IL BAMBINO OMBRA

Una notte. Di più davvero non ti puoi concedere per leggerlo, perché mollarlo lì per andare a lavorare senza averlo finito è veramente impensabile, quindi regolati. Thriller, è qualificato, e in effetti lo è, con la sua robusta dose di morti ammazzati e misteri e tutto il resto, però è anche un thriller a modo suo, tra riti macabri e ombre del passato che ritornano e quando ritornano fanno maledettamente male, ma guai se non tornassero.
Per qualche aspetto ricorda I sei giorni del condor, precisamente per il fatto che ad un certo punto non si sa più quali siano gli amici e quali i nemici, e quando si crede di avere ormai capito tutto, tutto si ribalta e bisogna ricominciare tutto da capo.
E poi il bambino ombra del titolo: è il bambino che in un caldo giorno d’estate improvvisamente scompare e non riappare (forse) mai più. Con un bel po’ di colpa da parte del padre, della sua distrazione, di un’incredibile botta di ingenuità e di qualche birra di troppo. Ma chissà se poi, senza la distrazione, senza l’ingenuità, senza le birre, non sarebbe magari scomparso lo stesso.
Poi non so se il fatto che gli unici due ebrei di questa storia facciano parte dei buoni, e che neanche il Mossad, in fin dei conti, ne esca male, sia un caso.
Da leggere, comunque.

Carl-Johan Vallgren, Il bambino Ombra, Marsilio
il bambino ombra
barbara

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UN VENERDÌ SERA SULLA TERRA

È una bella giornata d’inverno. I saldi sono appena iniziati, l’eccitazione dei parigini conferisce alla città un’atmosfera piena di energia. Approfitto della mia pausa pranzo per fare qualche acquisto e, da André, trovo un paio di stivali per Ilan. Ne avevo visti di più belli nella vetrina di una calzoleria sulla strada per andare al lavoro, ma costavano una fortuna, e io non me lo posso permettere. Spero che gli piaceranno: gli articoli in saldo non si possono cambiare. La commessa mi consiglia di ritornare con mio figlio, ma temo che non ci sia più la sua misura, e quindi li prendo.

Come ogni fine settimana, questo venerdì lascio il mio ufficio di buon’ora, mi fermo al supermercato per comprare un paio di cosette per la sera, poi rientro subito per preparare la cena dello Shabbat. È un rituale cui non rinuncerei per nulla al mondo, perché, da quando i miei figli sono cresciuti, solo questo pasto mi permette di vederli tranquillamente. Ève e Ilan vivono ancora in casa, ma hanno venticinque e ventitré anni, vivono la loro vita. Durante la settimana li incrocio di sfuggita. Quanto a Déborah, che ha ventiquattro anni, non vive più sotto il nostro tetto. Si è sposata due anni fa e mi ha dato un’incantevole nipotina, Noa.
Noi occupiamo da sempre lo stesso appartamento, al secondo piano di un vecchio edificio in un quartiere popolare nella parte est di Parigi. Si tratta di un modesto appartamento di tre stanze, con una sola camera da letto per i miei figli, ma siamo felici. Déborah, Ève e Ilan vi sono cresciuti, apprezzano questo angolo vivo della città e la sua popolazione mista.
Carica di spese, risalgo il viale cercando istintivamente con lo sguardo la finestra del nostro soggiorno, tra i rami spogli dei castagni. Spero di scorgervi Ilan. Quando rientra prima di me mi spia, e poi scende per aiutarmi a portare su le provviste. Suo padre se n’è andato quando aveva due anni, così lui è un po’ l’uomo di casa… Oggi non c’è nessuno sul balcone, e improvvisamente mi ricordo che mio figlio ha appena ripreso, esattamente quindici giorni fa, il suo vecchio lavoro in un negozio di telefoni sul boulevard Magenta. Termina solo alle diciannove, non ho alcuna possibilità di trovarlo a casa a metà pomeriggio. Infatti, l’appartamento è deserto, e approfitto di queste poche ore in cui sono da sola per mettermi immediatamente al lavoro. Il sabato è una festa. È il giorno più bello, quello che gli ebrei accolgono come il fidanzato riceve la sua amata: in gioia e letizia. Pur non essendo una praticante ortodossa, rispetto questo rito. Mi offre l’occasione di apparecchiare una bella tavola, riunire la mia famiglia, e preparare i piatti che mi cucinava una volta mia nonna con amore, piatti col sapore del mio nativo Marocco. La preparazione di questo pasto mi richiede tempo, e sono ancora ai fornelli quando Ève infila la chiave nella serratura.
La mia figlia maggiore e Ilan si assomigliano come due gocce d’acqua, quando erano piccoli li prendevano per gemelli. Hanno entrambi i capelli neri come giaietto, gli occhi scintillanti, un sorriso che riempie la faccia. Ma Ève è molto più piccola di suo fratello! È rientrata presto perché al momento non lavora. È in cerca di lavoro nel settore delle risorse umane e, nonostante i numerosi CV inviati, le risposte tardano a venire. E questo non manca di angustiarla.
– Déborah e David non vengono a cena? Mi chiede vedendo apparecchiato solo per noi tre, nella sala da pranzo.
– No, tua sorella mi ha telefonato cinque minuti fa, Noa è influenzata. Preferisce non farla uscire, andremo a pranzo da loro domani.

