LA GUERRA DEI SEI GIORNI

Raccomandato a chi, come noi, da anni si occupa di cose mediorientali e credeva di sapere ormai tutto. A chi è convinto che gli Stati Uniti siano il cane da guardia di Israele. A chi continua a cianciare di un Israele imperialista espansionista dalla politica aggressiva (ma quelli, ahimè, non lo leggeranno mai). A chi insiste a blaterare su di un Israele che non rispetta le risoluzioni Onu (e neanche loro lo leggeranno, perché chi demonizza in malafede si guarderà bene dal rischiare di trovarsi faccia a faccia con i fatti). A chi ha voglia di gustarsi uno splendido thriller mozzafiato. A chi è alla ricerca di nuovi argomenti per ammirare Israele (quale altro stato dedicherebbe una lapide a dei nemici caduti combattendo – contro di loro –  con onore e con coraggio? In quale altro esercito potrebbe accadere che un comandante dia l’ordine di non sparare, perché i nemici sono troppo fitti e se si spara rischia di venirne fuori un massacro?). A chi si fa illusioni su un re Hussein costretto a barcamenarsi con gli arabi ma segretamente amico di Israele. A chi non disdegna, ogni tanto, qualche robusta risata, come quella che sgorga spontanea nel leggere la battuta che all’epoca circolava per tutto il mondo arabo, ossia che “la Siria è pronta a battersi … fino all’ultimo egiziano” (sarà forse a causa di queste profonde radici storiche che poi per decenni la Siria è stata pronta a battersi fino all’ultimo libanese?). A chi vuole saperne di più sul tragico incidente della Liberty e sul perché gli americani non solo, contrariamente alle loro abitudini, non abbiano messo in atto alcuna ritorsione contro Israele, ma abbiano addirittura fatto di tutto per insabbiare l’episodio. A chi si immagina di non aver più niente da imparare sull’attitudine alla menzogna degli arabi. Insomma, raccomandato praticamente a tutti.

Michael B. Oren, La guerra dei sei giorni, Mondadori
la guerra dei 6 giorni
barbara

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NON È GAZA!

Questa foto,
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con questa didascalia,
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è stata pubblicata dall’UNRWA (sì, quella che fa finta di scandalizzarsi ogni volta che vengono trovati missili in scuole e asili da lei gestiti, o tunnel che ci passano sotto) nell’ambito della campagna per raccogliere fondi per i poveri poveri abitanti di Gaza stremati dal blocco e sempre a rischio di vedere distrutta la loro povera, piccola casa. In realtà la foto è stata scattata in Siria, nel pressi di Damasco, probabilmente nel 2014. E questo è ancora niente: la foto originale con la corretta indicazione geografica, datata 2014, era stata pubblicata… dall’UNRWA!
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(qui)

Dove si dimostra  che può davvero accadere che la mano sinistra non sappia ciò che fa la destra.

