NOTRE DAME – THE DAY AFTER

Aiuto aiuto, arriva il Mossad!

Non poteva non arrivare, e infatti è arrivato
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E non dite che non ve l’avevo detto (l’ultima merita l’Oscar, diciamolo!) E sicuramente sarà sempre il Mossad l’autore anche di tutto questo
anticristiani
Poi arriva questa deliziosa presa di posizione:

“Me ne infischio di Notre Dame de Paris perché non mi interessa la storia della Francia, non so per cosa”.
Questo è il tweet che Hafsa Askar,
Hafsa Askar
Vice Presidente di Unef [Union Nationale des Étudiants de France] Lille, ha postato alle 19:59, solo un’ora dopo l’inizio dell’incendio. Tre minuti più tardi, ha continuato le sue invettive, sempre più violente: “Fino a che punto la gente piangerà per pezzi di legno? […] Vi piace troppo l’identità francese mentre […] oggettivamente è un vostro delirio di piccoli bianchi “. (grazie a Fulvio Del Deo per la segnalazione)

Naturalmente la capisco: come non capire che chi viene da una “cultura” che dalla sua nascita ha saputo solo distruggere abbia qualche difficoltà a comprenderne  una capace di costruire? Come pensare che chi ha assorbito col latte il gusto delle macerie possa godere della vista di questi gioielli?
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Quello che non capisco è: se questi piccoli bianchi le fanno così schifo, perché non se ne va da qualche altra parte? O meglio, me lo chiedevo prima, ma ora non più: adesso so che deve rimanere perché ha una missione da compiere
tweet Hafsa
E mi raccomando, uniamoci tutti a lottare contro l’islamofobia, che il razzismo è una bruttissima cosa, c’è anche il rischio che il papa ci scomunichi e tocchi andare tutti all’inferno (e ritrovarcelo, così, anche di là).

A noi piccoli bianchi, sottorazza meritevole di gassazione, comunque, quei quattro pezzi di legno qualcosina riescono a dire

(grazie a Enrico Richetti per averlo scovato)

Nostradamus

A quanto pare circola una “terribile profezia” di Nostradamus:

“La grande guerra inizierà in Francia e poi tutta l’Europa sarà colpita, lunga e terribile essa sarà per tutti….per la discorde negligenza francese sarà aperto passaggio a Maometto, di sangue intriso la terra e il mare…..”

Le “Centurie e presagi” di Nostradamus le ho lette in un libro con testo a fronte quando ero freschissima di studio del francese antico, e posso dire alcune cose con assoluta certezza: la traduzione è spesso forzata per fare corrispondere quelle ammucchiate di parole (se all’epoca fosse esistito l’LSD saprei come interpretarle. Qualcosa comunque deve esserci stato anche allora) a qualcosa di accaduto (“Ilter” diventa Hitler), e quando non c’è forzatura che tenga, si inventa: così per esempio delle “piste piegate” diventano i nastri registrati del Watergate (se invece il curatore avesse conosciuto Lapo Elkann…)

La quartina in questione è I, 18, che in realtà dice:

Per la discordia e negligenza francese
Sarà aperto passaggio a Maometto
Di sangue temprata la terra e il mare Senese [sì, a Siena c’è il mare: sapevatelo]
Il porto di Phocen di velieri e navi coperto.

Tutto qui. Nessuna somiglianza con la patacca in circolazione. Ma anche se fosse autentica, proviamo a vedere quale collegamento possiamo trovare con i fatti attuali. “La grande guerra inizierà in Francia e poi tutta l’Europa sarà colpita”: quale sarebbe la guerra iniziata in Francia? La guerra dei musulmani contro il mondo è iniziata 1400 anni fa, ed è iniziata in Arabia per estendersi poi a tutto il Medio Oriente, e poi all’Africa e infine a lembi di Europa, ma fermati alle porte di Vienna, mentre l’invasione della Spagna era già terminata al momento della nascita di Nostradamus, per cui lì aveva ben poco da profetizzare, senza contare che la strada non era stata aperta dalla Francia. La fase attuale possiamo considerarla iniziata – semplificando molto – con l’11 settembre, in America. La recrudescenza della guerra contro i cristiani, con sterminio sistematico e distruzione a tappeto di tutti i luoghi cristiani, è iniziata in Medio Oriente: anche se quei versi fossero autentici, sarebbero comunque una patacca.

Le notizie

In merito alle quali raccolgo questa osservazione trovata in rete

Roberto della Rovere

Lungi dal voler dare lezioni, ma la copertura giornalistica del dramma di Notre Dame ha fatto schifo. Tanta retorica ma zero cronache. Feriti negli ospedali? Testimonianze della gente? Ricostruzione della fase di sgombero? Ricerca degli operai del cantiere e dei responsabili della ditta? Collegamenti con le piazze arabe per le reazioni? E quasi assoluto silenzio su una ipotesi di attentato. Quasi la sola enunciazione, anche solo come smentita o esclusione, fosse fonte di imbarazzo.

E, conoscendo i nostri polli, se ancora ci fossero dubbi sulle cause del disastro, questo comportamento dei mass media li porterebbe praticamente a zero.

barbara

CHIAMATEMI SIONISTA

Ci avete chiamati  giudei al tempo del re Davide.
Ci avete chiamati ebrei dopo il nostro esilio forzato.
Ci avete chiamati zeloti durante la nostra resistenza.
Ci avete chiamati di nuovo giudei durante i pogrom, le deportazioni, le inquisizioni e le conversioni.

Ci chiamate sionisti da quando abbiamo ritrovato la nostra terra.
Da Canaan a Masada, dalla Giudea a Varsavia, da Roma alla Spagna, da Costantinopoli a Tel Aviv, sono rimasto lo stesso.

Sono rimasto il popolo eletto per spegnere il vostro odio e il vostro disprezzo per l’umanità.
Io sono il popolo di D.o che ha viaggiato attraverso il tempo, i secoli, i paesi, i deserti e le nazioni.
Io sono quello che impedisce alle tenebre di girare in cerchio, il sasso nella scarpa dei malvagi.

Io sono quello che nessuno voleva ma che tutti rimpiangono.
Sono il più invidiato e il più disprezzato, attirando tanta avidità quanto condanne.
Io sono quello che non riuscite a vedere, ma che tenete costantemente sotto la lente.
Sono il riflesso nello specchio delle vostre contraddizioni.

Chiamatemi sionista se questo vi permette di cancellare la vostra vergogna ubriaca.
Chiamatemi sionista se questo vi rassicura quando mi negate il diritto all’esistenza.
Chiamatemi sionista se questo non scortica le vostre lingue dimentiche della storia.
Chiamatemi così, dimentichi dei vostri stessi errori originari.
Ma sappiate che io amo il nuovo nome che mi avete concesso.
Quindi chiamatemi sionista quando porto con orgoglio la mia bandiera riconquistata.


