SCUSI

Una decina d’anni, forse meno. Capelli lunghi entrambe, l’unica cosa che ho specificamente notato. Io stavo facendo la mia solita camminata lenta sulla battigia dopo il bagno, un po’ per asciugarmi prima di rivestirmi, un po’ perché è bellissimo; loro camminavano un po’ più veloci e mi hanno superata. Ad un certo punto le vedo ferme, guardano verso il mare e parlottano. Quando le raggiungo “Scusi” dice una, in tono quasi perentorio. Mi fermo. “Quella è una boa o un bambino?” Guardo anch’io verso il mare, di luce non ce n’è più molta. “Ce ne sono tante”, dico, “tu quale intendi?” “Quella nera”. Già, c’è una cosa tonda nera, molto più piccola delle normali boe arancione, effettivamente compatibile, per grandezza e colore, con la possibilità che sia la testa di un bambino. Sono sicura al 99,9 periodico per cento che è una boa, ma quel centomiliardesimo di possibilità che non lo sia sarebbe più che sufficiente a togliermi il sonno, se non andassi a verificare. Loro non possono farlo perché sono vestite, e quindi vado io (oltretutto io mi sono dovuta immergere fino alle natiche: a loro l’acqua sarebbe arrivata alle spalle o quasi). Naturalmente è una boa, e la sollevo bene con tutta la sua corda per fargliela vedere. Sono visibilmente sollevate, e quando sono vicina alla riva, prima di riavviarsi, mi ringraziano, come se avessi fatto un favore a loro.
Due bambinette delle elementari che si guardano intorno, che si preoccupano di quello che vedono, che intuiscono la possibilità di un’emergenza, che se ne fanno carico, se ne prendono la responsabilità, che bloccano il primo adulto che capita loro a tiro perché si possa, se davvero ci fosse un’emergenza, intervenire. Sono tornata a casa bagnata fradicia ma felice: anche oggi la vita mi ha fatto il suo piccolo grande regalo. Il ringraziamento lo affido alla voce di un uomo che l’ha cantata quando aveva ancora davanti venticinque giorni di vita – e lo sapeva. E grazie anche al grandissimo Andrea.

barbara

 

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IO, RIFUGIATO PALESTINESE

Discorso pronunciato da George Deek, vice ambasciatore di Israele a Oslo, il 27 settembre 2014

George Deek è un arabo israeliano, cristiano ortodosso

[è piuttosto lungo, ma avrete alcuni giorni per leggervelo con calma, stamparlo, appenderlo e impararlo a memoria. È una delle cose più commoventi che ho letto da molto tempo a questa parte]

