RICOMINCIA LA SCUOLA, MA NON È UGUALE PER TUTTI

Quando il primo giorno di scuola non è uguale per tutti

Lunedì scorso, nove settembre, la campanella è suonata per tutti gli alunni delle scuole pubbliche e private del Medio Oriente. Mentre in tutto il mondo gli studenti iniziano il nuovo anno scolastico conoscendo nuovi amici, imparando ad ampliare i propri orizzonti, i bambini di Gaza sono sottoposti al regime autoritario ed oppressivo di Hamas, che li priva di una vera educazione, insegnando loro come uccidere.
Continuano le pubblicazioni a cura dei servizi segreti israeliani sul modus operandi di Hamas, organizzazione terroristica che come obiettivo ha la cancellazione dello Stato di Israele. Oltre che con le armi, tra Israele ed i paesi che hanno giurato la sua eliminazione dalla cartina geografica, si combatte da anni una guerra a furia di pubblicazioni ed approfondimenti, mirati a screditare l’operato del governo in questione. Che Hamas sia un’organizzazione terroristica, non ci sono dubbi, considerando che è ritenuta tale anche dall’Unione Europea. Lo studio delle forze armate israeliane in collaborazione con il Mossad, mette in luce le nuove leggi scolastiche di Hamas.

– Rappresentano un affronto alla vita umana.
Il primo giorno di scuola a Gaza, è totalmente diverso da quello che siamo abituati a vedere nel resto del mondo. Gli studenti di età superiore ai nove anni, si ritroveranno ad essere divisi in base al sesso e non potranno interagire con studenti ed insegnanti del genere opposto. Per i docenti è illegale fare lezione agli studenti del sesso opposto. La nuova legge minaccia soprattutto l’esistenza delle scuole private cristiane, che non riusciranno a mantenere scuole separate per ragazzi e ragazze. È solo un altro passo per sopprimere le opinioni dei non musulmani nella Striscia di Gaza.
A Gaza, tutte le scuole sono gestite da Hamas, così come molte chiese e tutte le organizzazioni internazionali. La nuova legge impone nelle scuole una rigida segregazione di genere e codici di abbigliamento ben definiti.
bambine-hamas

– Sei portato per la musica o per gli esplosivi?
Anche Hamas ha le sue scuole “specializzate”, come la ‘Al-Ahmad Jabari’, dove si insegna il terrorismo e la lotta contro Israele. La scuola è finanziata dal Ministero dell’Istruzione di Gaza ed è aperta ai bambini di tutte le età.

– Peter Pan o un manuale per uccidere?
I libri di testo poi. Hamas forma gli studenti su libri che descrivono gli ebrei come ladri e criminali. Nel corso di storia per esempio, agli studenti viene insegnato che tutti gli ebrei provengono dall’Europa, ignorando quelli espulsi dal Nord Africa e da tutto il Medio Oriente. Ovviamente nessuna traccia della Shoah. Alcune scuole insegnano l’ebraico, ma non come un modo per promuovere la pace e la comprensione. Matard Mahmoud, direttore generale del Ministero della Pubblica Istruzione di Gaza, dice che ‘l’ebraico è insegnato esclusivamente perché è la lingua del nemico’.

– Attività extrascolastiche
Nelle scuole superiori infine, le pause pranzo ed i corsi serali sono vere e proprie lezioni militari, in cui i bambini si allenano con i fucili d’assalto Kalashnikov, imparano ad usare bombe a mano ed a far esplodere ordigni. Fa tutto parte del programma ‘Al-futuwwa’ per i ragazzi tra i 15 ed i 17 anni.

(Tele Radio Sciacca, via “Notizie su Israele”, 11 settembre 2013)

Com’era quella vecchia barzelletta che diceva “la pace si fa coi nemici” e “si tratta con chi c’è” e “bisogna accordarsi con loro”?
Post scriptum: qui si parla delle scuole di Hamas, ma, almeno dal punto di vista dei programmi scolastici e dei libri di testo non è che in epoca pre-golpe le cose andassero meglio (non ricordo la data in cui è stato redatto questo documento, ma è sicuramente di oltre dieci anni fa):
libri palestinesi

Nel frattempo i dirigenti palestinesi sono a Parigi a discutere delle sorti di Israele. E sapete dove? In un albergo di lusso, i poveri palestinesi. Per la precisione all’Hotel Meurice.
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E perché è necessario precisare in quale albergo? vi chiederete. Ve lo spiego subito: perché quell’albergo era stato requisito dalla Gestapo che ne avevano fatto il loro quartier generale durante l’occupazione
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e qui, settant’anni fa come oggi, discutevano delle sorti degli ebrei. Ben poco è cambiato, da settant’anni a questa parte, come potete ascoltare dalla viva voce del mufti di Gerusalemme (qui).

