LE NAVI, I “MIGRANTI” E IL DIRITTO INTERNAZIONALE

Cercherò di fare una riflessione esclusivamente tecnico-giuridica di diritto internazionale di cui sono stato Professore Ordinario nell’Università.

1. Le navi che solcano i mari battono una Bandiera. La Bandiera non è una cosa meramente folkloristica o di colore. La Bandiera della nave rende riconoscibile lo Stato di riferimento della nave nei cui Registri navali essa è iscritta (nei registri è indicata anche la proprietà pubblica o privata).

2. La nave è giuridicamente una “comunità viaggiante” o, in altri termini, una “proiezione mobile” dello Stato di riferimento. In base al diritto internazionale la nave, fuori dalle acque territoriali di un altro Stato, è considerata “territorio” dello Stato della Bandiera.
Dunque, sulla nave in mare alto si applicano le leggi, tutte le leggi, anche quelle penali, dello Stato della Bandiera.

3. Il famoso Regolamento UE di Dublino prevede che dei cosiddetti “profughi” (in realtà, deportati) debba farsi carico lo Stato con il quale essi per prima vengono in contatto. A cominciare dalle eventuali richieste di asilo politico.

4. Non si vede allora quale sia la ragione per la quale una nave battente Bandiera, per esempio, tedesca, spagnola o francese, debba – d’intesa con gli scafisti – raccogliere i cosiddetti profughi appena fuori le acque territoriali libiche e poi scaricarli in Italia quando la competenza e l’obbligo è, come detto, dello Stato della Bandiera.

5. Da ultimo è emerso che due navi battenti Bandiera olandese e con il solito carico di merce umana, non si connettano giuridicamente al Regno di Olanda e né figurino su quei registri navali, come dichiarato dalle Autorità olandesi.
Allora, giuridicamente, si tratta di “navi pirata” le quali non sono solo quelle che battono la bandiera nera con il teschio e le tibie incrociate (come nei romanzi di Emilio Salgari).

6. Ne deriva il diritto/dovere di ogni Stato di impedirne la libera navigazione, il sequestro della nave e l’arresto del Comandante e dell’equipaggio.
Molti dei cosiddetti “profughi” cominciano a protestare pubblicamente denunciando di essere stati deportati in Italia contro la loro volontà. Si è in presenza, dunque, di una nuova e inedita tratta di schiavi, di un disgustoso e veramente vomitevole schiavismo consumato anche con la complicità della UE, che offende la coscienza umana e che va combattuto con ogni mezzo.

Augusto Sinagra

Ecco, non mi sembra vi sia altro da aggiungere.

