REQUIEM PER VENEZIA

Non è colpa dell’acqua alta

Venezia affonda. Il mondo, attonito e impotente, ne guarda la disperazione e le si stringe attorno, confortandola con il suo affetto di fronte al disastro ambientale che l’ha colpita. Il turista, intanto, si gode l’unicità dell’evento, e a piedi nudi nell’acqua si immortala in mitici selfie con il gusto pornografico di un macabro voyeur. Va a piedi nudi, con l’acqua a mezza coscia, senza stivali, felice di sguazzare nella tragedia di una città che muore. Né gli passa per la mente che in quelle acque di color verdastro tendente al marrone si convogliano gli sbocchi del sistema fognario, tane di topi.
Venezia è un parco divertimenti. Non certo per coloro che, abitando al piano terra, hanno dovuto assistere alla devastazione di suppellettili, abbigliamento, libri e ogni altro loro avere. Non certo per gli artigiani che hanno perduto il lavoro di anni, o per i negozianti che hanno assistito inermi allo sfacelo delle loro merci. Non certo per il non abbiente cui la marea ha tolto quel poco o nulla che si teneva stretto. E non per il panettiere e per il tipografo cui sono andati sott’acqua forno e linotype e non riapriranno più bottega.
La città sta reagendo, come ha fatto del resto ogni volta a ogni acqua alta, da anni, e per secoli. Ma lo spirito combattivo e la resilienza dei veneziani stanno soccombendo, erosi non tanto dall’acqua alta quanto dall’inerzia colpevole di una politica che sta affondando la città, mentre si occupa di affari, e solo di affari. La città si imbelletta ogni mattina per offrire i suoi favori al miglior offerente.
A erodere le fondamenta di questo unicum non sono le secolari acque alte, bensì lo sfruttamento e la prostituzione cui lo assoggetta lo spirito degli affari che, con buona pace di Ezra Pound e dei suoi epigoni politici, è tutt’altro che ‘giudaico’.
Quella che un tempo era la Regina dell’Adriatico, la mitica Serenissima, la Dominante, è ridotta a un grande e diffuso centro turistico, costellato di ristoranti, alberghi, bed & breakfast, negozietti innumerevoli di maschere di cartapesta e affini, bancarelle di misera chincaglieria, spaghetti take & go da consumarsi seduti sui gradini dei ponti a intralciare il passaggio, vetri di importazione cinese spacciati per vetri di Murano. O, per contro, negozi di grandi firme per il turismo che spende, al pari dei giri in gondola e degli spostamenti in taxi acquei. Una città degradata e svenduta, ridotta a maschera volgare di sé stessa e del suo passato, vetrina del kitsch e del ciarpame, dove il patriziato decaduto monetizza i suoi palazzi al carnascialesco del miglior offerente.”Na vecia in fresca e imparucada’ direbbe il veneziano, che si invernicia le gote vizze di scarlatto per fingere un’antica gioventù. ‘Todo cambia’, è vero, il mito è trascorso, e forse non ha mai avuto un referente reale, ma se ‘todo cambia’ non dev’essere necessariamente in peggio. Il cambiamento lo si potrebbe orientare.
La politica della città la fanno le varie categorie commerciali. Tutti coloro che vivono sulla tasca del turista, per lo più giornaliero, che usa la città con lo spirito del mordi e fuggi. Arriva, vede Rialto e San Marco, compra un panino e una mascherina e se ne va. Venezia non è più città da vivere, ma da visitare in fretta. Una grande, diffusa Disneyland, in cui è ormai difficile provvedersi di biancheria intima o di stoviglie e pentolame, se proprio non conosci quell’uno o due negozi, protetti dal recondito delle calli, che ancora resistono all’assalto del ‘tutto a un euro’. E si provi a cercare una drogheria, o una merceria, o un ciabattino. Fruttivendoli e pescivendoli sono scomparsi dai quartieri, resistono ancora a stento al mercato di Rialto, anch’esso in via di rapida estinzione. Gli esercizi utili al quotidiano non esistono più perché non più redditizi: in effetti, la città si è svuotata dei suoi residenti originari, la popolazione del centro storico è scesa vertiginosamente da centottantamila a cinquantaduemila abitanti a causa dei costi abitativi inaffrontabili – sia di affitto che di acquisto. Altro ambito di vergognosa e disumana speculazione.
A farla da padroni sono le categorie commerciali, l’utile economico senza alcun compromesso, senza la minima preoccupazione per il grado di vivibilità della città. Spesso al posto di sane e tradizionali osterie, hanno preso piede anche le grandi catene della ristorazione economica globalizzata. Anziché una politica che favorisse, a catena, il contenimento dei prezzi della ristorazione tradizionale si sono aperte le porte a street food e fast food. Non estranea a questo gioco al ribasso e al massacro è l’infiltrazione di ‘ndrangheta e camorra, i cui affari sono da qualche tempo sotto la lente della Magistratura.
