IL RITORNO DELL’HULIGANO

Alle undici sono alla Stazione Nord, al treno di notte per Cluj. Il volo era stato cancellato all’ultimo momento per mancanza di passeggeri e anche per via della Pasqua. Il vagone letto ha solo due passeggeri e due accompagnatori giovani, che hanno l’aspetto di studenti di un college, completamente diversi dal pittoresco cuccettista di un tempo. Negli anni d’università, il treno mi portava, alcune volte all’anno, di notte, in sette ore, da Bucarest a Suceava e mi portava, poi, di frequente, negli anni dell’amore per Giulietta, da Ploiesti a Bucarest. Il treno mi aveva portato a Periprava, il lager di detenuti dove era finito il babbo, e nel viaggio di addio, nel 1986, ai genitori e alla Bucovina. Sono solo nel treno del passato, tra i fantasmi che appaiono, immediatamente, intorno al fantasma che sono stato e che sono diventato. Lo scompartimento è pulito, ma persiste un odore di disinfettante e il lenzuolo ha una macchia sospetta. Il cuscino posto proprio sopra la ruota del vagone non promette l’anestesia della stanchezza che ha continuato a sedimentare durante la settimana bucarestina. Distendo la coperta sul lenzuolo, mi spoglio, sento freddo, mi avvolgo. Tiro le tende. Buio tratteggiato da strisce luminose. Le ruote stridono, cerco di rimanere sordo alla corsa e all’ansito della notte. Il mostro di ferro perfora, con rumori sordi e muggiti, l’oscurità.

ab ab ab

Ottobre 1941. Il primo viaggio in treno. Carro bestiame, assito umido, freddo, corpi ammucchiati uno addosso all’altro. Fagotti, bisbigli, lamenti, puzza di urina e sudore. Blindato nella paura, rannicchiato, contratto, separato dal corpo della belva collettiva che le sentinelle sono riuscite a stipare nel vagone e che si agita con centinaia di braccia, gambe e bocche isteriche. Solo, sperduto, come se non fossi legato alle mani, alle bocche e alle gambe degli altri. Tutti! Tutti!, così urlavano le sentinelle. «Tutti, tutti» gridavano, levando le baionette lucenti e i fucili lucenti. Non c’era scampo. «Tutti, in colonna, tutti, tutti, salire, tutti.» Spintonati, gli uni addosso agli altri, più stretti, più, più, finché non avevano sigillato il vagone. Maria batteva con i pugni sulla parete di legno della nostra tomba, per esservi ammessa, per partire con noi, le sue grida si erano spente, avevano dato il segnale di partenza. Le ruote ripetevano tutti tutti tutti, il feretro d’acciaio penetrava il ventre della notte. E poi, il secondo viaggio in treno: il miracoloso Ritorno! 1945. Aprile, come adesso. Erano passati secoli, ero vecchio, non immaginavo che sarebbe seguito, dopo altri secoli, un altro ritorno. Ora, vecchio davvero, vecchio. Le ruote ritmano il ritornello notturno, scivolo sulle faglie del buio. D’un tratto, l’incendio. Vagoni in fiamme, il cielo in fiamme. Fuoco e fumo, il ghetto brucia. Un borgo incendiato, pogrom e rogo. Casette e alberi in fiamme, grida. Sul cielo rosso, il gallo sacrificale e l’agnello sacrificale. Il martire legato al rogo, nel centro del borgo. Come una crocifissione, solo che il braccio trasversale della croce mancava, era rimasto un solo palo, eretto sul livello del suolo. Il corpo non è inchiodato, solo le mani sono legate con le sacre cinture della preghiera, i filatteri. I piedi sono legati al palo con una fune, il corpo è avvolto nello scialle di preghiera, bianco, a frange nere. Si vedono i piedi, parte del petto, una spalla, le braccia, la pelle luminescente, gialla, con riflessi violacei. Il volto pallido, molto lungo, la barba giovanile, i cernecchi sottili, rossicci, le palpebre abbassate sugli occhi stanchi, la visiera del berretto verde girata da una parte. Le finestre dell’edificio vicino aperte, si sentono grida. I disperati corrono, frastornati, qua e là, intorno al rogo al centro dell’immagine. La crocifissione era diventata una condanna al rogo. Semplice, maldestra, la tragedia occupava tutto lo schermo: l’uomo in procinto di gettarsi dalla finestra dell’edificio in fiamme, il violinista smarrito nella viuzza tortuosa, tra le case che crollano, incendiate, le une sulle altre, la donna con il bambino in braccio, il devoto con il libro, sorpresi insieme nel giorno maledetto. Al centro, il rogo. Ai piedi del martire, la madre o la moglie o la sorella, avvolta in un lungo velo che la unisce al condannato. Mi avvicinavo, da molto tempo, al giovane martire. Il berretto gli scivola sulla fronte, non fa alcun gesto, il rogo sembra sul punto di prender fuoco, da un momento all’altro. Non sono in grado di avanzare più in fretta, per liberarlo, mi restano solo pochi attimi per trovarmi un nascondiglio. Voglio dirgli che non si tratta di Crocifissione o Resurrezione, solo di un rogo, e basta, trasmettergli almeno queste parole, prima di separarci, ma le fiamme si avvicinano a gran velocità e sento il treno sempre più vicino. Le ruote rombano in modo assordante, il treno fuma, brucia, torcia che penetra veloce e con fragore la nebulosa della notte. Si avvicina, continua ad avvicinarsi, mugghiando, rombando, è sempre più vicino, mi sveglio, spaventato, cerco di liberarmi della coperta torrida. La ruota mi rotola, come un rotolo, i raggi grossi e pesanti sibilano, sibilano. Mi occorre tempo per capire che non mi hanno perforato la carne, che non sono stato risucchiato dai raggi vertiginosi, che mi trovo in un normale scompartimento di un normale treno di notte, in Romania. Rimango per lungo tempo rannicchiato, sudato, con la luce accesa, senza il coraggio di rientrare nel presente. Cerco di ricordare viaggi incantati con la slitta, nella Bucovina incantata, e con la carrozza, in graziose stazioni di villeggiatura bucovine, e col treno, d’autunno, in uno scompartimento vuoto, luminoso, quando la mamma mi aveva svelato il segreto della sua giovinezza ferita. A un certo punto, mi assopisco di nuovo, mi sveglia un pensiero improvviso: Chagall. La cartolina Chagall che avevo guardato spesso, senza capire chi e perche me l’avesse mandata.

