ANCORA UN PO’ DI MACEDONIA

(un po’ lungo, ma vi siete riposati ieri)

L’EDUCAZIONE IN SPAGNA

L’insegnamento femminista dalla Spagna: castrare alla nascita il 25% degli uomini per realizzare la Matria

di Francesco Corrado

Tutti sanno che qualche giorno fa il presidente delle Nazioni Unite se n’è uscito con una dichiarazione che, più o meno, dice: “La pandemia da Cornavirus sta dimostrando (a lui evidentemente) che millenni di patriarcato hanno portato ad un mondo dominato dai maschi, con una cultura dominata dai maschi, che danneggia tutti”.
A tal proposito abbiamo pensato di raccontarvi un fatto che l’anno scorso ha fatto molto discutere in Spagna. I fatti: alcuni studenti hanno registrato le lezioni della propria professoressa di lingua e letteratura, tal Aurelia Vera, ovviamente gli audio e le trascrizioni sono diventati virali facendo discutere la nazione. In una sua lezione la professoressa, che in pratica insegna femminismo postmoderno, spiega come poter realizzare un progetto matriarcale, cioè di società in cui gli uomini vengano esclusi dal potere per delegarlo esclusivamente alle donne.
La domanda è: che ce ne frega a noi di cosa dice in classe la professoressa Aurelia Vera all’istituto alberghiero San Diego de Alcalà, nella cittadina di Puerto del Rosario, nell’assolato arcipelago delle Canarie? Ci interessa per la somma di diversi motivi.
Primo: la professoressa Vera non è un cane sciolto, è una politica attiva del PSOE ed è assessore del municipio di Puerto del Rosario, capoluogo dell’isola di Fuerteventura, cittadina che conta poco più di 20.000 abitanti. Il suo partito l’ha difesa a spada tratta. In quanto ne rappresenta alla perfezione l’ideologia.
Secondo: la nostra professoressa è stata insignita del premio Meninas, in rappresentanza del collettivo studentesco femminista “La Sexta Cariatide” (da lei creato a scuola e di cui è coordinatrice): il premio viene assegnato dalle comunità autonome a collettivi femministi, per attività che favoriscano “la pace e l’uguaglianza”. [e sottolineo uguaglianza] Il motivo che ha portato all’assegnazione del prestigioso premio è stato che le 60 studentesse del collettivo hanno avviato una raccolta di firme per far si che il femminismo diventi materia scolastica; cose grosse insomma.  
Terzo: periodici che una volta erano di sinistra (e che hanno fatto la fine che da noi ha fatto “La Repubblica”), come El Pais, si sono sperticati in difese patetiche della prof e del suo delirio a base di castrazione selettiva. Ma gli audio e le trascrizioni sono chiari e c’è poco da dire. La prof, che vive nella realtà parallela del femminismo del terzo millennio, non ha minimamente dovuto rimangiarsi quanto detto, in quanto ciò è considerato politically correct.
Quarto: a parte il delirio sulla castrazione selettiva, gli audio delle lezioni ci mostrano alcuni sprazzi del tipo di insegnamento in cui consistono gli studi di genere che tanto vanno di moda nelle università: una forma di indottrinamento all’odio tra uomini e donne in parte basato su mistificazioni storiche che si vuol far diventare materia di studi anche alle superiori.
Quindi questa storia per noi è, a ragion veduta, emblematica di cosa sia il femminismo del terzo millennio: mainstream, autoritario, vuoto di proposte reali. E la storia della legislazione spagnola in materia potrebbe insegnare qualcosa, se la studiassimo, invece che replicarla scioccamente come stiamo facendo.

Ma lasciamo la parola alla prof:
Prof: “La situazione di sofferenza in cui si ritrova la popolazione del Venezuela non è tanto colpa di Maduro, quanto degli Stati Uniti, lo stesso vale per l’isolamento di Cuba. Non è tanto un problema di Cuba, è che gli Stati Uniti non lasciano entrare niente a Cuba…(si dilunga sulle transazioni economiche internazionali su cui sorvoliamo per sintesi) …Questo sono gli Stati Uniti e queste sono le transazioni commerciali di questo mondo neoliberale (brava prof!).”
Studente: “Prof allora di che sistema crede che avremo bisogno?”
Prof: “Bisogna inventarlo, io si che ne ho uno. La Matria.” 
Studente: “E in che cosa consiste?”
Prof: “Nel potere delle donne [uguaglianza, dicevamo, per l’appunto]. Io credo che i valori della donna non siano né la guerra, né la distruzione, né l’antiecologismo, né la mancanza di attenzioni. Voglio un mondo ecologico, un mondo non violento, un mondo non imperiale, un mondo in contatto con la natura. Il problema sarebbe come istituirla. Come istituirla? Io un’idea ce l’ho. Tramite la castrazione selettiva.”
Studentessa- “Ma come prof, ha appena detto che non ci sarebbe violenza!”
Prof: “Il problema è istituirla (la Matria), ci sono dei problemi, non dico che sarà buona. Il fine giustificherebbe i mezzi? Salvare il pianeta giustificherebbe la castrazione del 25% della popolazione? [cioè non il 25% degli uomini, come dice il titolo, e più avanti anche l’autore, bensì il 50%] Ecco, quello già sta dicendo di no (rivolgendosi ad un alunno), guarda che se ti tagliano il pisello mica ti succede niente! (nooo figurarsi). Come detto il problema è istituirla, cioè fare in modo che gli uomini smettano di governare per dare il potere a noialtre [sempre per via di quella famosa uguaglianza di cui sopra], bisogna mettere mano alla castrazione selettiva.” [Che io sappia un uomo castrato è impossibilitato a scopare, ma perché mai dovrebbe essere impossibilitato a governare?]
Studentessa: “Si ma a cosa le serve accumulare tante palle?”
Prof: “D’accordo io credo…c’è qualcosa che si chiama uova al cognac, tanto per darti un’idea”. [Sì, esistono le uova al cognac, e credo che sia una ricetta deliziosa. Ma, a parte la finezza della risposta, soprattutto in una scuola, a quanto pare la signora ha tanta dimestichezza con l’altro sesso da non saper distinguere le uova di gallina da quelle di maschio umano, e allora si comincia a capire: dal momento che per lei comunque non ce n’è

