ISRAELE, LE ARMI, GLI APPELLI

Dario Calimani, come già ho avuto occasione di dire, è un signore di sinistra, molto di sinistra. E critico nei confronti di Israele, molto critico. Ma ci sono momenti in cui anche uno molto di sinistra, anche uno molto critico, se non è del tutto obnubilato dall’ideologia, è indotto a dire alt, qui il limite è stato superato.

A deporre – per chi lo richiedesse – a favore della mia non spiccata passione per la politica dell’attuale governo israeliano stanno i sette anni di note frammentarie che ho pubblicato su queste pagine. Come pedigree a me basta e avanza. Alla sinistra non devo rispondere di nulla. Alla destra non ho mai ‘strizzato l’occhio’, anche se a qualche buontempone piace affermarlo sui social network. In breve, il mio amore per Israele non ha conti aperti da pagare o da far pagare, né debiti né crediti.
Per questo, in un momento assai delicato e imbarazzante per lo Stato d’Israele e per la sua immagine agli occhi del mondo, non sono riuscito a firmare un appello di critica che chiedesse a Israele di far tacere le armi. E non perché la pace non sia necessaria, e non perché non pensi che si sarebbero potuti esperire altri mezzi per contrastare la strategia di Hamas, ma perché gli appelli, oltre a non servire a nulla se non a illudere chi li firma di essere a posto con se stessi, lasciano nel più profondo silenzio molto più di quanto essi non possano – ma dovrebbero – esprimere.
Ho preferito tenermi il disagio del silenzio piuttosto che firmare tacendo la crisi, perché nel chiedere a Israele di rinunciare all’uso sproporzionato della forza di fronte alla protesta/provocazione palestinese a Gaza non sarei riuscito a dar voce agli interrogativi che dovrebbero scuotere ogni coscienza onesta.
Perché l’onestà non può non chiedersi che cosa Hamas volesse ottenere ammassando venti-trentamila persone lungo il confine con Israele. Perché l’onestà non può disconoscere che fra la moltitudine spinta ‘pacificamente’ contro il filo spinato giravano armi e bottiglie molotov, oltre che fionde e sassi, mentre i pneumatici in fiamme avvelenavano l’aria. E perché l’onestà non può disconoscere che uno sfondamento della barriera di sicurezza non sarebbe sfociato in un festival dei fiori, come amano presumere politici e giornalisti faziosi. L’onestà non può firmare un appello come se non sapesse che Hamas manda il popolo palestinese allo sbaraglio promettendo un centinaio di dollari a ogni partecipante alla manifestazione, bambini inclusi; e che Hamas offre migliaia di dollari di compensazione alle famiglie delle eventuali vittime, ossia di coloro che vengono spinti avanti con la speranza che un cecchino li uccida; e che fra queste vittime c’è stata anche una bambina palestinese già gravemente malata di cui la madre è andata a esibire la morte sul confine per addossarne la colpa a un soldato israeliano e farsi così liquidare l’assicurazione sulla sua povera vita. L’onestà non può fingere di non sapere che dei sessanta morti di questa ‘strage’ almeno cinquanta, per ammissione stessa di Hamas, facevano parte dell’organizzazione terroristica. Pecorelle smarrite che pascolavano innocenti lungo il confine.
Tutto questo, che l’onestà vorrebbe come premessa in un appello che voglia denunciare l’uso spropositato della forza da parte di Israele, l’appello non lo può precisare, nella sua concisa e strategica retorica. Eppure, alla censura della politica di un governo israeliano a dir poco non lungimirante, la cui immagine internazionalmente screditata viene ulteriormente mostruosizzata dall’animosità concentrica dei media, non corrisponde una censura altrettanto dura, altrettanto oggettiva su quanto accade dall’altra parte del confine, su tutti i suoi come e tutti i suoi perché.
Ma ci sono altre considerazioni che trattengono dal firmare appelli contro Israele in un frangente come questo, perché anche da opinionisti moderati si sente parlare di ‘settecentomila palestinesi cacciati’ dagli ebrei nel 1948 per quella che chiamano la ‘Nakba’, il loro ‘disastro’, e non si dice che una parte consistente di arabi palestinesi fu invece convinta a scappare con la promessa che sarebbero tornati con l’aiuto dei paesi arabi per mandare a mare gli ebrei di Palestina. E perché la storia di Israele, questi opinionisti obiettivi, la presentano come fosse iniziata dopo la Shoah, perché Israele, a loro modo di vedere, non ha diritti e legami storici con la terra di Palestina. A popolare la terra di Canaan, a edificare il primo e il secondo Tempio, a scrivere i Rotoli del Mar Morto, a subire due esili, a coltivare per secoli il sogno del ritorno a Sion sono stati, evidentemente, non gli ebrei bensì gli arabi palestinesi. E quindi gli ebrei devono ringraziare i nazisti se ora hanno una terra in Israele.
Gli opinionisti moderati, che con un buon grado di prevenzione e parzialità criticano Israele, tirano troppo spesso in ballo la Shoah con collegamenti e analogie da far rivoltare lo stomaco. E ti spingono a chiederti quanto fiele antisemita aliti da certa critica, e perché, di fronte a sessanta morti palestinesi ci sia un’attenzione (giustissima) che i cinquecentomila morti in Siria non hanno meritato e non stanno meritando. E ti chiedi perché la stampa, sensibile e attenta e obiettiva, non dedichi allora pagine intere al massacro che Erdogan, dittatore e assassino seriale, sta commettendo ai danni dei curdi. E impari così che zoomare sul volto di un solo bambino fa più effetto che puntare la telecamera sui volti di diecimila bambini.
Se sessanta morti sono una ‘strage’, come si va ripetendo, delibando con soddisfazione il termine, centinaia di migliaia di morti che cosa sono? E con quale coraggio posso firmare un appello mettendo sotto accusa lo Stato di Israele se non ho mai firmato (e nessuno me l’ha mai chiesto) almeno uno analogo a favore dei curdi? e dei siriani?
Di fronte a tanti silenzi, di fronte a tanta demagogia e a tanta strumentalizzazione si finisce per diventare egoisti. E, alla pari degli altri, ti ritrovi a chiederti: se non sono io per me, chi è per me? Ossia: da che parte sto, alla fine? Perché, se sto al centro, dalla parte del giusto, non c’è nulla che io possa tacere, è vero; ma allora mi aspetto che anche gli altri stiano al centro, dalla parte del giusto, e mi aspetto che ciò che io riconosco ai palestinesi il resto del mondo lo riconosca a Israele. Io vedo la sofferenza dei palestinesi e invoco per loro uno stato e chiedo che possano vivere sicuri e in pace. Ma chi firmerà un appello analogo per invocare una pace giusta e sicura anche per Israele, che non implichi la sua distruzione?
“Oggi mi vergogno di essere un israeliano”, ha scritto Kobi Meidan, conduttore della Radio militare di Israele. Qualcuno dalla parte palestinese ha mai scritto lo stesso di fronte al massacro abominevole, strumentale e strategico cui Hamas ha mandato vecchi, donne e bambini? Come si misura allora la qualità delle coscienze?
C’è, infine, un altro aspetto che lascia perplessi di fronte ad appelli ebraici di critica a Israele. Non ho nulla da contestare a Grossman quando dice che Israele ormai ‘è una fortezza e non una casa’. Grossman è israeliano, ha consapevolezza piena e diretta della vita e della morte degli israeliani. Io non mi impedisco di pensare Israele e, se del caso, di criticarlo, ma ogni volta che lo faccio mi chiedo non tanto se io, in quanto non israeliano, abbia il diritto di parola, bensì se io sia inserito propriamente nel popolo ebraico e nella sua vita, nella sua esperienza storica ed esistenziale; se io sia parte integrante del corpo del popolo di Israele e della sua comunità, benché nella Diaspora. Insomma, se io ne sia dentro o ne sia fuori, se io veda Israele e il popolo di Israele dall’interno della sua coscienza o semplicemente dall’esterno, come uno spettatore distaccato, che si risveglia dal suo letargo ebraico e lo giudica come potrebbe fare un qualsiasi altro essere umano, dalla asettica posizione di una coscienza universale. Parteggiare mette a rischio la coscienza non meno della pretesa di equidistanza.
Se non firmo appelli è perché mi sento ancora, sempre, criticamente dentro. Come un figlio all’interno di una famiglia di cui riconosce colpe e difetti, ma da cui non gli va di dissociarsi. ‘Non separarti dalla comunità’, ci insegnano i Maestri. E ciò mentre continuo caparbiamente a ripetermi le parole del Libro ‘non opprimerai lo straniero, perché voi sapete cosa prova lo straniero, essendo stati stranieri in terra di Egitto’.
Unico conforto è leggere i post di un gruppo di ebrei italiani in Israele che si pongono ogni giorno laceranti interrogativi sulla situazione. Una minoranza, certamente, ma è la minoranza in crisi che salva la coscienza di tutto un popolo.

