IL VIDEO CHE INCHIODA IL MAIALE WEINSTEIN

Io, il video, lo leggo così.

Dunque, c’è questa signorina che ha un servizio da proporre a Weinstein (quindi si suppone, anche se non è esplicitamente detto, che sia stata lei a contattarlo e chiedergli un incontro). Dato che tutti sanno che razza di maiale sessuomane assatanato sia quel losco figuro, la signorina si prepara: si mette un vestitino che mette in risalto tutte le sue deliziose curve, per non parlare di quel culetto da sballo, e mette in azione una videocamera collegata (o incorporata) al computer. Lui bussa, entra, lei gli porge la mano, lui l’abbraccia in maniera contenuta, lei gli si slancia addosso schiaffandogli le tette sul petto e lui a questo punto (non un secondo prima) le accarezza un po’ la schiena. Poi lui le chiede se può flirtare con lei (“am I allowed?” Mi è permesso?); risposta (sorridendo, con aria rilassata): “Ummm… vedremo, un po’”. Se fossi maligna, quel “vedremo” lo interpreterei come “dipende da cosa mi dai in cambio”, ma dovrei esserlo davvero molto, e potete credermi che assolutamente non lo sono. Lui risponde: “Un po’, non molto, giusto? Va bene, allora non lo farò”. Ad un certo punto lui si sporge in avanti, presumibilmente le accarezza una gamba o una coscia: lei sorride, non si sottrae, non protesta, non mostra il minimo disagio. Lei gli espone la sua idea: un banalissimo trucchetto per avere un sacco di like su FB che si moltiplicano a catena (in giro vedo blogger e feisbuccaioli che ne mettono in atto di molto migliori) per meglio pubblicizzare il film. Lui commenta con un wow esattamente nel tono in cui uno potrebbe dire mi prude il naso o su quel muro c’è una mosca – se fossi maligna mi verrebbe da dire che proprio la cretinitudine dell’idea proposta rivela quanto questa non sia stata altro che un pretesto per attirare il danaroso orco in una trappola nella quale si aveva la certezza che sarebbe caduto in pieno, per provocarlo e infine, dopo la sua prevedibilissima risposta alla provocazione, sfilargli un pacco di soldi, ma dovrei esserlo davvero molto, e potete credermi che assolutamente non lo sono – e le comunica che accetta il suo servizio. Poi lei, senza una sola ragione al mondo, si sporge in avanti e lo tocca, pronunciando in tono allusivo una frase contenente la parola “hot”: provocazione che lui non si lascia sfuggire, replicando: “Tu sei hot”, a cui lei reagisce ridacchiando. Infine lui passa alla richiesta esplicita di fare “un po’ di più”, e lei di nuovo dice “un po’”, ammonendolo a non esagerare (ovvio: quando ho a che fare con un porco schifoso ti pare che gli dico no scusa io ti ho chiamato per parlare di lavoro? Ma quando mai! Ridacchio, faccio svolazzare con le mani i miei lunghi capelli e lo invito alla moderazione, come fa qualunque buon imbonitore che vuole alzare il prezzo – o qualunque prostituta di lusso, che non vuole rischiare di passare per una prostituta da due soldi che la molla subito lì sul marciapiede). Verso la fine del video lui le chiede che cosa fa dopo, dice che adesso ha da fare ma poi la vuole incontrare per un drink (con la fama che ha, dopo che ha mostrato il suo apprezzamento fisico verso di lei, dopo che ha chiesto di “fare un po’ di più”) e lei chiede: “A che ora?” Lui glielo comunica e lei risponde “OK”.

Poi, dice l’affranta fanciulla violata, una volta lì lui le ha proposto di salire in camera. E lei, attrice e imprenditrice ventottenne? Ci va. Totalmente ignara di che cosa mai potrebbe succedere in quella camera. E lì lui l’ha violentata. Ed è un vero peccato che non si sia portata dietro anche lì la videocamera, che avrebbe inesorabilmente documentato come lui le sia saltato addosso e lei abbia detto no ti prego e lui non se ne sia dato per inteso e le abbia strappato il vestito e lei abbia lottato con tutte le proprie forze ma sia stata costretta a soccombere alla superiore forza fisica del nemico e abbia ancora tentato di gridare e lui le abbia tappato la bocca con la sua lurida manaccia schifosa e alla fine non abbia potuto fare altro che arrendersi e soggiacere, infin che’l mar fu sovra lei richiuso.

POST SCRIPTUM: non avevo mai sentito prima la voce di Weinstein, l’ho sentita per la prima volta in questo video. Ebbene, lasciatemelo dire: ha una voce di un erotismo pazzesco. E, non essendo giovane, casta, innocente, candida e ingenua come le sue vittime, mi azzarderei a definirla una voce da cavamutande, nel senso che le mutande proprio vanno giù da sole – parlo per me, beninteso, perché io, quando devo incontrare un uomo, a qualunque titolo e con qualunque aspettativa, le mutande le porto, io.

