SEGUENDO LA LOGICA

Se un bianco non può doppiare un attore nero, né interpretare Otello dipingendosi la faccia di nero (oggettivamente, non è che l’Europa pulluli di doppiatori neri o attori teatrali neri, meno che mai cinquant’anni fa o cento anni fa) perché si tratta di indebita appropriazione culturale, perché, si chiede l’amico Shevathas, un negro dovrebbe poter fare il programmatore?

Sempre restando in tema di antirazzismo, che noi adoriamo con tutta la nostra anima, con tutto il nostro corpo e con tutta la nostra mente, non possiamo che applaudire, meglio se in piedi, l’iniziativa della Mercedes:

La Mercedes cambia look e lo fa ribadendo il suo impegno nella lotta al razzismo e a ogni forma di discriminazione: nel 2020 le W11 della scuderia campione del mondo in carica avranno una livrea nera al posto della tradizionale argento.
mercedes-nera
Che a me poi verrebbe da chiedermi in che modo cambiando il colore dell’auto si aiuteranno i negri di Harlem a uscire dal ghetto ed emanciparsi, ma si sa che io sono una brutta persona, e per mimetizzarmi e non farmi troppo notare applaudo anch’io. E altrettanto entusiasticamente e inpiedamente applaudiamo anche i nostri eroici piloti di Formula 1 che non esitano a inginocchiarsi in segno di… Boh, questo non lo so: non si può mica sapere tutto nella vita, no?

Piloti ricoperti d’oro da regimi autoritari e razzisti ci spiegano l’antirazzismo

Alla partenza del Gran Premio d’Austria di Formula Uno di questa domenica abbiamo assistito, cosa alquanto irrituale nel contesto sportivo automobilistico, ad un atto politico organizzato dal campione del mondo Lewis Hamilton per sostenere l’”anti-razzismo”, ma anche nei fatti, apertamente, il movimento Black Lives Matter.
Il clou è stato rappresentato dalla foto di gruppo dei piloti di Formula Uno con la maggior parte di essi inginocchiati al momento dell’inno nazionale, secondo il gesto reso celebre negli ultimi anni, ma soprattutto nelle ultime settimane, dalla campagna del movimento radicale “nero”.
È legittimo chiederci, certo, contro quale “razzismo” i piloti manifestino. E la risposta è facile. Puntano il dito contro il “razzismo” americano o in generale occidentale. Cioè puntano il dito, paradossalmente, contro l’unica parte del mondo che il razzismo è stata, nel tempo, in grado di riconoscerlo e in grandissima parte di superarlo – contro l’unica parte del mondo verso la quale persone di ogni razza ed etnia ogni anno accorrono alla ricerca di quei diritti e di quelle opportunità che non si vedono riconosciute dai propri compatrioti nelle terre natali.
E mentre punta il dito contro l’America e l’Occidente, la Formula Uno stabilisce un fondamentale accordo di sponsorizzazione con la compagnia petrolifera dell’Arabia Saudita. E si fa ricoprire di soldi da Paesi autoritari, razzisti e nemici dei diritti umani come la Russia, il Barhain, gli Emirati Arabi, la Cina o il Vietnam.
Hamilton non si inginocchia per il fatto che la Cina reprima i diritti degli hongkongesi o che sterilizzi forzatamente le donne della minoranza uigura, Non si inginocchia per l’oppressione dei montagnard in Vietnam, né per la persecuzione degli sciiti in Barhain, Quando si troverà a correre in quei Gran Premi, non ci saranno pugni chiusi, ma i sorrisi di sempre.
Con che coerenza, allora, ci si tappano gli occhi contro le più palesi violazioni di diritti e ci si scaglia invece proprio contro il Paese al mondo che conferisce più opportunità a qualsiasi minoranza?
A pensarci bene, forse, in realtà una coerenza c’è. La genuflessione di domenica in nome dell’”anti-razzismo” forse è più parente di quanto si pensi delle genuflessioni alla Cina, al Vietnam o al Barhain. In entrambi i casi semplicemente si va dove sono i soldi. In Occidente i soldi stanno con la gigantesca macchina di marketing del “virtue signalling” e del “politicamente corretto”, in altri Paesi stanno con i relativi regimi statali. E non c’è nessuna necessità di scegliere tra i soldi garantiti dall’opportuno “lip service” al progressismo occidentale e quelli del “lip service” ai peggiori sistemi autoritari del resto del mondo – perché tanto non c’è alcuna vero conflitto tra queste due sfere che si rispettano perfettamente in nome di una sorta di amorale “cujus regio, ejus religio”.
È come per la Lega Calcio che si proclama in prima linea nella battaglia per i diritti delle donne e contro il femminicidio ed allo stesso tempo decide di andare a disputare la finale della Supercoppa italiana a Riyadh con tanto di segregazione sugli spalti. Qualcuno forse ci ha visto una contraddizione?
Ma la perfetta recita “anti-razzista” del Gran Premio austriaco ha avuto, a suo modo, la sua piccola nota stonata. Sei piloti – Charles Leclerc, Max Verstappen, Kimi Raikkonen, Daniil Kvyat, Antonio Giovinazzi e Carlos Sainz Jr – hanno rotto le righe e non si sono inginocchiati. E forse, più degli altri quattordici, il vero segnale lo hanno mandato loro: c’è anche chi, non senza qualche rischio personale in termini di immagine, è disposto a sostenere che la sostanza dei valori e dei comportamenti vale più dell’adesione a riti conformisti di sottomissione al “verbo di successo”.
E alla fine Charles Lecrerc, il “principino” monegasco della Ferrari, è persino arrivato davanti ad Hamilton.

Marco Faraci, 7 Lug 2020, qui.

Ebbene sì, purtroppo questa bellissima festa antirazzista antifascista antituttelecosebrutte, è stata guastata da un branco di fascisti razzisti (e secondo me anche leghisti populisti sovranisti) che sono rimasti in piedi,
piloti
cose che proprio non si possono vedere che uno si chiede ma che problemi ha la gente? (Ci avete fatto caso? È la moda linguistica del momento: quando si vede un comportamento che a qualcuno appare follemente incomprensibile, tipo camminare per la strada a ottocento metri dalla persona più vicina senza mascherina, pretendere, da parte di qualche genitore, che a settembre la scuola riparta, rifiutarsi di dire avvocata sindaca ministra ingegnera, la sconsolata domanda che parte è: “Ma che problemi ha la gente?”)

Restiamo in materia di antirazzismo e logica ferrea? Ma sì, restiamoci! Ed ecco questa gentile signora che con inoppugnabili argomenti scientifici ci spiega che i bianchi (la razza bianca? gli sporchi bianchi? I bianchi di merda?) sono un errore genetico recessivo (sic!) e usano il suprematismo bianco per difendersi, perché sanno benissimo che i negri, avendo la genetica dominante, sono destinati a dominare e non appena conquisteranno il potere faranno sparire i bianchi dalla faccia della terra. Leggere per credere.

E ancora un esempio di antirazzismo militante:

Fulvio Del Deo

Atalanta, Georgia.

Secoriea ha 8 anni ed è insieme alla sua mamma Charmaine. Sono in macchina con un’amica e vorrebbero andare a fare compere in un negozio. Lungo la strada incontrano i manifestanti “antirazzisti” che non vogliono farla passare. Loro sono tipe toste e non si lasciano intimidire da ipocriti fighetti che giocano alla rivoluzione. Non sanno però che i fighetti sono cinici e spietati e, come i loro predecessori nazisti, devono ubbidire all’ordine di farsi ubbidire. Così sparano e uccidono la bimba.

Dice ma quelle sono nere,
Sicoriea
mamma Sicoriea
di sicuro si vedeva anche attraverso i vetri della macchina che sono nere, se ce l’hanno coi bianchi perché sparare a loro? E dai su, non fatela tanto lunga, con tutti i boveri negri ammazzati dai bianchi cosa sarà mai una in più o una in meno.

E ancora in tema di violenza e di logica:

Fulvio Del Deo

Ricordate quando succedeva solo in Israele, che i palestinesi tiravano sassi alle auto e voi dicevate: “E’ per via dell’occupazione, quelli hanno preso la loro terra…”
E adesso perché non dite lo stesso?
Su, ripetete con me: “Ci ammazzano, ci fanno a pezzi e ci mettono nel trolley, ci pisciano addosso, ci spaccano la testa col machete, ci tirano i sassi ecc., perché abbiamo preso la loro terra!”

E ancora

Lorenzo Capellini Mion

Solo per ricordare che i luoghi di contagio del virus di Wuhan siano i bar, i ristoranti, i piccoli negozi, le spiagge, le chiese, i seggi elettorali e i comizi di Trump.
per protestare 1
per protestare 2
Pagliacci

Poi godiamoci questo spezzoncino di politica interna

E concludiamo la carrellata con Silvietta nostra, che finalmente ha concesso la sua prima intervista. A chi? Al giornale dei Fratelli Musulmani, ovvio!

“PER ME IL MIO VELO È UN SIMBOLO DI LIBERTÀ” – PER LA PRIMA VOLTA SILVIA ROMANO (PARDON, AISHA) PARLA DELLA CONVERSIONE E DELLA PRIGIONIA: “COPRENDO IL MIO CORPO SO CHE UNA PERSONA POTRÀ VEDERE LA MIA ANIMA” – “NEL MOMENTO IN CUI FUI RAPITA, INIZIAI A PENSARE: È UN CASO O QUALCUNO LO HA DECISO? QUESTE PRIME DOMANDE CREDO MI ABBIANO GIÀ AVVICINATO A DIO” – “PENSAVO DI ESSERE LIBERA PRIMA, MA SUBIVO UN’IMPOSIZIONE. SENTO DENTRO CHE DIO MI CHIEDE

1 – SILVIA ROMANO SI RACCONTA DOPO IL SEQUESTRO: “VI SPIEGO PERCHÉ HO DECISO DI CONVERTIRMI ALL’ISLAM”

Sono passati quasi due mesi da quando Silvia Romano è stata liberata ed è tornata in Italia. Era il 9 maggio scorso quando il premier, Giuseppe Conte, rivelò che la cooperante milanese, rapita nel novembre del 2018 mentre si trovava in Kenya con l’associazione Africa Milele, e tenuta prigioniera per oltre un anno e mezzo

Oggi, Silvia, che intanto si è convertita all’Islam e si fa chiamare Aisha, ha raccontato per la prima volta i mesi della prigionia e la decisione di diventare musulmana. Lo ha fatto rilasciando una lunga intervista al giornale online La Luce, di cui è direttore Davide Piccardo esponente della comunità islamica di Milano.

