ACQUA

Mekorot
In aggiunta alla nerchiotomia politicamente corretta, soffermerei l’attenzione su quel 45% di dispersione a Roma e 35% in media in Italia: credo che per questo brillante risultato vada un sentito ringraziamento anche a quei 26 milioni di craniofallici, pari al 54% degli italiani con diritto di voto, che non avendo la più pallida idea della differenza fra gestione e disponibilità, né del funzionamento delle gestioni pubbliche, hanno votato per “acqua bene comune”.
Quanto invece al qui sopra menzionato Paese al di là del mare, può valere la pena di rileggere questo.

barbara

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UN PAIO DI PENSIERINI POST REFERENDARI

La vittoria del No, salvacondotto a vita per un Senato intoccabile
Chi avrà mai la forza di riproporre un sia pur minimo ridimensionamento dei poteri della Camera alta, dopo quello che è successo?

di Sergio Rizzo

Dopo la vittoria del No si sono sparse notizie di calorosi festeggiamenti al Cnel redivivo. Reazioni più sobrie, invece, al Senato. Dove qualcuno non ha comunque risparmiato ironie. Maurizio Gasparri, per esempio, ha twittato: «Il Senato c’è, Renzi non c’è più». Niente di più vero. Il Senato c’è e ci sarà sempre, perché il No è soprattutto un salvacondotto perpetuo per Palazzo Madama. Giusta o sbagliata che fosse la riforma, il risultato non può essere che questo. Chi avrà mai la forza di riproporre un sia pur minimo ridimensionamento dei poteri della Camera alta, dopo quello che è successo? E quanti sostengono che ora «si potrà fare una riforma seria» lo sanno benissimo.

Il meccanismo della conservazione, in questo Paese resistente a ogni cambiamento, è super collaudato. In un senso come nell’altro. Basterebbe ricordare in che modo si è salvato il ministero dell’Agricoltura dopo che un referendum popolare l’aveva abolito: semplicemente cambiando nome in «ministero delle Politiche agricole e forestali». O come i rimborsi elettorali siano esplosi proprio dopo un referendum che avrebbe dovuto cancellare il finanziamento pubblico dei partiti.

Idem accadrà per le Regioni, luoghi nei quali l’opposizione a ogni cambiamento è ancor più radicata. Vivrà in eterno quell’assurdo titolo V voluto nel 2001 da un centrosinistra in affanno nel disperato tentativo di arginare l’ondata leghista e poi incredibilmente confermato al successivo referendum dai cittadini ignari (come in questo caso) tanto del merito quanto delle conseguenze. Di più. Non solo le Regioni manterranno l’insensata competenza esclusiva su alcune materie quali turismo o energia, ma il voto del 4 dicembre varrà anche per loro come salvacondotto perpetuo nei confronti di qualunque tentativo di riforma futura. I consiglieri regionali, poi, sono finalmente al sicuro: nessuno potrà più imporre loro tetti alle generose buste paga, né vietare i contributi ai gruppi politici consiliari al centro di gravissimi scandali. L’ex commissario alla spending review Roberto Perotti ci ha già mostrato, del resto, con quale abilità i signori consiglieri siano riusciti ad aggirare il tetto alle retribuzioni imposto dal governo di Mario Monti.

Che dire infine delle Province? Sopravviveranno anch’esse nei secoli a venire. E quei martiri della democrazia che in Calabria hanno affisso una lapide nella sede della ex Provincia con scolpiti i nomi degli ultimi consiglieri «eletti a suffragio universale», troveranno un motivo di riscatto. Perché oggi nessuno si stupirebbe davanti a una proposta di abrogazione della legge Delrio che facesse tornare nuovamente elettivi quegli incarichi.

7 dicembre 2016

Già: chi ha votato no per ragioni serie, ossia perché il cambiamento non avveniva nel modo giusto, o non era sufficiente, ha in realtà decretato un immobilismo perpetuo.

Sì e no

Mi è difficile esprimere con chiarezza i miei pensieri e le mie sensazioni a seguito della chiusura della battaglia referendaria e dell’esito della consultazione. Un esito evidentemente inequivocabile: chi ha vinto ha stravinto, e la sconfitta di chi ha perso è stata schiacciante, inequivocabile, un’autentica disfatta. Altro che vittoria sul filo del rasoio, al fotofinish, per una manciata di voti! Le dimensioni della vittoria del No sono travolgenti, il Sì è stato distrutto. In democrazia il popolo sovrano ha sempre ragione, chi ha perso – anzi, straperso – deve solo prenderne atto.