barbara

A DAMASCO C’È UN HITLER DA DESTITUIRE

Il Giornale, 05 aprile 2017

Ha una data di nascita il seme della sofferenza disumana dei bambini che ieri sono morti strangolati dal gas Sarin, alla mercé del gas nervino che procura un’agonia fra indicibili sofferenze. Ha una data quella sicumera hitleriana per cui Assad ha deciso di bombardare Khan Sheikun, nella provincia di Idlib nelle ore del mattino di ieri, e poi di inseguire i feriti con altre bombe negli ospedali dove i medici cercavano, in molti casi invano, di affrontare il gas, invincibile nemico dell’organismo umano. Ma per Assad che ha fatto il 70 per cento dei morti nel conflitto siriano, questa è routine. E lo sta diventando per tutti; che immensa vergogna.
Fu quando nel settembre 2013 Obama annunciò con la sua consueta assertività di toni e di principi che l’accordo stretto con Assad di Siria avrebbe consentito di «rimuovere la minaccia senza usare le armi», che il rais siriano si accomodò sulla sua poltrona a Damasco sicuro che avrebbe potuto fare quel che voleva col sostegno di Putin il grande; degli iraniani, icona della mano tesa degli Usa all’islam; degli Hezbollah milizia la cui ferocia si diparte dal Libano per colpire tutto il mondo.
Obama con quel discorso rinnegò la promessa da lui fatta di intervenire militarmente se il rais siriano avesse di nuovo superato «la linea rossa» ovvero l’uso delle armi chimiche con cui aveva ucciso mille persone a Damasco. Kerry aveva spiegato come si sapesse benissimo che l’uso del gas sarin e di altre porcherie chimiche usate dall’esercito di Assad avesse ucciso quei civili atrocemente perché erano contro il regime.
Fu allora, nel 2013, che la vicenda siriana acquistò sempre più dimensioni bibliche, che furono incrementate le stragi, che l’abbandono di Obama ha spinto Putin a una decisa politica mediorientale, ha gonfiato l’ondata di profughi terrorizzati che ha travolto l’Europa, ha reso l’Iran una potenza militare in cinque Paesi con un’estensione terroristica negli Hezbollah. Assad si approfittò bene della tregua, prese tutto il tempo a disposizione e ancora di più per consegnare parte delle armi chimiche, si calcola tuttavia che da quell’agosto del 2013 con quello che era riuscito a conservare abbia compiuto un’altra quarantina di attacchi con i suoi Sukoi 22.
Da quando la tregua è in atto, ieri è stata una giornata un po’ più pesante del solito: i morti sono un centinaio, mentre in genere Assad ha conservato una sua media di 35 morti al giorno, sempre alla ricerca di bersagli come quello di ieri in seno alle quali individua organizzazioni nemiche come Hayat Tahrir al Sham, che ha sede a Idlib, ma sempre allargando l’obiettivo ai civili e anche ai bambini. L’attacco di ieri è un segnale molto pesante di quanto Assad, da quando Obama decise di non fermarlo, si senta sicuro.
Non teme di riempire il mondo di disgusto e di rabbia. Se ne infischia. Anche Trump, avendo condannato l’attacco, non ha tuttavia annunciato nessun cambiamento di rotta politica. L’ipotesi più probabile è che specialmente dopo l’attacco terrorista di lunedì alla Russia di Putin, forse una reazione islamista al suo impegno militare contro l’Isis in Siria, Assad abbia agito, se non con il permesso, almeno certamente senza ricevere nessun divieto dai suoi alleati russi. E non ha nemmeno temuto di avvicinarsi al confine della Siria con la Turchia: tanto gli è favorevole la geopolitica del momento.
Ma questo è orribile, come si fa a non conservarne la coscienza e a desiderare una reazione? Come si può intenerirsi per quel povero bambino, figlio di tutti noi, affogato e gettato dai flutti sulla spiaggia, e non per le creature uccise dal gas? I bambini di Idlib sono soli di fronte al mondo, nessuno segnerà una linea rossa dopo il fallimento del 2013, se non muoiono in un attacco chimico o in un bombardamento verranno avvolti, su acque in tempesta, dalla coperta della fuga sunnita che investe l’Europa.

Fiamma Nirenstein

Analisi corretta (a parte l’attribuzione dell’ondata di “profughi” che ci stanno invadendo, alla Siria e alle sue vicende), profezia sbagliata: a differenza del suo predecessore, tutto chiacchiere sorrisi ammiccamenti e niente fatti, Trump mi ha immediatamente ricordato il motto di uno stemma che devo ancora avere da qualche parte:
aerob1
veloce, deciso, preciso, centrando perfettamente il bersaglio. Senza proclami urbi et orbi. Come ha detto qualcuno, c’è un nuovo sceriffo in città, ed è bene che tutti se ne accorgano. La stessa Fiamma ne ha dato atto nell’articolo successivo. Personalmente approvo incondizionatamente l’intervento di Trump; come ho già scritto altrove: come qualunque genitore e qualunque insegnante sa perfettamente, non c’è cosa più disastrosa del minacciare e poi non mettere in atto la minaccia. È quello che Obama ha fatto per due interi mandati, stabilendo linee rosse e restando inerte ogni volta che queste venivano superate, dando così un’esplicita autorizzazione ad andare oltre, e il risultato è la macelleria in cui si è trasformato l’intero Medio Oriente, la cui fine è difficile in questo momento ipotizzare. L’intervento di Trump, al di là di ogni considerazione (giusto/sbagliato, efficace/inefficace, buono/cattivo) è, molto semplicemente, LA COSA CHE ANDAVA FATTA, e lui l’ha fatta (e comunque la ritengo una cosa buona, efficace e giusta). Altre opinioni, con qualche sfumatura di differenza nei dettagli, ma pienamente concordi nel merito, sono quelle di Ugo Volli, di Paolo Mieli e di “Parsifal”, tutte e tre meritevoli di essere lette.

barbara

IL BAMBINO DI ALEPPO

Omran Daqneesh
Questo è il miglior commento che ho trovato in giro.

Il bambino, ammesso che sia stato estratto veramente dalle macerie (i ribelli sono specialisti in tarocchi), viene messo a sedere come in un set cinematografico, in una strana ambulanza senza medici né infermieri, e lo lasciano lì, senza nemmeno pulirgli il volto dalla polvere e dal sangue, in posa per i numerosi reporter che “per caso” passavano da lì. Vergogna per quelle ONLUS che pensano di usarlo come spot per i loro scopi politici e finanziari.

