I RAGAZZI POSSONO CAMBIARE IL MONDO?

Molti ragazzi coltivano questo sogno. Qualcuno ci prova davvero, qualcuno evitando accuratamente di andare a scuola,
greta sciopero
all’inizio una volta la settimana, poi, avendoci preso gusto, per un anno intero, denunciando nelle sedi adatte gli abusi di cui è stata vittima da parte del mondo intero,
cobalto
mattoni
barca
infanzia rubata
o puntando l’indice  contro i responsabili di cotanto crimine: “How dare you!”
greta protesta
(Magari qualche lezioncina di inglese, con tutti i soldi che hanno fatto sulla sua pelle, mammina e paparino avrebbero anche potuto prenderla, prima di scriverle i discorsi)

E c’è chi invece ci prova così

o magari anche così
parole fatti
Però, ci avete fatto caso? Da quando è sfumato il Nobel, l’interesse nei suoi confronti è precipitato praticamente a zero.

barbara

RAGAZZI

Una signora anziana cammina in acqua. Qualche decina di metri più in là dei ragazzi si divertono a tirarsi manate di fango. Improvvisamente uno di loro, il più grasso per la precisione, cioè quello con la maggiore massa e forza d’urto, comincia a correre a tutta velocità verso la riva pestando forte e sollevando schizzi altissimi, ma non va diritto: a un certo punto devia puntando dritto verso la signora anziana in modo da passare vicinissimo a lei e schizzarla fin sopra i capelli. La signora decide di ignorare il dispettino, di per sé sgradevole ma che, dal momento che è già bagnata perché ha già fatto il bagno, non comporta particolari fastidi. Errore: visto che l’attacco soft non ha provocato reazioni, si passa alla fase due, più consistente: cominciano ad arrivare sulla schiena e sui capelli schizzi di fango. Poiché non si soffre di manie di persecuzione, c’è il dubbio se siano mirati o se siano effetti collaterali di una battaglia fra di loro. Ogni dubbio svanisce quando, dopo qualche momento di interruzione, arriva una vera e propria bordata di palle di fango grosse e ben pressate. Anche così non sono sassi, non arrivano a fare propriamente male, ma non c’è dubbio che questo sia un attacco in piena regola, programmato e mirato. Mi sono girata di scatto e ho fatto in tempo a vederli mentre si buttavano tutti sott’acqua per non farsi vedere. Ho urlato stronzi. Avrei dovuto fare di più. Avrei dovuto marciare decisa verso di loro, dire venite qua a guardarmi in faccia, se oltre a tutto il resto non siete anche vigliacchi. Non l’ho fatto. Non per paura che mi aggredissero, ma perché sul momento non mi è neppure venuto in mente. Mi sono semplicemente sentita come svuotata di fronte alla gratuità dell’attacco, e soprattutto alla vigliaccheria della scelta del bersaglio, primo donna, secondo coi capelli grigi e dunque, anche se troppo lontana per poterle contare le rughe, presumibilmente anziana. E penso a quelli che attaccano e pestano a sangue l’handicappato, il vecchio barbone, la vecchietta curva, e non con del banale e dopotutto innocuo fango. La logica è la stessa: sentirsi forti mettendosi in branco e attaccando il più debole. Poi genitori e insegnanti, se ne vengono informati, alzano le spalle e dicono: “Ragazzate”. E più loro alzano le spalle, più i ragazzi alzano il tiro. E gli strumenti di attacco. Magari coi sassi dai cavalcavia dell’autostrada. E quando finalmente ci scappa il morto dicono con aria un po’ stupita e tanto innocente: “Era un giochino tanto divertente!”

barbara

QUEI RAGAZZI THAILANDESI INTRAPPOLATI E SALVATI

“Tutti i ragazzi della squadra dei Cinghiali per più di due settimane prigioniera nella grotta di Mae Sai e il loro allenatore sono liberi: lo hanno annunciato i Navy Seals thailandesi. Il gruppo ha passato più di due settimane nelle viscere della montagna ed è stato liberato grazie a un’operazione internazionale senza precedenti. “Non sappiamo se è stata scienza o un miracolo: ma sono tutti fuori!” hanno scritto i Navy Seals sulle loro pagine Facebook e Twitter” (Repubblica)

No? Davvero davvero non lo sapete grazie a che cosa li avete salvati? Vabbè, ve lo dico io, anzi, ve lo faccio dire da Fabiana Magrì, con questo articolo del 6 luglio.