Ilan arriva un attimo dopo, verso le sette e un quarto, sette e mezzo… non so se sia perché è l’unico uomo della casa, ma quando entra lui, si direbbe che la vita riprenda veramente. L’appartamento torna a risuonare di suoni familiari e della sua voce più forte della nostra. Come tutti i giovani, mio figlio semina le sue cose dappertutto, il suo cellulare, le sue chiavi, le parole dell’ultimo successo che canticchia allegramente.
– Dov’è Noa? si preoccupa a sua volta, notando che la nipotina non c’è.
– Non fare quella faccia, la vedrai domani! gli risponde Ève.
Ilan abbozza una piccola smorfia delusa che non manca di farci sorridere, si toglie il giubbotto di pelle, poi ci raggiunge in sala da pranzo. Meccanicamente gli chiedo com’è andata la giornata. Non ha l’aria preoccupata, ma ho il sospetto che non sia entusiasta di essere tornato a questo posto di commesso. Vi si è deciso solo perché ha un urgente bisogno di guadagnarsi decentemente da vivere. L’agenzia immobiliare in cui lavorava prima non gli garantiva un salario sufficiente, ne aveva abbastanza di non potersi permettere niente.
– Allora, com’è andata la giornata?
Ilan alza le spalle, come a dire: niente di speciale. Non parla della sostituzione che ha assicurato nell’altro negozio che il suo padrone ha sul boulevard Voltaire. E non evoca neppure la bella brunetta che è entrata appositamente nel suo negozio per chiedere il suo numero di telefono. E perché dovrebbe parlarmene? Probabilmente non è la prima volta che si lascia sedurre, e poi ha una fidanzata… Da più di un anno Ilan esce con Mony, una bella ragazza asiatica che vive a due passi da noi. L’ho incontrata solo due o tre volte, ma penso che mio figlio le sia attaccato. In ogni caso, dorme più spesso da lei che da noi.
– Non capisco perché hai ripreso questo lavoro. L’anno scorso dicevi che la telefonia non era un lavoro per te, hai dato le dimissioni per lanciarti nel settore immobiliare, e adesso ci ritorni?
– Non ho scelta, mi risponde Ilan, infastidito da questa conversazione. Dovrei tacere, lasciargli fare la sua esperienza, ma sono sicura che sta perdendo tempo e insisto:
– Perché non chiami tuo padre? Potrebbe prestarti un po’ di soldi per mettere in piedi la tua impresa.
Mio figlio non vuole chiedere niente a nessuno, nemmeno a suo padre. Vuole cavarsela da solo, vuole che siamo fieri di lui, e spazza via i miei suggerimenti con una battuta. Ci mettiamo a tavola.