perché lasciare che ne godano le altre?]
Voci incomprensibili che si sovrappongono
Prof: “Se eviriamo gli uomini non solo non potranno avere figli, ma non potranno sviluppare una serie di ormoni che gli danno forza fisica, altra cosa è che poi non smetteranno mai di parlare col tono di voce dei bambini [e il vantaggio…? Forse quello, dopo averli castrati, di poterli sbertucciare perché hanno la vocetta da castrati? Tipo le SS che costringevano gli ebrei a vivere nel fango per poi prendersi la soddisfazione di dire vedi che abbiamo ragione a disprezzarvi, luridi ebrei schifosi!]. Quindi ho la mia idea di un nuovo mondo e funzionerebbe da paura. Useremmo la scienza per sapere a chi tagliare le palle. Con l’eugenetica potremmo creare bambine e bambini alla carta, come in un menù. Voglio che mio figlio sia alto 1,80, abbia gli occhi azzurri e che non abbia nessuna malattia, questo esiste già.” [Appunto: SS]
Studente: “Ma invece di questo progetto di castrarci a quasi tutti…”
La prof lo interrompe investendolo con un mare di sciocchezze: “Fa male vero? Ma lo sapete voi che a noi ci hanno castrato per milioni di secoli? (sic). Soprattutto qua nella mente. E non abbiamo detto nulla. Gli orgasmi femminili sono apparsi per la prima volta negli anni ’60, e fino ad allora non abbiamo potuto avere orgasmi. Noialtre siamo state storicamente castrate dal momento della nascita al momento della morte. Solo negli anni ’60 con gli studi di Roig si iniziò a pensare che la donna potesse avere l’orgasmo. Ed è a partire da allora che cominciammo a provare gli orgasmi, perché voialtri (rivolgendosi ai quindicenni maschi cui dovrebbe insegnare letteratura) non ci lasciavate nemmeno pensare che noialtre avessimo diritto al desiderio ed al piacere.”
Studente- “Si però, prof, ci sta dicendo di tagliarci le palle…” 
Prof-“Che orrore, che per gli uomini la loro identità sia il cazzo! [beh, in effetti è esattamente quello che li differenzia da noi…] Che orrore, vero? Alcuni preferiscono morire al farsi tagliare il cazzo: tagliatemi il collo ma non il cazzo. Dicono molti” [Molti? Io non ne ho mai sentito uno. Forse perché da queste parti ancora non girano donne così psicopatiche da voler tagliare il cazzo agli uomini]
Più tardi la prof dice: “Un disastro che elimini i tipi (uomini), e che ne rimangano pochini, il minimo indispensabile. E lì inizierà la mia Matria.” [leggi il seguito]

LA SANITÀ AL TEMPO DEL CORONAVIRUS
Lorenzo Capellini Mion

Nei primi 5 mesi del 2020 in Italia sono stati eseguiti circa un milione e quattrocentomila esami di screening per il cancro in meno rispetto allo stesso periodo del 2019. E gli interventi chirurgici sono crollati del 60%. Le visite di routine per i cardiopatici idem.
Inevitabilmente aumenterà la mortalità.
Anche se non è vero che fosse inevitabile. Come non era inevitabile la strage nelle case di riposo. Come non era inevitabile usare cure sbagliate, più sentito parlare dei respiratori? Come non era inevitabile dire alla gente di recarsi in ospedale solo se le mancasse l’aria, il mondo è stato ingannato o si è fatto ingannare. Come non erano inevitabili tante altre cose. Non era inevitabile diffondere il terrore dopo aver minimizzato, agevolando il virus di Wuhan nel suo momento di massima virulenza. Non era inevitabile accusare di razzismo chi vedeva arrivare la catastrofe.
Non era inevitabile censurare oggi qualsiasi cosa che non si allinei al pensiero unico. Specie se c’è da inchiodare alle sue responsabilità il regime comunista cinese, che ha tanti occidentissimi collaboratori, complici.
Non era inevitabile confondere contagiati con i malati. Come non era inevitabile distruggere le difese immunitarie in attesa di una iniezione che salverà il mondo da una malattia curabile al 99,6% o giù di lì.
E non era inevitabile dividere ancora di più la popolazione in società già sapientemente disgregate.
Non era inevitabile mettere gli uni contro gli altri i clienti e gli esercenti, lavori considerati essenziali e quelli no, gli stipendi garantiti vs la lotta quotidiana per una fattura non pagata, vecchi contro giovani. Non era inevitabile nemmeno creare un clima in cui c’è chi nega e chi esagera, chi vuole vivere e chi si rintanerebbe per sempre.
Non era inevitabile distruggere l’economia in favore di pochi centri del potere economico e del super governo.
Ma a questo serviva, serve e ancora servirà.
Allora sì, era inevitabile.
Io la vedo così.

