RULA JEBREAL E IL SUO COMMOVENTE MONOLOGO

Le vere donne violate di cui Rula non parlerà mai

di Lorenza Formicola

Succede che Sanremo finisce e che gli abiti sbrilluccicanti, che devono fare scena e rima con le parole da mettere al posto giusto perché nessuno deve sentirsi offeso, ritornano negli armadi. E succede che la protagonista del monologo che la critica ha giudicato da Oscar, Rula Jebreal, finisce di nuovo in prima pagina. Perché si può diventare l’eroina del giusto, del vero, del bello e del puro, per poi un attimo dopo prendere in giro sull’aspetto fisico il maschio bianco, il presidente Trump. Non le sue idee, non le sue parole, ma la sua esteriorità.

La Jebreal con una foto pubblicata su Twitter vorrebbe umiliare il presidente Usa e sbugiardare i capelli incollati alla testa e il colorito sistemato con il trucco. Fermo restando che la foto postata dalla Jebreal non sarebbe neanche l’originale, viene da notare subito due cose: che non c’è niente di più odioso che cercare di screditare qualcuno criticando il suo aspetto fisico e la contraddizione di un gesto che, se avesse avuto come protagonista il trucco e i capelli di una signora, sarebbe diventato la prova della “violenza sulle donne”. Già quella violenza tanto stigmatizzata e che ha commosso il mondo intero – giurano i titoli di giornale -, ma resta avvolta da un bel velo di patinata ipocrisia. Lasciamo perdere, infatti, chi bullizza l’aspetto fisico di Trump o di chi per esso. E, per una volta, invece di parlare di tutti, e quindi di nessuno, andiamo in fondo alla verità dell’argomento.

Chi sa o si ricorda di Rotherham? La cittadina inglese dove per anni almeno 1400 ragazze minorenni sono state aggredite sessualmente, molestate o violentate da gang di maschi islamici.

Per sedici anni i fatti sono stati taciuti da istituzioni negligenti e timorose di essere accusate di “razzismo” o “islamofobia”. Dagli assistenti sociali alla polizia fino ai giudici nessuno ha voluto sfiorare un argomento che avrebbe voluto dire denunciare il barcone del multiculturalismo.

Mohammed Shafiq, a capo di una organizzazione giovanile musulmana, la Ramadhan Foundation, confiderà al Daily Mail che “gli asiatici non tendono ad andare con ragazze delle loro comunità, perché qualcuno potrebbe venire a bussare alla loro porta. Non vogliono padri o fratelli, o leader delle comunità che si scaglino contro di loro”.

Nel 2015, un anno dopo che lo scandalo scoppiasse, la British Muslim Youth in un messaggio su internet ancora ordinava ai giovani musulmani di boicottare le indagini delle forze dell’ordine, magari facendo scoppiare qualche bella rivolta contro gli “islamofobi”. Eppure nessun discorso contro la violenza sulle donne ha mai osato denunciare fatti simili. Che poi non sono accaduti solo a Rotherham, ma anche a Oxford, e poi Bristol, Derby, Rochdale, Telford, Peterborough, Keighley, Halifax, Banbury, Aylesbury, Leeds, Burnley, Blackpool, Middlesbrough, Dewsbury, Carlisle… Sono più di 15 le città di una delle patrie per eccellenza del “multikulti”, il Regno Unito, in cui musulmani di origine pakistana e afghana andavano a caccia di bambine bianche.

“Per gli abusi sessuali si sono serviti di coltelli, mannaie, mazze da baseball, giocattoli sessuali… Gli abusi erano accompagnati da comportamenti umilianti e degradanti  – quanta delicatezza e parsimonia di giudizio! ndr – come mordere, graffiare, urinare, picchiare e ustionare le ragazzine. Le violenze sessuali sono state compiute spesso da gruppi di uomini e, a volte, la tortura è andata avanti per giorni e giorni. […] I luoghi in cui sono state effettuate le violenze spesso erano case private di Oxford. Gli uomini che pagavano per violentare le ragazze non erano sempre di Oxford. Molti venivano, appositamente, anche da Bradford, Leeds, Londra e Slough. Spesso previo appuntamento”, si leggerà in un estratto del rapporto della procura inglese alla fine di uno dei tanti processi degli ultimi anni. Tanti altri sono ancora in corso. E chissà  perché nessuno ne scrive.