POST POST SCRIPTUM: sarà mica per il fatto che oggi la bambolona sexy è così,
melissa-thompson
che a sette anni dall’episodio ha pensato bene di tirare fuori quel vecchio video accuratamente conservato in tutti questi lunghi anni, come un certo vestitino blu con macchie biancastre conservato nel freezer di casa?

barbara

barbara

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UN’EBREA ITALIANA CITA PER DANNI MORALI MONI OVADIA E IL MANIFESTO

Alla cortese attenzione del direttore de Il Manifesto

Le scrivo riguardo al Commento di Moni Ovadia pubblicato ieri, 26 aprile, sul suo giornale.
Non le scrivo il merito al contenuto dell’articolo. Il libero arbitrio è alla base della fede ebraica, ognuno è libero di vivere e pensare come preferisce, ognuno può andare incontro al proprio destino come meglio crede.
Ma è sulla forma di uno scritto pubblicato sulla sua testata che dovrebbe, in quanto direttore, riflettere.
L’articolo di Moni Ovadia non spiega al lettore cosa sia successo, cosa gli abbia causato di svegliarsi al mattino del 26 aprile in preda a un tale cattivo umore.
E così senza una introduzione né spiegazione che contestualizzino gli eventi, si viene annegati fin dalle prime righe da aggettivi violenti, da descrizioni nervose, da frasi grondanti di rabbia e paragrafi sovrabbondanti di furore.
La scena si apre con la parola ‘pantomima’ accostata alle azioni e decisioni delle comunità ebraiche. Pantomima è definita come ‘esibizioni false, con le quali convincere, impietosire o commuovere’. E’ questo il giudizio che il giornale dei comunisti, quale viene definito Il Manifesto, esprime su chi la pensa in maniera diversa?
A questa pantomima Ovadia fa seguire ‘deliranti motivazioni’ degli ebrei che non desiderano sfilare accanto a chi inneggia alla loro morte. Delirante è uno stato di alterazione mentale di chi immagina realtà inesistenti. Il Manifesto ritiene deliranti le motivazioni dei parenti di Mireille Knoll, dei genitori dei quattro ragazzi uccisi nell’Hypercasher, delle famiglie distrutte dall’attentato alla scuola ebraica di Tolosa, della madre di Ilan Halimi torturato e assassinato nelle periferie di Parigi? Pensa che sia delirante chi teme per la propria vita quando accompagna i figli alla scuola ebraica ogni giorno?
Moni Ovadia prosegue raccontando che Netanyahu fa una ‘propaganda pagliaccesca’, facendo dimenticare al lettore che questo premier è stato eletto democraticamente da milioni di persone o forse pagliacci.
Le comunità ebraiche non vogliono sfilare accanto ai palestinesi. ‘E perché no?’ si domanda l’attore. ‘Per pedissequo ossequio allo scellerato progetto segregazionista e razzista del premier israeliano Netanyahu’. E’ possibile definire scellerato un progetto che prevede un milione di arabi integrati all’interno dello stato? E’ segregazionista un progetto secondo il quale nel parlamento siedono arabi accanto ad ebrei? Oppure scellerato e segregazionista è il progetto che ha reso quasi tutti gli stati arabi judenfrei?
Il Manifesto desidera che il lettore si faccia l’idea che in Israele ci sia ‘un’alleanza con i peggiori fanatici religiosi’ come dice Ovadia, che si immagini un regime teocratico mentre Israele è una democrazia come l’Italia?
Il Manifesto è d’accordo con il definire gli ebrei che si rifiutano di sfilare accanto a persone che urlano ‘a morte gli ebrei’, ‘ufficio stampa e propaganda del governo ultrareazionario e segregazionista oggi in carica in Israele’?
No, Moni Ovadia, non pensiamo che ‘questi siano i pensieri del solito estremista, veterocomunista, ebreo antisemita solo perché condanna la politica di Netanyahu e dei suoi fanatici alleati colonizzatori compulsivi’ come lei conclude nell’articolo.
Pensiamo che se Il Manifesto si considera ancora una testata giornalistica e crede nel confronto civile tra parti che la pensano in maniera diversa, i suoi direttori dovrebbero delle scuse agli ebrei italiani.
Non siamo ‘degli imbecilli che scambiano critiche politiche ed etiche per antisemitismo’. Siamo persone che crediamo nella libertà di pensiero, nel libero arbitrio di pensarla diversamente da lei, da voi, persone che hanno verso il proprio vissuto, verso la storia e gli eventi recenti, una opinione e dei sentimenti diversi. Non siamo imbecilli. E sappiamo ancora distinguere tra un pezzo degno di venire pubblicato su un giornale che si definisca tale e un insieme di righe dettate dall’odio, dalla rabbia e dalla mancanza di rispetto assoluta.