Dario Calimani, Università di Venezia (Moked, 22 maggio 2018)

L’articolo è di più di un mese fa, come si può vedere, ma dato che violenze e devastazioni stanno freneticamente continuando, credo che questo momento di riflessione ci stia più che bene.

barbara

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ERIC SALERNO

Qualche mese fa vi avevo proposto una mia recensione di circa dodici anni fa del libro su Israele di Ugo Tramballi. Adesso vi propongo quella, all’incirca contemporanea, del libro di Eric Salerno.

Oggi vogliamo lanciare ai nostri lettori una sfida da trecentomila miliardi di dollari: leggete questo libro e trovateci UNA frase benevola nei confronti di Israele o degli israeliani, o UNA frase che contenga anche un solo frammento di verità.
Gli israeliani, tanto per cominciare, sono maleducati e arroganti. E violenti: la violenza nelle scuole, per esempio, sembra non avere pari in nessun altro stato. E razzisti, beninteso: incredibile quanto piaccia, al nostro Salerno, rotolarsi in bocca la parola “razzisti” appioppata agli israeliani, non perdendo occasione per continuare a ripeterla. Razzisti – va da sé – nei confronti degli arabi, ma razzisti anche fra di loro, fra askenaziti e sefarditi; gli ortodossi sono sempre e solo “questa gente” o “quella gente”: “Quella gente vestita di nero che ricorda tanto la gente vestita di nero di Teheran e quella dell’Afghanistan, che ha imposto alle donne di coprire testa e volto e tutto il resto in nome di non si capisce quale pudore”. E Israele come stato? È in prima fila nel riciclaggio del denaro sporco (e qui Salerno dà anche il voto: zero in condotta), è nella classifica mondiale dei paesi a più alta corruzione nell’apparato dello stato, e molto altro ancora.
Ciò che più di tutto colpisce in questo libro, definito dalla nota di copertina “un intenso sguardo dall’interno”, è l’estrema superficialità: un piatto quadro bidimensionale, un presente senza passato, una serie di eventi senza causa. Gli israeliani opprimono i palestinesi, i palestinesi soffrono, gli israeliani fanno la guerra, i palestinesi la subiscono, così, senza un perché. Il conflitto israelo-palestinese, pur essendo sempre presente, non è il protagonista del libro: protagonisti sono Israele e gli israeliani. E vediamo come Salerno interpreta la storia e la cronaca che coinvolgono Israele e gli israeliani.
Guerra dei sei giorni: “Dopo mesi di scontri minori nella regione, alle 7,45 del 5 giugno l’aviazione israeliana si levò in volo e attaccò l’Egitto distruggendo nel giro di poche ore l’intera forza aerea del più potente dei nemici dello Stato ebraico. Stessa sorte toccò agli aerei siriani e giordani mentre le truppe di terra israeliane sfondavano le difese arabe penetrando in Sinai, sul Golan siriano e in ciò che conosciamo oggi come Cisgiordania, ossia quella parte della Palestina allora amministrata dalla Giordania che comprendeva anche la parte orientale di Gerusalemme”. Non si sa in che cosa consistessero questi “scontri minori”, non si sa perché improvvisamente Israele decida di attaccare, la Cisgiordania con Gerusalemme est occupata e annessa illegalmente dalla Giordania viene blandamente definita “amministrata”.
Massacro di Pesach: “A Netanya, una cittadina balneare sulla costa mediterranea poche decine di chilometri a nord di Tel Aviv, un kamikaze semina lutto e terrore. La sala da pranzo di un albergo. Famiglie riunite intorno ai tavoli. Un massacro. Ventotto morti, a conti fatti, decine di feriti. Sharon non aspetta altro”: vorremmo parlare di cinismo, ma il termine è così assolutamente inadeguato che rinunciamo a qualificare l’atteggiamento del signor Salerno. Il quale si prodiga anche in citazioni di giornali israeliani e di testimonianze raccolte dalle sue attente orecchie. Per avere un’idea di come proceda, immaginiamo che qualcuno, per spiegare l’Italia a chi non la conosce, citi il manifesto per parlare del governo [all’epoca c’era Berlusconi] e Libero per illustrare l’opposizione, e riporti discorsi di Umberto Bossi per mostrare come si esprime il popolo italiano, e del sindaco di Treviso (quello che ha invitato i suoi concittadini a trattare gli extracomunitari come leprotti, sparandogli addosso) per chiarire come la pensa. Cita per esempio, fra tutti gli archeologi presenti in Israele, Ze’ev Herzog: ” ‘Gli israeliti non sono mai stati in Egitto, non hanno compiuto peregrinazioni nel deserto, non