LEGGI O LETTORE

E impara dalla signora Cristina!
(In relazione a questo post  – il cannocchiale come al solito funziona a singhiozzo, quindi se non vi fa accedere e il tema vi interessa riprovate più tardi).

commento di Cristina

Sono musulmana italiana..amo il mio velo…e Iddio l’altissimo ha comandato la modestia…ad ogni modo per le sorelle che hanno deciso la copertura integrale vorrei farvi notare che le donne hanno anche una vita privata dove sono liberissime di scoprirsi..nei paesi islamici esistono luoghi(piscine,parchi,spiagge)ad uso esclusivo in cui una donna puo godersi tutto il sole che vuole…
e visto che si e’ aperto un discorso di quanto faccia male non prendere il sole(fatto unicamente per colpire nuovamente il mondo islamico) perche’ non parliamo di quanto e’ aumentato in italia il ricovero di ragazze per coliche renali e addominali a causa della moda dell’ombelico al vento…o di quanto faccia male prendere il sole in topless..o comunque senza le necessarie precauzioni…si parla tanto di prevenzioni contro i tumori della pelle!!!!
e per mia idea personale il velo e’ l’espressione di liberta’ piu’ forte che una donna possa scegliere..perche’ in questa societa’ maschilista non mi piego e non mercifico il mio corpo per soddisfacere il piacere maschile…basta pensare che per publicizzare uno yogurt bisogna mostrare una donna col seno al vento…nessuno parla di come la donna viene sfruttata solo come immagine di natura prettamente sessuale????!!!!!!!!
io non ho nessun uomo-orco padrone….non mi svendo,ma valorizzo davanti ad Allah la mia modestia.

commento di barbara

1. Potresti fornire qualche dato documentato sull’aumento dei ricoveri per coliche renali e addominali?
2. Potresti fornire qualche dato documentato sulla correlazione fra ombelico scoperto e coliche renali e addominali?
3. Sei sicura di sapere che cosa sia una colica renale o addominale?
4. Tu conosci personalmente qualcuno che a causa di una colica renale o addominale si sia fatto ricoverare? (io no)
5. Io l’esistenza di spazi separati la chiamo apartheid, non privilegio, e l’apartheid è figlia del più infame razzismo.
6. Non ti è mai venuto in mente che un uomo che ha bisogno che le donne si coprano per non cedere alla tentazione di saltare loro addosso non è un uomo bensì uno schifoso maiale? Se a te fa piacere vivere in mezzo ai maiali accomodati pure, io preferisco vivere in mezzo agli uomini.

Naturalmente la signora Cristina non ha risposto alle mie contestazioni delle sue grottesche corbellerie. Oltre a quanto già detto, vorrei aggiungere due riflessioni.
L’islam richiede la modestia, come giustamente ricorda la signora Cristina. Ora, la prima caratteristica di un abbigliamento modesto è quella di non attirare l’attenzione, e io chiedo: in casa nostra, per le nostre strade, nella nostra società, attira di più l’attenzione una minigonna o una abaya,
abaya
uno chador,
chador
un burqa,
burqa
un niqab?
niqab
Quando ero giovane e bella e con due gambe da sballo e giravo in minigonna, buona parte degli uomini restavano del tutto indifferenti (o, se non lo erano, non lo davano a vedere); parecchi mi guardavano con ammirazione, e si fermavano lì; qualcuno fischiava; qualcuno faceva commenti, a volte solo galanti, a volte pesanti; rarissimamente qualcuno tentava di andare oltre. C’erano amici e compagni di università che mi cercavano per la compagnia, per parlare, per discutere, per confrontarci su temi sociali, politici, culturali. Le donne musulmane invece – l’ho sentito dire molto spesso da loro e lo conferma anche la signora Cristina qui sopra – si coprono “per proteggere i loro fratelli”, si coprono perché altrimenti i loro uomini non potrebbero frenare le proprie pulsioni sessuali e salterebbero loro addosso. Ora, io chiedo, qual è la società che vede le donne unicamente come oggetti sessuali, la nostra, corrottissima, con le minigonne e lo yogurt pubblicizzato con le poppe al vento, o quella islamica?

barbara

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DUE MESSAGGI

Uno alla signora Alessandra Vella.

Denuncia  presentata alla Procura della Repubblica di Caltanissetta contro il Gip di Agrigento, Alessandra VELLA

Di Ornella Mariani
ALLA PROCURA DELLA REPUBBLICA di CALTANISSETTA
La sottoscritta MARIANI FORNI Ornella, nata a xxxx il xxxx e residente in Benevento alla via xxx,
PREMESSO
che l’ordinanza di scarcerazione di Carola Rackete, Comandante della nave o.n.g. Sea Watch 3, emessa dal GIP della Procura della Repubblica di Agrigento Alessandra VELLA, appare basata su presupposti giuridicamente errati;
che gli Immigrati da Costei imbarcati non erano Naufraghi, ma Soggetti con destinazione predefinita;
che il reato di resistenza e violenza da Ella opposto a nave da guerra italiana avrebbe potuto degenerare in un drammatico evento in danno di Servitori dello Stato;
che il Segretario di Stato olandese per le migrazioni Ankie Groekers- Knol, prendendone le distanze, ha riconosciuto i gravissimi delitti commessi dalla Rackete;
che non può essere sfuggito al GIP:
a) l ’intenzionalità della Rackete nel restare quattordici giorni in mare pur nella consapevolezza di potere, nello stesso arco temporale, raggiungere porti tunisini, algerini, marocchini, portoghesi, spagnoli, francesi, maltesi, albanesi, egiziani, croati etc.;
b) la sua determinazione a compiere un’ azione politica estranea all’esercizio di un diritto e distante dall’onere di un dovere e ad arrecare un violento e deliberato insulto alle Autorità italiane ed ai Finanzieri, la cui vita metteva a repentaglio con manovra intenzionale di stampo criminale, rivelandosi socialmente pericolosa: l’ordine di accensione dei motori laterali, mirava a schiacciare la motovedetta della G.d.F. e la scriminante di cui all’art.51 appare uno scardinamento delle norme attraverso false premesse in Fatto e in Diritto. La Rackete non stava effettuando la millantata operazione di salvataggio, ma aveva prelevato i Migranti a bordo della Sea Watch 3 senza che alcuna emergenza lo esigesse, così mancando lo stato di necessità e le ipotesi di pericolo o di Forza Maggiore richiamate dall’art. 54 C.P.,
DENUNCIA
il GIP Alessandra Vella, la cui decisione offende gli interessi; i sentimenti ed i valori dello Stato italiano, per ”Delitto contro la personalità dello stato” poiché la sua attività, svilendo ed esautorando le Forze dell’Ordine impegnate in loco, ha violato l’art. 241 CP nel quale è scritto: “… chiunque compia atti diretti o idonei a sottoporre il territorio dello Stato o una parte di esso alla sovranità di uno Stato straniero, ovvero a menomare l’indipendenza o l’unità dello Stato, è punito con la reclusione non inferiore a dodici anni. La pena è aggravata se il fatto è commesso con violazione dei doveri inerenti l’esercizio di funzioni pubbliche “ e per quanti altri reati l’A.G. adita ravviserà.

