E QUESTA È OR NA’AMAN

Or Na'aman
Il capitano Or Na’aman è il comandante della batteria di Patriot che ha intercettato il drone siriano.

barbara

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DAL GOLAN (14/2)

E naturalmente comincio dalla cosa più importante immortalata in questa foto presa a tradimento mentre mi stavo gustando quell’anguria che era la dolcezza fatta persona
barbara cocomero
(sì, l’anguria è una persona: qualcosa da ridire?)

Sul Golan sono stata diverse volte, ma questa è stata un’esperienza particolare perché ci siamo arrivati sulle jeep, inerpicandoci su sentieri rocciosi con buche e massi, in alcuni (brevi!) tratti con pendenze anche di 30°-40°. Quando siamo arrivati in cima (non so esattamente in quale punto delle Alture), con vista sulla Siria, si potevano distintamente sentire i rumori dei combattimenti in direzione di Damasco – che dista circa tre quarti d’ora d’auto, e abbiamo continuato a sentirli anche durante la sosta alla tappa successiva, alcune decine di chilometri più distante. A combattersi senza esclusione di colpi sono in questo momento circa 400 fazioni, e i Paesi direttamente o indirettamente coinvolti sono non meno di 50: questo andrebbe sempre fatto presente a chi ogni tanto si mette a dire che dobbiamo intervenire in Siria, dobbiamo aiutare la Siria, a invocare libertà per la Siria: intervenire come? Aiutare chi? Libertà da chi e a favore di chi? Qualcuno potrebbe pensare che “fintanto che si ammazzano fra di loro a noi va bene”, ma non è affatto così; Israele, per lo meno, non la pensa affatto così: dei vicini bellicosi e assetati di sangue alle porte di casa non sono esattamente la ricetta migliore per dormire sonni tranquilli, e gli avvenimenti di qualche settimana fa sono lì a dimostrarlo.

Avendo già fatto e pubblicato numerose foto in occasione delle visite precedenti, questa volta non ne ho fatte, tranne una, questa:
dal Golan
Quello che si vede là sotto, fotografato dall’autobus, è un villaggio israeliano: non credo occorra molta fantasia per immaginare che cosa succedeva quando questo territorio era in mano siriana, ossia fino al 1967 quando, con la Guerra dei Sei Giorni è stato liberato – in senso letterale: gli israeliani sono stati finalmente liberati dall’incubo dei cecchini siriani che sparavano fin dentro le finestre di villaggi e kibbutz, i pescatori israeliani sono stati liberati dall’incubo dei cecchini siriani che sparavano mentre pescavano, l’intero stato di Israele è stato liberato dall’incubo di un nemico feroce che incombeva su una parte cospicua dello stato e con la possibilità di invaderlo in qualunque momento in brevissimo tempo: ditelo a chi ciancia di restituzione! Ora, per fortuna, il pericolo non sussiste più, grazie all’annessione decisa dal parlamento israeliano nel 1981, e la difesa di Israele si combatte sul confine opposto. Che poi, a proposito di “restituzione” (come quella dei territori “occupati” o territori “palestinesi”, che dir si voglia), ci sarebbe da ricordare che questo territorio è ripetutamente ricordato nella Bibbia col nome di Bashan, fertilissimo grazie al terreno di origine vulcanica: anche qui, come in tutto il resto del Medio Oriente e del Nord Africa, gli arabi sono arrivati dopo, arabizzando e islamizzando a suon di invasioni e occupazioni e massacri e deportazioni e stupri etnici e conversioni più o meno forzate. DOPO.

Delle guerre fra Israele e Siria sono rimaste le mine, moltissime, messe da entrambe le parti del conflitto: spesso le strade sono costeggiate da sbarramenti con l’avviso di terreno minato; non vengono bonificate, oltre che per l’enorme costo e difficoltà dell’operazione, anche perché con pioggia e piccoli smottamenti le mine si spostano, sprofondano, complicando ulteriormente il compito. E sono rimaste le trincee, di cui tuttora, ogni tanto, occorre servirsi.

barbara

SALVATI DA ISRAELE 3

E uno

Siria, Israele vs Iran: sono stati gli israeliani a bombardare la base T4*

Di Lucia Resta lunedì 16 aprile 2018

Lo scorso 9 aprile una base governativa siriana a Homs, la T4, nota anche com Tiyas, è stata attaccata da un raid aereo, ma il pentagono aveva smentito che si trattasse di un attacco americano. Oggi è arrivata la conferma che gli Usa, in questo caso, non c’entrano nulla, perché gli autori di quel bombardamento sono gli israeliani e lo avevano programmato dopo che a febbraio avevano neutralizzato un drone dell’Iran che era entrato dalla Siria.

Siria: bombardato aeroporto militare, accuse agli USA che negano tutto

L’agenzia siriana Sana parla di almeno 14 morti e accusa gli USA, che però rispediscono al mittente qualunque addebito: l’episodio a poche ore dal sospetto attacco chimico nella periferia orientale di Damasco

La notizia è stata diffusa dal New York Times che ha intervistato un alto ufficiale dell’esercito di Tel Aviv, del quale non rivela le generalità, ma che ha spiegato al giornalista Thomas L. Friedman, in un articolo intitolato “La vera prossima guerra in Siria: Iran vs Israele”:
“È la prima volta che colpiamo obiettivi iraniani operativi, sia persone che impianti. È stata aperta una nuova fase”
Quanto detto dalla fonte del New York Times, tuttavia, non è stato confermato dal governo israeliano, ma il ministro della Difesa Avigdor Lieberman ha detto che non permetteranno il consolidamento iraniano in Siria e non permetteranno neanche alla Russia di porre dei limiti alla loro attività per contrastare la presenza iraniana nel territorio siriano. Inoltre Lieberman ha accusato l’Iran di finanziare i “gruppi terroristici Hamas ed Hezbollah”.
Il portavoce del ministero degli esteri iraniano Bahram Qassemi ha replicato:
“Israele prima o poi la pagherà. Non può fare un’azione del genere e pensare di restare impunito, è un’aggressione illegale”
C’è da dire che Mosca, subito dopo l’attacco alla base T4, che è usata anche dagli aerei russi ed è una posizione strategica, aveva accusato proprio l’esercito israeliano, conoscendo la preoccupazione di Tel Aviv di arginare la presenza militare dell’Iran in Siria.
La convinzione degli israeliani è che le azioni militari di Teheran in Siria non siano realmente rivolte contro le forze dei ribelli, ma mirino a sfidare Israele.

