COSE CHE FANNO CASCARE LE BRACCIA

Ho trovato in rete questa “testimonianza”.

Pietro Marinelli

Cari amici difensori a tutti i costi della politica del governo attuale, vorrei raccontarvi un episodio di cui sono venuto a conoscenza ieri, da un farmacista: costui stava telefonando ad una paziente per consigliarle dei prodotti diuretici per eliminare il grafene (non so se sappiate cosa sia e dove sia presente, però ve lo dico lo stesso, perché potreste averlo assunto anche voi con la “punturina”). mentre telefonava e stava per comunicare il tipo di farmaci da assumere, il farmacista ha sentito che si inseriva una voce esterna che diceva “ATTENZIONE! LA TELEFOINATA VIENE REGISTRATA”! Come si può agevolmente capire, il farmacista è entrato nel panico ed ha messo giù la cornetta!
Credo che questo sia un bel modo di imitare i regimi totalitari, di cui domani ricorre la caduta nell’Europa orientale!

Ora, una persona con una minima, minimissima, microscopicissima attitudine a coltivare dubbi e porsi domande, come si vantano di fare quelli che “non se la bevono”, comincerebbe col chiedersi quanto grafene ci sia nel vaccino e quanto, eventualmente, potrebbe cominciare a essere pericoloso, così, giusto per non rischiare di sparare cazzate a vanvera. Magari poi, scoprendo che è usato in medicina per le sue meravigliose proprietà, scoprirebbe – come l’ho scoperto io andando a indagare quando, dopo avere fatto un salto sulla sedia leggendo quella montagna di puttanate, ho deciso di fare questo post –  che accanto al grafene esiste l’ossido di grafene, e come nessuno si sogna di confondere il carbonio, che è alla base della vita, con l’ossido di carbonio, che è mortale, così eviterebbe di confondere il grafene con l’ossido di grafene, che in dosi elevate può essere tossico. Ovviamente dopo avere fatto un altro salto sulla sedia nel leggere che non solo che si vuole eliminare il grafene e non l’ossido, ma che il fantomatico farmacista lo farebbe eliminare pisciando, andrebbe a informarsi anche su quest’altra faccenda, possibilmente evitando i siti complottisti che ci informano che il vaccino è Satana e il grafene è il suo Profeta, e avrebbe la conferma che il salto sulla sedia era più che giustificato. Poi si potrebbe anche chiedere chi e come si sia “inserito” nella telefonata: qualcuno che teneva costantemente sotto controllo il telefono del farmacista? Un ventriloquo che era presente in farmacia e ha fatto sembrare che la voce gli arrivasse dalla cornetta del telefono? Mah. E poi: perché mai un farmacista che sta prescrivendo un diuretico per telefono dovrebbe preoccuparsi che la cosa venga documentata? Perché mai dovrebbe andare nel panico? Perché dovrebbe chiudere di colpo la telefonata lasciando la paziente priva del farmaco? E infine: se ho il sospetto di avere una sostanza nociva in corpo, visto che sono così scrupolosamente attenta alla mia salute, telefono al farmacista e mi faccio indicare un farmaco invece che andare dal mio medico o, meglio ancora, al pronto soccorso che mi verifichino se ho o no questa sostanza nociva e vedano poi loro come farmela eliminare? E infinissimo: ma se ho bisogno di un farmaco, perché dovrei telefonare alla farmacia per farmi dire cosa mi serve anziché andare lì e farmelo dare? Cioè, essere scemi va bene, è legale per carità, ma qua c’è gente che se ne approfitta però. Che poi, scusate, qualcuno mi spiega perché chi sceglie di vaccinarsi dovrebbe essere “difensore a tutti i costi della politica del governo attuale”?