Si sa che, agli occhi del mondo, le immagini mediatiche dell’erosione provocata dall’acqua alta sono di grande effetto, ma per i veneziani l’erosione vera e la più deleteria è quella prodotta, nell’indifferenza totale della politica, al tessuto umano e sociale della città. Se non sei interessato agli affari non sei parte integrante del sistema. Se ti disturbano i turisti seduti sui ponti, o le comitive, condotte da guide incivili, che intasano le calli strettissime e non ti lasciano passare, o ti impediscono con i loro bagagli di salire su un vaporetto mentre stai andando al lavoro o a prendere un treno o un aereo, bene, se ti disturba il turismo invasivo e sregolato, allora vattene a vivere altrove, come ha suggerito la massima autorità cittadina, quella che a breve cercherà il nostro voto. Se non ti aggrada il passaggio della grandi navi in bacino San Marco, vattene a vivere altrove. Ma se vivi a Venezia da oltre cinquecento anni sai che andarsene significherebbe cambiare la tua storia. E tuttavia, se vuoi viverci, devi far parte del mondo degli affari, o esserne connivente o quanto meno compiacerlo. Affari, ristoranti e alberghi, e nuovi enormi dormitori per migliaia di ospiti in terraferma, che riversino ogni giorno sul centro storico masse incontenibili e incontrollate di turismo effimero, sempre più spesso in forma di orda barbarica. A scapito della qualità della vita e di ogni altro valore. Mutatis mutandis – e si ammette che l’analogia non sia calzante per diverso grado di gravità – sembra di star parlando dell’ILVA: cinquantamila posti di lavoro contro la salute degli abitanti di Taranto (e chiedo scusa ai tarantini per l’improprietà del confronto). Non c’è spazio per la scelta. E non esiste possibilità di compromesso. Venezia deve morire, nelle mani di una politica senza scrupoli, che non ha interesse a contingentare le attività sporadiche e speculative legate al turismo e non tutela le classi sociali più deboli dall’esponenziale aumento del costo della vita. La stessa politica che costruisce un MOSE sapendo bene che non funzionerà mai, e che è invece servito sinora da cassaforte per tangenti e soldi sporchi e qualche fortuna personale.
Si potrà opporre, a questo inverno del nostro scontento, che Venezia, oltre agli affari, è anche Mostra del Cinema e Biennale e cento altre realtà culturali. Ma non saranno mille associazioni culturali a salvare le masserizie di chi vive al piano terra, né saranno mille convegni internazionali a restituire a Venezia i suoi abitanti originari e il loro quotidiano. Si vada al mercato del pesce e della frutta, a Rialto, per godere di un’illuminante epifania della Venezia che muore.
È curiosa la battaglia di chi contesta le proteste contro il degrado della città esaltandone, per contro, la statura culturale, come se la cultura potesse essere avulsa dalla vita sociale, come se gli eventi internazionali che portano decine di migliaia di visitatori-turisti alla Biennale o al festival del Cinema producessero – oltre a immagine ed entrate – cultura integrata per la città e per i suoi abitanti. E, in ogni caso, non si può pensare di compensare con la cultura, alta o bassa, povera o ricca, la distruzione del tessuto sociale e lo stravolgimento del tessuto economico di una città.
Si potrà anche opporre che qualsiasi consesso sociale, per vivere, ha bisogno di attività e di lavoro, di commercio e di scambi e di affari. E nessuno lo mette in dubbio. Ma si sarebbero anche potuti cercare modi di salvare una città come Venezia dal degrado, dall’umiliazione e dall’invivibilità. Quei modi nessuno li ha mai esperiti. Si è invece privilegiata all’eccesso l’economia da turismo sull’economia del quotidiano, e l’economia interna della città ne è rimasta schiacciata, mentre la ricchezza e il potere politico si sono concentrati nelle mani di una élite di categorie specializzate.
La verità, alla fine, è che chi avrebbe dovuto negli anni stabilire le regole per una vita economica armonica ed equilibrata della città ha lasciato campo libero alla speculazione e a un liberismo che è stato nei fatti l’egoismo estremo del laissez-faire. Insomma, la politica amministrativa, che avrebbe dovuto avere la funzione di correggere le distorsioni create dalle dinamiche del mercato libero e della competizione estrema ha scelto di non svolgere la sua funzione. Così, l’interesse individuale e la ricerca dell’utile hanno avuto campo libero e nessuno si è preoccupato di quale sarebbe stato l’effetto globale dell’anarchia determinata dalle scelte individuali.
Per ritornare là dove si è iniziato, non si può accettare che sia un’acqua alta straordinaria a fare da paravento e diversivo alla devastazione in corso.
Unica consolazione: l’acqua alta si attiene a un ciclo, e ogni sei ore ha la decenza di ritirarsi.

