OGGI È LA GIORNATA MONDIALE DELLA SINDROME DI DOWN

Inizio con questa testimonianza, trovata un paio di mesi fa.

Io, italiana a Londra, ho resistito ai medici che volevano farmi abortire

«È iniziato tutto quando ho fatto la prima ecografia più specifica e hanno visto due cisti nel plesso coroideo, cioè nel cervello della bambina. Mi hanno detto che queste cisti possono indicare una sindrome del feto, a volte spariscono e a volte no». Inizia così il racconto di una ragazza-madre italiana, trasferitasi a Londra da alcuni anni, che ci racconta al telefono le paure e le pressioni subite durante la gravidanza, specie dalla 20^ settimana in avanti, quando le fu fatta l’ecografia citata.

La chiameremo “Anna”, un nome di fantasia, perché la giovane preferisce per ora mantenere l’anonimato, dal momento che la sua bimba è una neonata di poche settimane e la madre teme che la sua denuncia del comportamento del National health service (Nhs), il servizio sanitario britannico, possa mettere in qualche modo a rischio la vita della bambina. Al tempo stesso non vuole che il suo dramma rimanga nascosto, perché l’ingiustizia subita da lei e dal frutto del suo grembo apra uno squarcio su un sistema divenuto disumano. Ma perché questa denuncia? Perché da quell’ecografia Anna ha subito diversi condizionamenti dal personale sanitario, volti a farla abortire. Grazie a Dio, ha avuto la forza di resistere.

La prima reazione di Anna al risultato dell’ecografia è informarsi. Inizia a fare ricerche su Internet, trovando conferma che le cisti si presentano anche con bambini senza alcuna anomalia cromosomica. «Quindi io ho deciso di essere positiva, anche se la notizia ti colpisce molto perché nessuno vuole problemi di salute per il bambino», ci dice lei. Ha la speranza che il bimbo nasca sano ma anche nel pieno del suo calvario, come vedremo, Anna esprimerà la decisione di proseguire in ogni caso la gravidanza, comprendendo l’infinita dignità della creatura che si stava formando dentro di lei. Una concezione della vita umana evidentemente non condivisa dai medici e dalle ostetriche che l’hanno seguita. All’ecografia della 20^ settimana segue a stretto giro un altro controllo, in cui «il dottore mi ha detto che la bambina aveva un altro sintomo della sindrome di Down oppure di Edwards».

Al termine di ogni visita successiva la giovane uscirà sempre con un carico di preoccupazione. «Ogni volta che andavo all’ospedale a fare ecografie trovavano qualcosa di anomalo alla bambina e così io ogni volta mi deprimevo perché era un problema dopo l’altro, non capivo come fosse possibile». A un certo punto le danno anche una psicologa, ma «ci sono andata solo la prima volta. Poi mi sono resa conto che non mi serviva e che se io ero depressa era solo a causa loro, quindi non avevo bisogno della psicologa». L’ansia che la prende ogni volta che mette piede in ospedale la induce ad affidarsi a un’altra struttura, sempre a Londra, che è comunque collegata alla prima. Cambia il personale, ma non l’atmosfera, di fatto impregnata di eugenetica.

All’ottavo mese di gravidanza le pressioni raggiungono il culmine. «All’ottavo mese ho fatto un’altra ecografia e mi hanno detto che la crescita della bambina era troppo lenta, dicendomi che si trattava di un altro sintomo della sindrome di Down. In realtà la mia bambina era nei parametri, solo che la facevano più tragica di quello che era, dicevano che cresceva troppo lentamente. Eppure il problema all’intestino si era risolto, le cisti erano state assorbite, ma continuavano a dipingere un quadro tutto loro. Mi dicevano di aver misurato il femore e l’omero, sostenendo che fossero troppo corti e che anche questo fosse un sintomo della sindrome».