La decisione di partire per il Kenya

“Prima di essere rapita – ha dichiarato la ragazza – ero completamente indifferente a Dio, anzi potevo definirmi una persona non credente; spesso, quando leggevo o ascoltavo le notizie sulle innumerevoli tragedie che colpiscono il mondo, dicevo a mia madre: vedi, se Dio esistesse non potrebbe esistere tutto questo male”.
E neppure il volontariato era tra le sue priorità: “Fino alla fine del mio terzo ed ultimo anno di università, non avevo un particolare interesse nel partire e andare a fare volontariato. Verso la fine della tesi mi interessai moltissimo all’argomento che stavo trattando: la tratta di donne ai fini della prostituzione, da lì ho avuto uno scatto nei confronti delle ingiustizie.
Ho sentito il bisogno di andare e mettermi in gioco aiutando l’altro nel concreto. L’idea di continuare a studiare e rimanere qui non mi andava, volevo fare un’esperienza vera, per crescere e per aiutare gli altri”.
Così è nata l’idea di andare in Kenya [a far giocare i bambini, che come tutti sanno è il primo dei bisogni del terzo mondo]. Un’esperienza che le ha letteralmente cambiato la vita. “Nel momento in cui fui rapita, iniziando la camminata, iniziai a pensare: io sono venuta a fare volontariato, stavo facendo del bene, perché è successo questo a me? Qual è la mia colpa? [Perché, prima era convinta che le cose brutte capitassero solo alle persone cattive? Che era scema l’avevamo capito da quel dì, ma fino a questo punto?!]
È un caso o qualcuno lo ha deciso? – ha continuato Silvia -. Queste prime domande credo mi abbiano già avvicinato a Dio, inconsciamente. Ho iniziato da lì un percorso di ricerca interiore fatto di domande
È così che ha cominciato un percorso di avvicinamento alla religione: “Il passaggio successivo è avvenuto dopo quella lunga marcia, quando già ero nella mia prigione; lì ho iniziato a pensare: forse Dio mi ha punito.
Un altro momento importante è stato a gennaio, ero in Somalia in una stanza di una prigione, da pochi giorni. Era notte e stavo dormendo quando sentii per la prima volta nella mia vita un bombardamento, in seguito al rumore di droni. In una situazione di terrore del genere e vicino alla morte iniziai a pregare Dio chiedendogli di salvarmi perché volevo rivedere la mia famiglia.
Gli chiedevo un’altra possibilità perché avevo davvero paura di morire. Quella è stata la prima volta in cui mi sono rivolta a Lui. Poi a un certo punto ho iniziato a pensare che Dio, attraverso questa esperienza, mi stesse mostrando una guida di vita, che ero libera di accettare o meno”.

Il velo come simbolo di libertà: “Mi sento protetta da Dio”

Infine, ha concluso la giovane milanese: “Sicuramente dopo aver accettato la fede islamica guardavo al mio destino con serenità nell’anima, certa che Dio mi amasse e avrebbe deciso il bene per me. Quando provavo paura per l’imminenza della morte o ansia per non avere notizie della mia famiglia e del mio futuro, trovavo consolazione nelle preghiere”.
Sulla questione velo, che ha indossato sin dal suo ritorno in Italia a maggio, ha detto: “Per me il velo è simbolo di libertà.
silvia
Quando vado in giro sento gli occhi della gente addosso; non so se mi riconoscono o se mi guardano semplicemente per il velo; in metro o in autobus credo colpisca il fatto che sono italiana e vestita così. Ma non mi dà particolarmente fastidio. Sento la mia anima libera e protetta da Dio“. (Qui. Segue il testo integrale dell’intervista, nel caso qualcuno avesse voglia di papparselo, che comunque secondo me ne vale la pena. Poi magari ci sarebbe anche questo)

E chiudo con questa cosa, che non c’entra niente ma la trovo bellissima.
ennio Ezio
barbara

FINALMENTE L’HO LETTA

Parlo della “bellissima” – come è stata universalmente definita – lettera di Maryan Ismail a Silvia Romano. Avendo un’idea di che cosa potevo aspettarmi, ho preso una dose doppia di gastroprotettore e mi sono buttata. Eccovela, con qualche commento e qualche puntualizzazione da parte mia.

LETTERA A SILVIA ROMANO

Ho scelto il silenzio per 24 ore prima di scrivere questo post.

Eh, 24 ore! Questi sì che sono silenzi che pesano. Soprattutto se sono stati meditatamente scelti.

Quando si parla del jihadismo islamista somalo mi si riaprono ferite profonde che da sempre cerco di rendere una cicatrice positiva. L’aver perso mio fratello in un attentato e sapere quanto è stata crudele e disumana la sua agonia durata ore in mano agli Al Shabab mi rende ancora furiosa, ma allo stesso tempo calma e decisa.
Perché? Perché noi somali ne conosciamo il modus operandi spietato e soprattutto la parte del cosiddetto volto “perbene”. Gente capace di trattare, investire, fare lobbyng, presentarsi e vincere qualsiasi tipo di elezione nei loro territori e ovunque nel mondo.
Insomma sappiamo di essere di fronte a avversari pericolosissimi e con mandanti ancor più pericolosi.
Ora la giovane cooperante Silvia Romano, che è bene ricordare NON ha mai scelto di lavorare in Somalia,

che ha però scelto di andare vicino al confine con la Somalia, che si sa battuto dagli Al Shabaab, che si sa essere pericoloso, che le era stato detto essere pericoloso ma lei ha scelto di ignorare gli avvertimenti e di andarci lo stesso – non che questo alleggerisca le colpe dei carnefici, ma sicuramente appesantisce le responsabilità della vittima, soprattutto considerando quanto ci sono costate le sue scelte, in termini economici, in termini di politica internazionale e in termini morali, considerando le vittime che quel denaro in mano ai terroristi provocherà

ma si è trovata suo malgrado in una situazione terribile, è tornata a casa.
Non è un caso che per mesi ho tenuto la foto di Silvia Romano nel mio profilo fb. Sapevo a cosa stava andando incontro.
Si riesce soltanto ad immaginare lo spavento, la paura, l’impotenza, la fragilità e il terrore in cui ci si viene a trovare?
Certamente no, ma bastava leggere i racconti delle sorelle yazide,

ecco, le yazide sinceramente non le metterei nel mucchio: le yazide – donne, ragazze, bambine – vengono rapite in quanto non musulmane, vengono rapite per subire stupri di massa ed essere poi vendute o ai combattenti della “guerra santa”, o ai bordelli.

curde, afgane, somale, irachene, libiche, yemenite per capire il dolore in cui si sprofonda.
Comprendo tutto di Silvia.

Non è un’affermazione un po’ temeraria?

Al suo posto mi sarei convertita a qualsiasi cosa pur di resistere, per non morire. Mi sarei immediatamente adeguata a qualsiasi cosa mi avessero proposto, pur di sopravvivere.
E in un nano secondo.
Attraversare la savana dal Kenya e fin quasi alle porte di Mogadiscio in quelle condizioni non è un safari da Club Mediterranee… Nossignore è un incubo infernale, che lascia disturbi post traumatici non indifferenti.
Non mi piacciono per nulla le discussioni sul suo abito (che per cortesia non ha nulla di SOMALO,

ok, finalmente ne hai detta una di giusta

bensì è una divisa islamista che ci hanno fatto ingoiare a forza),
né la felicità per la sua conversione da parte di fazioni islamiche italiane o ideologizzati di varia natura.
La sua non è una scelta di LIBERTA’, non può esserlo stata in quella situazione.
Scegliere una fede è un percorso così intimo e bello, con una sua sacralità intangibile.
E poi quale Islam ha conosciuto Silvia?
Quello pseudo religioso che viene utilizzato per tagliarci la testa? Quello dell’attentato di Mogadiscio che ha provocato 600 morti innocenti? Quello che violenta le nostre donne e bambine? Che obbliga i giovani ad arruolarsi con i jihadisti? Quello che ha provocato a Garissa 148 morti di giovani studenti kenioti solo perché cristiani? Quello che provoca da anni esodi di un’intera generazione che preferisce morire nel deserto, nelle carceri libiche o nel Mediterraneo pur di sfuggire a quell’orrore? Quello che ha decimato politici, intellettuali, dirigenti, diplomatici e giornalisti?
No non è Islam questa cosa.
E’ NAZI FASCISMO, adorazione del MALE.
E’ puro abominio.
E’ bestemmia verso Allah e tutte le vittime.

Ecco, me lo si lasci dire: non se ne può più. Non se ne può più di questa leggenda bianca di un islam buono tutto amore e pace che i cosiddetti estremisti avrebbero violentato. Non se ne può più di questa disgustosa menzogna. Vogliamo ignorare che quell’abominio disumano che usurpa il nome di religione è vissuto di violenza e inganno dal giorno stesso della sua nascita? Vogliamo ignorare che di tutto ciò che oggi chiamiamo “il mondo arabo” ogni centimetro fuori dalla penisola araba è stato invaso, occupato, arabizzato e islamizzato a suon di massacri, deportazioni, stupri etnici e conversioni forzate? Vogliamo ignorare che l’slam si è poi espanso anche oltre, in Iran, Afghanistan, Pakistan, Indonesia, Malaysia, Somalia e altri ancora, e a parti significative di altri stati? Vogliamo dimenticare che ovunque sono arrivate, le orde islamiche hanno cancellato civiltà, culture, spesso le lingue, quasi sempre i nomi? (In tutta la Somalia si riescono a riempire tutte le dita delle mani con le persone che abbiano un nome somalo anziché arabo? Io in un anno intero ne ho conosciuta una, Olumo). Vogliamo ignorare che in Indonesia stanno propagandando a tappeto le mutilazioni genitali che non avevano mai fatto parte delle tradizioni locali? E vogliamo ignorare un “libro sacro” che veniva aggiornato da una provvidenziale visita dell’arcangelo Gabriele ogni volta che si verificava una situazione nuova che richiedeva norme specifiche? Vogliamo ignorare che questo libro sacro raccomanda di firmare trattati di tregua quando il nemico è troppo forte per poterlo vincere in battaglia e di violare il trattato quando si sia diventati forti abbastanza, avendo occupato tutto il tempo a riarmarsi mentre il nemico, fidandosi del trattato perché non sapeva con che razza di serpi aveva a che fare, non lo ha fatto? Vogliamo ignorare la taqiyya, ossia il mentire agli infedeli per meglio perseguire i propri scopi, come quelli delle torri gemelle che bevevano alcolici e andavano a puttane in modo da portare avanti i propri piani di strage senza suscitare sospetti? Vogliamo ignorare che per ebrei e cristiani e tutta la gente civile, religiosa o no, credente o no, non mentire non rubare non uccidere significa non mentire non rubare non uccidere, mentre per l’islam significa non mentire a un musulmano, non rubare a un musulmano, non uccidere un musulmano (a meno che non sia un musulmano tiepido, o un musulmano di un’altra corrente)? Jihadisti e tagliagole violentatori del “vero” islam? Jihadisti e tagliagole stanno rispettando alla lettera il cosiddetto libro sacro fabbricato da un assassino pedofilo. E, a questo proposito, non mi si venga a dire che non si deve giudicare col metro di oggi: in tutte le società antiche le ragazze venivano fatte sposare giovanissime, appena raggiunta la pubertà, ma NON a sei anni. E, considerando che nel corso del tempo l’età della pubertà si è andata abbassando, non è molto credibile che l’avesse raggiunta a nove anni, quando l’ultracinquantenne cominciò a stuprarla. E quanto gli Al Shabaab siano musulmani esemplari, ascoltiamo che cosa dice l’imam:

I simboli, sopratutto quelle sul corpo delle donne hanno un grande valore. E quella tenda verde NON ci rappresenta.