Tra gli straperdenti ci sono io, che ho fatto un’accanita e convinta battaglia per il Sì, iscrivendomi a un Comitato, e partecipando a diversi incontri pubblici, nei quali ho sostenuto, con una molteplicità di argomentazioni, le ragioni del Sì, e confutando con forza quelle del No. E alcune persone – poche, in realtà: ma l’esito non avrebbe dovuto essere deciso per una manciata di voti? -, originariamente indecise, o orientate per il No, mi hanno addirittura detto di essere state indotte dalle mie parole a cambiare opinione. Ma ho straperso, e mi assumo tutto il peso della sconfitta. Certo, questa mia personale sconfitta ha un significato del tutto ininfluente, nessun giornale ne parla, e non devo salire su nessun colle a rassegnare dimissioni di sorta, ma mi pare comunque giusto che riconosca il mio fallimento, senza scuse e senza ridimensionamenti. Ho perso, ho straperso e, come si dice, veh victis. Ho sbagliato a combattere una battaglia destinata alla sconfitta? No, anzi, ne sono orgoglioso, e mi pare che le dimensioni del tracollo diano ancora più valore alla mia battaglia perdente, per le seguenti ragioni.

Tra i sostenitori del No ci sono molto sinceri democratici, che hanno profondamente a cuore le sorti della nostra democrazia, e che hanno contestato la riforma per una varietà di ragioni, alcune delle quali ho anche condiviso. Io sono un giurista, e tra i miei colleghi la larga maggioranza ha votato No, ritenendo che la riforma sia stata pensata e scritta in modo discutibile. Tra questi colleghi molti sono miei amici da una vita, persone da cui ho tantissimo da imparare, di limpidissima fede democratica, e sulle cui ragioni ho riflettuto a lungo. Sono stati schierate per il No molte persone che alla difesa della Costituzione hanno dedicato tutta la vita, tra cui, in particolare, il mio amatissimo Maestro Francesco Paolo Casavola, Presidente emerito della Consulta, che ritengo, e non per devozione personale, il più alto punto di riferimento, a livello mondiale, in tema di dignità dell’uomo e diritti umani. Faccio a tutti loro, uno per uno, i miei più sinceri complimenti, senza alcun retropensiero, e la loro presenza nel fronte vittorioso contribuisce a lenire un pochino il pesante peso della mia sconfitta. Non mi permetterei mai e poi mai di criticarli, o di dire che hanno sbagliato. Hanno fatto bene, si sono impegnati in buona fede per la democrazia, il diritto e la civiltà. Mi permetto solo di notare, però, sommessamente, che la loro presenza nel fronte vittorioso, purtroppo, appare, almeno sul piano mediatico, alquanto sfocata e minimale. Non sembra che siano loro ad avere vinto, né, tanto meno, ad avere vinto – come tanto spesso si legge e sente dire – mi sembra che sia stata la Costituzione repubblicana. Una Costituzione che – per chi l’abbia davvero letta – non urla, non fa la faccia feroce, non insulta, non sbraita, non denigra, non umilia, non offende i deboli e le minoranze.

Il vero vincitore, a mio avviso, è qualcuno che ama la Costituzione quanto Erode amava i bambini, e le cui urla contro “lo stupro della Costituzione” che sarebbe stato tentato mi sono sembrate come la criminalizzazione, in nome del vegetarianismo, di chi osa mangiare un po’ di pollo, da parte di chi usa invece nutrirsi solo di carne umana.

È lui, sono loro che hanno vinto. Non solo lui, non solo loro, d’accordo, ma soprattutto lui, soprattutto loro.

Ed è bene, secondo me, che tutti ne siano consapevoli, perché la verità è sempre salutare.

Francesco Lucrezi, storico

(7 dicembre 2016)

Come Erode amava i bambini: ecco, mi sembra una buona definizione.