Gheula Canarutto Nemni

qui di seguito l’articolo di Moni Ovadia

Il Manifesto 26 aprile 2018

Moni Ovadia

La pantomima delle comunità ebraiche (di Roma e non solo) che non partecipano alla Manifestazione unitaria del 25 aprile, giorno della liberazione dal nazifascismo, si ripete mestamente. Uguale il gesto sdegnato, uguale la delirante motivazione.
E la delirante motivazione è che «nella manifestazione sfilano le bandiere di coloro che settanta anni fa furono alleati dei carnefici nazisti». Quali? Quelle dei risorgenti partiti neonazisti est europei polacchi, ungheresi, ucraini?
No, quelle dei palestinesi, che secondo la pagliaccesca propaganda di Benjamin Netanyahu avrebbero convinto il «mansueto» Führer Adolf Hitler, contro la sua volontà e disponibilità verso gli ebrei, a sterminarne invece sei milioni.
Anche 500.000 Rom e Sinti, tre milioni di slavi, decine di migliaia di disabili (inferiori rispetto alla «razza pura»), di antifascisti, migliaia di omosessuali, testimoni di Geova e di socialmente emarginati, senza dimenticare milioni e milioni di civili sovietici. Ma costoro poco interessano ai dirigenti delle comunità ebraiche. Che accetterebbero volentieri i vessilli di ogni altro popolo oppresso che volesse sfilare nelle manifestazioni del 25 aprile per rivendicare i propri diritti. Ma i palestinesi no! E perché no? Per pedissequo ossequio allo scellerato progetto segregazionista e razzista dle premier israeliano Netanyahu.
Che in alleanza con i peggiori fanatici religiosi intende far sparire i palestinesi in quanto popolo e nazione, per dare legittimità alla grande Israele fondata sul logoro mitologema della «Terra promessa» e poi ridurli in minuscoli bantustan concessi dall’effendi israeliano.
Ho già scritto a questo proposito, proprio sul manifesto in occasione della stessa manifestazione dello scorso anno.
Ma in questo anniversario vorrei aprire una prospettiva altra. Gli organizzatori dell’evento del 25 aprile dovrebbero disinteressarsi delle decisioni della comunità ebraica di Roma o di altre comunità ebraiche. Dichiarino la piena e naturale apertura alla partecipazione del mondo ebraico ma non si facciano condizionare da esso su chi debba partecipare o meno al corteo. Il 25 aprile è soprattutto e più di tutto il giorno degli antifascisti di qualsivoglia orientamento.
Le comunità dell’ebraismo siano le benvenute in quanto tali, ma se non tali e se si comportano da ufficio stampa e propaganda del governo ultrareazionario e segregazionista oggi in carica nello stato di Israele, non hanno motivo di sfilare con l’antifascismo.
Un governo antifascista non opprimerebbe mai un altro popolo, non lo deprederebbe delle sue legittime risorse, non ruberebbe il futuro ai suoi figli, non colonizzerebbe le terre assegnategli dalla legalità internazionale come sistematicamente e perversamente fa il governo Netanyahu sorretto dal presidente americano Trump che si appresta all’affronto di spostare l’ambasciata Usa a Gerusalemme (occupata a Est).
E se qualcuno pensa che questi siano i pensieri del solito estremista, veterocomunista, «ebreo antisemita», si legga le dichiarazioni del presidente del Congresso Mondiale Ebraico, Ronald Lauder, ebreo americano aderente al partito repubblicano, pubblicate dal New York Times in questi giorni con questo titolo: Israel’s self inflicted wounds (le ferite autoinflitte di Israele), nel quale cui dopo una premessa fatta di dichiarazioni d’amore legittimo per Israele e captazio benevolentiae, condanna la politica di Netanyahu e dei suoi fanatici alleati colonizzatori compulsivi come suicidaria e invisa alla vasta maggioranza di ebrei della diaspora.
Alla faccia degli imbecilli che scambiano critiche politiche ed etiche per antisemitismo. (qui)

Aggiungo il commento che ho lasciato al post di Gheula.

Veterocomunista ideologizzato? No, niente del genere. Che cos’è M.O. l’ho capito la volta che, parlando dei miei eterni drammatici problemi finanziari, mi ha suggerito di trovarmi un amante ricco. Non credo di avere attitudine alla prostituzione, ho detto. No, ha risposto, quale prostituzione, intendevo un amante fisso. Avevo capito che intendeva un amante fisso, ovviamente, solo che per me darmi a un uomo in cambio di qualcosa che non sia amore o piacere, è prostituzione: che sia su un marciapiede a dieci uomini per sera, o in un appartamento a uno solo, sempre lo stesso, una volta la settimana, non vedo differenze. E’ stato allora che ho capito: se non è prostituzione andare a letto con un settantenne decrepito repellente ricco per farmi mantenere, allora non è prostituzione neanche svendere il proprio popolo, svendere la verità, svendere la dignità in cambio di un ricco ingaggio e di un applauso in più. Questo è moni ovadia: un prostituto in vendita al miglior offerente. E se gli offerenti sono quelli che sgozzano i neonati nella culla, pazienza: Parigi val bene qualche messa nera.
Ah, dimenticavo: vorrei che fosse chiaro che non ho assolutamente niente contro le oneste prostitute che si guadagnano onestamente il pane su un onesto marciapiede, senza atteggiarsi a maestre di virtù, senza spacciarsi per combattenti per la giustizia, senza vomitare veleno su chi, avendo già avuto il piacere, a lasciarsi un’altra volta giustiziare non ci pensa proprio.

Aggiungo ancora un’annotazione, a proposito della cosa che porta in testa. È stato un po’ più di vent’anni fa che, vedendola, ho notato la stranezza di quella kippà: no no, ha risposto, non è una kippà, è una berretta da integralista islamico. Se lo cercate in google immagini, potrete vederne almeno una quindicina di esemplari.
E concludo riportando una mail inviata a Deborah Fait diciassette anni fa

Intanto ti racconto questa. In luglio tutti gli anni c’è il festival di musica klezmer di Ancona, presidente onorario Moni Ovadia, e io ci vado sempre. Quest’anno il festival era dedicato alla pace, e lui, che si esibiva l’ultima sera, ha dedicato tutta la sua serata alla pace: gruppo musicale arabo e cantante palestinese. E io mi sono preparata all’incontro: mi sono comprata una sciarpa bianca, un barattolino di colore per stoffa azzurro, un pennello …
Lo spettacolo poi è stato il perfetto emblema di quello che lui intende per pace: una decina di canzoni arabe, in una delle quali lui ha rivendicato l’onore di cantare in arabo, tre canzoni sefardite e due ebraiche, nelle quali il cantante palestinese NON ha rivendicato l’onore di cantare in ebraico o in giudeo-sefardita. L’ultima era una canzone di Simchat Torah: lui ha cantato in ebraico e il palestinese ha cantato – suppongo le stesse cose – in arabo. Solo che il palestinese aveva la voce otto volte più potente della sua e così l’ebraico è stato totalmente sommerso dall’arabo. Fine della serata e applausi scroscianti per il politically correct Moni Ovadia e per i suoi amici. E io sono andata a salutarlo, con al collo la mia doppia bandiera israeliana (l’ho dipinta ad entrambe le estremità) raccogliendo un’infinità di sguardi tra lo schifato e il furibondo da parte del pubblico che andava in senso contrario per uscire – manifestare così spudoratamente simpatia per Israele è decisamente politically incorrect! Poi avevo una stella di David di strass appuntata alla scollatura del vestito e da mettermi al collo ho scelto quella che mi ha portato la mia amica Paola da Parigi perché ha i colori giusti: in argento smaltato, fondo azzurro e stella bianca. Per un attimo gli si è vetrificato lo sguardo, poi ha diplomaticamente ignorato il tutto, ma almeno un crampo allo stomaco sono sicuramente riuscita a farglielo venire.