Abbiamo chiesto ad Anna se almeno uno tra il personale medico, nell’ipotizzare che dentro di lei vi fosse un bambino affetto da trisomia, l’abbia mai consigliata di proseguire la gravidanza: «No, nessuno. Ho parlato anche con le ostetriche e ho chiesto loro un parere più umano, perché le ostetriche dovrebbero essere, come dire, più vicine alla mamma, meno fredde dei dottori, ecco. Perciò ho chiesto loro: “Voi cosa pensate personalmente?”». La loro risposta è stata semplicemente che le probabilità che la bimba nascesse con la trisomia 21 fossero «molto alte», ma nessuna l’ha incoraggiata a vedere il dono ricevuto con quella piccolina, anche nel caso di una sua malattia.

Il che è l’ennesima conferma del baratro in cui sono scivolate le nostre società occidentali, aprendo le porte all’aborto libero, ormai in evoluzione verso l’eutanasia “libera” e non richiesta, come ricordano i recenti omicidi nel Regno Unito di Charlie Gard, Isaiah Haastrup e Alfie Evans («è una società spartana», commenta Anna quando le citiamo questi casi), frutto di una cultura che pretende di sostituirsi a Dio e rimuovere il dolore – e con esso le vite umane che lo incarnano – dalla nostra vita terrena. Facendo dimenticare che proprio il dolore che spesso accompagna la condizione dei bambini ammalati – così fragili e così bisognosi di amore, che pure da loro (se accolti) promana come da una sorgente – li rende particolarmente legati al mistero di Gesù crocifisso e risorto, come già insegnava splendidamente il beato don Carlo Gnocchi.

Ma torniamo alla storia di Anna e al suo particolarissimo ottavo mese di gravidanza, quando alle nuove ansie generate in lei dai pareri medici risponde facendo nuove ricerche. «Veramente ho fatto delle ricerche pazzesche, ho visto che nell’ultimo mese è pure difficile stabilire la lunghezza effettiva delle ossa perché il bambino ormai è grande e nella pancia si fa più fatica a vedere le misure che corrispondono alla realtà perché il bimbo è tutto aggrovigliato». A un certo punto la giovane si sente rivolgere una proposta shock: «Perché non fai l’amniocentesi?». Anche qui la donna si mostra informatissima: sa che il prelievo di liquido amniotico è una misura rischiosa (frutto della cultura eugenetica di cui sopra) e può portare all’aborto spontaneo a inizio gravidanza o anche, all’ottavo mese, alla prematura rottura  delle acque. «E questo non era un rischio che volevo prendere, perché gli ho spiegato che la gravidanza l’avrei portata avanti fino alla fine, preferivo non rischiare e fare crescere il bambino». La replica del personale ospedaliero è raggelante: «Ma sei sicura? Dovresti fare l’amniocentesi».

Anna deve resistere ancora, risponde ancora di no, «perché comunque è un bambino». Ma nonostante la sua determinazione, le pressioni non finiscono. È allora che la portano in una stanza, «una stanza diversa da tutte le altre stanze», ricorda, «una stanza appartata, dove una dottoressa, che avrà avuto più o meno la mia età, mi ha detto: “Guarda, se vuoi c’è la possibilità di terminare la gravidanza”. Io ero sconvolta e ho detto: “Cosa? Ma sono all’ottavo mese, com’è possibile?”». Anna era infatti convinta che l’aborto fosse legale entro tre mesi dal concepimento, non sapendo che sotto ciò che viene chiamato ipocritamente «aborto terapeutico» si celano le più grandi mostruosità e che i termini dell’aborto indotto vengono estesi, anche solo per “prassi” (e non solo nel Regno Unito), addirittura fino al terzo trimestre. Da lì la risposta della dottoressa inglese: «Sì, è possibile, nel caso il bambino presenti grossi problemi fisici, se per esempio gli manca qualche organo vitale o ha una malformazione grave e non può vivere a lungo». Tutte motivazioni che mai possono giustificare la soppressione di una vita innocente.