GLI ISRAELIANI DI SINISTRA CHE ODIANO ISRAELE E QUANTI SI DISCOSTANO DAL VERBO COMUNISTA PIÙ DI QUANTO AMINO LA PACE E LA GIUSTIZIA E LA LIBERTÀ
Emanuel Segre Amar

Lo scrittore Grossman inizia così il suo articolo pubblicato oggi su Repubblica: “Nel Libro di Osea leggiamo: “Poiché costoro seminano vento, e mieteranno tempesta”. Per quasi dodici anni Benjamin Netanyahu ha seminato vento.” [Segue una vagonata di attacchi livorosi, con l’odio che gli schizza fuori da ogni poro della pelle, contro Netanyahu]

Qui non è questione di amare o odiare Netanyahu, ma se seminare vento porta a risultati che i politici amati da Grossman mai hanno nemmeno sfiorato, beh, allora benvenuto questo vento. E le macerie delle quali parla nel suo pezzo suonano come una accusa a questo scrittore, grande penna, ma pessimo commentatore politico (tra l’altro, se uno lo mette in difficoltà svelando, di fronte a lui, i suoi non detti, lui, invece di accettare il confronto, lo cancella per sempre dai suoi interlocutori; so di chi sto parlando.)

PARLARE DI ISRAELE SENZA AVERE LA PIÙ PALLIDA NOZIONE DI STORIA, E NEANCHE DI GEOGRAFIA

In risposta ad alcune lettere di lettori

Cari lettori,

Quando due o più Paesi firmano un trattato, è sempre una buona notizia, e un successo per il mediatore: in questo caso, Donald Trump. Tuttavia dietro la «pace di Abramo» c’è anche, fin dal nome, un po’ di retorica. La pace si fa tra nemici. Ma nemici — in sostanza — Israele e gli Emirati arabi uniti (e il Bahrein) non sono stati mai [forse il signor cazzulello ritiene che “nemico” sia sinonimo di “in guerra”. Quindi ignora sia il significato delle parole italiane che la storia del Medio Oriente]. Sono Paesi separati da centinaia di miglia, mari, deserti [mari fra Israele e Bahrain ed Emirati? Addirittura al plurale?!]. Non sto dicendo che l’accordo non sia importante; a maggior ragione se ne seguirà un altro tra Israele e l’Arabia saudita. Ma sinceramente mi pare più una mossa nel quadro della guerra civile araba tra sunniti e sciiti, che nel quadro della pace in Medio Oriente tra arabi e israeliani [embè certo: un trattato di mutuo riconoscimento e cooperazione in vari ambiti fra Israele e dei Paesi arabi che per 72 anni non lo hanno riconosciuto, hanno rifiutato qualunque contatto, hanno attivamente partecipato al boicottaggio di qualunque cosa avesse a che fare, anche indirettamente, con Israele, che cosa mai potrà avere a che fare con la pace fra arabi e israeliani?]. Sancendo in modo ufficiale l’avvicinamento in corso da tempo con Israele — unica vera democrazia e unica potenza atomica della regione —, i sunniti si rafforzano, e gli sciiti subiscono un colpo.
Ma se si è festeggiata tanto la «pace di Abramo», che cosa si potrebbe inventare un presidente americano che imponesse un trattato di pace tra Israele e l’Iran, o tra Israele e i palestinesi? [Non ho capito la domanda. Potrebbe riformularla in maniera più comprensibile?] L’idea iniziale di Trump era proprio l’accordo tra Netanyahu e i palestinesi. Sul piatto l’America ha gettato molti soldi. Ma non era pensabile che un popolo rinunciasse alla terra in cambio di dollari [Perché è chiaro che una terra che si chiama Giudea, che da tremila anni è stata ininterrottamente abitata dagli ebrei, sotto il cui suolo si trovano tombe ebraiche, a chi mai dovrebbe appartenere se non ai palestinesi?]. I palestinesi hanno commesso molti errori — non ultima la drammatica divisione tra i Territori amministrati dal presidente Abu Mazen e Gaza controllata dagli estremisti filoiraniani di Hezbollah [Hezbollah? A Gaza? Proprio sicuro sicuro? E insiste a voler parlare di Medio Oriente?]  — e anche molti crimini. Ma sono stati abbandonati dalla comunità internazionale in modo abbastanza cinico [mai sentito parlare dei miliardi di dollari – prelevati direttamente dalle nostre tasche – elargiti ai poveri palestinesi che li hanno interamente usati per fare terrorismo e seminare morte e distruzione anziché per costruire uno stato?]. E i primi ad abbandonarli sono stati — e sono — i «fratelli arabi»; fin da quando nel 1948 si presero ognuno un pezzetto di quello che secondo l’Onu doveva essere lo Stato palestinese [stato arabo, Cazzullo, stato arabo, non palestinese: nel 1948 mancavano ancora 16 anni alla fabbricazione a tavolino del popolo palestinese, clic, clic, clic]

Aldo Cazzullo

ITALIA E DINTORNI
Enrico Richetti

Mario Monti per far contenta l’Europa ha tagliato la sanità. Ora lo hanno nominato a capo dell’OMS in Europa. Come addetto alla sicurezza della banca del sangue europea invece hanno nominato il conte Dracula.