Nel frattempo in Romania, regno del novaxismo:

Tra pozioni e fake news russe viaggio nella Bucarest No Vax dove la quarta ondata fa strage

di Alessanda Ziniti

BUCAREST – Sull’aereo che la riporta a casa Mariana, 38 anni, con gli occhi lucidi, guarda e riguarda il video sul telefonino. Una donna anziana, il volto coperto dalla maschera per l’ossigeno, sussurra con un filo di voce: “Ti prego, torna a casa, non voglio morire senza vederti”. “È mia madre, mio padre è morto tre giorni fa sull’ambulanza dove è rimasto 26 ore in attesa, non so se lei se la caverà. Non erano vaccinati. Non è nella nostra cultura, è contrario alla nostra religione. Io mi sono dovuta vaccinare perché in Italia la famiglia da cui lavoro mi avrebbe licenziata”.
Di quale religione parla Mariana lo si capisce accendendo la tv dove gli appelli di sacerdoti ortodossi si alternano a quelli di politici e influencer che sul web rilanciano le fake news russe: “Non vaccinatevi, non abbiate paura del Covid, per ognuno Dio ha il suo volere, non lasciatevi ingannare da quello che vi mostrano”. Quello che mostrano le immagini che scorrono in tv o le sirene delle ambulanze che attraversano Bucarest è purtroppo ben altra storia: quella di una capitale europea, di un Paese dove disinformazione, ignoranza e sfiducia nelle istituzioni, retaggio di tutti i Paesi ex comunisti, hanno aperto un’autostrada alla quarta ondata del Covid che qui ha già fatto 51.000 morti, un terzo dei quali nell’ultimo mese, quando la Romania ha fatto registrare il tasso di mortalità più alto del mondo in relazione ai suoi 19 milioni di abitanti.
La strage dei nonni, la chiamano qui, perché a morire (con un numero di vittime che da settimane non scende mai sotto le 400 ogni 24 ore e che il 2 novembre ha sfiorato quota 600) sono soprattutto gli anziani, che più di ogni altro rifiutano il vaccino. I numeri dicono tutto: solo il 33 per cento della popolazione è immunizzato e tra gli over 80 appena il 20 per cento ha ricevuto la prima dose, gli altri sfidano il virus, si affidano a vecchie credenze e muoiono. “Sa quanta gente, soprattutto nelle zone rurali, pensa di poter curare il Covid con le pozioni? Un numero incredibile”, dice un giovane medico distrutto dopo 18 ore di turno all’Emergency Hospital.
Con il governo di Florin Citu, debole e sfiduciato, incapace di gestire la pandemia, la campagna vaccinale non è mai decollata e le restrizioni sono arrivate tardive e parziali: Green Pass per accedere ad alberghi, ristoranti, cinema, ma non sui luoghi di lavoro, coprifuoco notturno, scuole aperte solo dove il personale è vaccinato al 60 per cento.
La Romania di oggi sembra la Lombardia di un anno e mezzo fa: gli ospedali scoppiano con 20.000 ricoverati, le terapie intensive sature con 1870 persone e pazienti trasferiti con aerei militari in Germania, Ungheria e adesso anche in Italia, lunghissime file di ambulanze in attesa sulle quali chi arriva ormai grave muore prima che si liberi anche solo una sedia al pronto soccorso. “Siamo in guerra, la situazione è catastrofica e l’inverno deve ancora arrivare”, dice Amalia Hanggin, capo dell’unità di emergenza. (qui)

Ma anche qui da noi abbiamo un insigne religioso, idolo dei novax.

Bufera sull’arcivescovo negazionista

L’ex nunzio del Vaticano negli Stati Uniti, monsignor Carlo Maria Viganò, il nemico numero uno di Papa Francesco, torna a far parlare di sé. Dopo aver definito la campagna di vaccinazione “un’azione satanica contro Dio”, in un video trasmesso da La7 nega l’esistenza del Covid parlando di “psico-pandemia”. “I media di regime”, secondo l’arcivescovo, “tacciono sistematicamente” sul fatto che “ci hanno ingannato per quasi due anni raccontandoci cose che non corrispondevano alla realtà” e arriva a dire che “uccidevano deliberatamente i contagiati per farci accettare mascherine, lockdown, coprifuoco”. E fa bene la gente a protestare, anzi “ci siamo svegliati un po’ tardi”, è la chiosa. L’indignazione del Vaticano parte dai numeri: “In Italia abbiamo avuto oltre 130mila morti, nel mondo alcuni milioni. L’economia mondiale è in grandissima difficoltà, centinaia di migliaia di persone hanno perso il lavoro. Come si fa dire che la pandemia non esiste?”, replica il presidente della Pontificia Accademia per la Vita, monsignor Vincenzo Paglia. Tra i No vax ci sono anche numerosi conservatori cattolici e anche cardinali come l’americano Raymond Leo Burke che ancora paga le conseguenze del Covid. (qui)