Non rappresenta la Somalia, certo, ma l’islam sì.

Quando e se sarà possibile, se la giovane Silvia vorrà, mi piacerebbe raccontarle la cultura della mia Somalia. La nostra preziosa cultura matriarcale,

HAHAHAHAHAHAHA! Matriarcale?! Una società in cui l’ordine gerarchico è l’uomo, il cammello, la capra, la donna. Una società in cui la donna vale ancora meno che in Iran o in Arabia Saudita. L’unico ambito in cui le donne sono sovrane è l’infibulazione, in cui agiscono con una ferocia che non ha pari nel mondo degli umani.

fatta di colori, profumi, suoni, canti, cibo, fogge, monili e abiti.
Le nostre vesti e gioielli si chiamano guntino, dirac, shash, garbasar, gareys, Kuul, faranti, dheego, macawis, kooffi.

E balambalis: farfalla.

I nostri profumi si chiamano cuud, catar e persino barfuum (che deriva dall’italiano).
Ho l’armadio pieno delle stoffe, collane

anch’io, ma sinceramente non so quanto questo abbia a che fare con la questione che si sta trattando

e profumi della mia mamma. Alcuni di essi sono il mio corredo nuziale che lei volle portarsi dietro durante la nostra fuga dalla Somalia.
Adoriamo i colori della terra e del cielo.

Ricordo una volta che stavamo scendendo dall’università
università Mogadiscio
– eravamo cinque insegnanti, quattro italiani e un somalo – uscendo da una curva il collega che guidava ha inchiodato di colpo. Nessuno di noi italiani ha chiesto perché: eravamo tutti a bocca aperta di fronte al colore mozzafiato del cielo al crepuscolo, che era quello che aveva indotto il collega a frenare. Dopo qualche momento il collega somalo chiede: “Perché ti sei fermato?” “C’è una luce pazzesca!” Lui si è guardato intorno per qualche istante, perplesso, poi alla fine ha detto: “
Ah sì, là in fondo c’è una casa con la luce accesa”.

Abbiamo una lingua madre pieni di suoni dolci , di poesie, di ninne nanne, di amore verso i bimbi, le madri, i nostri uomini e i nonni.

Un giorno, parlando con una studentessa, ho detto qualcosa come “tu che sei madre di due figli…” e lei, giuliva: “No no, uno!” “? Come uno, se ti ho incontrata in centro la settimana scorsa con due bambini e hai detto che erano i tuoi figli?” E lei, sempre giuliva: “Ah sì, ma uno è morto”.

Abbiamo anche parti terribili come l’infibulazione (che non è mai religiosa, ma tradizionale), ma le racconterei come siamo state capaci di fermare un rito disumano.

COOSAAA????????? Io ci sono stata praticamente alla vigilia della guerra civile, cioè più o meno un paio d’anni prima della fuga di Maryan, e il 100% delle donne erano infibulate, e il 100% delle bambine venivano infibulate, anche le figlie di laureati in Italia o negli Stati Uniti, anche le figlie di medici, tutte, perché “nessun uomo somalo sposerebbe una donna non cucita, una donna non cucita è una sharmutta (puttana)”. Lo si chieda ad Ayaan Hirsi Ali, lo si chieda a Pia Grassivaro Gallo che ha condotto le sue ricerche sul campo negli anni Ottanta. Fermata l’infibulazione? Ma di cosa va blaterando questa?

Come e perché abbiamo deciso di non toccare le nostre figlie, senza aiuti, fondi e campagne di sostegno.
Ma soprattutto le racconterei di come siamo stati, prima della devastazione che abbiamo subito, mussulmani sufi e pacifici,

la Somalia che ho conosciuto io, prima della devastazione che ha subito ad opera dei signori della guerra (somali, comunque, non è che venissero da Marte), era sunnita.

mostrandole il Corano di mio padre scritto in arabo e tradotto in somalo..

Ehm… La lingua somala è stata costruita a tavolino, elaborando le centinaia di dialetti tribali, intorno alla metà degli anni Settanta del XX secolo – ho avuto la fortuna di conoscere personalmente la persona che ha dato un grandissimo contributo a tutto questo e alla creazione dell’Università Nazionale Somala, la meravigliosa professoressa Daniela Bertocchi Lugarini. Fino a quel momento esistevano solo i dialetti, e come lingue veicolari venivano usati l’inglese a nord e l’italiano a sud, e occasionalmente l’arabo, lingue usate anche per le comunicazioni scritte, dato che, non esistendo una lingua somala, non esisteva ovviamente neppure un somalo scritto. E da quel momento si sono cominciati a redigere in lingua somala documenti, libri scolastici eccetera. Davvero è credibile un corano arabo-somalo con testo a fronte pochissimi anni dopo?

Di quanti Imam e Donne Sapienti ci hanno guidato.

Qualche anno dopo a Padova ho incontrato una mia studentessa, che studiava medicina. Poi torni? le ho chiesto. Scherzi?! mi ha risposto: fare il medico lì, che se in sala operatoria vedo il collega che sbaglia devo lasciargli ammazzare il paziente perché una donna non ha il diritto di dire a un uomo che sta sbagliando?
Sia ben chiaro: non ho il minimo dubbio che ci siano state donne somale potenzialmente capaci di diventare sapienti, ma qualcuno immagina che in una società del genere una donna abbia la possibilità di emergere come tale? C’è comunque il fatto che in un intero anno mai ho sentito parlare di una sola donna sapiente, maiuscola o minuscola che si voglia.

Della fierezza e gentilezza del popolo somalo.

Con le camere di tortura, dove la polizia era in grado di estorcere qualunque confessione, e che tutti trovavano assolutamente giuste.

E infine ho trovato immorale e devastante l’esibizione dell’arrivo di Silvia data in pasto all’opinione pubblica senza alcun pudore o filtro.

Questo sì, e aggiungerei oscena.

In Italia nessun politico al tempo del terrorismo avrebbe agito in tal modo nei confronti degli ostaggi liberati dalle Br o da altre sigle del terrore.
Ti abbraccio fortissimo cara Silvia, il mio cuore e la mia cultura sono a tua disposizione..

Sicura che non ti rifiuterebbe come kafirah con quegli abiti estremamente pudichi ma irrimediabilmente occidentali e quei capelli liberi?

barbara

DI MULINI A VENTO, DI FORMAGGINI IN PADELLA E DI ALTRE CONSIMILI MA ANCHE DISSIMILI STORIE

Mi è capitato abbastanza spesso di trovare l’espressione “combattere contro i mulini a vento” usata col significato di eroe solitario che combatte contro un potere molto più forte di lui (e se no che razza di potere forte sarebbe, se non fosse più forte di qualunque, per quanto eroico, avversario?), in un battaglia che si sa persa in partenza, ma non per questo meno degna del massimo rispetto. Ma nel Don Chisciotte non è affatto questo che succede. Don Chisciotte crede di avere di fronte dei pericolosissimi nemici, ma i nemici NON CI SONO, i nemici sono unicamente il frutto della sua mente malata, nell’episodio che ha dato origine all’espressione i “pericolosi nemici” sono degli innocui oggetti inanimati, ma in altri casi sono innocenti viandanti o pellegrini che, aggrediti con furia selvaggia, rimangono contusi o feriti, a volte anche in modo piuttosto grave. Cioè, quello che “combatte contro i mulini a vento” non solo non si sta battendo per una nobile causa, ma è un individuo pericoloso che come si muove fa danni. A questa categoria appartiene senza ombra di dubbio questa signora, dal cervello più fuso di un formaggino in padella:

Ancora più sconvolgenti, se possibile, i commenti su YT: coraggiosa, eroica, lei sì che ha le palle, finalmente qualcuno ha il coraggio di dire la verità, state barando: avete messo solo metà del suo discorso (evidentemente nell’altra metà che il canale non h avuto il coraggio di pubblicare presentava le “inoppugnabili prove” di quello che diceva. (Libertà di opinione? Opinione è se dico che Pippo è stronzo. Se dico che Pippo è ladro, o pedofilo, si tratta di cosa un tantino diversa)

Altrettanto fuso è il cervello di chi ha messo insieme il video che segue, come si può chiaramente capire dalle scritte che lo accompagnano, ma il video merita ugualmente di essere guardato con attenzione perché gli episodi che mostra, che mi sembrano assolutamente autentici, di sicuro non vi verranno mostrati dai nostri mass media, non sia mai che a qualcuno venga l’idea di imitarli.

E a proposito di poteri, ricordate gli alti lai per quei pieni poteri dell’ormai dittatore di estrema destra fascista populista sovranista xenofobo (dell’unico stato che non ha bisogno di polizia a difesa di sinagoghe e scuole ebraiche), che quei pieni poteri li aveva chiesti al parlamento, e dal parlamento concessi, per poter prendere senza intralci burocratici le decisioni necessarie a gestire l’emergenza? Bene:

MISSIONE COMPIUTA, ORBAN RESTITUISCE I PIENI POTERI AL PARLAMENTO

MAGGIO 16, 2020

L’Ungheria si avvicina alla fine dello Stato d’emergenza pandemica: lo ha detto Viktor Orban nel corso della sua visita in Serbia, dove ha incontrato il presidente Aleksandar Vucic.
Orban, all’inizio della crisi, aveva ottenuto dal Parlamento i pieni poteri in modo da poter agire via decretazione d’urgenza in risposta alla crisi del Covid.
Ora il premier ha detto che si avvia a restituire al Parlamento quei poteri straordinari che gli erano stati concessi.
Finita l’emergenza, come nell’Antica Roma, il dictator restituisce i suoi poteri eccezionali.
Noi, invece, oggi abbiamo un abusivo che decreta senza maggioranza.
Il partito di Orban, dopo l’ennesima grande vittoria elettorale, gode di un’ampia maggioranza in Parlamento. In Europa, fa ancora parte, ma in regime di sospensione, del Partito Popolare Europeo, insieme a Forza Italia e alla CDU di Angela Merkel. 

Noi invece non solo abbiamo, come ricorda anche l’articolo, un dittatore che i pieni poteri non li ha ottenuti dal parlamento bensì se li è arrogati, ma, oltre a non avere rimosso, con tali pieni poteri, il più microscopico intralcio burocratico (anzi!), li ha usati per provocare il peggiore disastro sanitario ed economico del mondo, tanto da meritarsi una nuova pesante bacchettata, per non dire frustata, o meglio randellata sulle gengive (ach, quanto mi piacciono le randellate sulle gengive! Una libidine ragazzi) dal NYT.

