IL LAMENTO DEL PREPUZIO

Quando ero ragazzino, mi dicevano che quando fossi morto e andato in Cielo, gli angeli mi avrebbero portato in un grande museo pieno di quadri che non avevo mai visto prima, i quadri che sarebbero stati creati con tutto lo sperma artistico che avevo sprecato in vita mia. Poi gli angeli mi avrebbero portato in un’immensa biblioteca piena di libri che non avevo mai letto, i libri che sarebbero stati scritti con tutto il prolifico sperma che avevo sprecato in vita mia. Poi gli angeli mi avrebbero portato in un’enorme casa di preghiera con centinaia di migliaia di ebrei che pregavano e studiavano, gli ebrei che sarebbero nati se io non li avessi uccisi, sprecati, asciugati con un calzino sporco nel corso del ripugnante disastro della mia spregevole esistenza (ci sono grosso modo cinquanta milioni di spermatozoi in ogni eiaculazione. Fa più o meno nove Olocausti a ogni sega. Quando mi dissero questa cosa, stavo per entrare nella pubertà, o la pubertà stava per entrare in me, e commettevo genocidio, in media, tre o quattro volte al giorno). Mi dissero che quando fossi morto e andato in Cielo, sarei stato bollito vivo in gigantesche tinozze riempite con tutto il seme che avevo sprecato in vita mia. Mi dissero che quando fossi morto e andato in Cielo, tutte le anime di tutto lo sperma che avevo sprecato in vita mia mi avrebbero dato la caccia per l’eternità attraverso il firmamento. Non è necessario essere rabbini, per giocare a questo gioco – forza, provateci! – tutto quello che vi serve è terrore, istinto sanguinario e una vena ironica macabra e violenta. Ecco la mia: temo che Dio metta tutti gli spermatozoi sani, perfetti e di talento nelle prime eiaculazioni della vita di un uomo – futuro premio per chi ha esercitato il controllo sulle sue rivoltanti intenzioni – e che poi, man mano che gli anni passano e lui eiacula ancora e ancora (e ancora, e ancora, e ancora), la qualità dello sperma crolli. Quando è il momento, ormai restano solo gli scarti: quelli con gli occhi storti, quelli coi denti sporgenti, quelli con la mandibola in fuori, oppure in dentro, quelli coi piedi piatti, quelli con le dita palmate, gli idioti, gli infingardi, i criminali, i ritardati, i fessi, i deficienti, i bastardi. Sarebbe proprio da Lui.

Secondo il sito NoVeal.org, “i vitellini vengono tolti alle madri e con una catena al collo vengono stipati in casse larghe appena sessanta centimetri. Non possono girarsi, distendere le zampe e nemmeno sdraiarsi comodamente». Come in una yeshiva, o in una madrasa, o in una scuola cattolica. Tranne per la parte “tolti alle loro madri», beati quei vitellini.

Ecco la parte migliore:
«Cosa c’è?» chiede Orli.
«Niente.»
«Non ti va?»
«Figurati.»
Imbarazzo.
«Ti dispiace se ci provo?» chiede lei.
Finisce rapidamente.
«Sei dotata» dico io.
Lei ride e si stacca da me.
lo faccio dondolare le gambe giù dal letto. Le persiane sono aperte e posso vedere la luna, le stelle, e dietro il buio cielo notturno, dove Dio siede sulla Sua veranda, ridendo di me. Ride e ride e continua a ridere. «Tutti questi anni di sperma sprecato senza una donna» dice ai Suoi compari che Lo circondano, «e adesso che ne ha una non riesce a venire!» Abramo ride e dà una pacca sulla spalla a Dio.
Bel colpo, Dio.
Scuoto la testa.
«Io non capisco» dico.» Si direbbe che sono stato abusato sessualmente.»
«Sei stato abusato teologicamente» dice Orli. «È molto peggio.»