…italiani

Il voto del 4 dicembre lascia l’Italia in uno stato di paralisi totale, senza un governo, senza un metodo elettorale in grado di farne eleggere un altro, senza un partito dominante capace di guidare il paese nelle sue scelte, spaccato ideologicamente, con una situazione economica gravemente deteriorata, e preda delle facilonerie populiste di esponenti politici che nella loro vita hanno condotto, se lo hanno fatto, la propria autovettura e nulla più. In questo quadro sconcertante è interessante notare come il voto degli Italiani all’estero sia stato diametralmente differente (65% Si – 35% No) da quello degli Italiani in patria (60% No – 40% Si). Ci si può chiedere che cosa abbiano visto gli Italiani all’estero che i cittadini in Italia non hanno visto. Forse la risposta è questa: che chi sta in mezzo a una cosa non si rende bene conto di quali altre alternative ci possano essere, ma chi vede quella cosa dall’esterno è in grado di confrontarla con altre realtà e può meglio giudicare i pregi e i difetti di quella tale cosa. E la cosa in questione, l’incomparabilmente bella, inimitabile e amata Italia, vista dall’esterno, è divenuta nel corso degli anni ed è oggi un paese enormemente arretrato rispetto ad altri dello stesso continente o classificati (come l’Italia) fra i paesi maggiormente sviluppati. Per superare questi ritardi che aumentano col passare del tempo, sono necessarie profonde riforme, e queste riforme bisogna pur cominciare a farle da qualche parte, anche se le soluzioni sarebbero molte e diverse, e quelle proposte da Matteo Renzi non erano forse le migliori, o le più utili e incisive.

Il voto degli Italiani in Israele si colloca in questo contesto. La circoscrizione di Tel Aviv, che include tutto il paese meno la zona di Gerusalemme, ha dato al Sí l’81%, e la circoscrizione di Gerusalemme, che include anche la Cisgiordania, ha votato 71% Sí. Se sommiamo i due dati, il 79% dei 2.704 votanti in Israele hanno scelto il Sí. Questo è il secondo dato più alto al mondo dopo il Brasile (84%), e prima di sette paesi latinoamericani (Uruguay, Perù, Ecuador, Cile, Colombia, Guatemala e Honduras) in cui il Sí ottiene il 75%-77%, due paesi africani (Eritrea e Uganda) al 73%-74%, e l’Iran con il 71% – questi tre ultimi stati peraltro con meno di 200 elettori ciascuno. Gli Italiani in Israele hanno dunque fatto una scelta ostentatamente chiara, e non sarebbe assurdo ipotizzare che anche gli elettori ebrei in Italia abbiano espresso una scelta simile, anche se probabilmente non altrettanto netta. E questo può significare tre cose. La prima è che da Israele, anche in virtù della propria esperienza, si ha una percezione specialmente acuta dei malesseri dell’Italia che per certi versi non sono troppo dissimili dai nostri di qui. La seconda è che la possibile successione politica di Renzi suscita qui timori particolarmente forti alla luce dei discorsi uditi, dei programmi sbandierati, e dei leader incontrati o visti sullo schermo. E la terza è che gli ebrei italiani, come già tante volte in passato, sono irrimediabilmente fuori dal passo della vita politica vera, si cullano in certe loro bellissime illusioni e ingenue speranze, e ancora una volta non capiscono che loro vanno da una parte, mentre l’Italia va da un’altra parte.

Sergio Della Pergola, Università ebraica di Gerusalemme

(8 dicembre 2016)

Raramente – molto raramente – mi capita di trovarmi d’accordo con Sergio Della Pergola. Questa è una di quelle volte. E concludiamo la carrellata di pensierini con questo, veramente magistrale.
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barbara

REFERENDUM: LA PAROLA A UGO VOLLI

Che è infinitamente più bravo di me, e quindi lascio parlare lui.