Per non parlare della faccenda del plasma, prima sbeffeggiato, poi boicottato e adesso, udite udite, questo salvavita offerto del tutto gratuitamente dai donatori, visto che realmente funziona diventa improvvisamente un lucrosissimo affare di famiglia. Famiglia PD, ovviamente.
E a proposito di plasma, al momento i maggiori donatori a New York sono gli ebrei ortodossi.
E sempre a proposito di dispositivi utili a combattere il contagio, qualcuno sembra convinto che se sono ammesse le mascherine, parimenti deve essere ammesso il burqa: logico, no?

E a proposito di gente che si presenta con paludamenti islamici, la polizia keniota racconta un’interessante storia, che può ovviamente essere falsa ma dopotutto potrebbe anche non esserlo, su un traffico illegale di avorio condotto da una signorina arrivata lì con la scusa del volontariato, che ad un certo punto a causa del rifiuto di pagare una partita sarebbe stata rapita per rifarsi della perdita col pagamento del riscatto, e successivamente venduta a una banda di terroristi islamici. Secondo me la tizia, da tutto quello che si è saputo finora, è talmente stupida che potrebbe davvero essersi imbarcata in un simile porcaio, e avere addirittura pensato di poter fregare quelli del mestiere.

Concludo con due cose amene: le facce dei direttori della sanità di Los Angeles e della Pennsylvania,
sanità LA
sanità Pennsylv
e un modo allegro per trascorrere il tempo in casa

barbara

INSALATA MISTA

e discretamente variegata.

Quando ci vuole ci vuole
romano-lucarelli-toccarla-piano
E qui direi che vale proprio il “te la sei cercata”.

Silvia, la sua “missione” e i conti in tasca

SILVIA, LA CONTABILITÀ, GILAD E LE FAC NIU
Silvia-Gilad
Ho letto i commenti sulla liberazione della Romano: da vergognarsi.
Però è sempre bene domandarsi dove e perché nasce l’odio, perché la vicenda di Silvia ha molti lati oscuri.
Si doveva pagare un riscatto di 4 milioni, ma anche di 40 o 400 miliardi pur di salvare una vita, ma non era meglio non farla partire? Non sarebbe stato più economicamente conveniente? È una questione molto semplice: costi e benefici. I costi di certe operazioni sono superiori ai benefici e non parlo del riscatto pagato.
Silvia è entrata in kenya con un visto turistico e quindi non poteva lavorare.
La Onlus per la quale lavorava si chiama Africa Milele, con sede a Fano, in Italia.
La società ha incassati tra donazioni ed altro, lo scorso anno, 55.629 euro, ne ha spesi 55.955 registrando un disavanzo di 326 euro. Tra le spese dichiarate, la voce di maggior rilievo è di 45.975 euro, attribuiti al “Sostegno progetti e attività”. Quali “progetti” e quali “attività”? Sarebbe davvero interessante conoscerne i dettagli, visto che a Chakama di “realizzato” risulta ben poco, per non dire nulla. Tale somma, a conti fatti, costituisce un’entrata di circa € 4.000,00 mensili, che se non destinati al sostegno di progetti in favore dei bambini risultano una buona entrata per la sopravvivenza di chi afferma di fare opere che invece non fa.
Il dirigente della Africa Milele in loco, è il fidanzato della titolare della Onlus, tale Joseph. Joseph percepisce uno stipendio di 400 euro al mese, non si sa bene cosa faccia ma secondo Payscale.com un impiegato in Kenya guadagna 129 euro, il signor Joseph che, ripeto, è il fidanzato della titolare della Onlus, guadagna quasi quattro volte tanto [in realtà appena un pochino più di tre- ok amico, la matematica non è il tuo forte – ma la sostanza non cambia: questo signore è un parassita che vive alle spalle dei donatori. O, a scelta, un mantenuto che la mantenente fa mantenere dai donatori. Sarà per questo che ha messo in piedi quella baracca subito dopo averlo conosciuto?].
Sempre secondo il sito Payscale ma anche secondo guidestar.com, lo stipendio di un titolare di Onlus parte da 45.000 dollari minimo, per superare i 120.00 dollari, su base annua. Ciò significa che un titolare di onlus marcia minimo sui 3.500 euro al mese, un cooperante (sempre secondo i dati ufficiali di Payscale) guadagna minimo 41.000- MINIMO- 80.000 dollari l’anno, cioè circa 3.000 euro al mese, se va proprio male.
Solo in Sudafrica ci sono 100.000 ONG, in tutto il mondo sono 1.200.000, in pratica in Kenya ne hanno una ogni 80 abitanti poveri, non sono tante?
Come sono spesi i soldi? Quali sono i progetti presentati e quali quelli realizzati?
insomma, chi ci guadagna?
Lo scopo della missione di Silvia era far giocare i bambini del villaggio, cosa davvero nobile, ma davvero così indispensabile? Così costosa?
Ci sono operazioni economicamente sconvenienti: come mettere su una ONG che spende tutto quello che ha senza lasciar traccia delle spese, una missione che in caso di pericolo debba essere coperta dai soldi dei contribuenti.
Sarebbe forse più conveniente trovare gente del posto, pagarla, farsi rilasciare ricevute delle spese, vedere il progetto preventivo, valutare il consuntivo e verificare i risultati?
E ora? Ora con i soldi di quel riscatto quante armi ed esplosivo si potranno comprare? Quanti morti si potranno fare? Quante donne si potranno rapire e schiavizzare?
Se poi qualcuno si stupisce dei commenti feroci verso la cooperante (e che anche a me sono sembrati vergognosi) vorrei chiedergli di fare un passo indietro, di mettersi nei panni di chi è furioso. Se sei un professionista, se sei un dipendente statale, se vivi una condizione economica agiata, allora questa storia e l’eventuale riscatto non ti hanno tolto nulla e puoi commuoverti nel vedere Silvia libera. Se invece sei un invalido totale che vive con 285 euro annue (quest’anno 286, un euro in più, che vergogna: un euro in più) beh prova a metterti nei suoi panni, prova a immaginare quanta rabbia nel vedere soldi così mal spesi, soldi che finiranno per finanziare il terrore e la morte e magari avrebbero potuto essere investiti meglio. E lasciamo perdere gli invalidi, che ci importa? Mancano poveri in Italia? Mancano persone alle quali quei soldi avrebbero fatto molto comodo o magari salvato la vita oppure in italia è scoppiata la ricchezza? Bastava gestire meglio le cose, sono state gestite male e continuano ad essere gestite male; ciò che stupisce e che c’è chi approva. Misteri della Repubblica. Italiani cuore grande, si sa, cuore sì, ragione no.
I villaggi sono posti fantastici per fare volontariato, ci si conosce tutti, c’è un’atmosfera familiare e tanta sicurezza, si vive in contatto con la natura, insomma una bella esperienza da mettere sul curriculum. Ma è a pochi chilometri da Nairobi, o nei sobborghi di qualsiasi città africana che si vive davvero l’emergenza tragica e infernale delle bidonville. Su tg3 (sta su youtube) una giornalista tempo fa intervistò una ragazza costretta a vivere nella bidonville: case di lamiera con le stanze divise da pareti di cartone. Una povertà infernale; la ragazza racconta che tornando a casa una sera scoprì che le avevano rubato la forchetta ed il cucchiaio… la forchetta. Rubare una forchetta: si riesce ad immaginare tanta miseria?
Racconta che lì le ragazze si lasciano violentare senza far resistenza per non essere picchiate, per non essere uccise. Racconta, la ragazza, delle immondizie lasciate davanti uscio di casa, delle fogne inesistenti e dei liquami e deiezioni che scorrono davanti alle loro case ed i bambini lì giocano. Giocano…
Fatela lì la ludoteca.
La missione della società di Silvia era di far giocare i bambini. Fare una ludoteca.
Andate lì a far del bene, a lavare i bambini prima che a farli giocare, a disinfettarli, a curare le loro ferite, a proteggerli dalla violenza, a dargli da mangiare, a giocare ci penseranno quando saranno guariti e nutriti, non ora, ci sono altre priorità.

GILAD

Qui in Israele ci sono villaggi e zone pericolose da visitare per un israeliano ma per chiunque.
il sottoscritto, anni fa decise di entrare a Hebron (città israeliana, su suolo israeliano). Un soldato mi ferma prima dell’ingresso nella città e mi chiese se fossi conscio dei rischi che avrei corso; me lo chiese in maniera garbata ed educata : “Vuoi entrare ad Hebron? Ma sei scemo?” Così mi disse. Io però entrai e lui mi disse che lo facevo a MIO rischio e pericolo.
Ecco, qui funziona così: se ti rapiscono lo stato non paga, viene a prenderti con la forza se ci riesce, ma non paga, non ha pagato mai per non creare un precedente; in realtà ci fu una eccezione: Il soldato Gilad Shalit.
Gilad fu rapito dai terroristi di Hamas nel 2006 e tenuto prigioniero in un sotterraneo per 5 anni (60 mesi) 60 mesi senza che gli fossero estratte le schegge della bomba che lo aveva colpito, nutrito di solo pane per le prime 4 settimane di prigionia, durante la quale perde 17 chili. Gilad veniva minacciato di morte in continuazione, non vide mai la luce del sole per 5 anni perché i satelliti israeliani lo avrebbero identificato e trovato.
Gilad visse sì una forte fortissima pressione psicologica, aveva solo 18 anni al momento del rapimento, e Hamas di gente e soldati israeliani ne aveva sgozzati diversi in passato.
Insomma un po’ di stress pure lui lo ebbe, eppure non chiese di leggere il Corano e non si convertì.
Gilad giunse in Israele vestito da soldato Israeliano, aveva davanti il nostro Leader Benjamin BIBI Netanyahu pronto ad abbracciarlo, Gilad sorrise, gli fece il saluto militare e poi svenne.
Sì però pagammo un riscatto altissimo stavolta, per un solo soldato pagammo un riscatto storico: 1000 terroristi, alcuni colpevoli di omicidio e strage di civili. 1000 terroristi per un solo soldato indietro? In realtà svuotammo le nostre carceri. Ci siamo tolti 1000 criminali dalla galera che ci costavano 90 euro al giorno l’uno.
Abbiamo preso un soldato senza cacciare una breccola, anzi abbiamo risparmiato circa 8 miliardi di euro di costi carcerari che avremmo sostenuto solo nei prossimi 3 anni. Quello sì che fu un buon affare.
Bisogna saper far di conto e basarsi sulla razione e non sull’emozione, fare i conti bene prima di parlare.
Gilad non ha mai visto la luce del sole per 5 anni, per evitare che i satelliti israeliani lo trovassero.
Gilad fu ferito nell’agguato e le schegge delle bombe gli rimasero nella carne per 5 anni, non avendo ricevuto alcuna cura medica e portandolo a soffrire atrocemente
Gilad viveva sotto la costante minaccia di morte.
Gliad era ostaggio di una organizzazione terrorista che si ispira alla religione della pace.
Ora:
Gilad al suo ritorno non sorrideva.
Gilad aveva perso 17 chili
Gilad la prima cosa che fa una volta sceso dall’aereo è stato il saluto militare al nostro primo ministro Benjamin netanyahu, con la divisa dello stato di israele, saluta e poi sviene
Gilad non si convertì a nessuna religione, eppure lì sì, forse lo avrebbe salvato.
Gilad ha sofferto.
Gilad sull’aereo che lo riportò a casa si cambiò e si mise l’uniforme del suo paese, ma sarebbe bastata pure una maglietta ed un paio di jeans, certo non con l’uniforme dei suoi carcerieri.
A chi dice che Silvia è venuta vestita con abiti somali, invito a cercare su Google ‘Somali Clothes’ e non troverete nulla di simile a quello indossato da Silvia; piuttosto, la giornalista -Somala- Maryan Ismail, invece denuncia quella tunica e quel colore come l’abito indossato dalle donne sottomesse alla organizzazione integralista religiosa Shabab e denuncia sdegnosamente la passerella mediatica con il simbolo della sofferenza delle donne Somale, e ribadisce che di Somalo quell’abito non ha nulla, gli abiti delle donne Somale sono allegri e pieni di colore e non obbligano a tenere il cappuccio in testa, cercare su google, c’è tutto lì..
Gli insulti verso Silvia restano un abominio, ma allora lo sono anche quelli rivolti ai Marò che poi sono risultati innocenti, anche quelli indirizzati durante certe manifestazioni, ai soldati morti in missione di pace: ”10-100-1000 Nassirya’’ si gridava nelle manifestazioni di una certa sinistra. Si insultava, si insultava gravemente, si insultavano i morti, Silvia è viva, grazie a dio.