Perché tornare significa anche far tornare le memorie – e rivivere la deportazione ad ogni viaggio in treno è esperienza comune a molti deportati.

Lungo era stato il tempo per decidersi a lasciare la Romania e intraprendere la via dell’esilio, e lungo è anche il tempo per decidersi ad abbandonare per un momento l’esilio e rientrare in Romania, dove affrontare visi e luoghi e discorsi e memorie e rimorsi per le promesse non mantenute e dolori antichi e dolori nuovi.

“Il ritorno dell’huligano” è uno di quei libri, un po’ come quest’altro, che provvedono personalmente (sì lo so, non venitemi a spiegare che il libro non è una persona, ma non posso dire che provvede libralmente) a dettarti l’agenda: acquistato una buona dozzina d’anni fa, adesso mi si è imposto alla lettura. Che non è una di quelle letture che procedono a rotta di collo, perché anche il ritmo di lettura te lo detta lui, e ben presto ti rendi conto che lentezza non è sinonimo di noia. Non in questo caso almeno. E ti rendi conto anche che “lui” ti si è imposto in questo momento perché “sapeva” che è esattamente di quel ritmo che il tuo corpo e la tua mente avevano bisogno in questo momento. E un libro così è chiaro che è straordinariamente intelligente, e davvero non puoi fare a meno di leggerlo.