Dario Calimani, Università di Venezia, 19 novembre 2019

Non aggiungo commenti, perché qualunque parola lo sporcherebbe.

barbara

GRETA, L’ASPERGER E IL MUTISMO SELETTIVO

Naturalmente non ho guardato tutto il video: la mia povera ulcera richiede qualche riguardo. Ho retto per circa due minuti, sufficienti a farmi arrivare al limite della sopportazione, ma sufficienti anche a raccogliere un adeguato numero di informazioni.

La prima cosa che si nota è l’inconfondibile recitazione a memoria, strofa per strofa (la terra al nunzio sta – poi cosa viene, ah sì – muta pensando all’ultima) di un testo evidentemente preparato da altri, indicando anche le pause per dare al pubblico il tempo di ridere. Evidentemente ci devono essere i soliti avvisi per il pubblico per indicargli di ridere, dato che difficilmente, in quello che dice, qualcuno potrebbe ravvisare il benché minimo motivo di ilarità. O forse il segnale di ridere è dato proprio dalle sue pause, va’ a sapere. Ma non è di questo che voglio parlare.

L’altra cosa che si nota subito dopo è la stratosferica quantità di sciocchezze che snocciola, dato che i burattinai che tirano i fili della marionetta, di questi argomenti sanno meno di zero, ma quello che conta non è dire cose vere e cose esatte, bensì unicamente cose che facciano effetto. Ma non è di questo che voglio parlare.

Parla poi dell’Asperger, diagnosticato all’età di 11 anni. Ora, l’Asperger è una sindrome che rientra nello spettro dell’autismo. Secondo una leggenda – fabbricata a scopo di lucro – in circolazione da qualche decennio, l’autismo sarebbe causato dal vaccino MPR. E da che cosa è sostenuta questa leggenda? Dal fatto che l’autismo – e le altre sindromi similari – si evidenziano nel momento in cui normalmente il bambino comincia a comunicare, e ci si accorge che non lo fa (autismo) o lo fa in modo non adeguato (Asperger e altro), momento che coincide più o meno con l’età in cui si pratica tale vaccino, ossia DUE ANNI. Un Asperger che compare dal nulla a 11 anni non sta né in cielo né in terra. Ma non è di questo che voglio parlare.

Racconta poi che il modo in cui la sua personalissima versione dell’Asperger si manifesta è il mutismo selettivo “ossia parlo solo quando ho qualcosa da dire”. Ora, a parte l’incredibile presunzione e arroganza di una simile affermazione, la nostra Greta ci sta dicendo che LEI decide quando parlare e quando no: e questa sarebbe una patologia?! Che poi in realtà, come abbiamo visto, il mutismo si manifesta quando un giornalista le pone qualche domanda sul clima, per l’evidente motivo che è un argomento di cui non sa assolutamente niente. Ma non è di questo che voglio parlare.