EUROPA E DINTORNI

Hezbollah piazza grandi quantità di nitrato di ammonio in giro per l’Europa, passando per Belgio, Francia, Grecia, Italia, Spagna e Svizzera. 

Se qualcuno per caso si chiede perché non si stia facendo niente, significa che di politica non capisce niente: come possiamo occuparci di queste scemenzine, quando incombe su di noi l’odio che Salvini e Meloni stanno seminando a piene mani! Ma come diavolo vi viene in mente?!

ANCHE CON LO SPORT SI SALVA IL MONDO (O ALMENO UN MONDO)

La favola del Beitar Yerushalaim

L’accordo Israele- Emirati sta dando frutti anche sui campi di calcio: Hapoel Beersheva, i campioni in carica, ha già invitato per un’amichevole l’omologa emiratina. Ma è l’interessamento di un uomo d’affari degli Eau a investire nel Beitar Yerushalaim, la storica squadra di Gerusalemme, ad aver spiazzato un po’ tutti. «Apprezzo la tifoseria del Beitar, così devota al club. Presto capiranno che la gente degli Emirati cerca pace e coesistenza», ha detto alla tv Kan11 l’imprenditore, per ora rimasto anonimo. Eccentrica o coraggiosa, è una scelta decisamente non convenzionale, considerato che Beitar è la squadra che ancora non ha rotto il tabù di reclutare un giocatore arabo, nonostante a Gerusalemme rappresentino il 38% della popolazione. E fa i conti con una tifoseria radicale di ultrà razzisti, che ha scelto di chiamarsi La Familia, «perché tutto deve restare in casa». Non mancano le squadre in cui giocano insieme musulmani, cristiani ed ebrei, ma lui ha scelto proprio i nero-gialli. «La proposta rispecchia i valori per cui ho deciso di acquistare il Beitar», dice a Repubblica Moshè Hogeg. L’imprenditore 39enne, che si è costruito da solo con una serie di investimenti azzeccati nel bitcoin e in start-up di successo, nel 2018 ha acquistato il club non perché fosse la squadra del cuore lui che viene dalla periferia di Beersheva – ma per fare “una rivoluzione sociale”. Un repulisti. Ha stampato il motto “Amerai il tuo prossimo come te stesso” sulle maglie dei giocatori, «la frase più importante dell’ebraismo. A Beitar c’è chi l’ha infangata». Ha iniziato a citare in giudizio i tifosi estremisti “per diffamazione del club”. Con Hogeg, Beitar è anche tornata a giocare alla presenza delle tifoserie avversarie nelle partite contro la squadra a maggioranza araba Bnei Sakhnin, dopo due anni di punizione per via degli scontri violenti tra i rispettivi ultrà. Hogeg partirà a breve per gli Eau per concludere la trattativa, sponsorizzata da Sulaiman al Fahim, mediatore nell’acquisto del Manchester City da parte degli Emirati. La Familia ha sbottato: «Stanno svendendo i nostri principi per soldi. Vogliamo una squadra forte, ma non a ogni costo». Hogeg non si lascia impressionare. «Abbiamo condotto un sondaggio tra il nostro pubblico e il 92% è a favore. È fantastico. Se andrà in porto, dovremo confrontarci con quell’8%, ma non ho dubbi che vinceremo: sono dei miseri razzisti oscurantisti, che utilizzano slogan irrazionali come “Beitar pura per sempre”». È lo slogan che esibirono quando nel 2013 la proprietà precedente ingaggiò due giocatori ceceni, musulmani, e qualcuno arrivò pure a dare alle fiamme la sala dei trofei del club. «Quella però fu una scelta forzata. Erano pessimi giocatori. Io non sceglierò mai un calciatore in base alla religione, ma solo perché è il migliore. Per questo ho portato Ali Mohamed, che è stata una scelta vincente». Il centrocampista nigeriano ha forse rappresentato anche un banco di prova per Hogeg. Padre musulmano, madre cristiana. I tipi di La Familia hanno stabilito che è cristiano per placare gli spiriti, ma c’era tra loro chi chiedeva che cambiasse il nome: «Un Mohamed da noi non ci sarà». «Investire nel calcio, e in particolare nel Beitar, la squadra di Gerusalemme, città santa per noi e per loro, con la tifoseria più numerosa, è il segnale più netto che c’è la volontà di una pace vera, dal basso. Ed è un passo critico nell’educazione delle nuove generazioni di tifosi».

Sharon Nizza

GLI IMMIGRATI: RIFLESSIONI PACATE

IL SIGNOR TRAVAGLIO E LA SUA ABILITÀ A CONVERTIRE IN MASSA I PERFIDI GIUDEI

I VIAGGI DELLA SIGNORA TAVERNA, CHE GULLIVER IN CONFRONTO ERA UN DILETTANTE

I VEGANI E LA SOIA

LE CAUSE DEI CONFLITTI

I DUBBI DEL GIOVANE ANTIFA, CHE POI LUI RISOLVERÀ, PERCHÉ A LUI NON LA SI FA

E poi basta.