Ilan mette la sua kippà. La porta solo il venerdì sera per recitare la preghiera di Shabbat, e in occasione delle grandi feste. Non è religioso, ma è stato allevato nella tradizione: conosce i testi. Lo ascoltiamo cantare il Kiddush, poi, dopo di lui, bagniamo le nostre labbra nel calice di vino. Ilan ci lascia per andarsi a lavare le mani, come vuole il rituale e, al ritorno, intona la preghiera sul pane. Ne taglia dei piccoli pezzi che intinge nel sale, ne mangia uno e ci dà gli altri. Ci auguriamo «Shabbat Shalom». Uno shabbat di pace.

La cena si svolge piacevolmente, ma ho l’impressione che non durerà a lungo. Forse perché siamo stati solo noi tre, senza Déborah, suo marito David e la loro piccola Noa? È stato un venerdì come un lunedì, un pasto ordinario, che non aveva il profumo di una festa… Alle nove avevamo già lasciato la tavola. Ilan ha consultato le sue email e fatto qualche telefonata. Più tardi dirò che sembrava nervoso, preoccupato, cercherò fra i miei ricordi i piccoli dettagli che avrebbero potuto impensierirmi, ma, in realtà, nulla, quella sera, permetteva di presagire ciò che lo aspettava. Se Ilan è un po’ seccato, è semplicemente perché i suoi piani per la serata stanno per andare a monte. Mony, che aveva in mente di incontrare, non è ancora uscita dal lavoro. Quanto a Karim e Jérémie, i suoi due migliori amici, non vogliono saperne di uscire. Con orecchio distratto sento Ilan che tenta di convincerli al telefono, dai, solo un giretto, siete diventati vecchi o cosa? Non faremo tardi…

Vedendo mio figlio rimettersi il giubbotto, non posso fare a meno di ricordargli che è venerdì sera. Ho un bel ripetermi che non è più un bambino e che è libero di vivere la sua vita come gli pare, non mi piace che esca di Shabbat. Ilan lo sa, ma è giovane, ha un appuntamento, e non sa che farsene dei divieti religiosi che gli ricorda sua madre sulla soglia… Non volermene, mamma, mi dice con il suo piccolo sorriso colpevole.
Lo vedo girare i tacchi, e per trattenerlo ancora qualche secondo, come se presentissi che quell’istante sarà l’ultimo, gli chiedo di provare le scarpe che gli ho comprato. Là, ora, subito? Domani, mi promette Ilan, e la porta si chiude sul bacio che mi manda. Da lontano.
24 giorni La verità sulla morte di Ilan Halimi, pp. 25-28
Ruth Halimi
Non lo avrebbe rivisto mai più: poche ore più tardi sarebbe iniziato lo straziante, disumano calvario che lo avrebbe portato a morire, dopo 24 giorni di inaudite sofferenze, presso un binario della ferrovia. Fanno dieci anni oggi dal giorno in cui veniva portato a termine uno dei più efferati atti di antisemitismo del dopoguerra – almeno fra quelli perpetrati fuori di Israele. Noi non dimentichiamo e non dimenticheremo: né Ilan, né i suoi carnefici.

(Il martirio di Ilan Halimi è stato ricordato in questo blog uno, due, tre, quattro)

barbara

MAPPOVERE POVERE BIMBE!

Guardatele, guardatele quanto sono terrorizzate, e patite, durante la prigionia, per liberarle dalla quale abbiamo regalato dodici milioni di euro ai tagliagole, affinché possano tagliarne ancora di più con la nostra benedizione!
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E al momento della liberazione, dopo cinque mesi nelle mani dei terroristi (quelli che, ormai è inequivocabilmente documentato, erano andate ad aiutare), guardate come sono distrutte, come traspaiono dai loro visi i segni delle privazioni, delle sofferenze, delle umiliazioni subite, guardate!
marzullo-ramelli
Precise sputate a Domenico Quirico, per dire, dopo una prigionia di pari durata.
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Poi, in una lettera aperta a loro rivolta, mi capita di imbattermi in questa frase: Quando ci siamo incontrate ci hai guardati male perché mio marito indossa la kippà, e allora diventa tutto molto più chiaro.