Quando passeggio per le vie della mia città natale, Jaffa, mi ricordo dell’anno 1948.
I viali della città vecchia, le case del quartiere Ajami, le reti da pesca al porto – tutto sembra raccontare storie diverse sull’anno che ha cambiato per sempre la mia città.
Una di queste storie riguarda una delle più antiche famiglie di questa antica città – la famiglia Deek – la mia. Prima del 1948 mio nonno George, di cui mi è stato dato il nome, lavorava come elettricista alla compagnia elettrica Rotenberg. Non si interessava molto alla politica. E dato che Jaffa era una città mista, aveva naturalmente degli amici ebrei.
Infatti i suoi amici alla compagnia elettrica gli insegnarono persino lo yiddish, facendo di lui uno dei primi arabi a parlare questa lingua.
Nel 1947 si fidanzò con Vera – mia nonna – e avevano programmato di fondare una famiglia nella stessa città, Jaffa, in cui la famiglia Deek era vissuta per circa 400 anni. Ma pochi mesi dopo i loro programmi cambiarono, letteralmente, da un giorno all’altro.
Quando l’ONU approvò la fondazione di Israele, e pochi mesi più tardi fu proclamato lo stato di Israele, i leader arabi avvertirono gli arabi che gli ebrei stavano programmando di ucciderli se fossero rimasti nelle loro case, e usarono come esempio il massacro di Deir Yassin. Dissero a tutti: «Lasciate le vostre case e scappate via». Dissero che servivano solo pochi giorni, nei quali con cinque eserciti promettevano di distruggere la neonata Israele. La mia famiglia, inorridita da ciò che poteva accadere, decise di fuggire, con molti altri. Fecero venire un prete di corsa alla casa della famiglia Deek, che in fretta e furia sposò i miei nonni, George e Vera, nella casa. Mia nonna non ebbe neppure modo di vestirsi in modo appropriato. Dopo l’improvviso matrimonio, tutta la famiglia fuggì a nord, verso il Libano.
Ma quando la guerra giunse al termine, gli arabi non erano riusciti a distruggere Israele. La mia famiglia era dall’altra parte del confine, e sembrò che il destino della famiglia Deek fosse di essere dispersa per il mondo. Oggi ho parenti in Giordania, Siria, Libano, Dubai, Gran Bretagna, Canada, Stati Uniti, Australia e altro ancora. La storia della mia famiglia è solo una – e probabilmente non la peggiore – delle tante storie tragiche dell’anno 1948. E, in tutta franchezza, non c’è bisogno di essere antiisraeliani per riconoscere il disastro umanitario dei palestinesi nel 1948, denominato la nakba. Il fatto che io debba comunicare con skype con dei parenti in Canada che non parlano arabo, o che abbia un cugino in un Paese arabo che non ne ha ancora la cittadinanza nonostante sia di terza generazione – è una testimonianza vivente delle tragiche conseguenze della guerra.
Secondo l’ONU, 711.000 palestinesi sono diventati profughi, questo lo sappiamo già – alcuni fuggiti, altri espulsi con la forza. Contemporaneamente, a causa della nascita di Israele, 800.000 ebrei furono costretti a lasciare il mondo arabo, lasciandolo per lo più privo di ebrei. E, come già avevamo saputo, non furono rare le atrocità da entrambe le parti.
Ma questo conflitto non sembra essere stato l’unico ad avere provocato espulsioni e trasferimenti durante il XIX e il XX secolo.
Fra il 1821 e il 1922 5 milioni di musulmani furono espulsi dall’Europa, per lo più verso la Turchia. Negli anni ‘90 la Yugoslavia esplose, facendo circa 100.000 morti e circa 3 milioni di profughi. Dal 1919 al 1949, durante l’operazione Visla fra la Polonia e l’Ucraina, 150.000 persone morirono e un milione e mezzo divennero profughi. Dopo la seconda guerra mondiale e la convenzione di Potsdam, si spostarono fra i 12 e i 17 milioni di tedeschi. Quando l’India e il Pakistan si separarono, furono trasferiti circa 15 milioni di persone.
Questa tendenza esiste anche in Medio Oriente: per esempio 1,1 milioni di curdi spostati dagli ottomani, 2,2 milioni di cristiani espulsi dall’Iraq, e parlando di oggi, yazidi, bahai, curdi, cristiani e anche musulmani vengono assassinati ed espulsi in seguito all’ascesa dell’islam radicale a un tasso di un migliaio al mese. La possibilità che qualcuno di questi gruppi possa fare ritorno alle proprie case è praticamente nulla.
E allora perché le tragedie dei serbi, dei musulmani europei, dei rifugiati polacchi o dei cristiani iracheni non vengono commemorate? Com’è che la cacciata degli ebrei dal mondo arabo è stata completamente dimenticata mentre la tragedia dei palestinesi, la nakba, è ancora viva nella politica attuale? A me sembra che ciò avvenga perché la nakba è stata trasformata da disastro umanitario in una offensiva politica.
La commemorazione della nakba non riguarda più il ricordo di ciò che è accaduto, bensì il risentimento per la pura e semplice esistenza di Israele. E la prova più evidente è la data scelta per commemorarla: la nakba non è il 9 aprile, giorno del massacro di Deir Yassin, o il 13 luglio, giorno dell’espulsione da Lod. Il giorno della nakba è stato stabilito il 15 maggio, il giorno successivo alla proclamazione dell’indipendenza di Israele. Con questo la dirigenza palestinese dichiara che il disastro non è l’espulsione, i villaggi abbandonati o l’esilio – la nakba, ai loro occhi, è la creazione di Israele. La rinascita dello stato ebraico li rattrista più della catastrofe umanitaria abbattutasi sui palestinesi. In altre parole, non compiangono il fatto che i miei cugini sono giordani, compiangono il fatto che io sono israeliano.
In tal modo i palestinesi sono divenuti schiavi del loro passato, legati con le catene del risentimento, prigionieri in un mondo di frustrazione e di odio.
Ma, amici, la pura e semplice verità è che per non ridursi a vivere di dolore e amarezza, dobbiamo guardare avanti. Per essere ancora più chiari: per riparare il passato bisogna prima assicurare il futuro.
Questo l’ho imparato dal mio maestro di musica, Avraham Nov. Quando avevo sette anni sono entrato nella banda della comunità arabo-cristiana di Jaffa. È lì che ho incontrato Avraham, il mio maestro di musica, che mi ha insegnato a suonare il flauto e poi il clarinetto. Ero bravo. Avraham è un sopravvissuto all’olocausto, e tutta la sua famiglia è stata assassinata dai nazisti. È stato l’unico che è riuscito a sopravvivere, perché un certo ufficiale nazista lo ha trovato dotato nel suonare l’armonica, e così durante la guerra lo ha preso in casa per intrattenere i suoi ospiti.
Finita la guerra, e rimasto solo, avrebbe potuto sedersi a piangere e lamentarsi per il più grande crimine dell’uomo contro l’uomo nella storia e per il fatto di essere rimasto solo. Ma non lo ha fatto: ha guardato avanti, non indietro. Ha scelto la vita, non la morte; la speranza, piuttosto che la disperazione. Avraham è venuto in Israele, si è sposato, ha costruito una famiglia, e ha cominciato a insegnare la stessa cosa che gli aveva salvato la vita – la musica. E quando ha visto salire la tensione fra arabi ed ebrei, questo sopravvissuto all’olocausto ha deciso di insegnare la speranza attraverso la musica a centinaia di bambini arabi come me.