Norman Manea, Il ritorno dell’huligano, il Saggiatore
huligano
barbara

 

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IL RITORNO

[…] non una delle quattro famiglie delle vittime dell’attentato del supermercato ha voluto seppellire i morti in Francia, tutti hanno deciso di dare loro riposo in Israele.
Ugo Volli, qui.
vittime-supermarket

La gelida umidità di quel giorno perduto d’inverno ci trafigge le ossa e ci obbliga ad abbassare la testa. Avrei voluto riuscire a restare diritta, ma guardiamo i nostri piedi che sprofondano nel fango. È piovuto per tutta la settimana. I sentieri del cimitero non si distinguono più dalle sepolture. Ad ogni istante temiamo di inciampare e, nel buio, avanziamo a piccoli passi, dandoci la mano, come una banda di clandestini.
Perché è stata scelta l’alba per autorizzarci a riesumare il corpo di Ilan? Non avremmo potuto farlo uscire di qui in pieno giorno e alla vista di tutti? Avrei voluto che tutti noi vedessimo dissotterrare mio figlio assassinato all’età di ventitré anni, ma la prefettura di polizia ci ha convocati questo mercoledì 7 febbraio 2007 alle sei del mattino, e Ilan lascerà il cimitero di Pantin come ha lasciato la vita: in silenzio. Quando lo hanno ritrovato, esattamente un anno fa, non riusciva nemmeno a pronunciare il suo nome. Giaceva nudo lungo un binario ferroviario, solo un rantolo gli usciva dalla bocca. Aveva la testa rasata, le mani legate, il suo corpo interamente coperto di bruciature. Due poliziotti mi hanno detto signora, neanche a un animale si fa quello che hanno fatto a lui.
La sua stele è la ventunesima della terza fila nel viale dei Sicomori. La raggiungiamo infine e cerchiamo di formare un piccolo cerchio intorno ad essa. Il «primo cerchio», la famiglia, gli amici migliori, quelli che Ilan amava riunire quando soffiava sulle candeline dei suoi compleanni. Volati via. Come è possibile che noi siamo lì per lui, senza di lui? In questa mattina così fredda e così nera, come è possibile… Il rabbino intona una preghiera. Canta, ma ho la sensazione che pianga, tanto la sua voce è fievole. A meno che non siano i miei singhiozzi a deformarla? Li sento risuonare dentro di me, e stringo i pugni in fondo alle mie tasche per impedire che esplodano. Voglio essere degna, è tutto quello che mi resta. Guardo lontano. Fisso i piccoli riquadri di luce che si accendono qua e là nelle file di edifici che chiudono l’orizzonte, immagino che siano centinaia di lumi accesi per Ilan. Da tutte le altre parti, la notte resiste. Così ostile che ci costringe ad abbreviare la cerimonia. Il rabbino accelera, e le sue parole volano via nel brusio della città che il vento ci porta a raffiche. Non c’è quiete in questo cimitero nella regione di Parigi, né pace, né silenzio, solo un rumore sordo e incessante che impedisce il riposo dei morti. Forse è per questo che desideravo seppellire Ilan a Gerusalemme…
L’ho desiderato subito, fin dall’inizio, per me era chiaro. Ma suo padre e le sue sorelle la pensavano diversamente. Volevano tenerlo vicino a loro, potergli fare visita ogni volta che ne sentissero il bisogno. Ilan dunque è stato sepolto qui a Pantin, venerdì 17 febbraio 2006.
Centinaia di persone erano venute quella mattina a salutarlo per l’ultima volta, forse un migliaio, chi lo sa? C’erano tante persone che non conoscevo, e tanti altri che non vedevo da anni… Credo che ognuno pensasse al proprio figlio, al proprio fratello. Sì, ognuno deve aver immaginato suo figlio in quella bara, al posto del mio. Un brivido di angoscia percorreva la folla.
Sono tornata sulla tomba di Ilan in marzo, in aprile, in maggio, e poi tutti gli altri mesi fino a questo mercoledì 7 febbraio, primo anniversario della sua morte. Per tutta la durata di questo anno non ho mai abbandonato l’idea di trasferire i suoi resti in Israele. Sentivo che era mio dovere di madre offrire a mio figlio un riposo che giudicavo impossibile qui. Perché è qui, su questa terra, che Ilan è stato affamato, picchiato, ferito, bruciato. Come riposare in pace in una terra dove si è tanto sofferto? Questa domanda, alla quale né le mie figlie, né il mio ex marito hanno saputo rispondere, ci ha convinti che Gerusalemme doveva essere la sua ultima dimora.
Due figure che fino a quel momento erano rimaste in disparte avanzano sulla tomba e mi chiedo chi siano questi uomini. Parenti, amici? Sono solo dei becchini che vengono a dissotterrare mio figlio a colpi di vanga.
Ogni colpo mi fa l’effetto di una contrazione, e la violenza con cui queste contrazioni squassano il mio ventre, in modo così regolare, mi fa credere per un attimo, povera pazza, che Ilan uscirà dalla terra nello stesso modo in cui è uscito dal mio ventre. Mi dico tieni duro, sii coraggiosa. Non perdo d’occhio i due ragazzi che tirano le corde per issare la bara di Ilan, sento il legno che urta le pareti della fossa e, come il giorno della sua nascita, devo urlare per sfuggire a questo dolore. Sì, urlo. Con tutte le mie forze. Con tutta la mia anima. Ma il grido di una madre che partorisce non ha niente in comune con quello di una madre che riesuma suo figlio: questo è un grido senza liberazione.
La bara di Ilan finalmente raggiunge la superficie. Guardo, senza crederci, questa lunga scatola passare all’altezza dei nostri visi come un’ombra gigantesca. È possibile che il mio bambino sia lì dentro? Il bambino che ho portato, messo al mondo, nutrito al seno? È possibile che quel corpo sia ormai una «spoglia»?
I becchini la buttano sul carro funebre, e le porte si chiudono con uno scatto metallico. La macchina si avvia lentamente, poi si allontana. Si allontana. Si allontana… e io penso ecco, è finita. Ilan se ne va. Ilan lascia il cimitero di Pantin, lascia Parigi, lascia la Francia, e voi che l’avete massacrato, non potrete mai più fargli del male. Sono venuta a cercarlo per questo motivo, ora lo so, l’ho fatto uscire di qui perché un giorno voi sarete liberi, e sareste potuti venire a sputare sulla sua tomba.
Ruth Halimi – Émilie Frèche, 24 giorni La verità sulla morte di Ilan Halimi, Belforte, pp. 23-25
tombIlan