Perché votare sì al referendum
Cartoline da Eurabia, di Ugo Volli

Cari amici,
Informazione Corretta di regola non interviene in temi di politica interna e si limita a parlare di Medio Oriente e di temi connessi. Vi sono però delle eccezioni, e la mia cartolina di oggi è una di queste. Siamo a una settimana dal referendum e la discussione infuria, anche con toni molto violenti, soprattutto da parte dei sostenitori del no. Basta pensare agli ultimi interventi di Beppe Grillo, che ha dato a Renzi della “scrofa ferita” e agli elettori del sì il titolo di “assassini”. Altri interventi fanno meno notizia ma sono più pervasivi. A me hanno chiesto quanto ero stato pagato, mi sono arrivate fotografie di cani che defecavano sulla bandiera del PD, un’immagine di Hitler che fa un gesto come a indirizzare chi guarda di lato, con la didascalia “Alle docce!”. Hanno creduto di offendermi anche cambiando il mio titolo in “professoressa” Volli, come se il genere femminile fosse un’offesa. A parte questi tratti di fascismo verbale, che meritano di essere analizzati a parte, la questione del referendum è molto seria e merita di essere discussa razionalmente, per prendere una decisione sensata.
Non aiutano in questo i toni allarmistici e spesso isterici dei sostenitori del no, che parlano di “svolta autoritaria”, mentre il testo non rafforza affatto i poteri del presidente del Consiglio, com’era previsto in proposte precedenti; parlano di una riforma del Governo, mentre è stata votata dalle Camere (ciascuna in due letture; dicono che la scelta dell’elezione indiretta del senato (diffusa in diversi paesi democratici e già presente per altre cariche nella nostra legislazione) sarebbe una limitazione della libertà di voto, che il comma di un articolo in cui si dice che le leggi debbono tener conto dei vincoli degli accordi internazionali e dell’ordinamento dell’Unione Europea (un comma che c’era già e che al posto di “ordinamento dell’Unione Europea” si parlava di “ordinamento comunitario” facendo riferimento al vecchio nome dell’istituzione europea) sarebbe addirittura la “cessione della sovranità nazionale”. Per capire bene quali sono le novità vi consiglio di prendervi il tempo di confrontare il vecchio testo con il nuovo. Ci sono delle comode pagine a doppia colonna con il vecchio testo e il nuovo. Questo per esempio è il lavoro fatto dalla Camera dei Deputati: http://documenti.camera.it/leg17/dossier/pdf/ac0500n.pdf. Scoprirete al primo sguardo, per esempio, che i primi 48 articoli, quelli che riguardano i diritti fondamentali dei cittadini, non sono affatto toccati dalla riforma. Sul referendum bisogna giudicare razionalmente, lo ripeto. E questo va fatto su due piani. I contenuti della riforma e le conseguenze politiche del voto. Sul primo punto, diciamolo chiaramente, non cambia il contesto della nostra vita, non si toccano i diritti politici e civili, non si altera la forma di stato. Non è affatto una rivoluzione. E’ una riforma, solo una riforma, non una rivoluzione, della macchina politica. Le funzioni del parlamento, della Corte Costituzionale, del Governo, delle regioni, della magistratura, ecc. ecc. restano sostanzialmente le stesse. Vi sono alcune modifiche che razionalizzano il processo di decisione. Spariscono enti inutili come il Consiglio Nazionale dell’Economia e del Lavoro e le province. Il Senato viene trasformato in una camera delle autonomie, con la riduzione del numero dei senatori e la loro elezione attraverso i consigli regionali e quelli comunali più importati.
Non essendo una fotocopia dell’altra camera ed essendo riunito solo part time, il senato perde molte funzioni, come la fiducia al governo, l’intervento nella legislazione ordinaria (ma non in quella di rilevanza regionale o in quella costituzionale). Come succede in molti paesi (fra cui per esempio la Gran Bretagna), la funzione parlamentare si accentra sulla Camera, che continua naturalmente a essere direttamente eletta da tutti. Il governo ottiene una corsia preferenziale per le sue proposte, ma in cambio le regole sui decreti sono più stringenti. E’ possibile consultare su certe leggi, come quelle elettorali, direttamente la Corte Costituzionale, evitando il ricorso ai tribunali dopo che sono entrate in funzione. Le leggi sono approvate senza il ping pong fra le due camere che ha rallentato e reso confusa la legislazione negli ultimi decenni. Alcune materie che erano competenza congiunta di Stato e regioni ritornano all’esclusiva legislazione statale, evitando conflitti logoranti e paralisi, come quella che ha fatto saltare ieri una parte della riforma della pubblica amministrazione perché le regioni erano state sì consultate e si erano pronunciate a maggioranza a favore, ma un paio non erano d’accordo. Insomma, la riforma semplifica la macchina dello stato, aiuta a prendere decisioni, chiarisce le responsabilità.