conquistarono questa terra con una campagna militare e non la trasferirono alle dodici tribù di Israele’. Le gesta dei patriarchi sono leggende e non vi sono tracce di un impero di Davide e Salomone, né delle fonti del credo nel Dio di Israele”. Altre dichiarazioni riportate: “Gli ebrei sono tornati dopo duemila anni per rivendicare il diritto a una terra ormai abitata da altri e da trentacinque anni Israele sopprime un intero popolo, quello palestinese” (ed è un po’ arduo capire come ci siano ancora palestinesi vivi, dopo trentacinque anni di “soppressione”); “È una classe, quella degli arabi d’Israele, contro la quale vige, sottolinea il geografo, e non soltanto lui, ovviamente, una sorte di discriminazione e questa discriminazione, spiega, è sancita dalle leggi dello stato e messa in pratica dai suoi dirigenti”. Ripesca anche Deir Yassin: “un massacro ammesso e cinicamente giustificato dai suoi autori”. Peccato che studi recenti, anche di studiosi arabi, abbiano dimostrato che non ci fu alcun massacro, ma solo una violentissima battaglia, e che i morti siano stati circa un quinto di quelli riportati da Salerno, e quasi tutti combattenti. Peccato che proprio Salerno, che accusa Israele di trasformare in storia miti e leggende, peschi a piene mani fra tutti i miti e tutte le leggende in grado di demonizzare Israele. Al punto da ricordarci che se gli ebrei hanno avuto la Shoah, i palestinesi in compenso hanno avuto Sabra e Chatila. Cita naturalmente Benny Morris, salvo evitare accuratamente ogni riferimento alle sue prese di posizione più recenti. E ci racconta che Israele ha espropriato in gran quantità case e terre dei palestinesi approfittando della mancanza di documenti catastali; il fatto è che noi sappiamo che gli archivi del catasto ottomano erano estremamente accurati: e che cosa significherà dunque il fatto che proprio quei palestinesi che denunciano espropriazioni siano privi di documenti atti a comprovare i loro presunti diritti? Ma questo non è ancora tutto, e non è neanche il peggio. Salerno ci spiega anche le cause del fallimento di Camp David: è fallito per gli errori di Clinton, che aveva troppa fretta di far dimenticare lo scandalo Lewinsky, e per gli errori di Barak, che “ha la grinta del generale e non la finesse dello statista”. E Arafat? No, lui niente. Lui, poverino, era solo, e gli israeliani “non intendevano concedergli altro spazio”, qualunque cosa ciò significhi. E ancora. A proposito delle dicerie sul complotto sionista che sarebbe dietro agli attentati dell’11 settembre: “Troppi dubbi, troppe incertezze, troppe domande resteranno senza risposta nei mesi a venire”. L’ebrea russa, residente in Israele da oltre trent’anni e che si identifica con Israele è “irritante”, il ragazzo israeliano che lo invita a riflettere sul fatto che i palestinesi vogliono la distruzione di Israele è uno che “infila la testa sotto la sabbia per non dover più ragionare (…) Uno slogan dietro l’altro senza veramente capire o approfondire”. A proposito dei profughi: ” ‘Non li abbiamo cacciati noi, se avessero voluto sarebbero potuti restare’ è il ritornello tedioso e acritico della maggior parte degli israeliani”, incurante del fatto che siano proprio i giornali arabi dell’epoca a documentare il fatto che sono stati gli arabi a indurli ad andarsene. E su Durban: israeliani e americani “sostengono che gli arabi vogliono delegittimare lo stato ebraico” – e qui sfioriamo veramente il ridicolo. E, a proposito di ridicolo, non mancano amenità come “Pesach, la cosiddetta pasqua degli ebrei” o “le cosiddette forze dell’ordine”. E quest’altra chicca: “Il giorno dell’esplosione al Dolphinarium centinaia di ebrei sottolinearono rabbia e razzismo attaccando una moschea davanti al luogo dell’attentato”: e poco male se si accontentasse di dirlo; il fatto è che questo episodio viene riportato per ben tre volte, in modo da dare al lettore l’impressione che le moschee assaltate siano tre. E che dire di questa perla? A Hebron vivono “cinquecento fanatici, compresi i poveri bambini”: giusto per non essere razzisti!
Un libro, per concludere, di disinformazione pura, un collage di menzogne e stereotipi, frasi fatte e luoghi comuni, slogan e proclami. E infine, pur consapevoli del fatto che questo spazio non è dedicato alla critica letteraria, ci sia consentita un’ultima nota: se il signor Salerno volesse prendere qualche lezione di italiano, non gli farebbe niente male.