E soprattutto

E poi, chiamatemi sionista quando mi difendo dai miei vicini mai sazi di terra e di orgoglio.
Soprattutto, chiamatemi sionista quando curo bambini di qualunque provenienza e di qualunque religione.
Ma chiamatemi anche sionista quando porto alla scienza le scoperte più fondamentali.

Non dimenticate di chiamarmi sionista, quando tendo una mano leale ai miei vicini crudeli.
Provvedete a chiamarmi sionista anche quando voglio la pace anche a prezzo di concessioni esagerate.

Oh sì! Chiamatemi sionista quando dono al mondo i più grandi artisti, i più grandi ricercatori, i più grandi umanisti, il più grande fisico quantistico fra tutti i quantisti.

Chiamatemi come volete … ma sappiate che rimango lo stesso popolo, bello, orgoglioso, unito, umano, nobile, difensore della libertà e dell’amore per la vita. (qui, traduzione mia)

barbara

EBREI IN VENDITA?

Il sottotitolo di questa recensione potrebbe essere: ma veramente Netanyahu delirava? Veramente ha detto delle così colossali sciocchezze? Veramente ha mostrato una così abissale ignoranza della storia? Si trattava, come si ricorderà, delle trattative fra autorità ebraiche e dirigenti nazisti per tentare di salvare ebrei facendoli emigrare nella Palestina mandataria, trattative sabotate dal gran Mufti di Gerusalemme Haji Amin al Husseini, che avrebbe invece spinto verso lo sterminio. Qualcuno ha addirittura negato che tali contatti vi siano mai stati; ora, non solo vi sono stati, come ho documentato qui, ma sono stati talmente intensi e prolungati nel tempo da poter riempire, con la loro narrazione, un libro di oltre trecento pagine. E cominciamo a vedere qualche indicazione.

Abbiamo visto come l’Ha’avarah venisse ostacolata e come, all’inizio del 1938, l’opposizione all’accordo fosse divenuta quasi unanime. Perché, allora, esso rimase in vigore fin dopo il pogrom del novembre 1938, anzi, fino allo scoppio della guerra? La ragione, come indicano tutte le nostre fonti, è che gli accordi esistenti avevano l’appoggio di Hitler. Se non esistono documenti che portino la sua firma, ciò è dovuto semplicemente al modo in cui governava la Germania in generale: preferiva trasmettere le sue decisioni oralmente, e solo quando era indispensabile. I documenti mostrano chiaramente come la maggior parte dei funzionari dell’epoca aspettassero con impazienza una decisione del Führer, in particolare che rivedesse il suo sostegno all’emigrazione in Palestina e, quindi, anche all’Ha’avarah. È provato che all’inizio del 1938 egli invece confermò quel sostegno, naturalmente a voce. Una nota del 27 gennaio 1938 di Clodius, direttore della divisione Economia del ministero degli Esteri, riporta un’affermazione di Rosenberg: nel corso di una consultazione, Hitler aveva ribadito la sua risoluzione di sostenere l’emigrazione in Palestina e I’Ha’avarah. Di nuovo, com’era tipico dei processi decisionali nel Terzo Reich, questo non significa che tentativi di mutare la decisione non venissero compiuti. In effetti solo von Hentig continuò, per motivi pratici, a dare in certo qual modo appoggio alla politica del Führer; tutti gli altri cercarono di modificarla. L’Ha’avarah fu tenuta in vita contro i desideri di quasi tutti i burocrati dell’economia del governo tedesco perché Hitler aveva deciso che l’emigrazione degli ebrei era più importante di qualunque considerazione economica, e che la Ha’avarah era uno dei modi per raggiungere l’obiettivo. (p. 35)

Da parte dei nazisti ci fu una rispondenza perché l’emigrazione degli ebrei era la loro politica. Le forze dei due campi erano squilibrate. Gli ebrei si trovarono sin dall’inizio in una trappola: non potevano contare sull’aiuto di terzi e, in Palestina, lottavano con un’amministrazione britannica che si faceva sempre più ostile. Imboccarono l’unica strada che avevano a disposizione per salvare il salvabile: trattare con il nemico. Il loro intento in quella fase non era ancora di salvare vite [poiché all’epoca nessuno poteva prevedere che un giorno tutti gli ebrei sarebbero stati condannati a morire, ndb]. Il loro principale obiettivo era lo sviluppo della Palestina, perché la Palestina ebraica era troppo debole per lanciarsi in operazioni di salvataggio in Germania o altrove. Con abbastanza tempo a disposizione, essa sarebbe divenuta in grado di assorbire masse di ebrei. Solo che abbastanza tempo non fu dato. (p. 38)

Ma le date non tornano, è stato obiettato anche da chi sapeva perfettamente delle trattative: Netanyahu ha parlato del 1941, e tutti sanno che in quella data la soluzione finale era già in atto. In realtà, pur con qualche accento retorico e forzando i toni, Netanyahu non ha detto sciocchezze neppure nelle date.

L’emigrazione in Palestina levava di torno solo poche migliaia di ebrei: tra il 1° settembre 1939 e il marzo 1941, in effetti, gli emigranti B furono 12.863, e non tutti provenivano dal Reich, né tutti raggiunsero la Palestina. Eichmann voleva che si facesse molto di più, il che sembra spiegare i viaggi della Sakariya dell’inverno 1939-40 e le tre navi di Storfer dell’autunno 1940. Tali esiti di pressioni interne dovettero apparire a Eichmann piuttosto scarsi, ed egli tentò di far partire gli ebrei con pressioni più brutali. Il 3 luglio 1940 convocò i capi della RVE delle comunità di Praga e Vienna e chiese loro di sottoporgli nel giro di quarantott’ore un piano per liberare il Reich da tutti gli ebrei. È inutile dire che questo ultimatum non servì. All’inizio del 1941 ogni tentativo nazista di spingere gli ebrei in direzione della Palestina cessò. A prenderne il posto fu lo sviluppo della «soluzione finale». Fino all’ottobre 1941, tuttavia, agli ebrei del Reich fu ancora permesso partire, e molti vennero spinti oltre i confini, anche se, nelle zone dell’Unione Sovietica che venivano conquistate, lo sterminio di massa era iniziato. In quello stesso ottobre, in effetti, era in allestimento a Chelmno il primo campo di sterminio, dove s’iniziò a uccidere con il gas l’8 dicembre 1941, ma i preparativi erano in corso già in ottobre, quando gli ebrei potevano ancora andarsene. In Serbia le uccisioni di massa erano già, a quella data, in pieno svolgimento. Le due politiche, lo sterminio e l’espulsione, furono per un breve periodo in vigore contemporaneamente. (p. 67)