* T4, dall’indirizzo berlinese Tiergarten 4 del relativo quartier generale, è la sigla delle azioni di “eutanasia”, vale a dire di sterminio, delle persone affette da handicap ad opera dei nazisti: non è grandioso che Israele abbia bombardato e distrutto un sito denominato T4?

E due

Un ‘misterioso’ bombardamento che fa sperare bene
Cartoline da Eurabia, di Ugo Volli, 01 maggio 2018

Cari amici,
l’altra notte una cosa importante è successa in Siria. “Qualcuno” cioè ha bombardato una serie di basi militari siriane, a quanto pare uccidendo una trentina di soldati, per lo più iraniani, fra cui a quanto pare anche un generale e provocando un’esplosione così potente da essere stata registrata dai sismometri come un piccolo terremoto di grado 2,4. Quel che è esploso con tanta forza, a quanto pare, non sono i missili o le bombe attaccanti, ma un deposito colpito, che conteneva un carico d’armi appena scaricato da un aereo iraniano. Ma forse oltre alle armi è saltata per aria una fabbrica sotterranea di missili balistici avanzati. Sembra che questa fabbrica fosse scavata dentro una montagna, il che fa pensare che l’attaccante disponga di armi molto avanzate e capaci di penetrare protezioni molto potenti. (https://www.jpost.com/Middle-East/Iranians-killed-in-alleged-Israeli-strike-on-military-site-in-Syria-553099)
Dico “sembra”,”forse”,”pare” perché tutti questi dati non sono confermati. Non si sa neanche ufficialmente chi sia quel “qualcuno” che ha colpito; all’inizio i giornali siriani parlavano di missili americani, poi hanno accusato Israele, che come sempre non ha confermato né smentito. Solo un ex capo dei servizi segreti ha detto: Ci sono due ipotesi, potrebbero essere stati gli americani, oppure qualcuno che non voglio nominare. In quest’ultimo caso, la tensione fra Israele e Iran è destinata ad aumentare”. (https://www.jpost.com/Arab-Israeli-Conflict/Former-intel-chief-Iranian-dead-in-Syria-blast-spells-looming-payback-553095)
Abbastanza chiaro, no? In sostanza quel che risulta è che c’è stato un altro stop israeliano al possesso militare della Siria che l’Iran sta cercando di stabilire come “autostrada” verso il mediterraneo e base d’attacco contro lo stato ebraico. Questo possesso si realizza con numerosi basi (ne trovate qui una mappa e alcune fotografie aeree: https://www.haaretz.com/middle-east-news/syria/israeli-satellite-images-reveal-iran-builds-military-base-near-syria-1.5863736, altre qui: https://www.timesofisrael.com/satellite-image-said-to-show-new-iran-base-near-syria/); spesso queste basi, per maggiore protezione, sono condivise con truppe russe (https://infos-israel.news/le-plus-grand-danger-actuel-pour-israel-en-plus-de-19-bases-en-syrie-liran-utilise-une-autre-base-russe-pour-transferer-ses-combattants/). Alcuni di questi impianti militari sono stati attaccati nel recente passato (soprattutto quello chiamato T4, deposito a quanto pare di armi chimiche e centro di controllo dei droni d’attacco iraniani). Il bombardamento dell’altra sera prosegue in questa linea.
Ma ci sono alcune differenze importanti. In primo luogo il tempo. L’attacco è successivo ad alcune minacciose comunicazioni russe. Vari esponenti del regime di Putin avevano diffidato Israele dal continuare a violare la sovranità siriana, avevano dichiarato che la Russia era decisa a consegnare ad Assad complessi di armi antiaeree avanzate, aggiungendo che se Israele avesse provato a distruggerle, le conseguenze sarebbero state “molto gravi”. Nei giorni scorsi inoltre a Mosca si è svolto un vertice dei ministri degli esteri russo, turco e iraniano per consolidare la spartizione delle zone di influenza sulla Siria. Israele ha ignorato gli ammonimenti e la suddivisione e ha continuato a mantenere la sua “linea rossa”: nessuna colonizzazione militare iraniana della Siria è accettabile. E’ da notare che l’attacco è avvenuto immediatamente dopo la visita del nuovo segretario di stato americano Pompeo e a quanto pare anche dopo una telefonata fra Netanyahu e Trump (https://www.israelnationalnews.com/News/News.aspx/245203).
La seconda differenza è ancora più significativa. La base T4 è nel centro della Siria, fra Homs e Damasco, a est del Libano. Le basi colpite l’altro ieri sono parecchio più a nord, una subito a sud di Homa, una addirittura vicino all’aeroporto di Aleppo. Questo vuol dire che sono a Nord del territorio libanese, dove la Siria arriva direttamente al mare. E’ la zona di origine degli alawiti (la setta sciita cui appartengono gli Assad, il loro ridotto). Una delle basi colpite è inoltre distante meno di cento chilometri, che per aerei da combattimento vogliono dire 5 minuti di volo) dal porto di Tartus, la principale base russa in Siria, difesa dall’ultima generazione degli armamenti antiaerei, gli SS4, e anche abbastanza vicino al confine turco per essere rilevabile dai radar di Erdogan. Chi ha colpito la Base di Homa o veniva dalla Giordania, come all’inizio hanno detto i siriani, e allora ha attraversato senza problemi l’intero spazio aereo della Siria, o più probabilmente ha colpito dal mare, sorvolando le difese russe. Il che significa che o i russi non hanno avuto modo di fermare l’attacco che è passato sopra di loro, il che evidenzierebbe una gravissima debolezza delle loro difese, o hanno deciso di non farlo, magari avvertiti da Israele secondo gli accordi stabiliti fra Putin e Netanyahu, contraddicendo dunque le loro affermazioni contro Israele.
Ancora: l’oggetto e il modo. Se davvero è stata colpita una fabbrica di missili situata in uno scavo sotto una montagna, questo giustifica l’allarme israeliano, ma insieme mostra una capacità di azione che non è affatto scontata e che minaccia gli impianti dell’armamento nucleare iraniano, protetti allo stesso modo. Il messaggio di Israele è fortemente dissuasivo e dice in sostanza: attenzione, noi siamo capaci di superare le vostre difese antiaeree e anche di distruggere gli impianti che ritenete più protetti. Le minacce di rappresaglia proferite dall’Iran dopo l’ultimo bombardamento alla base T4, abbastanza gravi da suscitare l’allarme dell’esercito americano (https://edition.cnn.com/2018/04/26/politics/us-surveillance-iran-syria/index.html) sarebbero dunque state ridicolizzate. Ciò ha provocato una notevole confusione nell’apparato militare iraniano, che prima ha ammesso e poi negato le perdite subite (https://www.timesofisrael.com/iran-denies-it-was-targeted-in-syria-strikes-claims-no-troops-killed), una negazione che è anche, nell’ottica mediorientale, un modo per sottrarsi all’obbligo di una rappresaglia impossibile.
Certamente questo è un momento di grande tensione in Medio Oriente. Ma è vero che la guerra si avvicina? Certamente la capacità di dissuasione israeliana è quel che impedisce un’aggressione iraniana. Ed episodi come quello dell’altra sera la rafforzano molto, allontanando quindi la possibilità di un conflitto

