GLI EROI DI SAN DIEGO

Lori Gilbert-Gaye
Appena il terrorista ha cominciato a sparare, gli si è buttata davanti, prendendo molte pallottole e salvando in tal modo molte persone dietro di lei, a cominciare dal rabbino.
Lori Gilbert-Kaye
Oscar Stewart
Quando ha sentito sparare si è precipitato verso l’uomo urlando “Vieni giù! Figlio di puttana! Ti uccido!” talmente forte da essere sentito dal prete della chiesa vicina. E l’assassino si è spaventato, ha lasciato cadere il fucile e ha tentato di scappare verso la sua auto, prontamente inseguito da Oscar per impedirgli di andare a uccidere altri innocenti altrove
Oscar Stewart
(e viene in mente il “carro armato” Davidka della guerra del ’48, praticamente un trattore modificato, ma che faceva un fracasso tale che i nemici si spaventavano già così).

Almog Peretz
Nonostante fosse stato raggiunto da una pallottola a una gamba, è riuscito ad allontanare e fare uscire diversi bambini.
Almog Peretz
Noya Dahan

Otto anni, nipote di Almog. Colpita dalle pallottole, ha chiesto che questa foto fosse pubblicata, affinché ognuno possa vedere che lei è forte.
Noya Dahan
Sia lei che lo zio sono originari di Sderot, da cui si erano allontanati per sfuggire al martellante terrorismo palestinese.

Il rabbino Yisroel Goldstein
Dopo essere stato colpito, è rimasto in piedi di fronte alla congregazione per terminare il sermone di Pesach, che ha concluso con queste parole:
rabbi Yisroel Goldstein
Sì, chazak amenu: è forte il nostro popolo.

barbara

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GUARDATE CHE TENERI GIOCHERELLONI

che sono i palestinesi! Adesso si sono messi a giocare con gli aquiloni da lanciare gioiosamente verso Israele.
aquilone bomba
Sì, ok, dietro c’è attaccata una bomba incendiaria, ma non staremo mica a guardare questi stupidi dettagli, no? Questo invece è Muhammad Hajila,
Hamas-terrorist-Muhammad-Hajila
l’ultimo innocente pacifico inerme innocuo manifestante civile palestinese assassinato a sangue freddo dagli spietati cecchini israeliani (o devo dire sionisti?). Era membro delle brigate Izz al-Din al-Qassam di Hamas e aveva partecipato all’attacco di Hamas a Nahal Oz che aveva ucciso cinque persone. Chi non avesse chiara la geografia locale può vedere la posizione di Nahal Oz in questa mappa.
mappa 1
Di quelle località ho visitato Netiv haAsara e Sderot. Ho visitato anche, non indicato in questa mappa, il kibbutz Nir Oz, pochi giorni dopo la fine della guerra del 2014. In quest’altra mappa
mappa 2
(clic per la mappa originale, da cliccare poi per ingrandire ulteriormente), oltre alle rispettive posizioni, possiamo ammirare anche le due parti di uno stesso identico terreno, una in mano agli israeliani, l’altra in mano ai palestinesi. Che siccome anche come terroristi sono pericolosi sì, dannosi sì, ma anche scalcinati e imbecilli, non di rado sbagliano il tiro e ammazzano in casa propria, come qui,
esplosione
dove hanno fatto fuori quattro dei loro, e poi alle donne tocca fare il lutto.
lutto esplosione
È anche da questa foto, oltre che dalle dichiarazioni della stessa dirigenza della Jihad islamica palestinese, che capiamo che sono stati vittime di fuoco amico, perché quando vengono uccisi da Israele si scatenano sparando in aria ai funerali – e ogni tanto finendo per impallinare anche qualcun altro – o dando comunque vita a funerali decisamente rumorosi

mentre quando, uscendone vivi o morti (non ha importanza) sono riusciti a far fuori un po’ di ebrei, magari neonati nella culla, festeggiano alla grande distribuendo dolci, oppure con caroselli d’auto tipo da noi quando si vincono i mondiali – all’interno di questo post foto delle vittime e video dei selvaggi festeggiamenti. Poi comunque ad un certo punto le manifestazioni finiscono e tutti quei bravi giovani tornano a casa e si occupano dell’educazione dei pargoli.