E questo è uno che è pagato per informare… Interessante comunque, per ricollegarci all’attualità, che un radicale nemico di Israele non abbia il minimo problema a chiamarlo “lo stato ebraico” mentre veri o presunti amici di Israele inorridiscono all’idea che possa essere definito tale: ma sarà poco buffo il mondo che ruota intorno a Israele, ovverosia il “National home for the Jewish people”, che è la ragione sociale dell’esistenza di Israele?

barbara

CONTINUA LA VERGOGNOSA GIUDEIZZAZIONE DI GERUSALEMME!

Articolo gentilmente segnalatomi. Inserirò nel testo alcuni commenti in grassetto.

Gerusalemme, 29 agosto 2014, Nena News – La colonizzazione di Gerusalemme prosegue a ritmi serrati.
Che sarebbe, per chi non lo sapesse, quella roba per cui un giorno da Marte sono arrivati degli ebrei e si sono messi a colonizzare Gerusalemme (Gerusalemme, 3000 anni di storia).

Mentre il mondo guarda a Gaza,
ah, ecco perché Israele ha scelto di farsi tirare in testa in poche settimane più di quattromila missili: per distrarre l’attenzione! Vuoi vedere che sono stati loro anche a fornirgli aiuto per scavare i tunnel e riempirli di armi? Sai com’è, a pensare male…

le autorità israeliane continuano l’opera di occupazione e giudaizzazione della Città Santa.
Ah già, la famosa terza città santa dell’islam…

Ancora una volta target è il quartiere palestinese di Sheikh Jarrah,
“palestinese” in che senso?

dal 1967 soggetto a confische di terre e di case palestinesi
e chissà quante terre ci saranno, in un quartiere che si trova nel cuore di una città…

a favore di organizzazioni e famiglie di coloni israeliani. Ieri il comune di Gerusalemme ha dato il via all’implementazione di un piano di costruzione di una yeshiva, una scuola religiosa ebraica, nel cuore del quartiere di Gerusalemme Est. Il piano, fanno sapere gli attivisti palestinesi di Sheikh Jarrah, era stato già approvato sei mesi fa. Ieri l’ok definitivo per l’apertura della scuola in un palazzo di nove piani e 10mila metri quadrati,
cioè più di mille metri quadrati per ogni piano?! Cazzarola!

tra la pompa di benzina Nasif e il centro medico al-Hayat. I palestinesi residenti nel palazzo saranno cacciati: l’ordine di evacuazione è già stato spiccato. Proteste dalla sinistra israeliana: Yosef Alalu, consigliere comunale palestinese,
“palestinese”? Un “palestinese” nel consiglio comunale di una città israeliana?

ha sottolineato come manchino 2mila classi nelle scuole arabe di Gerusalemme,
cioè, ci sono le scuole e dentro le scuole mancano le classi? O come altro sarebbe?

ma il comune ha come solo obiettivo quello di incrementare servizi e spazi per gli studenti ebrei. La terra su cui è costruito l’edificio era stata confiscata ufficialmente negli anni Ottanta
e dopo la confisca li hanno lasciati stare dentro per trent’anni? E ancora si lamentano?

secondo la legge degli Proprietari Assenti del 1950, uno dei più efficaci strumenti in mano israeliana per confiscare terre e proprietà palestinesi: la legge in questione prevede che tutte le proprietà di rifugiati, costretti con la forza ad abbandonare i propri villaggi e le proprie comunità dalle milizie sioniste nel 1948, perdono in automatico il diritto ad usufruire di terre e abitazioni che passano nelle mani del governo israeliano.
No, un momento: stiamo parlando della cosiddetta “Gerusalemme est”, giusto? Quella in cui c’è una cosa che si chiama “quartiere ebraico”, giusto? Quella che fino al 1948 era la parte più caratteristicamente ebraica di Gerusalemme; quella che in quella data la Giordania ha occupato e in quel momento ne ha immediatamente espulso tutti gli ebrei che vi risiedevano, alcune famiglie addirittura ininterrottamente dai tempi della Bibbia, e ha distrutto le sinagoghe, devastato i cimiteri, costruito latrine a ridosso del muro occidentale (“muro del pianto”), impedito, per tutto il tempo dell’occupazione illegale, l’accesso ai luoghi santi ebraici a tutti gli ebrei del mondo, e, soprattutto, riempito le case degli ebrei espulsi con popolazione araba. E allora, ci si chiede, da dove salta fuori la storiella dei “rifugiati” palestinesi che sarebbero stati costretti ad abbandonare le loro case di cui adesso rivendicherebbero la proprietà?

Ciò significa che i palestinesi fuggiti in Cisgiordania, pur essendo considerati “presenti”, si sono visti confiscare le proprietà a Gerusalemme e in tutto l’attuale territorio israeliano.
Potevano fare a meno di ascoltare gli inviti dei loro capi. Quelli che hanno invece ascoltato gli appelli a restare delle autorità israeliane sono quel milione e mezzo di arabi israeliani, che non hanno perso niente e che oggi sono cittadini israeliani con pari diritti, compreso quello di mandare in galera un presidente della repubblica ebreo israeliano.

Uno strumento che ha permesso negli anni alle autorità israeliane di appropriarsi di tutte le proprietà dei rifugiati palestinesi – durante la Nakba tre quarti della popolazione dell’epoca fu costretta all’esilio –
beh, sì: contando i lavoratori stagionali che sono tornati a casa loro nei Paesi arabi circostanti, contando quelli che si sono spostati di una dozzina di chilometri, contando quelli che erano arrivati lì da un paio d’anni attirati dalle nuove condizioni di vita create dai pionieri ebrei, il numero di quelli che si sono spostati da lì nel ’48 potrebbe anche avvicinarsi ai tre quarti di tutti gli arabi che si trovavano lì in quel momento. Forse un 15-20% di loro (forse), erano residenti di antica data.

e che è stato in particolar modo utilizzato a Gerusalemme. Da anni i residenti combattono contro gli ordini di confisca regolarmente emessi dalle autorità israeliane, trascinandosi dietro a procedimenti legali e appelli alla corte che hanno sempre avuto scarso effetto. Nel 2010 una sentenza della Corte Suprema israeliana ha stabilito che decine di case di Sheikh Jarrah appartengono a israeliani ebrei che sarebbero vissuti nel quartiere prima del 1948.
Eh certo, “sarebbero”: si sa che una narrativa vale l’altra, chi dice che la terra è tonda e chi dice che la terra è piatta, perché mai dovremmo discriminare una narrativa nei confronti dell’altra?
Nena News