Il 27 agosto Wisliceny s’incontrò con il Gruppo e comunicò che doveva ricevere nuove istruzioni. I suoi capi, disse, stavano preparando un convoglio dalla Polonia a Theresienstadt di cinquemila bambini ebrei, duemila dei quali erano già in viaggio. Il fatto che lo sapesse dimostra che aveva effettivamente parlato con Eichmann, perché mille bambini di Bialystok arrivarono a Theresienstadt in agosto. Eichmann aveva posto il veto alla loro emigrazione in Palestina a causa dell’opposizione del Mufti di Gerusalemme, capo del movimento nazionale arabo palestinese, Hajj Amin al-Husseini, che nel 1941 s’era recato in Germania. Il Muftì, disse, era tra i maggiori fautori dello sterminio degli ebrei. (p. 109)

I contatti riguardo ai bambini furono ripresi nell’estate del 1943, quando Eichmann e Himmler dovettero far fronte a un tentativo svizzero, di cui parleremo più avanti, di intervenire a loro favore. Fu allora, il 28 agosto 1943, che circa mille bambini vennero trasferiti da Bialystok a Theresienstadt, dove furono tenuti fino al 5 ottobre, evidentemente per qualche progetto di scambio. Anche Steiner, in una deposizione resa il 2 dicembre 1946 di fronte alla corte nazionale slovacca, conferma che le trattative sui bambini vi furono, e che all’epoca Wisliceny, a nome di Eichmann, disse che il Muftì di Gerusalemme, Hajj Amin el-Husseini, stava cercando di impedire che andassero a buon fine. (pp. 122-123)

Dunque Netanyahu non ha inventato fatti, non ha sbagliato date, non ha falsificato la storia, contrariamente a quanto urlato in quei giorni di novembre (“Ma qui, ci premeva spiegare solo, dati alla mano, perché quello che ha detto Netanyahu sia una menzogna. L’espresso). La cosa curiosa è che le accuse più furiose contro Netanyahu che avrebbe “riscritto la storia a fini politici” e fatto “affermazioni senza fondamento”(La Stampa) è proprio Yehuda Bauer, l’autore del libro che tutto questo ha raccontato e documentato in prima persona.

Un altro inestimabile pregio di questo ottimo libro è quello di fare piazza pulita delle leggende nere cresciute intorno ai dirigenti sionisti, accusati, con tanto di citazioni inventate, di essersi del tutto disinteressati del destino degli ebrei europei, interessati unicamente alla battaglia sionista: niente di più falso.

Notizie attendibili sui piani nazisti di sterminio di massa erano giunte in Palestina con l’arrivo, il 13 novembre 1942, di sessantanove cittadini ebrei palestinesi catturati in Europa allo scoppio della guerra. Essi provenivano da diverse zone dell’Europa occupata, comprese numerose città della Polonia, e furono scambiati contro un numero maggiore di tedeschi residenti in Palestina. Portavano informazioni dirette, frutto di esperienze personali, che non lasciavano dubbi su quanto stava accadendo. Come ovunque altrove, esse rappresentarono uno shock e suscitarono incredulità e disperazione. Ma spronarono anche all’azione la dirigenza dell’Agenzia ebraica, i leader in Palestina del movimento sionista. David Ben Gurion, presidente dell’esecutivo, Moshe Shertok (Sharett), capo della sezione politica, Yitzhak Grünbaum, capo del comitato polacco, che nel 1943 avrebbe presieduto il Comitato di salvataggio dell’Agenzia ebraica, Eliezer Kaplan, tesoriere, e Chaim Weizmann, presidente, che risiedeva a Londra, erano le figure principali. Di nuovo, l’abituale accusa, oggi, è che l’Agenzia ebraica fece troppo poco troppo tardi per soccorrere gli ebrei in Europa, che poneva la creazione di uno stato ebraico al disopra della salvezza degli ebrei, e che Ben Gurion e Grünbaurn in particolare erano politici freddi, pervicaci nell’ignorare la distruzione del loro popolo in Europa. Autori e storici ebrei liberali, non ortodossi, ortodossi e ultraortodossi ripetono queste accuse da anni.
Oggi, tuttavia, sappiamo con sufficiente chiarezza che Ben Gurion ricevette informazioni circostanziate nel momento in cui esse divennero disponibili. Egli colse fino in fondo, si direbbe, le implicazioni dei piani di sterminio nazisti; e, al contrario della visione che si è imposta, divenne estremamente attivo nel promuovere contatti con gli Alleati per persuaderli a intervenire a favore degli ebrei europei. (pp. 101-102)

I maggiori contrasti all’interno dell’Agenzia ebraica vertevano sui rapporti con gli inglesi. Specialmente Grünbaum non si fidava di loro: era sicuro che avrebbero sabotato ogni tentativo di salvare gli ebrei. Ben Gurion era di parere opposto; pensava che se gli Alleati occidentali non si fossero persuasi a sostenerla, la missione non avrebbe avuto nessuna possibilità di successo. Un tentativo ebraico indipendente era condannato a un immediato fallimento. Avevano ragione entrambi, naturalmente. Ma a emergere qui è un quadro diametralmente opposto a quello dipinto dalla letteratura storica popolare, che vede in Grünbaum un personaggio che fece poco e si preoccupò ancor meno, e in Ben Gurion quasi un collaboratore dei nazisti, un uomo insensibile e indifferente che aveva a cuore soltanto il futuro della Palestina ebraica, non gli ebrei della diaspora. La verità, come abbiamo visto, è ben diversa. Entrambi erano profondamente coinvolti. L’esecutivo dell’Agenzia ebraica si riunì sette volte nel mese successivo all’arrivo di Pomeranz da Istanbul, e tre volte in sessioni speciali a casa di Ben Gurion. Questi vedeva nella vicenda Brand l’evento al momento centrale per l’Agenzia ebraica, vi consacrò tempo ed energie, e dichiarò a MacMichael, oltre che all’esecutivo dell’agenzia, che gli ebrei andavano portati ovunque, non solo in Palestina. (pp. 223-224)

E infine ancora un accenno al comportamento degli Alleati nel corso della guerra, difficilmente comprensibile nella sua illogicità.

