GAZA UNA STORIA DI SCELTE

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barbara

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L’ULTIMO ORCO

«Padre, perdonatemi: sono venuto a chiedervi io chi sono» disse infine, quietamente.
Il vecchio perse il suo sorriso. Vacillò, ma non levò mai i suoi occhi dal viso di XXX. Ci fu un altro lunghissimo silenzio.
«Tu sei mio figlio» disse infine in un soffio. «Sei il mio figlio primogenito. Sei il figlio mio e della mia sposa. Tu hai i suoi occhi. Tu… ecco. Tu sorridi come lei… Tu sei mio figlio… Tu sei il nostro bambino, il nostro figlio primogenito».
La voce del vecchio si perse nelle ultime sillabe.
XXX annuì. Poi si inginocchiò davanti al vecchio, gli prese una mano togliendola dolcemente dalla panca, la baciò e poi chinò la testa poggiandovela sopra. La mano del vecchio era pallida e sottile, in mezzo alle sue enormi, corte e scure. «Questo lo so» disse XXX serenamente. «Io questo lo so» ripeté ancora. «Io non potrei vivere, se non lo sapessi. Io so di essere il vostro figlio primogenito e questo ha accompagnato ogni mio passo, questo ha sostenuto ogni mio respiro».
La mano del vecchio era fredda sotto la sua fronte in fiamme. Ne sentiva il tremore.
Restò così a lungo, in silenzio.
«Ora vi prego, padre, ditemi io chi sono» ripeté infine, mentre le ombre della sera invadevano la piccola casa, contendendola alla luce del fuoco che si stava spegnendo.
Solo quando le prime stelle brillarono attraverso l’apertura della porta rimasta aperta, la voce del padre si sentì di nuovo.
«Prima delle grandi piogge noi vivevamo all’imbocco della piana orientale, al limite delle Terre Note. Era un villaggio povero, ma non miserabile, il nostro. Io amavo tua madre e sapevo che lei mi voleva: aspettavamo solo la luna d’estate e il raccolto e poi ci saremmo sposati. […] Quella luna non portò nessun’estate, ma l’inizio delle Piogge Infinite e il mondo si allagò di acqua e di miseria. Le capre annegarono, le patate marcirono. Non c’era niente per chiedere decentemente una donna in sposa. Noi osammo lamentarci e forse fu per quello che i Signori degli Inferi ci punirono: i Demoni non amano lo scontento, vendicano le maledizioni. Quando già pensavamo che la miseria fosse sufficiente e che la sorte fosse già stata ingiusta abbastanza, gli Orchi arrivarono e si abbatterono su di noi. Non ti so dire da dove venissero. Erano i primi che vedevamo: dai tempi di Arduin gli Orchi erano stati cacciati, ma ai tempi di Arduin le frontiere erano guardate da armati e c’erano fortini e fuochi di segnalazione. Ora invece erano rimasti solo i nostri campi di fagioli a segnare il limite tra il noto e l’ignoto, e i nostri campi di fagioli come la steppa con cui confinavamo erano una spanna al di sotto del fango. La fame spinse gli Orchi verso le nostre case. Trovarono quello che restava dei nostri fagioli, ma non era solo quello che volevano. Le nostre donne… vedi… noi non… »
Il vecchio si interruppe. Si coprì per qualche istante la faccia con le mani. Poi si riprese.
«Noi non riuscimmo a difenderle» continuò. «È difficile da spiegare. Lo so che avremmo dovuto proteggerle o morire nel tentativo… È che… vedi… noi non ce lo aspettavamo. Non avevamo né sentinelle, né corni o fuochi di avvistamento. Non avevamo nulla e loro ci erano piombati addosso come… come lupi nella notte. Prima che capissimo cosa stava succedendo, metà di noi era morta e l’altra metà avrebbe voluto esserlo. Sì, è andata cosi. Metà di noi era morta e l’altra metà avrebbe voluto esserlo… E poi successe quello che succede sempre in questi casi. Quelli di noi che erano ancora vivi si alzarono da terra, e decisero di ricominciare a vivere. Abbiamo spento gli incendi, seppellito i morti, bendato le ferite dei vivi, e deciso di fingere per l’eternità che nulla fosse mai successo. Ho seppellito anche mio padre e giurato che avrei odiato e distrutto qualsiasi creatura avesse