-o e bevono il nostro sangue.”
La cordialità che aveva regnato fino ad allora tra i mori, ebrei e cristiani a Siviglia, fu scossa dagli eccessi di questo folle curato Martinez, infettato da un profondo odio razziale, e forse da inconfessabili interessi, spingendo gli abitanti dei villaggi, che stavano sopportando i duri colpi di una grave crisi economica, prestarono ascolto alle sue sporche diatribe, che lentamente cominciarono a mettere radici tra i cristiani.
Le continue prediche avvelenate del chierico erano di gran lunga al di là di ciò che la prudenza e il buon senso avrebbero consigliato, e finirono per eccitare gli animi del popolo contro gli ebrei.
Infine nel mese di marzo scoppiò la violenta tempesta dell’odio incontrollato che l’arcidiacono di Ecija andava seminando, e si scatenò una rivolta popolare in cui la plebe, sempre pronta ad ogni tipo di eccessi, entrò infiammata nei vicoli del quartiere ebraico saccheggiando i negozi e battendo i residenti che si trovavano sul loro cammino.
Dopo aver appreso degli eventi, la Guardia Maggiore della città fece arrestare i più fanatici e sono stati condannati alla pena della frusta.
Ma questa ammonizione non placò lo spirito violento del arcidiacono di Ecija, dato che egli non era stato frustato, e continuò la sua diabolica predicazione contro gli ebrei con maggiore applicazione e impegno.
Esacerbò il popolaccio composto da un’alleanza di convenienza fra mori e cristiani di basso livello culturale ed economico, e li portò a tale punto di follia che, come colonne di fuoco, presero d’assalto il quartiere ebraico saccheggiando tutti i negozi e botteghe, picchiando senza pietà o riguardo qualunque ebreo si trovasse sulla loro strada.
Il clamore raggiunse proporzioni tali che la Guardia Maggiore non aveva forze sufficienti per fermarlo a causa del modesto numero di uomini al suo servizio.
Quindi non vide altra soluzione per ristabilire l’ordine, che quella di chiedere aiuto ai nobili di Siviglia, alcuni dei quali risposero in modo affermativo, portando i loro lacchè e servi armati, i loro scudieri e altri uomini armati, con cui a fatica si riuscì a riportare la calma. Ma per raggiungere questo obiettivo, la Guardia fu costretta a concedere la grazia a tutti i condannati della rivolta precedente.
Questo non fece altro che incoraggiare ulteriormente i seguaci del prete Martinez, che ogni giorno moltiplicava le sue infiammate arringhe contro gli ebrei.
Infine, sentendosi impunito e potente, l’arcidiacono di Ecija sempre inalberando la sua grande croce, alla testa di un’orda impazzita e assetata di sangue entrò nel quartiere ebraico di Siviglia il giorno 6 di giugno, 1391 urlando come lupi selvaggi, “morte agli infami ebrei…!” E questa volta erano armati di pugnali, coltelli sciabole e ogni sorta di oggetti contundenti utilizzabili per uccidere.
Il quartiere ebraico allora aveva due porte, una era quella di Calle Mateos Gago e l’altro era la Puerta de la Carne.
juderìa
Mateos Gago                          Puerta de la Carne

I sivigliani fecero irruzione per entrambi gli ingressi (aggredendo altri sivigliani, non dimentichiamolo), togliendo così agli attaccati ogni possibilità di fuga.
Erano guidati e comandati da questo sacerdote, Martinez, che tra le mani lorde di sangue portava la croce … il simbolo di una chiesa e di una fede che parlano di misericordia, amore e tolleranza …!!
E la canaglia si diede alla mattanza senza controllo né opposizione.
Gli ebrei disperati e indifesi, uomini, donne e bambini senza distinzione, furono decapitati senza pietà.
Furono giustiziati per le strade, nelle case, nei negozi e persino nelle sinagoghe, in cui i fedeli morirono dissanguandosi sopra i loro libri sacri. Il pogrom durò un giorno intero senza interruzione e i cadaveri ammontano a oltre quattromila.
I pochi sopravvissuti, fuggirono da Siviglia per non tornarvi mai più.
Nel 1391 non si conosceva la parola pogrom, ma la popolazione ebraica della città di Siviglia, che contava più di 5.000 membri, in un solo giorno perse 4000 fratelli passati a fil di spada, in un genocidio che molti accademici e centri universitari, oltre a molti testi, non vogliono ricordare. (qui, traduzione mia)
pgrm1391