Poi, se vi restano ancora due minuti, andate a leggere questo. E magari anche questo.

barbara

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IL ROSSO E IL BLU

Che sono i colori con cui una volta si segnavano, rispettivamente, gli errori lievi e quelli gravi. Ed è anche il titolo di un libro sulla scuola di cui tutte le recensioni dicevano cose strepitose, anzi è talmente piaciuto che ci hanno anche fatto un film, e così l’ho comprato. Beh, è una mastodontica ciofeca (a voi, per dirne una, risulta che vent’anni fa la gente comprava le Lacoste e poi staccava il coccodrillino perché a mostrare che avevano una maglietta da un sacco di soldi avevano paura di fare la figura dei burini?) (A voi, per dirne un’altra,  capita di nominare Charlie Chaplin in una classe delle superiori e trovare che nessuno lo ha mai sentito nominare?). Una mastodontica ciofeca, ho detto; però devo confessare che la tentazione di usare l’espressione villaggiana sulla corazzata Potëmkin è stata forte. Molto forte.

barbara

GLI EBREI SONO DI UNA RAZZA INFERIORE

Un tema sul razzismo vira decisamente verso l’antisemitismo. Da qui il voto basso, la reazione della studentessa su Facebook, la bocciatura.

Scrive nel compito in classe sul razzismo che quella ebrea “è una razza inferiore”. Il docente, nella correzione del lavoro, l’ultimo dell’anno scolastico, sottolinea gli errori storici e le citazioni di presunti studiosi della genia umana. Quindi decide di valutarlo con il voto: insufficiente. La ragazza si ripresenta a scuola con degli opuscoli dai quali avrebbe estratto il succo del suo tema. La docente spiega che si tratta di teorie dalle basi inconsistenti. Qualche ora dopo, su facebook, nel profilo della studentessa, la foto del compito con tanto di correzioni e una lunga serie di epiteti e insulti alla “insegnante comunista del c… che difende gli ebrei”. Frasi lette e commentate da diversi utenti e dagli amici dell’adolescente. Qualcuno, però, ha pensato di fotografare il piccolo “forum” e mostrarlo all’insegnante. A quel punto nasce “il caso”. All’unanimità la scuola decide per il cinque in condotta, un voto che significa bocciatura.

Tutti i dettagli nell’articolo di Vito Fiori sull’Unione Sarda oggi in edicola.

Venerdì 05 luglio 2013 11:58 (qui)

Beh, certo, un’insegnante che arriva addirittura a difendere gli ebrei, metterla alla gogna è davvero il minimo.

barbara

POST SCRIPTUM: in fatto di Sardegna, ebrei e razze, dovete assolutamente andare a leggere questa autentica perla.

QUEI RAGAZZINI CHE SI SUICIDANO

Andrea, di Roma, 15 anni si è impiccato. E la prima preoccupazione della famiglia sembra essere stata quella di proclamare che no, non è mica vero che era omosessuale: si travestiva per gioco, ma in realtà era “normale”. Perché il marchio d’infamia bisogna toglierlo, subito, sai che vergogna per la famiglia se fosse vero che era uno sporco finocchio! La prima preoccupazione della scuola invece è stata quella di scagionare tutti, compagni e insegnanti: prese in giro? Insulti? Persecuzioni? Tutte balle, qui siamo tutti santi, tutti angeli, non abbiamo pregiudizi, quel ragazzo lo adoravamo. Evidentemente si è impiccato perché un giorno gli è entrato un moscerino nell’occhio e non ha visto la corda. E dopo Andrea il ragazzo di Vicenza, 16 anni, situazione analoga; non è arrivato al suicidio perché i genitori hanno avuto la capacità di “vedere” e hanno trovato la volontà e il coraggio di prendere in mano la situazione, scongiurando così il peggio.
Sono andata a ripescare un post scritto, in una identica circostanza, circa cinque anni fa, e ho visto che lo posso riproporre pari pari, senza cambiare una virgola, come se lo avessi scritto oggi per la circostanza attuale.