sangue di Orco. Le donne che, tre stagioni dopo, avrebbero avuto i figli degli Orchi li avrebbero buttati nello stagno che le piogge avevano formato sotto la collina e tutto sarebbe stato cancellato. L’onore del villaggio sarebbe stato restaurato. Ma lei non volle. Tua madre, voglio dire. Disse che tu eri un bambino. Un bambino e basta. I bambini piangono tutti allo stesso modo. Disse che l’onore degli Uomini è che non si uccidono i bambini. Mai. Altrimenti vorrebbe dire essere Orchi. E allora la cacciarono. E io, che avevo giurato che avrei odiato e distrutto qualsiasi creatura avesse sangue di Orco, io… ho capito che lontano da lei… e da te… la mia vita sarebbe stata solo fango. Io le ho chiesto di poter diventare il suo sposo e poter farti da padre. Lei non voleva, perché il suo viso era stato sfregiato e il suo ventre violato, e io le ho detto… io le ho detto… sai era un discorso difficile, me l’ero preparato, io le ho detto che avrei voluto essere ricco, forte, bello, avrei voluto essere un Re per mettere il mio regno ai suoi piedi, avrei voluto almeno essere un ladro così da poter avere qualcosa per sfamarvi, ma non ero niente e nessuno e tutto quello che avevo da offrirle era me stesso, un uomo senza niente che vagava in una landa di fango. Le ho detto che, insieme, la notte sarebbe stata meno fredda, la luce si sarebbe alzata prima, mentre, soli, il mondo ci avrebbe schiacciato, e anche se nessuno si sarebbe disturbato a ucciderci, la nostra stessa afflizione avrebbe soffocato il nostro respiro prima del ritorno del giorno. Noi non potevamo nulla contro gli Orchi, se non questo: rendere vana la loro opera su di noi restando vivi nonostante loro.
«Volevo diventasse la mia sposa, per amarla sopra ogni cosa. Il suo viso sarebbe stato di nuovo intatto, e il suo corpo inviolato, perché così era ai miei occhi e così sarebbe stato anche ai suoi. Gli Orchi che avevano distrutto la nostra gente e penetrato il suo grembo sarebbero stati solo il sogno confuso di una notte di vento. Il bambino che ne era nato sarebbe stato il nostro figlio primogenito e l’amore che gli avremmo dato avrebbe affondato per sempre la distruzione e l’odio nella melma delle cose inutili».
Il vecchio tacque. Ci fu un altro lungo silenzio. Anche il fuoco nel camino si era spento. XXX osava appena respirare. Il vento si alzò. La porta sbatté. Il vecchio rabbrividì.
[…]
XXX annuì. Aveva l’impressione di essere sceso agli Inferi, e di esserne tornato. Il dubbio maledetto della sua vita, il bruco velenoso che da sempre mangiava i suoi pensieri e che da sempre lui cacciava in qualche angolo della mente sufficientemente buio da poter fingere di dimenticarlo, ora non poteva più essere cacciato. Ora la verità gli stava davanti come un mostro lungamente cercato, lungamente fuggito, finalmente incontrato. Guardò gli occhi
di suo padre e il mostro della sua ombra svanì per sempre, insieme ai fantasmi di una notte di fango sui campi di fagioli ai limiti delle Terre Ignote. Lui era il figlio primogenito di un uomo e una donna che si erano amati al di sopra di ogni altra cosa. Lui era il figlio primogenito del loro amore. Tutto il resto affondava nella melma delle cose inutili.
Gli Inferi si erano richiusi e non li avrebbe riaperti per nessuno.

Perché nessuno nasce col destino scritto nel sangue, ognuno è ciò che ha deciso di essere. E così c’è chi nasce fra gli umani e sceglie di mettersi al servizio degli Orchi, e chi nasce fra gli Orchi, o addirittura figlio di Orchi, e sceglie di diventare umano.
Silvana De Mari invece ha scelto di essere quella che scrive capolavori – e per riuscire a costringere una con un miliardo di cose da fare a leggere in due giorni un libro di settecento e passa pagine, bisogna proprio avere scritto un capolavoro (prima però, mi raccomando, leggete l’altro, altrimenti molte cose importanti rischierebbero di sfuggirvi).

Silvana De Mari, L’ultimo orco, Salani

barbara