E tre

Lorenzo Vita – Mer, 09/05/2018 – 09:51

[…] Ma quello che conta è quanto avvenuto nelle ore immediatamente successive all’annuncio americano. Aerei da guerra israeliani hanno penetrato lo spazio aereo siriano bombardando una base a sud di Damasco, ritenuta un deposito di missili iraniani. Le fonti parlano di nove morti, tutti siriani, e non ci sarebbero conferme di uccisioni tra le fila delle Guardie rivoluzionarie. Fonti mediche siriane parlano invece di almeno due civili rimasti coinvolti nei raid. […]

E infine

quanto avvenuto nella notte fra il 9 e il 10 maggio: cinquanta basi iraniane in Siria distrutte, le capacità offensive dell’Iran pesantemente ridimensionate, oltre alla lezione impartita all’Iran, la stessa preannunciata da Netanyahu quasi tre mesi fa: “Non mettete alla prova la determinazione di Israele”; hanno voluto metterla alla prova, e si sono fatti male.

Naturalmente Israele ha fatto il PROPRIO interesse – e ci mancherebbe! – ma ricordiamo sempre che, come profeticamente diceva Ugo La Malfa, “la libertà dell’occidente si difende sotto le mura di Gerusalemme”. In passato ci hanno salvato le porte di Ratisbona, che hanno resistito, le porte di Vienna, che non hanno ceduto (a differenza di quelle di Costantinopoli che non avevano retto l’urto) e hanno per un lungo periodo fermato l’avanzata dell’orda islamica. Adesso siamo nelle mani di Gerusalemme: se cede Israele, saremo travolti tutti.

E ora, dopo tanta serietà, godiamoci questa gustosissima serie di barzellette.

Nuovo fallito attacco israeliano in Siria

Alessandro Lattanzio, 10/5/2018

Il 10 maggio, il Comando Generale dell’Esercito e delle Forze Armate dichiarava che l’Esercito Arabo Siriano aveva respinto l’ennesima aggressione israeliana, distruggendo il 70% dei 60 missili israeliani lanciati su 35 obiettivi nel territorio siriano, presso Damasco e Homs. 28 cacciabombardieri F-15 ed F-16 israeliani avevano partecipato all’attacco lanciando 60 missili, oltre ai 10 missili superficie-superficie sparati dal territorio israeliano contro la Siria meridionale. I missili israeliani colpivano un obiettivo presso Duma e un altro a Jamaraya, a sud di Damasco. “Respingendo l’attacco israeliano, la difesa aerea siriana abbatteva più della metà dei missili israeliani“, dichiarava il Ministero della Difesa russo. Il Comando dell’EAS confermava tre martiri e due feriti causati dall’aggressione israeliana, che colpiva una stazione radar e un deposito di munizioni. “Tali sfacciati attacchi portano solo ad altre vittorie nella lotta al terrorismo nei territori della Siria e al consolidamento della determinazione a continuare la difesa della Patria e a garantire la sicurezza dei cittadini“. L’esercito libanese dichiarava che 4 aerei da guerra israeliani avevano violato lo spazio aereo libanese nello stesso momento.

Il 9 maggio sera, il 137.mo Reggimento della 7.ma Divisione meccanizzata dell’Esercito arabo siriano sparava almeno 20 razzi dalla Siria meridionale contro posizioni dell’esercito israeliano sulle alture del Golan, distruggendo:
Il comando della 9900° brigata di confine
Il comando della 810° brigata di confine
Una base dello spionaggio elettronico
Il comando di una base per la guerra elettronica
Una struttura per telecomunicazioni
L’eliporto di Um Fahim
L’avamposto sul monte Hermon
Il comando dell’unità di montagna
Il radar dell’Iron Dome di Safad
Il sistema antimissile Iron Dome israeliano intercettava solo 4 dei 20 razzi lanciati sulle alture del Golan. L’attacco avveniva in risposta al bombardamento dell’esercito israeliano delle postazioni dell’Esercito Arabo Siriano e delle Forze di Difesa Nazionale a Tal Ahmar e Tal Qub, presso Qan Arnabah, nel governatorato di al-Qunaytra.
Tale attacco avveniva in un momento di notevoli successi politico-militari delle forze dell’Asse della Resistenza: l’Esercito Arabo Siriano (EAS) e Liwa al-Quds avanzavano tra i governatorati di Homs e Dayr al-Zur, liberando al-Tamah, 60 km a sud-ovest di Dayr al-Zur, scacciando lo SIIL da oltre 1500 kmq di territorio ad ovest di Dayr al-Zur. Inoltre, EAS ed NDF respingevano l’attacco dei terroristi su Madinat al-Baath, tra Hamidiya e Samadaniya, nonostante la simultanea aggressione israeliana. Infine, i servizi segreti iracheni arrestavano numerosi capi dello SIIL, tra cui Sadam Umar Husayn al-Jamal, mentre presso Irbil, sempre in Iraq, il PKK si scontrava con l’esercito turco a Sidiqan, eliminando molti soldati turchi.
Non va dimenticato il successo elettorale in Libano delle forze antimperialiste. Risultati definitivi delle elezioni parlamentari libanesi:
Hezbollah e Amal: 30 seggi
Alleati della Resistenza: 10
SSNP: 3
Marada: 3
FPM di Michel Aoun: 28 seggi

Forze filo-imperialiste
Futuro: 20
Forze libanesi: 14
PSP: 9
Azam: 4
Falange: 3
Indipendenti: 4

barbara

20 MISSILI IRANIANI SPARATI SUL GOLAN

(dove mi troverò fra 20 giorni)

Alcuni abbattuti da Iron Dome. Pare che missili della difesa aerea siriana siano stati sparati sulla città di confine di Quneitra; sembra che le forze israeliane abbiano colpito una postazione di Hezbollah (qui).