Mentre noi si fa accuratamente attenzione a guardare solo dalla parte giusta.
Gaza Siria
barbara

E POI HO VISTO 1

E poi ho visto Sderot,
Qassam-Rockets-Sderot
dove nei quindici secondi tra la sirena d’allarme e la caduta del razzo per una madre di tre o quattro bambini è materialmente impossibile portarli in salvo tutti, e deve quindi decidere chi salvare e chi condannare al rischio di essere ucciso – e lo deve decidere all’istante, perché se perde anche solo un paio di secondi non ne salva neppure uno.
E poi ho visto Sarona. Che avevo visto anche la volta prima, a dire la verità, ma proprio solo vista, dato che il signor S. C. non ci ha detto mezza parola di spiegazione, e adesso invece lo so che cos’è. Questa sorta di oasi nel cuore della supermoderna Tel Aviv,
Sarona 1
Sarona 2
che deriva il suo nome dalla Valle dello Sharon – anche se in realtà si tratta di una pianura – era originariamente un insediamento di Templari tedeschi,
casa templari
che nel 1871 avevano acquistato da un monastero greco 60 ettari di terreno e ne avevano fatto un insediamento agricolo modello, dotato di attrezzature e metodi di coltivazione all’avanguardia. All’avvento del nazismo, una discreta percentuale di loro aderì al partito, e allo scoppio della guerra, insieme a italiani e ungheresi, furono internati dalle autorità britanniche. Nel 1962 lo stato di Israele ha nazionalizzato l’area, pagando 54 milioni di marchi agli antichi proprietari, e nel 2003 è iniziato il restauro di Sarona,
Sarona 3
Sarona sera
in alcuni casi spostando gli edifici
Sarona spostamento
per permettere la costruzione di più ampie strade di passaggio. E lì dentro c’è anche il prato della musica: tu ti siedi su una panchina, e la panchina comincia a suonare, ogni panchina una musica diversa.
Sarona musica
E poi ho visto Giv’ot Bar, insediamento nel cuore del deserto del Negev,
Giv'ot Bar
costruito da coraggiosi pionieri
famiglia Giv'ot Bar
nell’ambito di un progetto che tenta almeno di limitare, se non di fermare, il progressivo furto di terra da parte di gruppi di beduini che, insediandosi ovunque nel deserto (e inquinandolo pesantemente, dato che i loro insediamenti non vengono dotati di fognature, né di altre strutture indispensabili alla difesa dell’ambiente), mettono il governo israeliano di fronte al fatto compiuto (con ricca presenza dei mass media e alti lai da parte delle anime belle se il governo tenta poi di sfrattarli dalle aree illegalmente occupate).
E poi ho visto da vicino quello strafigo bestiale che è Benny Gantz.


E voi no, tiè.

barbara

 

UN VIAGGIO

Ricevo e pubblico questo interessante resoconto di un viaggio in Israele, che mi è stato inviato.