E poi parla di quando è stata male e ha smesso di parlare e di mangiare, ed è di questo che voglio parlare. È successo anche a un mio scolaro, a tredici anni. Il padre lo violentava e la madre lo seviziava. Ad un certo punto la sofferenza è diventata talmente intollerabile che è stato costretto a staccare la spina: ha smesso di mangiare, di parlare, di muoversi. Passava le giornate immobile a fissare il vuoto. Ed è paurosamente dimagrito. Come Greta. Poi, si sa, – Bibbiano insegna – manipolare i ricordi dei bambini, se ci si sa fare, e soprattutto se non si hanno scrupoli sul come farlo, è un gioco da ragazzi.

barbara

SEA-WATCH E DINTORNI ANCORA

Un po’ di cose raccattate in giro per la rete, con alcune riflessioni che condivido e che ritengo utili (è un po’ tanta roba, ma portate pazienza che domani vi faccio riposare, così se volete potete leggere anche a rate).

In arrivo a Lampedusa una carovana di parlamentari del Pd a difesa della SeaWatch.
Siamo su Scherzi a Parte…
Per certi politici l’Italia non ha leggi, non ha confini, non ha regole, non ha dignità.
Per loro vengono prima i clandestini?

Vengono prima i soldi che ricavano dai clandestini.

Questa storia è scandalosa. I naufraghi proprio non interessavano a nessuno. Questa deficiente li ha portati a spasso per due settimane solo per entrare in Italia (aveva tutte le possibilità del mondo, ma non le interessavano). E i politici di sinistra stanno dimostrando che le leggi le debbono rispettare solo i loro nemici…
Ah, a proposito:ho le palle piene di sentir chiamare “flussi migratori” queste buffonate. Il flusso migratorio che viola coscientemente le leggi (piacciano o meno) è un atto delinquenziale come tutti gli abusi. E siccome di delinquenti ne abbiamo a sufficienza, questa capitana andrebbe punita senza sconti. (qui)

Da Ornella, che di Africa ne ha vista un bel po’.

“Questa presunzione tutta razzista, provinciale e presuntuosa per la quale si possa vivere una vita dignitosa soltanto in Europa, e in Africa no, mi ha veramente stancata. Sotto la retorica dell’accoglienza spesso e volentieri si legge un disprezzo per l’Africa, generalizzato e superficiale, che fa venire i brividi. L’Africa ha più di 50 paesi, diversissimi, con ricchezze e bellezze uniche, culture meravigliose e nuove opportunità. C’è la povertà, ma non c’è solo quella. Prima di tutto, un po’ di rispetto, questo continente lo merita.” (qui)