Qui un po’ di missili, tanto per gradire

barbara

AGGIORNAMENTO: queste erano le postazioni iraniane in Siria. ERANO, fino all’inizio della notte scorsa.
postazioni iraniane Siria
“Se noi riceviamo pioggia, voi riceverete un diluvio”, Avigdor Liberman.

SALVATI DA ISRAELE 2

La seconda volta è stato undici anni fa, in Siria. Per chi segue la stampa ebraica sono fatti noti, ma i retroscena sono nuovi anche per noi.

Per capire l’emozione che come un’onda altissima ha investito Israele ieri mattina, quando a 11 anni di distanza sono stati resi noti i particolari della distruzione della base atomica siriana di Deir al Zur, bisogna mettersi nei panni di un padre che ha salvato il figlio da morte certa riprendendolo per un braccio, e questo figlio non è soltanto il popolo di Israele ma il mondo intero: infatti la sede della centrale, Deir al Zur, la città più grande della Siria orientale fu catturata dall’ISIS nel 2014 ed è rimasta nelle sue mani per più di tre anni. Immaginiamoci quindi non solo cosa sarebbe successo se oggi Assad, insieme ai suoi amici iraniani e Hezbollah, avesse nelle mani il plutonio e le strutture per la bomba atomica, ma anche quali pazzeschi ricatti i tagliagole avrebbero potuto imporre a tutti se Israele non avesse lanciato i suoi F16 e F15 in questa operazione di salvataggio del suo popolo e del mondo.
“È molto raro che il capo del Mossad chieda al Primo Ministro di vederlo immediatamente” racconta nel suo libro appena uscito l’ex premier israeliano Ehud Olmert  “stavolta mi disse” ecco lo smoking gun”. E sul tavolo si dispiegarono le incredibili foto rubate a Vienna a Ibraim Matman, il capo siriano dell’Operazione bomba, per cui quel cubo laggiù nel deserto, di cui né il Mossad né la CIA avevano indagato l’uso, si dimostrava  un reattore nucleare che nel giro di giorni, se non immediatamente, sarebbe stato in grado di fornire a quell’individuo pazzoide e feroce che è Assad di Siria la bomba atomica.
La tecnologia, fu subito chiaro era fornita dalla Corea del Nord, ma la timidezza dei servizi israeliani era legata all’incapacità, a suo tempo, di capire che il Pakistan aveva fornito a Gheddafi la possibilità di costruire il suo reattore.
Ma adesso Olmert vede la realtà dispiegata sul tavolo, la minaccia è immediata: il Mossad portò la “pistola fumante”. Tuttavia già la discussione ferve e Aman, i servizi militari, rivendica la sua parte nell’osservazione dei fatti che tuttavia non era giunta alla conclusione.
Il Mossad porta 30 foto rubate a Vienna dal computer del capo progetto siriano impegnato nel bar di un albergo con una signorina mentre vengono forzate la sua stanza e il suo computer.
Olmert dopo riunioni molto nervose, mentre soprattutto ci si interroga sul pericolo che la struttura sia già “calda” e quindi, se colpito e ridotto in fumo, in grado di contaminare tutto il Medio Oriente, parla con George Bush. Alla fine di una discussione gentile e simpatetica Bush dice tuttavia che gli USA tenteranno la strada diplomatica. Olmert risponde: “Noi sappiamo che la struttura è pronta a usare la bomba, e quindi dobbiamo agire subito”. Israele agisce da sola.
Il raid di otto velivoli contro quell’anonimo quadrato di cemento prende corpo pochi minuti dopo la mezzanotte fra il 5 e il 6 di settembre. Un complicato sistema elettronico confonde il sistema anti-aereo siriano, tonnellate di esplosivo distruggono fino nel profondo della terra il progetto imperialistico di uno dei peggiori tiranni del Medio Oriente, una struttura quasi identica a quella di Yonbyon in Nord Corea.
Adesso il velo del silenzio è stato sollevato, le due grandi agenzie segrete di Israele confliggono; Ehud Barak che era Ministro della Difesa si difende dalle accuse di Olmert di aver cercato di ritardare l’operazione. Israele è una società molto litigiosa, sempre. Resta il fatto che il mondo è già stato salvato dalla minacciata nucleare due volte dal coraggio di Israele: nell’81 con la distruzione della struttura di Osirak, in Iraq, dove Saddam voleva costruire l’arma del suo impero, nel 2007 da quella di Assad… Il seguito alla prossima puntata?
Fiamma Nirenstein, Il Giornale, 22 marzo 2018

Lo ricordo bene quel bombardamento “strano” sul quale la Siria, quella volta, non ha levato neppure le solite proteste formali, per non parlare di minacce di ritorsione: niente, silenzio assoluto, come se niente fosse accaduto. E proprio questo ha indotto, da subito, a supporre che il bersaglio fosse un impianto nucleare. Adesso abbiamo la conferma che ancora una volta, dopo il bombardamento di Osirak, Israele ha salvato il mondo intero (e poi sì, c’è stata una prossima puntata con un seguito).

barbara

SULLE ARMI CHIMICHE E SUL BOMBARDAMENTO AMERICANO

E su alcune altre cose

Ve ne siete accorti? È tornato di moda il complottismo selvaggio, con nuovi personaggi e interpreti: fino a ieri figurati se ci credo che le torri siano crollate per l’impatto con gli aerei, figurati se ci credo che l’attentato sia stato fatto dai musulmani, figurati se ci credo che i vaccini servano a prevenire malattie e non ad arricchire Big Pharma, figurati se ci credo alle balle della medicina ufficiale; oggi abbiamo i nuovi furbi superilluminati “che non se la bevono” e il nuovo protagonista: il bombardamento chimico di Assad: e dove sono le prove che ci sia stato, e dove sono le prove che sia stato lui (vabbè, c’è anche chi chiede le prove delle camere a gas, se è per quello: stare dalla parte dei carnefici è da sempre molto più figo), e figurati se non l’abbiamo capito che era tutta una scusa per… Ecco, propongo di leggere questo articolo di Daniele Raineri. È piuttosto lungo, ma vale la pena di leggerlo tutto, perché mi sembra che chiarisca bene tutti quei punti che i complottisti di turno stanno facendo di tutto per oscurare.