La Scrivente chiede, infine, all’A.G. di verificare se risponda al vero il compiacimento espresso dalla Vella sul Social FB per il denaro raccolto a favore della Sea Watch 3 e se Ella stessa abbia contribuito con versamenti personali, in aperta violazione dell’art. 36 comma 1, lettera C del C.P.P.: “IL Giudice ha l’obbligo di astenersi se ha dato consigli….”.

Con ogni riserva di richiesta di danni in ogni sede, quale Cittadina e Contribuente, la Sottoscritta, che trasmette copia del seguente atto anche al C.S.M. per le opportune valutazioni, chiede di essere informata dell’esito della presente denuncia ai sensi dell’art. 406 c.p.p. nel caso in cui il P.M. avanzi formale richiesta di proroga delle indagini preliminari. Chiede altresì di essere informata nel caso in cui, ai sensi dell’art. 408 c.p.p. il P.M presenti richiesta di archiviazione.

Benevento 05/07/2019

E uno alla signora Carola. Fate bene attenzione a quello che dice a proposito dell’Africa. Quella vera, non quella delle favolette. Quella che lei ha conosciuto dal vivo e che io ho conosciuto dal vivo.

La cosa che dice delle donne è importantissima, e soprattutto è vera, e io l’ho sperimentata sulla mia pelle: se non hai un uomo, sei alla mercé di chiunque. Riflettiamoci.

Aggiungo questo video, altamente istruttivo – non che dica cose nuove a chi è abituato a usare il cervello.

Nel frattempo, dopo i tre di cui ho parlato ieri, è arrivato anche il successore della famigerata Federica Mogherini, Josep Borrell. Un giornalista gli chiede se gli Stati Uniti non abbiano ragione sulla pericolosità del regime di Teheran, visto, tra le altre cose, l’aver giurato di voler distruggere Israele. Borrell risponde: “Non siamo bambini che seguono quello che dicono (gli americani). Abbiamo le nostre prospettive, i nostri interessi e la nostra strategia e continueremo a lavorare con l’Iran. Vuole spazzare via Israele; non c’è nulla di nuovo in proposito. Dobbiamo conviverci”. Convivere con la prospettiva che Israele venga annientato, si suppone. Gente, è ora di lasciare l’Unione Europea e metterci in salvo. SUBITO.

POST SCRIPTUM: se poi qualcuno volesse avere un’idea di che cosa sia un VERO salvataggio, guardate questo, di cui ricorre in questi giorni il quarantatreesimo anniversario

barbara

L’AMORE PAZIENTE

Ogni autore ha un suo tratto caratteristico, una sua specialità: Gian Antonio Stella quella di aprirti ogni volta un mondo nuovo, Bat Ye’or di farti scoprire ciò che non avevi neppure sospettato, Carlos Ruiz Zafón di tenerti inchiodato finché non arrivi all’ultima pagina, Ida Magli di sproloquiare a vanvera su cose di cui non sa assolutamente niente, Silvana De Mari di incantarti… La specialità di Anne Tyler è quella di scrivere libri belli (il migliore di tutti, forse, Per puro caso), delicati e garbati, apparentemente semplici e tuttavia ricchi di vita osservata in tutti i suoi aspetti, e di saggezza, e di inventiva. Lo è anche questo (anche se non si capisce per quale strana perversione il più adeguato Celestial Navigation dell’originale si trasformi in questo amore paziente che è davvero molto ma molto tirato per i capelli. Vabbè). Anche questo, dicevo, è un libro bello, delicato e garbato, con le diverse vite che si snodano e avanzano e poi cambiano percorso e prendono strade strane e inaspettate e a volte vanno dove si vuol farle andare e a volte vanno dove davvero non avresti mai voluto, ma sempre narrando con delicatezza.
Poi arrivi all’ultima pagina e ti rendi conto che in realtà è un libro tremendo. Ma anche questo, effettivamente, succede nel mondo reale.