 

DEL SEDICENNE SUICIDA, DELLA SCUOLA E DI ALTRO

Chiunque insegni e sia capace di vedere ciò che ha intorno lo sa: in ogni classe c’è un bersaglio fisso. Da sempre. Non ci sono eccezioni. Il più delle volte è uno bravo, ma occasionalmente può anche non esserlo. Quasi sempre è un maschio. Qualche volta i bersagli fissi sono due, e in questi casi sono sempre un maschio e una femmina. Una volta, quando ho avuto l’impressione che il rischio di suicidio da parte del bersaglio fosse molto elevato, ho chiesto l’intervento di un sociologo. Il preside per prima cosa ha chiesto al consiglio di classe se avesse notato qualcosa: naturalmente nessuno aveva notato alcunché di particolare. In questi casi la persona maggiormente ascoltata è la collega di arte, laureata in architettura e ora laureanda in psicologia. Ovviamente – e chi ha a che fare con psicologi e affini avrà ben chiaro il motivo per cui dico “ovviamente” – fra tutti noi è quella che ha il peggiore rapporto con gli scolari, non riesce a farsi rispettare, la sbeffeggiano, e per riuscire ad avere un minimo di ascolto impone una disciplina da caserma. E, va da sé, non capisce niente di quello che succede in classe. La situazione normale comunque è che io dico succede questo e succede quest’altro, tutti gli altri dicono no, io non ho mai visto succedere niente, e quindi non se ne fa niente. Nonostante l’episodio di M. Avevo, con lui, denunciato sintomi di gravissimo disagio. Avevo più che fondati sospetti che subisse violenza sessuale dal padre e sistematiche sevizie da parte della madre. Niente: M. è un rompicoglioni, punto e basta. Ho mosso mari e monti, per quel ragazzo, ma non sono riuscita ad impedire che la sofferenza superasse la sua capacità di sopportazione: ad un certo punto ha staccato la spina. Ha smesso di camminare, di muoversi, di mangiare, di parlare. Passava le giornate chiuso in casa immobile, muto, a fissare il vuoto con occhi privi di espressione. Dovrebbero saperlo, dunque, che quando grido al lupo farebbero meglio a guardarsi intorno perché il lupo c’è. E invece niente. Le cose strane succedono, ammesso che sia proprio vero che vero che succedono – perché anche questo viene messo in dubbio – solo da me, da loro non succede niente, è tutto normale, niente da segnalare. E così dunque anche con K. In quell’occasione, comunque, era fortunatamente successo che il preside aveva visto il ragazzo in questione che aspettava l’autobus delle superiori perché in quello delle medie non lo lasciavano salire. Non che se saliva poi lo maltrattavano, no: proprio gli impedivano materialmente di salire. Di conseguenza era discretamente propenso ad ascoltarmi. L’intervento del sociologo poi l’ho ottenuto, ma solo perché quella era una classe speciale, che seguiva un progetto particolare. Ci è costato, per inciso, un migliaio di euro. Attraverso drammatizzazioni di tipo teatrale, il sociologo è riuscito a portare allo scoperto molte cose prima nascoste. Poi ha discusso con loro, li ha fatti riflettere sulle varie dinamiche che agivano nei loro rapporti, ha fatto loro prendere coscienza della sofferenza immensa che certi comportamenti provocavano. Dopodiché nel loro comportamento è cambiato tutto: mentre prima colpivano a casaccio e spesso, ma non sempre, riuscivano a ferire K., da quel momento in poi ogni attacco era perfettamente mirato, e di colpi a vuoto non ce ne sono stati più. La crudeltà innata in bambini e ragazzi è cosa da dare la vertigine, ed è molto difficile trovare qualcuno che ne sia esente. Questo è un dato di fatto, e toccherà farsene una ragione. Non accade molto spesso che il bersaglio arrivi al suicidio, ma parecchi ci vanno molto vicino. Detto questo, nella vicenda di Matteo la cosa, a mio avviso, in assoluto più oscena, immonda, nauseante è stata la preoccupazione di preside insegnanti e psicologa per i compagni: «Il senso di colpa potrebbe travolgerli». Travolgerli?? Preoccupazione?? Ma io spero che ne siano schiantati! Io spero che la consapevolezza della loro colpa – consapevolezza, non senso: il senso di colpa è tutt’altra cosa – li accompagni fino al loro ultimo giorno di vita e impronti ogni loro azione e ogni loro scelta. Anche al mio amico D. è capitato. Oggi è sulla cinquantina, D., e i fatti risalgono a oltre trent’anni fa. Lo rincorrevano per i corridoi urlando “ammazziamolo, ammazziamolo il culattone!” e lui che si rifugiava nei bagni col cuore che gli scoppiava. Per inciso – non che sia importante: lo dico solo per amore di precisione – D. non era affatto finocchio, era solo dolce e gentile e sensibile. Poi è capitato che un giovane di buona famiglia, ricchissimo e molto “maschio”, giusto per dare prova della sua virilità, con l’aiuto di due amici che lo hanno tenuto fermo e di un terzo che, per togliergli ogni capacità di reazione, gli ha stritolato le palle, lo ha violentato. A questo punto ha perso anche la possibilità, quando gli dicevano rotto in culo, di replicare che non era vero. La prima volta che ci ha provato, è stato buttando giù un’intera confezione di sonniferi. Poi poco dopo ha cominciato a stare talmente male che si è infilato due dita in gola e ha buttato fuori tutto. La seconda volta ha scavalcato la ringhiera del terrazzino della mansarda, al quinto piano. Nel momento in cui stava per lanciarsi gli è arrivato lo strillo della vicina: «D.!! Cosa diavolo stai facendo?» Ha farfugliato su «Ah … no … niente … mi è caduto un … stavo cerc … ma sarà meglio che lasci perdere». Ha riscavalcato la ringhiera ed è rientrato. Poi credo di essere riuscita a convincerlo che anche con una situazione così, dopotutto, si può riuscire a convivere. Credo di essere l’unica persona al mondo a conoscere tutta la vicenda – sono parecchie, in effetti, le vicende che sono l’unica persona al mondo a conoscere, e un po’ pesano, devo dire, ma sono anche un bagaglio importante, al quale non potrei rinunciare. Comunque. La storia di D. l’ho raccontata per chiarire che c’è ben poco di nuovo sotto il sole. Da sempre, il meno ostentatamente maschio della classe diventa automaticamente IL finocchio, e che lo sia o non lo sia, è dettaglio del tutto secondario. Se per caso qualcuno ha intenzione di chiedermi quale soluzione, forte dei miei 32 anni in cattedra, potrei suggerire, la risposta è: boh. Non lo so. Quello che, in compenso, NON suggerisco è la tolleranza, l’indulgenza, la maggiore comprensione per i carnefici che per le vittime. Picchiare gli scolari è vietato per legge – giustamente, ci mancherebbe! Ma nessuno è mai andato a raccontare che gli ho tirato un poderoso calcio negli stinchi dietro l’angolo avvertendo: “La prossima volta ti andrà peggio”. I semi-slogamenti di polsi con mossa di karatè invece li faccio pubblicamente, perché fa fico da matti, e si sentirebbero terribilmente pirla ad andarsene a lamentare. E normalmente funziona, oh se funziona!