barbara

I PASSATEMPI DI EYAL

Eyal Yifrah, intendo, uno dei tre ragazzi israeliani rapiti e fatti fuori. Ecco, lui nel tempo libero faceva (anche) questo:
Eyal Yifrah volontariato
andava a tenere compagnia ai vecchi, a regalare loro un sorriso e un po’ di conforto. Un po’ di vita. Adesso non l’avranno più. Perché come è vero che chi salva una vita salva il mondo intero, così chi distrugge una vita, se non proprio IL mondo, almeno UN mondo lo distrugge di sicuro.

barbara

MA NON PARLATE DI DUE PESI E DUE MISURE

Tre ragazzi israeliani vengono rapiti mentre fanno autostop per tornare a casa da scuola. Diciotto giorni più tardi verranno trovati i loro cadaveri.
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Un ragazzo palestinese viene rapito, assassinato e il suo corpo bruciato.
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Per tutti i diciotto giorni da moltissime parti – mass media, politici, Onu – si parla di ragazzi “scomparsi”, “allegedly kidnapped”, all’Onu si dichiara che “non vi sono prove che i ragazzi siano stati rapiti.
Nonostante l’esistenza di altre possibilità (una faida in atto fra la famiglia del ragazzo e un’altra famiglia; la notoria omosessualità del ragazzo, a causa della quale era stato precedentemente minacciato di morte all’interno della propria famiglia; l’esistenza di un video che sembrerebbe mostrare cose diverse da quelle raccontate dai presunti testimoni), immediatamente tutti, mass media, politici, opinione pubblica, gridano alla vendetta dei “coloni” israeliani, etichettati in massa come “ebrei fanatici”. Tutti sanno come sono andate le cose, tutti sanno chi è stato, nessun dubbio, nessun bisogno di aspettare indagini e prove.
I tre ragazzi israeliani vengono regolarmente chiamati “coloni”, se non addirittura “coloni nazisti”.
Il ragazzo palestinese viene chiamato unicamente “ragazzo” o “ragazzino”, o addirittura “bambino”.
L’intera “Palestina” è in festa per il rapimento dei tre ragazzi israeliani, si distribuiscono dolci per le strade, si inventa il gesto delle tre dita a imitazione di quello delle due dita con la V di vittoria, si disegnano festose e spiritose vignette come quella dei tre topolini con la stella di David sulla schiena presi all’amo, e si festeggia anche in molti siti e blog e forum stranieri.
L’intera Israele inorridisce per l’efferato delitto. Siti, blog e forum filoisraeliani condannano l’assassinio senza mezzi termini.
L’autorità palestinese invita la popolazione a fare tutto il possibile per ostacolare le ricerche.
Il governo israeliano chiede di mettere in atto ogni mezzo per scoprire gli autori del crimine, da qualunque parte si trovino, e la popolazione israeliana chiede giustizia.
La madre di uno dei presunti assassini dichiara che, se il figlio fosse realmente responsabile del rapimento e dell’assassinio, ne sarebbe orgogliosa.
Quando la polizia israeliana arresta alcuni ragazzi ebrei che sembrerebbero essere effettivamente gli autori del rapimento e dell’assassinio del ragazzo palestinese, gli israeliani dichiarano la propria vergogna ad avere tra di loro simili mostri e chiedono che vengano puniti nel modo più severo possibile.