Anne Tyler, L’amore paziente, Guanda
l'amore paziente
barbara

QUALCHE RIFLESSIONE SUL TERRORISMO

Il nostro cervello funziona grazie all’integrazione dei due emisferi. L’ emisfero sinistro, quello razionale, funziona per via logica, e analitico, processa un solo pensiero alla volta, pensiero di cui siamo coscienti. L’emisfero destro funziona invece per via analogica, è sintetico, processa multipli elementi nello stesso istante. Addirittura in neurobiologia ci si riferisce ai due emisferi come a due cervelli, il cervello sinistro e quello destro, l’ingegnere e il poeta.
Nelle fiabe ci sono inconsce ma straordinarie intuizioni sul funzionamento della mente umana, intuizioni di cui gli anonimi  autori non erano probabilmente del tutto coscienti, ma che ci permettono di spiegare la storia.
Hänsel e Gretel e Pollicino ci raccontano la realtà del cannibalismo. Nelle grandi carestie prima di morire di fame si mangiano i cadaveri, e i bambini muoiono per primi o sono più facili da acchiappare. Poteva succedere che il corpo di un bambino diventasse cibo, come rischia di capitare ad Hänsel, Gretel, Pollicino e i suoi fratelli. La Guerra dei Trent’anni ridusse la Germania a un tale livello di barbarie e carestia che la sopravvivenza fu spesso possibile solo grazie al cannibalismo: il fantasma di questa immane tragedia è rimasto intrappolato nelle fiabe. I tedeschi sono sopravvissuti mangiando cadaveri durante la Guerra dei Trent’anni e gli ucraini hanno cercato di farlo durante la carestia imposta da Stalin. E oggi? Oggi il corpo dei bambini viene mangiato dalle associazioni criminali che li trasformano in organi da trapiantare. In Cina, cellule cerebrali di feti di cinque mesi sono trapiantate a pazienti occidentali affetti da sclerosi laterale, perché ritardi la progressione della malattia. Mia madre è morta di sclerosi laterale, so cosa vuol dire, ma trovo lo stesso agghiacciante l’idea di questi feti fecondati al solo scopo di un aborto al quinto mese, quando la madre è già in grado di percepirne i movimenti e loro sono in grado di riconoscerne la voce, e di provare il dolore della morte. Cannibalismo del corpo del bambino, suo sfruttamento totale, è il mito osceno del bambino terrorista suicida.
In entrambe le fiabe la violenza comincia nella casa del padre: questi, invece di usare la propria vita, il proprio corpo, il proprio sangue per sfamare i figli, invece di morire pur di portare a casa una moneta e una patata, li lascia in un pericolo mortale.
In Pollicino c’è un altro punto fondamentale:  volendo uccidere Pollicino e i suoi fratelli l’orco uccide le sue stesse figlie. Chi stermina i bambini odia la vita, quindi finirà per sopprimere i propri. Il nazismo dopo aver sterminato i bambini ebrei, ha sterminato i propri. Il mito del bambino guerriero è un mito proprio di tutti i totalitarismi.  Nei popoli per bene a combattere ci vanno gli uomini, dopo aver chiuso i bambini a doppia mandata da qualche parte perché vivano un po’ di più. Nel ghetto di Varsavia contro i carri armati ci sono andati uomini. Quando i carri armati sovietici entrano a Berlino i bambini di 11 anni vengono mandati a combatterli. Durante la rivolta d’Ungheria contro i carri armati sono stati mandati gli uomini. In Vietnam spesso combattevano giovanissimi se non bambini. Quando in una fotografia vediamo da un lato il bambino con il sasso in mano e dall’altro il carro armato, vuol dire che c’è un popolo talmente criminale da permettere che i padri restino al sicuro mandando a rischiare i propri figli. Vuol dire anche che chi guida il carro armato è una persona perbene, che farà di tutto per non fare male quei bambini.
Anche il mito del piccolo balilla palestinese è superato in orrore dal bambino terrorista. Chi vuole uccidere i bambini degli altri, non ha nessuna difficoltà a uccidere i propri. La fiaba di Pollicino è moderna come non mai.
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Il terrorismo non ha una valenza militare, solo una valenza emotiva e mediatica. Il terrorismo non esisterebbe se non fosse approvato in Occidente dalla follia degli intellettuali, parola dalla etimologia sempre più impenetrabile. Palestinesi ballavano per le strade mentre le torri gemelle bruciavano: c’erano anche bambini in quel luogo. I palestinesi, gli arabi israeliani, reagiscono spesso con gioia alla notizia di attentati dove sono molti bambini. Un bambino di 10 anni a Milano ha raccontato  al suo iman il suo sogno. Fare l’astronauta? Il poliziotto? Il pompiere? Diventare un grandissimo medico? Scoprire un nuovo antibiotico anzi tre? Questi sono sogni e vanno bene per i bambini cristiani e per quelli ebrei, anche per quelli shintoisti buddisti induisti e sick. Sono sogni che vanno bene per un bambino che non abbia complessi di inferiorità. Nell’islam, nella crisi dell’islam, c’è uno stramaledetto complesso di inferiorità. La mancanza di scoperte scientifiche negli ultimi 8 secoli ha creato  il timore che mai e poi mai ci sarà  capacità di fare l’astronauta o lo scienziato, allora viene fuori il mito del terrorista. Ovviamente approvato.
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Il terrorismo è il mito di una civiltà che ha un complesso di inferiorità terrificante, tutto qui. Lo spiega bene il filosofo  Hans Magnus Enzensberger nell’imperdibile saggio “Il perdente radicale”.  La perdita della scienza, dopo i tempi d’oro di Avicenna e Averroè, è conseguente alla lettura integralista del corano come parola diretta di Allah con la negazione del libero arbitrio e del concetto di causa ed effetto. La mela cade non perché ci sia la forza di gravità, ma per la volontà di Allah, che fino a questo istante l’ha fatta cadere verso il basso, domani potrebbe farla cadere verso l’alto o di lato. Studiare la legge di gravità è una scortesia verso Allah, che domani potrebbe far cadere le mele in altro modo, o far girare i pianeti in un altro senso. Senza la possibilità di pensiero filologico non si forma il pensiero filosofico. Dove non c’è pensiero filosofico non c’è pensiero scientifico, economico, finanziario. Da questa mancanza di pensiero scientifico economico finanziario, e anche artistico, letterario e musicale, nasce complesso di inferiorità. Qualsiasi sacerdote, rabbino, monaco buddista, e così via davanti a un ragazzino di 10 anni che ha come massima aspirazione morire uccidendo si sarebbe precipitato a cercare di dissuaderlo, la massima autorità islamica di Milano, Al-Bustanij ha entusiasticamente approvato il progetto: così racconta tutto fiero in un’intervista. Gli israeliani sono tutti cattivi. Chi muore uccidendoli fa un favore al Dio dei musulmani.
Lascio il giudizio etico alla coscienza di chi legge, anche perché chi un giudizio etico sulla vicenda l’ha espresso è stato minacciato da Piccardo di essere denunciato per istigazione all’odio razziale. Solo una nota di psicologia. Se qualcuno annuncia il suicidio, il terrorismo suicida è un suicidio, e ne ottiene entusiastica approvazione, ha anche un’informazione tragica sulla propria mancanza di valore. Se anche i propri genitori hanno approvato l’idea, il messaggio ultimo è che della sua vita non importa niente a nessuno perché è un irrilevante fastidio. Questo è il messaggio tremendo che i genitori palestinesi o semplicemente islamici, il loro iman, quelli che inneggiano al terrorismo suicida, danno i loro figli.
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Perché un uomo o un bambino diventano terroristi suicidi? Ricordate la seconda storia che si raccontano, quella di Caino e Abele? Alla base del terrorismo suicida c’è l’odio irrisolvibile dei figli non amati per i figli amati.

Silvana De Mari, qui.