barbara

DUE PICCOLE RIFLESSIONI

Il rabbino Benedetto Carucci Viterbi (tra i feriti nell’attentato del 9 ottobre 1982, come ho appreso qualche giorno fa)

Ha detto Resh Laqish a nome di Rabbi Yehudah Nesiah: “Il mondo si mantiene solamente per il fiato delle bocche dei bambini della scuola” (Talmud babilonese, Shabbat 119b). Se dalla scuola i bambini vengono violentemente trascinati via – quali che siano e di chiunque siano le ragioni – il mondo traballa.

Un poliziotto commentando nel blog di un altro poliziotto un post che difendeva l’operato dei colleghi

Si può sempre fare un altro mestiere. Io non sarei così patetico. Siamo dei professionisti e sappiamo come schivare tali provocazioni. Sarebbe stata sufficiente una semplice telefonata al signor giudice che aveva sottoscritto quel provvedimento, spiegandogli che il “rapimento” del bambino non si poteva effettuare, visto che per altro non era stato autorizzato in quei termini. Hanno agito da veri principianti e senza un briciolo di umanità. Io non li difendo e non li voglio nemmeno chiamare colleghi perché si sono comportati come delinquenti. Dette da me certe parole, che certamente non appartengo al popolo che grida alla gogna, possono essere comprese per il giusto significato.

Due persone diverse, due punti di riferimento diversi, due mondi diversi, una stessa visione dell’accaduto. Che condivido totalmente.

barbara

UN RICORDO

Durante le vacanze fra la quarta e la quinta elementare sono stata operata agli occhi – operazione in cui chi ha operato ha deciso di propria iniziativa di fare diversamente da quanto era stato programmato, commettendo errori irreversibili e irreparabili, di cui tuttora porto le conseguenze, ma questa è un’altra storia.
Il primo giorno di scuola, in quinta elementare, mio padre va dalla maestra e le spiega che sono appena stata operata, che in questo momento i miei occhi sono molto delicati, che non devo in alcun modo affaticarli, che potrebbe succedere che qualche volta non riesca a fare tutto (a quel tempo la scuola dell’obbligo si concludeva con la quinta elementare; a quel tempo in quinta elementare era normale che fra compiti scritti e studio si avessero almeno due-tre ore di lavoro al giorno), che, se dovesse succedere, la signora maestra è cortesemente pregata di avere pazienza. La maestra dice che sì, certo, sono sempre stata molto diligente, se non riuscirò a fare tutto lei sa per certo che non è per cattiva volontà.
Un giorno, non molto tempo dopo, interroga sui fiumi della Russia, che avevamo da studiare per quel giorno.