(Quattromila morti ammazzati in un giorno: siamo quasi ai livelli di Auschwitz…)

barbara

AVEVO SEI ANNI E MEZZO

Il pogrom di Tunisi, 5 giugno 1967

di Alain Madar

Avevo 6 anni e mezzo, eppure il ricordo è ancora nella mia memoria perché ha segnato la mia infanzia. Quel pomeriggio, come tutti i pomeriggi, la mamma è venuta a prendermi davanti alla scuola Glatigny per andare a mangiare a casa. Come al solito, ho lasciato la mia cartella a scuola, al piano terra della Grande Sinagoga di Tunisi. Abitavamo vicino alla Piazza Verdun, al 6 di rue d’Alexandrie, una piccola strada perpendicolare alla rue de Paris, a 100 metri dal cinema Le Mariveau. Mio padre è tornato a casa prima, quel pomeriggio. Aveva dovuto lasciare il souk, perché i manifestanti avevano dato fuoco all’ambasciata inglese. Mia sorella voleva tornare a scuola. Mio padre non ci ha permesso di lasciare la casa, e aveva ragione. Infatti, pochi istanti dopo, una folla eccitata proveniente dai quartieri arabi ha invaso il nostro quartiere. I manifestanti gridavano il loro odio, saccheggiando i negozi ebraici prima di incendiarli. Le urla erano sempre più vicine, fin dentro l’edificio. Eravamo terrorizzati. Mio padre ha spinto un armadio contro la porta d’ingresso del nostro appartamento. E ha chiuso anche le persiane di legno. Ho sentito rumore di vetri infranti, e i manifestanti correre sotto le nostre finestre al 1° piano. C’era un odore di fumo nell’appartamento. Questi manifestanti teppisti, venuti dai quartieri arabi e manipolati da agitatori antisemiti volevano far pagare agli ebrei la sconfitta dei paesi arabi durante la guerra dei Sei giorni che era iniziata. Le notizie trasmesse dalla televisione tunisina annunciavano la vittoria dei paesi arabi, ma Radio Montecarlo, che si prendeva in Tunisia, dava la versione corretta e informava della sconfitta egiziana. La polizia è stata sopraffatta ed è dovuto intervenire l’esercito per riportare la calma. In serata, il presidente Bourguiba ha fatto un discorso alla televisione per condannare questi atti, e ha vietato a chiunque di toccare un solo capello agli ebrei (da qui la barzelletta dell’epoca sui parrucchieri arabi che non potevano più pettinare gli ebrei). Per diversi giorni, non abbiamo lasciato la casa e non sono andato a scuola. Tornata la calma, sono tornato giù, sotto casa mia, in Piazza Verdun. L’odore di bruciato era ancora presente. L’atmosfera era triste e insolita. Poche persone per le strade. C’erano soldati armati per la strada e la loro presenza mi rassicurava. Mentre camminavo un po’ più in là, ho scoperto i negozi bruciati e distrutti dalle fiamme. Il commerciante di “frigidaires”, come si diceva lì, la pasticceria Nathan di mio cognato, tutti i negozi di proprietà ebraica erano devastati. Rivedo i miei vicini di salire su un taxi; non li rivedrò mai più, né loro né il venditore di elettrodomestici. Hanno lasciato la Tunisia per sempre, come moltissimi ebrei tunisini. Quando sono tornato a scuola, parecchi giorni dopo, ho cercato la mia cartella perché la classe è stata incendiata. Che gioia quando ho trovato la mia borsa in pelle marrone “sana e salva”, solo con un odore di bruciato. Ho appreso molto più tardi che non avevamo lasciato la Tunisia a quell’epoca perché i nostri passaporti erano scaduti. Mio padre aveva fatto domanda per il rinnovo, ma le autorità hanno rifiutato di restituirceli fino a quando è tornata la calma. (qui, traduzione mia)

In concomitanza con la guerra dei Sei giorni (di cui si è parlato qui e qui) in tutto il mondo arabo si sono scatenate violente sollevazioni contro gli ebrei. Nel corso del pogrom di Tunisi, di cui si parla in questa pagina, la sinagoga è stata incendiata (e non è certo un caso che l’assalto alla sinagoga di Tunisi sia stato uno dei primissimi atti della “primavera”), quaranta rotoli della Torah sono stati profanati urinandovi sopra e poi bruciati. Le autorità hanno poi fermato la rivolta, ma non hanno impedito che si continuasse a bruciare auto di proprietà di ebrei e distruggere targhe commemorative. Sono stati inoltre distrutti il centro per la distribuzione di farina, il magazzino dei libri e gli uffici del Joint. La sommossa è iniziata alle due del pomeriggio, l’esercito è intervenuto non prima delle 4. Il giorno successivo quattro ministri hanno visitato la sinagoga; i responsabili sono stati arrestati e i danni riparati, ma i risarcimenti promessi non sono mai stati pagati. In seguito al pogrom, 7000 ebrei si sono trasferiti in Francia. Non è stato possibile appurare se vi siano stati morti, né trovare dati sul numero dei feriti. (Grazie a http://jewishrefugees.blogspot.it/ per avermi cortesemente aiutata a completare gli scarsissimi dati reperibili in rete).

barbara