I sopravvissuti all’olocausto come Avraham sono fra le persone più straordinarie che possiate trovare. Sono sempre stato curioso di capire come potessero continuare a vivere sapendo ciò che sapevano, avendo visto ciò che avevano visto. Ma per tutti i 15 anni in cui sono stato studente di Avraham, non ha mai parlato del suo passato, tranne una volta – quando io ho chiesto di sapere. Mi sono reso conto che Avraham non era il solo, e che molti sopravvissuti all’olocausto non parlavano di quegli anni, neppure alle loro famiglie, a volte per decenni, o addirittura per sempre.
Solo quando avevano assicurato il futuro si concedevano di voltarsi indietro a guardare il passato. Solo dopo aver costruito un tempo di speranza permettevano a se stessi di ricordare i giorni della disperazione. Hanno costruito il futuro nella loro vecchia-nuova patria, lo stato di Israele. E sotto il peso della loro più grande tragedia, gli ebrei sono riusciti a costruire uno stato leader nel mondo in medicina, agricoltura, tecnologia. Perché? Perché hanno guardato avanti.
Amici, questa è una lezione che ogni nazione desiderosa di superare una tragedia dovrebbe imparare, compresi i palestinesi. Se i palestinesi vogliono riscattare il passato, devono innanzitutto concentrarsi ad assicurare un futuro, a costruire un mondo come dovrebbe essere, come i nostri figli meritano che sia.
E il primo passo in questa direzione, non c’è ombra di dubbio, è di porre fine al vergognoso trattamento dei rifugiati palestinesi. Nel mondo arabo i rifugiati palestinesi, compresi i loro figli, nipoti e anche pronipoti hanno ancora sistemazioni provvisorie, sono pesantemente discriminati e sono quasi sempre negati loro la cittadinanza e i più elementari diritti umani. Perché i miei parenti in Canada sono cittadini canadesi, mentre i miei parenti in Siria, Libano o nei Paesi del Golfo – che sono nati lì e non conoscono nessun’altra patria – sono ancora considerati rifugiati? Il trattamento dei palestinesi nei Paesi arabi è indubbiamente la più grande oppressione subita in qualunque parte del mondo. E i complici in questo crimine sono la comunità internazionale e le Nazioni Unite. Invece di svolgere il proprio compito e aiutare i rifugiati a rifarsi una vita, la comunità internazionale sta nutrendo la narrativa del vittimismo. Mentre per tutti i rifugiati del mondo c’è un’unica agenzia ONU, l’UNHCR, un’altra agenzia è stata istituita per occuparsi unicamente di quelli palestinesi, l’UNRWA.
Non è una coincidenza: mentre lo scopo dell’UNHCR è di aiutare i rifugiati a trovare una nuova sistemazione, costruirsi un futuro e porre fine alla loro condizione di rifugiati, lo scopo dell’UNRWA è l’opposto: perpetuare la loro condizione di rifugiati e impedire loro di iniziare una nuova vita. La comunità internazionale non può seriamente immaginare che il problema dei rifugiati si risolva, mentre collabora con il mondo arabo nel trattare i rifugiati come pedine politiche, negando loro i diritti basilari .
Dove ai rifugiati palestinesi sono stati garantiti pari diritti, là essi hanno prosperato e contribuito alla loro società: in Sud America, negli Stati Uniti e anche in Israele. Infatti Israele è stato uno dei pochi Paesi che hanno automaticamente dato piena cittadinanza e uguaglianza a tutti i palestinesi in esso residenti dopo il ’48. E ne vediamo i risultati: nonostante tutte le sfide, i cittadini arabi di Israele costruiscono un futuro. Gli arabi israeliani sono gli arabi più istruiti del mondo, con i migliori standard di vita e opportunità nella regione. Degli arabi prestano servizio come giudici alla Corte Suprema. Alcuni dei migliori medici in Israele sono arabi, e lavorano in quasi tutti gli ospedali del Paese. 13 arabi sono membri del parlamento e godono del diritto di criticare il governo – un diritto che essi sfruttano al massimo – protetti dalla libertà di parola. Degli arabi vincono in popolari reality show. E potete trovare persino diplomatici arabi – uno di loro si trova di fronte a voi in questo momento.
Oggi, quando cammino per le vie di Jaffa, vedo i vecchi edifici e il vecchio porto, ma vedo anche bambini che vanno a scuola e all’università, vedo fiorenti aziende, e vedo una cultura viva. In breve, anche se, come minoranza, abbiamo ancora molta strada da fare, noi abbiamo un futuro in Israele.
Questo mi porta al prossimo punto: è arrivato il momento di finirla con la cultura dell’odio e dell’incitamento, perché l’antisemitismo, io credo, è una minaccia per i musulmani e i cristiani tanto quanto per gli ebrei.
Sono arrivato in Norvegia poco più di due anni fa, e per la prima volta ho avuto a che fare con gli ebrei come comunità di minoranza. Io sono abituato… ero abituato a vederli come maggioranza. E devo dire che ciò mi appare molto familiare. Io sono cresciuto in un ambiente simile, nella comunità arabo-cristiana di Jaffa. Facevo parte dei cristiani ortodossi, che fanno parte della comunità cristiana, che fa parte della minoranza araba, nello stato ebraico di Israele, nel Medio Oriente musulmano.
È come quelle bambole russe, ne apri una grande e dentro ce n’è una più piccola. Io sono il pezzo più piccolo. Un ebreo in Norvegia o un arabo in Israele, essere una minoranza significa che fai sempre parte di una piccola comunità in cui ognuno si preoccupa per ogni altro e lo aiuta. È una bella cosa sapere che hai sempre una comunità che si prenderà cura di te per qualunque cosa. Per tutta la mia vita, far parte di una comunità di minoranza è sempre stata una benedizione. Ma, amici, la vita di una minoranza è anche una vita di lotta costante per un trattamento equo.
A volte venite discriminati, e potete anche essere vittime di crimini motivati dall’odio. Anche in una democrazia come Israele, essere una minoranza araba non è sempre facile. Poco più di un anno fa una banda di bulli sono entrati nel cimitero arabo cristiano di Jaffa e hanno dissacrato le tombe con scritte “morte agli arabi”, e una delle tombe di quel cimitero era di mio padre.
Essere minoranza, amici miei, è una sfida ovunque, perché essere minoranza significa essere diversi. La storia del popolo ebraico ha aggiunto molte parole al vocabolario umano: parole come espulsione, conversione forzata, inquisizione, ghetto, pogrom, per non parlare della parola olocausto. Il rabbino Lord Jonathan Sacks ha spiegato accuratamente che gli ebrei hanno sofferto in tutti i tempi perché erano diversi; perché erano la più consistente minoranza non cristiana in Europa, e oggi sono la più consistente minoranza non musulmana in Medio Oriente. Ma, concretamente, non siamo tutti diversi? Diversi in ciò che ci rende umani! Ogni persona, ogni cultura, ogni religione è unica, e perciò insostituibile. E in un’Europa, o in un Medio Oriente, in cui non c’è spazio per gli ebrei, non c’è spazio per l’umanità.
Non dimentichiamo, amici: l’antisemitismo può cominciare con gli ebrei, ma non finisce mai con gli ebrei.
Gli ebrei non sono stati gli unici ad essere convertiti a forza sotto l’inquisizione; sotto Hitler anche zingari e omosessuali, tra gli altri, soffrirono insieme agli ebrei; e ora sta succedendo di nuovo in Medio Oriente.