“Tutte le donne bianche sono buone solo a una cosa. Per gli uomini come me sono da abusare e utilizzare come spazzatura. Nient’altro”, è un altro degli imputati, uno della gang islamica, a parlare.

Ed è meglio non approfondire i numeri, perché quelli lì sono davvero agghiaccianti.

La stessa Svezia che i media hanno continuato a difendere dagli “attacchi insensati” di Donald Trump; la Svezia dell’Ikea che ci ricorda ogni giorno che, a conti fatti, vale tutto, l’importante è sentirsi se stessi; la Svezia che ancora qualcuno osa portare a modello di integrazione e oasi di pace. Quella Svezia lì, come il Regno Unito, ha visto perpetrare abusi sessuali di massa da immigrati islamici nell’occasione di due affollatissimi festival musicali nazionali.

E sempre a proposito di violenza sulle donne, quanti monologhi sono stati fatti dopo il capodanno di Colonia del 2016? E sulle misure adottate per gli anni successivi? Sarebbe stato bello ascoltare, poi, monologhi sulla solidarietà femminile quando la deputata laburista Sarah Champion è stata costretta alle dimissioni. Perché dopo anni di denunce aveva osato scrivere un editoriale in cui denunciava le bande di pakistani che, a zonzo per il Paese, violentano le ragazzine bianche. Considerazioni troppo disdicevoli per la sinistra inglese. E cosa dire ancora delle oltre mille ragazze cristiane e indù che, ogni anno, vengono rapite, violentate, convertite forzatamente all’islam e costrette a sposare un musulmano molto più grande. Una barbarie che si compie con la complicità delle autorità. Solo qualche giorno fa l’Alta Corte del Sindh ha deciso che il matrimonio di una 14 enne cristiana con un musulmano – malgrado rapimento, violenza e tutto il resto – è da ritenersi valido.

Il Pakistan può continuare tranquillamente a perseguitare i cristiani, a favorire il rapimento e lo stupro delle ragazze cristiane, a uccidere chi chiede di non essere discriminato, tanto nessuno farà mai un monologo o una denuncia come si deve da nessun palco con una certa eco. E nessuno racconterà  delle torturatrici della polizia religiosa istituita dall’Isis a Raqqa. Dove l’organizzazione terroristica aveva istituito una vera gestapo al femminile.

Donne che torturano altre donne e una sola la parola d’ordine: rapire, colpire, torturare e uccidere le infedeli, le donne crociate o semplicemente senza velo. La violenza sulle donne è una cosa seria, ma di quella vera e diffusa nessuno ne parlerà mai, perché troppo brutale per i discorsi che devono piacere a tutti quelli che piacciono. Troppo complessa per l’evanescente ideologia di cui è imbevuta quella approvata dal pensiero unico. (qui)

E non è ancora tutto. Anzi, questo è ancora il meno

RULA JEBREAL HA RACCONTATO UNA MAREA DI BALLE SULLA SUA VITA? NEL 2011 DESCRIVEVA SUO PADRE COME UN EROE, MA PER FARE LA FENOMENA A SANREMO LO HA DESCRITTO COME UN MOSTRO

di Gianluca Baldini (tratto dal web)

Rula Jebreal sul palco di Sanremo ha raccontato di sua madre, morta suicida dopo anni di soprusi subiti dal padre.
Rula lacrime
Bene, in questa intervista recuperata dal webarchive (CLICCA QUI PER IL LINK) raccontava una storia profondamente diversa, dipingendo il padre come un santo che aveva subito le follie di una madre alcolizzata e promiscua e che aveva cercato in ogni modo di salvarla nonostante le sofferenze arrecate e le corna.
Il discorso di Rula è stato scritto da Selvaggia Lucarelli (evidentemente Rula non era in grado di scriverlo da sola), ma l’ha letto lei, avallando quella versione ritoccata.
Raccontando che il padre era uno stupratore e la madre una vittima.
Quale sia la verità lo sa solo lei, ma questo interessante aneddoto mette in evidenza l’ipocrisia, la falsità e l’opportunismo di questa donna, che infanga la memoria dei suoi cari per fare spettacolo.
Quando ho pubblicato la foto della Jebreal con Weinstein
jebreal-weinstein 1
jebreal-weinstein 2
qualcuno tra i miei contatti si era risentito.
Così ho dovuto spiegare che lei è una cara amica di Weinstein, che fu produttore del suo film e amico intimo dell’ex di Rula, nonché regista del medesimo film Julian Schnabel.
A casa di Schnabel si tenevano i festini in cui Weinstein incontrava le sue vittime (questo sostengono un certo numero di accusatrici) e in quella casa Rula ci ha vissuto per anni.
Sarà per questo che nel pieno dello scandalo #metoo si è tenuta a debita distanza dal dibattito social.
C’è altro da aggiungere? (qui)