CAPITANA vs CAPITANO (qualcuno mi ricorda perché il semipremier lombardo ha questo soprannome??). Tra una vertigine e l’altra ho cercato di buttare giù qualche riga, alle quali premetterei che sarebbe ora in questo disgraziato Paese di rispettarci un po’ di più l’un con l’altro, comprendendo tanto le motivazioni di chi propende all’accoglienza tanto quelle di chi invece ha le sue ragioni per negarla. Direi che un po’ di visione a lungo termine e l’attuazione di un sano “principio di precauzione” sarebbe utile a tutti.
Ciò premesso, direi che la Capitana (della nave) ha avuto in vita sua tante possibilità, indubbiamente è preparata, è plurilaureata e ha un curriculum come un papiro, ma questo non le dà alcun diritto di sentirsi al di sopra della legge, né di infrangere le leggi degli Stati altrui, men che meno interpretare a suo insindacabile giudizio il Diritto marittimo. Aggiungerei che costei non ha studiato – se lo avesse, qualche sacrosanto dubbio dovrebbe averlo – un po’ di antropologia e di “antropologia delle migrazioni”: chi le dice che lei possa spostare persone, con relativi usi e costumi, dove più le aggrada, e che i riceventi debbano sottostare alla SUA visione del mondo senza esprimere alcuna forma di resistenza? Lei e i suoi fan non si rendono conto che se anche nel Sud d’Italia si è arrivati a votare un Salvini, probabilmente gli elettori (che saranno beceri, ma ne hanno il diritto; di sicuro non sono stupidi) hanno avuto le loro ragioni. IO personalmente non li approvo, ma questo non mi rende cieco di fronte alle loro motivazioni. Qualcun altro, dall’alto delle sue lauree e dei suoi curriculum, è invece cieco, ma solo in determinate direzioni guarda caso.
E non ho toccato il più grave argomento: quanto questa emigrazione dall’Africa PEGGIORA le condizioni degli Stati e delle popolazioni locali?? Perché ricordiamoci: l’Africa è un continente in grandissima parte in pace; dove la crisi alimentare è stata abbondantemente superata (e chi veramente muore di fame non emigra); ed è in forte sviluppo economico… Certo non è l’Europa, ma chi si sta muovendo in questa emigrazione economica sta togliendo al suo continente, al suo Paese, alla sua gente la speranza di un miglioramento futuro.
Ora, se è vero che, a detta di qualcuno, è impossibile fermare le migrazioni e la storia lo dimostrerebbe (a dire la verità, la storia dimostra che non è affatto detto: tante migrazioni sono state bloccate o abbondantemente diluite), è anche vero che quasi mai le migrazioni sono state accettate supinamente, anzi più erano incontrollate più hanno scatenato conflitti anche sanguinosi.
Gianni Pellegrini, qui.


Franco Londei

Come sapete non sono un salvinista, non condivido nulla delle idee di questo personaggio, NULLA, ma mentiremmo a noi stessi se non ammettessimo che in questa vicenda della Sea-Watch c’è una sfida palese alle leggi di questo paese, che possono essere giuste o sbagliate, ma che fino a che ci sono vanno rispettate. Che poi Salvini ne approfitti per fare propaganda è un altro paio di maniche, ma la sinistra pretenda pure il rispetto dei Diritti dei migranti a bordo, pretenda qualsiasi cosa e qualsiasi intervento di salvaguardia di quei poveracci in mare da settimane, ma non faccia l’errore di pretendere una sorta di salvaguardia per gli operatori della ONG. Io quando stavo bene ho collaborato con diverse ONG e la prima cosa che si impara in questo mestiere e che, d’accordo o meno, si rispettano le leggi del paese dove si opera. Non esiste nel Diritto Internazionale ed umanitario una regola che ti permetta di bypassarle. (qui)

Fulvio Del Deo

Parole come “umanità” e “accoglienza” non hanno nulla a che vedere con lo sporco traffico umano che questi nuovi negrieri stanno compiendo. Questo gioco criminale sta estirpando giovani dalla loro terra e li sta portando qui a vivere un’esperienza di vuoto ed emarginazione, di giornate caratterizzate dal nulla assoluto, di attese interminabili che renderanno piacevole perfino “essere liberi” di essere assunti per chiedere l’elemosina agli angoli delle strade e fuori ai supermercati, mettendo a posto i carrelli in cambio di qualche spicciolo.
Nella foto vedo solo uomini, giovani e forti (qui; cliccare sulla foto per ingrandire)
seawatch

Fulvio Del Deo

Nella generazione dei suoi nonni, anche loro bianchi e ricchi come lei, si sono dedicati allo spostamento di persone, via dalle loro case per eliminarle dal paese.
Adesso lei, insieme alla generazione dei suoi coetanei, continua a spostare persone, e le allontana dalle loro case per scaricarle in un paese da danneggiare. (qui)