E già che ci siete, date anche un’occhiata all’incessante furto di terra perpetrato dagli ebrei.
terra ebraica

barbara

I PALESTINESI TRA L’ILLUSIONE DELLA VITTORIA E LE RAGIONI DELLA PACE

Un articolo importante, che dice alcune cose fondamentali, che raramente vengono dette.

di Marco Faraci  01 Agosto 2014

Quanto si affronta la questione palestinese, c’è una cosa che è necessaria prima di tutto – sgombrare il campo dall’idea che ci troviamo di fronte ad un problema di “autodeterminazione dei popoli”. La questione palestinese non è una questione di “autodeterminazione” e non ha niente a che fare, per esempio, con le rivendicazioni indipendentiste dei baschi, dei catalani, dei fiamminghi o degli scozzesi.
L’autodeterminazione, in effetti, rappresenta il diritto di una determinata comunità ad autogestirsi all’interno di un ambito solitamente (ma non necessariamente) territoriale, al fine di perseguire un proprio sviluppo sociale, economico e culturale. E’ un concetto che implica dei rapporti pacifici e di tipo orizzontale con le altre comunità politiche e pertanto presuppone il riconoscimento del valore della diversità, della pluralità istituzionale e della convivenza.
La “causa palestinese” per come si è presentata fino a questo momento non è la rivendicazione pacifica e difensiva di una patria nazionale per il “popolo palestinese”, all’interno della quale si declini una statualità. Se l’obiettivo fosse stato questo, sarebbe stato già conseguito da tempo, e la quantità gigantesca di denaro che negli anni è stata iniettata a favore dei palestinesi dai paesi arabi, dall’Occidente e dallo stesso Israele sarebbe stata più che sufficiente per garantire la praticabilità economica del nuovo Stato ed il graduale raggiungimento della completa autosufficienza. La causa palestinese, purtroppo è stata ben altro – è stata un progetto imperialista ed aggressivo mirante alla “riconquista” dello Stato di Israele e, quindi, alla negazione dei valori fondamentali alla base del principio di autodeterminazione dei popoli, cioè la pacifica convivenza, il riconoscimento ed il rispetto dell’”altro”.
Dopo il disimpegno israeliano da Gaza, i palestinesi non hanno utilizzato lo spazio politico apertosi nella Striscia per “autogovernarsi”, bensì hanno de facto organizzato la Striscia come base della guerriglia antiisraeliana. Ritenere che vi possa essere una legittimità nella riconquista violenta da parte dei palestinesi di terre che sono sotto l’amministrazione israeliana è sbagliato. Non ha senso parlare di ritornare ai confini di Oslo o del 1967 o del 1947, per il semplice motivo che non è ammissibile che i palestinesi continuino a pensare di poter scatenare guerre, perderle e poi pretendere che si faccia finta di nulla e si torni alla situazione ex ante.
E’ inevitabile che i palestinesi paghino il fatto di essere stati sempre dalla parte sbagliata (dalla parte dell’aggressore e dello sconfitto) in tutte le guerre. Incidentalmente giova ricordare che, anche prima dei conflitti araboisraeliani, la leadership palestinese si schierò apertamente con i Nazisti nella seconda guerra mondiale. Peraltro nel ventesimo secolo i palestinesi non sono certo gli unici ad avere perso dei territori o ad avere conosciuto esodi. Noi italiani ricordiamo certamente la perdita dell’Istria, di Fiume e di Zara e la fuga di tanti nostri connazionali da quelle terre. La Germania ha vissuto questa situazione molto più in grande, vedendosi sottratti tutti i territori ad Est dell’Oder Neisse; dodici milioni (!) di tedeschi furono costretti ad andarsene. Ed anche i confini della Polonia usciti dalla guerra avevano poco a che fare con quelli precedenti al conflitto, con milioni e milioni di polacchi che hanno dovuto trasferirsi.
Va detto, tra l’altro, che negli anni successivi alla proclamazione dello Stato di Israele, almeno 850.000 ebrei sono stati espulsi da paesi arabi nei quali le loro famiglie avevano vissuto per centinaia di anni. Nei fatti ci fu uno “scambio di popolazioni”, nel quale moltissimi ebrei hanno dovuto abbandonare tutto quello che avevano costruito in generazioni nei paesi arabi di origine – eppure questi profughi ebrei sembrano non rientrare mai nell’equazione politica. Un’altra fase storica che ha prodotto una grande quantità di rifugiati è stata il processo di decolonizzazione. Si pensi agli italiani di Libia, ai pieds noirs d’Algeria, alla diaspora rhodesiana, ai retornados portoghesi del Mozambico e dell’Angola o agli indo-olandesi. Si tratta, nel complesso, di milioni di persone, ma nessuna di queste comunità oggi rappresenta in alcun modo una questione politica. Il fatto è che tutti i rifugiati che il ventesimo secolo ha prodotto si sono sempre rapidamente integrati  nelle rispettive madri patrie o in paesi culturalmente omogenei e sono diventati elementi pienamente produttivi nelle loro “nuove società”.
Questi “immigrati invisibili” hanno fatto di necessità virtù e, armati di dignità e di etica del lavoro, hanno ricostruito un futuro per loro e per i loro figli. Noi non abbiamo stipato per settant’anni a Gorizia i profughi giuliani e dalmati educandoli alla guerra ed all’odio contro gli slavi. Né i tedeschi lo hanno fatto con i rifugiati della Pomerania, della Slesia e della Prussia. Né i vari presidenti francesi hanno addestrato per cinquant’anni gli esuli algerini a preparare la riconquista di Algeri. Invece per i quasi venti anni in cui la Striscia di Gaza e la Cisgiordania sono stati sotto il controllo dell’Egitto e della Giordania, i rifugiati palestinesi sono rimasti in campi profughi, a crescere in numero ed in disperazione.