(E ogni volta che rileggo un brano di questo libro ritorna, viva e insopprimibile, la sofferenza straziante che abbiamo provato, Elena e io, nel tradurlo, nell’immergerci in questa storia allucinante, in queste disumane sofferenze inflitte a un essere umano e alla sua famiglia per l’unica colpa di essere ebrei. Ricorre in questi giorni il nono anniversario del suo rapimento e dell’inizio del suo martirio: non dimentichiamolo. Non dimentichiamolo mai)
FRANCE: Kidnap and murder of Ilan Halimi, young French Jew

Ottant’anni fa, sui muri di mezza Europa, gli antisemiti scrivevano “Ebrei, tornatevene in Palestina!” Adesso si chiama Israele, ma gli antisemiti continuano a chiamarla Palestina e adesso, su quegli stessi muri, scrivono “Ebrei, fuori dalla Palestina!” Già: a parole li invitano ad uscirne, ma nei fatti li costringono ad andarci. Vivi, quelli che, oggi come allora, riescono a fuggire in tempo. Oppure morti, quelli che, oggi come allora, si sono attardati troppo.

barbara

E POI IL VIAGGIO È FINITO

Ed è arrivato il momento della partenza, già straziata dalla nostalgia prima ancora che l’aereo si staccasse da terra.
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Ma tanto, esattamente come al primo viaggio, ho detto fanculo, tanto ci torno.
Per chiudere in bellezza vi lascio con questo splendido video del compagno di viaggio Maurizio Turchet

E non venite a dirmi che le nuvole sono nuvole e basta: QUESTE SONO NUVOLE ISRAELIANE, CAZZO!
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barbara

TANTO PER COMINCIARE

Il primo elenco pubblicato delle rivendicazioni palestinesi:

• Gli Stati Uniti e Israele devono riconoscere che uno stato palestinese è «sotto occupazione» (questa è la risposta palestinese alla richiesta del primo ministro Netanyahu di riconoscere Israele come stato nazionale del popolo ebraico)
• Israele deve revocare la legislazione che estende la legge israeliana a Gerusalemme est.
• I palestinesi avranno piena sovranità sul loro spazio aereo (il che vieterà all’Aeronautica israeliana di sorvolare Giudea e Samaria e la striscia di Gaza).
• I palestinesi avranno il controllo esclusivo di tutti i posti di frontiera con i paesi confinanti: Israele e Giordania.
• Il ritiro israeliano ai confini di prima del 5 giugno 1967 è insufficiente. Il ritiro deve continuare fino alle linee di armistizio del 1949, annettendo allo stato palestinese ampi tratti di terra di Israele, che all’epoca erano stati smilitarizzati. Tra le aree su cui i palestinesi vogliono mettere le mani, c’è la valle di Ayalon, l’enclave di Latrun e il distretto di Armon Hantatiz a Gerusalemme, tra la città vecchia e Gerusalemme ovest, la valle del lago di Huleh, i versanti delle alture del Golan fino al mare di Galilea e la cintura di Nitzana, a nord della striscia di Gaza, più un terzo delle acque e delle rive del Mar morto. (I palestinesi sperano, molto semplicemente, di strappare parti consistenti di territorio israeliano, entro i limiti di prima del 67, basandosi sugli accordi da lungo tempo moribondi del 1949).
• Lo spazio elettromagnetico (frequenze radio, satellitari e altri mezzi di comunicazione) sarà sotto il controllo esclusivo palestinese.
• I palestinesi sono disposti a cedere l’1,9% del territorio della West Bank.
• Tutte le parti di Gerusalemme est, tra cui i siti sacri musulmani, cristiani ed ebraici saranno sotto la sola autorità palestinese contro una vaga promessa di libertà di religione.
• Israele e le sue forze armate dovranno ritirarsi dallo stato palestinese per un periodo di tre anni. Sei mesi dopo il completamento del ritiro, i palestinesi accetteranno di firmare un trattato di pace con lo stato di Israele.
• Gli Stati Uniti e Israele devono accettare la risoluzione del problema dei rifugiati palestinesi “come una soluzione equa e concordata”.
• Ogni rifugiato palestinese (secondo la definizione dell’autorità palestinese che va fino alla quarta generazione) sarà libero di scegliere fra tre opzioni: installazione in Israele o nello stato palestinese o rimanere lì dove attualmente risiede.
• Indipendentemente dall’opzione scelta, i rifugiati avranno diritto a restituzioni appropriate.
• Solo quando il problema dei profughi sarà finalmente risolto i palestinesi accetteranno di dichiarare che il conflitto con Israele è terminato.
• Una struttura internazionale sarà incaricata di amministrare le disposizioni per i rifugiati palestinesi e il loro reinsediamento. Essa sarà composta da rappresentanti palestinesi, israeliani, americani, europei, canadesi, australiani, giapponesi e della Lega araba.
• Lo stato palestinese sarà autorizzato a firmare trattati, inclusi accordi militari, senza l’intervento di terzi, come Israele.
• Tutte le parti dello stato palestinese saranno purificate e pulite da qualsiasi presenza civile e/o militare israeliana. (qui, traduzione mia)

Queste sono le richieste preliminari, ossia quelle indispensabili per acconsentire a sedersi al tavolo delle trattative – dove verranno finalmente esposte le richieste vere. E a questo punto siamo assolutamente sicuri che ogni problema sarà veramente e DEFINITIVAMENTE risolto (“Endlösung”, si chiama in tedesco), e naturalmente cesserà anche il conflitto con Israele, dal momento che Israele avrà cessato di esistere.
Poi secondo me fareste molto bene ad andare a leggere anche questo.

barbara

TESHUVÀ

Generalmente viene tradotta con “pentimento”, la parola teshuvà, ma in realtà significa ritorno. Questa sera inizia Yom Kippur, giorno in cui si fa teshuvà: tutti gli ebrei osservanti, e anche parecchi non osservanti, per venticinque ore digiunano, e pregano, e chiedono perdono a D.o per le colpe commesse ma, soprattutto, alle persone per i torti commessi nei loro confronti. Ritornando, così, a uno stato di purezza.
In questa solenne occasione vi offro questo bellissimo racconto di una teshuvà, di un ritorno.