barbara

QUANDO FARSI MALE FA BENE

Un esempio per la pace: un calciatore israeliano e uno iraniano si fanno fotografare insieme

di Nathan Greppi
calciatori-pace
Grande scalpore ha suscitato una foto pubblicata sui social in cui, a essere seduti insieme, sono calciatori di due paesi nemici: Maor Buzaglo, attaccante della Nazionale Israeliana, e Askhan Dejagah, capitano della Nazionale Iraniana.
“Nel calcio esistono regole diverse, e vi è una lingua priva di pregiudizi e di guerre,” ha scritto Buzaglo, che è anche un attaccante del Maccabi Haifa, pubblicando la foto su Facebook, Twitter e Instagram.
Secondo il Jerusalem Post, tutto è successo a Londra, dove entrambi i giocatori erano ricoverati per ferite riportate in campo. Sebbene non abbia condiviso anche lui la foto, Dejagah l’ha commentata sul profilo Instagram di Buzaglo: “Ti auguro di guarire presto, amico mio.”
Nel 2007 Dejagah si rifiutò di giocare contro Israele nei campionati Under 21 in Germania, ma in seguito spiegò che l’ha fatto per paura che il regime lo mandasse in prigione. Infatti, l’Iran proibisce a tutti i suoi atleti e allenatori di competere contro i loro omologhi israeliani.
Proprio questo mese, il capo della Federazione di Wrestling Iraniana ha dato le dimissioni per protestare contro questa politica del suo paese. A febbraio, invece, un judoka israeliano vinse una medaglia di bronzo in un campionato a Dusseldorf perché l’iraniano con il quale doveva misurarsi ha messo su peso apposta per gareggiare in un’altra sezione. Ad agosto, invece, due calciatori iraniani furono espulsi dalla nazionale dopo che, con la squadra greca Panionios, avevano gareggiato contro una squadra israeliana.
Quando, nel 2014, Dejagah venne intervistato dal The Guardian su ciò che avvenne nel 2007, ha dichiarato che è stato tanto tempo fa, e che “mi ha aiutato a crescere. Ma ora guardo solo al futuro.”
(Bet Magazine Mosaico, 26 marzo 2018)

Dato che ci sono alcuni frequentatori recenti di questo blog, che forse non sono a conoscenza dei dettagli che rendono eccezionale questa foto, spiego che agli atleti dei Paese arabi o musulmani è vietato dalla legge dei loro Paesi di gareggiare con atleti israeliani. E che regolarmente in occasione di competizioni internazionali in Europa gli stati arabi chiedono, e molto spesso ottengono, che lo stato di Israele non sia ammesso a gareggiare. Non è perché abbiano paura di essere da loro sconfitti, dato che in caso di rifiuto di battersi la sconfitta viene comunque decretata a tavolino, ma perché gareggiare contro Israele significherebbe riconoscerne l’esistenza, e questo non è ammesso. La legislazione di diversi paesi vieta anche qualunque contatto o vicinanza con cittadini israeliani, come dimostrano le scomuniche di alcune miss comparse in fotografie accanto a una miss israeliana, e come racconta Sharon Nizza in questo fresco resoconto di un incontro di giovani dal Medio Oriente (leggibile se il Cannocchiale funziona, cosa che non sempre accade) e della sua amicizia, dopo un esordio burrascoso, con il rappresentante libanese, della quale l’unica testimonianza possibile, per non far correre a lui seri rischi, è questa foto.
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barbara

HEBRON PARTE TERZA (13/6)

Divisione della città, dunque: 80% ai palestinesi (H1) e 20% agli israeliani (H2). Che detta così sembrerebbe abbastanza semplice, ma quando mai le cose in Israele sono semplici? E dunque: gli israeliani in realtà non possono vivere in tutto quel 20% ma solo nel 3% mentre nel restante 17% vivono i palestinesi, con uno statuto un po’ particolare, diverso da quello vigente nella zona H1. Ma non è finita qui: gli israeliani non possono toccare un solo millimetro di quel 97% in cui vivono i palestinesi mentre questi ultimi, sia pure passando dei controlli, possono entrare nell’area israeliana. E ancora non è finita: in quel 3% di Hebron lasciato agli israeliani, vivono anche dei palestinesi, perché quelli che ci abitavano prima della divisione della città, sono rimasti a casa propria. E quando guardiamo qualche servizio alla televisione che cosa sentiamo? Hebron occupata da Israele; i coloni israeliani che assediano i palestinesi (carina, vero, questa cosa del mezzo migliaio di israeliani che assediano duecentoventimila palestinesi. Giusto a proposito: nel 1967, quando è iniziata la terribile, oppressiva, asfissiante occupazione israeliana, a Hebron vivevano circa 35.000 palestinesi; oggi sono 220.000), inenarrabili violenze inflitte dai coloni fanatici ai poveri palestinesi inermi, magari “documentate” da ridicoli fotomontaggi come questo
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(si noti, tra l’altro, l’imperturbabilità della donna araba, spalle e braccia rilassate, mentre una le strattona il velo e l’altro – incredibilmente in equilibrio col baricentro molto al di fuori dell’appoggio – la prende a calci ma senza, chissà perché, mirare al corpo della donna). La verità è l’esatto contrario: gli israeliani, nella città che hanno abitato per migliaia di anni, chiusi in un minuscolo ghetto, derubati delle proprietà che avevano regolarmente acquistato,
Hebron-Jewish-ownership
Shuhada-street-in-occupied-Hebron
ingabbiati dalle robuste sbarre che sono costretti a mettere alle finestre per difendersi dalle incursioni dei terroristi.
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(grazie a Sharon e a Gabriella per le prime due foto)
L’unica limitazione per i palestinesi riguarda quella che una volta era stata Rehov David haMelech (King David Street),
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ribattezzata dagli arabi Shuhada street, via dei Martiri (quelli che più ebrei ammazzano e più vergini si trombano in paradiso – rigorosamente vergini, mi raccomando, non sia mai che capiti una un po’ più smaliziata che gli dica mamma mia che ciofeca che sei): teatro di numerosi attentati e innumerevoli attacchi e continue molestie, fu infine deciso di chiudere tutti i numerosi negozi che la costeggiavano, decisione indubbiamente dolorosa, ma resa inevitabile dalla situazione, e successivamente di chiuderla al traffico;
Hebron-Shuhada-Street
vi possono accedere, a piedi, i palestinesi che vi abitano. Poi naturalmente arrivano, una volta all’anno, i soliti pro-pallisti, assetati di sangue ebreo, a manifestare per la sua riapertura.
openshuhast
Molte di queste cose ci sono state spiegate da Noam Arnon,
Noam Arnon
che ci ha guidati per l’intera visita. Ci ha fatto vedere anche gli unici resti di un’antica sinagoga
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e ci ha portati sulla terrazza di un palazzo di quattro piani per regalarci una panoramica di tutta la città,
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Hebron 2
Hebron 3
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con vista su Machpelah,
machpelah 1
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di cui parlerò nel prossimo capitolo.