No, in effetti. Al primo momento qualcosa pensavo di aggiungere, ma mi rendo conto che non ci sono aggettivi adeguati a qualificare questo essere che non solo mi rifiuto di chiamare donna, ma che ho anche qualche difficoltà a considerare umano.

barbara

AVETE PRESENTE LA SANREMO FEMMINISTA E POLITICAMENTE CORRETTA?

Quella che invita la famosa giornalista Rula Jebreal. Quella che si indigna quando qualcuno preferirebbe che lei non intervenisse. Quella che alla fine la farà partecipare per parlare di donne – e ovviamente possiamo prevedere che non parlerà della condizione delle donne musulmane, sposate a dieci, o sette, o cinque anni, lapidate se vengono stuprate perché non sono più vergini e quindi portano disonore alla famiglia, loro, non il padre o lo zio o il fratello che le ha stuprate. Parlerà sicuramente delle donne vittime dei nostri maschi sessisti, perché i problemi sono tutti qui da noi, non certo a Gaza dove si può tranquillamente essere gay, e sopravvivere (ibidem). Quella che si infuria quando arriva l’orrenda notizia che parteciperà Rita Pavone, notoria sovranista – e lo sanno tutti che essere sovranisti è molto peggio che essere ladri falsari spacciatori stupratori pedofili assassini tutto insieme – e come se non bastasse non prova neppure simpatia per Santa Greta dei Dolori Climatici. Quella Sanremo lì. Ecco. A quella Sanremo lì parteciperà un tale Junior Cally, un rapper per ragazzini/e che ha nel suo repertorio roba come questa (i testi sono “asteriscati” per evitare la feroce censura di FB, dove li ho trovati, e li ho lasciati così):

«Lei si chiama Gioia, beve poi ingoia.
Balla mezza nuda, dopo te la da.
Si chiama Gioia, perché fa la tr*ia, sì, per la gioia di mamma e papà».

«Questa non sa cosa dice. Porca tro*a, quanto ca**o chiacchera? L’ho ammazzata, le ho strappato la borsa. C’ho rivestito la maschera».

«state buoni, a queste donne alzo minigonne»;
«me la chi*vo di brutto mentre legge Nietzche»;
«ci scopi*mo la Ferreri [la cantante ndr]»;
«lo sai che fotti*mo Greta Menchi [una influencer, ndr];
«lo sai voglio fott*re con la Canalis [la conduttrice ndr]»;
«queste put**ne con le Lelly Kelly non sanno che fott*no con Junior Cally»

Chi volesse fare un estremo tentativo per fare escludere da Sanremo questa fogna, può provare a scrivere alla commissione rai della camera: com_rai@camera.it indicando

Nome
Cognome
Via… N…
Città
Cap

barbara

LA NOSTRA FUTURA PIDDINA

Eccovela qui

e qui

e ancora qui

dove vieppiù dimostra il suo spiccato senso del dialogo, del rispetto, della moderazione, per non parlare della competenza politica. Grazie a lei sicuramente le sorti del PD si risolleveranno con una risalita da elicottero.

e non posso rinunciare a riproporre questo gioiello,

che mi suggerisce qualche considerazione supplementare:
1. Apostrofare una persona come “tu uomo bianco”, oltretutto contrapposto a “una donna [chiaramente autoidentificantesi come non bianca] come me” non è forse razzismo?
2. Se un uomo mi dice “tu, donna, va’ a casa a fare la calza” sta chiaramente parlando in qualità di uomo, rivolgendosi a me in qualità di donna, dimostrandosi inequivocabilmente sessista – oltre che pesantemente maleducato. Ma se mi sta criticando per qualcosa che ho detto e che – a ragione o a torto – lui ritiene sbagliato, c’entrano qualcosa i nostri rispettivi sessi? E dunque, il chiamarli in causa non è sessista?
3. Se dico “Tu uomo bianco non puoi parlare così con una donna come me”, non sto automaticamente dicendo che con una donna come te (cioè bianca) puoi invece farlo benissimo, ossia che a me devi un rispetto maggiore, ossia che la mia razza è superiore alla tua?
4. Se dico “Non ti devi arrabbiare e diventare rosso” a una persona che sta esponendo dei fatti (e che io interrompo parlandogli sopra per impedirgli di esporli), a cui di arrabbiarsi non passa neanche per la testa, non sto dimostrando una gigantesca coda di paglia?
5. E se nella stessa frase, senza neppure una virgola in mezzo, passo dall’economia inglese alla politica italiana sull’immigrazione… No, qui non c’è neppure bisogno di porre la domanda.
E pensa se davvero il PD la candida, e se lei accetta la candidatura, e se viene eletta, e se magari in un prossimo governo ce la ritroviamo ministro degli Esteri, o dell’Interno… Basta, fatemi andare a prendere un paio di damigiane di Maalox.