Tra l’altro, di fronte a quella proposta diabolica, Anna non perde la lucidità, anzi rimane salda ribattendo alla dottoressa che comunque «la mia bambina non ha questi problemi. Ci sono dei sintomi ma anche questi non danno la prova che la mia bambina abbia effettivamente la sindrome, quindi in base a cosa dovrei abortire, in base a una teoria? Come fate a proporre questa cosa? In ogni caso, non avrei abortito nemmeno se mia figlia fosse stata Down, e questo gliel’ho detto». Ripensando a quei momenti, la giovane mamma ricorda bene il senso di ingiustizia vissuto «perché certe donne prendono paura e in un momento di debolezza possono essere indotte a seguire il consiglio del dottore. Nel mio caso, e anche in altri casi perché ho parlato con altre persone, hanno proposto l’aborto senza nemmeno che vi fossero effettivamente malformazioni, ma solo in base alla loro teoria».

Oltre all’esperienza personale di Anna si può ricordare il recente caso, riferito dal Daily Mail, di una coppia inglese, Jordan e Jonathan Squires, a cui durante la gravidanza del loro piccolo Jay era stato consigliato di abortire perché i medici erano convinti che il bimbo avesse la sindrome di Down: anche gli Squires hanno rifiutato l’aborto e detto che avrebbero amato il figlio a prescindere dalla sua salute. Tra l’altro Jay, che farà due anni a febbraio, non presenta alcuna trisomia.

E la bimba della nostra Anna? È venuta alla luce con un parto naturale, in perfetta salute. Il parto è avvenuto nel secondo ospedale, in presenza di personale sanitario che la giovane mamma italiana non conosceva, avendo fatto in quella struttura solo l’ultima parte del suo percorso. Sono seguite le visite del pediatra e un’altra di controllo il giorno successivo, senza che venissero riscontrati segni fisici o altre particolarità tipiche dei bambini nati con qualche forma di sindrome. Chiediamo ad Anna come stia ora: «Io sto bene adesso», ci spiega. «Il problema è stato quello che ho passato durante la gravidanza, che è stata completamente rovinata, e non è giusto perché quello che ho sentito io l’ha sentito anche la bambina». (qui)

Aborto, dunque, non più come un (eventuale) diritto, ma come un obbligo: questo sì che è progresso! Quando lo hanno fatto i nazisti li abbiamo chiamati criminali: questi dobbiamo chiamarli benefattori dell’umanità?

Proseguo con uno splendido pezzo di Giulio Meotti.

Va bene Greta Thunberg, ma domani un pensierino anche per questa bimba.
bambina down
E’ la Giornata mondiale della sindrome di Down. E in Occidente, l’Occidente che sforna diritti, questi bimbi li stiamo eliminando, con punte del 100 per cento in alcuni paesi europei. In Inghilterra si vuole proibire il paté e dare diritti all’aragosta, ma si eliminano i bimbi Down. In Islanda non ne nasce più nessuno. In Spagna siamo al 95 per cento. In Francia al 96 per cento. Da un po’ questi bimbi vanno forte sui cartelloni pubblicitari e nelle campagne social per una “maggiore inclusione”, ma non ce ne sono quasi più in giro. Nell’Europa delle pari opportunità e dell’uguaglianza coatta. E questo a me non va bene, è bello un mondo diverso, non conformista, scialbo, banale. Jeffrey Tate era uno dei più grandi direttori d’orchestra ma dirigeva da seduto a causa della spina bifida. Come Yitzhak Perlman, uno dei più grandi violinisti. Thomas Quasthoff è uno dei più grandi baritoni al mondo, è alto come un bambino e praticamente non ha braccia. E Michel Petrucciani, il grande musicista, veniva preso in collo per raggiungere il pianoforte. Va bene dunque Greta. Ma c’è anche questo cambiamento climatico. E questa specie di bimbi in via di estinzione. Che ci riguardano e guardano forse più di un grado celsius.