Di fatto la “questione palestinese” è stata creata a tavolino per precisa scelta politica dai paesi arabi che, anziché integrare i profughi hanno scelto di conferire loro il ruolo di riserva permanente di guerriglia antisionista. Il crimine più grave che sia stato compiuto finora contro i palestinesi è quello di averli illusi che fosse possibile riportare indietro l’orologio della Storia ed averli incoraggiati in questi decenni a sacrificare collettivamente la propria esistenza ad una guerra infinita senza speranza alcuna.
In un certo senso i palestinesi hanno combattuto una guerra non loro perché i veri beneficiari della loro lotta sono stati i leader delle élites politiche dei vari paesi arabi che nella retorica filopalestinese trovavano a buon mercato una legittimazione del proprio potere presso le masse. Naturalmente, da un simile punto di vista, è del tutto irrilevante il fatto che la guerra non possa avere alcuno sbocco positivo per i palestinesi. Non serve affatto che sia vinta, basta che sia combattuta – ed anzi più è dolorosa e luttuosa per gli stessi palestinesi, più genera un capitale politico per i suoi “stakeholders”.
Naturalmente il patimento accumulato dai palestinesi in decenni di guerra e di guerriglia è tale che praticamente ogni palestinese ritiene di avere forti ragioni personali per continuare la lotta. Se ci si arrendesse a questa logica tuttavia, il mondo intero vivrebbe in una guerra permanente. Ogni guerra, infatti, porta con sé come esito le ragioni potenziali per farne un’altra. Ogni guerra ci lascia con ingiustizie da riparare, innocenti da vendicare, martiri in nome dei quali combattere affinché non siano morti invano. Eppure a un certo punto l’odio deve piegarsi alla realtà.
Sia consentito, ancora, un paragone storico: dopo la prima guerra mondiale, Adolf Hitler prese il potere in Germania cavalcando da posizioni ultranazionaliste la frustrazione per la pace ingiusta, per le condizioni vessatorie imposte dal Trattato di Versailles. Fece leva sull’orgoglio e “revanchismo” per inquadrare la popolazione tedesca in un terribile progetto imperialista. Per riprendersi Danzica ed il suo “corridoio”, scatenò una nuova guerra mondiale ancora più sanguinosa di quella precedente. La perse e quello che ne seguì non fu certo una pace più generosa per la Germania. Il paese uscì dalla guerra con terribili ferite economiche, politiche e morali. Il massacro di Dresda, la perdita ad Oriente di regioni storiche, le vendette sovietiche sulla popolazione civile, l’occupazione da parte delle potenze vincitrici e così via. Quante buone ragioni ci sarebbero state perché i tedeschi alla prima occasione decidessero di dotarsi di un nuovo Hitler che li riscattasse dalla “punizione collettiva” che era stata inflitta loro?
Eppure, anziché dare un’altra possibilità al nazionalismo estremo, la Germania ha scelto le straordinarie opportunità di sviluppo economico e sociale offerte dalla pace – anche se questo, evidentemente, ha richiesto la capacità di elaborare il lutto della sconfitta ed intraprendere un percorso di autocritica storica e politica. La scelta di pace dei tedeschi ci sembra assolutamente ovvia e scontata; non ci parrebbe proprio concepibile una scelta diversa. Non potremmo immaginare che la gioventù tedesca anziché godersi e costruirsi la vita preferisse arruolarsi in una nuova guerra. Non potremmo immaginare che dei genitori anziché vedere i propri figli laureati e felicemente sposati, preferissero che si immolassero per riguadagnare Breslavia, Danzica o Königsberg. Chiunque di noi, anche trasversalmente all’appartenenza politica, lo riterrebbe non solo folle ma anche profondamente inumano.
Eppure troppi, anche in Occidente, sono disposti a giustificare che generazioni e generazioni di palestinesi siano coscritte a vita in una battaglia ideologica nazionalista. Da questo punto di vista, la migliore sintesi della questione israelo-palestinese è probabilmente quella che fu fatta da Golda Meir. “La pace sarà possibile solo il giorno in cui i palestinesi ameranno i loro figli più di quanto odiano noi”. La pace sarà possibile solamente se per un padre di Gaza il fatto che suo figlio diventi un bravo avvocato, ingegnere, ristoratore, commerciante o idraulico, si sposi e viva tranquillo con la sua famiglia sarà più importante di conquistare Gerusalemme. La “questione palestinese”, in altre parole, sarà risolta solo quando i palestinesi si renderanno conto dello straordinario valore che avrebbe per loro il dividendo economico e sociale della pace.
Significherebbe la fine delle limitazioni alle attività economiche nei territori ed al movimento delle persone e dei beni. Significherebbe la possibilità di attrarre investimenti economici che oggi sono fortemente ridotti a causa delle incertezze e dei rischi dello status quo, avviando così un importante sviluppo a livello industriale, agricolo, tecnologico e turistico. Ma se i palestinesi continueranno a preferire l’illusione della “vittoria” alle ragioni della pace, nessuna simpatia, vicinanza, comprensione, giustificazione, condiscendenza è possibile. Il messaggio che va mandato oggi deve essere inequivoco: è tempo che i palestinesi si arrendano alla pace. Ed alla storia. (qui)