Penso possa essere utile vedere questo servizio (in cui vedrete anche la nostra guida di Hebron) per avere una migliore idea della situazione dal vivo.
Immensa sofferenza da una parte come dall’altra, dunque: da una parte una ragazzina pugnalata a morte nel suo letto da un palestinese entrato dalla finestra (se ne lasci una senza inferriata, è questo che succede), dall’altra il racconto di una moglie che sarebbe stata picchiata dai soldati per via di un foglio caduto, il racconto di un soldato che avrebbe rotto una bottiglia sulla faccia della bambina, con la “documentazione” del video che mostra frammenti di vetro sul davanzale (cioè, fammi capire: hai una bambina con la faccia ferita da vetri rotti, probabilmente urlante dal dolore, e tu non trovi di meglio che metterti a filmare il davanzale coi frammenti di vetro? – A proposito: come sono piccoli quei frammenti!). E poi violenza, tanta violenza, ragazzi che scagliano pietre, per esempio – e chissà a quale delle due parti apparterranno quei ragazzi…

Ancora un paio di particolari prima di chiudere. Se si cerca Hebron in google maps si trova questo
Hebron google maps
ossia il nome arabo. In wikipedia invece (se avete abbastanza stomaco leggetevi tutta questa immonda pagina), oltre a “Stato: Palestina” trovate scritto “Pericolo dal 2017”. Beh, noi siamo entrati in 26, interi, e siamo usciti in 26, interi. Poi io alla vigilia del ritorno mi sono andata a sfracellare ad Akko, perché lasciare quel posto così mostruosamente pericoloso che è lo stato di Israele senza un graffio mi pareva brutto, ma questa è un’altra storia.

POST SCRIPTUM: grazie a Sharon Nizza e a Giulio Meotti per le informazioni e le precisazioni, e a Sharon anche per la pazienza.

barbara

AGGIORNAMENTO (dopo ulteriore osservazione). Ancora qualche nota sul fotomontaggio: la mano destra del bambino e la posizione delle gambe indicano che sta cadendo; la posizione del corpo e la tensione muscolare dell’avambraccio della ragazza mostrano uno sforzo intenso, incompatibile con posizione e sforzo muscolare della situazione che si vorrebbe rappresentare. Le ombre della donna araba e dei soldati sono proiettate in avanti (metà mattina o metà pomeriggio), mentre quella della ragazza è esattamente sotto di lei (mezzogiorno).

IL PRONTO SOCCORSO E VARIE AMENITÀ (13/2)

Arriva l’ortopedico, dice “Italia?”, diciamo di sì e lui fa un cenno a un altro medico che si trova nei paraggi, che si avvicina e si mette a fare da interprete con un inconfondibile, anche se non eccessivamente marcato, accento siciliano; per la precisione siciliano della costa orientale. Terminata la visita, e quindi anche il suo compito di interprete, Manuel gli chiede: “Di dove sei?” “Di qui.” “ Ma i tuoi genitori?” “Di qui.” “Ma questo italiano e questo accento siciliano?” “Ho studiato a Messina.” Dubito che, se non lo avesse detto lui, sarei arrivata ad accorgermi che non era di madrelingua italiana.

Manuel. Era il nostro capogruppo, nonché presidente del gruppo sionistico piemontese. Non era con noi nel momento in cui sono caduta; informato dalla guida, ha preso un taxi e mi ha raggiunta all’ospedale, ed è rimasto con me tutto il tempo, occupandosi delle formalità, chiamando quando avevo qualche necessità, sopportando stoicamente il freddo polare dei condizionatori a palla di cui c’è la mania in Israele esattamente come in America (quando sono entrata nella mia stanza a Tiberiade, ho trovato il termostato addirittura a 6°!); io ad un certo punto ho chiesto una coperta perché tremavo, un po’ certamente anche per lo shock, ma un po’ tanto per il freddo, e lui con una polo a maniche corte, saltando entrambi pranzo e cena. È sempre lui che ha provveduto a fotografarmi, alle tre, stravolta dal dolore atroce,
ore 15 1
ore 15 2
e alle otto, col dolore attenuato dall’iniezione di Voltaren ma sfinita dalla lunga permanenza.
ore 20
Claudia, che si è preoccupata di recuperare il mio zaino sull’autobus, lo ha aperto per vedere se ci fosse qualcosa che le desse l’impressione di essere particolarmente importante, ha individuato la borsina delle medicine e me l’ha fatta recapitare, e poi in albergo a Tel Aviv si è occupata della mia valigia facendomela portare in camera, e la mattina dopo è venuta a prenderla per farla caricare sull’autobus.