Come il bambino curdo sistemato per bene a faccia in giù sulla battigia. Come il neonato libanese morto “appena estratto dalle macerie della sua casa bombardata dagli israeliani” brandito dieci volte in dieci posti diversi in dieci momenti diversi di fronte a dieci diverse bande di fotografi (da qualche parte nel vecchio blog sul cannocchiale c’è tutta la documentazione), con al collo lo struggente ciuccio azzurro “estratto dalle macerie” senza un solo granello di polvere. Come le immancabili commoventissime bambole fotografate in mezzo alle macerie o accanto ai cadaveri bambini, anche loro senza un granello di polvere addosso. Giornalisti e fotografi, fate vomitare.
E cerchiamo di ricordarcelo bene, questo bambino, che alla prima operazione israeliana garantito che ce lo ritroviamo anche lui come povero bambino palestinese vittima dei kattivissimi sionisti.
E poi leggi anche qui.

barbara

P.S.: mi è venuta in mente adesso un’altra cosa: poiché questo bambino – se è veramente ciò che si pretende che sia (ci sono quei capelli così belli puliti che mi danno parecchio da pensare) – è chiaramente bisognoso di soccorso, e nessuno sta provvedendo, tutti coloro che hanno partecipato a questa vergognosa messinscena dovrebbero essere incriminati quanto meno per omissione di soccorso.

MA VOI LO SAPETE VERO

che i palestinesi muoiono di fame? Che tutto il mondo li ha abbandonati? Che bisogna combattere per attirare l’attenzione sulla loro tragedia vergognosamente ignorata e ristabilire la giustizia? Sì, vero, che lo sapete? (Se non sai l’inglese non preoccuparti: guarda le figure e vedrai che capirai abbastanza lo stesso).

Poi volendo ci sarebbero anche tutti quei cristiani ridotti a brandelli in Pakistan che però non lo sappiamo mica chi sia stato, perché se si sapesse il signor papa avrebbe sicuramente denunciato a chiare lettere gli autori di questo orrendo crimine (sempre che qualcuno non avesse insultato la loro mamma, beninteso, che in tal caso…), e quelle decine di ragazzini irakeni fatti a pezzi allo stadio, più qualche altra quisquilia in giro per il mondo, ma mi sa che devono essere finiti i gessetti.

barbara

AL 22° FESTIVAL EUROPEO DEL REGGAE A VALENZA LUI NON CI SARÀ

No, non è israeliano, è solo un ebreo americano qualsiasi, ma si è rifiutato, pensate un po’ che nefandezza, di prendere pubblicamente posizione per lo stato di Palestina e contro i crimini israeliani (dite che a nessun partecipante a nessun festival del mondo è mai stato chiesto di prendere posizione contro i crimini siriani e dell’ISIS e a favore dei cristiani massacrati sgozzati bruciati sepolti vivi e delle donne ragazze bambine stuprate a migliaia e poi mandate in quei loro bordelli islamici? No vabbè che c’entra, i siriani e l’ISIS non sono mica ebrei, perché mai qualcuno dovrebbe condannarli), e così lo hanno buttato fuori dal festival. (No, non aggiungo commenti)

barbara

AGGIORNAMENTO: dichiarazione di Matisyahu su FB:
“The festival organizers contacted me because they were getting pressure from the BDS movement. They wanted me to write a letter, or make a video, stating my positions on Zionism and the Israeli-Palestinian conflict to pacify the BDS people. I support peace and compassion for all people. My music speaks for itself, and I do not insert politics into my music. Music has the power to transcend the intellect, ideas, and politics, and it can unite people in the process. The festival kept insisting that I clarify my personal views; which felt like clear pressure to agree with the BDS political agenda. Honestly it was appalling and offensive, that as the one publicly Jewish-American artist scheduled for the festival they were trying to coerce me into political statements. Were any of the other artists scheduled to perform asked to make political statements in order to perform? No artist deserves to be put in such a situation simply to perform his or her art. Regardless of race, creed, country, cultural background, etc, my goal is to play music for all people. As musicians that is what we seek. – Blessed Love, Matis”