Sono tornato alcuni giorni fa, da una visita di carattere istituzionale (la delegazione di cui ho fatto parte è stata ospite del ministero degli esteri) nello stato ebraico. E’ difficile condensare in un articolo, le considerazioni e gli spunti che il viaggio in Israele mi ha offerto. Mi limiterò pertanto, a mettere nero su bianco senza pretese di organicità ed in maniera sintetica, alcune impressioni così come mi vengono in mente. Ero già stato nello stato ebraico vent’anni or sono ed oggi come allora (pur con i cambiamenti che inevitabilmente ci sono stati e sui quali accennerò qualcosa più oltre), ho percepito chiaramente un Paese vitale, dinamico, economicamente in crescita, proteso verso il futuro, come testimoniano le realtà avanzate (su scala mondiale) che vi si possono trovare nel campo delle innovazioni industriali, tecnologiche e nel settore emergente delle start-up. Ne abbiamo appreso o intuito l’importanza visitandone alcune, come le start-up a Tel Aviv, il Technion di Haifa ed un importante polo industriale a Nazareth creato e diretto da un imprenditore arabo-israeliano. Ovviamente, parliamo di realtà che vent’anni or sono quando misi piede laggiù non c’erano ancora od erano solo in fase embrionale essendo Israele sino ad allora, conosciuto da questo punto di vista solo per le innovazioni applicate con successo in campo agricolo. Da sottolineare come dato non certamente estraneo a quanto appena detto, la crescita demografica registrata, che è di sicuro rilievo se si pensa che solo venti anni fa la popolazione dello Stato si aggirava sui 5 milioni mentre oggi siamo quasi a quota nove. Significativo ed evidente poi anche solo rispetto a non molti anni fa, lo sviluppo urbanistico ed infrastrutturale sia di Gerusalemme (Ovest in particolare) e sia della stessa Tel Aviv, città modernissime quanto tante altre città europee o nord-americane e da questo punto di vista, lo stesso skyline di grattacieli visibile a Tel Aviv, costituisce un indubbio biglietto da visita.
Una premessa è forse doverosa; è difficile, direi quasi impossibile per un comune cittadino europeo (di sicuro se italiano) che non sia mai stato in quel Paese e che non ha nel corso del tempo studiato o letto qualcosa su Israele, farsi un idea anche minimamente corretta di cosa sia in realtà lo stato ebraico e di come ci si vive. Non è certo un caso, se è difficile trovare un italiano che dopo aver visitato per la prima volta Israele, non ti dica poi di essere rimasto del tutto sorpreso e colpito da quello che ha visto e toccato con mano per così dire. L’informazione su Israele qui da noi, è quasi esclusivamente concentrata sui problemi gravi (che ci sono intendiamoci) che quel Paese deve affrontare in ordine ai suoi rapporti con i palestinesi e i paesi arabi che lo circondano (e lasciamo stare perché non è questa la sede, le strumentalizzazioni e le manipolazioni che abbondano nei nostri mezzi di comunicazione, relativamente a questa problematica). Da qui, il fiorire nell’immaginario collettivo dell’opinione pubblica riguardo ad Israele, di qualche pregiudizio e di non pochi luoghi comuni.
Uno dei quali ad esempio, impedisce di comprendere come in diverse realtà e zone del Paese, la convivenza tra arabi (e non solo quelli con passaporto israeliano) ed ebrei, si svolge in un contesto di ordinaria tranquillità e di mutua collaborazione. Certo, c’è una parte sia pure minoritaria del mondo arabo-israeliano che guarda con una certa ostilità ad Israele e talvolta essa diviene manifesta, con risvolti anche preoccupanti. Un atteggiamento questo del resto, che fa il paio con una certa intolleranza anche religiosa e tipica oggi -purtroppo- di alcuni segmenti del mondo musulmano. Emblematico da questo punto di vista, il cartellone (in lingua inglese si badi bene) che è affisso oggi in una delle facciate della moschea islamica a Nazareth (città israeliana) e proprio a ridosso della Basilica dell’Annunciazione, contenente frasi ed espressioni chiaramente minacciose ed intimidatorie, rivolte ai cristiani. Diverso è il discorso che riguarda le altre minoranze presenti nello stato ebraico, vale a dire i beduini presenti nel Neghev ed i drusi (che pure sono arabi ma con una loro identità specifica che custodiscono con un certo orgoglio come abbiamo avuto modo di constatare visitando il loro villaggio di Isfiya sul monte Carmelo ed ascoltando durante il pranzo che ci è stato offerto, il discorso di un loro rappresentante). Entrambe queste comunità, hanno conosciuto tra luci ed ombre un significativo percorso di integrazione ed assimilazione nello stato d’Israele ed i loro membri svolgono servizio nell’esercito (i beduini su base volontaria) dove, in particolare i drusi, si distinguono per la loro affidabilità ed abilità, nonché per il loro relativamente alto numero di effettivi presenti anche nelle forze di sicurezza e di polizia. Non è forse superfluo precisare, che mentre gli arabi-cristiani hanno la facoltà (su base volontaria quindi) di arruolarsi nell’esercito, gli arabi-israeliani di fede musulmana sono esentati dal servizio militare (anche se si sono avute specifiche eccezioni) sostituito da un servizio civile volontario che è retribuito e che consente poi a chi lo svolge, di godere di alcuni vantaggi. Come molti sanno invece, il servizio militare in Israele (obbligatorio) ha la durata di tre anni per gli uomini e due per le donne.