– Paola.
– Volga, Danubio, Ural, Dnepr, Don.
– Al posto. Quattro. Maria Grazia.
– Volga, Danubio, Ural, Dnepr, Don.
– Al posto. Quattro. Daniela.
– Volga, Danubio, Ural, Dnepr, Don.
– Al posto. Quattro. Margherita.
– Volga, Danubio, Ural, Dnepr, Don.
– Al posto. Quattro. Raffaella.
– Volga, Danubio, Ural, Dnepr, Don.
– Al posto. Quattro. Barbara.
– Volga, Danubio, Ural, Dnepr, Don.
– Al posto. Quattro. …

Ha interrogato tutta la classe. Tutte abbiamo detto Volga Danubio Ural Dnepr Don, perché quelli erano in fiumi della Russia scritti nel sussidiario, quelli avevamo studiato e quelli sapevamo. E tutte abbiamo preso quattro perché lei, a quanto pare, voleva qualcos’altro, che non abbiamo mai saputo cosa fosse.
Il giorno dopo mio padre è andato da lei: “Signora maestra… Le avevo spiegato… Le avevo cortesemente chiesto… Ha pianto tutto il pomeriggio, ha gli occhi gonfi che fanno spavento, i suoi occhi non possono sopportare queste cose in questo momento…”
All’uscita di scuola l’ho trovato che mi aspettava, con un sorriso da un orecchio all’altro, impaziente di darmi la lieta novella: “Ha detto che si ricorda benissimo che tu non puoi fare tutto, che il tuo quattro lo ha scritto solo per non far venire fuori storie con le altre bambine, ma poi lo cancella e non ne tiene mica conto!”
Nessuno ha mai capito perché quel giorno abbia pianto ancora più a lungo e più rabbiosamente del giorno prima.
Puttana puttana puttana la maestra.

barbara

IL GATTO DAGLI OCCHI D’ORO

Gli occhi di Leila si riempiono di nuovo di lacrime, ma questa volta sono lacrime diverse da prima.
Alza gli occhi: dall’altra parte della finestra ci sono i tetti e lì vede il gatto che si è trascinato la sua fame e le sue ossa fino a una chiazza di sole tra i camini e la grondaia.
La fame del gatto è un’urgenza intollerabile.
Un’urgenza assoluta. Irrimandabile.
Ogni secondo che passa strazia le viscere del gatto. Ogni secondo che passa potrebbe essere l’ultimo. Leila si infila il panino nella tasca dei jeans e chiede di uscire.
A fare che? La pipì? E non poteva farla durante l’intervallo? Come sarebbe si è dimenticata. Questa è la prima media, mica l’asilo.
Il grosso vantaggio di essersi già fatti la fama dell’oca è la libertà di manovra.
Leila abbandona la classe seguita da un uragano di risate, come una pop star inseguita dagli applausi, che, questa volta, le lasciano addosso una via di mezzo tra una granitica indifferenza e un vago compiacimento.
I giri tra i corridoi al mattino permettono ora al suo senso di orientamento di sbrogliarsela. Deve solo salire le scale fino al piano superiore, di lì uscire sulla terrazza e, appigliandosi alle inferriate esterne dei finestroni sul corridoio dovrebbe riuscire ad arrivare fino alla grondaia.
I corridoi sono deserti. La bidella è nell’atrio attaccata al telefono (per fare il pollo alla diavola… se metti metà acqua e metà olio, la cipolla non brucia…). La porta della segreteria è aperta, ma anche la segretaria è al telefono e non alza gli occhi (per lo zabaione due uova intere, due tuorli e cento grammi di zucchero vanigliato…).
La portafinestra del terrazzo scricchiola orrendamente ma, tra lo zabaione della segretaria e il pollo alla diavola della bidella, la cosa passa inosservata.
Il sole inonda il terrazzo. Le fronde degli ippocastani riempiono la visuale.
Leila si arrampica: le inferriate sono talmente comode che sembrano una scala a pioli.
Ora Leila è al di sopra delle fronde degli ippocastani e si gira un attimo a guardare. La città se ne sta sotto il sole, prima dell’orizzonte c’è il mare e tra la città e il mare, dentro l’ansa del fiume, scintillano gli acquitrini. La brezza le scompiglia i capelli.
I gabbiani volano sulle discariche. Più in là le saline brillano nella luce dell’ultima estate.
Leila finisce la sua arrampicata. Sull’ultimo passaggio si appoggia alla grondaia e si tira su. Il gatto è lì. I suoi occhi d’oro scintillano come gli acquitrini sotto il sole.
Leila tira fuori il suo panino e lo mette davanti al gatto. Il gatto la guarda a lungo, poi si stiracchia, si avvicina pigramente al panino e comincia a mangiare il salame dell’imbottitura, lentamente, come assaporandolo. Poi sbocconcella anche un po’ di pane. Forse era veramente una fame abissale o forse il pane e salame ai gatti gli fa particolarmente bene. Comunque il gatto sembra essersi ripreso alla grande: guarda ancora Leila e poi schizza via, scompare tra i comignoli, veloce e lieve come il re degli elfi.
Un urlo squarcia la brezza.
«C’è una SUL TETTOOOOOO!»
Il pollo alla diavola deve essere cotto e lo zabaione se lo devono anche essere mangiato.
L’urlo risuona e si espande come le campane che chiamavano a raccolta quando arrivavano i saraceni, ma l’immagine del gatto che corre con tutta la sua grazia tra i comignoli continua a illuminare Leila da dentro, come una luce.
Dovrebbe preoccuparsi di quanto si arrabbierà la sua mamma, ma la preoccupazione non riesce a scalfire la sua allegria.
E poi, parliamoci chiaro, il suo non è il tipo di madre che sgrida troppo per questioni scolastiche.
«Ah, davvero? Sei anche salita sui tetti? E ti hanno dato tre in condotta? E di comprare il latte te lo sei ricordato?»
Leila dà un’ultima occhiata allo scintillio del fiume, tra la città e gli acquitrini, e respira ancora un attimo la brezza leggera.
Poi scende.