Nel gennaio 1944 i capi di stato maggiore alleati occidentali presero una decisione che non aveva niente a che vedere con gli ebrei o il loro salvataggio: non avrebbero usato mezzi militari a scopi civili quali il salvataggio o il soccorso. Ogni proposta ebraica di servirsi dell’aviazione o di altre forze armate per impedire ai nazisti di portare avanti gli assassinii era quindi destinata ad andare incontro alle obiezioni dei militari. Compito di questi ultimi, com’era stato loro esplicitamente detto, era passar sopra a ogni altra considerazione per concentrarsi esclusivamente sul raggiungimento della vittoria. Questo principio, «la vittoria innanzi tutto», fu ripetutamente enunciato dai politici: gli ebrei, e le altre vittime del nazismo, avrebbero potuto essere salvati solo da una vittoria alleata. Finché essa non fosse stata raggiunta, ogni altra politica sarebbe stata controproducente: non avrebbe fatto altro che permettere al regime nazista in Europa di durare più a lungo del dovuto.
Nella posizione degli Alleati c’era una contraddizione. Essi stavano combattendo, tra le altre cose, per la liberazione delle popolazioni civili in Europa dall’oppressione nazista. Secondo logica, piani di salvataggio che non ostacolassero il vittorioso proseguimento della guerra sarebbero dovuti diventare una priorità. Negoziare per guadagnare tempo, esercitare pressioni sulla Croce Rossa affinché intervenisse a favore degli internati nei campi di concentramento e fornirle i mezzi per farlo efficacemente, promettere per tempo ai neutrali che ogni rifugiato che giungesse ai loro confini non sarebbe divenuto un peso per la loro economia: tattiche del genere non erano in contraddizione con lo sforzo bellico. Bombardare le ferrovie o le installazioni dove la gente veniva gassata e aiutare i partigiani ebrei nella stessa misura in cui venivano aiutati quelli non ebrei sarebbero state mosse perfettamente corrispondenti allo scopo di una vittoriosa prosecuzione della guerra. La distribuzione di volantini che dichiarassero che i bombardamenti erano una rappresaglia per gli assassinii di civili, inclusi specificamente gli ebrei, perpetrati dai nazisti non avrebbe certo prolungato il conflitto. Nel rifiuto di aiutare gli ebrei gli Alleati andarono molto oltre quanto le loro stesse politiche dichiarate, in se erronee e contraddittorie, richiedevano. Essi contravvennero ai loro stessi obiettivi bellici e macchiarono indelebilmente la loro immagine.
Come abbiamo visto, all’origine della posizione degli Alleati, persino nel caso di leader (e viene in mente Churchill) tutt’altro che indifferenti alla sorte degli ebrei, c’era una ragione. Gli Alleati non capirono veramente mai la politica antiebraica dei nazisti. Non prendevano i loro scritti e la loro propaganda alla lettera. Pensavano che l’antisemitismo nazista fosse uno strumento per conquistare il potere e mantenerlo: non si resero conto che, per loro, esso non era un mezzo, bensì uno scopo. Si creò così uno squilibrio: i nazisti vedevano negli ebrei i propri principali nemici, quelli che stavano dietro a tutti gli altri e li controllavano; gli Alleati non compresero, e forse non potevano comprendere, che quella demonizzazione, puramente illusoria, che trasformava una minoranza impotente e indifesa in una minaccia globale, era presa sul serio. Per loro gli ebrei erano solo una seccatura, e per gli inglesi una minaccia ai propri interessi nazionali in Palestina e Medio Oriente. La storia si prese la sua vendetta: gli inglesi non persero solo la Palestina, ma tutto l’Impero. L’avrebbero perso comunque, ma indubbiamente la guerra accelerò il processo. (pp. 309-310)

E oggi, a settant’anni di distanza, abbiamo entità simil-naziste che si producono in carneficine quotidiane, e che in discorsi e proclami e video e con ogni mezzo a loro disposizione annunciano apertamente i loro programmi di sterminio. E non vengono presi sul serio. E si deride chi sostiene che si dovrebbe invece farlo. E anche con noi, purtroppo, prima o poi la storia si prenderà la sua vendetta.

Il libro va letto, naturalmente.

Yehuda Bauer, Ebrei in vendita?, Mondadori
ebrei in vendita
barbara

LA VOLTA CHE KARMENIZKI PIANSE

Ci sono momenti che si fissano per sempre nella storia di un popolo. Uno di questi momenti fondanti si verificò il 29 dicembre 1901 a Basilea, fuori dalla sala del casinò in cui si era riunito il quinto Congresso Sionista. In quel momento, Johan (Yona) Karmenizki scoppiò a piangere. Karmenizki, ingegnere elettrico, industriale e sionista attivo, piangeva perché i delegati del Congresso avevano deciso di votare contro l’istituzione del Keren Kayemeth LeIsrael. ll giurista Max Bodenheimer aveva chiesto una precisa formulazione giuridica degli scopi del Fondo, prima della sua approvazione: 81 delegati votarono contro e 54 a favore.
ll quinto Congresso Sionista aveva messo ai voti un’idea formulata qualche anno prima da Zvi Hermann Schapira, un professore di matematica all’Università di Heidelberg. Nel 1897 Schapira salì sullo scranno del primo Congresso Sionista e propose di raccogliere del denaro da tutti gli ebrei del mondo, per istituire un fondo ebraico. Due terzi del denaro raccolto avrebbero costituito un fondo per l’acquisto di terre, mentre il restante terzo sarebbe stato dedicato alla conservazione delle terre acquistate. Un ulteriore principio fissato da Schapira era che la terra acquistata rimanesse di proprietà del Fondo. Ma Schapira morì otto mesi dopo la sua proposta.
Tornando al quinto Congresso, Karmenizki pianse perché di volta in volta aveva visto come i delegati respingessero l’istituzione del Fondo. Egli riteneva infatti che soltanto per mezzo di un Fondo Nazionale sarebbe stato possibile far ritornare il suolo della Terra d’Israele al Popolo Ebraico. Credeva che soltanto in questo modo si potesse cambiare la realtà del Popolo che viveva in esilio da duemila anni. Al momento della votazione Theodor Herzl stava fuori dall’aula dell’assemblea plenaria, qualcuno corse a raccontargli delle lacrime di Karmenizki, e Herzl si affrettò a ritornare in sala. Quando Herzl voleva qualcosa, non c’era nulla che potesse sbarrargli la strada. Trovò un difetto tecnico nella votazione e chiese una nuova votazione. Dopo un lungo dibattito si rivolse agli astanti esclamando: “Questa volta non vogliamo sciogliere l’assemblea senza aver compiuto l’opera. Sta a voi decidere se rinviare l’istituzione del Fondo per altri due anni, o anche fino alla venuta del Messia”.
Tutta l’aula urlò “No”.
Herzl mise nuovamente la questione al voto, stabilendo che “Il Fondo è proprietà del Popolo Ebraico tutto”. Al momento della votazione sull’aula calò il silenzio. Pochi minuti dopo Herzl annunciò i risultati della votazione: 105 voti a favore, 82 contrari. Il 29 dicembre 1901, alle ore 19:40, nacque il Fondo Nazionale Ebraico. Yona Karmenizki si asciugò le lacrime e fece la prima donazione: 10 Lire sterline; gesto immortalato sulla prima pagina del primo volume del Libro d’Oro del KKL. Anche Bodenheimer, nonostante la sua opposizione iniziale, fece una generosa donazione. Il Popolo d’Israele era passato così dalla fase delle parole sul Sionismo alla fase dei fatti.
Ya’acov Shkolnik