Ha detto Golda Meir: “Avremo la pace quando i palestinesi ameranno i loro figli più di quanto odiano noi”. Quel giorno, purtroppo, non è ancora arrivato.

barbara

GLI ULTIMI INCANTESIMI

E dopo L’ultimo Elfo e L’ultimo Orco ci arriva, dall’infaticabile penna di Silvana De Mari, il terzo libro di questa straordinaria saga fantasy, ossia di quel genere che, almeno nelle opere di Silvana De Mari, serve per far conoscere ai bambini anche le cose brutte della vita ma senza traumatizzarli e, soprattutto, senza togliere loro la speranza di una possibile redenzione. Ed ecco dunque gli orchi, quelli che amano la morte più della vita, quelli che non si accontentano di uccidere ma godono nel far soffrire la vittima il più possibile; quelli che non permettono alle proprie donne – pena la morte – di mostrare il viso, di usare le chiavi, di amare, di scegliere. In una parola: di vivere. E sarà proprio dalle donne che arriverà la luce del riscatto: dalla regina degli uomini, impareggiabile guerriera; dalla regina dei nani, povera e schiava; dalla figlia del boia, grassa e goffa, che trova il coraggio di ribellarsi a un destino che sembrava segnato; dalla regina degli Orchi, che osa osare l’inosabile; dalla sconosciuta antenata che, non potendo scrivere, ha affidato il proprio messaggio a una filastrocca per bambine da tramandare di generazione in generazione fino a quando i tempi non saranno maturi per realizzarlo. E dal più innocente degli innocenti: un bambino terrorizzato da un mostro rosa e un mostro a righe che si nascondono sotto il suo letto. E fra questi personaggi – e molti altri ancora – si snoda per settecentoquaranta pagine (ma non spaventatevi: si leggono in un attimo) la lotta titanica fra i popoli della Vita e il popolo della morte. Vincerà non chi è capace di restare sempre in piedi – nessuno lo è – ma chi, dopo essere caduto, è capace di rialzarsi.

«In piedi» disse dolcemente. «In piedi, subito. Noi siamo il Re. Il nostro compito è consolare. Abbiamo guidato il nostro popolo in un’atroce battaglia, ma noi siamo il Re degli Uomini, e gli Uomini dopo che sono caduti si rialzano e riprendono a combattere, per questo sono invincibili. Coraggio, Principi, in piedi. Oggi avete provato il sapore nauseante della guerra e quello rivoltante della morte su un campo di battaglia. Anche se tutto quello che vorreste è restare qui, ora vi alzerete e andrete a consolare i vivi, perché si rimettano in piedi e riprendano a vivere. Dopo, quando saremo di nuovo forti, verrà il tempo di strapparci i capelli e le vesti e piangere e ricordare tutto quello che è andato distrutto. […] Oggi non possiamo».

(Più o meno come loro, volendo fare delle identificazioni). Se avete figli bambini, regalatelo ai vostri figli bambini. Se avete nipoti bambini, regalatelo ai vostri nipoti bambini. Se avete amici con figli bambini regalatelo ai bambini dei vostri amici. Se non avete niente di tutto questo, regalatelo a voi stessi: poi mi ringrazierete (prima però, se non lo avete già fatto in precedenza, leggete i due primi libri della saga, altrimenti vi mancheranno le fondamenta).

Silvana De Mari, Gli ultimi incantesimi, Salani
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barbara

IL CAVALIERE, LA STREGA, LA MORTE E IL DIAVOLO

E poi il bastardo e poi il castrato e poi il nobile di una schifezza di nobiltà e poi il ciccione primo della classe e zimbello di tutti e poi la sofferenza e la malattia e poi ancora e ancora la morte, per la quale le nostre lingue edulcorate hanno inventato infiniti eufemismi ma quando si presenta non abbiamo scampo: è senza maschere e senza travestimenti che la dobbiamo affrontare.
Sono nove racconti bellissimi, più una riflessione, che dovreste proprio proprio leggere.

Silvana De Mari – Il cavaliere, la strega, la Morte e il diavolo – Lindau
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barbara

IL DRAGO COME REALTÀ

Ossia che cosa rappresenta il drago, quale realtà, quale vissuto è stato trasfuso in questa immagine fiabesca. E nella strega, nella fata, nell’orco, nell’eroe… E quali reazioni biochimiche vengono innescate dai racconti che contengono tali figure. (E, a proposito, ci siamo mai chiesti come mai Cenerentola possa essere riconosciuta unicamente dalle dimensioni del piede?) Con qualche incursione nella storia, nella psicologia, nella medicina. E con un accenno, che non fa mai male, al cosiddetto complesso di Edipo, delirante invenzione di un medico psicopatico col cervello spappolato dalla cocaina, cui le pazienti tentavano di raccontare gli atroci abusi sessuali subiti in famiglia e lui si immaginava che tali racconti nascondessero il desiderio inconscio di farsi scopare dal paparino.
E con un messaggio personale di Silvana De Mari agli Orchi.

Ho un messaggio personale per gli Orchi.
Ho un messaggio personale per gli Orchi e per tutte le nutrite cerchie che sempre li circondano e li sostengono.
Ho un messaggio personale per tutti quei feroci individui che osano minacciare la nostra libertà di pensiero.
Non vi illudete.
Noi siamo gli Uomini Liberi.
Quando il buio ci circonderà noi avremo con noi i nostri eroi. Noi ci racconteremo le storie di Ulisse, Re Artù, Orlando, le storie di Gandalf, Aragorn, e non avremo paura.
O forse ne avremo, perché noi non siamo grandi eroi, siamo tizi qualsiasi come Frodo e Sam, ma andremo avanti lo stesso.
Come loro pieni di paura metteremo un passo dopo l’altro o non ci fermeremo.
Noi amiamo la vita.
«Viva la muerte!» urlavano i falangisti.
«Noi amiamo la morte » hanno scritto gli attentatori di Madrid, e hanno avuto ragione: la vita di coloro che vivono senza libertà è talmente ignobile e miserabile, che è per loro inevitabile amare la morte.
Noi che amiamo la vita abbiamo paura, e proprio perché abbiamo paura, perché amiamo la vita combatteremo quelli che non hanno paura perché amano la morte.
Non vi illudete. Noi siamo il Popolo degli Uomini Liberi.
Anche se ha tremato di paura, il Cavaliere Solitario non si arrende mai.
Orchi, avete perso.

E speriamo che abbia ragione.