Da imparare a memoria.

barbara

CRITICARE ISRAELE? SÌ, GRAZIE!

Questo mio articolo è di dieci anni fa. Magari a qualcuno potrebbe interessare rileggerlo.

“Criticare Israele è legittimo!” e poi “Possibile che non si possa rivolgere una legittima critica a Israele senza essere tacciati di antisemitismo?” e ancora “Perché Israele dev’essere intoccabile?” … Alzi la mano chi non ha sentito almeno settemila miliardi di volte il fatidico lagno … Nessuno? Lei là in fondo? Ah, si sta solo grattando un orecchio … Bene, allora è giunto il momento di dare una franca risposta a tutti questi accorati interrogativi, e la risposta è: sì, signori, criticare Israele è legittimo. E potete farlo tutte le volte che volete senza che a nessuno passi per la testa di accusarvi di antisemitismo. Garantito. E dunque prego, accomodatevi, fate pure tutte le critiche che desiderate.
Quando avrete criticato in misura proporzionata alle rispettive colpe l’Autorità Palestinese, la Siria, l’Iran, la Libia, l’Arabia Saudita, il Sudan, la Corea, Cuba, la Cina, la Birmania e magari, già che ci siamo, facendo uno sforzo ulteriore, anche il terrorismo.
Quando avrete condannato in misura proporzionale l’occupazione del Tibet da parte della Cina, del Libano da parte della Siria, dell’Irlanda del Nord e delle isole Malvine da parte della Gran Bretagna, della Catalogna e dei Paesi Baschi da parte della Spagna, di alcune regioni tedesche da parte della Polonia, di alcune regioni polacche e delle isole Kurili da parte della Russia, dell’Istria da parte della Jugoslavia (oggi Croazia), dell’Alto Adige (e magari, già che ci siamo, facendo uno sforzo ulteriore, anche di Roma) da parte dell’Italia e ne avrete chiesto il ritiro e la restituzione ai legittimi proprietari.
Quando avrete dichiarato illegali il muro tra l’Arabia Saudita e lo Yemen, quello tra gli Stati Uniti e il Messico, quello tra la Corea del Nord e la Corea del Sud, quello di Cipro, quello dell’Olanda, quello tra India e Pakistan, quello tra la Spagna e Ceuta, quello in Botswana, quello nello Zimbabwe, i sei del Marocco e magari, già che ci siamo, facendo uno sforzo ulteriore, anche quello del Vaticano (che non tengono fuori terroristi bensì, semplicemente, persone sgradite) e ne avrete preteso a gran voce l’immediato abbattimento.
Quando sarete insorti contro le uccisioni di palestinesi operate dalla Giordania, dalla Siria, dal Libano, dal Kuwait eccetera eccetera.
Quando avrete boicottato (e invitato l’universo mondo a boicottare) tutti i prodotti, tutti i libri, tutti gli accademici, tutti gli studiosi, tutte le università, tutti i contributi, tutte le collaborazioni di tutti gli stati che violino, anche in misura minima, i diritti umani.
Quando avrete impedito di parlare a tutti i diplomatici, a tutti i politici, a tutti i rappresentanti, ufficiali o privati di tutti gli stati che violino, anche in misura minima, i diritti umani.
Quando avrete condannato tutti gli stati che si difendono dal terrorismo. E anche, a maggior ragione, quelli che si difendono da bagatelle come la mafia e la criminalità comune.
Quando avrete reclamato il “ritorno” di decine di milioni di profughi, e dei loro figli, e dei loro nipoti, occasionalmente anche dei loro pronipoti, negli stati originari propri e magari, se capita, anche in stati altrui.
Quando vi sarete indignati per la vergognosa mancanza di diritti degli arabi negli stati arabi.
Quando sarete scesi in piazza contro le lapidazioni (magari di bambine stuprate), contro le macellazioni sulla pubblica piazza di sospetti o presunti “collaborazionisti” palestinesi (etichetta sotto la quale si può incollare – e spesso si incolla – chiunque sia sgradito a qualcuno di coloro che contano), contro gli stupri di massa decretati dai tribunali islamici contro le mogli o sorelle o figlie di qualcuno che ha commesso qualche sgarbo a qualcuno di coloro che contano.
Quando avrete smesso di impestarci l’aria col famigerato “proprio voi che avete tanto sofferto” (“voi” chi? Gli israeliani? Non c’erano israeliani al tempo delle camere a gas: dunque, di chi state parlando, o nobili signori che non tollerate di essere presi per antisemiti?)
Quando avrete chiesto conto ad Arafat e soci dei miliardi di dollari (nostri) intascati lasciando i palestinesi nelle baracche, e di una intera generazione di bambini palestinesi mandati al macello.
Quando avrete chiesto conto ai vari Paesi arabi dei campi profughi che essi hanno voluto, costruito e riempito di palestinesi dopo averli indotti a lasciare le proprie case, per poi farveli vivere come bestie e destinarli a diventare carne da cannone.
Quando vi sarete ricordati che i vostri nonni scrivevano su per i muri di tutta Europa: “Ebrei, andate in Palestina!” riconoscendo la Palestina come unica vera patria degli ebrei e gli ebrei come popolo legittimato a risiedervi.
Fatto? Bene, allora potete cominciare a criticare Israele. E noi vi ascolteremo. Con attenzione. Con interesse. Con simpatia. Con partecipazione. E non saremo neppure sfiorati dal sospetto che possiate nutrire qualche sentimento antisemita. Garantito.

La cosa interessante è che questa gente passa metà del proprio tempo a vomitare ogni sorta di veleni su Israele, e l’altra metà a frignare che Israele non si può criticare; metà a strillare che Israele deve essere trattata come qualunque altro stato e l’altra metà a trattarla in modo diverso da qualunque altro stato. Quanto a uno dei mantra di questa gentaglia, che Israele “con la scusa dell’Olocausto” si sente in diritto di compiere qualunque crimine restando impunita, io vi sfido a trovare un israeliano, anche uno solo – e vi autorizzo a cercare anche nei manicomi, anche nelle bettole di avvinazzati, anche negli istituti per ritardati – che dichiari: “Io prendo a calci chi mi pare e non potete dirmi niente perché io ho avuto l’olocausto”.

barbara

C’ERA UNA VOLTA LA SIRIA

Siria-Lo que no conocemos
(Guardatelo, ne vale la pena. Con alcuni browser parte automaticamente, con altri bisogna cliccare “presentazione” e poi “dall’inizio”: se non lo fate e guardate solo le immagini, vi perdere la musica, e sarebbe un peccato)

Oggi, di tutte quelle meraviglie, è rimasto ben poco: ovunque macerie, oltre centomila morti, milioni di profughi, vita sociale annientata e molto altro ancora. E l’ONU tace.
Domani 11 gennaio è la giornata globale di solidarietà con il popolo siriano. Chi può muoversi si muova, chi non può muoversi provveda almeno a informare.