LE FAC NIU:

Al suo rilascio Silvia ha detto di non aver subito alcuna violenza e di ciò non possiamo che essere felici, prima si parla di un fidanzato e di una eventuale gravidanza, tutto poi ritrattato.
Se si è fidanzata lì, se ha fatto un figlio (e ha negato assolutamente di aver subito violenza) e se ha potuto studiare e convertirsi, non ci si vede una prigionia infernale, da cosa è stata liberata? insomma non sembra che abbia condotto la vita di schiava. Però potrebbero essere fac niu e si vedrà, comunque in caso, auguri al papà ed al nascituro.
La fac niu sulla gravidanza, spero sia vera e sarebbero affari suoi, perché i figli so piezz’ e core, ma non si fanno in cattività, nei filmato si accarezza la pancia ed ha un gonfiore che fa sperare bene che sia un maschietto o ha solo mangiato troppi fagioli e salsicce in aereo, vedremo.
Tornare vestita da teletubby e dire che è un abito Somalo, è proprio una fac niu e non stupisce che lo abbia detto Miss Stupidaggia Lucarelli, alla quale forse il troppo silicone che ha in corpo gli è finito nel cervello. Cervello da portare in officina anche a chi la segue anyway.
Italiani sempre pronti a ringraziare i nostri carnefici, sempre pronti a farci invadere da tutti.
Sempre servi, schiavi o vassalli, mai altra sorte.
L’episodio di Silvia sarà una grossa molla per molti ad emularlo. Si fa presto a far soldi con gli italiani: vengono qui a far del bene, li rapiamo, ci facciamo dare un sacco di soldi e poi li facciamo tornare a casa con la nostra divisa così ci fanno un po’ di marketing pubblicitario, facendoci fare pure un figurone alla nostra causa: che paese fantastico l’italia.
L’italia storicamente è sempre stata invasa e conquistata da tutti : Barbari, Normanni, Arabi, Austriaci, Spagnoli, Tedeschi e pure quegli imbecilli che vanno in giro con la Baguette sotto l’ascella sudata in estate; tutti hanno reso serva l’italia, solo san Marino non ci ha ancora provato, ma se continuiamo di questo passo…
Col lavoro che avevo in Italia ho avuto la possibilità di viaggiare tantissimo, in moltissime parti del mondo, e ovunque mi trovassi ero sempre accolto così: “Ah Italiano? Piza, Mozarela, Mandolinooo”’.
Beh ora le cose cambieranno, potranno dire: “Piza, mozarela, cretino”.

*Le informazioni sulla Ong di Silvia me le ha fornite Franco Nofori, da 30 (trenta) anni residente in Kenya, consigliere dell’ambasciata Italiana in Kenya.

I dati sui salari dei volontari delle ONG li ho presi da Payscale.com e Guidestar.com

#restiamoNani

#HastalaCicoria

#forzaLecce

(qui)

E due parole sulla ragazzotta viziata la cui voglia di avventura tanto è costata alle nostre tasche e all’immagine dell’Italia

Credo si possa dire: quello di Silvia Romano che, ottenuto un visto turistico per il Kenya, ci è restata e si è messa in pericolo andando in un’area a rischio, è stato un comportamento irresponsabile, anche se non sappiamo quanto sia dipeso da lei e quanto dalla Onlus Africa Milele.
Posto che per tenere compagnia agli orfani vanno benissimo anche le donne africane, perché non è un lavoro che richieda studi universitari, mi pare che a entrare in gioco sia stato lo spirito di avventura, non la mancanza di bambini che in Italia abbiano bisogno di affetto o la mancanza di Africa di donne che possano darlo.
Penso, senza ironia, che abbia fatto bene a convertirsi per salvarsi la vita, o anche solo per ingraziarsi i carcerieri. Penso anche che abbia dimostrato un eccezionale spirito di adattamento, necessario per la sopravvivenza psicologica, creando un legame affettivo con loro, come modo per illudersi di essere circondata da persone buone e non da terroristi feroci.
Posso capire anche che allo stato attuale sia plagiata e quindi non se la senta di rinnegare una conversione fatta in quelle condizioni, e che creda davvero alla bontà dei terroristi e alla genuinità della propria conversione.
Però, da quanto ha raccontato lo zio di Silvia Romano, gli uomini della sicurezza che l’avevano portata in Italia le avevano chiesto di togliersi quel vestito, anzi, quel sacco della spazzatura assolutamente osceno che indossava, prima di scendere dall’aereo. Lei ha rifiutato categoricamente, ritardando quindi lo sbarco e mettendo in scena una passerella che ha fatto la felicità dei terroristi.
Qui è diverso, non le chiedevano di maledire i terroristi o di ripudiare il Corano. Si trattava degli uomini che l’avevano salvata e avevano rischiato la vita per lei. Non ha mostrato per loro né rispetto né gratitudine. non per loro, non per il Paese che l’aveva salvata. Non mi risulta che abbia ringraziato le autorità italiane, gli uomini dei servizi segreti, l’Italia intera, non mi risulta che abbia espresso rammarico per essersi messa nei guai con conseguenze catastrofiche, non solo per lei
Qui non c’entra il plagio. Questo è il comportamento di una persona egocentrica e ingrata , pronta a rispettare i terroristi ma non chi l’ha salvata. Se poi davvero volesse tornare in Africa dopo i disastri che ha, sia pure involontariamente, combinato, ne uscirebbe un quadro ancora peggiore.
Enrico Richetti

E qualcuno nega che siamo in uno stato di polizia (1)

Questa è un’altra ripresa, meno nitida rispetto a quella che chiude questo post, ma cominciata all’inizio della vicenda, e in cui sono più evidenti la violenza subita dalla donna e gli incredibili abusi e soprusi messi in atto dai vigili.

E qualcuno nega che siamo in uno stato di polizia (2)

Lecce, vigilessa interrompe funerale di una 32enne per identificare presenti. La madre: “Una persecuzione”

È accaduto nel piazzale del cimitero durante la esequie di Silvia Ghezzi, morta a 32 anni dopo due anni di lotta contro una malattia rara: “Non erano più di 20, avevano dei palloncini in mano, e rispettavano il distanziamento”
funerale Silvia Ghezzi
di LUCIA PORTOLANO

11 maggio 2020

Una mamma che piange la propria figlia che non c’è più, la bara bianca e una quindicina di persone sparse sul piazzale del cimitero, a debita distanza, per l’ultimo saluto a Silvia Ghezzi ed intanto una vigilessa, con taccuino in mano, chiede nome e cognome ai presenti per poter svolgere i controlli. È accaduto nel piazzale del cimitero di Lecce durante la celebrazione del funerale di Silvia Ghezzi, la ragazza leccese morta a 32 anni dopo due anni di lotta contro una malattia rara.
Durante la celebrazione officiata da don Gianni Strafella nell’ampio piazzale la vigilessa si è avvicinata alle persone presenti e le ha identificate. Non erano più di 20, avevano dei palloncini in mano, e rispettavano il distanziamento richiesto dalle prescrizioni anti Coronavirus. Lo zelo della vigilessa ha amareggiato la mamma di Silvia. La donna, Mimma Colonna ha pubblicato il suo sfogo su Facebook.
“Non è accettabile che avvenga tutta questa persecuzione durante la celebrazione della messa del funerale di mia figlia Silvia – scrive questa mamma – che ha già dovuto sopportare in vita atroci sofferenze e non trovare pace nemmeno nel cimitero durante il suo ultimo saluto da parte dei congiunti che educatamente erano a 3-4 metri uno dall’altro all’aperto, continuare imperterrita a disturbare per chiedere nome e cognome col taccuino in mano mentre il dolore per la perdita della figlia ti attanaglia è veramente deplorevole e squallido”.
La donna riporta l’esempio del cimitero di Bologna dove tutto questo non è accaduto e si rivolge al sindaco di Lecce Carlo Salvemini. “Vengo dal cimitero di Bologna – aggiunge – dove mia figlia è morta e nonostante si celebrassero i funerali nessun vigile a Bologna si è mai permesso di assumere atteggiamenti da campo di concentramento, anzi se si avvicinavano era solo per dare le condoglianze e ricordare le distanze. Allora credo signor sindaco che la prima cosa che manca a questa vigilessa non sono l’apprendimento delle regole del Decreto, ma le basi più elementari della buona educazione, del rispetto del dolore atroce per la perdita di una figlia, del rispetto per la celebrazione funebre e poi non può avere libero arbitrio di modificare le regole a suo piacimento”. (qui)

E qualcuno nega che siamo in uno stato di polizia (3)

Lucia Guida

Le “Mascherine Tricolori” sono liberi cittadini che ogni sabato hanno deciso di incontrarsi senza fare assembramento.
In ogni città d’Italia. Per gridare il proprio dissenso contro un Governo indegno.
A distanza di sicurezza e ciascuno con le mascherine, appunto, stamattina si stava passeggiando tra Piazza del Popolo e Via del Corso, cantando l’inno nazionale.
Tra vetrine di negozi chiusi, sui quali erano affissi avvisi che “non si riaprirà, non siamo in grado senza aiuti”.
Centinaia. A distanza. Camminavano e cantavano l’inno nazionale.
Qualcuno dai balconi applaudiva.
La polizia li ha chiusi, praticamente bloccando la strada con le camionette da una parte e dall’altra.
Lo capiamo che ci hanno tolto la libertà??