DOV’E’ LA GUERRA IMPERIALISTA?

Daniele Raineri, Il Foglio

A questo punto l’imbarazzo per alcuni commentatori dev’essere terribile. Per tutta la settimana intercorsa tra la strage di civili siriani con armi chimiche di sabato 7 aprile a Duma e l’azione militare di sabato 14 mattina hanno spiegato che era in arrivo una nuova guerra di aggressione americana. Che i civili uccisi erano una messinscena, un pretesto per imporre un altro capitolo di interventismo imperialista in medio oriente. Che i morti soffocati erano “fake news per creare il casus belli”. Che era tutta una riedizione dell’Iraq 2003, quando l’invasione americana fu preceduta dalla falsa notizia delle armi di distruzione di massa di Saddam Hussein (che poi non era proprio del tutto pulito, chiedere alle famiglie dei non meno di tremiladuecento curdi sterminati con il gas dall’esercito iracheno nel marzo 1988 a Halabja durante la campagna genocida Anfal). Che era una replica dell’intervento Nato in Libia del 2011. Che era una manovra dei sauditi o degli israeliani oppure di entrambi per buttare giù il presidente siriano Bashar el Assad – tesi suggestiva che attira clic e lettori e condivisioni sui social media e tuttavia è offerta ai lettori creduloni senza l’ombra di una prova. C’è addirittura chi ha avvertito che la Nato sarebbe stata trascinata nella guerra, e con essa anche l’Italia. L’unico precedente che contava qualcosa è stato ignorato: si tratta del raid missilistico americano contro l’aeroporto militare di al Shayrat nell’aprile 2017 dopo un bombardamento con il gas nervino che aveva ucciso cento civili vicino Idlib, un raid così limitato che non ottenne alcun effetto di deterrenza.
La ritorsione militare contro la Siria è arrivata alle quattro del mattino locali e ha raso al suolo tre obiettivi che fanno parte del programma siriano per la produzione e lo stoccaggio delle armi chimiche. A differenza della guerra in Iraq durata otto anni e dell’intervento Nato in Libia durato otto mesi è durata meno di un’ora. Gli edifici erano deserti perché erano stati evacuati. Il governo francese ha detto di avere avvertito in anticipo i russi ed è possibile che i russi abbiano condiviso l’avvertimento con i loro alleati siriani e iraniani. Il numero delle vittime varia tra zero e uno. Il Pentagono nel primo briefing in contemporanea con la fine dell’attacco ha spiegato che si era trattato di un colpo singolo, “one shot”, e che non si sarebbe ripetuto. Dodici ore dopo la fine dei bombardamenti, nel pomeriggio italiano, ci sono state manifestazioni sparse contro “la guerra imperialista”– forse il primo caso nella storia di proteste per fermare una guerra che cominciano quando la guerra è già finita.
La logica fallata di chi diceva che la strage era una messinscena organizzata per provocare una guerra è stata messa a nudo. Nessuno vuole un regime change a Damasco in questo momento e questo vale specialmente per i tre governi che hanno partecipato all’azione militare, America, Francia e Gran Bretagna. L’Amministrazione Trump insegue una politica molto nazionalista e molto poco universale, il suo motto è America First, e non ha interesse a gestire un’ipotetica deposizione di Assad a Damasco. Il presidente francese Emmanuel Macron e il primo ministro inglese Theresa May non hanno semplicemente le forze – oltre che la volontà politica – per vagheggiare un regime change da soli in medio oriente nel 2018.
C’è una vecchia boutade che dice che i generali sono sempre perfettamente preparati a vincere l’ultima guerra, per dire che ogni conflitto è diverso e dev’essere studiato come un fatto nuovo. Forse vale anche per gli altri, per chi è rimasto fermo al marzo 2003 e si ostina ad applicare lo stesso schema e gli stessi slogan alla Siria del 2018. La guerra non c’è stata, nessuno era a caccia di un pretesto, nessuno ha le forze per deporre Assad adesso: perché allora qualcuno avrebbe dovuto inscenare un bombardamento con armi chimiche? I commentatori faranno finta di nulla.
Il governo russo ha preso due posizioni a proposito dell’inchiesta internazionale sulla strage di Duma: prima e dopo il raid punitivo. Fino a due giorni prima del raid la linea ufficiale del governo russo era che il 7 aprile non c’è stata alcuna strage di civili con armi chimiche a Duma. I russi sono stati i primi ad arrivare e a occupare il sito del bombardamento dopo la resa dei ribelli e l’evacuazione dei civili e a dispetto della mole di testimonianze dirette, delle centinaia di casi di soffocamento accertati dai medici, dei cadaveri, delle immagini e dei video hanno detto che non c’era alcun segno di un bombardamento chimico. Tre giorni dopo, quando Trump ha annunciato l’intervento militare, il governo siriano ha invitato a Duma gli ispettori dell’Opcw (l’Organizzazione internazionale per la proibizione della armi chimiche) e il governo russo ha detto che gli americani avrebbero dovuto aspettare i risultati dell’inchiesta prima di lanciare un attacco punitivo. Venerdì il governo russo ha rettificato la versione, ha detto che la strage è stata una messinscena organizzata e diretta dal governo inglese e ha anche detto di avere “prove certe” che però non ha mostrato. A partire da sabato mattina però, una volta che il raid si è consumato senza troppi danni, la posizione russa è mutata. Il lavoro degli ispettori Opcw doveva funzionare come ritardante per guadagnare tempo e come elemento da citare con i media – “Gli americani non aspettano i risultati delle analisi!” – mentre adesso potrebbe essere controproducente.