Ecco, questo è Shalom Auslander, ebreo cresciuto in una famiglia rigidamente ortodossa (col padre che nasconde le riviste porno sotto il materasso e la madre con una intera collezione di vibratori, vabbè, nessuno è perfetto), che vorrebbe tanto non credere, perché non è logico, perché non è sensato, perché, soprattutto, non è per niente comodo, e tuttavia non può farne a meno; anzi, non solo crede: lui è assolutamente sicuro che Dio esiste. E ce l’ha con lui. Personalmente. Il risultato è una quotidiana battaglia per difendersi da questo Dio così insopportabilmente invadente – senza mai riuscire a vincerla, beninteso. In compenso ne fa una delle cose più esilaranti che vi capiterà mai di leggere.

Shalom Auslander, Il lamento del prepuzio, le fenici
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barbara

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NON SOLO PECORE AL MACELLO

Anche questa volta ci hanno ingannati!… Di tutti gli ebrei che sono stati trasferiti a Kovno solo pochissimi sono riusciti a salvarsi. Si sono introdotti clandestinamente nel ghetto e hanno raccontato l’orribile verità.
Li hanno trasportati con il treno. Nei vagoni la gente sedeva tranquilla. Parlava solo di come sarebbe stata la vita a Kovno. Quando il futuro è ignoto sembra simile al passato, e il passato, nei ricordi, sembra sempre migliore di com’era in realtà.
All’improvviso il treno ha rallentato la corsa. Un bosco! Soldati! Alcuni si gettano a sfondare le grate delle finestrelle. Altri gridano, battono con i pugni contro le pareti. In certi vagoni gli uomini travolgono i soldati di guardia seduti vicino alle porte e si mettono a saltare giù, a correre: chi verso il bosco, chi lungo i binari del treno, chi per i campi. I soldati aprono il fuoco. Arrivano di corsa anche i boia che aspettavano davanti alle fosse già pronte. Ma la gente salta coraggiosamente dai vagoni e corre. Giovani, vecchi, donne, bambini – nei vagoni non rimane nessuno. I feriti cadono, i sani si gettano addosso ai soldati e strappano loro i fucili dalle mani, li strangolano, ma stramazzano sotto i proiettili. I feriti si torcono dal dolore, gridano, chiedono aiuto. I soldati imprecano, si fasciano l’un l’altro le mani morsicate, inseguono gli infelici, inciampano nei morti e nei feriti, infilzano con le baionette tutti quelli che incontrano. E dai vagoni continua a saltare giù altra gente ancora. Un soldato ordina al macchinista di far ripartire il treno ma la gente salta dai vagoni in movimento. Molti finiscono sotto le ruote, si rompono le gambe, ma la gente continua a saltare … Dopo aver finito tutti i fuggiaschi, i soldati trascinano fuori dai vagoni un pugno di vecchi e donne rincantucciati negli angoli, e li spingono alle fosse. Nel bosco echeggiano di nuovo gli spari. I binari sono coperti di morti. Anche i fossi sono pieni. Perfino lontano lontano, nei campi, fin dove l’occhio può arrivare, giacciono i cadaveri. Un momento fa erano giovani desiderosi di vita, donne graziose, bambini chiacchieroni. I carnefici si aggirano tra i morti, li osservano, a uno danno una pedata, a un altro una spinta con il calcio del fucile, un altro ancora lo rivoltano velocemente per convincersi che sia morto. Se sospettano che qualcuno sia ancora vivo gli cacciano la baionetta nella pancia. Frugano nelle tasche, nei fagotti sparsi attorno. Non appena vedono qualcosa di valore se lo ficcano in tasca. I soldati sono ripartiti. È rimasta solo una guardia a sorvegliare i morti … Notte … La terra respira affannosamente: la opprimono i cadaveri dei santi innocenti. Teneri fili d’erba accarezzano esitanti i volti schiacciati al suolo. Sperano forse con la freschezza primaverile di riportarli alla vita? Purtroppo … (Masha Rolnikaite, Devo raccontare, Adelphi)

Morti sì, ma lottando fino all’ultimo respiro. Morti sì, ma da combattenti. Morti sì, ma infliggendo almeno qualche danno al nemico.
Per non parlare di quella cosa grandiosa che è stata la rivolta del ghetto di Varsavia.

barbara