 

Sì, il Grande Fratello è arrivato
stay home
Coadiuvato dai suoi servi sciocchi

erri d.l.
(da almeno vent’anni questa faccia mi ispira l’espressione “vecchio mal vissuto”, nonostante sia quasi mio coetaneo – meno di dieci mesi di differenza – e vent’anni fa io girassi ancora gloriosamente in minigonna e tacchi a spillo, raccogliendo ancora qualche robusta fischiata di freni)

E ricordiamo che
asino
e che i coglioni sono sempre in due, e sempre appaiati ma leggermente asimmetrici
Beppe-Sala-Navigli
e che tutti i provvedimenti suggeriti dagli “esperti” e presi dal governo sono ampiamente giustificati, dal momento che abbiamo a che fare con un virus sconosciuto, strano e dai comportamenti bizzarri e bizzosi anzichenò
salti

E infine – perché almeno un angolino alla bellezza vorremo lasciarlo, no? – la cosa più bella che mai potrà capitarvi di leggere su Ezio Bosso.

barbara

SPIGOLATURE 6

Ancora una volta parto con un antipastino leggero, anzi due, uno in Italia, dove per fortuna il senso dell’umorismo non è ancora del tutto morto
brioches
e uno in Israele, dove le mascherine sono obbligatorie
mascherina IL
Passiamo al consommé che, come facilmente comprensibile anche da chi non conosca il francese, significa consumato. Resta da decidere chi o che cosa sia il consumato: il signor Arcuri, consumato attore specializzato in ruoli di fotti-popolo italiano? Il popolo italiano consumato fino all’esaurimento da un governo di cialtroni e farabutti? I farmacisti, coi nervi consumati dall’infinita richiesta di mascherine che non sono stati messi in condizione di poter fornire? Le mascherine, consumate in due ore a causa di un esperto incapace di mantenere le promesse? A voi la scelta.

 

E ora, per riprenderci dalla batosta delle mascherine e di tutto il bordello che vi gira intorno, una bella carbonara, ricca, saporita, nutriente, la meravigliosa notizia che ci ripagherà di tutte le sciagure e di tutte le amarezze: dopo tanti “esperti” da strapazzo abbiamo finalmente un’esperta vera, a prova di bomba
greta-covid
(qui l’articolo)

È arrivato il momento del secondo. Ci sarebbe un arrostino, che però si è cucinato un po’ troppo e si è seccato: è un po’ duro da masticare, ma magari, mentre mastichiamo, abbiamo il tempo di riflettere un po’.

“QUELLO CHE SILVIA ROMANO FACEVA IN KENYA NON AVEVA NESSUN IMPATTO SU NESSUNO” – EDWARD LUTTWAK

Da “la Zanzara – Radio24”

“Anni fa una brava persona è morta per salvare una donna andata in Iraq per scrivere male dei soldati italiani in Iraq. Vorrei dire che gli operativi dell’Aise sono operativi sul serio e chiunque critichi queste cose, non deve criticare loro. I loro colleghi di altri servizi sono molto operativi nei film, ma in pratica non sono operativi. Il peggior aspetto di questo è la collaborazione con i servizi turchi, gli agenti di Erdogan e dell’islamismo. Gli italiani avrebbero dovuto sputargli in faccia, a questi del servizio turco. Questa è una cosa terribile”.

Lo dice Edward Luttwak, politologo americano, a La Zanzara su Radio 24. “Queste persone italiane che si auto nominano Ong – dice Luttwak –  e che vanno a mettersi nei guai, non hanno diritto di esigere questi grandi sforzi. Più dei soldi c’è il rischio per il personale, che non sono lì per fare le bambinaie di queste disgraziatissime persone che vanno proprio lì dove c’è il pericolo. Vi assicuro che quello che questa signora faceva in Kenya non aveva nessun impatto su nessuno.

Io vi do una lista di quartieri a Napoli dove c’è un enorme bisogno di lei… invece lei va a fare  un’avventura personale e poi si fa salvare dallo Stato italiano, e poi com’è successo quella volta con quelle due disgraziatissime Simone, il padre diceva che se vogliono poi tornare in Iran, non è che le blocco. Hanno il diritto di farlo. E così ogni volta lo Stato italiano va lì e paga milioni”.

“Queste  Ong – aggiunge Luttwak –  sono ragazze e ragazzi che vanno in giro con Toyota Land Cruiser da 70.000 dollari, parlano a vanvera, non parlano la lingua, non sanno fare sono alcune ong importanti accreditate? La parola ong vuol dire non governativa. Vuol dire cioè che non è sorvegliata da nessuno. Questi sono giovanotti e giovanotte che non hanno una collocazione nella loro società, e sotto il nome di ong vanno a vanvera nel mondo. Ero in Bolivia e nell’Amazzonia boliviana, ho la mia fattoria di mucche. E vedo questi sbandati delle ong che vanno in giro a fare programmi cretini e poi scompaiono. Raccolgono soldi da qualche cretino e poi scompaiono. Sono una piaga”.

Silvia Romano si vuol far chiamare Aisha: “Un po’ di rispetto, Aisha è la moglie di Mohammed. L’ha sposata quando Aisha aveva sei anni, ma nella biografia ufficiale spiegano che non ha consumato fino all’età di nove anni. Quindi è un glorioso nome Aisha. Un orrore?  No, è una cosa bellissima. Adesso sento che questa vuole ritornare lì per farsi catturare di nuovo per essere liberata di nuovo. E magari c’è un genitore in giro, come ha fatto con le due disgraziatissime, che dice se mia figlia vuole ritornare io non è che la blocco.

Se dovremmo impedire a queste persone di tornare lì? No, no, bisogna pubblicare una notizia oggi, in giro per il mondo, che se tu sei un cittadino italiano, che ti chiami ong o non ti chiami ong, Ciro o Giro, tu devi contattare il consolato italiano più vicino, e se il consolato ti avvisa che è pericoloso essere dove sei, se tu non ritorni a casa il consolato italiano non può più tutelarti”.

Molti italiani sono rimasti infastiditi nel vedere la Romano vestita in maniera islamica? Tu sei un razzista del peggior tipo, sei un anti islamico. Lei si chiama Aisha che era la moglie di Mohammed. Che ha sposato a sei anni, consumato a nove. Questa è una parte importante. Io sto citando la biografia ufficiale del mondo religioso islamico. Lui ha detto guarda che non sono un pedofilo perché non ci ho fatto niente fino all’età di nove anni. Ma a me preoccupa solo un fatto, di aver collaborato coi puzzolenti turchi, i peggiori turchi del mondo, ci sono turchi belli e brutti. I più brutti sono quelli del servizio turco”. (qui)

Come ha ricordato qualcuno, lei era lì per intrattenere bambini (e, come ha ricordato Silvana De Mari e come tutti noi possiamo verificare girando per google immagini, farsi i selfie col negretto), perché sicuramente non si sono donne africane capaci di badare a un gruppetto di bambini. E siamo arrivati al dessert, per il quale propongo una bella torta alla panna, ben sostanziosa.

Urgono uomini seri

C’è aria di guerra civile in Italia. Una brutta aria di odio e d’insofferenza. Si sta scavando un fossato incolmabile tra italiani. Riassumo gli ingredienti o le stazioni che portano all’odio radicale. In primis le restrizioni e i divieti anche assurdi hanno lasciato un segno e una scia sul corpo e la mente degli italiani; poi le carenze sanitarie più elementari unite alle clamorose cialtronerie di commissari, ministri e task force; aggiungi la mancanza assoluta di strategia, prevenzione e test per governare il futuro ma tutto è affidato ai cittadini e alle loro limitazioni. Poi la drammatica situazione economica e sociale per famiglie e imprese, le tante aziende che non apriranno, i tanti che non riavranno il lavoro, l’impossibilità di far rinascere esercizi con quelle restrizioni, quei costi e quelle cadute. Intanto una legge libera fior di delinquenti dalle carceri e persino criminali in cella d’isolamento, che non erano a rischio di contagio; proprio mentre venivano inseguiti sulle spiagge come criminali innocui bagnanti, sporadici avventori o isolati corridori. Unisci questo quadro alla vanesia, fanfarona, irritante esibizione del governo, gli show inconcludenti su aiuti che non arrivano mai.

Se a tutto questo unisci vicende dell’assurdo come la liberazione di Silvia Romano, con pagamento ai terroristi per finanziare le loro imprese e le loro armi, il ritorno dell’ostaggio da moglie di uno di loro e credente nella religione dei suoi stessi carcerieri nella versione più feroce e antioccidentale, insieme all’autoincensarsi del governo che sfrutta l’occasione per farsi uno spot e una passerella, col premier e il ministro degli esteri che sgomitano per prendersi la vetrina, il codazzo di media allineati e vescovi inclusi, ti accorgi che la polveriera sta per esplodere. Non c’è più dissenso ma disprezzo, livore.

Su quest’ultimo caso ho letto giudizi sprezzanti che trasudano odio tra due Italie che non si parlano più ma si sputano, si schifano, si disprezzano. Agli uni pare civile, umano e misericordioso gioire per il ritorno a quelle condizioni dell’ostaggio e pare invece bestiale, infame e incivile chi ne mostra il conto, il rischio, la beffa. Agli altri, e ci sono anch’io tra questi, magari con toni e argomenti un po’ diversi, pare assurdo che una prigioniera torni con la divisa dei suoi carcerieri, che vanti il trattamento ricevuto, che ostenti anche nelle vesti il disprezzo per il mondo in cui è tornata e che ha pagato il riscatto e rischiato vite umane per riportarla a casa. Ma poi leggi i commenti dell’altro versante, anche di persone fino a ieri abbastanza equilibrate che provano schifo per chi fa queste elementari considerazioni, per chi ricorda le vittime del terrorismo e le volte che non abbiamo voluto pagare riscatti per non cedere ai terroristi, lasciando morire anche leader nazionali. A vergognarsi, per costoro, dovrebbe essere chi lo denuncia…

Allora ti accorgi che qualcosa si è rotto, il malessere sta facendo saltare i nervi a tutti e ci sono due vulcani pronti a eruttare, l’un contro l’altro armati. C’è un’aria terribile. Lo vedo anche nel mio caso personale, lo riconosco: non riesco più neanche ad ascoltare programmi come quello della “vipera tirolese” o simili, a vedere i tg filogovernativi o ad ascoltare, solo ad ascoltare, la voce del gagà di governo, di gigino, di fofò, della sinistreria assortita. Sono stato spesso all’opposizione, in aperto dissenso, non mi sono mai risparmiato nelle polemiche. Ma non mi era mai capitato di scendere a questi livelli d’insofferenza radicale e vedo che sta capitando anche dall’altro versante. Ed entrambi riteniamo di avere piena ragione.