Silvana De Mari, Il drago come realtà, Salani

barbara

IL GATTO DAGLI OCCHI D’ORO

Gli occhi di Leila si riempiono di nuovo di lacrime, ma questa volta sono lacrime diverse da prima.
Alza gli occhi: dall’altra parte della finestra ci sono i tetti e lì vede il gatto che si è trascinato la sua fame e le sue ossa fino a una chiazza di sole tra i camini e la grondaia.
La fame del gatto è un’urgenza intollerabile.
Un’urgenza assoluta. Irrimandabile.
Ogni secondo che passa strazia le viscere del gatto. Ogni secondo che passa potrebbe essere l’ultimo. Leila si infila il panino nella tasca dei jeans e chiede di uscire.
A fare che? La pipì? E non poteva farla durante l’intervallo? Come sarebbe si è dimenticata. Questa è la prima media, mica l’asilo.
Il grosso vantaggio di essersi già fatti la fama dell’oca è la libertà di manovra.
Leila abbandona la classe seguita da un uragano di risate, come una pop star inseguita dagli applausi, che, questa volta, le lasciano addosso una via di mezzo tra una granitica indifferenza e un vago compiacimento.
I giri tra i corridoi al mattino permettono ora al suo senso di orientamento di sbrogliarsela. Deve solo salire le scale fino al piano superiore, di lì uscire sulla terrazza e, appigliandosi alle inferriate esterne dei finestroni sul corridoio dovrebbe riuscire ad arrivare fino alla grondaia.
I corridoi sono deserti. La bidella è nell’atrio attaccata al telefono (per fare il pollo alla diavola… se metti metà acqua e metà olio, la cipolla non brucia…). La porta della segreteria è aperta, ma anche la segretaria è al telefono e non alza gli occhi (per lo zabaione due uova intere, due tuorli e cento grammi di zucchero vanigliato…).
La portafinestra del terrazzo scricchiola orrendamente ma, tra lo zabaione della segretaria e il pollo alla diavola della bidella, la cosa passa inosservata.
Il sole inonda il terrazzo. Le fronde degli ippocastani riempiono la visuale.
Leila si arrampica: le inferriate sono talmente comode che sembrano una scala a pioli.
Ora Leila è al di sopra delle fronde degli ippocastani e si gira un attimo a guardare. La città se ne sta sotto il sole, prima dell’orizzonte c’è il mare e tra la città e il mare, dentro l’ansa del fiume, scintillano gli acquitrini. La brezza le scompiglia i capelli.
I gabbiani volano sulle discariche. Più in là le saline brillano nella luce dell’ultima estate.
Leila finisce la sua arrampicata. Sull’ultimo passaggio si appoggia alla grondaia e si tira su. Il gatto è lì. I suoi occhi d’oro scintillano come gli acquitrini sotto il sole.
Leila tira fuori il suo panino e lo mette davanti al gatto. Il gatto la guarda a lungo, poi si stiracchia, si avvicina pigramente al panino e comincia a mangiare il salame dell’imbottitura, lentamente, come assaporandolo. Poi sbocconcella anche un po’ di pane. Forse era veramente una fame abissale o forse il pane e salame ai gatti gli fa particolarmente bene. Comunque il gatto sembra essersi ripreso alla grande: guarda ancora Leila e poi schizza via, scompare tra i comignoli, veloce e lieve come il re degli elfi.
Un urlo squarcia la brezza.
«C’è una SUL TETTOOOOOO!»
Il pollo alla diavola deve essere cotto e lo zabaione se lo devono anche essere mangiato.
L’urlo risuona e si espande come le campane che chiamavano a raccolta quando arrivavano i saraceni, ma l’immagine del gatto che corre con tutta la sua grazia tra i comignoli continua a illuminare Leila da dentro, come una luce.
Dovrebbe preoccuparsi di quanto si arrabbierà la sua mamma, ma la preoccupazione non riesce a scalfire la sua allegria.
E poi, parliamoci chiaro, il suo non è il tipo di madre che sgrida troppo per questioni scolastiche.
«Ah, davvero? Sei anche salita sui tetti? E ti hanno dato tre in condotta? E di comprare il latte te lo sei ricordato?»
Leila dà un’ultima occhiata allo scintillio del fiume, tra la città e gli acquitrini, e respira ancora un attimo la brezza leggera.
Poi scende.

I professori sono usciti dalle classi seguiti dagli allievi. Non manca niente e nessuno: dalle Adidas della professoressa di ginnastica (scienze motorie) agli spigoli della professoressa di italiano.
La professoressa di italiano ha gli spigoli che tremano e non riesce nemmeno a parlare. La professoressa di ginnastica (scienze motorie) ha le Adidas che stanno ferme, ma lo stesso il fiato non riesce a tirarlo fuori. Quello che recupera la voce per primo è un tizio in giacca e cravatta, che Leila deduce dover essere il preside. Il preside la riconduce alla sua classe e finalmente le domanda perché diavolo è salita là sopra.
Leila non ha voglia di nominare il gatto.
«Per guardare la città dall’alto» risponde serenamente.
Risatine di sfondo.
Leila ascolta le risatine. Non c’è nessun dubbio. È un altro tipo di risatina.
Leila si rende immediatamente conto di avere cambiato categoria. È passata dal genere ‘straccione-incapace-decisamente scemo’ al ‘trasgressivo-ribelle-un po’ matto’, che è anni luce al di sopra del precedente.
«Nessuno degli allievi è mai salito sui tetti» insiste il preside.
«Dovrebbero. Lì sopra è bellissimo» spiega Leila con un tono di voce tra il timido e l’allegro.
Risate franche, ma questa volta, di nuovo, sono per lei e non su di lei.
Leila si accorge che tutto l’insieme del suo comportamento, dalla denuncia di un padre originario di Marte e di una madre dedita alla vermicultura, può essere reinterpretato e, in effetti, è reinterpretato alla luce del nuovo genere: trasgressivo un po’ folle. È salita di grado.
Il preside fa la faccia di uno che ha appena incontrato il mostro di Frankenstein, e a Leila fa un po’ pena. Ma non può mollare. Continua a parlare. Ripete che lassù è bellissimo. Parla dell’ansa del fiume, delle paludi, dei camminamenti tra i canneti fino ai nidi delle oche selvatiche, che dal tetto della scuola si vedono. Parla di come si fa a scovarli, come si fa a non dargli fastidio quando le uova stanno per schiudersi.
C’è un silenzio affascinato, Leila parla dei due campi zingari e del campo profughi (tutti frequentano la Santorre di Santarosa), dei bambini rumeni che sono arrivati insieme ai bambini albanesi, dopo i russi e prima dei senegalesi. Parla dei bambini africani: vengono da pezzi diversi dell’Africa, qualcuno è un deserto, qualcuno una savana, qualcuno giallo, qualcuno verde, ma tutti disperati. La sua migliore amica si chiama Maryam e arriva dall’Etiopia che è il Paese degli altopiani, dove nasce il Nilo. Il regno del Leone di Giuda. Leila tira fuori dalla tasca dei jeans sdruciti la monetina etiope con sopra la testa del leone che Maryam le ha regalato in seconda elementare come portafortuna e che lei porta sempre in tasca. Maryam non farà le medie, anche se andare a scuola le piaceva, perché è la prima femmina della sua famiglia che ha imparato a leggere e forse hanno paura che esagerare le faccia male; quindi la tengono a casa, però loro due sono d’accordo che Leila le racconterà tutto quello che sente a scuola, perciò sarà come se un po’ facesse le medie anche lei. Dice anche questo.
Il preside si riprende. Interrompe Leila bruscamente ma con una certa cortesia, minaccia punizioni esemplari, ma nel frattempo non ne attua nessuna. Ma in futuro guai a chi si azzarda anche solo a uscire sulla terrazza senza permesso. Tra l’altro la bidella che stava facendo? Mica al telefono come sempre a parlare di cucina? E la segretaria? Non è passata davanti al suo ufficio quella ragazzina per…
Leila raggiunge il suo banco e si siede.
Fiamma si volta e le fa un radioso sorriso.