PS: ho deciso di non postare il video, a proposito di Salvini “Rispetto il voto democratico ma…” perché troppo lungo, ma il titolo dice già tutto, come sempre quando l’incipit politicamente corretto (non sono antisemita, non sono razzista, Israele ha il diritto di esistere – magari addirittura di difendersi, non giustifico il terrorismo…) è seguito dal fatidico “ma”.

barbara

GNOCCA SENZA TESTA

Ve la ricordate? Stava intervistando/interrogando/sottoponendo a terzo grado Antonio di Pietro, e non appena lui apre bocca per rispondere lo blocca, gli fa altre domande, incalza, obietta, protesta, aggredisce, in studio ridono tutti, lei sembrerebbe convinta che siano divertiti mentre è evidente che stanno ridendo di lei, finché in sottofondo si sente l’ormai famoso “gnocca senza testa”.

In seguito si sono sentite allucinanti arrampicate sugli specchi in cui si sosteneva che non era di lei che si parlava (non voglia il Cielo che si critichi una “palestinese”!) e hanno tirato fuori che era riferito a Beatrice Borromeo. Ora: in scena c’era Rula; inquadrata era Rula; a parlare era Rula; ad essere cretinamente aggressiva e pesantemente maleducata era Rula: come diavolo può venire in mente di tirare fuori la Borromeo? Ma soprattutto, a qualcuno potrebbe venire in mente di definire gnocca – non importa se con o senza testa – questo asparago qui?!
beatrice-borromeo
Ma se qualcuno avesse ancora qualche dubbio, non c’è da fare altro che aspettare perché, come si suol dire, il tempo è galantuomo. E riecco dunque la nostra Rula poco meno di nove anni dopo, un po’ sfiorita ma sempre discretamente gnocca, e sempre inequivocabilmente senza testa.

A questa grottesca sceneggiata Maurizio Crippa dedica un delizioso articolo.

Il problema di Rula Jebreal non è il sessismo, è Fregoli

Difendere i colleghi, soprattutto se li conosci, soprattutto se sono maschi, non è elegante. Ma soprattutto se non ne hanno bisogno. Dunque non è per difendere Nicola Porro, che parliamo di Nicola Porro e di Rula Jebreal. E’ solo per un godibilissimo senso dello spettacolo, perché il nonsense è una forma di comicità meravigliosa. Insomma Rula Jebreal, “giornalista e scrittrice israeliana naturalizzata italiana, di origine palestinese”, era alla trasmissione di Formigli. Diceva un po’ la qualunque sull’economia. Del resto andrà, sempre con Formigli, al Cortile dei Gentili, e dunque a dire la qualunque deve allenarsi. A un certo punto, trovandosi a discutere con Nicola Porro, che al solito faceva un po’ il gigione, le si è chiusa la vena, come si dice: “Non mettermi il dito in faccia perché questa si chiama violenza”. Lui: “Rula, guarda che se qualcuno non è d’accordo con te, non è sessista”. Lei non ci ha visto più: “Intanto non devi arrabbiarti e diventare rosso quando parli di diritti della donna e poi sei un uomo bianco [i razzisti che discriminano in base al colore naturalmente siamo noi, ndb] che urla addosso a una donna come me. Quindi ti prego, abbassa i toni”. Insomma: stavano parlando di Brexit; poi lei è passata al sessismo; poi è trasmigrata sul razzismo, e in un battibaleno era sulla campagna del Giornale contro lo ius soli. Da restare estasiati. Non tanto per la qualità del giornalismo, non sapremmo dire. Ma la capacità di passare da una stronzata all’altra, senza uscire di scena, era meglio di Fregoli. (qui)

Finita qui? Ma neanche per sogno! Poliedrica, fregoliana, di multiforme ingegno che neanche Ulisse coi suoi cavalli di legno e trucchi antisirene e strategie ciclopicide eccetera eccetera, la nostra Rula riesce a collezionare figure di merda anche in inglese! Guardate che spettacolo!