La “città vecchia” di Gerusalemme, è un caleidoscopio di comunità e quartieri racchiuso in uno spazio ristretto e dove l’elemento legato alla religiosità è preminente e palpabile essendo un luogo sacro alle tre religioni monoteiste. E’ di sicuro per motivi assai ovvi che tralascio quindi di puntualizzare, uno dei luoghi più interessanti ed emozionanti del mondo. Senza dubbio suggestiva è la visita alla parte sotterranea del muro occidentale (il cosiddetto “muro del pianto”), sopravvissuto ma solo per volontà dell’imperatore, alla distruzione del secondo tempio ebraico perpetrata dai romani nel 70 d. c. La parte visibile e cioè esterna di questo muro quella a tutti nota, è solo una piccola porzione di esso, lunga appena 150 metri. Interessante -e forse poco conosciuta anche da noi mi sembra-, la descrizione delle tensioni a volte sfociate anche in episodi violenti, che hanno invece storicamente caratterizzato i rapporti tra le confessioni cristiane in ordine alla Basilica del Santo Sepolcro. La “gestione” di tale luogo sacro alla cristianità, è tuttora regolata meticolosamente e minuziosamente, da un accordo noto con il termine “status quo” raggiunto addirittura nel 1857 e che contempla peraltro anche una precisa scansione temporale per ciò che concerne la celebrazione delle liturgie. Non tutti sanno poi, che non essendosi le diverse confessioni cristiane accordate su chi di loro dovesse detenere le chiavi del portone della Basilica, la soluzione che escogitarono e che è tuttora operante, fu quella di affidarle a due famiglie musulmane che tale compito se lo tramandano di generazione in generazione. Ecco quindi che ogni sera, un musulmano viene a prendere la chiave salendo con una scala all’altezza di una finestra (posta dove si trova la decima tappa della via dolorosa se non ricordo male), per poi riportarla la mattina successiva.
La visita ad una base militare dell’IDF (l’esercito israeliano) e al nuovo edificio del valico di Erez che insieme a quello di Kerem Shalom posto a qualche chilometro di distanza, regola il flusso di persone automezzi e merci da e per la striscia di Gaza (flusso drasticamente ridotto da quando Hamas prese il potere nella striscia) entrambi a ridosso del muro di separazione, ci ha permesso di avere un punto di osservazione privilegiato su quello che è uno dei confini “caldi” di Israele, ma la situazione di tensione che si respira in quel lembo di terra e che diventa drammatica quando si accende il conflitto, la si avverte più concretamente visitando Sderot, la cittadina posta vicino ai confini meridionali dello Stato e notoriamente la più bersagliata dai razzi sparati da Gaza. Colpisce l’occhio del visitatore, la presenza relativamente numerosa di piccoli bunker di sicurezza disseminati lungo le arterie stradali cittadine, generalmente accanto alle fermate degli autobus, così come alcuni edifici di sicurezza assai più grandi, tipo il “Save a Child hearth”, quello nel quale vengono ospitati molti bambini quando suona l’allarme relativo ai razzi in arrivo e dotato di giochi e giocattoli per il loro intrattenimento. Anche qui, una visita allo “Sderot media center” struttura protetta che attraverso un moderno sistema informatico e di sorveglianza audio-visiva monitorizza la situazione durante le emergenze e quella successiva, al magazzino della polizia dove sono conservati i resti dei razzi caduti nell’area, ci ha offerto una panoramica si può dire completa, della situazione che si vive in città quando si accendono le ostilità con Gaza. Ora, è pur vero che i razzi in questione (i cosiddetti Qassam) sono di produzione artigianale, hanno una potenza esplosiva limitata e soprattutto (per fortuna) una precisione balistica alquanto approssimativa. In tutti questi anni, poche sono state le vittime civili e relativamente basso il numero di feriti nella stessa Sderot. E peraltro, c’è da dire che nelle ultime due situazioni di conflitto con Hamas, il sistema difensivo Iron Dome (Cupola di ferro) ha intercettato e distrutto la totalità o quasi dei razzi che si dirigevano verso i centri abitati. Ciò detto, non si può non tenere presente, quanto possa essere pesante e logorante per un intera popolazione, trovarsi sotto una pioggia di razzi e quali traumi psicologici una tale situazione può causare a tante persone, si pensi in particolare ai bambini. Sderot si trova in