Ecco, c’è lei, Leila (sì, come la principessa di Guerre Stellari), la ragazzina troppo grassa troppo malvestita troppo diversa troppo tutto. E Maryam, l’amica etiope. E bambini ricchi e bambini poveri e bambini viziati e bambini tristi e mamme rifatte e mamme troppo presenti e mamme troppo assenti ed emarginazione e integrazione e amicizia e antipatie e mutilazioni genitali e paura e coraggio e poi lui, certo, il gatto dagli occhi d’oro, e guai se mancasse!

Silvana De Mari, Il gatto dagli occhi d’oro, Fanucci

barbara

LE ORIGINI DELL’ANTISEMITISMO LAICO

Da La realtà dell’orco, SilvanaDe Mari, ed Lindau uscita probabilmente giugno 2012

…“I negri sono esseri inferiori, e se non possono essere schiavi meglio siano uccisi” lo ha scritto Voltaire. Voltaire è un apostolo della più assoluta intolleranza. Ècrasez l’infàme, schiacciate l’infame è il suo grido di battaglia, l’ultima frase da lui pronunciata sul letto di morte è “Odio l’umanità”, di Gesù Cristo scrive “Odio quell’uomo”. La famosa frase “odio quello che dici, ma sono disposto a morire perché tu possa continuare a dirlo”, Voltaire non l’ha mai detta, né scritta, né avrebbe potuto: il suo urlo è schiacciate l’infame, e gli infami sono tutti coloro che non la pensano come lui. Gli è attribuita perché di Voltaire si è costruito un santino, una versione apocrifa e idealizzata: spesso le versioni attuali del Dizionario Filosofico sono amputate della parti più razziste e antisemite per non fargli fare brutta figura. Pur di schiacciare gli infami, lo stesso Voltaire raccomanda la menzogna quando utile per screditare gli avversari. Voltaire è un campione dell’odio: quello che odia più di tutto, sono gli Ebrei. Li odia per la loro fede millenaria, e, come Hitler, per essere la “causa” del cristianesimo. Lèon Poliakof, Storia dell’antisemitismo, ci parla del suo odio folle per gli ebrei, che è totale, genetico, senza speranza, condiviso anche da Immanuel Kant, da Hegel, da Montesquieau, e di come i semi della catastrofe finale siano tutti lì.


“È giusto che una specie così perversa (“gli Ebrei”) divori se stessa e che la terra venga purificata da questa razza” Voltaire.

Chiedete e vi sarà dato: tempo meno di due secoli arriverà un caporale austriaco a mettere in atto il progetto. E il mondo si riempirà di orchi, fin oltre l’orizzonte, più atroci e terribili di come Tolkien li ha descritti. Nemmeno le zanne di Alien, lo sguardo vuoto di Terminator riusciranno ad imitare l’orrore.

Voltaire e Kant mettono le basi dell’antisemitismo laico, ben più grave di quello religioso perché razziale, quindi senza speranza: mettono le basi del genocidio …

…Maggiore libertà, inclusa quella di fallire: nasce l’uomo del risentimento.

Il crollo della mortalità infantile rende molto numerosi i figli dei contadini, troppi per i campi paterni. Molti raggiungeranno le città e diventeranno altro.