barbara

LETTERA APERTA ALLA RESPONSABILE ESTERI DELL’UNIONE EUROPEA, SIGNORA FEDERICA MOGHERINI

Gentilissima signora Federica Mogherini
Per lo show di insediamento, e la vergognosa storia dei suoi selfi con gli autori della repressione e del terrorismo internazionale, il regime degli ayattollah aveva momentaneamente sospeso le esecuzioni riprendendo subito dopo. Ieri abbiamo ricevuto la triste notizia delle esecuzioni di massa incluso un giovanissimo ragazzo che all’epoca dei fatti aveva soli 15 anni. ( alireza Tajik. Shiraz).
Signora Mogherini il suo viaggio in Iran non solo [non] ha prodotto vantaggi a favore dei diritti umani bensi ha prolungato la sofferenza di 35 detenuti, condannati a morte, che hanno dovuto sopportare 5 giorni di isolamento in attesa dell’esecuzione.
In poche parolea se lei non ci fosse andato avrebbe risparmiato loro 5 giorni interminabili di sogni, incubi, sofferenze e qualcos’altro. [che cosa sia il “qualcos’altro” che tutti i prigionieri devono subire nelle prigioni iraniane, lo sappiamo fin troppo bene. Soprattutto le donne ancora vergini, perché secondo l’islam una donna che muore vergine va automaticamente in paradiso, e quindi devono evitare che una condannata a morte abbia questa gratificazione almeno post mortem, ndb]
Signora Mogherini lei e la sua politica chamberliniana porterà sicuramente una macchia nera nella storia contemporanea. Lei avrà sulla sua coscienza, premesso che ne abbia un briciolo nel suo portafoglio, la sofferenza e la morte di chi resterà vittima di queste barbarie fatte nel nome dell’islam.
Sappi che fin quando non manderemo il regime degli ayattollah nella pattumiera della storia non la perdoneremo mai e mai.
Resteremo la voce dei soldati italiani uccisi a Nassiria da coloro con cui lei si è divertita con i selfi!
Resteremo la voce dei senza voce
Resteremo la voce di Atefeh Rajabi, impiccata il 15 agosto del 2004 quando lei si stava prendendo il sole da qualche parte di questa terra!
Signora Mogherini per fare bene il suo lavoro ci vogliono uomini col cuore DONNA e non donne col cuor UOMO!
Sono sicuro che l’ambasciatore Giulio Terzi avrebbe declinato l’invito e l’avrebbe rimandato al mittente.
davood karimi, presidente dell’associazione rifugiati politici iraniani residenti in Italia

Voglio aggiungere due parole su Atefeh Rajabi, del cui assassinio ricorrerà fra pochissimi giorni il tredicesimo anniversario. Rimasta orfana di madre molto piccola, un fratello annegato (pare), padre drogato, si prende cura dei nonni ottantenni, che da parte loro invece la ignorano. Stuprata da un uomo di cinquantun anni, viene processata per crimini contro la castità; sottoposta per tre mesi a stupri e torture di ogni sorta (al punto da doversi muovere a quattro zampe per il dolore causato dalle torture che le impedisce di camminare), “confessa” di avere avuto ripetuti rapporti sessuali con il cinquantunenne. Quando si rende conto che non ha alcuna speranza di scampare alla condanna a morte, si toglie in segno di sfida l’hijab, poi si toglie anche le scarpe e le scaglia contro il giudice. Il 15 agosto 2004 viene impiccata. Non aveva ancora compiuto diciassette anni.
(clic per ingrandire)

atefeh 2
atefeh 3
Buon anniversario, signora Mogherini (già ricordata in questo blog qui e qui)

barbara

E DOPO CHE LE DONNE SVEDESI

si sono prostituite all’islam dei macellai iraniani
svedesi-in-iran
(con tutto il rispetto per i macellai onesti che ci riforniscono costantemente di tutti quei bocconi paradisiaci), l’Iran accusa la Svezia di essere al servizio di Stati Uniti e Israele. Che dire? Non dovrebbe volerci molto a capire che se ti metti a pecorina devi aspettarti di venire inculato, ma a quanto pare non tutti ci arrivano. E chissà se a forza di venire sonoramente e ripetutamente inculati arriveranno mai a imparare la lezione. A me viene solo da dire: cara Svezia, che hai svenduto la tua libertà, la tua laicità, la tua dignità, la tua uguaglianza, la tua pace, il tuo culo e quello dei tuoi figli alla più infame delle cause, ti sta bene. Ma proprio tanto tanto tanto bene.

barbara

ECCO, ADESSO È TUTTO CHIARO

Roma, 31 lug. – (Adnkronos) – «L’attacco della notte del 29 luglio contro una scuola elementare della Striscia di Gaza, che ha causato almeno 20 morti e decine di feriti, può costituire un crimine di guerra e dev’essere oggetto di un’indagine indipendente». Lo sostiene Amnesty International.
[…]
«Se l’attacco alla scuola fosse il risultato dell’azione dell’artiglieria israeliane, si tratterebbe di un attacco indiscriminato e come tale di un crimine di guerra – denuncia Philip Luther, direttore del programma Medio Oriente e Africa del Nord di Amnesty – L’artiglieria non dovrebbe mai essere usata contro obiettivi situati in zone densamente abitate […]

Perfetto. Se invece fosse il risultato dell’azione dell’artiglieria palestinese, NON si tratterebbe di un attacco indiscriminato e NON vi sarebbe alcun crimine di guerra. Lo dice chiaramente il direttore stesso.