L’IMPORTANZA DI SCEGLIERSI IL NEMICO GIUSTO

I palestinesi di Gaza, per esempio, si sono scelti come nemico Israele. Basta che uno di loro si faccia un graffio, non importa se bambino o adulto, non importa se disarmato o armato fino ai denti, non importa se innocente o assassino, non importa se stava facendo una passeggiata o eseguendo un attentato, non importa, addirittura, se sia stato colpito da un israeliano o da un palestinese: basta che si faccia un graffio e il mondo intero si mobilita, marcia, protesta, brucia bandiere, boicotta, invoca (e ottiene) condanne Onu. Prendi invece i palestinesi di Yarmouk (esattamente come quelli di Giordania, del Kuwait, di Tell al Zatar): li ghettizzano, li discriminano, li opprimono, li affamano, li massacrano, e al mondo non gli scuce un baffo.
flottillas
La storia di quelli di Yarmouk ce la racconta Lorenzo Cremonesi, giornalista non di rado poco onesto quando c’è di mezzo Israele (ci ho anche personalmente litigato, e lì è stato proprio disonesto al massimo grado), ma che ogni tanto si ricorda di essere giornalista e racconta le cose come stanno, come per esempio nell’articolo scritto dopo la liberazione della Natività dai terroristi che vi avevano fatto irruzione: chi desiderasse rileggerlo, lo troverà all’interno di questa recensione). E lo fa anche in questo articolo che vi propongo.


L’assedio del campo profughi: ‘Uccisi dall’Isis mille palestinesi’

Spari sui civili nei campi profughi e inevitabilmente colpisci i bambini. Non fa eccezione il grande campo profughi palestinese di Yarmouk, a otto chilometri dal centro di Damasco, dove dal primo aprile si combatte una furibonda battaglia contro i jihadisti dello Stato Islamico (Isis) e del gruppo radicale Al-Nusra. Pare abbiano il controllo sull’80 per cento dell’area. Sui social network di Isis sono già stati postati video delle decapitazioni di almeno due combattenti palestinesi. Altri sette sarebbero stati fucilati. Alcune fonti riportano una settantina di morti nell’ultima settimana. Ieri in serata il deputato arabo israeliano Ahmed Tibi ha dichiarato al quotidiano Ha’aretz che «il movimento fascista di Isis» avrebbe ucciso «mille palestinesi» tra cui l’imam della moschea di Hamas e accusava i Paesi arabi di «vergognosa passività».
Testimoni parlano di 25 decapitati. Ma per ora sono cifre difficili da verificare. «Almeno 18.000 profughi intrappolati sotto i bombardamenti e tra questi 3.500 bambini. Le loro condizioni sono gravissime, oltre l’inumano. In ogni momento rischiano di essere feriti o uccisi. Nel campo mancano cibo, acqua, elettricità. Si vive con meno di 400 calorie al giorno. Scarseggiano le medicine, gli ultimi medici sono scappati qualche giorno fa», avvertono le agenzie dell’Onu e le ong. Le Nazioni Unite rilanciano gli appelli al cessate il fuoco e per la costituzione di corridoi umanitari. Ma per ora cadono nel vuoto, solo 2.000 persone sarebbero riuscite fortunosamente a scappare. C’è chi fa già il paragone con Srebrenica, la città martire della ex Jugoslavia dove nel luglio 1995 circa 8.000 musulmani bosniaci vennero massacrati dalle milizie serbe sotto lo sguardo passivo del contingente dell’Onu . Non è la prima volta che si combatte in questo che è il più grande campo profughi della diaspora palestinese. Prima dello scoppio delle rivolte contro il regime di Bashar Assad, nel 2011, era abitato da circa 150.000 persone. Al suo interno c’era una pletora di gruppi in lotta tra loro, sostanzialmente facenti capo al fronte laico dell’Olp, più legato al regime, e ai radicali islamici di Hamas, che rapidamente si schierarono con la miriade di formazioni siriane decise a defenestrare Assad.
Ma queste divisioni sono venute a scemare negli ultimi mesi, con l’avanzata di Isis verso la capitale. E oggi sono uniti per fermare il nemico comune. Pare che Isis in questa fase abbia stretto alleanza con Al Nusra, riuscendo così a penetrare Yarmouk. Il regime ha risposto con furia devastatrice. Ormai da due o tre giorni i suoi mortai sparano nel mezzo dei quartieri abitati e gli elicotteri sganciano i famigerati «barili bomba», ordigni primitivi e brutali che distruggono palazzi interi. L’organizzazione internazionale non governativa «Save the Children» riporta: «Le testimonianze degli operatori umanitari ancora sul posto raccontano di civili feriti per le strade da giorni, senza che nessuno possa andare a soccorrerli a causa dei combattimenti continui». L’inviato locale della Bbc in lingua araba spiega della presenza letale di cecchini che impediscono ogni movimento, specie verso le vie di fuga.
Yarmouk

Interessante e meritevole di essere letta anche questa analisi di Carlo Panella.

barbara