Si sarebbe potuti essere più radicali in queste scelte, ma il parlamento che ha approvato la riforma non consentiva interventi troppo decisi. E’ già un miracolo che il Senato abbia acconsentito alla diminuzione dei suoi poteri, difficilmente avrebbe accettato la sua abolizione pura e semplice. Il regime politico che esce dalla riforma è sostanzialmente lo stesso, solo ha perso i lacci e laccioli che erano stati imposti nel 1947, cioè in piena guerra fredda, per evitare che il governo potesse funzionare senza mettersi d’accordo con la minoranza. Il consociativismo, i compromessi, la partitocrazia, i mali riconosciuti da tutti del sistema politico italiano nascono da qui. E in effetti questa riforma non è molto diversa da quella che era stata scritta molte volte da esperti, commissioni, organi parlamentari. Come tutte le cose al mondo non è e non può essere perfetta. Ma è un progresso e grande. Per questo sul piano del contenuto il referendum merita il Sì.
Il secondo piano è quello delle conseguenze politiche. E’ abbastanza semplice ragionarci sopra. Se vince il sì, le cose continuano ad andare come sono andate finora. Nonostante tutte le polemiche che sono state sollevate, io penso che il governo Renzi sia il migliore da molto tempo. Ha fatto dei progressi notevoli in tema di diritti civili, organizzazione dello stato, gestione dell’economia, dialettica con l’Unione Europea. Su certe cose che ha fatto non sono affatto d’accordo, per esempio sull’”accoglienza” indiscriminata all’immigrazione irregolare. Ci sono stati un paio di brutti incidenti, molto significativi soprattutto per noi che ci occupiamo di Israele, come l’astensione all’Unesco e le lettere mandate agli italiani di Gerusalemme come se la città stesse in un’inesistente stato di Palestina. Ma queste sono state trappole costruite da pezzi di amministrazione che vorrebbero perseguire la tradizionale politica filoaraba dello stato italiano. E Renzi direttamente nel primo caso, il comitato per il Sì nel secondo sono intervenuti e hanno chiesto scusa – il che non è poco. In molte altre circostanze – visite di ministri, accordi internazionali, di recente l’appoggio contro gli incendi – questo governo ha mostrato una sincera volontà di amicizia con lo stato di Israele.
L’assalto al referendum non viene fatto per difendere la Costituzione, come recitano gli slogan, ma per azzoppare Renzi. E condotto da un’accozzaglia (il termine è stato criticato ma giusto, dato che significa “insieme disordinato di persone o cose, per lo più disparati tra loro” http://www.garzantilinguistica.it/ricerca/?q=accozzaglia), in cui si uniscono le posizioni più disparate: c’è l’Anpi e gli islamisti dell’Ucoi (questo non meraviglia, dato quel che fa l’Anpi il 25 aprile), c’è Vendola e Salvini, Berlusconi e De Magistris, D’Alema e Brunetta, Casa Pound e la CGIL, c’è naturalmente Grillo con i suoi, Zagrebelski e i no tav, il Manifesto, il Fatto e il Giornale.. Insomma tutta l’opposizione al governo e tutti quelli che sperano di ottenere vantaggi dalla sua caduta. E’ legittimo naturalmente.
Ma intanto lasciatemi notare che con un paio di eccezioni che certo non sono al centro dello schieramento (la Lega e Forza Italia, più qualche isolato), tutto il resto è fortemente antisraeliano, se non proprio antisemita. Nella compagnia c’è Piccardo, il capo della Fratellanza Musulmana in Italia e anche un certo Paolo Barnard, che è il più accanito predicatore antisionista sulla rete. E tutti gli altri. E’ un dato da considerare. Ma lasciamolo da parte e andiamo al sodo. Il problema è che succede si vince il no. O se vogliamo essere ancor più concreti, chi vince davvero. Mi sembra ovvio che in una coalizione, soprattutto se disorganica e senza patti, conti il più grosso. Bene, i sondaggi delle ultime settimane danno il PD fra il 33,5 e