barbara

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GEORGES LOINGER

Georges Loinger è un ebreo alsaziano. Quando Emanuel Segre Amar lo ha casualmente scoperto, lo ha contattato a Parigi, dove oggi vive, e nel corso del colloquio intrattenuto con lui, ad un certo momento ha chiesto: “Sarebbe disposto a venire a Torino per una conferenza, per raccontare anche ad altri tutte queste cose straordinarie che sta raccontando a me?”, e Georges ha risposto: “Ho già la valigia pronta”.
Georges Loinger ha 105 anni. Usa il bastone, ma non vi si appoggia più di tanto, sale e scende le scale con incredibile sicurezza, ha voce ferma e, soprattutto, una cristallina lucidità mentale e una memoria priva di ombre. E un sorriso di quelli che ti scaldano dentro. Gli oltre 1000 chilometri che ho percorso, fra andata e ritorno, per andarlo ad ascoltare, sono sicuramente stati fra i meglio spesi della mia vita (con un sentito grazie al Gruppo Sionistico Piemontese e alla Comunità Ebraica di Torino, che hanno organizzato questo straordinario evento).
La prima parte della conferenza è stata dedicata agli anni della guerra, con un non superficiale accenno a quelli che l’hanno preceduta, con i comizi di Hitler, i suoi roboanti proclami, la dichiarata intenzione di sterminio totale nei confronti degli ebrei; gli ebrei alsaziani, residenti in una zona di confine (soggetta a vari passaggi da uno stato all’altro nel corso della storia) e perfettamente bilingui, li ascoltavano, li capivano, e si rendevano conto che non si trattava di sparate a scopo propagandistico, ma di un preciso programma politico, e hanno deciso di non subire passivamente lo sterminio, ma di scegliere la resistenza armata: la prima resistenza del periodo hitleriano. Arruolatosi poi con gli alleati, viene fatto prigioniero e portato in Germania, dove svolge lavoro d’ufficio come interprete; lì viene a sapere, tramite la Croce Rossa, che sua moglie ha organizzato un rifugio in cui dà riparo a 123 bambini ebrei. Decide dunque che deve aiutare la moglie e fugge, attraversando a nuoto il fiume di confine e a piedi tutto il resto, mezza Germania e mezza Francia, insieme al cugino Marcel Mangel (meglio noto come Marcel Marceau) e inizia così la sua opera di salvataggio, che lo porterà a mettere in salvo oltre 1000 bambini, cercando anche, attraverso la Spagna (neutrale), finanziamenti negli Stati Uniti. Nell’ambito della rievocazione delle vicende belliche, ha trovato il giusto spazio anche il riconoscente ricordo dell’occupazione del sud della Francia da parte dell’Italia, fino all’8 settembre 1943; da parte dei carabinieri italiani, per la precisione, che non solo si sono sempre fermamente rifiutati di consegnare i “loro” ebrei ai tedeschi, ma hanno anche consentito loro il massimo possibile di libertà di movimento e di culto. Poiché era previsto che Georges Loinger avrebbe rievocato questa vicenda, era stato invitato alla conferenza il generale Gino Micale, comandante della Legione Carabinieri Piemonte e Valle d’Aosta, accolto, in memoria di quanto fatto dall’Arma che egli rappresenta, da uno scrosciante applauso di (quasi) tutto il pubblico presente.
Finita la guerra, si dedica, nell’ambito della sua opera volta a contribuire all’immigrazione clandestina nella Palestina sotto mandato britannico, a un’impresa altrettanto grandiosa del salvataggio dei bambini: la vicenda di Exodus. Pochi, probabilmente, sanno che dietro a quella vicenda, in un ruolo di primo piano, c’è ancora lui, Georges Loinger: è lui, infatti, ad occuparsi delle modifiche necessarie a riadattare una nave costruita per trasportare 5-600 persone in modo che ne possa contenere 4500. Ed è sempre lui a organizzare il trasporto di tutte queste migliaia di sopravvissuti alla Shoah dalla stazione di arrivo al porto d’imbarco con 200 camion. Ora, proviamo