Teshuvà

Finch trascorreva il tempo lento delle sue giornate come un orso in luoghi nascosti.
Molti anni prima della storia che sto per raccontarvi, aveva aperto una piccola libreria antiquaria; lo aveva fatto sottovoce poiché temeva di importunare coloro che della lettura ascoltavano solo il bisbigliare dei chierici. Camminando nel Vicolo Basso verso il ponte, nella vetrina al numero 110, si vedevano solo libri morti e l’acciottolato riflesso sul vetro; nell’ombra, all’interno, pareva non esserci nessuno; e forse era così. Finch contemplava la vita scorrere, con una rassegnazione rugginosa, e si faceva domande alle quali, il più delle volte, non sapeva rispondere se non frugando fra le carte del suo mondo incerto. Negli anni trascorsi chino sui libri aveva raccolto il dire degli altri uomini e i loro pensieri, ma molti ormai sembravano lontani, quasi nascosti nelle nebbie che da quelle parti, in inverno, sommergevano il mondo; anche quello invisibile.
Dalla strada la vetrina rifletteva il faticoso incedere degli uomini, ma non dall’interno, oltre i libri Finch intravedeva le ombre della vita degli altri, nessuno scorgeva nell’oscurità le tracce del suo esistere, nemmeno lui.
Una fredda sera d’autunno, di quelle sospese fra la neve e il buio, la porta della libreria gemette per aprirsi e una donna, che aveva il volto spento della cenere e occhi lacerati dal rancore, spinse una mano aperta contro il libraio e trafisse la sua rassegnata tenebra – Siete stati voi a crocifiggerlo. Voi. – Pareva, in quelle strida, liberasse un segreto. Poi rimase solo l’aria gelida e il ronzio del mondo là fuori. Il libraio farfugliò qualche scusa, si avvicino alla soglia e scrutò il vicolo che aveva inghiottito lo spirito malevolo e la sua bestemmia. Così si specchiò nella vetrina e non si riconobbe, come spesso succedeva. Rientrò, chiuse la porta, appese il cartello “Tornerò…” 
– Voi chi ? – Di questo non serbava memoria, certo il cognome, ma chissà quanto tempo era trascorso; chissà se e quando i Finch erano stati Ebrei. Si avvicinò alla vetrinetta che custodiva i volumi più preziosi, riuscì a vedere il suo volto tagliato da lame di luce riflessa dalle pergamene. Si toccò la fronte con la curiosità di una carezza, guardò il profilo della sua inquietudine. – Non sono stato io – mormorò.
Fu allora che Finch decise di cercare fra vecchie carte, tenute da logore cordelle, la memoria nascosta della sua famiglia, le ragioni dell’ingiuria. Da un documento battesimale, probabilmente estratto da un libro delle anime, capì che un suo avo era arrivato dalla Svizzera circa a metà del Settecento. Questi infatti, era sposato con una certa Marta Bruner, avevano avuto due figli, Isacco nato prima del loro viaggio e Giovanni Giusto, nato in Italia da Ebrei convertiti e battezzato nella parrocchia di San Simone nel 1748. Anche Bruner potrebbe essere un cognome Ebreo, e Isacco non era forse il figlio del Patriarca ? Probabilmente erano stati costretti al cattolicesimo prima di scendere in Italia, per fuggire dalla storia, dalla paura, per ingannare la vita in un altrove possibile. Avevano così tagliato le orme del camminare della sua stirpe, consegnandolo al suo personale arrancare in una vita sfinita e logora ancor prima che lui ne prendesse coscienza. Forse avevano spento il fuoco del suo eterno viaggiare.
Ma voi sapete bene, che la fiamma non si estingue mai. E quella fiamma bruciava nel cuore spaccato di Finch e voci cominciarono a gridare e la notte non poteva dormire perché le voci non tacevano mai. Scavò i libri e la sua anima con le mani, coltivando una segreta fatica, come in un orto.
Come tornare?
Comprò un cappello nero e decise che si sarebbe fatto crescere la barba, qualcuno avrebbe sicuramente borbottato – ecco, guardate l’uomo che cerca – e questo avrebbe soddisfatto le lingue del borgo e il mormorio che lo accompagnava.