Ma che ci sta succedendo? Dove ci porterà questo clima se si aggraveranno, come temono in tanti, le condizioni sociali ed economiche del paese e la depressione diffusa muterà in rabbia? Il dissenso verso questo governo ormai va ben oltre la critica e la richiesta di farlo cadere. La gente vorrebbe vederli sparire, mandarli a casa a calci nel sedere, se non in galera, perlomeno nello stesso carcere in cui è stato confinato il popolo italiano oltremisura. Penso alla sventura di un paese che sta attraversando il peggior momento della sua storia repubblicana col peggior governo che potesse capitare. Con più incapaci, cialtroni, quaquaraquà, ignoranti e presuntuosi mai avuti nella sua pur assortita storia.

Come pensate che si possa ricucire questo paese e riportare nella normale vita di una democrazia i dissensi e le divergenze? So che molti di voi sognano una svolta radicale, una sterzata elettorale, un’inversione di marcia. Lo capisco, d’istinto lo dico anch’io. Ma lasciate che vi dica una cosa: siamo arrivati a un punto che non si tratta più di destra e sinistra, di sovranisti e globalisti, di populisti e no. Urge affidare il paese nelle mani di persone serie. Abbiamo un elementare assoluto bisogno di gente seria. Seria, non dico altro. Una parola semplice e complicata. Serietà. Persone consapevoli della loro responsabilità, che non vendono fumo, che spengono gli odii, che mantengono gli impegni assunti, non vogliono raggirare nessuno. Voi direte sì, ma devono essere capaci, competenti, adeguati. Basta che siano seri. Perché una persona seria se capisce di non essere all’altezza non si assume il compito di guidare un paese, e in questo momento poi; e una persona seria nei campi in cui non ha competenza, si affida a persone serie, li investe di serie responsabilità. I buffoni, i mestatori e i dilettanti al potere sono gente priva di serietà.

Noi abbiamo bisogno di gente seria, il coraggio della serietà. Altrimenti quelli “seri” arriveranno da fuori. Poi ragioniamo sul resto, ma è necessario che al più presto si concordi un cambio di guardia per un governo autorevole composto da gente seria. Perché la situazione, come si usa dire, è grave ma non è seria.

MV, La Verità 13 maggio 2020, qui.

Aria da guerra civile. Ed ecco questa scena ripresa a Salerno, dove una donna è stata sorpresa dalle forze dell’ordine senza mascherina, diciamo una grappa ad almeno 50° buttata giù nello stomaco in un’unica sorsata e fatta lì esplodere:

 

Sì, l’esasperazione è ormai arrivata a un punto tale che non si ha neppure più paura delle possibili conseguenze. E non è interessante constatare che se si ribellano decine di persone tutte insieme, quei vigliacchi non hanno il coraggio di fare niente, esattamente come non fanno niente agli africani che spacciano, capaci di scatenarsi solo con il singolo, tanto più impreparato a difendersi quanto più consapevole di non avere commesso alcun illecito, per non parlare di reato? Prendiamone nota, e facciamone buon uso.

barbara

VI CONQUISTEREMO COL VENTRE DELLE VOSTRE DONNE

Qualcuno ha scritto che “si accarezza teneramente il ventre”: voi ci vedete tenerezza? Io ci vedo fierezza, ostentazione, sfida; la mano non sta sfiorando la pancia, la sta sottolineando, facendo risaltare, con quello sguardo di sfida, di chi è certo di essere dalla parte vincente, che non di rado vediamo nelle donne musulmane intabarrate dalla testa ai piedi che si aggirano per le nostre strade, nei nostri mercati.

Aggiungo la seconda parte di un altro eccellente articolo del sempre eccellente Max Del Papa.

Adesso è epoca di lockdown, vietato radunarsi ma al Casoretto c’è gran fermento*: aspettano il ritorno di Aisha, non più Silvia, con grande spiegamento di forze dell’ordine comprese le guardie municipali ma nessuno multa nessuno, nessuno disperde nessuno: non è assembramento, è democrazia, si vede che la folla di onghettinebellaciao, grillini, facciamorete è immune al virus. Arriva Aisha, non più Silvia e saluta la folla, non la benedice perché quella non è più la sua religione però manda baci, scocca sorrisi, sale in casa, s’affaccia alla finestra: per la Madonna, quella che canta, non l’altra, ci sarebbe meno euforia, meno isteria. Il mondo osserva e pensa: questa è tornata diversa, vestita da islamica somala, si è convertita, dipinge i suoi carcerieri, gente di al-Shaabab, una formazione terroristica radicale, come prossimi, per non dire congiunti, annuncia la volontà di tornare subito indietro e gli italiani piegati da una crisi irreversibile, fiaccati da due mesi di isolamento, la portano in processione.

Amen, guai a chi non sta bene, la parola d’ordine è: gioire per il ritorno di “una vita umana”. Ma questo, se può essere un punto di partenza, indiscutibile, condiviso, non può essere anche l’arrivo, non può chiudere il cerchio dei conti, delle questioni sospese. Il ritorno d’immagine, come più volte precisato, è esaltante per l’Islam radicale quanto devastante per l’Occidente cristiano; l’operazione propagandistica perfetta, avallata dagli sciagurati governanti nazionali, gente che cercava di scavalcarsi, di arrivare prima, Conte e Di Maio a tirarsi gomitate pur di figurare con la figliol prodiga ma non redenta. Una scena avvilente, degna non di uomini di stato ma di bambini dell’asilo. Una scena che, comprensibilmente, ha indispettito oltre misura l’amministrazione americana che, secondo quanto trapelato da fonti coperte ma autorevoli, avrebbe diffidato l’Italia dal riscattare la ragazza che non si considerava più ostaggio ma del tutto calata nella sua nuova condizione, convertita, legata alla comunità locale, probabilmente plagiata ma irreversibilmente risoluta. Lo Stato italiano non ha ascoltato, ha preferito assecondare la propaganda turco-islamista confidando in una demenziale ricaduta positiva sui tenutari del potere. Almeno alcuni. Ma già pochi giorni prima Mike Pompeo, il segretario di Stato Usa, era stato chiaro: ragazzi finitela di flirtare con la dittatura cinese, finitela di consegnargli le vostre strutture ed infrastrutture a cominciare dal 5G, ricordate che fate ancora parte dell’Alleanza atlantica. Niente da fare, Conte, che si sente un ibrido tra Napoleone, Churchill e, forse, Manuel Fantoni, quello che s’imbarcò su un cargo, ha preferito lo schiaffo plateale. Sono cose che dall’altra parte del mare non si scordano e Trump non è tipo che dimentica. [Pagheremo caro, pagheremo tutto. Come se già non stessimo pagando abbastanza per colpa di questa banda di cialtroni inetti insediati dal Cialtrone Capo per impedire che andassimo al voto]

Ad aggiungere farsa a disastro il notorio tempismo del Pd che pensava bene di stampare al volo manifesti di taglio elettorale con l’effigie di Silvia Romano. Senza sospettare che Silvia non esisteva più, ormai c’era Aisha, una che si esprime da moglie bambina del Profeta. Non ci sono parole pulite per definire un simile svarione, forse solo “puttanata” rende, lontanamente, l’idea; in un passaggio nel quale gli italiani sono esasperati per le allettanti promesse di un governo che puntualmente le disattende, li dimentica, li piglia in giro. Non è, si badi bene, questione dei 4 o 5 milioni per il riscatto – che comunque serviranno ad alimentare nuovi sequestri, nuove stragi, nuovi eccidi di innocenti, nuovi massacri di donne, di omosessuali, di infedeli. È il principio, è l’incongruenza, la spregiudicatezza sfacciata, offensiva di un governo che corre alla corte di una ragazza mandata, diciamo anche questo e diciamolo chiaro, allo sbaraglio dalla ong di turno, mentre ostenta disinteresse per i suoi cittadini. Aisha, nel tempo in cui era Silvia, fu una ragazza occidentale come tante: carina, curata, aveva lavorato per un periodo in una palestra del quartiere, in via Feltre. Poi qualcosa è successo o forse è uscito fuori ciò che già covava, la folgorazione per il volontariato, la scelta africana, in un villaggio sperduto, denso di pericoli, vicino ad una base terroristica. Curioso e in certa misura egocentrico modo di risolvere i problemi di un continente. “Ah, come, adesso neanche aiutarli a casa loro va più bene?” provocano gli umanitari dalla logica di legno. Chiamali aiuti: non l’immane lavoro dell’emancipazione, le riforme profonde, la promozione sociale e culturale, le infrastrutture, la laicità, l’affrancamento da una sottopolitica tribale, ma far giocare i ragazzini con le canne di bambù.

Ma se osi scriverlo ti garantisci puntuali accuse di odiatore, di sciacallo. Invece Gad Lerner che scomoda in quel modo sgangherato la memoria di Fausto e Iaio “che oggi gioiscono con noi”, è della famiglia degli agnelli. No, se sei un giornalista e non un equilibrista hai il dovere di porti e porre il problema delle conseguenze di una situazione allucinante, di considerare lo scenario nelle sue ricadute strategiche, geopolitiche, di sottrarti alla superficialità troppo comoda di chi risolve tutto con la gioia per il ritorno di “una vita umana”. Dopo la fine di Bin Laden, al Qaida aveva perso smalto, soppiantata dall’Isis del califfo al Baghdadi, perfino più spietata e più feroce. Ma con Isis allo sbando, al Qaida torna a rivendicare l’egemonia della polveriera fondamentalista. Dopo la trionfale propaganda che ha avuto come strumento Aisha, non più Silvia, quante decine di migliaia di fanatici, di balordi, di suggestionabili correranno ad affiliarsi ad al Qaida? Con quali conseguenze? (qui)

* Se avete sufficiente stomaco guardate la prima manciata di minuti qui (NOTA: non sono sicura di avere sentito bene, ma per ogni evenienza suggerisco a credenti e persone sensibili di azzerare l’audio). Più di qualche minuto dubito che qualcuno possa resistere senza vomitare.