barbara

IL RIFIUTO DI UN’EREDITÀ DIFFICILE

È cosa nota il fatto che mentre la Germania Ovest ha, almeno in parte, fatto i conti col proprio passato riconoscendo le proprie responsabilità, processando un certo numero di criminali nazisti e provvedendo a risarcimenti materiali, sia verso le singole vittime, sia verso lo stato di Israele, come contributo alla costruzione dello Stato destinato ad accogliere i sopravvissuti allo sterminio, l’Austria lo ha fatto in misura molto minore, atteggiandosi anzi a prima vittima del nazismo (e stendendo un obbrobrioso velo di oblio sull’entusiasmo con cui aveva accolto i nazisti, sullo zelo con cui si era data alla caccia all’ebreo, sul fatto che fra le SS volontarie nei campi di sterminio la percentuale di austriaci era significativamente superiore a quella della rappresentanza austriaca nel Reich), e la Germania Est non lo ha fatto per nulla, presentandosi come intrinsecamente antifascista, e quindi senza alcun legame col nazismo. E dunque, niente epurazioni e niente risarcimenti. Questa, dicevo, è cosa nota. Meno nota è forse l’ostilità mostrata dalla Germania Est, in linea con tutto il blocco comunista, verso i propri ebrei, al punto da indurne molti alla fuga – in particolare quelli osservanti, o comunque dotati di una forte consapevolezza della propria identità ebraica – e tenendo quelli rimasti alla larga da istituzioni e ruoli di responsabilità, e mantenendo un assiduo controllo anche sugli ebrei rinnegati (un ebreo, si sa, anche convertito o rinnegato, è sempre un ebreo, ed è sempre opportuno guardarsene). Ma non vorrei che adesso vi faceste delle idee sbagliate: tutto questo non si chiama antisemitismo, no. Si chiama lotta di classe (gli ebrei tutti sporchi capitalisti, sapete bene, gli ebrei che manovrano la finanza mondiale, gli ebrei dietro a tutte le politiche estere, il complotto ebraico…)
Va da sé, con queste premesse, che la Germania Est non poteva non sviluppare un odio implacabile contro lo stato capitalista e imperialista di Israele e offrire incondizionato appoggio, morale e materiale, al mondo arabo e al terrorismo palestinese (compreso quello delle olimpiadi di Monaco). Delle vicende relative ai rapporti della Germania Est con gli ebrei, con Israele e con il mondo arabo, troviamo in questo splendido libro un’accuratissima documentazione. E troviamo, tra l’altro, la vergognosa e accuratamente studiata e programmata strumentalizzazione del processo Eichmann, in cui spicca in tutta la sua evidenza la spudorata prostituzione nei confronti del mondo arabo.