Jona Karmenizki

Chi fosse nuovo da queste parti e volesse sapere qualcosa di più sull’epopea del KKL può andare qui e leggere il mio resoconto dell’ottavo viaggio in Israele, organizzato appunto dal KKL.
Poi, visto che l’anno è appena iniziato e che voi non avete niente da fare, andate a leggervi anche un po’ di previsioni.

barbara

MI AUTO-DIS-CENSURO

Qualche settimana fa, in un blog che frequento abitualmente (e in cui abitualmente commentavo; d’ora in poi non so se continuerò a frequentarlo, sicuramente non vi compariranno mai più miei commenti), in un post sulle discusse affermazioni di Netanyahu qualcuno aveva sollevato la questione di possibili contatti fra regime nazista e sionisti, citando gli studi di un certo autore; il titolare del blog ha categoricamente negato che sia mai esistito niente del genere. Poiché so che quanto affermato dal Signor Titolare è falso, ritenendo che la sua affermazione fosse dovuta a ignoranza – si tratta di un episodio molto poco noto, in effetti – sono intervenuta per esporre quanto avvenuto, cioè questo. Nel 1934, ossia all’inizio del regime nazista, vi sono stati effettivamente contatti fra autorità del regime e dirigenti del movimento sionista: ai nazisti interessava liberarsi in qualunque modo degli ebrei, ai sionisti interessava portare il maggior numero possibile di ebrei in Palestina: vi era quindi una convergenza di interessi e, realisticamente, le due parti hanno optato per un’utile collaborazione. A tale scopo era stato effettuato anche un viaggio congiunto per studiare sul campo la realizzazione del progetto (N.B.: è esattamente qui che si inserisce l’intervento del Gran Mufti riportato da Netanyahu – che ha pasticciato di brutto con le date, ma non con il merito della questione -, il quale, in un momento in cui Hitler era fermamente deciso a liberarsi degli ebrei ma non ne aveva ancora pianificato la totale eliminazione fisica, gli suggerisce di liberarsene sterminandoli per impedire il loro trasferimento nel territorio del Mandato Britannico, dove peraltro il suddetto Gran Mufti aveva già scatenato numerose stragi in grande stile). Quando, poco tempo dopo, l’antisemitismo di regime si è fatto più aggressivo, questi contatti sono diventati estremamente imbarazzanti per entrambe le parti, che hanno fatto di tutto per cancellarne ogni traccia, e infatti ne sono rimaste molto poche, così come sono rimaste in circolazione pochissime copie della medaglia commemorativa coniata in occasione del viaggio, cioè questa (cliccare e poi ricliccare per ingrandire e leggere la didascalia):
medagliaviaggiopalestinader-angriff1934
Il mio commento è stato lasciato per settimane in moderazione, e infine cestinato. E così, visto che queste INFORMAZIONI DOCUMENTATE mi sono state censurate in casa d’altri, mi auto-dis-censuro da sola e le pubblico in casa mia (a qualcuno, evidentemente, la verità fa paura. A me no, anche se so benissimo che i soliti noti – leggi i soliti coglioni – si precipiteranno a strumentalizzarla).

barbara

 

AVETE MAI VISTO UNA PRIGIONE A CIELO APERTO?

Un campo di concentramento? Un campo di sterminio? Un luogo in cui gli abitanti si trascinano laceri e macilenti perché i sionisti stanno perpetrando uno sterminio, un genocidio, un olocausto, una shoah, una soluzione finale del popolo palestinese? No? Niente paura: vi ci faccio fare un giro io.

Poi già che ci siete potreste anche andarvi a riguardare questo vecchio video a cui ho intensamente lavorato con l’aiuto di due amici, e magari dare un’occhiata a quest’altro documento: GAZA AFFAMEE.