I professori sono usciti dalle classi seguiti dagli allievi. Non manca niente e nessuno: dalle Adidas della professoressa di ginnastica (scienze motorie) agli spigoli della professoressa di italiano.
La professoressa di italiano ha gli spigoli che tremano e non riesce nemmeno a parlare. La professoressa di ginnastica (scienze motorie) ha le Adidas che stanno ferme, ma lo stesso il fiato non riesce a tirarlo fuori. Quello che recupera la voce per primo è un tizio in giacca e cravatta, che Leila deduce dover essere il preside. Il preside la riconduce alla sua classe e finalmente le domanda perché diavolo è salita là sopra.
Leila non ha voglia di nominare il gatto.
«Per guardare la città dall’alto» risponde serenamente.
Risatine di sfondo.
Leila ascolta le risatine. Non c’è nessun dubbio. È un altro tipo di risatina.
Leila si rende immediatamente conto di avere cambiato categoria. È passata dal genere ‘straccione-incapace-decisamente scemo’ al ‘trasgressivo-ribelle-un po’ matto’, che è anni luce al di sopra del precedente.
«Nessuno degli allievi è mai salito sui tetti» insiste il preside.
«Dovrebbero. Lì sopra è bellissimo» spiega Leila con un tono di voce tra il timido e l’allegro.
Risate franche, ma questa volta, di nuovo, sono per lei e non su di lei.
Leila si accorge che tutto l’insieme del suo comportamento, dalla denuncia di un padre originario di Marte e di una madre dedita alla vermicultura, può essere reinterpretato e, in effetti, è reinterpretato alla luce del nuovo genere: trasgressivo un po’ folle. È salita di grado.
Il preside fa la faccia di uno che ha appena incontrato il mostro di Frankenstein, e a Leila fa un po’ pena. Ma non può mollare. Continua a parlare. Ripete che lassù è bellissimo. Parla dell’ansa del fiume, delle paludi, dei camminamenti tra i canneti fino ai nidi delle oche selvatiche, che dal tetto della scuola si vedono. Parla di come si fa a scovarli, come si fa a non dargli fastidio quando le uova stanno per schiudersi.
C’è un silenzio affascinato, Leila parla dei due campi zingari e del campo profughi (tutti frequentano la Santorre di Santarosa), dei bambini rumeni che sono arrivati insieme ai bambini albanesi, dopo i russi e prima dei senegalesi. Parla dei bambini africani: vengono da pezzi diversi dell’Africa, qualcuno è un deserto, qualcuno una savana, qualcuno giallo, qualcuno verde, ma tutti disperati. La sua migliore amica si chiama Maryam e arriva dall’Etiopia che è il Paese degli altopiani, dove nasce il Nilo. Il regno del Leone di Giuda. Leila tira fuori dalla tasca dei jeans sdruciti la monetina etiope con sopra la testa del leone che Maryam le ha regalato in seconda elementare come portafortuna e che lei porta sempre in tasca. Maryam non farà le medie, anche se andare a scuola le piaceva, perché è la prima femmina della sua famiglia che ha imparato a leggere e forse hanno paura che esagerare le faccia male; quindi la tengono a casa, però loro due sono d’accordo che Leila le racconterà tutto quello che sente a scuola, perciò sarà come se un po’ facesse le medie anche lei. Dice anche questo.
Il preside si riprende. Interrompe Leila bruscamente ma con una certa cortesia, minaccia punizioni esemplari, ma nel frattempo non ne attua nessuna. Ma in futuro guai a chi si azzarda anche solo a uscire sulla terrazza senza permesso. Tra l’altro la bidella che stava facendo? Mica al telefono come sempre a parlare di cucina? E la segretaria? Non è passata davanti al suo ufficio quella ragazzina per…
Leila raggiunge il suo banco e si siede.
Fiamma si volta e le fa un radioso sorriso.