Il fine dei pirati è demolire gli stati

Gian Micalessin

Adesso Sea Watch ha calato la maschera e issato la sua vera bandiera. Quella della pirateria umanitaria.
Una pirateria che, al pari delle navi corsare al servizio degli stati nazionali del XVII secolo non agisce per fini propri, ma per soddisfare gli interessi di nuove entità sovranazionali poco disposte a metterci la faccia. A garantire la «lettera di corsa» alle navi con teschio e tibie e il soldo ai loro capitani di ventura pensavano, un tempo, Paesi come Inghilterra, Francia e Spagna interessati a bloccare i commerci del nemico senza esibire e le proprie cannoniere. Oggi la pirateria umanitaria interpretata con un tocco di romantico femminismo dalla 31enne Carola Rackete, capitana di Sea Watch, svolge esattamente la stessa funzione. La capitana Rackete che si dice in dovere di forzare il blocco «per salvare 42 naufraghi allo stremo» sa bene di mentire. E sa altrettanto bene che il suo aiuto ai quei 42 «naufraghi» sarebbe stato molto più sollecito se li avesse sbarcati in Tunisia o in qualsiasi altro porto del Mediterraneo raggiungibile durante i 15 giorni trascorsi a comiziare e far politica davanti a Lampedusa. Ma la «lettera di corsa» garantitale formalmente dall’opaca organizzazione umanitaria di cui è al soldo le richiede altro. Le richiede di approdare solo ed esclusivamente in Italia perché solo da quel ventre molle, dove l’anomalia di un esecutivo giallo-verde ostacola la compattezza dell’Unione, può iniziare lo sfondamento dei cancelli della «fortezza Europa». La missione assegnata alla capitana Carola come a tanti altri capitani mercenari è insomma quello di penetrare in Italia per scavare una breccia nelle mura dell’Europa. Ma per conto di chi? La risposta è semplice. Per ottenerla basta seguire il denaro fatto affluire nelle casse di organizzazioni umanitarie come Sea Watch. Nel XVII e XVIII secolo i corsari servivano agli stati nazionali per garantirsi il controllo dei traffici. Oggi i «pirati umanitari» servono a fare carne di porco delle frontiere e delle ingombranti legislazioni nazionali per far spazio ad entità multi o sovra-nazionali. Entità come i giganti del web o le grandi aziende globalizzate che considerano gli stati, i loro confini, i loro sistema fiscali e le loro leggi sul lavoro alla stregua di limitazioni obsolete da abbattere quanto prima. Spazzare via il concetto d’inviolabilità delle frontiere legittimando l’arrivo di manodopera a basso costo da trasformare in futuri consumatori dei servizi delle aziende globali è la via più breve per accelerare la fine dei vecchi stati nazionali. Per questo la vera missione della capitana Carola non è quella di salvare o proteggere il carico umano di cui s’è impossessata andando incontro ai trafficanti e violando la zona di soccorso assegnata alla Libia. La vera missione di questa capitana di sfondamento è riversare quel carico umano nella breccia del vallo italiano per dividere il nostro Paese e spaccare l’Europa. Dribblando i divieti di Salvini e scaricando sulle coste italiane quei 42 migranti utilizzati alla stregua di ostaggi la Capitana avrà esaurito il suo compito. Potrà dimostrare a chi la paga di aver contribuito a inasprire i rapporti tra l’Italia e un’Olanda che offre ai pirati di Sea Watch la sua copertura di bandiera. Potrà consolare le anime belle di una Germania che mentre lascia agire impunemente la concittadina Carola Rackete scarica in Italia migranti narcotizzati e si vanta di aver deportato in un Paese in guerra come l’Afghanistan più di 530 migranti irregolari. (qui)

I PALADINI DELLA GIUSTIZIA

di Niram Ferretti

Tra i demagoghi di provincia, Leoluca Orlando è in pole position da anni. Re della retorica più melensa, delle banalità più insulse, patetico menestrello di un multiculturalismo da operetta, ora si fa promotore della cittadinanza onoraria all’equipaggio della Sea Watch.
«Per rendere omaggio a cittadini e cittadine che negli ultimi mesi sono protagonisti di una operazione di umanità e professionalità; un atto di amore e coraggio che giorno dopo giorno ha salvato e salva vite umane, ridato speranze e costruito un ponte di solidarietà nel mare Mediterraneo, anche contro logiche, politiche e leggi che poco hanno di umano e civile».
La logica del cuore, la nobiltà d’animo contro la durezza di leggi disumane come quelle volte a impedire l’immigrazione indiscriminata. Perché la vera nobiltà d’animo consiste nell’accoglienza sempre e comunque, anche di chi domani non vorrà integrarsi e costruirà società parallele come in Francia, Regno Unito, Belgio, Olanda, Svezia o, non trovando qui il Bengodi finirà sfruttato dalla criminalità organizzata come le donne nigeriane, oppure ne prenderà parte con solerzia.
Ma oggi la nuova figura iconica della sinistra a corto di proletari e rivoluzionari è quella del migrante. E’ il migrante infatti che riassume l’umiliato e offeso, il diseredato, l’uomo e la donna da riscattare e da redimere. E a sinistra sono tutti potenziali redentori, laici, si intende.
Leoluca Orlando appartiene alla luminosa genia dei Saviano, dei Lerner, dei Gino Strada, degli Ovadia. Loro stanno con l’Umanità oppressa, con quelle che identificano come vittime. Tutto il resto è secondario una volta che sono state individuate perché a quel punto si sa esattamente chi sono le canaglie e gli oppressori. E il gioco è fatto. (qui)