barbara

AGGRESSIONI: QUELLE FASULLE STROMBAZZATE E QUELLE VERE IGNORATE

La svastica a Berkeley

“Vorrei con tutto me stesso essermi sbagliato. Spero e prego perché l’ondata di antisemitismo che avverto sia una profezia sbagliata”. Purtroppo per Lawrence Summers, allora presidente di Harvard (2001-2006), la sua profezia si è rivelata corretta. Alla University of California di Irvine, la confraternita ebraica ha trovato svastiche sugli edifici del campus, e lo stesso nei giorni scorsi è accaduto alla Vanderbilt University, alla University of Oregon e alla Emory University. Incidenti sempre legati alle attività antisraeliane. Newsweek lo chiama “il problema della svastica a Berkeley”. L’antisemitismo attecchisce come una pianta malefica nella Ivy League, la lega dell’edera, i laboratori delle “equal opportunities” e della counter culture inebriata di benessere, del “Black is beautiful” e del continuo ricatto delle minoranze etniche o sessuali, dove il ragazzo nero del profondo sud siede nello stesso banco dell’erede Rockefeller, le oasi verdi fatte di sole, ginnastica, jogging, piazze animate da concerti, manifestazioni di studenti, in un reticolo di strade costellate di librerie, caffetterie, ristorantini, pizzerie. E in mezzo, i premi Nobel e i templi della conoscenza. E’ possibile che i college più liberal del mondo stiano adesso incubando l’antisemitismo assieme al cinismo sull’occidente, al sospetto sul capitalismo e al politicamente corretto? I primi segni di quest’odio nuovo si ebbero proprio a Berkeley nel 2002, quando sulla scalinata della Sproul Hall nell’Università di Berkeley, dove nacque il Free Speech Movement, alzò la voce una nuova generazione di studenti. Stavolta contro Israele e il popolo ebraico. Il 54 per cento degli studenti ebrei del college oggi dice di aver subito aggressioni antisemite o di esserne stato testimone, secondo la ricerca pubblicata dal “Center for Human Rights Under Law” del Trinity College. E quando gli studenti hanno denunciato i disagi alle relative amministrazioni delle facoltà, le università non l’hanno quasi mai presa seriamente. Jessica Felber, una studentessa ebrea, ha denunciato Berkeley dopo essere stata aggredita da un altro studente, Husam Zakharia, mentre partecipava a una dimostrazione in favore di Israele. L’università era a conoscenza che Zakharia era un capo del gruppo “Studenti per la giustizia in Palestina”, e che si era reso responsabile di altre aggressioni nel campus. Nelle facoltà dove professori e studenti cercano maggiormente di proteggere i diritti etnici e delle minoranze razziali, i discorsi dell’odio contro la comunità ebraica sono diventati un problema dilagante. Dopo l’ultimo conflitto a Gaza, la scorsa estate, sono apparse sui muri del campus di Berkeley le scritte “Morte a Israele” e “Uccidiamo tutti gli ebrei”. Nei giorni scorsi è stata poi la volta dello slogan: “I sionisti dovrebbero essere mandati nelle camere a gas”. A Berkeley la madrina delle campagne contro Israele è la professoressa Judith Butler, che ha inventato gli “studi di genere” così popolari oggi anche in Europa. La Butler finì sotto accusa per una intervista in cui denunciava i memoriali per le vittime dell’11 settembre: “Dopo l’11/9, sono rimasta scioccata dal fatto che c’era un lutto pubblico per molte delle persone che sono morte negli attacchi al World Trade Center e nessun lutto pubblico per i lavoratori illegali del WTC”. Gary Tobin nel suo libro “Uncivil University” scrive che “antisemitismo e antisraelismo sono sistematici nel campo dell’istruzione superiore e possono essere rilevati nei campus di tutti gli Stati Uniti”. Ovunque nelle aule i professori dipingono i palestinesi come vittime degli “occupanti israeliani” e lo stato ebraico è ritratto come “razzista”, “stato di apartheid”, “genocida”. Negli edifici dei campus, i gruppi antisraeliani organizzano picchetti, conferenze per il boicottaggio, e i sostenitori di Gerusalemme sono quotidianamente interrotti, è loro impedito di parlare e studenti ebrei sono aggrediti, anche fisicamente. Nel giugno 2009, Tammi Rossman-Benjamin, che insegna all’Università di Santa Cruz, ha presentato una denuncia al dipartimento dell’Educazione degli Stati Uniti contro i campus universitari di Santa Cruz che sponsorizzavano conferenze e film “violentemente anti-Israele”, usando i soldi del campus, per diffondere antisemitismo in contrasto con il “Civil Rights Act” del 1964. Nell’ottobre 2010 il Dipartimento dell’Educazione ha stabilito che le università finanziate a livello federale sono obbligate a eliminare ogni pregiudiziale antisemita. Non va dimenticato che il simbolo del pacifismo antisraeliano nel mondo è Rachel Corrie, una studentessa universitaria americana, rimasta uccisa a Gaza sotto un bulldozer israeliano, nel tentativo di bloccare la demolizione di una casa di terroristi. Il mito di Corrie ha ispirato opere letterarie, boicottaggi, e articoli in tutto il mondo. La sua storia ha contribuito a diffamare Israele in un modo persino peggiore della storia di Mohammed al Dura. Dopo la morte di Corrie, la Caterpillar è stata bersaglio di molte campagne e persino la Church of England ha venduto le azioni di quella società. Hamas ha adottato il suo viso come mascotte e l’Iran le ha dedicato una strada. Una delle navi della flottiglia per Gaza portava il suo nome, come se fosse stata un’inerme ragazza occidentale. Corrie, invece, era nella Striscia di Gaza per fare da scudo umano ai terroristi. Alla Evergreen State University, gli ex professori di Corrie alle cerimonie di laurea indossano pantaloni cachi e kefiah, in omaggio alla loro ex studentessa. Nei giorni scorsi il David Horowitz Freedom Center, un think tank conservatore in California, ha diffuso la lista nera dei peggiori campus d’America. Svetta in testa alla classifica la Columbia University. I primi a denunciarla sono stati alcuni studenti con un documentario, “Columbia Unbecoming”, prodotto da un gruppo di Boston chiamato The David Project, il cui obiettivo dichiarato è “contrastare l’atteggiamento ingiusto e sleale delle nostre università, dei mezzi di informazione e delle comunità”. Il film mostra una serie di studenti che accusano i docenti della Columbia di allontanarli, intimidirli e offenderli quando fanno sfoggio di opinioni filoisraeliane. “Quanti palestinesi hai ucciso?”, chiede il professor Joseph Massad a uno studente che ha fatto la leva in Israele. Nel documentario, uno dei più illustri islamisti del paese, George Saliba, a una ragazza ebrea dice che non può vantare diritti sulla Palestina perché non aveva “occhi abbastanza semitici”. La Columbia è l’ateneo di Rashid Khalidi, direttore del Middle East Institute di quella Università, che ha definito “legittima resistenza” il terrorismo suicida contro Israele e l’esercito israeliano “un’arma di distruzione di massa”. La Columbia è un centro strategico perché è l’Università dove ha insegnato Edward Said, l’accademico palestinese più illustre del XX secolo. Said era la quintessenza dell’intellettuale occidentale, coccolato dai liberal e bestseller di lungo corso nelle librerie europee. E, al tempo stesso, l’esponente culturale più prestigioso del fronte del rifiuto palestinese. Celebre la foto in cui Said si fece ritrarre, al confine del Libano meridionale, mentre tirava sassi contro i soldati israeliani. Fu lui a inventarsi una patria palestinese, molto prima che Yasser Arafat piazzasse bombe negli aeroporti europei per rivendicarla. Fu Said a scrivere lo storico discorso con cui il rais si presentò nel 1974 all’Onu, con il ramoscello d’ulivo in una mano e nell’altra la pistola. La sua definizione dei palestinesi come “vittime delle vittime”, “profughi dei profughi”, ha avuto una risonanza straordinaria in occidente. E’ l’attrazione fatale per la vittima che diventa carnefice. In una intervista del 1989 Said disse, senza equivoci: “Quello che fanno i palestinesi per mezzo della violenza e del terrorismo è comprensibile”. Questa condiscendenza ha seminato nel profondo i campus americani. A Berkeley è stato tenuto un corso sulla “Politica e Poetica della Resistenza palestinese”. Nemmeno a Georgetown, l’ateneo dei gesuiti lautamente finanziato dai mercanti arabo-islamici, si lesina moderazione. Yvonne Haddad, docente di storia dell’islam e di Relazioni cristiano-musulmane, ha detto che Intifada, quella dei kamikaze, significa “non mi rompere le palle”. Hamid Dabashi, docente di Studi iraniani alla Columbia, ha fatto proiettare pellicole dove s’inneggia alla fine di Israele. A Yale è durato appena quattro anni l’Initiative for Interdisciplinary Study of Anti-Semitism, il primo centro accademico al mondo completamente dedicato allo studio dell’antisemitismo. Quattro anni dopo è stato chiuso, essendo stato accusato di “servilismo verso Israele”, a causa della pressione dei diplomatici palestinesi negli Stati Uniti, del politicamente corretto e delle laute donazioni dei paesi arabi. Come ha scritto sul Washington Post il professor Walter Reich, che insegna alla George Washington University, “Yale ha ucciso il miglior istituto americano per lo studio dell’antisemitismo” perché “critico dell’antisemitismo arabo e iraniano”. Nessuna polemica invece venne sollevata quando gli studenti del Jackson Center for Global Affairs di Yale vennero portati dai loro docenti a incontrare il presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad in visita all’Onu (in quell’occasione il leader iraniano negò nuovamente la Shoah). Ci sono diciassette centri di studi mediorientali negli Stati Uniti e quasi tutti ospitano ricercatori antioccidentali e antisraeliani. Lo scorso ottobre centinaia di antropologi in tutto il mondo hanno firmato un appello per il boicottaggio di Israele. C’erano anche tredici professori dalla Columbia University, nove da Harvard e otto da Yale. Tra loro nomi importantissimi del mondo dell’antropologia, come i professori Jean e John Comaroff di Harvard, decani degli studi post coloniali e africani, e Michael Taussig della Columbia, lo studioso della mimesi e dell’America latina. L’American Studies Association ha recentemente aderito alla campagna internazionale di boicottaggio contro le università israeliane. E viene da Harvard il professore che ha scritto “Israel Lobby” (si tratta di Stephen Walt), la versione dei “Protocolli dei Savi Anziani di Sion” aggiornata a Israele. E’ anche un problema di fondi che arrivano dai paesi islamici. Basta scorrere l’elenco delle donazioni dai potentati arabi del Golfo dal 1995 a oggi: Boston University (1,5 milioni), Columbia University (500 mila dollari), George Washington University (12 milioni), Georgetown University (16 milioni), Harvard (12 milioni), Mit (10 milioni), University of Arkansas (18 milioni). L’intolleranza intanto dilaga ovunque. Dall’Hampshire College, dove uno studente pro Israele è stato aggredito da parte di individui dai volti coperti al grido di “Baby Killer”, alla Rutgers University, dove in un evento i palestinesi sono stati paragonati alle vittime dell’Olocausto. Intanto, dalla mensa della Università di Harvard, è scomparsa la Sodastream, azienda israeliana leader nella gassificazione dell’acqua. Il pensiero corre al 1934. L’anno in cui Harvard accolse Ernst Hanfstängl, sodale di Hitler nonché finanziatore del “Mein Kampf”. Quando un rabbino gli chiese delle violenze antisemite a Berlino, Hanfstängl rispose: “Sono in vacanza fra vecchi amici”. E si avviò a prendere un tè con il presidente di Harvard, James Conant. Questa ondata di irrazionalità antisemita e di isteria antisraeliana nei campus d’America è l’inveramento della profezia non soltanto di Lawrence Summers, ma anche di Allan Bloom, il docente di Filosofia all’Università di Chicago che deprecò la caduta di questi santuari della conoscenza con un libro che destò scalpore, “La chiusura della mente americana”. Dove tutto ormai deve essere istantaneamente gratificante. Compreso l’odio per Israele. Quest’oppio delle élite. L’ultima buona causa liberal e umanitaria.
Giulio Meotti