Sharon, che da Tel Aviv si è occupata di chiamare il taxi per portarci da Nahariya a Tel Aviv, contrattando lei il prezzo della corsa per non rischiare di farci fregare (col tassista, ovviamente arabo dato che era sabato, con lo smartphone attaccato al vetro della macchina, che ad ogni avviso di messaggio su FB cliccava, leggeva, rispondeva, guardava video…), mi ha richiesto il volo assistito, ci ha aspettati in albergo facendoci anche trovare qualcosa da mangiare.

I raggi. Me ne sono stati fatti molti, credo una decina o giù di lì. Il tecnico non mi ha fatta spogliare (mi sarebbe stato in ogni caso impossibile perché il dolore mi paralizzava, non ero in grado di muovere il busto neanche di un millimetro), ma per gli ultimi ha avuto bisogno di abbassarmi la gonna. Solo che, essendo la gonna un po’ stretta, tirando giù quella venivano giù anche le mutande, sicché si è assistito alla scena del povero tecnico che con una mano, un colpo a destra e uno a sinistra, tirava giù la gonna e con l’altra teneva ben salde le mutande. E ogni volta che lo racconto mi viene da ridere.

Il ristoro. Ad un certo punto, verso sera, è passata un’infermiera con un carrello con tè, caffè e piccole fette di dolce. Io ho chiesto se c’era del latte: sul carrello non c’era ma è andata a prenderlo; Manuel ha chiesto se fosse possibile avere un sandwich, e lei è andata a farglielo. In nessun ospedale italiano ho mai visto il servizio ristoro al pronto soccorso.

Percorrendo i corridoi del pronto soccorso steso sulla barella, i tuoi occhi si godono questo spettacolo:
soffitto
Solo in un secondo momento, ricordandomi che eravamo al piano terra, mi sono resa conto che non poteva essere il cielo, tanto le immagini sono realistiche. E alle pareti si vedono invece queste “finestre”:
pareti
I costi. Lì dentro ho ricevuto una decina di radiografie, visita dell’ortopedico, iniezione di Voltaren, TAC, visita del neurologo e dischetto con le immagini dei raggi: il tutto mi è costato poco più di 300 euro. In Italia non mi sarebbero bastati per le radiografie.

L’apartheid. Durante la mia permanenza al pronto soccorso sono stata trattata da medici israeliani e medici arabi, infermieri e infermiere israeliani e infermieri e infermiere arabi. Che, per inciso, percepiscono lo stesso stipendio.

barbara

I PACIFISTI

Cioè quelli buoni. Quelli di sinistra. I progressisti. Gli antifascisti. Quelli che, a differenza degli individualisti conservatori retrogradi guerrafondai di destra hanno a cuore il bene dell’umanità. Loro.

Qualche giorno fa a Tel Aviv ha avuto luogo una manifestazione per commemorare due gay assassinati nel 2009, manifestazione che ha acquistato particolare significato alla luce dell’aggressione assassina all’ultimo gay pride (il cui autore, Yishai Shlissel – sarà bene ricordarlo per chi tende a fare di tutta l’erba un fascio – non è un ultranazionalista fanatico, bensì un appartenente alla setta Neturei Karta,
Yishai Shlissel
che non riconosce lo stato di Israele – ma se ne pappa spudoratamente tutti i benefici -, aspira alla distruzione di Israele, è finanziata dall’Iran, ha collaborato e collabora con tutti i nemici di Israele, ha partecipato alle conferenze negazioniste della Shoah organizzate da Ahmadinejad eccetera eccetera).

Qui di seguito il resoconto di Tobia Zevi sulla manifestazione.

Sharon Nizza mi porta a una manifestazione nel giardino Meir, al centro di Tel Aviv. Si tratta della commemorazione di due gay uccisi nel 2009 da un estremista che fece fuoco all’interno del centro sociale nel parco, ferendo molte altre persone. L’iniziativa assume un significato particolare alla luce degli attentati della settimana scorsa, in particolare quello al Gay Pride che ha ucciso Shira Banki. Fa un caldo pazzesco e l’odore non è proprio il massimo. Parla Shimon Peres, l’impressione è che la gente si attacchi a questo padre della patria per coltivare l’illusione della continuità, per rimuovere l’evidenza della frattura prodottasi. Salgono sul palco militanti e politici. L’atmosfera è tesa: si è sparsa la voce che Naftali Bennett sia in arrivo. Un giornalista autorevole agli occhi dei manifestanti prova a spiegare che la sua presenza è importante, che un esponente radicale come Bennett va incalzato ma non cacciato. Si capisce che non è aria. Sale sul palco Yuval Steinitz, Ministro dell’Energia del Likud con un passato in “Pace Adesso”. La folla rumoreggia, i più scalmanati si avvicinano al palco, qualcuno suona il tamburo. La contestazione si organizza: qualche decina di persone indossa guanti bianchi sporchi di sangue finto. Impossibile ascoltare, Steinitz prosegue il suo intervento sotto lo sguardo vigile e apprensivo delle guardie del corpo. Alcuni manifestanti provano a difenderlo, spiegando che gli alleati nel Governo sono utili: la situazione non è più sotto controllo. Scoppiano tafferugli, la povera Sharon si prende un pugno da una ragazza che brandisce un cartello con scritto “L’odio uccide”. Bennett non viene più, ufficialmente perché non ha firmato la piattaforma sui diritti LGBT. […] Tobia Zevi (4 agosto 2015)

Aggiungo un paio di annotazioni inviatemi privatamente da Sharon Nizza (la quale ha precisato che non si è trattato di un pugno bensì di un poderoso ceffone).