E poi ci sono questi qui, per i quali mancano perfino le parole per commentare

PS (mi è venuto in mente solo adesso, dopo avere pubblicato): ma se io sto tenendo qualcuno sotto controllo per poterlo denunciare o ricattare o ricavare informazioni, lo vado a informare che sto ascoltando e registrando tutto in modo che da quel momento di informazioni non me ne arrivano più?! Ma come si fa a bersi simili bestialità, come si fa!

barbara

IL RITORNO DELL’HULIGANO

Alle undici sono alla Stazione Nord, al treno di notte per Cluj. Il volo era stato cancellato all’ultimo momento per mancanza di passeggeri e anche per via della Pasqua. Il vagone letto ha solo due passeggeri e due accompagnatori giovani, che hanno l’aspetto di studenti di un college, completamente diversi dal pittoresco cuccettista di un tempo. Negli anni d’università, il treno mi portava, alcune volte all’anno, di notte, in sette ore, da Bucarest a Suceava e mi portava, poi, di frequente, negli anni dell’amore per Giulietta, da Ploiesti a Bucarest. Il treno mi aveva portato a Periprava, il lager di detenuti dove era finito il babbo, e nel viaggio di addio, nel 1986, ai genitori e alla Bucovina. Sono solo nel treno del passato, tra i fantasmi che appaiono, immediatamente, intorno al fantasma che sono stato e che sono diventato. Lo scompartimento è pulito, ma persiste un odore di disinfettante e il lenzuolo ha una macchia sospetta. Il cuscino posto proprio sopra la ruota del vagone non promette l’anestesia della stanchezza che ha continuato a sedimentare durante la settimana bucarestina. Distendo la coperta sul lenzuolo, mi spoglio, sento freddo, mi avvolgo. Tiro le tende. Buio tratteggiato da strisce luminose. Le ruote stridono, cerco di rimanere sordo alla corsa e all’ansito della notte. Il mostro di ferro perfora, con rumori sordi e muggiti, l’oscurità.