Come dicevano i latini, ubi maior minor cessat: di fronte a un’aggressione verbale all’ebrea buona Noa, che saranno mai le aggressioni fisiche ad ebrei che non si sa mica se siano buoni o no, capaci magari di essere addirittura sionisti?

barbara

INTERVISTA A EYAL MIZRAHI

Eyal Mizrahi è il presidente dell’associazione Amici di Israele, e in questo momento è intensamente impegnato in una campagna a favore del movimento “Over the Rainbow”.

Eyal, che cos’è “Over the Rainbow”?
Over The Rainbow è un giovane movimento sionista, regolarmente registrato in Israele, che vorrebbe entrare a far parte del movimento sionista mondiale. Per essere riconosciuto un movimento nuovo dovrebbe conquistare la maggioranza dei delegati al Congresso Sioniata Mondiale (Il prossimo sarà a Gerusalemme in Ottobre 2015) in almeno 5 paesi su tre continenti e deve utilizzare una piattaforma di un partito Israeliano che fa già una parte della FSM. OTR fa parte del gruppo che comprende la Gioventù Sionista Mondiale – Hanoar Hazioni e il partito di centro Kadima. Per il movimento Over The Rainbow (OTR), gli obbiettivi del movimento in Israele sono importantissimi ed entrano in pieno nel “consensus” della maggioranza degli Israeliani – il ripopolamento Ebraico del Negev a sud e della Galilea a nord. Questi due importantissimi territori Israeliani sono quasi vuoti di popolazione Ebraica e il movimento ha già costruito diversi nuovi insediamenti in queste zone. Il secondo obbiettivo, a dir poco rivoluzionario (e qui entriamo noi sionisti Italiani) è lo spostamento del baricentro della relazione Israele – diaspora verso quest’ultima. Se fino a oggi lo sforzo di tutti i vari Gruppi e Movimenti Sionistici era di spostare fondi e persone in Israele, noi crediamo che sono proprio le comunità della diaspora, in grande difficoltà e sull’orlo della sparizione, che hanno più bisogno di aiuti con finanziamenti della FSM per attività Sionistiche ed Ebraiche. Noi vogliamo rinnovare le Federazioni Sionistiche ormai vecchie e sclerotiche con sangue nuovo, giovani sionisti convinti, pieni di energia e di voglia di difendere Israele e Sionismo nell’opinione pubblica, infondere lo spirito sionista nei giovani delle varie comunità, rinforzare l’Ebraismo locale che si trova in grave difficoltà e lottare attivamente contro l’antisemitismo dilagante. Non vogliamo scardinare le Federazioni locali ma rinnovarle e rinforzarle, e non ho paura di dichiarare che siamo veri idealisti, motivati non da interessi politici, religiosi o pecuniari ma solo dalla voglia di fare del bene.

Da dove nasce il desiderio di dare vita a un nuovo movimento nell’ambito della Federazione Sionistica Italiana?
Per essere sincero, per molti anni mi sono concentrato nel Sionismo non Ebraico con l’associazione Amici di Israele (ADI – www.amicidisraele.org) e ho lasciato il Sionismo Italiano ai vari organi delle comunità Ebraiche Italiane con la convinzione che questa missione è importante per loro non meno di quanto lo è per me. Qualche mese fa sono stato contattato dal presidente di un nuovo gruppo del Movimento Sionista Mondiale, che mi ha parlato di un progetto a dir poco rivoluzionario. Oltre alla missione Sionista in Israele (il rinforzare l’insediamento Ebraico nel Negev e nella Galilea) questo nuovo gruppo che si chiama movimento Over The Rainbow (www.overtherainbow.org) sostiene che sono le comunità Ebraiche della diaspora che hanno bisogno di aiuto più di quanto ne abbia Israele, per cui vanno aiutate, anche con finanziamenti da Israele. Conscio dell’importanza di questo progetto ho cominciato ad interessarmi della situazione attuale della Federazione Sionista Italiana perché una Federazione attiva e forte è una condizione primaria per l’erogazione di questi aiuti, e con mio disappunto ho trovato una Federazione vecchia, spompata e inattiva da anni. Ho preso la decisione di investire tutte le mie energie nella rivitalizzazione e ringiovanimento della Federazione Sionista Italiana e sono fiero di notare che al mio fianco si sono mossi tutti i veri sionisti Italiani da tutto l’arco del credo politico e da tutti i gruppi dell’Ebraismo, una vera rinascita. Spero con l’aiuto di tutte queste meravigliose persone di riuscire a portare a compimento questo importantissimo progetto.