a ricordare cos’era l’Europa poco dopo la fine della guerra, strade bombardate, ponti distrutti, passaggi ostruiti; e proviamo a immaginare che cosa significasse reperire anche solo un paio di mezzi di trasporto, per non parlare di centinaia. E lui niente, lo racconta così, con nonchalance, come uno che dicesse “poi siamo andati a comprare il pane” – ossia con quella totale inconsapevolezza della propria grandezza che hanno i veri grandi. Le vicende legate all’Exodus sono note: si trattava di una provocazione costruita da Ben Gurion allo scopo preciso di creare un caso mondiale che attirasse l’attenzione sulla drammatica situazione dei sopravvissuti alla Shoah cui la Gran Bretagna impediva l’ingresso in Eretz Israel, e spesso accampati in campi di raccolta che troppo ricordavano i campi nazisti. E quanto avvenuto all’arrivo della nave al porto di Haifa, con le forze armate britanniche che sparano sui sopravvissuti e li costringono a tornare indietro, in quell’Europa che li aveva sterminati, in quell’Europa ancora maleodorante delle decine di migliaia di tonnellate di carne umana bruciata, in quell’Europa in cui a nessun costo volevano mai più rimettere piede, riuscì effettivamente a scuotere le coscienze.
Terminata la seconda parte, si erano fatte le otto di sera, e Georges Loinger, che era uscito di casa la mattina per atterrare a Torino nel primo pomeriggio e, a parte un’oretta di riposo in albergo, non si era mai fermato e in quel momento stava parlando da un’ora e mezza, ha dichiarato di essere un po’ stanco e di non sentirsi di affrontare la terza parte programmata. Di questa ha perciò brevemente parlato Emanuel Segre Amar, ma quando ha terminato la sua esposizione, il nostro incredibile Georges ha ripreso la parola per aggiungere ancora qualche dettaglio, per precisare, per chiarire, per completare. Si tratta di un episodio pressoché sconosciuto, avvenuto nel 1959. Il gesuita Michel Riquet, amico di Loinger, decide di dare vita a un atto simbolico di grande impatto di riconciliazione fra tedeschi e francesi, e organizza il primo congresso eucaristico, riunendo appunto cattolici francesi e tedeschi; e affinché questa simbologia sia davvero potente, vuole che questo incontro tra francesi e tedeschi avvenga su una nave israeliana. A questo provvederà appunto Georges Loinger, all’epoca direttore della compagnia di navigazione israeliana ZIM, procurando una nave capace di ospitare 350 persone. Ultima tappa del percorso – per rendere ancora più luminosa questa simbologia di riconciliazione – sarà la città di Barcellona: la prima presenza ebraica ufficiale in terra di Spagna dopo la cacciata del 1492. Al viaggio prese parte anche Georges Loinger, che consegnò al sindaco di Barcellona una Bibbia donata dal vice sindaco di Gerusalemme.
Aggiungo ancora qualche nota di colore, diciamo così, a margine. Tra il pubblico, accorso numeroso ed entusiasta ad ascoltare questo straordinario personaggio, attore e testimone allo stesso tempo, brillavano alcune consistenti assenze, che non specificherò, per carità di patria, come si suol dire; dirò solo che qualcuno ha ritenuto l’ideologia più importante della conoscenza (Georges Loinger è fortemente filoisraeliano) e qualcun altro è rimasto schiavo delle proprie personali antipatie nei confronti di chi ha voluto e organizzato l’evento e ha scelto, pertanto, di boicottarlo.
Ancora un’ultima cosa: questa di Torino è stata la prima conferenza in Italia di Georges Loinger; a quanto pare ci ha preso gusto, e ha accolto con piacere la proposta avanzata da Emanuel Segre Amar di organizzare, finita l’estate, altre tre conferenze: a Roma, a Venezia e a La Spezia. E magari per allora avrà portato a termine il quinto libro, in cui ci insegnerà come restare giovani e brillanti a cent’anni suonati.
George Loinger
barbara