Ecco, c’è lei, Leila (sì, come la principessa di Guerre Stellari), la ragazzina troppo grassa troppo malvestita troppo diversa troppo tutto. E Maryam, l’amica etiope. E bambini ricchi e bambini poveri e bambini viziati e bambini tristi e mamme rifatte e mamme troppo presenti e mamme troppo assenti ed emarginazione e integrazione e amicizia e antipatie e mutilazioni genitali e paura e coraggio e poi lui, certo, il gatto dagli occhi d’oro, e guai se mancasse!

Silvana De Mari, Il gatto dagli occhi d’oro, Fanucci

barbara

LA MIA FESTA

Ossia quella che mi ha fatto la seconda A, che è stata un’assoluta sorpresa, perché non me l’aspettavo proprio. Prima hanno suonato

poi mi hanno recitato la poesia

Poi è stato il suo turno

(non ancora proprio così, ma ci arriverà: la stoffa c’è)

Poi è arrivata la canzone preannunciata,

anch’essa opera loro, come la poesia

Poi ha cantato lei

 
(ho scelto questa cover, perché è quella che assomiglia di più alla sua interpretazione. Non proprio uguale, però: lei ha una sorta di semifalsetto che rende le sue interpretazioni straordinariamente suggestive).

Dopo la musica, il teatro: hanno messo in scena una mia lezione, e la prof

mi ha imitata talmente bene che ridevano quasi quanto nelle lezioni vere (sì, nelle mie ore si ride molto, e questa è la cosa di cui sono in assoluto più orgogliosa.


E infine “the voice”:

È ancora una bimba, e naturalmente ha bisogno di maturarla e coltivarla ancora un po’, ma già si sente che ha doti vocali davvero straordinarie. La sua interpretazione era praticamente identica a questa:

E, insieme a una scatola di cioccolatini che ho terminato in un quarto d’ora, la loro foto per ricordo (vero che sono belli?)

che, conoscendo le mie attitudini, mi hanno simpaticamente presentato così

Poi qualche giorno dopo c’è stata anche la festa organizzatami dalle altre due classi, II e III B (altra scatola di cioccolatini…), con musiche, aprendo con questa

che mi sembra davvero un’ottima scelta per la circostanza, e varie altre, e canzoni composte per l’occasione, e danze, ma di quest’altra festa purtroppo non sono state fatte foto.
Quello che posso dire, in conclusione, è che tutte e tre le classi mi hanno regalato due anni praticamente senza stress. Ogni tanto qualcuno mi ha fatto un po’ incazzare ma – e l’ho detto anche a loro – tutte le volte che mi è capitato di fare supplenza in qualche altra classe (cioè quasi sempre almeno una volta alla settimana, e qualche volta anche due), ne sono uscita dicendo: “Dai, che mi è andata bene di avere loro”.
Grazie, ragazzi, grazie davvero di tutto.