Potresti precisare meglio? In che cosa consistono, esattamente, le manchevolezze della Federazione Sionistica Italiana così come è stata gestita finora, e in che modo il movimento OTR si propone di migliorare la situazione?
La Federazione Sionistica Italiana esiste da più di un secolo ormai, e nel corso di questo lungo periodo ha toccato altissime vette nella diffusione e nel rinforzare il Sionismo Italiano. Purtroppo negli ultimi 15 anni la situazione della Federazione è andata di male in peggio toccando il fondo negli ultimi 4 anni in cui l’attività Sionistica dei vari gruppi della FSI e praticamente cessata. La “colpa” è da imputare ai vertici della Federazione che non hanno saputo coltivare un ricambio generazionale (la maggioranza dei vertici della FSI sono ottantenni ormai) e la forte politicizzazione della FSI che è diventata un baluardo dell’estrema sinistra Ebraica Italiana invece di essere, come da statuto, apolitica. Noi di OTR, che si definisce un movimento pluralista e apolitico, vorremo riportare la FSI al suo ruolo naturale e cioè la casa di tutti i sionisti Italiani senza distinzioni di destra o sinistra, e il coinvolgimento attivo dei giovani delle varie comunità Ebraiche che dovranno dare il ricambio ai vertici attuali ormai stanchi. Abbiamo anche la possibilità tramite OTR di avere finanziamenti dal Movimento Sionista Mondiale per attività Ebraiche e Sioniste in Italia, una manna dal cielo per i giovani e per le attività Ebraiche visto che le casse delle comunità sono ormai vuote.

Noi, amanti di Israele e desiderosi di portare il nostro contributo nel ristabilire la verità sulle vicende che la riguardano, che cosa possiamo fare, concretamente?
Iscriversi in massa alla Federazione Sionistica Italiana tramite il movimento Over The Rainbow: per l’iscrizione via internet (che ti porta via non più di 30 secondi) andate al sito www.overtherainbow.org/italy/; per chi non sa usare internet si può scaricare dal sito www.amicidisraele.org il modulo cartaceo, stamparlo, compilarlo, firmarlo e mandarlo via posta all’ADI –  Casella Postale n°7, 20096 Pioltello Stazione o mandare la scansione a eyal-m@amicidisraele.org. I costi dell’iscrizione per il 2014 sono coperti da OTR (per cui non dovrete pagare niente) e il tempo limite per l’iscrizioni è 15 Novembre 2014. In Aprile 2015 ci saranno le elezioni ai vari Gruppi Sionistici Italiani e siamo alla ricerca di persone Sioniste convinte e attive da inserire nelle liste dei candidati. Se siete a interessati o conoscete qualcuno adatto mandatemi una mail a eyal-m@amicidisraele.org o chiamatemi al 328.4584284 chiedete di Eyal Mizrahi. Sono a disposizione per qualsiasi richiesta di informazioni.

Ringrazio Eyal che, fra tutte le sue molteplici attività, è riuscito a trovare il tempo per rispondere a questa intervista, e invito tutti a fare il proprio dovere in nome della verità, in nome della giustizia, in nome della pace.

barbara

EXODUS NUMERO 2

exodus
Lacrime, sorrisi, speranza: la saga di “Exodus” è di quelle che non si scordano. Sì, a rivederlo oggi il film di Otto Preminger mostra il segno degli anni. Ma la potenza di quell’epopea cinematografica, che allora influenzò nel profondo l’opinione pubblica mondiale e perfino i rapporti tra Stati Uniti e Israele – è innegabile. A consegnarci un quadro meno romanzato dei fatti – il film di Preminger si basava di fatto su un best seller di Leon Uris – è ora in arrivo un’altra versione assai più realistica, prodotta da Crystal City Entertainment in collaborazione con Chris Columbus, fondata sulle memorie del giovane pastore battista americano John Grauel, che dopo la morte della moglie e del figlioletto si unì all’equipaggio della nave. Grauel, che narrò la sua vicenda in un libro poco noto di Eleanor Elfenbein pubblicato nel 1982, quando s’imbarcò sull’Exodus aveva trent’anni. Da tempo si era avvicinato al movimento sionista, fino a ricoprire, dopo aver lasciato il suo ministero, la direzione dell’America Palestine Committee di Philadelphia incontrando anche Ben Gurion. Appena venne a conoscenza degli sforzi dell’Haganah per salvare gli ebrei sopravvissuti allo sterminio, il reverendo non esitò a mettersi a disposizione. Salì dunque a bordo dell’Exodus come agente segreto dell’Haganah. In quanto corrispondente del giornale episcopale The Churchman, questa la sua copertura ufficiale, doveva raccontare la storia dell’Exodus al mondo. Ma non si limitò a questo, prodigandosi invece con tutte le forze perché la missione avesse successo: organizzando i trasferimenti dei rifugiati alla nave, tenendo i contatti tra l’equipaggio e i passeggeri, occupandosi di burocrazia, degli alloggi e persino della cucina. Al fine di un drammatico viaggio iniziato nel Sud della Francia, a una quarantina di chilometri da quelle palestinesi la nave Exodus venne costretta dagli inglesi a tornare in Europa, dove i passeggeri saranno smistati in Francia e quindi in Germania. Grauel sarà arrestato dagli inglesi ma riuscirà a scappare con l’aiuto dell’Haganah. Il suo lavoro non si esaurì però allora. Più tardi testimoniò davanti al Comitato per la Palestina delle Nazioni Unite e il suo racconto ebbe l’effetto di stimolare una forte simpatia nei confronti dei rifugiati che cercavano scampo in Israele. A riconoscerne il contributo fu la stessa Golda Meir, che notò come le sue parole e il suo sostegno erano stati fondamentali nel modificare l’atteggiamento delle Nazioni Unite, orientandole a sostegno della nascita di Israele. Tra i Cinquanta e i Sessanta, Grauel, impegnato in patria nella battaglia per i diritti civili, si occupò delle tremende condizioni degli ebrei in Marocco e Algeria mentre a metà dei Settanta guidò uno dei primi gruppi di ragazzi ebrei che si recavano a visitare i campi di sterminio in Europa. Il suo ruolo è stato riconosciuto ufficialmente dallo Stato d’Israele che lo ha insignito di numerose onorificenze. “Siamo sempre stati attratti da storie capaci di ispirarci, che vedono come protagoniste persone altruiste che dedicano se stesse a qualcosa di più grande”, commenta Stuart Avi Savitsky, confondatore di Crystal City Entertainment. E il coraggio testardo del giovane pastore battista merita senz’altro un film. Però ci mancherà molto il capitano Ari Ben Canaan, interpretato nel primo Exodus da uno sfavillante e bellissimo Paul Newman.
Daniela Gross (6 novembre 2014, pubblicato su Moked)

Ora però guardiamoci il trailer del primo

E ascoltiamo una delle versioni più suggestive del tema del film.

barbara