Poche ore dopo i missili occidentali Mosca ha detto che il rapporto dell’Opcw sul caso Skripal – è uscito giovedì e conferma l’uso di un agente nervino inventato dall’Unione sovietica nel tentato omicidio di un disertore dell’intelligence russa vicino Londra – è falso e che l’Opcw non è un’organizzazione credibile. Nel frattempo gli ispettori dell’Opcw invitati martedì erano atterrati a Damasco. Ieri la Russia e il governo siriano li hanno bloccati e non hanno consentito loro l’accesso a Duma perché – hanno detto – “manca il permesso delle Nazioni Unite e la situazione è poco sicura”, pur sapendo che nelle indagini di questo tipo il fattore tempo è importante. L’ultima volta che una missione Opcw aveva indagato su una strage con armi chimiche in Siria aveva stabilito la colpevolezza del regime siriano, è successo a ottobre 2017. Un paio di settimane dopo la Russia mise il veto al Consiglio di sicurezza sul prolungamento della missione e di fatto la sciolse.
In Italia si è parlato del fatto che la crisi siriana avrebbe potuto imprimere un’accelerazione alla formazione del governo e che la base aerea di Sigonella avrebbe avuto un ruolo centrale nelle operazioni di guerra – e che questa partecipazione rischiava di diventare un caso politico lacerante. In realtà ci siamo attribuiti più importanza di quella che effettivamente abbiamo. I bombardieri B-1 americani che hanno partecipato al raid di sabato mattina sono partiti dalla base di al Udeid, in Qatar – come del resto fanno tutti gli aerei americani che bombardano le posizioni dello Stato islamico in Siria dal settembre 2014. I Rafale francesi sono partiti dal territorio francese e sono stati riforniti in volo. I Tornado e i Typhoon inglesi sono decollati dalla base di Akrotiri, a Cipro. Per quanto riguarda i missili, sono stati lanciati da unità in navigazione nel Golfo, nel mar Rosso e nel settore est del Mediterraneo.
Gli israeliani non commentano mai – o quasi mai – i loro raid aerei in Siria ma è probabile che siano affascinati dalla reazione così selettiva dell’opinione pubblica internazionale. Due dei tre centri colpiti dalla ritorsione occidentale. Barzeh e Jamrayah, erano già stati bombardati – ma non distrutti – dai loro jet negli ultimi otto mesi, a settembre e poi ancora a dicembre e febbraio, e in pratica non ne ha parlato nessuno. E’ dal gennaio 2013 che gli israeliani bombardano in Siria, un raid circa ogni venti giorni, con lo stesso obiettivo dei governi occidentali: prevenire l’accumulo e il trasferimento di armi sofisticate o di distruzione di massa, ma tutte le loro operazioni combinate suscitano una frazione infinitesima dell’attenzione sollevata da un singolo tweet di Donald Trump. Di sicuro hanno notato da tempo che i due centri per la produzione e lo stoccaggio delle armi chimiche colpiti a ovest di Homs – come dice l’analista Michael Horowitz – sono a pochi chilometri dal confine libanese e a poca distanza dalla strada che taglia attraverso le montagne e porta in Libano, dove c’è il cuore territoriale del gruppo armato Hezbollah alleato degli iraniani e del governo siriano. Che quella posizione sia stata scelta per rendere più facile un trasferimento d’emergenza delle armi chimiche dalla Siria al Libano?
Il giorno dopo la strage di Duma gli israeliani hanno bombardato la base T-4, nel deserto siriano vicino Palmira e hanno ucciso una squadra delle Guardie della rivoluzione iraniane che si occupa di missioni con i droni, incluso il colonnello che li comandava – e come al solito questa è un’informazione che Israele non riconosce ufficialmente, tanto che il raid è stato scambiato per una reazione americana. Thomas Friedman ha scritto sul New York Times ieri che il drone iraniano che a febbraio è stato abbattuto mentre varcava il confine israeliano non era soltanto da ricognizione, ma era armato. Da mesi guardiamo molto la punta del dito, come l’intervento “one-off” di sabato mattina, e non vediamo la luna, israeliani e iraniani che cominciano a combattere e a uccidersi direttamente senza più agire tramite alleati e partner locali.
Il governo russo ha detto sabato che il sistema di difesa aerea siriano ha abbattuto 71 dei 105 missili occidentali. Ieri ha corretto la stima e ha detto che soltanto i bersagli non coperti dalla difesa aerea sono stati colpiti, per il resto le intercettazioni hanno funzionato al cento per cento. In pratica i russi dicono che se vogliono possono bloccare tutti i missili lanciati dagli americani, ed è terribilmente poco credibile. Il Pentagono dice invece che i siriani hanno sparato 40 contro-missili quando ormai però era troppo tardi, in pratica hanno cominciato a reagire mentre l’ultima bordata di missili stava colpendo i bersagli. E’ una ovvia guerra di versioni contrastanti, ma i russi fin dal settembre 2015 giocano sul fatto che la loro presenza in Siria funziona come un ombrello protettivo contro qualsiasi attacco esterno ed è chiaro che non è così. Non solo, ma se contavano sul fatto che l’operazione in Siria fosse una buona occasione per esibire la loro tecnologia bellica di fronte a possibili acquirenti adesso devono rifare i conti, perché gli aggressori hanno centrato gli obiettivi lanciano di missili da tre mari diversi e non c’è stata alcuna capacità solida di deterrenza – a dispetto del fatto che mercoledì l’ambasciatore russo in Libano avesse minacciato: “Abbatteremo tutti i missili e colpiremo i siti di lancio”, quindi le navi americane. Simpatizzanti del presidente Assad fanno circolare presunte fotografie dei resti di missili americani intercettati e abbattuti, ma gli esperti hanno già smontato questo tentativo: sono fotografie di resti di missili russi SS 21 Tochka.
Siamo stati testimoni di un evento molto raro: un’azione militare lampo di tre governi occidentali giustificata da un motivo pratico puramente umanitario, la necessità di evitare la “normalizzazione della guerra chimica”. Naturalmente si possono individuare altri motivi di fondo, la voglia di Donald Trump di deflettere l’attenzione dai suoi guai giudiziari, l’obbligo di conservare la credibilità davanti al resto del mondo, il tentativo riuscito di lanciare un messaggio anche per quanto riguarda altre aree – dai Paesi baltici che si sentono minacciati dalla vicinanza con la Russia fino alla Corea del nord – l’avvertimento all’Iran che sta usando la Siria come una base militare. Ma il significato politico rimane, l’occidente non è totalmente inerte e le stragi di civili possono ancora avere conseguenze.