L’organizzazione di una campagna propagandistica in concomitanza con il «processo Eichmann» fu affidata a Albert Norden, responsabile del reparto Agitation (propaganda) della SED. Nella seduta dell’11 aprile del Politbüro, in contemporanea con l’apertura del processo a Gerusalemme, venne elaborato un interessante e articolato piano d’azione. Fu dato l’ordine di costituire dei gruppi di lavoro. Uno avrebbe analizzato il documento di accusa contro Eichmann e la sua linea di difesa e «formulato argomentazioni convincenti». Un altro avrebbe studiato i collegamenti fra il «processo Eichmann» e quello di Norimberga. Il presidente della Volkskammer, Dieckmann, e il presidente della comunità ebraica di Berlino, Schenk, furono incaricati di rilasciare una dichiarazione sul processo Eichmann. La campagna contro Eichmann doveva essere collegata con la campagna per la pace mondiale e contro l’odio razziale e venire appoggiata dalle comunità ebraiche della RDT e dal «Comitato per la pace» (Friedensausschuß). Ai loro presidenti fu commissionato l’invio di un telegramma a Kennedy per condannare la «ripresa del revanscismo e dell’odio razziale nella Germania occidentale». Anche «Arnold Zweig e il suo gruppo» furono invitati a prendere posizione. Vennero previste anche campagne e mobilitazioni contro la politica nucleare della Repubblica Federale e contro il neocolonialismo. Il noto giurista Friedrich Karl Kaul sarebbe stato mandato come osservatore a Gerusalemme al processo Eichmann. Infine Norden avrebbe dovuto curare la pubblicazione in Germania occidentale di uno scritto di Adenauer, degli anni 1933-’34, che testimoniava l’appoggio dato dal cancelliere al nazionalsocialismo. E avrebbe dovuto verificare la possibilità di «procedere per via giudiziaria all’accertamento delle verità contenute nell’opuscolo relativo a Globke, contro cui Adenauer vuole entrare in giudizio».
Non solo la RDT ma tutto il blocco socialista pensava a come usare l’affare Eichmann per aumentare il proprio credito nell’ambito della contrapposizione tra i blocchi. I ministri degli esteri dei paesi socialisti si incontrarono il 19 luglio 1960 a Budapest per discutere una comune linea di azione al processo di Gerusalemme. Erano rappresentate Ungheria, Cecoslovacchia, Unione Sovietica, Polonia, RDT e Romania. I risultati della consultazione vennero comunicati al Politbüro dal ministro degli esteri Winzer, nel corso della seduta del 16 agosto. I bersagli della campagna politica connessa al processo Eichmann erano il neofascismo in Germania occidentale, il sionismo e il Vaticano (poiché, si affermava, Eichmann era fuggito e vissuto in Argentina grazie alla protezione del Vaticano). Principali interessati alla questione furono ritenuti i polacchi, dato che Eichmann aveva operato soprattutto in Polonia. Il problema più discusso fu quello della competenza del tribunale israeliano nel procedere in giudizio. Accettarne la competenza  avrebbe comportato conseguenze spiacevoli. Avrebbe di fatto limitato molto le possibilità di intervento dei paesi socialisti e legittimato la pretesa di Israele a rappresentare il popolo ebraico. Anche rifiutare in toto la competenza sarebbe stata una strategia dai molti risvolti negativi. Israele avrebbe avuto così l’occasione di affermare che gli stati socialisti volevano coprire i criminali di guerra fascisti e dal canto loro gli stati socialisti si sarebbero preclusi qualsiasi possibilità di intervento o di critica, anche solo a latere. Fu scelta quindi la via di mezzo, quella di riconoscere in parte la competenza di Israele. Tale soluzione non avrebbe privato i paesi socialisti della possibilità di chiedere l’estradizione di Eichmann, e avrebbe permesso di selezionare il materiale e trasmettere solo quello che più interessava fare conoscere, senza incorrere nell’accusa di volere impedire l’accertamento della giustizia.
Nel corso della consultazione fra i paesi socialisti fu discussa anche l’eventualità di avviare un procedimento per la richiesta di estradizione. Una mossa solo propagandistica, dato che le autorità israeliane mai avrebbero accettato la domanda. Il rifiuto di concedere l’estradizione avrebbe però permesso ai paesi socialisti più direttamente interessati di ritagliarsi degli spazi per criticare le scelte giudiziarie israeliane, pubblicando il materiale disponibile su Eichmann a piccole dosi. La richiesta di estradizione non doveva tuttavia essere inoltrata subito: Israele, pur di non estradare Eichmann in un paese socialista come la Polonia, avrebbe potuto concedere l’estradizione alla Germania occidentale. I paesi socialisti decisero infine di trasmettere alle autorità israeliane solo una parte della documentazione disponibile e utile ai fini del processo.
Le decisioni raggiunte dalla conferenza di Budapest vennero approvate e adottate dal Politbüro. Il ministero degli esteri della RDT specificò che la Germania orientale intendeva utilizzare il più possibile il processo di Gerusalemme per smascherare i complici di Eichmann, per sapere chi avesse nascosto Eichmann per tutto il tempo trascorso dal termine della guerra, per accusare la (presunta) collaborazione in tal senso fra Germania occidentale e Israele. La Repubblica Democratica avrebbe dovuto fornire tutto il materiale adatto ad accrescere pubblicità e rilevanza del processo. La documentazione sarebbe stata diffusa, anche all’estero, attraverso le organizzazioni di ex-combattenti e reduci della resistenza. L’amministrazione della giustizia fu incaricata di esprimere pareri riguardo alla competenza delle corti israeliane nella conduzione del processo.
Il Politbüro aveva deciso di mandare a Gerusalemme degli osservatori «neutrali», membri delle organizzazioni della resistenza. La partecipazione ufficiale della Germania orientale non era invece ritenuta opportuna. Norden, in una lettera a Ulbricht dell’ottobre 1960, precisava infatti che un intervento diretto della RDT come accusatore di Eichmann avrebbe potuto essere motivo di forte imbarazzo nei rapporti con i paesi arabi. Nella stessa lettera, Norden sottolineò la necessità e l’intento di «inasprire al massimo gli attacchi contro il regime di Bonn» in concomitanza con il caso Eichmann. (pp. 137-141)

Prostituzione spinta al punto da dichiarare illegittima l’esistenza di Israele – molto molto in anticipo sugli amanti della pace nostrani. Prostituzione, peraltro, assai poco redditizia perché i dirigenti della Germania Est avevano lo stesso difetto di tutti gli odiatori di Israele e degli ebrei e degli amanti professionisti degli arabi: non conoscevano gli arabi.

La visita di Ulbricht al Cairo aveva fornito a Bonn un ottimo pretesto per la normalizzazione con Israele, da tempo richiesta con insistenza da parte israeliana. Pressoché immediatamente dopo la partenza di Ulbricht, il 9 marzo, Nasser, nell’incerta prospettiva dovuta all’apertura della RDT, minacciò che in caso di normalizzazione avrebbe proceduto al riconoscimento ufficiale di Berlino est e al blocco dei beni tedeschi. Quando, il 12 maggio 1965, la Repubblica Federale e Israele annunciarono l’avvio delle relazioni diplomatiche, l’Egitto e altri nove stati dei tredici appartenenti alla Lega Araba si limitarono a rompere le relazioni diplomatiche con Bonn: non fecero seguire a tale atto il riconoscimento della Repubblica Democratica. La visita di Ulbricht al Cairo, annunciata come il maggiore successo della politica tedesco-orientale, si era quindi dimostrata una sconfitta. La RDT si era piegata alle richieste egiziane di durezza estrema contro Israele, ma non aveva ricevuto nulla in cambio. Solo vaghe promesse di attenzione che non erano state mantenute né immediatamente dopo la visita, né quando la Germania occidentale e Israele normalizzarono le proprie relazioni. (pp. 158-160)

Infine un accenno al partito comunista israeliano, anch’esso prostituito al comunismo internazionale, pronto a svendere la Patria in cambio di un po’ di considerazione, e tuttavia frustrato in questa sua aspirazione.

In un’analisi-piano delle relazioni fra SED e Partito Comunista di Israele sullo sviluppo dei rapporti reciproci nel 1964, la RDT dichiarava:
«Nelle attuali condizioni la RDT non è interessata ad un ampliamento delle proprie relazioni con Israele, perché questo si potrebbe immediatamente riflettere molto negativamente soprattutto sulle nostre relazioni con gli stati della regione araba. Perciò il nostro partito considera che lo sviluppo delle relazioni interpartitiche con il PC di Israele non costituisca un obiettivo primario rispetto allo sviluppo di relazioni interpartitiche con i partiti fratelli degli stati arabi. Al contrario, il PC di Israele considera lo sviluppo delle relazioni con il nostro partito come obiettivo fondamentale, secondo solo al miglioramento delle sue relazioni con il PCUS» (p.177)

(Verrebbe da concludere, pensando, giusto per aggiungere una nota personale, anche a questo, che se la religione è l’oppio dei popoli, il comunismo ne è l’eroina).
Il libro, per concludere, che ha molto più la fluidità del racconto che la pesantezza del saggio, a me ha riempito numerose lacune. Quindi va assolutamente letto.