Come aveva potuto non capire prima le ragioni della sua sofferenza nel sentirsi altro da sé, forse perché scrutava in una tinta oscura, forse perché attendeva un segno? Da quel momento la fede bruciò i resti avari del suo passato, e rese ragione alla cecità disperata dei suoi anni. Nelle ore lunghe della libreria cominciò a studiare l’Ebraico e riconobbe la lingua matricale. La lettura da destra gli riusciva davvero semplice e in poco tempo sentì nella sua bocca l’asprezza della heth. Recitava lo Shemà, nel tepore raccolto dello studio, come se la preghiera avesse scandito i giorni della sua vita da sempre.
La libreria del vicolo Basso da allora chiuse il Sabato, e il Venerdì sera, dopo il tramonto, si poteva vedere la lieve balugine di due lumi accesi, filtrata dal vetri appannati. Qualche passante che la sera, rincasando, si fermava a curiosare davanti al negozio, vedeva un uomo con una lunga barba, grigia ormai, che al lume fioco di alcune candele leggeva antichi volumi in una scrittura mai vista prima che, a detta di alcuni, era Ebraico. Il professore del Liceo giù in città, che in più occasioni aveva acquistato qualche classico in edizione pregiata nella libreria del Vicolo Basso, confessò al parroco – Lo avevo immaginato, è un uomo che si nasconde nella notte. -.
Finch viveva in un piccolo borgo della provincia, che voglio tacere, dove non avevano mai vissuto Ebrei; la gente non riusciva nemmeno a immaginare chi potessero essere gli Ebrei e cosa sapessero mai fare; qualche anziano ricordava divertito l’incipit di non so quale cantilena, ma non avrebbe poi saputo seguitarla. La sua vita era quella di un’ombra solitaria, schivo ad un mondo che mal gli corrispondeva. Forse D-o avrebbe accettato la sua incapacità di essere altro da sé. Che avrebbe mai potuto fare? Sua madre, era morta e non era Ebrea, non più; era un uomo stanco e non era tempo ormai per costruire una famiglia. Eppure sapeva di avere strappato abiti che lo avevano sempre nascosto a sé e agli altri, di essere ritornato al popolo di Abramo, da dove veniva. – Proprio ora – si diceva – ora che io ho compreso, nessuno può comprendere me. – Pregava ogni giorno, rispettava i precetti della Torah, ma era solo. Il bottegaio si accorse che non comprava più alcuni tagli di carne , ma che volete, in quei tempi il denaro era davvero poco. Nella sua solitudine il libraio osservava Shabat e celebrava feste che ad altri sarebbero parse stravaganti stranezze. Recitava ogni giorno l’Amidah in silenzio, in piedi, rivolto verso Gerusalemme.
Era l’unico modo che conosceva per tornare ad essere Ebreo.
Una sera, all’ora in cui la gente affrettava il ritorno a casa per il freddo pungente, un vecchio, intabarrato in un panno scuro, si fermò davanti alla vetrina. Guardava i libri esposti, ma il vetro appannava, così risolse di entrare. Finch era curvo su un antico in-folio che avrebbe voluto acquistare e che stava collazionando.
L’uomo portava un paio di occhiali dorati sugli occhi chiari, luccicanti, un cappello nero sulla barba lunghissima e bianca. Chiese di poter vedere un Sefer mihvar hapeninim che era appoggiato su uno scaffale.
– Certo, potete vederlo ma, perdonatemi, non è in vendita – si schermì Finch – questo libro per me è un prezioso sollievo. –
Non crediate che fosse uno sprovveduto, aveva compreso che davanti a lui c’era il primo Ebreo che avesse mai veduto oltre sé stesso. Avrebbe voluto abbracciarlo e gridargli la sua disperazione, ma pensò che il suo corpo fosse accordato per ascoltare. Il vecchio invece tacque e si congedò, per non so quale premura, dicendo che sarebbe comunque tornato per vedere, con la luce del giorno, altri volumi che portavano sul dorso caratteri ebraici e che sicuramente sarebbero stati di suo interesse. Restò un profumo familiare, che non avrebbe saputo dire. Restò una malinconia indefinita e struggente e la perduta opportunità di sentirsi fratello ad altri. Lo guardo allontanarsi nel buio mentre rialzava il collo di pelliccia contro il vento gelido.