barbara

DAVID E LEAH CALDERONI

In Italia non stavano male, ma in Israele stanno meglio, e ora difendono il Paese (qui)
David-Leah-Calderoni
E poi vai a leggere qui. Forse non c’entra tantissimo, ma ti farà bene di sicuro, soprattutto se ti capita di trovarti a corto di argomenti quando i soliti noti ti si mettono a cianciare di proprietà palestinesi confiscate.
Shabbat shalom

barbara

E RIPARLIAMO DI PROFUGHI

Quelli ebrei, questa volta

Da un articolo di Dan Calic


                                                          

Con poca fanfara, questo mese a Gerusalemme si è tenuto un convegno dedicato a un argomento che è sempre rimasto ai margini del processo di pace e che ha ricevuto solo una minima attenzione da parte dei mass-media. L’argomento è i profughi: non i profughi palestinesi, ma i profughi ebrei.
Da molti anni tutto il mondo sente parlare del “diritto al ritorno” con riferimento agli arabi che divennero profughi durante la guerra difensiva che Israele fu costretto a combattere nel 1948, quando tutti i paesi arabi circostanti lo attaccarono la sera stessa in cui aveva dichiarato la propria indipendenza. Il piano era quello di distruggere Israele “in poche settimane” per poi far tornare gli sfollati arabi ai loro villaggi, un piano che sfumò del tutto perché Israele quella guerra la vinse. Dopo la vittoria, però, nessuno stato arabo fece la pace con Israele e nessuno stato arabo accettò di accogliere i palestinesi sfollati, che furono intenzionalmente trasformati in “profughi permanenti” affinché il mondo percepisse Israele come il “cattivo”.
Oramai da più di sessant’anni la maggior parte di loro (e i loro discendenti, unico caso al mondo di “profughi per nascita”) vive in “campi profughi” da tempo diventati quartieri e villaggi (sotto costante assistenza internazionale). Nel quadro di qualunque eventuale accordo di pace, il presidente dell’Autorità Palestinese Mahmoud Abbas (Abu Mazen) vuole che a questi “profughi” e ai loro discendenti, che oggi ammontano a più di cinque milioni (contro i 5 o 600mila iniziali), venga riconosciuto il “diritto al ritorno”. Naturalmente il loro “ritorno” significherebbe la fine della maggioranza ebraica nell’unico paese al mondo designato come patria nazionale del popolo ebraico. Se non potranno “tornare”, Abu Mazen pretende che vengano indennizzati, anche se indennizzare i complici del progetto di distruggere Israele suona piuttosto assurdo sul piano logico.
Ma ciò che non merita praticamente mai l’attenzione dei mass-media è la questione dei profughi ebrei. Per secoli erano esistite comunità ebraiche in molti paesi arabi. Il loro numero totale si stima che ammontasse a più di 850.000. Il piano di spartizione del Mandato Britannico sulla Palestina approvato nel 1947 dalle Nazioni Unite si tradusse, per loro, in un tremendo sconvolgimento. La creazione del minuscolo stato d’Israele scatenò una durissima reazione da parte dei paesi arabi dove gli ebrei vivevano: persero il lavoro e gli vennero portate via case e terre, i loro beni vennero congelati, molti furono incarcerati, alcuni uccisi. Praticamente tutti, alla fine, furono costretti a fuggire solo con i vestiti che avevano indosso e quel poco che potevano mettere in una valigia.
Il recente convegno a Gerusalemme, volto a sensibilizzare l’opinione pubblica sulla questione dei profughi ebrei, è stato ospitato dal ministero degli esteri israeliano e ha visto la partecipazione di numerosi membri di organizzazioni che rappresentano gli ebrei originari dei paesi arabi. I lavori sono stati aperti dal vice ministro degli esteri Danny Ayalon, egli stesso discendente da una famiglia di origine algerina, che ha richiamato l’attenzione sull’ingiustizia subita dai profughi ebrei. Ayalon ha poi chiesto alla Lega Araba di assumersi la responsabilità per aver causato il problema dei profughi palestinesi scatenando contro Israele la guerra, che a sua volta provocò il loro sfollamento. Ed ha insistito sul concetto che, se i futuri negoziati dovranno occuparsi di indennizzi, dovranno farlo solo su base reciproca, cioè includendo anche i profughi ebrei.
Il convegno a Gerusalemme rappresenta dunque un tentativo di contrastare la “narrazione revisionista” imposta da parte araba, presentando invece fatti storici ben documentati con lo scopo di portare un minimo di equità e di sollecitare i mass-media a occuparsi di questa componente del “processo i pace” troppo a lungo trascurata. Se ciò basterà a riportare un po’ di equilibrio nelle due opposte “narrazioni” resta tutto da vedere.

(Da: YnetNews, 15.4.12 – http://www.israele.net/articolo,3414.htm) 

Jewish Population in Arab Countries

 

1945

1958

1968

1976

2001

Aden

8.000

800

0

0

0

Algeria

140.000

130.000

1.500

1.000

0

Bahrain

600

500

100

50

30

Egypt

63.500

40.000

1.000

400

100

Iraq

140.000

6.000

2.500

350

100

Lebanon

6.950

6.000

3.000

400

0

Libya

38.000

3.750

100

40

0

Morocco

270.000

200.000

50.000

18.000

5.500

Syria

35.000

5.000

4.000

4.500

100

Tunisia

105.000

80.000

10.000

7.000

1.500

Yemen

55.000

3.500

500

500

200

Others

100.000

 

 

 

50

TOTAL

962.050

475.550

72.700

32.240

7.530

(Tabella a cura di Victor Magiar, Il Foglio del 17 novembre 2004)
(Oggi naturalmente le cifre sono ancora più basse, ndb)

Per avere un’idea sulle responsabilità dei profughi palestinesi, dare un’occhiata qui. Questo invece, per chi fosse interessato ad approfondire la questione, è un blog interamente dedicato ai profughi ebrei. E qui un importantissimo documento sulle questioni relative ai profughi nel mondo.

Ben Dror Yemini

E per finire, alcuni spezzoni di un film assolutamente da vedere

(Qui, per chi ha un po’ di tempo in più, il film completo)

barbara