Aggiungo due parole a proposito dell’equivoco che tuttora perdura a proposito delle armi chimiche dell’Iraq e del mantra delle “armi chimiche inventate” dato che “gli ispettori non le hanno trovate” e che quindi sarebbero state “un pretesto” per permettere all’America di intromettersi nell’area. Si tratta di un totale capovolgimento della realtà: gli ispettori NON dovevano trovare le armi chimiche (quelle che erano notoriamente in suo possesso, quelle con cui aveva sterminato cinquemila curdi a Halabja il 16 marzo 1988); NON era questo il loro mandato. Era Saddam che doveva dimostrare di averle distrutte. Che cosa è successo invece? Che per molti anni agli ispettori sono stati vietati molti siti, ossia tutti quelli “sensibili”, poi sono stati cacciati e tenuti fuori per dieci anni, poi alla vigilia dell’intervento americano del 2003 fatti rientrare ma con un elenco dei siti che non avevano il permesso di controllare, con severe limitazioni alle verifiche consentite nei siti permessi, divieto – fatto rigorosamente rispettare mediante la presenza costante di personale governativo – di interrogare chicchessia. Nel frattempo tredici scienziati che avevano lavorato alla produzione di armi chimiche sono stati assassinati un settimana prima che arrivassero gli ispettori, poi ci sono state quelle ventimila tonnellate di gas fatte passare in Giordania, più altri movimenti sospetti di notevoli trasporti. Naturalmente Saddam NON ha dimostrato – non poteva dimostrare – di avere distrutto le armi chimiche, dato che NON le aveva distrutte. E, ripeto, era questo il mandato degli ispettori: farsi fornire da Saddam le prove di averle distrutte, NON trovare le armi.

barbara

GUARDATE CHE TENERI GIOCHERELLONI

che sono i palestinesi! Adesso si sono messi a giocare con gli aquiloni da lanciare gioiosamente verso Israele.
aquilone bomba
Sì, ok, dietro c’è attaccata una bomba incendiaria, ma non staremo mica a guardare questi stupidi dettagli, no? Questo invece è Muhammad Hajila,
Hamas-terrorist-Muhammad-Hajila
l’ultimo innocente pacifico inerme innocuo manifestante civile palestinese assassinato a sangue freddo dagli spietati cecchini israeliani (o devo dire sionisti?). Era membro delle brigate Izz al-Din al-Qassam di Hamas e aveva partecipato all’attacco di Hamas a Nahal Oz che aveva ucciso cinque persone. Chi non avesse chiara la geografia locale può vedere la posizione di Nahal Oz in questa mappa.
mappa 1
Di quelle località ho visitato Netiv haAsara e Sderot. Ho visitato anche, non indicato in questa mappa, il kibbutz Nir Oz, pochi giorni dopo la fine della guerra del 2014. In quest’altra mappa
mappa 2
(clic per la mappa originale, da cliccare poi per ingrandire ulteriormente), oltre alle rispettive posizioni, possiamo ammirare anche le due parti di uno stesso identico terreno, una in mano agli israeliani, l’altra in mano ai palestinesi. Che siccome anche come terroristi sono pericolosi sì, dannosi sì, ma anche scalcinati e imbecilli, non di rado sbagliano il tiro e ammazzano in casa propria, come qui,
esplosione
dove hanno fatto fuori quattro dei loro, e poi alle donne tocca fare il lutto.
lutto esplosione
È anche da questa foto, oltre che dalle dichiarazioni della stessa dirigenza della Jihad islamica palestinese, che capiamo che sono stati vittime di fuoco amico, perché quando vengono uccisi da Israele si scatenano sparando in aria ai funerali – e ogni tanto finendo per impallinare anche qualcun altro – o dando comunque vita a funerali decisamente rumorosi

mentre quando, uscendone vivi o morti (non ha importanza) sono riusciti a far fuori un po’ di ebrei, magari neonati nella culla, festeggiano alla grande distribuendo dolci, oppure con caroselli d’auto tipo da noi quando si vincono i mondiali – all’interno di questo post foto delle vittime e video dei selvaggi festeggiamenti. Poi comunque ad un certo punto le manifestazioni finiscono e tutti quei bravi giovani tornano a casa e si occupano dell’educazione dei pargoli.

Mentre noi si fa accuratamente attenzione a guardare solo dalla parte giusta.
Gaza Siria
barbara

L’ONU HA SACRIFICATO IL CORPO DELLE DONNE SIRIANE: AIUTI UMANITARI IN CAMBIO DI SESSO…

L’Onu sapeva ma ha ignorato volutamente la cosa perché l’utilizzo di funzionari locali era l’unico modo per ottenere aiuti in zone pericolose a cui il personale internazionale non poteva accedere.
La cooperante Danielle Spencer in un’intervista alla Bbc (Guarda il video) nella quale rivela che le donne siriane sono state sistematicamente abusate da operatori umanitari in cambio di aiuti, ha dichiarato senza giri di parole che “L’Onu e il sistema in genere hanno deciso di sacrificare il corpo delle donne”. “E’ un problema che si conosce da sette anni” e, nonostante l’Onu negli anni abbia documentato il fenomeno in diversi rapporti, la questione è stata “volutamente ignorata”. “Qualcuno ha deciso che andava bene che il corpo delle donne fosse sfruttato e violato al fine di consegnare aiuti a più persone”.
Nonostante gli avvertimenti sugli abusi già tre anni fa, un nuovo rapporto mostra non è cambiato nulla in Siria.
Gli operatori umanitari hanno detto alla Bbc che lo sfruttamento è così diffuso che alcune donne siriane si rifiutano di recarsi nei centri di distribuzione perché sanno cosa viene chiesto loro in cambio di cibo, medicine e beni di prima necessità.
Un lavoratore ha affermato che alcune agenzie umanitarie stavano chiudendo un occhio sullo sfruttamento perché l’utilizzo di terzi e funzionari locali era l’unico modo per ottenere aiuti in zone pericolose della Siria a cui il personale internazionale non poteva accedere.
Il Fondo delle Nazioni Unite per la popolazione (UNFPA) ha condotto una valutazione della violenza di genere nella regione lo scorso anno e ha concluso che l’assistenza umanitaria veniva scambiata con il sesso in vari governatorati in Siria.
Il rapporto, dal titolo “Voices from Syria 2018”, ha rivelato che: “Sono stati forniti esempi di donne o ragazze che sposano funzionari per un breve periodo di tempo solo per “servizi sessuali” per ricevere in cambio semplicemente dei pasti caldi.
“Donne e ragazze ‘senza protettori maschili’, come le vedove, le divorziate, o donne sfollate con i mariti dispersi, erano considerate particolarmente vulnerabili e quindi prese di mira”.
Danielle Spencer, una consulente umanitaria che lavora per un ente di beneficenza, ha raccontato le testimonianze terribili di un gruppo di donne siriane in un campo profughi in Giordania nel marzo 2015.
Le hanno raccontato come gli uomini dei consigli locali in aree come Dara’a e Quneitra avessero offerto loro aiuti per il sesso.
“Le donne e le ragazze devono essere protette quando cercano di ricevere cibo, sapone. L’ultima cosa di cui hai bisogno mentre vivi l’inferno è un uomo di cui dovresti fidarti e da cui ricevere aiuto, che pretende rapporti sessuali in cambio di un aiuto umanitario”.
Ha continuato, la cooperatrice affermando che tutti sapevano: “Queste donne in realtà non potevano andare senza essere stigmatizzate, si presumeva che se andassi a queste distribuzioni, ti saresti prostituita in cambio di aiuti”.
Pochi mesi dopo, nel giugno 2015, l’International Rescue Committee (IRC) ha intervistato 190 donne e ragazze a Dara’a e Quneitra. La sua relazione suggeriva che circa il 40% aveva dichiarato che la violenza sessuale si verificava quando accedevano ai servizi, compreso l’aiuto umanitario.
Difficile commentare l’orrore di uno scandalo simile. Difficile da credere che il desiderio di abusare del corpo di una donna da parte di alcuni uomini non si fermi di fronte a nulla, neppure a chi ha fame e ha perso tutto…