il 30% – ma il Pd per l’appunto sarebbe lo sconfitto , nella nostra ipotesi, battuto anche grazie al tradimento delle minoranze. Subito dopo viene il 5 stelle , fra il 27,6 e il 31,3. Gli altri soggetti sono terribilmente indietro: La lega è fra l’11 e il 13, Forza Italia fra il 10 e il 14, Fratelli d’Italia, Sel e Ndc stanno fra il 3 e il 5, tutti gli altri valgono come i prefissi telefonici, zero e qualcosa; insomma i 5 stelle valgono da soli ben più di tutto il resto dell’opposizione riunito (la fonte è questa: http://www.termometropolitico.it/sondaggi-politici-elettorali, ma più o meno tutti i sondaggi dicono lo stesso). Dunque è evidente, se il primo, il Pd, perde e litiga e magari si spacca, chi è il vincitore se prevale il No? Beppe Grillo e i suoi.
La spinta del referendum li porterà magari al sorpasso, è chiaro che Renzi sarà logorato e o subito o nel giro di qualche mese portato alle dimissioni. Si profila uno scontro elettorale all’inizio del ‘17, in cui vince il movimento 5 Stelle. Con le regole attuali avrà probabilmente la maggioranza in Parlamento. Se ci si mette d’accordo per cambiare la legge elettorale (ma non è affatto detto che ci si riesca), avrebbe comunque più di un terzo dei voti. E le maggioranze allora sono o un blocco da Bersani a Salvini, che mi sembra francamente improbabile; o una maggioranza fra estrema sinistra (Sel, Bersani, d’Alema) e i discepoli di Grillo. In ogni caso è molto probabile che chi vota no, consegni le chiavi del governo al Movimento 5 stelle. E questa, a mio modo di vedere è una catastrofe storica, paragonabile al calcolo dei comunisti che nel ‘22 in Italia e nel ‘33 in Germania, decidendo di non unirsi alla sinistra moderata (che chiamavano “socialfascisti”) consegnarono l’Europa ai fascisti veri, con tutto quel che ne seguì.
Sto esagerando? In tutta onestà, non credo. Il Movimento 5 stelle è la cosa più pericolosa che sia arrivata in Italia dal 1919, quando un giornalista al soldo dei francesi fondò i “fasci di combattimento”, facendo finta di essere modernissimo, al di là della destra e della sinistra, non corrotto come gli altri. Da un lato i 5 stelle sono l’equivalente di quel movimento di Tsipras che ha devastato la Grecia (anche se tutti danno la colpa all’Unione Europea, la responsabilità è loro), di Podemos in Spagna e soprattutto della catastrofe politica, umana ed economica del movimento di Chavez e Maduro in Venezuela. Che questi “movimenti popolari” abbiano la simpatia di un politico peronista come Bergoglio, rende più grave il mio allarme. Dall’altro l’organizzazione interna del movimento di Grillo è del tutto anomala anche rispetto ai totalitarismi. Se Stalin faceva almeno finta di fare i congressi e Mussolini fu rovesciato il 25 luglio da un organismo che si chiamava Gran Consiglio del fascismo, fra i 5 stelle non c’è neanche questa caricatura di democrazia. Il loro sistema di potere è quello di una società commerciale, con dei proprietari, non di un movimento politico. Infine il personale politico che ha raccolto è pessimo, impreparato, incapace di gestire le complessità della vita contemporanea, timoroso del nuovo, anche se finge di essere tecnologico. Una serie di cose che sono emerse in questi ultimi mesi mostrano anche che onestà e disinteresse assoluto proclamati sono quanto meno dubbi, nella realtà. Fra le altre cose, la loro ideologia è terzomondista e appassionatamente antisraeliana. Dunque un loro governo sarebbe la catastrofe. La distruzione economica del paese, la fine della libertà politica, l’instaurazione di un sistema di governo opaco e antidemocratico.
Basti pensare a come il giovane Casaleggio ha letteralmente ereditato dal padre dopo la sua morte il comando sul movimento, senza che nessuno abbia neanche finto di discutere l’eredità. Bisogna impedire questa catastrofe. Anche se la riforma fosse pessima, bisognerebbe votare sì. Ma pessima non è, è piuttosto buona, e quindi le persone che esaminino bene la scelta non possono non votare sì. Chi si illude che la vittoria del no significherebbe il ritorno di Berlusconi, il decollo di Salvini, la riaffermazione della prospettiva operaista, qualunque utopia di questo tipo, nutre illusioni masochiste e pericolose. C’è una sola strada per tenere aperta la partita della democrazia italiana ed è votare Sì. (pubblicato su Informazione Corretta)

