GERUSALEMME E LA CENTRALITÀ EBRAICA

di RICCARDO DI SEGNI, Rabbino Capo della Comunità ebraica di Roma

La Stampa, 9 dicembre 2017

Caro Direttore,

martedì gli ebrei di tutto il mondo festeggeranno la festa di Chanukkà, accendendo ogni sera dei lumi per otto giorni.
All’origine di questa festa c’è una storia militare: la rivolta degli ebrei ribelli contro il dominio dei greci seleucidi.
La vittoria portò alla costituzione di un regno ebraico indipendente in Giudea, con capitale Gerusalemme, il cui Tempio fu ripulito dalle contaminazioni ellenistiche. Tutto questo avveniva intorno al 165 prima dell’era cristiana.
La tradizione successiva ha cercato di concentrare l’attenzione più sul miracolo religioso della restaurazione che sull’evento militare; questa festa comunque rimane uno dei numerosi documenti della continua e intensa attenzione ebraica su Gerusalemme.
II nome della città evoca la pace; è stata invece perenne centro di scontri tra popoli e culture. Gli ebrei, conquistatori di quella città ai tempi del re David (nel X secolo prima dell’era cristiana ne fece la capitale del suo regno), esiliati, ritornati, per poco tempo sovrani indipendenti, poi di nuovo sconfitti ed esiliati, non hanno mai rinunciato a quella città, non solo come capitale dello spirito, ma come capitale reale.

Anche quando le sanguinose guerre per il dominio di Gerusalemme avevano altri protagonisti (ad esempio cristiani, crociati e musulmani) gli ebrei erano presenti e marginali, vittime di massacri da parte dei belligeranti. II pensiero sulla città comunque non veniva mai meno, sostenuto da riti, preghiere e date di calendario liturgico.
Con queste premesse, il putiferio scatenato dalle dichiarazioni del presidente Trump su Gerusalemme non può essere spiegato solo in termini politici. La prospettiva storica e religiosa è indispensabile per capire la vera entità della questione e i meccanismi profondi e ancestrali che si attivano. Da una parte la centralità ebraica, di cui si è detto. Dall’altra l’opposizione reale e dura delle altre religioni, al di là del politically correct.
Per i musulmani, in termini teologici e politici, per loro difficilmente distinguibili, la sovranità e l’indipendenza ebraica, tanto più su Gerusalemme, sono semplicemente intollerabili, gli ebrei al massimo possono essere sottomessi.
E in termini cristiani pesa ancora l’idea dell’esilio ebraico e della perdita della terra e di Gerusalemme come punizione per il mancato riconoscimento della verità cristiana. Questa idea è presente fin dalle origini e rimane ufficiale fino al XX secolo. In altri termini anche il cristianesimo, con tutte le sue recenti aperture all’ebraismo, non ha del tutto elaborato l’idea della sovranità ebraica, dello Stato di Israele (si parla sempre di «terra santa») e tanto più di Gerusalemme capitale ebraica.
Se la reazione alla dichiarazione di Trump è stata così forte e persino viscerale, ciascuno, anche non credente, si interroghi sulle sue motivazioni più o meno inconsce, sull’educazione ricevuta, sulla riluttanza a riconoscere al popolo ebraico i diritti che per altri sarebbero scontati.

A qualcuno, poco addentro nelle cose mediorientali, che mi chiedeva spiegazioni sui recenti avvenimenti, e sull’opportunità della mossa di Trump, ho detto: “È come se dicessi che non riconosco il tuo matrimonio: diventi meno sposato? No, naturalmente, e non diventi più sposato se lo riconosco: il tuo matrimonio non dipende dal fatto che io lo riconosca o meno. Ma è semplicemente ridicolo sostenere che non sei sposato quando tutti sanno perfettamente che lo sei. Quindi se qualcuno si decide a dire che ‘riconosce il tuo matrimonio’, questo equivale a porre fine a una ridicola ipocrisia, ed è bene che lo abbia fatto”.

E questa è la storia illustrata della “gara” per Gerusalemme.
History-Race-Jerusalem
E infine godiamoci anche questa chicca.

barbara

I LIBERATORI DI GERUSALEMME

liberatori
Per commentare l’avvenimento – se di avvenimento si può parlare – ritengo cosa buona e giusta proporre questo pezzo del sempre saggio e pacato (qualità, soprattutto la seconda, di cui io non sempre abbondo) Giovanni Ciri.

GERUSALEMME

La decisione di Trump di riconoscere Gerusalemme quale capitale di Israele è stata (e continuerà ad essere) seguita da un mare di polemiche. E da molte considerazioni critiche. Esaminiamo le principali.

1) Gerusalemme è città santa per le tre religioni monoteiste.
Questo non è esatto. Gerusalemme è di certo santa per l’ebraismo ed il cristianesimo, lo è anche per l’Islam solo perché gli islamici hanno da sempre la cattiva abitudine di considerare luoghi santi per la loro religione città un tempo conquistate e strappate agli “infedeli”. [dell’assoluta falsità non solo della pretesa santità, ma anche della benché minima importanza di Gerusalemme per l’islam, sono state pubblicate in questo post varie documentazioni]
Inoltre, anche accettando che Gerusalemme sia santa per l’Islam, perché mai una città santa islamica non potrebbe essere la capitale di uno stato non islamico? Gerusalemme è di certo santa per i cristiani, ma nessun cristiano intende scendere in piazza se Gerusalemme viene riconosciuta capitale di Israele, mi pare.