L’uomo diventa padrone del proprio destino, quindi diventa padrone del proprio successo, ma anche del proprio fallimento. Capire la modernità è difficile. Riescono bene coloro che hanno alle proprie spalle un alto tasso di alfabetizzazione, un bel po’ di studi e un carattere poco incline alla paranoia. Per tutti gli altri la teoria del complotto è sempre a disposizione. Anche se la situazione oggettiva è migliorata infinitamente rispetto alle epoche precedenti, niente più grandi carestie, niente più grandi epidemie, (ma quanti hanno la percezione storica per comprenderlo?), l’uomo contemporaneo si sente sempre più in balia di forze oscure. Banche, assicurazioni, potere economico e finanziario costruiscono un’unica congiura. Chi in questo mondo difficile riesce, viene visto come il proprietario della realtà e quindi il colpevole di tutti i mali, ma non responsabile di tutto quello che invece funziona, per esempio la minore mortalità infantile. Uno dei numerosi e magnifici effetti benefici dell’Illuminismo, fenomeno ricco e complesso, sia chiaro, è stato il primo abbozzo di emancipazione delle donne. E poi, anche se gli illuministi li odiavano, i governi post illuministi, uno dopo l’altro, in Italia Carlo Alberto, hanno  emancipato  gli Ebrei, tolto le leggi che impedivano il libero accesso alle professioni liberali e al commercio. Ma, paradossalmente, mancando una cultura di amore per l’ebraismo, sia nella cristianità che nella laicità, si è rivelato un mezzo per aumentare l’odio. Grazie all’abolizione delle leggi discriminatorie, gli Ebrei dell’Europa occidentale hanno acquistato la libertà di progredire. Grazie alla formidabile potenza filologica data dall’ebraismo, dalla conoscenza dell’ebraico, dallo studio della Torà e del Talmud, cioè del Pentateuco e della sua analisi critica, gli ebrei ottengono risultati straordinari in tutti i campi della cultura, della scienza e della tecnologia, incluso il campo economico finanziario. Sia in campo laico che in campo religioso, questo scatena l’odio. La Chiesa, sempre più priva di potere, per la prima volta dopo secoli subisce attacchi fisici, fino al martirio. Grazie allo stato italiano qualche decennio dopo, perderà anche il territorio. Purtroppo gli uomini di chiesa non capiscono che questa è una fortuna, l’occasione per rifondare il cristianesimo. Cadono nella trappola abituale: rinnegare il cristianesimo, con la ferocia e l’odio, trovare un capro espiatorio: accusare gli ebrei di ogni male. Il cristianesimo sociale schiera il cristianesimo con i diseredati, ed è la parte alta, dall’altro le gerarchie cattoliche accusano gli ebrei di essere dietro a qualsiasi fenomeno che causi povertà e infelicità. Alcune importanti banche, non la maggioranza, sono ebraiche, ma è sufficiente un unico banchiere ebreo perché si scateni la teoria che tutti gli ebrei siano ricchi, che si muovano all’unisono, che controllino l’economia e siano quindi responsabili di tutto il male del mondo, ma di nessuna delle cose positive che stanno succedendo: quindi gli ebrei sono causa di tutto il dolore. Se si potessero eliminare, il dolore del mondo scomparirebbe. Questa teoria circola e alligna, viene spesso ripetuta anche su Civiltà Cattolica, la rivista dei Gesuiti. Nel 1840 ritorna l’accusa del sangue,  usata dalla Francia come strumento di  egemonia politica internazionale. Nel 1840 frate Tommaso da Calangianus, cappuccino sardo in Terra Santa, sparisce. Nella comunità cristiana di Damasco, all’epoca fortemente francesizzata,  si sparge la voce che possa esser stato vittima di un omicidio rituale da parte degli Ebrei. Il console francese conte Benoît de Ratti-Menton presiede personalmente – forte di un diritto di protezione della Francia nei confronti dei cappuccini – alle prime fasi dell’indagine.  Alcuni Ebrei imprigionati e torturati ‘confessano’:  uno muore sotto tortura. Poi ritrattano. Indagini e processi  e torture durano mesi, con i Francesi che sostengono trattarsi certamente di una uccisione rituale ebraica per bere il sangue  di un cristiano, e Austriaci e Inglesi che accusano  Francesi e Arabi di barbarie e di tortura di innocenti. Il  Papa sostiene in lettere a Metternich di non avere ‘neppure un’ombra di incertezza sulla verità di questa imputazione.’ 

Figlio della modernità, e della libertà dalle pastoie feudali, è l’uomo del risentimento. La modernità è difficile. Chi non la capisce, decide di esserne vittima. Un capro espiatorio è sempre presente. Dove eravamo tutti servi della gleba e qualcuno sosteneva che questa era la volontà di Dio, almeno c’era coerenza. Il re era il re perché Dio lo aveva voluto: sia fatta la sua volontà. Ora Dio è fuori dai giochi. Eravamo entrambi ciabattini: ora io sono sempre ciabattino e il mio vicino ha una fabbrica di scarpe con trenta operai. Come posso sopportarlo?…

…Il cristianesimo ha sempre odiato l’ebraismo. Questo odio è il suo vizio gravissimo, il  cancro con cui rinnega sé stesso, quello che può distruggerlo, ma per quanto questo odio fosse enorme il cristianesimo non ha mai sterminato il popolo ebraico. Lo ha trucidato, lo ha umiliato, lo ha sottoposto a sofferenze indicibili, ne ha ridotto il numero con massacri continui ma parziali. L’ordine di sterminio totale da attuare ovunque, includendo anche i bambini non è mai stato dato. Non sarebbe stato possibile: la legge di Mosè e di Cristo per quanto rinnegate dalla follia omicida antisemita ad un certo punto si facevano sentire e gli stermini restavano sempre parziali. Nell’antisemitismo laico le Legge non c’è più: lo sterminio può arrivare fino alla fine, fino all’ultimo neonato…

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Nel ringraziare l’amica Silvana De Mari per questa preziosa anteprima del suo prossimo libro, e in attesa di poterlo leggere tutto, approfittiamo di questo assaggio per cominciare a sfatare qualche mito, purtroppo fortemente radicato.