Il mondo arabo sembra avere dimenticato che i suoi giorni migliori negli ultimi 1400 anni si sono avuti quando ha mostrato tolleranza e apertura verso chi era diverso. Il genio matematico Ibn Musa el-Khawazmi era uzbeko, il grande filosofo Rumi era persiano, il glorioso conduttore Salah a-din era curdo, il fondatore del nazionalismo arabo era Michel Aflaq, un cristiano, e colui che ha portato la riscoperta islamica di Platone e Aristotele al resto del mondo è stato Maimonide, un ebreo.
Ma invece di tornare alla proficua tolleranza, si sta insegnando alla gioventù araba a odiare gli ebrei usando la retorica antisemita dell’Europa medievale mescolata con il radicalismo islamico. E ancora una volta, ciò che era cominciato come ostilità contro gli ebrei è diventato ostilità contro chiunque sia diverso. Proprio la settimana scorsa più di 60.000 curdi sono fuggiti dalla Siria verso la Turchia, temendo di essere massacrati. Lo stesso giorno 15 palestinesi di Gaza sono annegati mentre tentavano di sfuggire agli artigli di Hamas; bahai e yazidi sono a rischio. E, soprattutto, la pulizia etnica dei cristiani nel Medio Oriente è il maggior crimine contro l’umanità del XXI secolo. In appena due decenni i cristiani come me si sono ridotti dal 20% della popolazione del Medio Oriente al misero 4% di oggi. E quando vediamo che le principali vittime della violenza islamica sono i musulmani, diventa chiaro a tutti che alla fine l’odio distrugge l’odiatore.
E dunque, amici, se vogliamo riuscire a difendere il nostro diritto di essere diversi, se vogliamo avere un futuro in quella regione, io credo che dovremmo essere uniti, ebrei, musulmani e cristiani. Combatteremo per il diritto dei cristiani di vivere ovunque la loro fede senza paura, con la stessa passione con cui combatteremo per il diritto degli ebrei di vivere senza paura. Combatteremo contro l’islamofobia, ma è necessario che i nostro compagni musulmani si uniscano alla lotta contro la cristianofobia e la giudeofobia. Perché ciò che è in gioco è l’umanità che condividiamo.
Lo so che può sembrare ingenuo, ma sono convinto che è possibile, e l’unica cosa che si frappone fra noi e un mondo più tollerante è la paura. Quando il mondo cambia, la gente comincia a preoccuparsi di ciò che riserva il futuro. Questa paura induce la gente ad arroccarsi in una passiva posizione di vittime, rifiutando la realtà e cercando qualcuno da additare come responsabile di tutto questo. Ed è vero oggi tanto quanto lo era nel 1948.
Il mondo arabo può superare questa mentalità, ma deve avere il coraggio di pensare e agire in modo diverso. Questo cambiamento richiede che gli arabi si rendano conto che non sono vittime impotenti, richiede che si aprano all’autocritica e si prendano le loro responsabilità. Finora, non c’è un solo libro di storia arabo che abbia messo in discussione l’errore storico del rifiuto della nascita dello stato ebraico. Non c’è stato un solo storico arabo di rilievo che abbia avuto il coraggio di dire che se gli arabi avessero accettato l’idea di uno stato ebraico, oggi ci sarebbero due stati, e non ci sarebbe stata alcuna guerra, e non ci sarebbe stato il problema dei profughi.
Vedo israeliani come Benny Morris, che è con noi oggi, che hanno il coraggio di sfidare le narrative dei loro dirigenti in Israele, assumendo rischi personali nella ricerca di una verità che non è sempre comoda per il loro popolo. Ma non riesco a trovare qualcosa di analogo tra gli arabi. Non vedo mettere in discussione la sensatezza della distruttiva leadership del mufti di Gerusalemme Haji Amin al-Husseini, o l’inutile guerra lanciata dagli arabi nel 1948, o ciascuna delle guerre contro Israele negli anni seguenti fino a oggi. E non vedo critiche nella corrente palestinese attuale a proposito del terrorismo, dello scatenamento della seconda intifada, o del rifiuto di almeno due offerte israeliane negli ultimi 15 anni per porre fine al conflitto. Riflettere su se stessi non è debolezza: è un segno di forza. Fa avanzare la nostra capacità di superare la paura e affrontare la realtà. È necessario che guardiamo con onestà le nostre decisioni, e che ce ne prendiamo la responsabilità.
Solo gli arabi possono cambiare la propria realtà. Smettendo di appoggiarsi a teorie cospirative e di incolpare poteri esterni – l’America, gli ebrei, l’Occidente o chiunque altro – per ogni problema; imparando dagli errori passati e prendendo decisioni ragionevoli nel futuro.
Proprio due giorni fa il presidente statunitense Obama, sul podio dell’ONU di fronte all’Assemblea Generale, ha detto: “Il compito di rifiutare settarismo ed estremismo è un compito generazionale – un compito per il popolo stesso del Medio Oriente. Nessun potere esterno può portare a una trasformazione dei cuori e delle menti”.
Recentemente ho letto un articolo molto interessante di Lord Sacks sulla rivalità tra fratelli nella bibbia. Ci sono quattro storie di fratelli rivali nella Genesi: Caino e Abele, Isacco e Ismaele, Giacobbe ed Esaù, e Giuseppe e i suoi fratelli. Ogni storia si è conclusa in modo diverso: nel caso di Caino e Abele, Abele è morto; nel caso di Isacco e Ismaele, si trovano insieme sulla tomba del padre; nel caso di Giacobbe ed Esaù, si incontrano, si abbracciano, e ognuno va per la propria strada. Ma il caso di Giuseppe finisce in modo diverso. Per chi conosce poco questa storia: Giuseppe era l’undicesimo dei dodici figli di Giacobbe e il primogenito di Rachele in terra di Canaan. Ad un certo punto, a causa della gelosia che nutrivano per lui, i suoi fratelli decisero di venderlo come schiavo. Ma dopo un po’ Giuseppe arrivò ad essere il secondo uomo più potente d’Egitto, accanto al faraone. Quando la carestia colpì Canaan, il padre e i fratelli di Giuseppe andarono in Egitto. E lì, invece di punirli per ciò che gli avevano fatto, Giuseppe decide di perdonare i suoi fratelli. Questo è stato il primo evento di perdono e riconciliazione registrato in letteratura. Giuseppe provvede i fratelli di tutto il loro fabbisogno ed essi prosperano, crescono in numero e diventano una grande nazione. Alla fine della storia Giuseppe dice ai suoi fratelli: “Voi volevate farmi del male, ma Dio lo ha trasformato in bene, per compiere ciò che si sta attuando ora, la salvezza di molte vite”. Con questo intende dire che dai nostri atti nel presente noi possiamo costruire il futuro e riscattare il passato.
Ebrei e palestinesi, possiamo non essere fratelli nella fede, ma siamo indubbiamente fratelli nel fato [molto migliore il gioco di parole in inglese, tra faith e fate, dalla pronuncia quasi identica, ndt]. E sono convinto che proprio come nella storia di Giuseppe, compiendo le scelte giuste, scegliendo di focalizzarci nel futuro, noi possiamo riscattare il nostro passato. I nemici di ieri possono diventare gli amici di domani. È accaduto fra Israele e Germania, Israele ed Egitto, Israele e Giordania.
È tempo di cominciare ad aprire un raggio di speranza nelle relazioni tra israeliani e palestinesi, così che possiamo porre fine al ripetersi di vecchie lamentele e concentrarci nel nostro futuro e sulle straordinarie possibilità che esso contiene per tutti noi, se solo sapremo osare.