SPETTACOLARE OPERAZIONE DELL’ESERCITO ISRAELIANO

Pubblicato in data 04/dic/2013

SWAT team rescue operation caught on video
Ashekelon, Israel – 30 year old man who suffers from mental illness was arrested today (Tuesday) after he barricaded himself in his brother’s apartment in Ashkelon with his four year old niece.
Police force called to the scene conducted negotiations with him to bring an end and release the girl, after he refused to open the door to the girl’s parents. Eventually, a SWAT team was called in and took control of the situation, releasing the child from the apartment on the seventh floor. An initial investigation into the incident suggests that he did not threaten the girl and was not armed during the incident.

E poi vai a leggere questo. Gli abitanti di Gaza, comunque, lo sanno.

barbara

SI PUÒ FARE

Rosh Hashanah 1943: la fuga degli ebrei danesi

Mentre scorrevano gli ultimi minuti di Rosh Hashanah, il tredicenne Leo Goldberger era nascosto, insieme ai suoi genitori e tre fratelli, nella fitta boscaglia lungo la spiaggia di Dragor, un piccolo villaggio di pescatori a sud di Copenaghen. L’anno era il 1943 e i Goldberger, come migliaia di altri ebrei danesi, stavano disperatamente cercando di sfuggire a un imminente rastrellamento nazista.
“Finalmente, dopo quella che sembrava un’attesa atrocemente lunga, abbiamo visto al largo il nostro segnale,” ricordò Goldberger in seguito. La sua famiglia “entrò dritta nell’oceano e guadò attraverso tre o quattro piedi di acqua gelida, fino a quando fummo trasportati a bordo di una barca da pesca” e si coprirono “con tele puzzolenti.” Tremante di freddo e di paura, ma grata, la famiglia Goldberger si trovò presto sana e salva nella vicina Svezia.
Per anni i leader alleati avevano insistito che nulla poteva essere fatto per salvare gli ebrei dai nazisti, se non vincere la guerra. Ma in una notte straordinaria, fra un mese saranno settant’anni, il popolo danese ha distrutto quel mito e cambiato la storia.
Quando i nazisti occuparono la Danimarca durante l’Olocausto nel 1940, i danesi opposero poca resistenza. Di conseguenza, le autorità tedesche permisero al governo danese di continuare a funzionare con una maggiore autonomia rispetto ad altri paesi occupati. Rinviarono anche la messa in atto di provvedimenti contro gli 8.000 cittadini ebrei della Danimarca.
Nella tarda estate del 1943, fra crescenti tensioni tra il regime di occupazione e il governo danese, i nazisti proclamarono la legge marziale e decisero che era giunto il momento di deportare gli ebrei danesi nei campi di sterminio. Ma Georg Duckwitz, un diplomatico tedesco in Danimarca, trasmise le informazioni agli amici danesi. Duckwitz fu in seguito onorato da Yad Vashem come giusto tra le nazioni. Come la voce dei piani tedeschi si diffuse, la popolazione danese rispose con un’azione spontanea a livello nazionale per aiutare gli ebrei.
La notevole risposta dei danesi ha dato origine alla leggenda che lo stesso re Christian X cavalcò per le strade di Copenaghen indossando una stella gialla di David, e che parimenti gli abitanti della città indossarono la stella in solidarietà con gli ebrei. La storia potrebbe aver avuto origine da una vignetta politica apparsa su un giornale svedese nel 1942, che mostra il re Christian che indica una stella di David e dichiara che se i nazisti la impongono agli ebrei di Danimarca, “allora dobbiamo tutti indossare le stelle.” Il romanzo Exodus di Leon Uris e il film basato sul libro, hanno contribuito a diffondere la leggenda. Ma successive indagini storiche hanno concluso che l’episodio è un mito.