Sara Lorenzini, Il rifiuto di un’eredità difficile, Giuntina

barbara

LA PROSTITUZIONE È UN MESTIERE REDDITIZIO

Gli ebrei dei ‘treni della pace’ contro Israele
di Giulio Meotti
(Traduzione dall’inglese di Yehudit Weisz)

http://frontpagemag.com/2012/06/25/peace-trains-jews-against-israel/ 

Karl Marx è morto molto tempo prima che lo Stato di Israele fosse stato creato. Ma quel che rese il fondatore del comunismo un anti-sionista ante litteram, è stata la sua opposizione all’idea stessa di una identità ebraica. La spiegazione  è nei suoi scritti. Ne “La questione ebraica”, Marx aveva fatto molte affermazioni antisemite, del tipo: “Il denaro è il dio geloso di Israele, accanto a lui nessun altro dio può esistere”. “In ultima analisi, l’emancipazione degli ebrei è l’emancipazione dell’umanità dal giudaismo”.
Se si pensa che l’umanità debba essere emancipata (leggere: liberata) dal giudaismo, si deve affermare allora che gli ebrei devono essere privi di potere e assimilati. Ecco perché i nuovi marxisti ebrei hanno trasformato l’anti-sionismo in una delle loro priorità più alte.
Dal 1970, le università israeliane e molti circoli intellettuali occidentali sono diventati sedi di una nuova generazione di intellettuali ebrei che demonizzano e boicottano Israele e, fondamentalmente, minano la sopravvivenza del popolo ebraico dopo la Shoah.
Oltre il 90% delle accuse di “crimini di guerra israeliani”, citati nel vergognoso rapporto Goldstone sono stati forniti da 16 organizzazioni non governative che hanno ricevuto quasi 8 milioni di dollari dal New Israel Fund, un’organizzazione guidata dall’ex deputata del Meretz e docente neo-marxista, Naomi Chazan.
L’elenco degli “squilibrati odiatori di ebrei che, se ascoltati, non farà altro che spianare la strada alla prossima tragedia” (come la coraggiosa Caroline Glick li definì una volta), è lungo e molto ricco. Steve Plaut ne ha stilato un elenco completo per il Middle East Quarterly e nel suo pamphlet del Freedom Center,” Ebrei che incitano alla guerra contro Israele”.
Studenti e professori dell’Università di Tel Aviv hanno recentemente commemorato la “Nakba”, la “catastrofe”, come gli arabi chiamano la data della creazione dello Stato di Israele nel 1948. Ayal Nir, lettore presso la Ben-Gurion University, nella sua pagina Facebook, ha incitato a “rompere il collo agli attivisti di destra”. Il professore israeliano Shlomo Sand ha raggiunto la celebrità in Europa con la pubblicazione di un libro in cui nega l’esistenza del popolo ebraico, mentre il professor Oren Yiftachel ha definito Israele “una bianca … pura società coloniale di insediamenti”. Larry Derfner, giornalista, che in passato aveva fatto parte dello staff del Jerusalem Post, ha dichiarato pubblicamente che l’uccisione di cittadini israeliani è un’arma legittima in mano ai palestinesi per contrastare “l’occupazione”.
All’Università Ben-Gurion, il prof. Nevè Gordon ha accusato i soldati dell’IDF di essere “criminali di guerra” e ha promosso il boicottaggio di Israele in un editoriale sul Los Angeles Times.
Due giorni dopo che due ragazzi ebrei erano stati uccisi a Tekoa, dove vivevano, il professor Ze’ev Sternhell aveva pubblicato un articolo intitolato “Contro il governo pazzo”, in cui scrisse: “Se i palestinesi avessero più buon senso punterebbero la loro lotta contro gli insediamenti. Così potrebbero anche evitare di collocare cariche esplosive ad ovest della linea verde”. In altre parole, Sternhell, uno dei simboli più famosi del disfattismo della  sinistra israeliana, si augura che delle bombe esplodano contro gli ebrei.
La nuova pubblicazione ebraica “Tachlit Re’uya” di Ruti Eiskowitch fa luce su questa “disumanizzazione dei coloni”, diffusa da esponenti israeliani. Moshe Zimmerman dell’Università Ebraica ha detto che considera i bambini ebrei di Hebron, come la Hitlerjugend. Dopo che degli arabi avevano sadicamente sfondato i crani di due “bambini coloni” nel deserto della Giudea, la psichiatra israeliana Ruchama Marton aveva dichiarato che “i coloni allevano piccoli mostri”. Anat Matar dell’Università di Tel Aviv aveva apertamente sostenuto il boicottaggio della sua università, mentre Ilan Pappe, professore dell’Università di Haifa aveva accusato lo Stato ebraico di “pulizia etnica”. Ran Hacohen dall’Università di Tel Aviv aveva descritto “Israele come il sogno esaudito di Hitler” e a proposito dell’assassinio del leader di Hamas Ahmed Yassin, come “una pietra miliare nel processo di imbarbarimento del genere umano”. Lev Grinberg dell’Università Ben-Gurion, a un’emittente belga, aveva accusato il governo israeliano, di “terrorismo di stato”.
Negli ultimi anni, nell’Anglosfera, la critica più incessante a Israele è venuta da intellettuali ebrei. Ogni giorno, ebrei famosi – scrittori, artisti, accademici – descrivono Israele come un’entità “razzista”, “depravata” e “disumana”, che deve essere smantellata. Molti di loro hanno assunto ruoli chiave nella campagna di dismissione dello Stato ebraico. I loro attacchi implacabili potrebbero portare davvero alla fine della vita di Israele.
George Steiner, che è stato proclamato “il critico letterario più importante del mondo”, ha messo in dubbio la necessità dell’esistenza di Israele. Eric Hobsbawm, uno degli storici viventi più noti, ha sostenuto la seconda Intifada, approvando “la causa della liberazione”. Marek Edelman, uno dei leaders della rivolta del ghetto di Varsavia, aveva scritto lettere ai “partigiani palestinesi” durante l’Intifada. Il defunto storico Tony Judt era stato esplicito nel suo rifiuto del diritto di Israele ad esistere e aveva augurato agli israeliani la sorte di altre minoranze religiose in Medio Oriente. L’inviato delle Nazioni Unite Richard Falk è uno dei più radicali demonizzatori dello Stato ebraico. Lo storico Norman Finkelstein è uno dei più strenui sostenitori occidentali di Hezbollah. Il Premio Nobel Harold Pinter e i registi Ken Loach e Mike Leigh, sono stati i più famosi registi anti-israeliani del Regno Unito. L’iniziativa di un boicottaggio anti-israeliano a Londra è stata decisa da Stephen e Hilary Rose, due rinomati accademici ebrei. Il linguista Noam Chomsky, “il padrino intellettuale” della campagna anti-israeliana negli Stati Uniti, proclama apertamente l’abolizione dello Stato ebraico. La filosofa ebrea Judith Butler è alla guida del disinvestimento economico da Israele. La rivista del rabbino Michael Lerner, Tikkun, è la pubblicazione più violentemente anti-israeliana mai stampata nel mondo ebraico.
Insieme a speculatori ebrei come George Soros, che finanzia a livello mondiale i gruppi radicali, e che ritiene la politica estera americana guidata da una “lobby sionista” e il cui denaro va a organizzazioni anti-Israeliane, come Amnesty International e Human Rights Watch, si trova anche la maggior parte degli intellettuali ebrei influenti negli Stati Uniti che hanno abbandonato e hanno attaccato un eroe contemporaneo ebreo come Jonathan Pollard, chiamandolo un “fanatico” (Robert Friedman del Washington Post), “un’aberrazione” (Rabbi Arthur Hertzberg), e “una vipera” (Marty Peretz del New Republic).
Come Karl Marx, questi ebrei celebri hanno guadagnato la fama attaccando il loro stesso popolo. Si sono auto-proclamati “ebrei migliori”, per distinguersi dalla massa degli israeliani e si presentano come  possessori di una saggezza più cosmopolita, più liberale, più umanistica e, quindi, davvero ebraica. Più loro attaccano altri ebrei, più dimostrano di non esserlo più. Sono più pericolosi degli anti-semiti dichiarati. “Ebrei buoni” che stanno cercando di caricare Israele su ciò che Hillel Weiss, evocando i carri-bestiame che portavano gli ebrei nei campi di concentramento nazisti, superbamente chiamò “i treni della pace”. (Pubblicato in italiano da Informazione Corretta e da Kolot)