Nel frattempo una ragazza israeliana viene rapita da due arabi ma questa volta la polizia arriva in tempo a liberarla, e ovviamente nessuno ne parla. Nel frattempo, la stessa notte di Muhammad Hussein Abu Khdeir, è stata rapita e assassinata anche Omaima Jaradat,
Omaima
ragazzina palestinese. Purtroppo non c’è mai stata, neanche per un momento, la possibilità di darne la colpa agli ebrei, e io che sono molto maligna oso insinuare che sia per questo che nessuno ne ha parlato. E nel frattempo, nel silenzio generale dei mass media, dei politici e della cosiddetta opinione pubblica, i missili da Gaza continuano a cadere a centinaia su Israele. Ma che non vi venga in mente di accusare i bravi pacifisti di usare due pesi e due misure, perché loro sono tanto tanto buoni e gli israeliani (gli ebrei?) sono tanto tanto cattivi. E questo è un dogma che nessuno si deve permettere di mettere in discussione.

barbara

BERGOGLIO BUGGERATO (e gli sta bene)

Vittoria islamica in Vaticano: il papa è caduto in una trappola nella sua preghiera inter-religiosa

Il jihad declamato nei giardini del Vaticano

Invitato in Vaticano a pregare per la pace, il rappresentante musulmano non ha potuto fare a meno di aggiungere un versetto che invita alla guerra. Letto sul blog d’Yves Daoudal:
“Bernard Antony è stato il primo francofono a notarlo e a commentarlo, ed è ancora l’unico nel momento in cui lo scrivo. Era stato messo in guardia da una musulmana convertita, stupefatta di sentire il rappresentante musulmano, nei giardini del Vaticano, durante la preghiera per la pace, recitare (ovviamente in arabo) le ultime parole della seconda sura: “Tu sei la nostra guida, concedici la vittoria sui popoli infedeli”.
La seconda sura, la più lunga, è una specie di riassunto pot pourri del Corano e della sharia. È molto condiscendente verso il jihad, ma è soprattutto antiebraica e anti cristiana. È in questa sura che si trova scritto (versetto 191): “ed uccideteli ovunque li incontriate (…) l’associazione è più grave dell’omicidio (…) e combatteteli finché non ci sia più associazione e la religione sia solo per Allah. (L’associazione è la Trinità).
Uno scrittore egiziano – tedesco, Hamed Abdel-Samad, anch’egli stupefatto di ascoltare queste parole, ha scritto sulla sua pagina Facebook: “Nei giardini del Vaticano il chierico musulmano conclude la sua preghiera col versetto: “Che Allah ci aiuti a riportare la vittoria sugli infedeli. Io chiamo questa una preghiera per la pace!”
(…) È inutile chiedersi chi ha lasciato passare questo appello alla vittoria sui popoli kafir (o kufar). Il testo delle preghiere era stato pubblicato in molte lingue, e naturalmente questo versetto non c’era. È il rappresentante musulmano che, all’ultimo momento, ha aggiunto ciò che doveva aggiungere per essere un buon musulmano…”

(Observatoire de l’islamisation, 13 giugno 2014 . trad. Emanuel Segre Amar, in “Notizie su Israele”)

E dunque il rapimento dei tre ragazzi israeliani può vantarsi di godere della santa benedizione del papa.
Sul rapimento, comunque, continuo a pensare quello che pensavo all’epoca del rapimento di Gilad Shalit: queste situazioni non si risolvono con cartelloni e appelli e preghiere, bensì con un semplicissimo ultimatum: o entro 24 ore ci restituite i ragazzi VIVI e in buone condizioni, o entriamo con tutto (TUTTO) l’esercito e facciamo terra bruciata. E vedete di non dimenticarvi che abbiamo anche Dimona. Fine del comunicato.

barbara

MERCE FRESCA PER I BOICOTTATORI!

Venghino signori, venghino, che più gente entra più bestie si vedono! Prendi due paghi uno! Affrettatevi a boicottare! Non lasciatevi scappare questa occasione straordinaria!

