GIORGIO PERLASCA

Il 31 gennaio del 1910 nasceva un Giusto: ricordiamolo con un doveroso omaggio.

barbara

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FINCHÉ LE STELLE SARANNO IN CIELO

Rimango immobile mentre lo guardo esaminare in fretta i libri. Ne estrae uno, legge qualcosa all’interno e poi lo rimette a posto.
«Quando mi sono reso conto che i miei cari non sarebbero più tornati a casa, ho cominciato a pensare all’immane tragedia rappresentata non solo dalla loro morte ma dalla perdita del loro retaggio», continua. «Perché quando porti via un’intera famiglia, e muoiono tutti, chi racconterà le loro storie?»
«Nessuno», mormoro.
«Précisément. E quando questo succede è come se le loro vite fossero andate perse due volte. È così che ho cominciato a creare i miei archivi.» Prende un altro volume e stavolta gli si illuminano gli occhi. Sfoglia in fretta alcune pagine e si ferma su una. Rimane in silenzio per un attimo mentre legge.
«I suoi archivi?» domando.
Annuisce e mi mostra la pagina su cui si è fermato. Vedo una grafia quasi illeggibile su ordinate pagine a righe dai margini ingialliti. «I miei elenchi dei perduti. E dei ritrovati. E delle storie che li accompagnano.»
Indietreggio di un passo e osservo con timore reverenziale le sue librerie. «Tutti questi volumi sono i suoi elenchi?»
«Sì.»
«Li ha compilati personalmente?» Mi guardo intorno, incredula.
«In quei primi giorni mi hanno tenuto occupato», spiega. «È così che ho smesso di vivere nell’angoscia. Ho cominciato a visitare le sinagoghe, esaminandone i registri e parlando con tutte le persone che incontravo.»
«Ma com’è riuscito a raccogliere così tante informazioni?»
«A chiunque incontrassi chiedevo se conosceva qualcuno disperso o che era sopravvissuto. Familiari, amici, vicini, non aveva importanza. Nessuna informazione era secondaria o insignifiante. Rappresentavano tutte una vita perduta o una vita salvata. Nel corso degli anni ho scritto e riscritto i loro ricordi, li ho organizzati in volumi, ho seguito le tracce che mi hanno dato e trovato coloro che erano sopravvissuti.»
«Mio Dio», mormoro.
«Ogni persona sopravvissuta a un campo», continua lui, «ha molte storie da raccontare. Queste persone rappresentano spesso la chiave per risolvere il mistero di chi era disperso. Per altri, l’unico indizio che abbiamo è che non sono mai tornati. Ma i loro nomi sono qui, insieme ai dettagli che conosciamo.»

È un romanzo, Finché le stelle saranno in cielo, e tuttavia contiene tali elementi di verità da poter essere accomunato, sotto certi aspetti, a questo, o a questo, che raccontano storie autentiche, autentiche ricerche delle proprie radici, come quella che sta conducendo, nel romanzo, Hope, per conto della nonna che per settant’anni ha taciuto, per settant’anni ha nascosto a tutti la propria identità – e neppure questa è finzione letteraria: anche queste sono cose che realmente accadono, di persone che anno dopo anno, decennio dopo decennio, hanno continuato a celare la propria identità, un’identità che tuttavia, al termine della vita, reclama prepotentemente di essere rivelata, come è accaduto a lei, e questa è storia autentica, ed è di questi giorni (e poi ci sono persone che, pur non nascondendosi, tacciono tuttavia per tutta la vita, incapaci di buttare fuori l’inferno che hanno vissuto e che continuano a portare dentro di sé – e io lo so).
Finché le stelle saranno in cielo è un libro bellissimo, che dovreste davvero leggere (sì, ho pianto un sacco, ma questo lo sapevate già)

Kristin Harmel, Finché le stelle saranno in cielo, Garzanti
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barbara

QUANDO LA LUCE ARRIVA DALL’INFERNO

Questa è una storia di tanti anni fa. È la storia di un ebreo che, come tanti altri ebrei, braccati da ogni parte – quelli non ancora presi – cercava disperatamente un rifugio. Chiede aiuto a un amico, il quale gli fa presente i rischi a cui si espone aiutandolo, ma accetta comunque di accoglierlo e ospitarlo per qualche giorno. Quando esce gli lascia le chiavi di casa, in modo che possa chiudere dall’interno e avere la possibilità di uscire, se dovesse capitare qualche imprevisto. Si accordano che, se ciò dovesse accadere, lascerà la chiave sotto lo zerbino; quanto a lui, l’amico, quando tornerà busserà in un certo modo concordato e l’ebreo aprirà.
Qualche giorno dopo, mentre l’ebreo è solo in casa, arriva alla porta la bussata convenzionale. L’ebreo apre, e si trova di fronte un ufficiale delle SS:
«Il suo amico l’ha tradita. Fra dieci minuti verrà una camionetta a prenderla, arriverà da sinistra.»
Allibito, l’ebreo chiede:
«Ma… lei perché è venuto ad avvertirmi?»
«Perché certe cose mi fanno schifo. Si sbrighi a sparire.»
Ha girato i tacchi e se n’è andato. L’ebreo, naturalmente, ha preso immediatamente la fuga, andando verso destra. Ed è stato così, grazie all’ufficiale delle SS, che l’ebreo è sfuggito alla cattura. E che è arrivato vivo alla fine della guerra. È stato grazie all’ufficiale delle SS che qualche anno dopo ha potuto vedere la luce il figlio dell’ebreo, Elia, e poi i figli di Elia e oggi i nipoti di Elia, perché sì, in questo nostro strano mondo a volte può persino accadere che la luce della salvezza arrivi dritta dall’inferno.

Testimonianza pubblicata con l’autorizzazione del diretto interessato, rav Elia Enrico* Richetti, ex rabbino capo di Venezia, attuale Presidente dell’Assemblea
Rabbinica Italiana.
(*Enrico è il nome dello zio che di luci, sulla propria strada, non ne ha incontrate)
Richetti
barbara