Non ho ancora raccontato il resto della storia della mia famiglia nel 1948. Dopo un lungo viaggio verso il Libano, per lo più a piedi, i miei nonni George e Vera raggiunsero il Libano. Vi rimasero per molti mesi, durante i quali mia nonna diede alla luce il suo primo figlio, mio zio Sami. Quando la guerra fu finita, si resero conto che erano stati ingannati. Gli arabi non avevano vinto la guerra, come avevano promesso. E, contemporaneamente, gli ebrei non avevano ucciso tutti gli arabi, come era stato loro detto. Mio nonno si guardò intorno, e non vide altro che una perpetua vita da rifugiato. Guardò la sua giovane sposa Vera, non ancora diciottenne, e il figlio appena nato, e comprese che in un luogo congelato nel passato non c’era alcuna possibilità di guardare avanti, nessun futuro per la sua famiglia
Mentre i suoi fratelli e sorelle vedevano il proprio futuro in Libano e in altri Paesi arabi e occidentali, lui la pensava diversamente. Voleva tornare indietro a Jaffa, alla sua patria. Avendo in passato lavorato con degli ebrei ed essendo loro amico, non aveva subito il lavaggio del cervello dell’odio. Mio nonno George fece ciò che pochi altri avrebbero osato: tornò da coloro che la sua comunità vedeva come nemici. Fu sostenuto da uno dei suoi vecchi amici della compagnia elettrica e gli chiese aiuto per tornare indietro.
E questo amico, di cui ho sentito dai racconti di mio padre e il cui nome ignoro, non solo seppe e volle aiutare mio nonno a tornare ma, con uno straordinario gesto di generosità, lo aiutò anche a riottenere il suo vecchio lavoro in quella che è diventata la compagnia elettrica israeliana, facendo di lui uno dei pochissimi arabi che vi lavoravano.
Oggi, fra i miei fratelli e cugini, abbiamo contabili, insegnanti, assicuratori, ingegneri hi-tech, diplomatici, direttori di fabbrica, professori universitari, dottori, avvocati, consulenti, dirigenti delle maggiori compagnie israeliane, architetti e persino elettricisti.
La ragione per cui la mia famiglia ha avuto successo nella vita, la ragione per cui io sono qui come diplomatico israeliano e non come rifugiato palestinese in Libano, risiede nel fatto che mio nonno ebbe il coraggio di prendere una decisione che agli altri sembrava impensabile. Invece di lasciarsi andare alla disperazione, seppe trovare speranza là dove nessuno osava cercarla: scelse di vivere fra coloro che erano considerati i suoi nemici, e di farne degli amici. Per questo io e la mia famiglia dobbiamo a lui e a mia nonna eterna gratitudine.
La storia della famiglia Deek dovrebbe rappresentare una fonte di ispirazione per il popolo palestinese.
Noi non possiamo cambiare il passato, ma possiamo costruire un futuro per la prossima generazione, se vogliamo un giorno riparare il passato. Possiamo aiutare i rifugiati palestinesi ad avere una vita normale. Possiamo essere sinceri sul nostro passato e imparare dai nostri errori. E possiamo unirci – musulmani, ebrei, cristiani – per difendere il nostro diritto alla differenza e, con ciò, salvaguardare la nostra umanità.
Infatti non possiamo cambiare il passato, ma se faremo tutto questo, cambieremo il futuro.
Vi ringrazio. (qui, traduzione mia)