Nel frattempo tre ragazzini israeliani vengono rapiti e i palestinesi, come al solito, festeggiano il lieto evento. Ma non preoccupatevi: adesso che il papa ha fatto il suo bell’incontro di preghiera finirà sicuramente tutto bene, non certo come per loro.

barbara

LE BAMBINE SILENZIOSE

Silenziose prima, perché chiuse nell’appartamento del pedofilo che le ha rapite, e impossibilitate a comunicare col mondo mentre lui le stupra a turno, ripetutamente, e le terrorizza raccontando loro di un vicino tanto cattivo che sicuramente salterebbe loro addosso se tentassero di scappare, mentre lui è tanto buono, tanto gentile (“credete forse che un altro si prenderebbe la briga di usare il lubrificante?”)
E silenziose dopo, per il tremendo trauma subito, silenziose perché anche dagli psicologi che sono stati ingaggiati per aiutarle si sentono violentate in questa continua richiesta di parlare, di raccontare, di rivivere. Silenziose perché non tutto si può raccontare, non tutto si riesce a tirare fuori, non tutto si riesce a guardare in faccia. E silenziose anche fra di loro, ad un certo punto, perché la tragedia vissuta riesce, sia pure solo temporaneamente, a spezzare anche la loro meravigliosa amicizia, a guastare quella straordinaria complicità che aveva permesso loro di trovare la forza di resistere durante i terribili giorni del sequestro.
Questo, a differenza del precedente, non è un romanzo: è la storia vera di due bambine inglesi di dieci anni, rapite mentre stanno andando a scuola da uno dei tanti, troppi immondi esseri subumani che infestano il nostro pianeta. È la storia del loro mondo, delle loro famiglie, del loro rapimento, del difficile, dolorosissimo ritorno alla vita, della rottura, altrettanto dolorosa, del loro legame e del successivo riannodare i fili spezzati.
charlene e lisa
È una storia purtroppo simile a infinite altre – e tante altre storie si sono concluse con delle piccole bare bianche, o con una scomparsa senza ritorno. Si sta male, a leggere queste storie, eppure bisogna farlo, ché non si aggiunga, al loro silenzio innocente, anche il nostro silenzio colpevole e complice.
lebambinesilenziose
Charlene Lunnon – Lisa Hoodless, Le bambine silenziose, Newton Compton

barbara

NOAM SHALIT

Il padre di Gilad. Quello che per anni, invece di protestare contro tutti i governi del mondo che anziché fare l’unica cosa logica, ossia pretendere da Hamas, pena la chiusura di tutti i generosi rubinetti da tempo immemorabile oscenamente aperti a manetta, il rilascio immediato e incondizionato di Gilad, continuavano a chiedere a Israele “gesti di buona volontà”, ha protestato contro il governo israeliano che non abbassava abbastanza le brache di fronte al terrorismo. Quello che anziché piazzarsi davanti alla sede della Croce Rossa che, fedele al proprio passato, non ha mai mosso un dito per tentare almeno di vedere Gilad, è stato per anni piazzato davanti alla casa del primo ministro per sollecitare la liberazione di tutti i terroristi prigionieri in Israele. Quello. Ha deciso di mettersi in politica, sfruttando cinicamente la disumana sofferenza di suo figlio per fare carriera. E ha detto che capisce benissimo i terroristi palestinesi, che anche lui, se fosse palestinese, troverebbe giusto rapire gli israeliani.
Ho due cose da dire: la prima è che mi vergogno di avergli stretto la mano. Posso dire, a mia parziale discolpa, che non ci ero andata di mia spontanea volontà, e avevo anche espresso chiaramente la ripugnanza che provavo all’idea di andare lì; sta di fatto che una volta lì gli ho stretto la mano. Me ne vergogno profondamente. E desidero chiedere scusa a tutte le vittime innocenti degli oltre mille assassini liberati anche a causa del comportamento tenuto da questo individuo. Desidero chiedere scusa ai familiari delle vittime. Desidero chiedere scusa anticipatamente a tutte le future vittime innocenti degli assassini rimessi in libertà grazie al ricatto orchestrato da questo individuo. La seconda è che mi auguro che, vista la sintonia fra lui e i terroristi palestinesi, questi ultimi lo accontentino, e che il prossimo rapito sia lui. E che nessuno muova un dito per andarlo a liberare. Non gli sto augurando di essere rapito, intendiamoci, ma se proprio dovranno rapire qualcuno, meglio lui che un innocente.

barbara

AGGIORNAMENTO: quest’uomo la deve smettere di leggere i miei pensieri e copiarmeli!