Direi che questa è una delle migliori analisi uscite sull’argomento, e quindi la faccio mia.

ugo-volli
(P.S.: questa foto mi piace un sacco anche perché la kippà all’uncinetto che si intravede, è una che gli ho fatto io per un suo compleanno)

barbara

INTENZIONI DI VOTO

Ho deciso che è arrivato il momento di dire anch’io la mia. E siccome sono pigra, vi schiaffo giù la sua che mi va benissimo.

Allora facciamo il punto:
è vero, con la riforma costituzionale non si risparmierà una cippa. Votate no e cosa risolvete? Niente è vero, la gente è incazzata. C’entra qualcosa con il referendum? no.
è vero, c’è il problema dell’immigrazione. C’entra qualcosa con il referendum? no. Votate no e lo risolvete? No
è vero, c’è il problema della crisi economica, del lavoro e della disoccupazione. C’entra qualcosa con il referendum? no. Votate no e cosa risolvete? Niente
Pensate che il problema non sia questo? ovvio, ma non c’è il referendum su come magicamente far diventare questo paese il Giardino dell’Eden. Difficile che qualcuno possa farlo, anche vincesse mille referendum
è vero, votate sì e cosa risolvete dei problemi del paese? molto poco o meglio, qualcosa in prospettiva molto lunga, in teoria, in potenza, sulla fiducia e sulla considerazione di quanto adesso le cose non funzionino e su cosa si potrebbe cambiare per far funzionare qualcosina in più. Se votate no, per risolvere gli stessi problemi vi affiderete alla stessa prospettiva, in teoria, sulla fiducia dei prossimi vincitori. è vero: non vi piacciono le politiche di questo governo? non vi piace Renzi in persona? vi sta sul culo la Boschi di suo? votate no e fate cadere il governo.
E dopo? ci avete pensato un momento? muoia Sansone e tutti i Filistei? Avete dato un’occhiatina a chi fa campagna per il no? a chi uscirà vincente da questa vostra vittoria? vi pare che ci sia qualcuno in grado di risolvere tutti i problemi che accusate Renzi di non riuscire a risolvere? E non parlo nemmeno di programmi o capacità ma proprio di semplice forza numerica.
Votanti di sinistra, volete davvero un PD spezzato con un segretario accoltellato alle spalle e le fazioni interne in lotta fra i cadaveri? Votanti di destra… vabeh inutile nemmeno parlare, per carità di patria. Chi uscirà vincente da questa sfida al “fanno tutti schifo! buttiamoli fuori!”? ecco, bravi, pensateci.
Non è niente di epocale, questo referendum. Non è la prima riforma costituzionale che viene affossata nella culla, e nemmeno la prima che si prova e poi si decide di cambiare.
Il “mandiamoli tutti a casa” dà lo sfogo momentaneo ma cosa cambia? niente.
Ma, per favore, non state salvando la patria, non siete in pericolo, non offrite il petto alle baionette delle forze oscure. Non siete eroici salvatori della patria, tanto quanto non lo sono quelli che votano sì. La differenza è che chi vota sì pensa: “massì, dai, proviamoci”, uno sguardo possibilista, magari illuso, magari semplicemente meno pessimista. E un simile modo di vedere le cose, magari, quello sì, fa bene.

Per questi motivi e per alcuni altri che non sto a dire perché sono le sei di mattina passate e devo ancora andare a letto, andrò a votare e voterò sì.

barbara

SAI COSA MI SEMBRANO?

Quelli che al risultato del referendum inglese stanno reagendo in maniera isterica.
Quelli che profetizzano (augurano?) sfracelli economici e sociali.
Quelli che fanno del sarcasmo su immaturità/ignoranza/vecchiaia/dabbenaggine/allocchitudine dei votanti.
Quelli che lanciano insulti come pallottole – sperando che il nemico venga colpito al cuore.
Quelli che si sono fatti cogliere da furibondi attacchi di ulcera e ci stanno sputando addosso tutto l’acido in eccesso.
Quelli. Sai cosa mi sembrano? Mi sembrano quei bambini ancora nella fase del pensiero magico con cui gli adulti accettano di giocare a carte ma poi non li lasciano vincere e allora buttano via rabbiosamente le carte e gridano isterici “con te non gioco più”. Identici.

Aggiungo che un parlamento europeo che dedica una standing ovation all’organizzatore e finanziatore della strage alle Olimpiadi di Monaco, dittatore corrotto, diffusore di odio e mandante di terrorismo, merita di essere fatto affogare in un letamaio. Già solo per questo.

Poi c’è tutto il resto, per il quale dubito che basterebbero tutti i letamai del pianeta. E visto che sei arrivato fin qui vai a leggere anche questo. E se non hai tempo o voglia di leggerlo tutto, ti metto io qui il passo a mio avviso più importante:

E però dicono di restare attaccati all’ideale europeo che è buono, e magari, come Saviano, si rifanno all’ideale di Spinelli e del suo manifesto di Ventotene. Be’, vi invito a leggerlo (lo trovate qui http://novara.anpi.it/attivita/2015/manifesto%20di%20ventotene.pdf ). se non avete pazienza, vi suggerisco di leggere solo l’ultima parte. Vi troverete frasi come questa: “[Il partito rivoluzionario europeo] attinge la visione e la sicurezza di quel che va fatto, non da una preventiva consacrazione da parte della ancora inesistente volontà popolare, ma nella sua coscienza di rappresentare le esigenze profonde della società moderna. Dà in tal modo le prime direttive del nuovo ordine, la prima disciplina sociale alle nuove masse. Attraverso questa dittatura del partito rivoluzionario si forma il nuovo stato e attorno ad esso la nuova democrazia.” Insomma, l’europeismo nasce stalinista e totalitario, con la pretesa di “dirigere le masse”, che è rimasta agli euro-burocrati di oggi, privi di rappresentanza democratica e totalmente autoreferenziali. Nasce esplicitamente contro i popoli e le culture nazionali, giudicate reazionarie e fascisteggianti. L’unione europea si fonda su un’ideologia di disprezzo per i concreti cittadini europei e le loro culture, su un ennesimo utopismo della rifondazione per via politica dell’uomo nuovo, che nel caso europeo recente porta a un tacito ma effettivo tentativo di rimescolamento demografico per depotenziare le culture tradizionali.

