GLI EBREI SONO TIRCHI

Nooo, quale pregiudizio, lo sanno tutti, dai!

(qui) Se poi aveste qualche dubbio sulla dose di antisemitismo in circolazione, andate a vedere il video su youtube e leggetevi i commenti. E poi andate a leggere la solita, imprescindibile, cartolina.

barbara

I HAVE A DREAM – CINQUANT’ANNI DOPO

Sono passati cinquant’anni dalla giornata in cui 250mila persone si trovarono a Washington per chiedere uguaglianza, rispetto, un’America nuova, nella “Marcia per il lavoro e per le libertà”. Sono passati cinquant’anni da quando il pastore Martin Luther King, pronunciò quelle parole “I have a dream”, “Io ho un sogno”, capaci di plasmare il corso degli Stati Uniti d’America, e non soltanto. Sono numerose in questi giorni le celebrazioni di quel mercoledì 28 agosto 1963. Il Washington Post per esempio, ha pubblicato un editoriale dell’allora stagista, oggi direttore associato, Robert G. Kaiser, in cui viene riconosciuto il clamoroso “buco” preso dal giornale, che impiegò decine di reporter, talmente convinti di essere lì per documentare scontri e discorsi radicali, da non capire cosa stesse realmente accadendo: la frase “I have a dream” non comparì sul quotidiano del 29 agosto 1963, brevi stralci del discorso furono pubblicati solo nel quinto paragrafo di pagina 15. “Eravamo preparati a disordini, tumulti, eventi inaspettati. Ma non a coprire una pagina di storia” ha scritto Kaiser. Chi invece ha ricordato con orgoglio il proprio lavoro giornalistico durante quelle giornate è la stampa ebraica newyorkese. E così il Forward, versione in inglese dell’allora quotidiano yiddish Forverts, ha riproposto alcuni degli articoli pubblicati in quell’occasione. “La marcia verrà ricordata nella storia come la più potente dimostrazione di ascesa morale e virtù umana – scrisse il giornalista Moishe Crystal – Il lato ebraico è stato inoltre molto evidente e di impatto nella partecipazione a Washington”. Già perché furono tanti, più o meno noti, gli attivisti ebrei e i rappresentanti dalla comunità ebraica americana a fianco di Martin Luther King in quei giorni. Al presidente del Synagogue Council of America, il rabbino Uri Miller, fu affidata la formulazione della preghiera di apertura dell’evento “Signore D-o nostro, invochiamo la Tua benedizione per questo raduno di cittadini che si sono ritrovati qui a dimostrare per la libertà, il pane e la dignità degli uomini. Tu che hai messo in risalto che tutti gli individui sono uguali nel loro diritto alla vita, alla libertà e alla ricerca della felicità, rendici capaci attraverso questa manifestazione, di sensibilizzare tutta l’America, e specialmente coloro che si trovano in posizione di potere e autorità, al concetto dell’uguaglianza” invocò Miller.

E subito prima di Martin Luther King, a prendere la parola fu anche il presidente del Congresso ebraico americano, Joachim Prinz, già rabbino a Berlino e poi esule in America dalla Germania nazista “Mi rivolgo a voi come ebreo americano. Come americani, condividiamo la profonda preoccupazione di milioni di persone verso la vergogna e la disgrazia dell’ineguaglianza e dell’ingiustizia che insultano la grande idea americana. Come ebrei, portiamo a questa manifestazione, dove migliaia di noi orgogliosamente partecipano, una duplice esperienza: quella del nostro spirito e quella della nostra storia – sottolineò Prinz – Quando ero rabbino a Berlino, sotto il regime di Hitler, imparai molte cose. Soprattutto che non sono intolleranza e odio il problema più grave, ma il silenzio. L’America non deve rimanere in silenzio. Non solo l’America nera, ma tutta l’America” (ascolta il discorso). Non fu invece invitato alla Marcia del 28 agosto il rabbino Abraham Joshua Heschel, che di lì a poco sarebbe diventato un caro amico di Martin Luther King e una figura fondamentale nella lotta per i diritti civili, mentre essenziale fu, dietro le quinte, il ruolo di Arnie Aronson: a casa sua, in segreto, si tennero le riunioni per organizzare la Marcia. Oggi gli Stati Uniti hanno eletto il primo presidente di colore e l’utilizzo del termine “negro” non viene più considerato accettabile. Una rivoluzione diversa e più dirompente dei tumulti che temeva il Washington Post in quel 1963, ma che ha ancora tanti passi da compiere, se è vero che un giovane afro-americano ha una percentuale di probabilità di finire in prigione infinitamente superiore a quella di un coetaneo bianco. Passi per i quali la Marcia per il lavoro e per la libertà continua a rappresentare un punto di riferimento. “Il discorso di King è stato talmente potente che nel tempo diventerà chiaro che ogni volta che qualcuno userà la frase ‘Io ho un sogno’ starà facendo riferimento a lui” concluse Crystal sul Forverts. Affermazione a dir poco profetica.
Rossella Tercatin (28 agosto 2013)

Ecco, ora la rievocazione di quello storico momento è completa (o almeno più completa di prima)

barbara

DUE PICCOLE RIFLESSIONI

Il rabbino Benedetto Carucci Viterbi (tra i feriti nell’attentato del 9 ottobre 1982, come ho appreso qualche giorno fa)

Ha detto Resh Laqish a nome di Rabbi Yehudah Nesiah: “Il mondo si mantiene solamente per il fiato delle bocche dei bambini della scuola” (Talmud babilonese, Shabbat 119b). Se dalla scuola i bambini vengono violentemente trascinati via – quali che siano e di chiunque siano le ragioni – il mondo traballa.

Un poliziotto commentando nel blog di un altro poliziotto un post che difendeva l’operato dei colleghi

Si può sempre fare un altro mestiere. Io non sarei così patetico. Siamo dei professionisti e sappiamo come schivare tali provocazioni. Sarebbe stata sufficiente una semplice telefonata al signor giudice che aveva sottoscritto quel provvedimento, spiegandogli che il “rapimento” del bambino non si poteva effettuare, visto che per altro non era stato autorizzato in quei termini. Hanno agito da veri principianti e senza un briciolo di umanità. Io non li difendo e non li voglio nemmeno chiamare colleghi perché si sono comportati come delinquenti. Dette da me certe parole, che certamente non appartengo al popolo che grida alla gogna, possono essere comprese per il giusto significato.

Due persone diverse, due punti di riferimento diversi, due mondi diversi, una stessa visione dell’accaduto. Che condivido totalmente.

barbara