Le operazioni di salvataggio dei dodici ragazzi thailandesi prigionieri con il loro allenatore nella grotta di Tham Luang tengono il mondo con il fiato sospeso. Le immagini del ritrovamento del gruppo, dieci giorni dopo la scomparsa nei meandri della grotta, e la trasmissione della conversazione tra i primi due soccorritori e l’allenatore, rimbalzate poi in tutto il mondo, sono state il primo di una serie di miracoli che – si spera – porterà ad archiviare la vicenda come un’orribile disavventura finita per il meglio grazie alla forza di volontà e alla tecnologia. Perché senza tecnologie all’avanguardia, le comunicazioni tra esterno e interno di quella grotta non sarebbero possibili.
Un’azienda israeliana, MaxTech Networks, ha sviluppato un sistema di apparecchi smart in grado di comunicare tra loro anche in situazioni estreme e in assenza di segnale. Dopo poche ore dalla notizia della scomparsa dei ragazzi, Moshe Askenazi, agente di base in Thailandia per conto dell’azienda, ha avvisato la casa madre in Israele che ha subito mandato una squadra di tecnici equipaggiati con le radio mobili Max mesh. «Si tratta di un dispositivo resiliente», ha spiegato ai media Uzi Hanuni, fondatore di MaxTech Networks «che all’apparenza sembra un normale walkie talkie. In realtà al suo interno c’è un sofisticato algoritmo, risultato di dieci anni di ricerca e sviluppo, frutto del lavoro di venti ingegneri».
Se la tecnologia è “smart”, ancora di più lo è, nella sua semplicità, l’idea alla base. Gli apparecchi funzionano tra loro come anelli di una catena. Ogni dispositivo crea un ponte con il successivo, fino a consentire una trasmissione continua di dati, immagini e voce tra il primo e l’ultimo elemento della staffetta. «In situazioni come quella in cui stiamo intervenendo in Thailandia e in generale in circostanze di catastrofi naturali», continua Hanuni, «le comunicazioni, per come le conosciamo oggi, collassano. Qualsiasi squadra di soccorso al mondo può beneficiare di uno strumento come Max mesh», il cui sistema si adatta automaticamente alle diverse condizioni di rete, ai gradi di mobilità e alle condizioni ambientali, creando un’infrastruttura virtuale. Intanto, nelle ultime ore, è arrivata la notizia che Saman Kunan, 38 anni, ex Navy Seal in congedo che si era unito volontariamente alla squadra dei soccorritori, è morto per la mancanza di ossigeno lungo il percorso. Le condizioni per il salvataggio sono davvero estreme.
Israel_Tech_Thailand_Cave_Boys 1
Israel_Tech_Thailand_Cave_Boys 2
Possiamo anche chiamarlo miracolo, se vogliamo, ma è un miracolo della tecnica, dell’inventiva e della generosità israeliana.

barbara

LA MIA FESTA

Ossia quella che mi ha fatto la seconda A, che è stata un’assoluta sorpresa, perché non me l’aspettavo proprio. Prima hanno suonato

poi mi hanno recitato la poesia

Poi è stato il suo turno

(non ancora proprio così, ma ci arriverà: la stoffa c’è)

Poi è arrivata la canzone preannunciata,

anch’essa opera loro, come la poesia

Poi ha cantato lei

 
(ho scelto questa cover, perché è quella che assomiglia di più alla sua interpretazione. Non proprio uguale, però: lei ha una sorta di semifalsetto che rende le sue interpretazioni straordinariamente suggestive).

Dopo la musica, il teatro: hanno messo in scena una mia lezione, e la prof

mi ha imitata talmente bene che ridevano quasi quanto nelle lezioni vere (sì, nelle mie ore si ride molto, e questa è la cosa di cui sono in assoluto più orgogliosa.


E infine “the voice”:

È ancora una bimba, e naturalmente ha bisogno di maturarla e coltivarla ancora un po’, ma già si sente che ha doti vocali davvero straordinarie. La sua interpretazione era praticamente identica a questa:

E, insieme a una scatola di cioccolatini che ho terminato in un quarto d’ora, la loro foto per ricordo (vero che sono belli?)

che, conoscendo le mie attitudini, mi hanno simpaticamente presentato così

Poi qualche giorno dopo c’è stata anche la festa organizzatami dalle altre due classi, II e III B (altra scatola di cioccolatini…), con musiche, aprendo con questa

che mi sembra davvero un’ottima scelta per la circostanza, e varie altre, e canzoni composte per l’occasione, e danze, ma di quest’altra festa purtroppo non sono state fatte foto.
Quello che posso dire, in conclusione, è che tutte e tre le classi mi hanno regalato due anni praticamente senza stress. Ogni tanto qualcuno mi ha fatto un po’ incazzare ma – e l’ho detto anche a loro – tutte le volte che mi è capitato di fare supplenza in qualche altra classe (cioè quasi sempre almeno una volta alla settimana, e qualche volta anche due), ne sono uscita dicendo: “Dai, che mi è andata bene di avere loro”.
Grazie, ragazzi, grazie davvero di tutto.

barbara