Come detto sopra, dal diritto all’aborto stiamo passando all’obbligo di aborto. Con tanta convinzione che uno, nei commenti, ha scritto, perentoriamente: “Amniocentesi e aborto”. Non si ammettono discussioni, a quanto pare. E in merito alle conseguenze di questa tendenza, ripropongo queste mie considerazioni contenute in un commento a questo post:

C’è un libro: I medici nazisti, di Robert Lifton. Sono stata male fisicamente a leggerlo, proprio perché i protagonisti assoluti delle peggiori efferatezze sono coloro che hanno prestato il giuramento di Ippocrate. Quando il governo nazista ha proposto una legge per sterilizzare gli handicappati gravissimi, sembrava una cosa altamente umanitaria: nessuna persona normale si accoppierebbe con un handicappato grave, e d’altra parte anche loro hanno le stesse pulsioni sessuali di chiunque altro con, in più, un’assoluta incapacità di autocontrollo. La conseguenza è che o li si lascia accoppiare fra di loro, e mettono al mondo dei mostri, o li si condanna a una vita di sofferenza impedendo loro la realizzazione della propria vita sessuale. E dunque, sterilizziamoli e poi possiamo lasciarli liberi di godere quanto vogliono. Tutti i medici riuniti a convegno hanno votato a favore, tranne uno, con la seguente motivazione: cose come queste si sa come cominciano, ma non si sa come poi vadano a finire. Noi, oggi, lo sappiamo: dalla sterilizzazione degli handicappati gravissimi si è arrivati a sterilizzare persone con un leggero ritardo, come ne abbiamo in tutte le nostre scuole e in tutti i nostri posti di lavoro, e gli handicappati più gravi venivano gassati. Dalle decisioni prese in base a rigorose indagini svolte da un’equipe di tre medici, come stava sulla carta, si è passati a gassare sulla base di una crocetta messa su un foglio da un’infermiera (che, per inciso, era una persona che aveva frequentato la scuola elementare e poi un corso di sei mesi). Allo sterminio di sei milioni di ebrei, almeno centomila handicappati, altrettanti omosessuali (che prima di finire in gas dovevano obbligatoriamente passare per i letti delle SS), mezzo milione di zingari ecc. ecc., si è arrivati partendo da quella legge tanto umanitaria.
E io mi chiedo: nel momento in cui, a forza di aborti “terapeutici” saremo arrivati ad avere un mondo senza Down, senza ritardati, senza spastici, senza nani, senza ciechi, senza sordi, riusciremo a sopportare di avere un figlio miope, o strabico, o una figlia con le ginocchia sporgenti?

Di aborto ho precedentemente parlato anche qui, della sindrome di Down qui e qui. E adesso godetevi questa chicca.

barbara

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NELL’ESERCITO DI ISRAELE

Dopo i soldati in sedia a rotelle
dana-ofir
dopo i soldati autistici
yael-lapid
dopo i soldati mutilati
IDF
dopo i soldati (ufficiale, per la precisione) cerebrolesi
Jonathan Cohen
dopo i soldati Down
IDF Down
arriva ora anche la soldatessa nana
nana IDF
Nessuno di loro ha l’obbligo di servire nell’esercito, ma a tutti loro è riconosciuto il diritto di farlo, affinché ognuno, se lo desidera, possa avere l’onore e l’orgoglio di dare quanto può (così come all’alba dell’era dei Kibbutzim, mentre le femministe europee e americane combattevano per ottenere gli stessi diritti degli uomini, quelle israeliane combattevano per ottenere gli stessi doveri). Ricordando – come già altrove ho avuto l’occasione di dire – a tutti quelli che “Israele come la Germania nazista”, che nella Germania nazista tutti i protagonisti delle foto qui sopra finivano in gas con l’attiva collaborazione dell’esercito, in Israele vengono accolti nell’esercito con l’attiva collaborazione di tutto il popolo.

barbara

A VOLTE I PESCI CANTANO

A proposito di Sand Creek, mi è venuto voglia di riproporre questo post, pubblicato nell’altro blog un po’ di anni fa.