Io, Sharon nizza, militante lgbt da 10 anni, sono stata menata da fascisti dell’antifascismo!!! […]
Quando steiniz ha finito, io ho detto a una di quelle due punkabbestia che si vedono nel video che ti allego che se ne sarebbero pentite perché abbiamo bisogno di esponenti del governo dalla nostra parte, e quella mi ha urlato e imbruttito e appunto dato pezza allucinante in faccia […]
A seguito di queste cose ho scritto un post in ebraico in sostanza dico che non parteciperò più alle manifestazioni lgbt dello “Stato di tel aviv” che non mi accetta (la cosa che più mi ha scandalizzato non è mica la pizza, ma il fatto che nessuno di quanti intervenuti dopo questi fatti dal palco, e in primis Zahava Galon che invece se ne compiaceva, ha pensato di condannarli).
Cmq guarda il video che è abbastanza rappresentativo.

E questo è il video (prima di guardarlo procuratevi un po’ di Maalox)

Questo è accaduto a Tel Aviv, ma la questione non è Tel Aviv, la questione sono i pacifisti. Se andiamo a vedere in azione i pacifisti antifascisti buonisti eccetera eccetera a Roma Milano Parigi Londra New York o Trebaseleghe, vediamo esattamente le stesse identiche cose. Perché loro sono fatti così: a fare i pacifisti, se non sono pronti a menare le mani, non ce li vogliono.

D’altra parte chi è più amante della pace e delle buone cause di quelli dell’ISM? ISM

barbara

SHARON NIZZA

Sharon Nizza è questa qui:
Sharon-Nizza
È nata a Milano ma da molti anni vive in Israele, a Gerusalemme per la precisione, ed è laureata in scienze politiche. In vista delle prossime elezioni le è stata offerta una candidatura per la circoscrizione degli italiani all’estero nell’area di Africa, Asia, Oceania e Antartide. Le è stata offerta da un partito che io non voterei neanche morta, guidato da un tizio a cui potrei tranquillamente, senza l’ombra di un rimorso, ficcare la testa sott’acqua e tenerla premuta fino a quando non vedo più bollicine. Sharon ha accettato. Ha accettato perché quel partito è stato l’unico a offrirle questa opportunità, ossia la possibilità di far arrivare in parlamento una voce da Israele, da affiancare a chi si fa fotografare a braccetto coi capi terroristi e sproloquia un giorno sì e l’altro pure sui crimini di Israele (e si diverte un mondo, sì anche lui, anzi, lui anche di più, a raccontare barzellette e fare battute antisemite). Ha accettato perché, soprattutto per gli italiani all’estero, il partito con cui si corre è un mezzo di trasporto, non un fidanzato da sposare, e chi vota, più che il partito vota la persona e il suo programma. Ha accettato perché ritiene che, se in quel partito ci sono cose non condivisibili, la sua presenza possa aiutare a migliorare la situazione. Ha fatto bene? Ha fatto male? Io non ho alcun titolo per giudicare. Ma anche se lo avessi, la cosa diventerebbe di secondaria importanza di fronte a ciò che sta succedendo in questo momento. Perché ciò che sta succedendo è che un branco di loschi figuri – perché io non sono razzista: io guardo le persone, non la “razza”, e se a un losco figuro capita di essere ebreo, non ho alcun problema a chiamarlo losco figuro – ha scatenato contro di lei un vero e proprio linciaggio mediatico. Non opposizione politica, non “lei ha in programma di fare questo e quest’altro e io non la ritengo una buona cosa”, no, niente di tutto questo. Ciò che sta girando in rete è un delirio di appelli, con decine di firme, a boicottare Sharon; di intimidazioni, di “amichevoli” consigli (se davvero è sincera, aspetti a crescere prima di cimentarsi con la politica), di intimazioni (se proprio deve candidarsi, si candidi almeno come persona e non come ebrea – detto da gente che, pur nata ebrea, sa di ebraismo più o meno quanto so io di fisica nucleare); eccetera eccetera. Aggiungo solo che qualcuno le ha addirittura addebitato, come elemento a carico, il fatto di essere difesa da Ugo Volli. Ecco, a questo punto intervengo io.

Non perché conosco Sharon da una buona dozzina d’anni
Non perché è una carissima amica
Non perché in casa sua ho goduto di calda e affettuosa ospitalità
Non perché è intelligente e spiritosa
Non perché compagna di tante battaglie sulla stessa barricata (sua è, per esempio, la traduzione dall’ebraico di questo fondamentale documento E il mondo mente)
Non perché conosco la sua dirittura morale (per coerenza con le proprie convinzioni ha addirittura avuto il coraggio di litigare con me!)
Non perché in politica si è fatta le ossa collaborando per anni con Fiamma Nirenstein
Ma semplicemente perché è un essere umano e come tale ha diritto al rispetto e alla dignità

grido con quanto fiato ho in gola

Forza sharon!!!!

barbara