Per chi non sa l’inglese voglio citare solo questa strepitosa perla: “Si può essere gay a Gaza?” “Sì” “Veramente?” “Sì” “E restare vivo?” (risate del pubblico) “Sì”. Non ha il senso della misura, non ha il senso del ridicolo, non ha il senso del grottesco, non ha il senso della vergogna. Non ha il senso (non ha la testa, come constatato fin dall’inizio).  Finita qui finalmente? Ma quando mai! Leggiamo dunque questo post.

P come Palestina?

Nell’ansia spasmodica di produrre una narrativa – oggi si suole parlare di “storytelling” – che ingeneri nella distratta opinione pubblica la sensazione che uno stato arabo chiamato “Palestina” sia sempre esistito; i filopalestinesi indulgono in iniziative che sfociano nel grottesco.
È il caso di un abecedario che ha fatto la sua comparsa in alcune librerie di New York. Eloquente il titolo: “P come Palestina”; non tanto per il proposito citato, quanto per un grossolano errore di partenza: la lettera “P” nell’alfabeto arabo non esiste; come d’altro canto l’equivalente della nostra lettera “G”.
Le mamme che hanno avuto la sventura di imbattersi in questo atto di propaganda hanno espresso tutto il loro disappunto alla stampa locale: lo stato di Israele non è riconosciuto; in compenso, la lettera “I” celebra l’intifada, che ha seminato orrore nella società israeliana nella prima metà dello scorso decennio.
L’autrice del “libro”, tale Golbarg Bashi, di origine iraniana, è cresciuta in Svezia prima di stabilirsi negli Stati Uniti, dove si è occupata di cultura persiana, prima di dedicarsi a questa opera, grazie ad una raccolta pubblica di fondi che le ha consentito di disporre di un gruzzolo di 15 mila dollari. Insegna storia alla Pace University.
Sul suo blog abbondano post antisemiti: «Israele è uno stato religioso e razziale, basato sull’apartheid». Forse anche per questo l’abecedario gode del sostegno di Rashid Khalidi («Questo libro fornisce un’introduzione alla cultura palestinese che sarà apprezzata dai bambini»), di Rula Jebreal («il libro è una imbarcazione che ci collega alla nostra patria») e, dulcis in fundo, da Linda Sarsour. Anche per questo, è facile pronosticarne il flop. (qui)

Qui il suo ruolo è piccolo piccolo, ma valeva la pena di parlarne. E per finire il suo delirante intervento sulle uova sode, che ho postato ieri. E niente: quando il talento c’è, neanche il tempo che passa può cancellarlo. Vai Rula che sei sòla!

barbara

IN CRESCITA IL RAZZISMO IN ITALIA

La ragazza nigeriana
Accusa l’italiano in fila dietro di lei al bancomat di averla aggredita con insulti razzisti e picchiata; l’italiano nega, sostenendo di essere stato lui, al contrario, a essere aggredito dalla ragazza. Lei viene creduta, lui no, e si grida all’ennesimo episodio di razzismo. Il video registrato dalla telecamera di sorveglianza dimostra però che è stata lei ad aggredire l’italiano con morsi e calci, ma fino a quando si avevano solo la parola di lei contro la parola di lui, la credibilità è stata decisa sulla base del colore della pelle: la negra è stata ritenuta credibile, il bianco no.
E UNO

I giochi del Mediterraneo
L’Italia si aggiudica 56 medaglie d’oro, 55 d’argento e 45 di bronzo, per un totale di 156. E di che cosa parlano giornali e social e opinionisti e intellettuali vari misti? Delle medaglie vinte dalle quattro atlete negre. Unicamente di quelle. Un centinaio e mezzo abbondante di medaglie vinte da onesti atleti bianchi: attenzione zero, celebrazioni zero, entusiasmi zero. Che cos’è che determina chi è degno di attenzione e chi no? Il colore della pelle: i negri lo sono, i bianchi no.
E DUE