In risposta al mio post Mongoloide l’amico Paolo mi ha mandato questa cosa, che mi ha autorizzata a pubblicare. Eccola, senza alcun commento, perché ogni parola aggiunta avrebbe solo l’effetto di sporcarla.

Qualche anno fa ho fatto il volontario alla protezione civile, e quando l’unitalsi ha chiesto se c’era qualcuno di noi disposto a fare l’accompagnatore ai ragazzi disabili mi sono proposto ed ho trascorso 15 giorni in un albergo di Vasto con Andrea, un ragazzo tetraplegico e con “Angelotto”, Angelo, un bambino di 42 anni affetto dalla sindrome di Down. Quello che ti invito a leggere non è un racconto, anche se l’ho pubblicato sotto questa forma in un blog, ma una giornata-tipo di quella vacanza.
Ho intercalato il racconto con i versi di Sank Creek di De Andrè perché mi è sembrato il sottofondo giusto per quella atmosfera.

Sand Creek

Si son presi il nostro cuore sotto una coperta scura…

-Pà

-Non hai sonno?
-Andrè, lo avrei, ma tu mi chiami ogni 2 minuti.
-È che io non dormo mai. Se muovi solo gli occhi e tutto il resto rimane fermo non ti stanchi mica. Al massimo hai un po’ di dormiveglia ogni tanto, poi stai sveglio.

… sotto una luna morta piccola dormivamo senza paura.

-Pà, hai visto mia madre? È alta più di un metro e ottanta e io ero grosso come lei. Quando mi hanno tirato fuori pesavo quasi sei chili.

Fu un generale di vent’anni occhi turchini e giacca uguale…

-Forse un ginecologo più esperto non si sarebbe fidato dei fianchi così larghi ed avrebbe tentato il cesareo subito invece di prendere il forcipe e cercare di tirarmi fuori a pezzi.

Fu un generale di vent’anni figlio di un temporale…

-Ed a pagarla non è stato condannato nessuno.

c’è un dollaro d’argento sul fondo del Sand Creek.

-Pà

-Mi accendi la tv?
-Cazzo, Andrè, sono le tre.
-Meglio, che a quest’ora ci stanno i canali privati coi siti porno. Fanno vedere le lesbiche che se la leccano a vicenda.
-Sì, così poi te ngrifi.
-E a che mi serve? Potessi muovere una mano almeno mi farei una sega. Non posso muovere nemmeno un dito per il telecomando.  Perché non inventano qualcosa che risponda agli impulsi della mente? Ecco, quella la muovo bene. Pà, dici che prima o poi un casco collegato alla tv o al pc non lo inventano?

…chiesi a mio nonno è solo un sogno
mio nonno disse sì,
a volte i pesci cantano sul fondo del Sand Creek.

-Eppure in teoria una cosa del genere si può fare, pensa a come si velocizzerebbe l’informatica usando la mente al posto della tastiera. Lo dice pure mia madre. Lo sai che sono perito elettronico?

Sognai talmente forte che mi uscì il sangue dal naso un lampo in un orecchio, nell’altro il paradiso…

-È perito elettronico pure tua madre?
-No, ma è come se lo fosse. In pratica con me ha ricominciato tutto daccapo, come credi che io abbia imparato a leggere? Facevamo così: lei leggeva e io imparavo, poi lei indicava e io leggevo, poi io dettavo e lei scriveva. Dalla prima elementare alla maturità. Sono uno dei pochi al mondo che sa leggere ma non sa scrivere, quando vedo qualcuno che scrive mi chiedo sempre che calligrafia avrei avuto io.
-Chi ti dice che sia una disgrazia? Magari ne avevi una da schifo come la mia…
-Ma lo sai che alla maturità mi hanno dato sessanta sessantesimi? Che imbecilli!
-Volevi di più?
-No volevo quello che meritavo, al massimo quaranta su sessanta, i punti in più li hanno dati alla mia sedia a rotelle.
-Forse perché si sono accorti che come perito elettronico vale più di te.
-Ahahahahahahahaha, che stronzone che sei Pà.
-Andrè, perché non provi a dormire un po’?
-Ok, ti lascio dormire, và.