Sebastiano Nino Fezza, Globalist, 27 febbraio 2018, qui.

E questo mi sembra il miglior commento possibile:

Fla Saba

27 febbraio alle ore 22:37 · Roma

Ma un #metoo, un tubino nero, un discorso strappalacrime anche per quelle donne siriane costrette a subire rapporti sessuali in cambio di aiuti umanitari, se poffà?

Signore asie, signore gwynnette, signore angeline, signore rose e signore rosanne eccetera eccetera, voi che sapete quale terribile dramma sia la violenza sessuale, voi che sapete che cosa significa dover scegliere fra sesso violento e morte per fame, voi che avete subito sulla vostra povera carne martoriata le stesse identiche, IDENTICHE, IDENTICHE inenarrabili violenze subite da queste donne, la vostra voce anche per queste donne, no? Le vostre denunce anche per queste donne, no? Le vostre apparizioni di fronte alle telecamere coi riflettori puntati anche per queste donne, no? Un discorsino piccolo piccolo? Tre parole? Dodici secondi? No? Niente niente?

E Lei, signora Onu, che un giorno sì e l’altro pure si mette in cattedra per condannare Israele per le sue “violazioni”. Lei che ha approvato ben due risoluzioni di condanna contro l’Egitto PER AVERE CONCLUSO LA PACE con Israele. Lei che si è resa responsabile della strage di Srebrenica. Lei che dopo avere scelto di ignorare gli avvertimenti sull’imminente genocidio in Ruanda, ha rifiutato di chiamarlo genocidio per non essere costretta a intervenire, come il Suo regolamento avrebbe imposto. Lei che ha fornito cibo in cambio di sesso, non solo con donne ma anche con ragazzine e bambine in giro per tutta l’Africa. Eccetera eccetera. Lei, signora Onu, è meglio che le sia legata al collo una macina d’asino e la si getti nel mare.

barbara

ALLA FINE È ARRIVATA

La guerra, dico, quella vera. Dopo decenni di proclami (la necessità di avere l’atomica per distruggere Israele, che tanto ha scandalizzato quando l’ha proclamata Ahmadinejad, l’aveva già proclamata Ali Khamenei almeno quindici anni prima, nell’indifferenza generale), dopo i convegni negazionisti con tanto di concorso per vignette negazioniste e premiazione per quelle più spiritose (partendo dall’idea – falsa – che lo stato di Israele sia nato “grazie” alla Shoah, è stata partorita la geniale trovata che, se si cancella la Shoah, allora Israele perderebbe automaticamente la sua legittimità e il suo diritto a esistere), dopo paurose quantità di denaro investito per procurare armi a hezbollah, alla fine è arrivato l’attacco diretto: un drone iraniano giunto sul territorio israeliano, segnalato dai sistemi d’allarme nella zona di Beit Shean e dintorni, intercettato da un jet israeliano e poi abbattuto da un elicottero Apache. Immediatamente è partita la risposta israeliana: si levano i caccia e colpiscono 12 obiettivi nell’aeroporto presso Palmyra da cui era partito il drone; in particolare vengono colpite le difese antiaeree, che fanno però in tempo a colpire un F16; fortunatamente, prima che precipiti, i piloti fanno in tempo a riportarlo in territorio israeliano e a lanciarsi col paracadute. (qui notizie più dettagliate)

E la disinformazione, tanto per cambiare, si vende a chili. Esamino, rapidamente, solo Repubblica, che comincia già dal titolo: “Caccia israeliano abbattuto in Siria”, e la prima domanda che si pone chi non sia al corrente del fatti è : cosa diavolo ci faceva un aereo da combattimento israeliano in Siria? E quasi subito gli arriva la risposta: “il jet abbattuto era di ritorno dalla Siria, dove alle prime luci del mattino Israele ha condotto 12 raid su diversi obiettivi militari”: così, perché si annoiavano. Il drone arriva all’undicesima riga in una frase secondaria, dipendente di una dipendente, quasi come per caso; e naturalmente non può mancare il fatidico “un drone iraniano lanciato dalla Siria che, secondo Tel Aviv, era entrato nello spazio aereo israeliano”, e l’effettiva penetrazione in territorio israeliano viene data in forma dubitativa. E ancora “quella che Israele ha definito l’incursione di un drone” (che a voler fare due conti semplici semplici, i casi sono due: o è entrato in territorio israeliano, o non ci è entrato. Siccome il drone è stato abbattuto, se è stato abbattuto in territorio israeliano vuol dire che ci è entrato; se non ci è entrato, l’Apache per abbatterlo deve essere entrato in territorio siriano: e come mai la Siria non ha denunciato lo sconfinamento?) E la reazione israeliana ovviamente è, come da copione, “durissima”, mentre nessun aggettivo accompagna la notizia del drone iraniano inviato sul territorio israeliano.
Bello, comunque, che la risposta israeliana sia stata così pronta e decisa.

AGGIORNAMENTO: qui.

barbara