2) A Gerusalemme deve essere garantita libertà di culto per i fedeli di tutte le religioni.
Questo è assolutamente giusto. Il problema non è di quale stato sia capitale Gerusalemme, ma la libertà di culto concessa a tutti in quella città. Quindi dobbiamo chiederci: chi garantisce meglio questa generale libertà di culto? In Israele, uno stato dalle dimensioni della Lombardia, esistono un paio di centinaia di moschee. Quante sinagoghe ci sono a Gaza? O in Iran? O in Arabia Saudita? Ci sono stati islamici in cui non è possibile entrare se si porta con se una copia del Vangelo o un testo sacro ebraico. A La Mecca possono entrare solo i fedeli musulmani. Pensare che in una Gerusalemme palestinese la libertà di culto per tutti sarebbe meglio garantita è solo una idiozia. O pura manifestazione di disonestà intellettuale.

3) Inizialmente Gerusalemme est non faceva parte dello stato di Israele.
E’ vero, la parte orientale di Gerusalemme è stata conquistata dagli israeliani nella guerra dei sei giorni, e allora?
Dal giorno della sua nascita Israele deve combattere per potere semplicemente esistere. Ancora oggi molti stati arabi lo definiscono non “stato di Israele”, ma “entità sionista”. Ha combattuto molte guerre fronteggiando coalizioni di stati che intendevano semplicemente cancellarlo dalla carta geografica. Al termine di queste ha allargato un po’ i suoi confini per aumentare, se possibile, la sua sicurezza. Ma si sono levate alte strilla di indignazione ogni volta che questo è avvenuto.
Israele può essere aggredito, può vivere sotto assedio, ma se si azzarda ad ampliare di un palmo le sue frontiere subito viene definito aggressore imperialista, colonialista eccetera. E questo anche se ha restituito molte delle terre conquistate in cambio del semplice riconoscimento diplomatico.
Qualcuno riesce ad immaginare una Germania che nel 1945 protesta perché le sue frontiere non tornano ad essere quelle del 1939? O una URSS che nel 1945 restituisce alla Germania le terre da questa perse in cambio del semplice riconoscimento diplomatico? E’ fantascienza vero? Si, lo è per tutti, tranne che per Israele.

4) La decisione di Trump può aggravare la tensione.
Questa è una obiezione seria. [nel senso che potrebbero esserci nuovi attentati, questo è vero. Ma è anche vero che
nuovi attentati
per cui sinceramente non so se sia il caso di essere davvero preoccupati, e soprattutto di far dipendere da questo genere di considerazioni ogni decisione presente e futura] 
Se si fosse vicini ad una soluzione del conflitto, se la pace fosse realisticamente possibile sarebbe bene rinviare qualsiasi decisione riguardo a Gerusalemme. Ma così non è, purtroppo.
I palestinesi non hanno alcuna intenzione di riconoscere Israele. Quanto meno, di riconoscerlo per quello che è: lo stato degli ebrei.
Israele è lo stato paria. Non può ospitare manifestazioni culturali, sportive o commerciali senza che qualcuno protesti. Se un suo atleta, quando può gareggiare, vince una medaglia il suo inno in molti paesi non viene suonato, né la sua bandiera alzata. Se un cantante si esibisce entro i confini dello stato ebraico molti suoi colleghi protestano. Se degli israeliani muoiono in un attentato la cosa viene considerata quasi normale e i media quasi non ne danno notizia. Israele è lo stato che ha dato rifugio e protezione al popolo più perseguitato della storia, ma a molti, e non solo fra i fondamentalisti islamici, la sua esistenza da fastidio. Israele esiste, ma sarebbe meglio se non ci fosse: è lo stato che non dovrebbe esistere. E non ci sono prospettive serie che facciano intravedere a breve un superamento di questa situazione. Quindi è ipocrita parlare di “aggravamento della tensione”. Da settanta anni Israele vive una situazione di “tensione”. Per i suoi nemici dovrebbe fare una sola cosa per non aggravarla: cessare di esistere.
Ma questo non accadrà. Quindi ben venga il riconoscimento di Gerusalemme quale capitale dello stato ebraico.
Un’ultima considerazione. Con la sua scelta Trump non fa che mettere in atto una decisione presa nel 1995 da tutto il congresso americano. I vari presidenti che da allora si sono succeduti hanno semplicemente rinviato la sua messa in pratica. La svolta di Trump si limita quindi ad applicare una decisione che tutti, repubblicani e democratici, avevano preso 22 anni fa. Ma non credo che i media diano troppo spazio alla diffusione di questo “particolare”.

Aggiungo un mio commento lasciato in questo post:

  1. Inizialmente la parte orientale di Gerusalemme non faceva parte dello stato di Israele perché era stata ILLEGALMENTE occupata dalla Giordania in una guerra di aggressione.
  2. Inizialmente Roma non faceva parte dello stato italiano.

E concludo con la considerazione che dovrebbe essere la più ovvia, la più banale, la prima a venire in mente, e che invece pochissimi fanno: ma quando mai si è sentito che uno stato non abbia il diritto di decidere la propria capitale? Quando mai si è sentito che questa debba essere “riconosciuta”? Quando mai si è sentito di interferenze straniere in questo genere di decisioni da parte di uno stato sovrano? Quando mai è stata attribuita a qualsiasi pincopallino la facoltà di stabilire se le mie tazze nella mia casa le debba riporre nella credenza o lasciare sullo scaffale? Israele è forse uno stato a sovranità limitata? È forse una repubblica delle banane? Uno dei pochi testi che prendono atto di questo fatto elementare è questo, piuttosto lungo, ma che invito ugualmente a leggere.

barbara