La vita in quel tempo non era avara con Finch, ogni giorno portava nuova semenza, la sua barba cresceva, studiava nuovi libri che comprava sui cataloghi di altri antiquari, nelle grandi città; trovò il Maftehot ha Zohar di Fontanella e l’Atereth zeqenim di Abrabanel; ogni volume arricchiva la sua fede e la sua sottomissione all’Eterno. Ormai leggeva e traduceva bene l’Ebraico, anche se non era certo di alcune flessioni della voce. Recitava le Benedizioni ogni qualvolta è d’obbligo e riteneva in cuor suo di comportarsi così come era scritto; non vedeva, abbagliato dalla sua nuova speranza, che gli uomini, là fuori correvano sventolando giornali, si fermavano a grappoli sulla piazza, gridavano con i pugni chiusi e le donne, al vespro, scendevano alla Chiesa come stormi neri di uccelli.
Un giorno l’uomo col tabarro tornò. Finch lo guardò scrutare all’interno, dalla vetrina; per un attimo temette che se ne andasse, pensando forse che la libreria fosse chiusa; così accese un lume, e il vecchio allora entrò. – Barukh haba – sussurrò l’uomo dei libri, le sue labbra piangevano sommesse, perché non avevano mai offerto ad altri parole cosi belle. – Barukh hanimtza – rispose l’altro e la sua voce cadde dalla barba come miele – penso che lei potrebbe avere un libro che io cerco da molto tempo. Si tratta di una rara edizione del Moreh ha-nekuvim, un incunabolo, forse del 1469. Sarebbe una vera fortuna se lei lo potesse vendere. –
Ora ditemi, che avrebbe potuto fare Finch? Quel libro era una rarità e lui ne aveva letto notizia in qualche saggio di bibliografia giudaica, ma non voleva perdere un’altra occasione per parlare un poco con l’uomo che rappresentava l’unico legame fra la sua antica solitudine e i figli di Abramo. Allora, accarezzandosi la barba, mormorò una scusa — Dovrò guardare fra i miei libri, nella stanza qui dietro, mi perdoni per qualche minuto – ma sembrava un bambino.
Si rifugiò nella penombra dello studio; pensava che avrebbe comunque potuto proporre qualcosa di interessante, per esempio quel Perus Hammes Megillot di Yahia, una bella cinquecentina, poi si sarebbero potuti parlare, anche in ebraico forse; così avrebbe potuto in seguito chiedergli — Fratello in Abramo chi è questo umile mercante, io cosa sono dietro questa barba, che devo fare di questa solitudine, di questi vecchi libri cosa resterà, che sarà di Finch? Nostro Padre mi riconoscerà?-
Era accovacciato fra i volumi antichi, nel buio dello studio, quando sentì la porta aprirsi, rumorosamente, con inutile sgarbo e udì una voce gracchia, diversa da quelle mai conosciute, feroce, giovane; – Sei tu Finch l’Ebreo? – Guardò quel suo mondo e gli parve si sgretolasse. Gli parve che i libri, i suoi libri lo potessero sommergere, come per proteggerlo da quell’aria gelida che entrava dalla porta; cosa volevano da lui, chi latrava nel suo mondo silenzioso?
Finch non ebbe paura, ma il suo corpo si irrigidì e sospese il respiro. Faticosamente fece per alzarsi quando il vecchio rispose – Finch sono io -.
Lo portarono via. Rimase la porta spalancata sulla nebbia. Finch vide le loro divise allontanarsi nella strada e in mezzo a loro trascinare l’uomo con la barba bianca. Ancora protetto dall’ombra, vide i bottoni lucidi, i capelli rasati e i volti glabri; non si chiese chi fossero i soldati e da quale inferno fossero usciti, però capì chi era il vecchio; e penso che ormai anche voi lo sappiate.
Il Profeta Elia si voltò per l’ultima volta, da lontano sorrise a Finch e Finch comprese che il Santo, Benedetto Egli sia, lo avrebbe riaccolto fra la sua gente.

Israel Eliahu

A tutti gli amici ebrei, di nascita, di ritorno o di approdo, auguro un digiuno non troppo tormentoso e un ritorno completo.

barbara