Il giorno di Rosh Hashanah – che nel 1943 cadde il 30 settembre e il 1 ottobre – e i giorni che seguirono, numerose famiglie danesi cristiane nascosero gli ebrei nelle loro case o fattorie e poi, a tarda notte, li portarono di nascosto alla riva del mare. Da lì i pescatori li portarono attraverso lo stretto di Kattegat alla vicina Svezia.
L’operazione, durata tre settimane, ebbe il forte sostegno dei capi della Chiesa danese, che usarono i loro pulpiti per sollecitare l’aiuto agli ebrei, così come le università danesi, che rimasero chiuse per dar modo agli studenti di assistere i traghettatori. Più di 7.000 ebrei danesi raggiunsero la Svezia e rimasero lì al sicuro fino alla fine della guerra.
Esther Finkler, una giovane sposina, era nascosta, insieme a suo marito e alle loro madri, in una serra. “Di notte, vedevamo i proiettori [tedeschi] spazzare avanti e indietro per tutto il quartiere” mentre i nazisti davano la caccia agli ebrei, ricordò Esther in seguito. Una sera, un membro del gruppo clandestino danese arrivò e guidò i quattro “attraverso strade piene di truppe d’assalto naziste” ad un punto vicino alla riva. Lì si nascosero in un rifugio sotterraneo e poi nella soffitta di un panificio, fino a quando finalmente furono portati a una spiaggia, dove salirono a bordo di un piccolo peschereccio insieme ad altri profughi ebrei. “Eravamo in nove, sdraiati sul ponte o sul pavimento,” ricorda Esther. “Il capitano ci ha coperti con reti da pesca. Quando tutti siamo stati nascosti per bene, i pescatori hanno messo in moto la barca, e come il motore ha iniziato a correre, altrettanto hanno fatto le mie lacrime represse.”
Poi, improvvisamente, guai. “Il capitano, con nostro sconcerto, ha cominciato a cantare e fischiettare allegramente. Presto lo abbiamo sentito gridare in tedesco verso una motovedetta nazista che passava: ‘Wollen sie einen bier haben?’ (Volete una birra?) – un abile espediente per evitare sospetti dei tedeschi. Dopo tre ore di tensione in mare, abbiamo sentito gridare: ‘Alzatevi! Alzatevi! E benvenuti in Svezia!’ Era difficile da credere, ma ora eravamo in salvo. Abbiamo pianto e gli svedesi piangevano con noi mentre ci scortavano a terra. “L’incubo era finito, ha ricordato Esther.
Le implicazioni dell’operazione di salvataggio danese ebbero una forte risonanza negli Stati Uniti. L’amministrazione Roosevelt aveva a lungo insistito che salvare gli ebrei dai nazisti non era possibile. I sostenitori dei rifugiati noti come gruppo Bergson cominciarono a citare la fuga degli ebrei di Danimarca come prova del fatto che, se gli alleati fossero stati sufficientemente interessati, di modi per salvare molti ebrei europei se ne sarebbero potuti trovare.
Il gruppo Bergson sponsorizzò una serie di annunci pubblicitari a tutta pagina di giornale sull’impresa danese-svedese, intitolati “Si può fare!” Il 31 ottobre migliaia di newyorkesi affluirono a Carnegie Hall per la manifestazione “Saluto alla Svezia e Danimarca” del gruppo Bergson.
Fra gli oratori vi erano membri del Congresso, diplomatici danesi e svedesi e uno dei più grandi nomi di Hollywood – Orson Welles, regista di “Citizen Kane” e “La guerra dei mondi”. In un’altra riuscita manifestazione del gruppo Bergson, uno dei relatori fu Leon Henderson, un ex consigliere economico del Presidente Roosevelt (Henderson aveva guidato la gestione dell’Ufficio Prezzi della Casa Bianca).
Nel linguaggio schietto che riassumeva la tragedia – e la speranza – Henderson dichiarò: “I governi alleati sono stati colpevoli di vigliaccheria morale. Il problema di salvare il popolo ebraico d’Europa è stato evitato, sommerso, minimizzato, taciuto, contrastato con tutte le forme disponibili della forza politica… Svezia e Danimarca hanno dimostrato la tragedia dell’indecisione alleata… I danesi e gli svedesi ci hanno indicato la strada… Se questa ha da essere una guerra di civiltà, ebbene, questo è sicuramente il momento di essere civili.”