barbara

L’ULTIMO ORCO

«Padre, perdonatemi: sono venuto a chiedervi io chi sono» disse infine, quietamente.
Il vecchio perse il suo sorriso. Vacillò, ma non levò mai i suoi occhi dal viso di XXX. Ci fu un altro lunghissimo silenzio.
«Tu sei mio figlio» disse infine in un soffio. «Sei il mio figlio primogenito. Sei il figlio mio e della mia sposa. Tu hai i suoi occhi. Tu… ecco. Tu sorridi come lei… Tu sei mio figlio… Tu sei il nostro bambino, il nostro figlio primogenito».
La voce del vecchio si perse nelle ultime sillabe.
XXX annuì. Poi si inginocchiò davanti al vecchio, gli prese una mano togliendola dolcemente dalla panca, la baciò e poi chinò la testa poggiandovela sopra. La mano del vecchio era pallida e sottile, in mezzo alle sue enormi, corte e scure. «Questo lo so» disse XXX serenamente. «Io questo lo so» ripeté ancora. «Io non potrei vivere, se non lo sapessi. Io so di essere il vostro figlio primogenito e questo ha accompagnato ogni mio passo, questo ha sostenuto ogni mio respiro».
La mano del vecchio era fredda sotto la sua fronte in fiamme. Ne sentiva il tremore.
Restò così a lungo, in silenzio.
«Ora vi prego, padre, ditemi io chi sono» ripeté infine, mentre le ombre della sera invadevano la piccola casa, contendendola alla luce del fuoco che si stava spegnendo.
Solo quando le prime stelle brillarono attraverso l’apertura della porta rimasta aperta, la voce del padre si sentì di nuovo.
«Prima delle grandi piogge noi vivevamo all’imbocco della piana orientale, al limite delle Terre Note. Era un villaggio povero, ma non miserabile, il nostro. Io amavo tua madre e sapevo che lei mi voleva: aspettavamo solo la luna d’estate e il raccolto e poi ci saremmo sposati. […] Quella luna non portò nessun’estate, ma l’inizio delle Piogge Infinite e il mondo si allagò di acqua e di miseria. Le capre annegarono, le patate marcirono. Non c’era niente per chiedere decentemente una donna in sposa. Noi osammo lamentarci e forse fu per quello che i Signori degli Inferi ci punirono: i Demoni non amano lo scontento, vendicano le maledizioni. Quando già pensavamo che la miseria fosse sufficiente e che la sorte fosse già stata ingiusta abbastanza, gli Orchi arrivarono e si abbatterono su di noi. Non ti so dire da dove venissero. Erano i primi che vedevamo: dai tempi di Arduin gli Orchi erano stati cacciati, ma ai tempi di Arduin le frontiere erano guardate da armati e c’erano fortini e fuochi di segnalazione. Ora invece erano rimasti solo i nostri campi di fagioli a segnare il limite tra il noto e l’ignoto, e i nostri campi di fagioli come la steppa con cui confinavamo erano una spanna al di sotto del fango. La fame spinse gli Orchi verso le nostre case. Trovarono quello che restava dei nostri fagioli, ma non era solo quello che volevano. Le nostre donne… vedi… noi non… »
Il vecchio si interruppe. Si coprì per qualche istante la faccia con le mani. Poi si riprese.
«Noi non riuscimmo a difenderle» continuò. «È difficile da spiegare. Lo so che avremmo dovuto proteggerle o morire nel tentativo… È che… vedi… noi non ce lo aspettavamo. Non avevamo né sentinelle, né corni o fuochi di avvistamento. Non avevamo nulla e loro ci erano piombati addosso come… come lupi nella notte. Prima che capissimo cosa stava succedendo, metà di noi era morta e l’altra metà avrebbe voluto esserlo. Sì, è andata cosi. Metà di noi era morta e l’altra metà avrebbe voluto esserlo… E poi successe quello che succede sempre in questi casi. Quelli di noi che erano ancora vivi si alzarono da terra, e decisero di ricominciare a vivere. Abbiamo spento gli incendi, seppellito i morti, bendato le ferite dei vivi, e deciso di fingere per l’eternità che nulla fosse mai successo. Ho seppellito anche mio padre e giurato che avrei odiato e distrutto qualsiasi creatura avesse sangue di Orco. Le donne che, tre stagioni dopo, avrebbero avuto i figli degli Orchi li avrebbero buttati nello stagno che le piogge avevano formato sotto la collina e tutto sarebbe stato cancellato. L’onore del villaggio sarebbe stato restaurato. Ma lei non volle. Tua madre, voglio dire. Disse che tu eri un bambino. Un bambino e basta. I bambini piangono tutti allo stesso modo. Disse che l’onore degli Uomini è che non si uccidono i bambini. Mai. Altrimenti vorrebbe dire essere Orchi. E allora la cacciarono. E io, che avevo giurato che avrei odiato e distrutto qualsiasi creatura avesse sangue di Orco, io… ho capito che lontano da lei… e da te… la mia vita sarebbe stata solo fango. Io le ho chiesto di poter diventare il suo sposo e poter farti da padre. Lei non voleva, perché il suo viso era stato sfregiato e il suo ventre violato, e io le ho detto… io le ho detto… sai era un discorso difficile, me l’ero preparato, io le ho detto che avrei voluto essere ricco, forte, bello, avrei voluto essere un Re per mettere il mio regno ai suoi piedi, avrei voluto almeno essere un ladro così da poter avere qualcosa per sfamarvi, ma non ero niente e nessuno e tutto quello che avevo da offrirle era me stesso, un uomo senza niente che vagava in una landa di fango. Le ho detto che, insieme, la notte sarebbe stata meno fredda, la luce si sarebbe alzata prima, mentre, soli, il mondo ci avrebbe schiacciato, e anche se nessuno si sarebbe disturbato a ucciderci, la nostra stessa afflizione avrebbe soffocato il nostro respiro prima del ritorno del giorno. Noi non potevamo nulla contro gli Orchi, se non questo: rendere vana la loro opera su di noi restando vivi nonostante loro.
«Volevo diventasse la mia sposa, per amarla sopra ogni cosa. Il suo viso sarebbe stato di nuovo intatto, e il suo corpo inviolato, perché così era ai miei occhi e così sarebbe stato anche ai suoi. Gli Orchi che avevano distrutto la nostra gente e penetrato il suo grembo sarebbero stati solo il sogno confuso di una notte di vento. Il bambino che ne era nato sarebbe stato il nostro figlio primogenito e l’amore che gli avremmo dato avrebbe affondato per sempre la distruzione e l’odio nella melma delle cose inutili».
Il vecchio tacque. Ci fu un altro lungo silenzio. Anche il fuoco nel camino si era spento. XXX osava appena respirare. Il vento si alzò. La porta sbatté. Il vecchio rabbrividì.
[…]
XXX annuì. Aveva l’impressione di essere sceso agli Inferi, e di esserne tornato. Il dubbio maledetto della sua vita, il bruco velenoso che da sempre mangiava i suoi pensieri e che da sempre lui cacciava in qualche angolo della mente sufficientemente buio da poter fingere di dimenticarlo, ora non poteva più essere cacciato. Ora la verità gli stava davanti come un mostro lungamente cercato, lungamente fuggito, finalmente incontrato. Guardò gli occhi
di suo padre e il mostro della sua ombra svanì per sempre, insieme ai fantasmi di una notte di fango sui campi di fagioli ai limiti delle Terre Ignote. Lui era il figlio primogenito di un uomo e una donna che si erano amati al di sopra di ogni altra cosa. Lui era il figlio primogenito del loro amore. Tutto il resto affondava nella melma delle cose inutili.
Gli Inferi si erano richiusi e non li avrebbe riaperti per nessuno.

Perché nessuno nasce col destino scritto nel sangue, ognuno è ciò che ha deciso di essere. E così c’è chi nasce fra gli umani e sceglie di mettersi al servizio degli Orchi, e chi nasce fra gli Orchi, o addirittura figlio di Orchi, e sceglie di diventare umano.
Silvana De Mari invece ha scelto di essere quella che scrive capolavori – e per riuscire a costringere una con un miliardo di cose da fare a leggere in due giorni un libro di settecento e passa pagine, bisogna proprio avere scritto un capolavoro (prima però, mi raccomando, leggete l’altro, altrimenti molte cose importanti rischierebbero di sfuggirvi).

Silvana De Mari, L’ultimo orco, Salani

barbara