Già: chissà se tutti i soloni che nominano Spinelli a ogni piè sospinto, hanno mai avuto l’idea di leggerlo.

barbara

PENSIERINO REFERENDARIO

Mettetevi per cinque minuti nei panni, o meglio nella corteccia, di un albero tagliato per produrre la carta delle schede elettorali su cui un esercito di ambientalisti apporrà una crocetta per esprimere il proprio incondizionato amore per la natura. Riuscite forse a immaginare un destino più cinico e baro di questo?!

Trovato in rete e piaciutomi un sacchissimo.
albero
barbara

OGGI SI PARLA DI TRIVELLE

UNA DOMANDA AI NO-TRIV

NO ALLE CENTRALI ATOMICHE, NO A QUELLE A CARBONE, NO AL GAS DI PUTIN, NO ALLO SHALE OIL, NO ALLE PALE EOLICHE, NO AGLI INCENERITORI, NO ALLE PETROLIERE, ORA NO ANCHE AL GAS ESTRATTO DAL NOSTRO MARE; MA ALLORA NO ANCHE ALLE NOSTRE CASE RISCALDATE D’INVERNO E AD AUTO, TRENI, AEREI E PRODUZIONE INDUSTRIALE? 

Editoriale telegrafico per la Nwsl n. 384, 21 marzo 2016 – In argomento v. anche il mio editoriale telegrafico del 6 agosto 2014, La somma dei “no”

No alle centrali a carbone, perché sono troppo inquinanti; no alle centrali atomiche perché c’è il rischio di fughe radioattive; no alla produzione di energia eolica, perché torri e pale deturpano il paesaggio; no a petrolieri e petroliere, perché i primi sono tutti farabutti e le seconde ogni tanto fanno naufragio devastando mare e coste; no allo shale oil (petrolio estratto da scisti), perché si rovinano le rocce sotterranee; no agli inceneritori dei rifiuti, perché solo in Germania sono capaci di farli funzionare senza inquinamento e qui siamo in Italia; no al metanodotto, perché serve per acquistare gas da Putin, inoltre può avere delle perdite e comunque rovina la spiaggia dove riemerge dal mare (copyright del presidente della Puglia Emiliano); no a bruciare la legna, perché comporta di abbattere alberi; e ora anche no all’estrazione del gas dal fondo del mare – anche se molto oltre l’orizzonte visibile da terra; anche se tutti gli altri Paesi maggiori si avvalgono di questa risorsa a tutte le latitudini e longitudini; anche se questo consentirebbe di avere in giro meno petroliere, meno centrali a carbone, meno pale eoliche, e di acquistare meno gas da Putin e meno energia dalle centrali atomiche francesi – perché le trivelle rovinano il fondo del mare e non siamo sicuri che non inquinino anch’esse. Tutto questo è molto coerente con l’”economia del chilometro zero”, nella quale non occorre far funzionare fabbriche che consumano molta energia, con persone che arrivano in auto o in treno, per produrre cose che poi vanno spedite in varie parti del mondo, magari in aereo, e che a loro volta consumano energia. Sì, dunque, alla cosiddetta “economia curtense”, quella artigiana e agricola che si sviluppa per intero intorno alla corte del castello. È chiaro a tutti che questi rifiuti, se li praticassimo davvero in modo rigoroso e coerente, comporterebbero un ritorno al medioevo?
http://www.pietroichino.it/?p=39474

Letto? Allora adesso vai a leggere anche qui e qui. Che se poi dovesse sciaguratamente vincere il sì, conoscendo i nostri polli ho idea che andrebbe a finire come col famigerato referendum sul nucleare del 1987, che tutto chiedeva tranne che di chiudere gli impianti esistenti, e invece proprio questo è stato fatto, col geniale risultato che da quel momento in poi abbiamo dovuto comprare l’energia nucleare prodotta dieci metri al di là del confine, che tanto se dovesse capitare un altro incidente come quello di Chernobyl – sull’onda emotiva del quale era stato indetto il referendum, inducendo la maggioranza degli italiani a votare di pancia – la radioattività lo sa che lì c’è la frontiera, e quando mai si permetterebbe di passarla senza autorizzazione. Perché noi siamo un sacco ganzi, siamo.

barbara

AGGIORNAMENTO 1:
triv-croazia

(rubato al solito toscanaccio)

AGGIORNAMENTO 2: a proposito di energie rinnovabili.