Se poi volete anche vederlo e sentirlo:

barbara

BREVE MESSAGGIO ALLA SIGNORA MARIA CECILIA GUERRA,

vice ministro del Lavoro e delle Politiche Sociali con delega alle Pari Opportunità.
guerra
I fatti: un ragazzo di 21 anni, studente di medicina, si è suicidato perché “L’Italia è un Paese democratico, libero, ma è anche una nazione dove ci sono persone omofobe”. Nel testo dell’articolo di Rinaldo Frignani, per inciso, viene anche detto che “un omosessuale su dieci ha pensato al suicidio” e che “il 30 per cento dei giovani che negli ultimi anni si è tolto la vita lo ha fatto perché gay, per la paura o l’esperienza vissuta in prima persona di essere rifiutati”. E io, sempre per inciso, mi chiedo quanti negri si siano suicidati o abbiano pensato al suicidio perché hanno scoperto che ci sono persone razziste da cui temono di essere rifiutati; quanti ebrei si siano suicidati o abbiano pensato al suicidio perché hanno scoperto che ci sono persone antisemite da cui temono di essere rifiutati; quante donne si siano suicidate o abbiano pensato al suicidio perché hanno scoperto che ci sono persone misogine da cui temono di essere rifiutate.
Dei morti, si sa, non si deve mai parlar male, e quindi non dirò che il ragazzotto in questione è un emerito coglione, ma parlandone come da vivo non saprei davvero come altro definire uno che si ammazza con una motivazione (scritta, documentata) del genere. Per non parlare della sconfinata meschinità, dell’infinita perfidia del suicidio come vendetta, per lasciare chi resta in preda al rimorso (“E chi ha questi atteggiamenti dovrà fare i conti con la propria coscienza”).
Ma tutto questo è solo per contestualizzare: il tema di questo post, come preannunciato dal titolo, è la signora Maria Cecilia Guerra, vice ministro del Lavoro e delle Politiche Sociali con delega alle Pari Opportunità, la quale ha detto che “Siamo tutti responsabili”. Ecco. Il mio messaggio alla signora Maria Cecilia Guerra, vice ministro del Lavoro e delle Politiche Sociali con delega alle Pari Opportunità, è: Signora, vada a cagare. E poi tiri subito l’acqua, mi raccomando, che ho idea che la sua merda sia di quelle appiccicose, che se non si tirano via subito poi si attaccano e non vengono più via. Se lei ha qualche motivo per sentirsi responsabile parli per sé, per favore, e lasci in pace gli altri, che qua c’è gente che ne ha pieni i coglioni di questa storia che dovrebbe sentirsi responsabile e colpevole di tutto, che sia un ragazzotto che si ammazza perché ha paura che la vita gli presenti qualche difficoltà da affrontare, o della gente che affoga perché ha la geniale idea di dare fuoco alle coperte e poi per sfuggire al fuoco che ha intenzionalmente provocato si butta tutta da una parte facendo rovesciare il barcone. O di qualunque altra disgrazia capiti in giro per il mondo. Io di colpe e di responsabilità per conto terzi non ne prendo da nessuno. E vado avanti per la mia strada, così:

(E a chi avesse intenzione di venire qui ad accusarmi di essere cinica, un cordiale vaffanculo preventivo)

barbara

RESPONSABILITÀ DEGLI ALLEATI NELLO STERMINIO DEGLI EBREI

Cose che forse si sanno, forse no, forse sì ma solo un po’. Non farà male ricordarle. E dato che “IL giorno” è passato, adesso posso tornare a parlarne.

Gli ebrei erano di secondaria importanza
di Dorothea Hahn

Una giornalista del quotidiano tedesco “Die Tageszeitung” intervista lo storico francese David Douvette. Il tema riguarda la responsabilità degli alleati nello sterminio degli ebrei e il rifiuto dell’Europa ad accettare questa parte della storia.

die tageszeitung: Non ci sono mai stati così tanti festeggiamenti [forse “celebrazioni” è traduzione più adeguata. NdB] ad Auschwitz come quest’anno. Perché?
David Douvette: Gli ultimi testimoni e protagonisti fra poco scompariranno. C’è quindi la volontà di sacralizzare il passato in una monumentale ripresa per poi chiudere il libro della storia.

D. Che cosa la disturba in tutto questo?
R. Abbiamo appena cominciato a rompere il muro del silenzio; la storia dell’orrore è ancora tutta da scrivere. Ci sono domande ancora aperte: Chi ha reso possibile a Hitler di andare al potere? In che cosa è consistita la complicità parzialmente attiva degli alleati?

D. Che cosa sapevano gli alleati del genocidio?
R. Nel dicembre 1941 il governo polacco in esilio a Londra ha esibito un piano di massacro delle popolazioni civili. Con disegni dettagliati, progetti, foto e dichiarazioni di testimoni. E c’erano anche altre relazioni. Tutti lo sapevano.

D. Perché non sono stati bombardati i campi di concentramento?
R. Ufficialmente per non uccidere persone. Ma Dresda e Hiroshima furono anche bombardate, nonostante che centinaia di migliaia di persone rimanessero poi uccise. Il fatto che diversi milioni di SS e altri tedeschi, lettoni, ucraini, ecc. fossero attivi nella macchina di annientamento significava anche molti soldati tedeschi in meno al fronte. A questo si aggiunge il secolare antisemitismo cristiano. Gli ebrei non erano importanti.