quella parte di terra israeliana considerata economicamente -dati alla mano- meno prospera e sviluppata specie in confronto al centro e al nord del Paese e la cosa balza in evidenza agli occhi di un attento osservatore, anche solo notando lo stato delle infrastrutture, il patrimonio edilizio ed abitativo e le stesse vie di comunicazione. Un ultima annotazione, fondamentale per capire le esigenze di sicurezza che hanno gli israeliani e per cercare di immedesimarsi con il loro stato d’animo da questo punto di vista, riguarda le ristrettissime dimensioni territoriali dello Stato. Per avere un idea della sua grandezza, basti osservare che lo spazio che occupa Israele (al netto della Cisgiordania o Giudea-Samaria) è inferiore a quello della Sicilia o del Piemonte. Un fazzoletto di terra cioè, circondato da nazioni e popolazioni ostili che vorrebbero annientarlo. Tornati a Tel Aviv stanchi morti, ci “immergiamo” in una sorta di piccola visita guidata nella “movida” notturna della città visitando alcuni locali. Un detto israeliano recita che “a Gerusalemme si prega, ad Haifa si lavora e a Tel Aviv ci si diverte”. In realtà, Tel Aviv che nella bella stagione sfrutta da ogni punto di vista il suo bellissimo lungomare, è una città animata e dedita al divertimento notturno e non, al pari di qualsiasi altra grande città europea. Interessante notare come la municipalità abbia fatto di Jaffa (così si chiamava la località araba prima del sorgere della Tel Aviv moderna) la parte vecchia della città ricca di siti storici, un luogo di attrazione turistica presso il quale vengono scattate tra l’altro le classiche foto da cartolina o depliant turistico, che ritraggono il lungomare sabbioso della città con il suo contorno di hotel e grattacieli. Da noi molto più prosaicamente, la località è conosciuta per essere il luogo d’origine dei pompelmi che prendono il suo nome e che si possono trovare nei nostri supermercati. Vi si trova un vecchio mercato (il Carmel Market) e più in generale è ammirevole sia la preservazione e valorizzazione dei suoi punti storici e sia il suo decoro urbano. Jaffa, che è ora uno dei quartieri di Tel Aviv, è abitata in larga maggioranza da popolazione di origine araba e costituisce un altro esempio di convivenza nei termini sopra accennati. Esempio che su scala più vasta, è notoriamente costituito da Haifa, la terza città di Israele, importante polo industriale e tecnologico e sede del più grande porto del Paese, città dove la presenza dei cittadini arabi (e segnatamente anche degli arabi cristiani) è significativa e non meramente come solo dato numerico. La visita al santuario e agli stupendi giardini Bahai, è una tappa difficilmente eludibile quando ci si reca ad Haifa.
Haifa è la sede centrale di questa religione monoteista, nata in Iran intorno alla meta del diciannovesimo secolo e tuttora perseguitata in quel Paese (nonostante sia fortemente minoritaria) dal regime teocratico degli ayatollah. Conta qualche milione di fedeli sparsi per il mondo. Non è evidentemente questa la sede per parlarne, mi limito a riportare sperando di ben interpretare quanto ci è stato spiegato, che tale religione nel sottolineare l’unità spirituale di tutta l’umanità, vede in Dio la fonte di tutta la creazione, riconosce l’unità della religione nel senso che tutte le grandi religioni hanno la stessa origine spirituale provenendo dallo stesso Dio, riconosce come sacri oltre ai propri, tutti i testi delle altre religioni monoteiste e spiega il legame dell’uomo con Dio così come si è configurato nel corso del tempo, attraverso il concetto di relatività e progressività della religione, con ciò profetizzando il superamento stesso della religione Bahai in virtù di quello che sarà il divenire storico.
La visita al kibbutz Ramot-Menashe situato lungo la direttrice che da Nazareth porta a Tel Aviv, meriterebbe un discorso a parte per l’importanza fondamentale che i kibbutzim hanno avuto nella breve storia del Paese. Piccole e povere comunità dedite a lavorare la terra, hanno cominciato ad insediarsi laggiù a partire dagli anni 10 del secolo scorso, costituite dai primi ebrei che fecero ritorno (l’“Aliya” in ebraico) alla terra dei padri. Sono poi fiorite nei decenni successivi, in occasione dell’arrivo di moltissimi ebrei contestualmente alla fine della seconda guerra mondiale e alla nascita dello stato d’Israele nel 1948. Avendo molti dei primi pionieri un orientamento socialista basato sulle utopie di uguaglianza caratteristiche di quel pensiero a cavallo tra il diciannovesimo e il ventesimo secolo, la vita in molti kibbutz è stata a lungo basata su regole rigidamente egualitaristiche e sul concetto di proprietà comune. Per diverso tempo, le condizioni di vita dei propri membri sono state spesso difficili ed inoltre, queste comunità dovevano provvedere autonomamente alla propria auto-difesa essendo circondate