ADESSO VI RACCONTO UNA STORIA

Quando avevo due tre anni, uscire con me, per i miei genitori, era un incubo: non mi toglievano gli occhi di dosso per un secondo, controllavano ogni mio movimento, ogni mio gesto, ma non c’era niente da fare: quando, arrivati a casa, mi controllavano le tasche, un cucchiaino, una tazzina o una bustina di zucchero se si era stati al bar, un fazzoletto o un qualsiasi piccolo oggetto se si era stati da amici o parenti, me lo trovavano sempre. Una volta, dopo la visita a un’amica, mia madre mi ha trovato in tasca un suo reggiseno – e considerando che aveva una latteria di proporzioni tali che ancora, dopo tutti questi decenni, me la ricordo, si può avere un’idea dell’entità della mia prodezza. Allora mia madre ha detto “adesso torniamo lì e glielo restituisci”, e io ho fieramente protestato: “È mio! L’HO RUBATO IO!!”. Bene, tutta questa rievocazione è per dire che a quanto pare ho fatto scuola.
villa zingari
E qui trovate il video in cui i due bravi coniugi rivendicano il diritto al possesso del frutto di tanto paziente e infaticabile lavoro.

POI che ci sia chi di fronte a un’intera vita di crimini, di fronte a una villa che nessun operaio o impiegato o insegnante si potrebbe permettere neanche vivendo a pane e acqua costruita abusivamente col frutto di crimini su terreno vietato, che in qualunque Paese civile verrebbe abbattuta con le ruspe, di fronte a una minaccia di morte rivolta, oltretutto, a un’autorità dello Stato, scelga di indignarsi di più per una parola (quando il minimo, per qualunque persona normale, sarebbe stato prenderla a schiaffoni), scelga di stare dalla parte della criminale, la dice tutta su una certa parte politica italiana – quella stessa che di fronte a un carabiniere ucciso sceglie di ignorare la famiglia della vittima per andare a far visita in carcere agli assassini – cosa che tra l’altro, come ricorda Daniele Capezzone, non ha niente a che fare col legittimo potere ispettivo. Come dire, siamo nella merda fino al collo ma ci indigniamo perché la donna di servizio non ha passato la cera in salotto.

barbara

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LO ZEVINO

Ossia il giovane nipote del grande Bruno Zevi e di Tullia Calabi in Zevi. Purtroppo non ha preso dal nonno. Ora ci spiega qual è il problema della sinistra: le furbate sporche che le gioca la destra per farla sembrare ipocrita, e siccome la sinistra è candida e ingenua, ci casca e si fa fregare.

Ipocrisie

‍‍24/07/2018

Nella destra sempre a caccia di legittimazione culturale, e persino morale, si va definendo un nuovo genere letterario: sull’ipocrisia della sinistra. Si tratta ancora di un’operazione di nicchia, ma poggia su solide basi di diffidenza diffusa e popolare. Gli ingredienti sono: un finto profugo/profuga, una località di villeggiatura preferibilmente trendy, un personaggio noto dal conto in banca abbastanza pingue. Il provocatore – di questi tempi si direbbe: l’agente provocatore, che fa più sbirro – chiama o contatta il personaggio suddetto, e mentre quello si sta facendo lo shampoo, o parcheggia la macchina, oppure accompagna la moglie alla stazione e risponde al direttore oppure alla zia malata d’Alzheimer, a bruciapelo gli domanda: te lo prendi un migrante a casa tua? Se il malcapitato è sufficientemente reattivo e paraculo, a tono replica: ma certo, ho già preparato il letto in attesa della tua telefonata, se mi dai un attimo segno l’indirizzo e lo vengo a prendere. Fammi sapere se serve anche una seconda stanza che caccio mia moglie. Ma se invece esita – che ne so, magari non ha una stanza libera oppure ha un cane che in vecchiaia è diventato scontroso – allora è fregato. Il giorno dopo si scoprirà protagonista di un articolo su un giornaletto di destra, in calo di copie e che paga stipendi da fame ad aspiranti giornalisti d’assalto della nouvelle droite, con tanto di foto; se è sfigato, potrebbe addirittura finire sulla pagina Facebook di Salvini o di qualche altro capopopolo dei nostri tempi. Foto e video assicurati. Se poi lo beccano con l’orologio della laurea, quel Rolex comprato dalla nonna e poi indossato senza pensarci (una revisione in vent’anni, il Rolex, che io non possiedo, funziona molto bene), la frittata è completa. Il nostro uomo è assurto automaticamente a simbolo dell’ipocrisia della sinistra. Reietto del nostro tempo, non può più parlare, a meno di non appoggiare apertamente l’affondamento in mare dei barconi della speranza.
Intendiamoci: la sinistra e soprattutto i suoi dirigenti sono parsi, spesso giustamente, ipocriti e moralisti. Hanno ignorato le paure delle persone e hanno puntato il dito senza mettersi nei panni di chi sta peggio. E si sono fatti gli affari propri mentre la sconfitta franava inesorabile e meritata su un’intera tradizione politica. Ma se questo è il livello del dibattito le cose non possono che andare peggio, molto peggio. Con o senza Rolex, con o senza Capalbio.

Tobia Zevi, Associazione Hans Jonas, su Pagine ebraiche, ‍‍24/07/2018

Si notino le note di colore: il giornale di destra che paga stipendi da fame, perché il destro è negriero nell’anima, e non può fare a meno di comportarsi da negriero in ogni suo aspetto della vita quotidiana. E vuole con tutto se stesso l’affondamento dei barconi in mare, perché il destro è cattivo, ma proprio cattivo dentro, a differenza del sinistro che è buono dentro e fuori, oltre che moralmente e antropologicamente superiore. I “barconi della speranza”, si prega di tenerlo presente, come quello raffigurato in fondo a questo post. È talmente scemo, povero Zevino, che fa perfino quasi tenerezza.
NOTA: l’articolo, come si può vedere, è di due mesi fa; non l’ho postato prima perché c’era sempre qualcos’altro di più urgente. Non c’è un motivo particolare per pubblicarlo oggi, tranne il fatto che per quello che avevo intenzione di fare oggi mi manca ancora un po’, e quindi lo dovrò fare domani.
Tobia-Zevi
barbara