D. Perché i movimenti di resistenza non hanno tentato di impedire la deportazione?
R. Il loro obiettivo strategico era di combattere i collaboratori. Gli ebrei erano di secondaria importanza. Dappertutto in Europa c’è un rifiuto della storia. In Francia si va fieri di Giovanna d’Arco e di Napoleone. Ma gli anni ’40 si vorrebbe cancellarli. Si vuol mantenere quello che è glorioso e mettere da parte quello che disturba.

D. Il Presidente Jacques Chirac ha riconosciuto nel 1995 una responsabilità francese.
R. La responsabilità del regime di Vichy. In effetti ci sono stati parecchi francesi che hanno partecipato e si sono arricchiti. Ci sono più di quattro milioni di lettere di denuncia. Contro ebrei, comunisti, resistenti. Non si può dire questo? In nome della riconciliazione?

D. I politici hanno ricordato la “liberazione dei lager”.
R. Questa parola è fuori luogo. È accertato che ci fu una strategia militare per la liberazione dei campi di concentramento, ma questa fu soltanto per la liberazione dei prigionieri di guerra. Loro avevano la precedenza. Ma nessun esercito ha liberato i campi di concentramento. Il 17 gennaio 1945 le SS ad Auschwitz hanno potuto spingere alle marce della morte tutti quelli che potevano camminare. Hanno lasciato indietro 7 o 8 mila prigionieri, fra donne, bambini, malati e vecchi, perché mancava il tempo per ucciderli. I sovietici erano distanti nemmeno un chilometro dal campo di concentramento, e sono arrivati lì soltanto il 27 gennaio. Dieci giorni più tardi. E nel frattempo molti sono morti.

D. Come furono ricevuti i deportati al loro ritorno in Francia?
R. A Parigi furono messi nell’Hotel Lutetia. A chi poteva camminare fu dato un biglietto della metropolitana per andare a casa. I deportati potevano pesare 28, 25 o 40 chili, tornavano dai campi di sterminio. Nessun paese li voleva sentire. Solo il processo ad Eichmann ha reso possibile che i loro racconti fossero ascoltati.

D. Ci sono state controversie in Francia sulle cerimonie del 60mo anniversario?
R. C’è un generale consenso a nascondere la storia. Sono tutti d’accordo: alleati, carnefici e vittime. Si dice soltanto quello che è strettamente necessario, Si diminuisce la responsabilità degli alleati e ci si accontenta di condannare i criminali nazisti. Ma i crimini hanno raggiunto una tale misura – fino a 6 milioni di morti fra gli ebrei e 56 milioni in tutto il pianeta – perché c’è stata una tacita e attiva complicità. Già nel 1935 un “Libro Bianco” aveva descritto le condizioni nei campi di concentramento di Oranienburg, Sachsenhausen, Buchenwal e Ravensbruck. E tuttavia la Francia chiuse i profughi tedeschi in campi di internamento. Più di 10.000 ebrei e avversari del regime. Furono i primi ad essere deportati.

D. Non si preoccupa al pensiero di poter relativizzare in questo modo la responsabilità dei criminali nazisti?
R. Quando un tribunale giudica l’imputato principale di un delitto, cerca anche i complici. Gli alleati occidentali non hanno soltanto lasciato agire i criminali, hanno anche collaborato. E approfittato. È stata l’IBM che dal 1937 ha fabbricato le macchine per la registrazione degli ebrei che dovevano essere annientati. E in Francia la ditta “Ugine” ha spedito in Germania, nel maggio 1944, 40 tonnellate di Zyclon-B. Chi constata queste cose, non diminuisce la responsabilità di coloro che hanno buttato la gente nelle camere a gas. (Die Tageszeitung, 9 febbraio 2005 – trad. www.ilvangelo.org)
marce della morte

Copyright © United States Holocaust Memorial Museum, Washington, D.C. (qui)


(Qui qualche immagine delle marce della morte)

Ricordiamolo, perché andare avanti è importante, ma solo quando si saranno davvero chiusi tutti i conti col passato sarà davvero possibile procedere liberi da tutte le pastoie.