da popolazione araba ostile e ciò, può ben portarci a dire che il sistema dei kibbutz ha costituito storicamente il primo presidio armato e di sicurezza degli ebrei in Palestina, garantendo poi un terreno più favorevole per l’insediamento successivo dei tantissimi immigrati arrivati dopo il secondo conflitto mondiale e dopo la terribile persecuzione subita con l’Olocausto e favorendo al contempo la stessa creazione dello Stato ebraico. Il kibbutz è stato in altre parole, uno degli elementi fondamentali nello sviluppo di Israele. Ovviamente, per una serie di motivi alquanto comprensibili ma che qui sarebbe troppo lungo spiegare in parte comunque determinati dalla stessa modernizzazione e crescita economica del Paese, i kibbutzim hanno conosciuto negli ultimi quarant’anni un declino anche in termini di presenze che ha portato molti di loro a rivedere necessariamente le proprie caratteristiche sia di vita interna e sia produttive. Se per lungo tempo infatti i kibbutz si occupavano pressoché esclusivamente di attività agricole, negli ultimi decenni non pochi di loro si sono riconvertiti ad altri progetti produttivi mentre ce ne sono stati altri che si sono sostanzialmente trasformati in strutture ricettive ed alberghiere (alcune di lusso) aprendosi al turismo. In ogni caso ancora pochi anni fa (ultimo dato che ho disponibile), la produzione dei kibbutzim costituiva il 9% del prodotto industriale nazionale ed il 35-40% di quello agricolo. Il kibbutz di Ramot-Menashe al quale abbiamo reso visita, è piuttosto vecchio e porta i segni del tempo come un occhio attento non fa fatica a notare e fu fondato da reduci giunti dal porto di La Spezia, ebrei italiani e provenienti dal Sud America che decisero dopo le vicissitudini patite a causa del secondo conflitto mondiale, di emigrare in Israele.
La sosta al “Rabin Memorial” a Tel Aviv sorto nel punto dove il primo ministro fu ucciso il 4 Novembre del 1995 da un connazionale (cosa questa che si riteneva impensabile), un giovane estremista fanatico e squilibrato, evoca ricordi dolorosi ancora ben presenti nella coscienza degli israeliani. Come si usa sottolineare oggi in Israele, ognuno ha impresso nella propria memoria dove si trovava e cosa stesse facendo quella sera quando apprese la notizia. Un po’ come si è fatto negli Stati Uniti per tanti anni in relazione all’assassinio di Kennedy. Anche chi scrive, ricorda esattamente come apprese la notizia e come trascorse il resto della serata quel triste Sabato di 19 anni fa. Erano gli anni appena successivi agli accordi di Oslo, alla stretta di mano sul prato della Casa Bianca tra lo stesso Rabin e Arafat e una parte della società israeliana credeva fosse finalmente a portata di mano la possibilità di giungere non solo ad una pace durevole con i palestinesi e più in generale con il mondo arabo, ma anche all’avvio di una possibile era di rapporti costruttivi e di cooperazione. In realtà, come i fatti successivi si sono incaricati di dimostrare ancora fino ai nostri giorni, si trattava di aspettative frutto di analisi velleitarie quando non di vere e proprie illusioni. Non vi erano allora come non vi sono oggi purtroppo, interlocutori sia in campo palestinese che nel mondo arabo-islamico con le molto parziali e relative eccezioni della Giordania e dell’Egitto (e quest’ultimo solo se in mano a tipi come Mubarak o ai militari), con i quali Israele possa seriamente e costruttivamente aprire un dialogo vero e non di circostanza, finalizzato a definire un percorso virtuoso di pace e collaborazione. Questa è la triste ed amara realtà anche se ovviamente, nel corrente linguaggio della diplomazia non la si può certo sancire apertamente. Rabin, che non era di certo un ingenuo (al di là di certe interpretazioni strumentali ed interessate che specie qui in Europa sono state date post-mortem sulla sua figura) e che da soldato e generale aveva combattuto le sue guerre per difendere il Paese, era ben consapevole del peso della storia e delle enormi difficoltà che vi sarebbero state al fine di implementare e portare avanti il fragile percorso che prese il via nella capitale norvegese, ma aveva coraggiosamente deciso di non ignorare quel piccolo spiraglio che sembrava essersi aperto, decisione che pagò con la sua stessa vita.
OMAR PROIETTI

E dopo questo bellissimo resoconto, non posso che rivolgere ai miei lettori ancora vergini di Israele, l’invito ad andare e verificare.

barbara

DALLE PARTI DI SDEROT

Da una parte investono tutti i (nostri) soldi per fare la terra rossa di sangue. Dall’altra investono parecchi dei loro soldi per fare la terra rossa di fiori.
fiori
Kibbutz Nir Yitzhak, presso Sderot

Poi vai a leggere questo e questo, e infine goditi questa strepitosa chicca del conferimento della cittadinanza onoraria “a Sua Eccellenza il signor Maùdde Abbasce Abbumazen, Presidente lo stato di palestina…”

barbara