barbara

PICCOLI NAZISTI CRESCONO

Supplenza in terza C

La terza C è una di quelle classi che quando si legge di doverci fare supplenza provoca in tutti noi un irresistibile impulso alla fuga. Magari anche con qualche modesto atto di autolesionismo che giustifichi almeno una breve visita al pronto soccorso. Quella volta la supplenza era per il collega di religione che, trattandosi di un’assenza prevista, aveva provveduto a organizzare la visione di un film su Auschwitz. E dunque parte il film, e naturalmente ogni tanto c’è qualche personaggio, o gruppo di personaggi, che fa il saluto nazista, e ogni volta un buon quarto della classe scatta sull’attenti e stende il braccio, e uno di loro grida con entusiasmo “Heil Hitler!” Al terzo Heil Hitler sono andata lì, l’ho preso per un braccio, l’ho tirato giù e scaraventato (letteralmente, con tutte e due le mani) fuori dalla porta. Quando sono andata alla cattedra e ho preso il registro, una cospicua parte della classe si è precipitata lì per tentare di convincermi a non scrivergli una nota. (Un anno fa in terza F, invece, era successo questo).

Supplenza in terza D

Avevano un lavoro da fare, e la maggior parte ha lavorato seriamente. Alcuni hanno chiacchierato, qualcuno – i soliti noti – preso atteggiamenti provocatori, ma insomma il tutto era più o meno sopportabile. Verso la fine dell’ora O. mi si trova davanti e di colpo i suoi occhi si bloccano sul risvolto della mia giacca. Per la precisione, sulla spilletta appuntata sul risvolto della giacca. A forma di stella. Con sei punte. Con la faccia tra lo schifato e l’inorridito punta l’indice e chiede: “Cos’è quella roba?” “Una stella” dico. E poi, a voce alta, a muso duro e in tono ancora più duro – quello che prendo quando sono pronta a menare, e chi mi si trova davanti lo capisce immediatamente – aggiungo: “Qualcosa da dire?” “No… no”, dice, e si immerge nel gruppetto dei soliti noti dal quale, fra una sghignazzata e l’altra, arrivano mormorii da cui emerge qualche parola, come “Jude” e “Scheisse” (merda).

Corso di scrittura creativa

È un corso in quattro turni, con quattro diversi gruppi di scolari provenienti da varie classi, della durata di otto settimane ciascuno, che tengo una volta la settimana. Oggi c’è una ragazza che indossa una blusa con su scritto

I ♥ HCP

Verso la fine dell’ora le chiedo cosa voglia dire HCP. “Hockey Club Pustertal” mi dice. Poi, ammiccando, aggiunge: “C’è scritto qualcosa anche dietro!” E si alza, si gira e solleva la felpa, per mostrarmi la scritta

I ♥ NADI

Nadia, mi spiega, è la sua compagna di banco, nonché amica del cuore: quella maglietta se l’è fatta stampare apposta, con i suoi due grandi amori. Sto ancora sorridendo di tenerezza quando interviene A. che, approfittando dell’assonanza, finge di leggere male e grida: “I love nazi!” Cercando di mantenere la calma gli spiego che cos’è l’apologia di reato e provvedo a informarlo che chi fa apologia di un crimine, per la legge del nostro stato, commette a sua volta un crimine. E lui, tutto soddisfatto e compiaciuto: “Allora siamo in tanti criminali, qui. E gli austriaci sono tutti criminali!”


    

(Sono nazistini piccoli piccoli, ma cresceranno. A differenza di questi altri bambini.

In queste giornate, una foto tra le foto mostrava un gruppo di bambini in attesa di mangiare, e dico solo che in questa occasione sinteticamente ebraica della Shoah i bambini li vorrei chiamare ieladim. Questi ieladim li ho contati, erano 27.
Avevano delle giacche invernali, a parte uno che aveva la maglietta a righe, e alcuni portavano bretelle – tutti un cappello e i pantaloni corti. Uno ieled teneva le mani in tasca, una forse era una ialdà e aveva un basco blu sulla testa rotonda che ora che ci penso era rasata, e lui, o lei che fosse, portava un lungo cappotto elegante che scendeva; aveva la testa girata da un’altra parte perché era incuriosito, oppure incuriosita, da qualcosa – lui, lei, non aveva mai visto un posto così. Gli ieladim ridevano, se no sorridevano, stringevano gli occhi perché avevano il sole contro, e le stelline gialle sul petto di tutti erano atrocemente graziose. La foto era in una bella giornata di sole, e ogni dettaglio era in armonia con l’idea di bella giornata: il cielo sereno, il sole e i colori, e la foto a colori. Poi gli ieladim sono rimasti per sempre ieladim.  
Il Tizio della Sera)

AGGIORNAMENTO: questa foto, che mi è appena stata inviata, è del marzo 2012. Il manifesto in essa ripreso è diffuso in tutta l’Ungheria.

barbara