barbara

DEDICATO A QUALCUNO

In quel momento apparve la volpe.
“Buon giorno”, disse la volpe.
“Buon giorno”, rispose gentilmente il piccolo principe, voltandosi: ma non vide nessuno.
“Sono qui”, disse la voce, “sotto al melo….”
“Chi sei?” domandò il piccolo principe, “sei molto carino…”
“Sono la volpe”, disse la volpe.
“Vieni a giocare con me”, disse la volpe, “non sono addomesticata”.
“Ah! scusa”, fece il piccolo principe.
Ma dopo un momento di riflessione soggiunse:
“Che cosa vuol dire addomesticare?”
“Non sei di queste parti, tu”, disse la volpe “che cosa cerchi?”
“Cerco gli uomini”, disse il piccolo principe.
“Che cosa vuol dire addomesticare?”
“Gli uomini” disse la volpe “hanno dei fucili e cacciano. È molto noioso! Allevano anche delle galline. È il loro solo interesse. Tu cerchi le galline?”
“No”, disse il piccolo principe. “Cerco degli amici. Che cosa vuol dire addomesticare?”
“È una cosa da molto dimenticata. Vuol dire creare dei legami…”
“Creare dei legami?”
“Certo”, disse la volpe. “Tu, fino ad ora per me, non sei che un ragazzino uguale a centomila ragazzini. E non ho bisogno di te. E neppure tu hai bisogno di me. Io non sono per te che una volpe uguale a centomila volpi. Ma se tu mi addomestichi, noi avremo bisogno uno dell’altro. Tu sarai per me unico al mondo, e io sarò per te unica al mondo.”
“Comincio a capire”, disse il piccolo principe. “C’è un fiore…. Credo che mi abbia addomesticato…”
“È possibile”, disse la volpe “capita di tutto sulla terra…”
“Oh! Non è sulla terra”, disse il piccolo principe.
La volpe sembrò perplessa:
“Su un altro pianeta?”
“Sì”
“Ci sono dei cacciatori su questo pianeta?”
“No”
“Questo mi interessa! E delle galline?”
“No”
“Non c’è niente di perfetto”, sospirò la volpe.
Ma la volpe ritornò alla sua idea:
“La mia vita è monotona. Io do la caccia alle galline, e gli uomini danno la caccia a me. Tutte le galline si assomigliano, e tutti gli uomini si assomigliano. E io mi annoio per ciò. Ma se tu mi addomestichi la mia vita, sarà come illuminata. Conoscerò il rumore di passi che sarà diverso da tutti gli altri. Gli altri passi mi faranno nascondere sotto terra. Il tuo, mi farà uscire dalla tana, come una musica. E poi, guarda! Vedi, laggiù in fondo, dei campi di grano? Io non mangio il pane e il grano, per me è inutile. I campi di grano non mi ricordano nulla. E questo è triste! Ma tu hai dei capelli color d’oro. Allora sarà meraviglioso quando mi avrai addomesticato. Il grano, che è dorato, mi farà pensare a te. E amerò il rumore del vento nel grano…”
La volpe tacque e guardò a lungo il piccolo principe:
“Per favore …addomesticami”, disse.
“Volentieri”, rispose il piccolo principe, “ma non ho molto tempo, però. Ho da scoprire degli amici e da conoscere molte cose”.
“Non si conoscono che le cose che si addomesticano”, disse la volpe. “Gli uomini non hanno più tempo per conoscere nulla. Comprano dai mercanti le cose già fatte. Ma siccome non esistono mercanti di amici, gli uomini non hanno più amici. Se tu vuoi un amico addomesticami!”
“Che bisogna fare?” domandò il piccolo principe.
“Bisogna essere molto pazienti”, rispose la volpe.
“In principio tu ti sederai un po’ lontano da me, così, nell’erba. Io ti guarderò con la coda dell’occhio e tu non dirai nulla. Le parole sono una fonte di malintesi. Ma ogni giorno tu potrai sederti un po’ più vicino….”
Il piccolo principe ritornò l’indomani.
“Sarebbe stato meglio ritornare alla stessa ora”, disse la volpe.
“Se tu vieni, per esempio, tutti i pomeriggi, alle quattro, dalle tre io comincerò ad essere felice. Col passare dell’ora aumenterà la mia felicità. Quando saranno le quattro, incomincerò ad agitarmi e ad inquietarmi; scoprirò il prezzo della felicità! Ma se tu vieni non si sa quando, io non saprò mai a che ora prepararmi il cuore… Ci vogliono i riti”.
“Che cos’è un rito?” disse il piccolo principe.
“Anche questa è una cosa da tempo dimenticata”, disse la volpe.
“È quello che fa un giorno diverso dagli altri giorni, un’ora dalle altre ore. C’è un rito, per esempio, presso i miei cacciatori. Il giovedì ballano con le ragazze del villaggio. Allora il giovedì è un giorno meraviglioso! Io mi spingo sino alla vigna. Se i cacciatori ballassero in un giorno qualsiasi i giorni si assomiglierebbero tutti, e non avrei mai vacanza”.
Così il piccolo principe addomesticò la volpe.
E quando l’ora della partenza fu vicina:
“Ah!” disse la volpe, “…Piangerò”.
” La colpa è tua”, disse il piccolo principe, “Io, non ti volevo far del male, ma tu hai voluto che ti addomesticassi…”
“È vero”, disse la volpe.
“Ma piangerai!” disse il piccolo principe.
“È certo”, disse la volpe.
“Ma allora che ci guadagni?”
“Ci guadagno”, disse la volpe, “il colore del grano”.
Soggiunse:
“Va’ a rivedere le rose. Capirai che la tua è unica al mondo”.
“Quando ritornerai a dirmi addio ti regalerò un segreto”.
Il piccolo principe se ne andò a rivedere le rose.
“Voi non siete per niente simili alla mia rosa, voi non siete ancora niente”, disse.
“Nessuno vi ha addomesticato e voi non avete addomesticato nessuno. Voi siete come era la mia volpe. Non era che una volpe uguale a centomila altre. Ma ne ho fatto il mio amico ed ora è per me unica al mondo”.
E le rose erano a disagio.
“Voi siete belle, ma siete vuote”, disse ancora. “Non si può morire per voi. Certamente, un qualsiasi passante crederebbe che la mia rosa vi rassomigli, ma lei, lei sola, è più importante di tutte voi, perché è lei che ho innaffiata. Perché è lei che ho messa sotto la campana di vetro, Perché è lei che ho riparato col paravento. Perché su di lei ho ucciso i bruchi (salvo due o tre per le farfalle). Perché è lei che ho ascoltato lamentarsi o vantarsi, o anche qualche volta tacere. Perché è la mia rosa”. E ritornò dalla volpe.
“Addio”, disse.
“Addio”, disse la volpe. “Ecco il mio segreto. È molto semplice: non si vede bene che col cuore. L’essenziale è invisibile agli occhi”.
“L’essenziale è invisibile agli occhi”, ripeté il piccolo principe, per ricordarselo.
“È il tempo che tu hai perduto per la tua rosa che ha fatto la tua rosa così importante”.
“È il tempo che ho perduto per la mia rosa…” sussurrò il piccolo principe per ricordarselo.
“Gli uomini hanno dimenticato questa verità. Ma tu non la devi dimenticare. Tu diventi responsabile per sempre di quello che hai addomesticato. Tu sei responsabile della tua rosa…”
” Io sono responsabile della mia rosa….” Ripetè il piccolo principe per ricordarselo.

Sì, è più o meno così che è andata.

barbara