ab ab ab

Ottobre 1941. Il primo viaggio in treno. Carro bestiame, assito umido, freddo, corpi ammucchiati uno addosso all’altro. Fagotti, bisbigli, lamenti, puzza di urina e sudore. Blindato nella paura, rannicchiato, contratto, separato dal corpo della belva collettiva che le sentinelle sono riuscite a stipare nel vagone e che si agita con centinaia di braccia, gambe e bocche isteriche. Solo, sperduto, come se non fossi legato alle mani, alle bocche e alle gambe degli altri. Tutti! Tutti!, così urlavano le sentinelle. «Tutti, tutti» gridavano, levando le baionette lucenti e i fucili lucenti. Non c’era scampo. «Tutti, in colonna, tutti, tutti, salire, tutti.» Spintonati, gli uni addosso agli altri, più stretti, più, più, finché non avevano sigillato il vagone. Maria batteva con i pugni sulla parete di legno della nostra tomba, per esservi ammessa, per partire con noi, le sue grida si erano spente, avevano dato il segnale di partenza. Le ruote ripetevano tutti tutti tutti, il feretro d’acciaio penetrava il ventre della notte. E poi, il secondo viaggio in treno: il miracoloso Ritorno! 1945. Aprile, come adesso. Erano passati secoli, ero vecchio, non immaginavo che sarebbe seguito, dopo altri secoli, un altro ritorno. Ora, vecchio davvero, vecchio. Le ruote ritmano il ritornello notturno, scivolo sulle faglie del buio. D’un tratto, l’incendio. Vagoni in fiamme, il cielo in fiamme. Fuoco e fumo, il ghetto brucia. Un borgo incendiato, pogrom e rogo. Casette e alberi in fiamme, grida. Sul cielo rosso, il gallo sacrificale e l’agnello sacrificale. Il martire legato al rogo, nel centro del borgo. Come una crocifissione, solo che il braccio trasversale della croce mancava, era rimasto un solo palo, eretto sul livello del suolo. Il corpo non è inchiodato, solo le mani sono legate con le sacre cinture della preghiera, i filatteri. I piedi sono legati al palo con una fune, il corpo è avvolto nello scialle di preghiera, bianco, a frange nere. Si vedono i piedi, parte del petto, una spalla, le braccia, la pelle luminescente, gialla, con riflessi violacei. Il volto pallido, molto lungo, la barba giovanile, i cernecchi sottili, rossicci, le palpebre abbassate sugli occhi stanchi, la visiera del berretto verde girata da una parte. Le finestre dell’edificio vicino aperte, si sentono grida. I disperati corrono, frastornati, qua e là, intorno al rogo al centro dell’immagine. La crocifissione era diventata una condanna al rogo. Semplice, maldestra, la tragedia occupava tutto lo schermo: l’uomo in procinto di gettarsi dalla finestra dell’edificio in fiamme, il violinista smarrito nella viuzza tortuosa, tra le case che crollano, incendiate, le une sulle altre, la donna con il bambino in braccio, il devoto con il libro, sorpresi insieme nel giorno maledetto. Al centro, il rogo. Ai piedi del martire, la madre o la moglie o la sorella, avvolta in un lungo velo che la unisce al condannato. Mi avvicinavo, da molto tempo, al giovane martire. Il berretto gli scivola sulla fronte, non fa alcun gesto, il rogo sembra sul punto di prender fuoco, da un momento all’altro. Non sono in grado di avanzare più in fretta, per liberarlo, mi restano solo pochi attimi per trovarmi un nascondiglio. Voglio dirgli che non si tratta di Crocifissione o Resurrezione, solo di un rogo, e basta, trasmettergli almeno queste parole, prima di separarci, ma le fiamme si avvicinano a gran velocità e sento il treno sempre più vicino. Le ruote rombano in modo assordante, il treno fuma, brucia, torcia che penetra veloce e con fragore la nebulosa della notte. Si avvicina, continua ad avvicinarsi, mugghiando, rombando, è sempre più vicino, mi sveglio, spaventato, cerco di liberarmi della coperta torrida. La ruota mi rotola, come un rotolo, i raggi grossi e pesanti sibilano, sibilano. Mi occorre tempo per capire che non mi hanno perforato la carne, che non sono stato risucchiato dai raggi vertiginosi, che mi trovo in un normale scompartimento di un normale treno di notte, in Romania. Rimango per lungo tempo rannicchiato, sudato, con la luce accesa, senza il coraggio di rientrare nel presente. Cerco di ricordare viaggi incantati con la slitta, nella Bucovina incantata, e con la carrozza, in graziose stazioni di villeggiatura bucovine, e col treno, d’autunno, in uno scompartimento vuoto, luminoso, quando la mamma mi aveva svelato il segreto della sua giovinezza ferita. A un certo punto, mi assopisco di nuovo, mi sveglia un pensiero improvviso: Chagall. La cartolina Chagall che avevo guardato spesso, senza capire chi e perche me l’avesse mandata.

Perché tornare significa anche far tornare le memorie – e rivivere la deportazione ad ogni viaggio in treno è esperienza comune a molti deportati.

Lungo era stato il tempo per decidersi a lasciare la Romania e intraprendere la via dell’esilio, e lungo è anche il tempo per decidersi ad abbandonare per un momento l’esilio e rientrare in Romania, dove affrontare visi e luoghi e discorsi e memorie e rimorsi per le promesse non mantenute e dolori antichi e dolori nuovi.

“Il ritorno dell’huligano” è uno di quei libri, un po’ come quest’altro, che provvedono personalmente (sì lo so, non venitemi a spiegare che il libro non è una persona, ma non posso dire che provvede libralmente) a dettarti l’agenda: acquistato una buona dozzina d’anni fa, adesso mi si è imposto alla lettura. Che non è una di quelle letture che procedono a rotta di collo, perché anche il ritmo di lettura te lo detta lui, e ben presto ti rendi conto che lentezza non è sinonimo di noia. Non in questo caso almeno. E ti rendi conto anche che “lui” ti si è imposto in questo momento perché “sapeva” che è esattamente di quel ritmo che il tuo corpo e la tua mente avevano bisogno in questo momento. E un libro così è chiaro che è straordinariamente intelligente, e davvero non puoi fare a meno di leggerlo.

Norman Manea, Il ritorno dell’huligano, il Saggiatore
huligano
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