Qui qualche interessante notizia su Lilian Sora, fondatrice della scalcinata ONG di cui faceva parte Silvia Romano, e sugli scalcinati e velleitari volontari che si buttano sull’avventura africana. Che poi, non per voler fare a tutti i costi la lombrosiana, ma voi affidereste i vostri soldi e le vostre vite a una con una faccia così?
lilian sora
Un’ultima cosa. Mi è stato segnalato un video, chiedendomi un parere sulla sua autenticità, in cui una ragazza, identificata come Silvia Romano quattro anni fa, cammina nuda per la strada, spiegando a chi la ferma che quello è un esperimento sociale, fatto per dimostrare che la gente è buona. La ragazza effettivamente assomiglia molto a Silvia Romano, e anche la vocetta stridula da ochetta giuliva assomiglia, però il tatuaggio sulla spalla è molto più grande e colorato, e dell’assoluta perfezione del corpo non trovo riscontro nelle foto in calzoncini e canotta di Silvia Romano reperibili in rete, quindi non penso che sia lei. Ma, mi chiedo: e se anche lo fosse? Che cosa vorrebbe dimostrare questo video? Che cosa ha a che fare con la vicenda in cui è stata coinvolta? Qual è lo scopo della sua messa in circolazione? Non ne abbiamo già abbastanza di sciacalli in giro?

barbara

QUALCHE ALTRA DOMANDA

Domanda N° 1

Perché ci sono fotografi che sentono il bisogno di scattare, e giornali di pubblicare, foto prese col teleobiettivo che trasforma persone sgranate in 150 metri in un’ammucchiata di pazzi incoscienti concentrati nel mio soggiorno?
foto tarocche 1
foto tarocche 2
foto tarocche 3
(qui tutta la documentazione) Non staranno per caso prefabbricando un alibi per colui che regna colà dove si puote ciò che si vuole, che per ora ha magnanimamente concesso di aprire un filino il rubinetto ma avverte minaccioso che se non ci comporteremo bene tornerà a chiuderlo? Non gli staranno fornendo il pretesto per richiuderlo quando e come vorrà con la motivazione, “documentata” da quelle immagini, del pericolo rappresentato dal nostro incosciente, sconsiderato e criminale comportamento?

Domanda N° 2

Lo sapevate che si può guarire per decreto ministeriale? No, eh?

Posso solo aggiungere che mio marito, è uscito dall’ospedale dove era stato ricoverato per covid con la solita lettera di dimissioni dove oltre alle cure e all’anamnesi medica stava scritto: “guarito come da decreto ministeriale n 6658 del 26/02/2020”. (qui)

Domanda N° 3

Come mai non si trova un giornalista che sia uno capace di fare le pulci al governo? Semplice: perché sono impegnati a tempo pieno a tentare di farle all’opposizione, venendone peraltro asfaltati alla grande

E notiamo, per inciso, che l’opposizione risponde alle domande, risponde puntualmente, e risponde nel merito, a differenza di chi sta al governo
conte bergamo
Domanda N° 4

E a proposito di governo, la protezione civile chi dovrebbe proteggere? Perché quando leggo che spende, pagando anticipatamente, 12 milioni di euro nostri per comprare dalla Cina del materiale che poi viene bloccato perché è difettoso e noi qui senza materiale e senza soldi, io qualche domanda me lo faccio (e colgo l’occasione per spiegare a Elena che questo è esattamente il motivo per cui mi sono ben guardata dal comprare il vostro libro: per il destinatario che avete scelto per la vostra opera di beneficenza. Soldi miei in mano a quella gentaglia, neanche morta).

Domanda N° 5

Perché questo è un reato da punire con una multa di 400 euro a testa
ristoratori
e questo
x Silvia 1
x Silvia 2
no?

Domanda N° 6

Che è una domanda con molte ramificazioni, ma metterò tutto insieme, e riguarda la vergognosa vicenda di Silvia Romano. Parto da un paio di considerazioni in parte anche personali.

Silvia Romano non era una “volontaria”. Volontario è il medico, l’infermiere, l’ingegnere, il geometra, che nel mese di ferie anziché andarsi a spaparanzare sulla spiaggia o fare qualche bel viaggio esotico prende un aereo (a spese proprie!) e se ne va in Africa, in Sud America, nel Sudest asiatico a fare gratuitamente il suo mestiere a favore delle popolazioni bisognose. Silvia Romano era andata con una ONG, profumatamente pagata. La sua qualifica era quella di “cooperante”; anche la mia qualifica in Somalia era quella di cooperante, ossia partecipante al programma di cooperazione allo sviluppo, e col mio lavoro, nel quale avevo dieci anni di esperienza, ho contribuito a mettere centinaia di studenti in condizione di poter frequentare l’università e diventare medici, veterinari, ingegneri, biologi eccetera. Il mio stipendio era quasi il quadruplo di quello che percepivo in Italia.

Quello che indossa Silvia Romano non è un tipico abito somalo, i tipici abiti somali sono questi
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Poi sono arrivati gli Shabaab e hanno imposto tutt’altro. Qualche giornalista, pescando evidentemente parole colte nell’aria senza sapere di che cosa si sta parlando, ha chiamato “dirac” il telone copri-auto color verde terrorismo islamico che Silvia Romano porta addosso:
telone
no, il dirac è l’abito che porta la bidella a destra appoggiata al muro: non assomiglia tantissimo, vero? E non è un dirac neanche l’abito che ha sotto il telone (che ha le maniche lunghe).

E passo alle domande vere e proprie: quale sarebbe la cosa da festeggiare? L’avere regalato 4 milioni di euro ai terroristi islamici? Quanti respiratori ci stanno dentro, in quella cifra? Quanti aiuti a commercianti e artigiani che stanno portando al monte di pietà catenine e fedi nuziali perché non hanno da mangiare? E quanta gente morirà con le armi ed esplosivi comprati con quei 4 milioni? O forse c’è da festeggiare il debito morale, che non mancherà di essere concretizzato, che abbiamo contratto con la Turchia?

E perché l’ex Silvia ha immediatamente voluto dichiarare “chiamatemi Aisha”? Ricordate le prime parole di Domenico Quirico? “Non siamo stati trattati bene”. Un prigioniero può dire e fare qualunque cosa per salvarsi la vita o alleviare i tormenti della prigionia, ma dopo il ritorno? Chi ci garantisce che tanto entusiasmo non sia sincero e non l’abbiano trasformata in una combattente al loro servizio? E, a proposito del suo essere stata trattata bene, chi è che le ha tirato un pugno in un occhio circa 10-12 giorni fa?
Silvia occhio
E davvero quella di essere rapita è stata una imprevedibile disgrazia? Davvero lei non ha fatto niente perché ciò accadesse? Leggiamo un po’ qua:
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Ait2
Eccola qua dunque, l’ochetta viziata e velleitaria, che invece di cercarsi un lavoro e fare del volontariato nel tempo libero – come tante brave persone che conosco – sceglie di fare la “volontaria” di professione, ben pagata, senza regole, che si sa che le regole sono di un fastidioso signora mia, ma di un fastidioso guardi, uscendo la sera, alzandosi quando voleva, e che per poter vivere senza quelle fastidiose regole sceglie di andare in un posto che le viene sconsigliato in quanto più pericoloso del precedente. E poi le faccio dire due parole da Silvana De Mari:

E concludo con quest’ottima analisi di Federico Punzi.

Silvia Romano consegnata ai servizi turchi. Non una brillante operazione di cui andare fieri, ma una resa ai terroristi

Una ragazza partita in canottiera per far del bene in Africa, torna ricoperta dalla testa ai piedi con un lenzuolo verde, una tunica indossata dalle donne somale islamizzate nei territori ancora controllati dagli al Shabaab. Si è convertita all’islam durante la sua prigionia. Costretta, secondo le prime cronache. Per libera scelta, dirà lei agli inquirenti una volta rimessi i piedi in Italia. “Ho chiesto io di avere il corano, ho anche imparato qualche parola di arabo”. Secondo qualcuno costretta anche al matrimonio islamico con uno dei suoi carcerieri, ma lei smentisce. Altri l’hanno notata, nelle riprese televisive di ieri a Ciampino, mentre si accarezzava teneramente il ventre.
Lo diciamo subito a scanso di equivoci: non si lascia una connazionale nelle mani dei tagliagole islamici. C’è un però. Ed è un però che riguarda lo status del nostro Paese, un dato che ci deve interrogare come comunità. La consapevolezza che il denaro consegnato a quei tagliagole metterà in pericolo molte altre vite, italiane ma principalmente africane. Italiani che si sono messi in gioco, per lavoro o per volontariato, in zone del mondo a rischio. E africani che rischiano tutti i giorni di essere trucidati da jihadisti da noi rinforzati nelle loro casse e nella loro immagine. Questo è purtroppo un argomento che, per quanto si possa gioire per il ritorno sana e salva di una ragazza di 25 anni, non può essere eluso nel dibattito pubblico.
Il ritorno di Silvia è una festa per la sua famiglia e non potrebbe essere altrimenti, ma è una resa per la Repubblica italiana e il mondo civile.
Trattare con i terroristi islamici di al Shabaab, affiliati ad al Qaeda e tra i più sanguinari, che in Africa – forse non tutti lo sanno – si sono macchiati di stragi orrende di uomini, donne e bambini, ed eventualmente pagare un riscatto, è forse una via obbligata, ma non un qualcosa che possa essere ostentato e celebrato all’aeroporto come una brillante operazione di cui andare fieri e da sbandierare al mondo intero. Anche perché, come spiega bene Romana Mercadante nella sua nota, [articolo che raccomando di leggere] non è il riscatto in sé, è la passerella mediatica del presidente del Consiglio e del ministro degli esteri a mandare un messaggio devastante. Il messaggio di un governo pronto non solo a pagare i terroristi, ma anche a prestarsi alla propaganda jihadista (tale è stata riabbracciare festanti un ostaggio convertito all’islam, non si sa bene come, dopo 18 mesi di prigionia, sceso dall’aereo con indosso una tunica islamica), pur di trarre un qualche vantaggio in termini di consenso da un lieto fine dal punto di vista umano e famigliare, ma non certo politico. Certe cose, se si fanno, si fanno in silenzio e poi non si sbandierano ai quattro venti.
La foto che vedete di Silvia Romano
silviaromano
è stata scattata molto probabilmente in Somalia, subito dopo la sua consegna da parte di chi l’ha tenuta in ostaggio per 18 lunghi mesi. La ragazza è ripresa sul sedile posteriore di un pick-up e indossa un giubbetto antiproiettile turco.
Pubblicata dall’agenzia di stampa Anadolu, ieri sera ha fatto il giro di tutti i media turchi, ma sui social italiani l’ha rilanciata Mariano Giustino, il corrispondente di Radio Radicale dalla Turchia.
Questa foto suggerisce un ruolo ben più centrale dei servizi segreti turchi nella conclusione della vicenda, non un semplice “aiuto”. E cioè, che siano stati proprio i turchi a prelevarla e poi consegnarla alle autorità italiane. I nostri servizi non c’entrerebbero quasi nulla, se non per la richiesta d’aiuto avanzata nel dicembre 2019 all’intelligence turca (Mit) per rilevare e portare in salvo l’ostaggio. Insomma, l’operazione conclusa con successo sarebbe turca, solo i soldi italiani.
E questo dovrebbe suonare come un campanello d’allarme: in Somalia, così come in Libia, per combinare qualcosa dobbiamo telefonare ad Ankara. Il che la dice lunga sulla nostra irrilevanza persino nelle nostre (ormai ex) aree di influenza.

Federico Punzi, 11 Mag 2020, qui.

Parafrasando quel vecchio film, mio Dio come siamo caduti in basso.

barbara