Dott. Rafael Medoff, 29 agosto 2013, qui, traduzione mia.
Danish_jews_arrive_in_Sweden

Aggiungo un’annotazione. In tutta questa vicenda, durata ben tre settimane, quanti danesi sono stati, direttamente o indirettamente, coinvolti? Gli organizzatori; coloro che li hanno tenuti nascosti, spesso più famiglie per ogni singola persona o famiglia, lungo le tappe degli spostamenti; coloro che li accompagnavano; coloro che li hanno portati fino alla costa; coloro che hanno messo a disposizione auto o camion per portarli; i pescatori che li hanno trasportati attraverso il mare fino alla Svezia; docenti e studenti delle università; coloro che li vedevano passare; coloro che li sentivano al piano di sotto o di sopra di chi li ospitava; amici e parenti con cui i diretti interessati si confidavano… Possiamo dire che almeno mezza Danimarca lo sapeva? Secondo me lo possiamo dire. Milioni di persone sapevano che si stavano portando in salvo gli ebrei sottraendoli ai nazisti. Sarebbe bastato che uno di loro, UNO SOLO avesse parlato per condannare quegli ebrei al gas e ai forni. UNO SOLO. E sicuramente fra coloro che lo sapevano non tutti erano nababbi, sicuramente, con le durezze della guerra, c’era fra loro qualcuno a cui la riconoscente ricompensa dei tedeschi, se avesse parlato, avrebbe permesso di tirare il fiato, e di farlo tirare ai propri figli. E tuttavia non uno fra quei milioni di danesi ha parlato. NON UNO. Questo, per me, è il vero, immenso miracolo di umanità del popolo danese.
Aggiungo un’altra annotazione. Posto questo articolo adesso perché adesso è stato pubblicato. Ma mi va molto bene che IN QUESTO MOMENTO si ricordi che un salvataggio di civili innocenti da un nemico spietato e sanguinario è stato possibile, nonostante il mondo intero lo ritenesse impossibile. Ed è stato possibile perché QUALCUNO HA VOLUTO RENDERLO POSSIBILE. Il segreto del successo, a volte, è tutto qui.

barbara

C’È ANCORA BISOGNO DI GIUSTI

(purtroppo)

Siria – La storia di una comunità salvata

“Non ci sono parole per descrivere le atrocità che vengono compiute in Siria. Non c’è nessuna considerazione per la vita”. I commenti alle notizie dal Medio Oriente che scorrono sulla televisione del salotto di Judy Feld Carr, ebrea di Toronto nata nel 1939, di professione insegnante di musica, sei figli, tredici nipoti, potrebbero essere quelli di chiunque. Ma Judy nelle vicende della Siria non è chiunque. Per quasi trent’anni della sua vita, solo apparentemente ordinaria, si è occupata di contrabbandare fuori dal paese oltre tremila ebrei, in una saga degna del miglior romanzo, ricordata negli scorsi giorni dal Times of Israel.
Tutto ebbe inizio a metà degli anni ’70. Una donna ebrea originaria di Aleppo che viveva a Toronto decise di tornare in patria a trovare il fratello rimasto laggiù. Imprigionata, riuscì in qualche modo a rientrare in Canada. Portando nascosta nella biancheria una lettera, che consegnò alla Feld Carr “Una lettera che mi sarei aspettata ai tempi della Shoah – ricorda la professoressa – Era stata scritta da tre rabbini della comunità ‘I nostri figli sono i tuoi figli. Tiraci fuori da qui’ ricordo che diceva”.
Ci vollero due anni per far fuggire la prima persona, dietro pagamento di un vero e proprio riscatto. Il Canada non aveva un’ambasciata a Damasco, quindi fu difficile trovare il modo di corrompere gli ufficiali siriani che potevano procurare i documenti di espatrio. Quel primo rabbino siriano scappato era già stato imprigionato e torturato, ed era malato terminale di cancro. Grazie a Judy, realizzò il sogno di bere un caffè in Israele con la madre 97enne. Poi espresse un altro desiderio “Porta via dalla Siria mia figlia”. E così la canadese si diede da fare per la ragazza, che all’epoca aveva diciannove anni (oggi vive a Bat Yam ed è nonna). E così uno dopo l’altro, con il sostegno economico della comunità canadese, Judy, senza mai mettere piede in Siria, ha fatto scappare 3328 ebrei sui circa 4600 che vivevano laggiù (la quasi totalità di restanti riuscì a fuggire con mezzi propri o con l’aiuto di Israele). Nel 2001, non rimanevano che poche decine di persone e la Feld Carr dichiarò conclusa la sua missione “Non ho mai chiesto a nessuno di partire, erano gli ebrei stessi che mi facevano pervenire le loro richieste di aiuto. A scegliere di rimanere sono state più che altro persone anziane”. Per 28 anni, l’opera di Judy, è rimasta “il segreto meglio tenuto della storia ebraica”. Nell’ultimo decennio la sua opera le è valsa diversi riconoscimenti. Solo poche settimane fa, il presidente israeliano Shimon Peres l’ha insignita della Presidential Award of Distinction, medaglia che onora “coloro che hanno fornito un eccezionale contribuito allo Stato d’Israele o all’umanità, attraverso le proprie capacità, servigi, o in qualsiasi altra forma”. Nella stessa sera, la salvatrice era stata invitata dalla regina Elisabetta d’Inghilterra a ricevere la Diamond Jubilee Medal, ritirata poi da una delle figlie. Eppure Judy continua a guardare alla sua impresa con modestia. Con la maggior parte delle persone che ha salvato non è mai entrata in contatto diretto (“Insisterebbero per offrirmi cene lussuose e doni, anche senza poterselo permettere, e non è quello che voglio”). Ma commentando ancora quello che sta succedendo in Siria oggi c’è un pensiero che non riesce a togliersi dalla testa. “Non posso pensare a cosa sarebbe successo con una comunità di tremila persone da usare come ostaggio…”.