Le uova
Improvvisamente una banda di teppisti deficienti inventa il divertentissimo gioco del lancio dell’uovo sodo: ci si riempiono le tasche dei suddetti proiettili e si prendono di mira passanti a caso. Vengono colpiti ragazzi, ragazze, pensionati: nessuno si agita. Poi – il Fato, si sa, è sempre in agguato – accade che in un gruppo di quattro ragazze, tutte prese di mira, una di queste sia negra, ed ecco, si scatena il finimondo. Interviene a gamba tesa la sedicente palestinese (in realtà araba israeliana) Rula Jebreal (tornerò molto presto a occuparmi di lei) con questo spettacolare tweet
uova Rula
da cui apprendiamo che: 1) in Italia abbiamo un governo neonazista; 2) il governo neonazista italiano ha provveduto a classificare i cittadini dividendoli in razzialmente puri e razzialmente impuri; 3) il governo manda in giro bande neonaziste con il compito di attaccare i razzialmente impuri (e qui c’è qualcosa che mi sfugge: perché mai, allora, attaccare una come Daisy, inequivocabilmente riconoscibile come di purissima razza negra?); 4) le minacce contro i razzialmente impuri diventano sempre più omicide (infatti Daisy è sopravvissuta per miracolo).
Altrettanto scatenato, anche se con modalità differenti, il nostro Matteo Renzi,
daisy-osakue-matteo-renzi
per il quale Daisy diventa “selvaggiamente picchiata”. Ora, sicuramente nessuno di noi gradirebbe ricevere un uovo sodo in faccia, soprattutto se hai la sfiga di beccarlo in un occhio, ma essere “selvaggiamente picchiati” – fidati di chi lo sa, caro Matteo – è una cosa diversa. Molto diversa.
Che cosa dobbiamo desumere da tutto questo? Che alcuni gruppi umani possono essere impunemente aggrediti, altri no. E che cos’è a fare la differenza? Ancora una volta, il colore della pelle: ai bianchi si può fare ciò che si vuole, ai negri no. E a quanto pare non sono l’unica a pensarla così
uova in faccia
E TRE (eccetera)

Insomma, dobbiamo prendere atto che siamo di fronte a un vergognoso razzismo biancofobo in costante aumento. Se continua così andrà a finire che diventeremo come il Sudafrica, dove il governo ha deciso di poter espropriare le proprietà dei bianchi senza alcun risarcimento (e ancora non ho capito perché qualcuno lo chiami “razzismo al contrario”: la discriminazione in base al colore della pelle è razzismo, che il discriminante sia bianco nero o blu, che il discriminato sia nero, bianco o ciclamino, è razzismo; non stiamo lavorando a maglia, non c’è un dritto e un rovescio, c’è il razzismo e basta). Razzismo che va denunciato con forza e contrastato con ogni mezzo.

Stabilito questo, vogliamo vedere chi è Daisy Osakue? È figlia di Iredia Osakue, immigrato clandestino (perché non è stato espulso?), arrestato nel 2002 per sfruttamento della prostituzione insieme a Odion Obadeyi, Lovely Albert, sua convivente e madre di Daisy (poi ha cambiato nome in Magdeline) e Silvano Gallo, che aveva formato una gang specializzata nello sfruttamento di decine di prostitute di colore il cui ingresso clandestino in Italia era favorito da un phone center di San Salvario (perché poi non è stato espulso?); riarrestato nel 2006 per una vicenda legata alla tratta delle ragazze nigeriane (perché poi non è stato espulso?); condannato nel 2007 a 5 anni e 4 mesi per associazione a delinquere di stampo mafioso, tentata rapina e spaccio di droga. Sarebbe stato a capo di un’organizzazione a cui venivano attribuiti truffa, intimidazioni, tentati omicidi, lesioni, estorsioni e che esercitava la violenza fisica «con armi bianche e da sparo», con «frustate attraverso lo strumento africano detto kobu-kobu al fine di costringere connazionali ad affiliarsi o di punire chi sgarrava» (perché poi non è stato espulso?). Oggi è il titolare di un centro pratiche per immigrati, la Daad Agency di Moncalieri, che gestisce dai permessi di soggiorno ai ricongiungimenti familiari, nonché mediatore culturale in una cooperativa che gestisce l’accoglienza, la cooperativa sociale Sanitalia service che gestisce 15 strutture in Piemonte (quei famosi centri pratiche; quei famosi ricongiungimenti familiari; quei famosi mediatori culturali. conosciamo, conosciamo), qui.

Concludendo:

È ORA DI DIRE BASTA!

BASTA RAZZISMO!

DICIAMO NO AL RAZZISMO!

NON NE POSSIAMO PIÙ DI RAZZISMO!

barbara