Sono sempre stata profondamente convinta che fra tutte le possibili forme di prostituzione, quella che si esercita sul marciapiede non è né la più disonesta, né la più sporca. Né, meno che mai, la più redditizia.
Sempre a proposito di prostituzione, invito tutti i miei lettori (sto educatamente usando un eufemismo: in realtà non è affatto un invito bensì un imperativo categorico) ad andare qui e leggere con particolare attenzione i commenti 3 e 4, cliccando tutto ciò che vi è da cliccare.
Infine un ultimo piccolo pensiero (trattandosi di personaggini piccoli piccoli non è davvero il caso di sprecare per loro pensieri grandi) sulle prostitute nostrane. Farebbero bene, costoro, a ricordare che gli ebrei che hanno accettato di collaborare con le SS sono stati infornati per ultimi. Ma sono stati infornati. La differenza fra i collaborazionisti di settant’anni fa e quelli attuali è che per quelli di allora il margine di scelta era quasi sempre pressoché nullo, mentre per i collaborazionisti attuali quella di mettersi al servizio del Male è proprio una scelta assolutamente libera. (Piccola nota a margine: uno di questi personaggini, una volta che parlavo delle mie solite drammatiche difficoltà finanziarie, mi ha suggerito – “ormai siamo amici da tanti anni, possiamo parlarci apertamente” – di trovarmi un amante ricco. Non credo di avere né la vocazione né la stoffa delle prostituta, ho detto. Ma no, ha replicato, chi parla di prostituzione, intendevo un amante fisso. Sì, ho risposto, ho capito, solo che fra darla per soldi a cinque uomini per sera e darla per soldi a uno sempre quello, io di differenze non ne vedo mica. Il discorso comunque è chiaro: se darla in cambio di qualcosa che non sia né l’amore né il piacere non è prostituzione, allora non sarebbe prostituzione neanche dichiarare – e non mi permetto di ipotizzare in cambio di che cosa – e scrivere che Arafat è un autentico democratico e che gli assassini hanno ragione e che i neonati ebrei sgozzati nella culla non sono fratelli e che “a me del muro del pianto non me ne frega un cazzo” e che “Abramo ha rinunciato a uccidere Isacco per insegnarci che ebrei e musulmani sono fratelli” – giuro, sentita con le mie orecchie, detta al microfono dal palcoscenico di fronte a molte centinaia di persone.  P.S.: il nome non lo scrivo perché ha già una volta minacciato di denunciarmi per avere riferito le sue parole).

barbara