Rossella Tercatin

Tragico, che ci sia ancora bisogno di giusti. Miracoloso, che ce ne siano.
              
Judy Feld Carr                                 Scuola Maimonide, Damasco 1991 

barbara

COSE CHE NON CAPITANO TUTTI I GIORNI

Rinuncia all’Everest per salvare l’amico, medaglia d’onore ad un israeliano


di Pamela Calufetti

GERUSALEMME – Rinunciare alla conquista dell’Everest a poche centinaia di metri dalla vetta per salvare un amico in difficoltà. Questo il gesto coraggioso compiuto da Nadav Ben-Yehuda, che è valso all’alpinista israeliano il conferimento di una medaglia d’onore da parte del presidente Shimon Peres.
Nelle scorse settimane l’Everest è diventato protagonista per le morti di alcuni alpinisti che ne stavano tentando l’ascesa. Nel novero di coloro che hanno perso la vita per inseguire un sogno, si è fortunatamente sottratto l’alpinista 46enne di origini turche, Aydin Irmak.
Il 19 maggio Irmak stava scendendo dalla vetta, mentre un altro alpinista di origini israeliane, Nadav Ben-Yehuda, stava salendo con uno sherpa per conquistare il record di più giovane scalatore del proprio paese ad aver salito la montagna più alta del mondo. I due avevano stretto amicizia al campo base ed è stato quindi naturale per il 24enne di Israele controllare che la discesa dell’altro procedesse nel migliore dei modi.
A circa 250 metri dalla vetta Ben-Yehuda si è reso conto che l’amico si era accasciato a terra e non riusciva più a proseguire. La decisione è stata immediata: tornare indietro e aiutare l’alpinista in difficoltà. Il giovane ha raggiunto l’uomo, che era collassato a causa della mancanza di ossigeno, ed è riuscito a portarlo a spalla al campo più vicino.
Entrambi hanno sofferto di ipotermia e rischiano l’amputazione di qualche dito, ma sono vivi e sono ritornati alle proprie case. L’atto eroico di Nadav Ben-Yehuda è stato molto lodato da Israele, Turchia, Nepal e India. Inoltre il presidente israeliano Shimon Peres ha comunicato che il prossimo mese conferirà al giovane una medaglia d’onore per il suo coraggio e il suo altruismo.

(montagna.tv, 1 giugno 2012, via “Notizie su Israele”)

In altre parti del mondo, nel frattempo, la barbarie incalza.
E infine un piccolo promemoria, che non guasta mai:
(anche se immagino che ogni missile che cade su una scuola israeliana, su un asilo israeliano, su un ospedale israeliano, sarà festa grande per chi, come ha scritto in un post più sotto, considera meritevoli dello stesso identico rispetto la neonata israeliana sgozzata nella culla e il terrorista palestinese ucciso mentre è intento a uccidere – e con tutta la fantasia e tutta la buona volontà non riesco davvero a immaginare qualcosa di più moralmente ripugnante)

barbara

AGGIORNAMENTO: qui.