Mi lascia dormire. Ma chi dorme più? Mica ti concilia il sonno pensare che per qualcuno il sogno più irrealizzabile non è vincere 100 miliardi al superenalotto, scoparsi la Bellucci o diventare il padrone dell’universo ma è poter muovere un dito. Cazzo: un dito!

le lacrime più piccole
le lacrime più grosse
quando l’albero della neve
fiorì di stelle rosse.

Prima stavamo ognuno in una stanza, poi Andrea mi ha chiesto se poteva trasferire il suo letto nella mia ed Angelotto ha detto “pueio”. Ora stiamo qui pigiati come tre sardine e ci sono due stanze vuote. Andrea ha 25 anni e l’insonnia di un settantenne. Sento russare e so benissimo di chi si tratta. Angelotto non dorme: la sera si infila la maglia che gli ha regalato Totti, muore e resuscita il giorno dopo. Ha 42 anni e tutto il resto di una creatura di tre, fiducia nel mondo compresa.

…ora i bambini dormono nel letto del Sand Creek.

E io sto sveglio e spero che mi venga un po’ di sonno e che magari anche altre cose possano addormentarsi per un po’, perché ci sono dei rimpianti che nessuno sa che esistono ma che stanno sempre svegli. Immaginare come potrebbe essere la propria calligrafia per esempio, o cosa si prova ad avere il senso del tatto. Oppure se si è mai addormentato o ha tirato per un momento il fiato almeno uno dei milioni di minuti della vita di quella donna mansueta e sontuosa che negli ultimi 25 anni sono diventati proprietà incessante di suo figlio.  E ci sono pure delle domande che non possono dormire perché hanno risposte che non esistono.

-Pà, cosa è il tatto? E io non so rispondere perché nessuno può spiegare il colore ad un cieco o il rumore ad un sordo.

Quando il sole alzò la testa tra le spalle della notte
c’erano solo cani e fumo e tende capovolte…

Stamattina tira un po’ di vento ed in spiaggia non ce li porto. Ci sistemiamo in giardino, compro il Corriere dello Sport e dico ad Angelotto di sfogliarlo davanti agli occhi di Andrea per farsi leggere le ultime su Totti, così mi sdraio e vedo di recuperare un po’ di sonno. Ma Angelotto ha il muso un po’ lungo. Ieri sera Graziella, l’assistente sociale che lo ha portato qui è andata via senza venirlo a salutare in camera come aveva promesso.
-Embè? Che problema c’è? La chiamiamo al cellulare.
Graziella è giovane e sorridente. Angelotto la ama come si può amare un incrocio fra l’angelo custode e la fata turchina, solo che sto cavolo di numero di cellulare di Graziella io non ne l’ho. Però ho quello di AnnA e lo faccio. La chiamo “Graziella” e gliela passo, lei capisce al volo.
-Ciao Angelotto, che mi dici?
-Tto bene, Cattiè. Mauizzio parla, parla parla, Andea chiama, chiacchera e chiama, Gianni cammina cammina cammina…
-E Paolo che fa?
-Paolo? Ahahaha Paolo dorme, dorme, dorme… ahahahah dorme…
Passa una ragazza in tanga. È bionda e abbronzata, due gambe come due autostrade ed un culo da infarto. Angelotto la guarda senza vederla e Andrea le lascia gli occhi appiccicati addosso. Io sento che incazzarmi un po’ con qualcuno mi farebbe bene, ma con chi me la prendo?

…tirai una freccia in cielo
per farlo respirare
tirai una freccia al vento
per farlo sanguinare
la terza freccia cercala sul fondo del Sand Creek

Paolo V.