Ed ecco qui, in tutta la sua bellezza, il nostro bel satrapetto.
alibabaorlando
Poi c’è anche il Dalai Lama, che ha qualcosa da dire in merito

mentre su quelle famose “convenzioni internazionali” di cui i fans della novella Antigone che sfida le leggi in nome della giustizia morale (“se aveste un pizzico di cultura, sapreste che un tale di nome KANT scriveva:”Il cielo stellato sopra di me, la legge morale dentro di me.”…. Ma immagino non sappiate nemmeno chi sia costui…. Figuriamoci se per voi possa esistere la LEGGE MORALE!!!” No, questo non vi dico dove si trova: non ho nessuna intenzione di fare pubblicità gratuita a qualcuno a cui non la farei neanche a pagamento), può essere utile dare un’occhiata qui. Quanto ai sinistri, a me fanno venire in mente questa:

PS: per un momento, girando oggi in rete (in realtà il calendario dice che sarebbe ieri, ma fino a quando non vado a letto rimane sempre oggi) mi era venuto il sospetto che il Ghisberto fosse passato di qui e mi avesse rubato un’idea; poi, prima di accusarlo di plagio, ho voluto verificare e ho constatato che in effetti no, semplicemente la stessa idea era venuta anche a lui, già qualche mese fa:
smartphone
barbara

AVARIZIA

I due monsignori cominciano a parlare subito dopo che il cameriere ha portato il carpaccio di tonno e il battuto di gamberi rossi. Prima se n’erano stati zitti. Scorrendo la lista dei vini bianchi per cercare quello giusto da abbinare alle pietanze, sbocconcellando il pane alle noci, guardandosi annoiati in giro, alla ricerca di un volto noto da salutare nel giardino del ristorante ai Parioli.
Inforchettato il primo gambero, il sacerdote più anziano, quello che non avevo mai incontrato prima, va al sodo. “Devi scrivere un libro. Devi scriverlo anche per Francesco. Che deve sapere. Deve sapere che la Fondazione del Bambin Gesù, nata per raccogliere le offerte per i piccoli malati, ha pagato parte dei lavori fatti nella nuova casa del cardinale Tarcisio Bertone. Deve sapere che il Vaticano possiede case, a Roma, che valgono quattro miliardi di euro. Ecco. Dentro non ci sono rifugiati, come vorrebbe il papa, ma un sacco di raccomandati e vip che pagano affitti ridicoli.
“Francesco deve sapere che le fondazioni intitolate a Ratzinger e a Wojtyla hanno incassato talmente tanti soldi che ormai conservano in banca oltre 15 milioni. Deve sapere che le offerte che i suoi fedeli gli regalano ogni anno attraverso l’Obolo di San Pietro non vengono spese per i più poveri, ma ammucchiate su conti e investimenti che oggi valgono quasi 400 milioni di euro. Deve sapere che quando prendono qualcosa dall’Obolo, i monsignori lo fanno per le esigenze della curia romana.
“Deve sapere che lo lor ha quattro fondi di beneficenza avari come Arpagone: nonostante l’istituto vaticano produca utili per decine di milioni, il fondo per opere missionarie ha regalato quest’anno la miseria di 17 mila euro. Per tutto il mondo! Deve sapere che lo Ior non è stato ancora ripulito e che dentro il torrione si nascondono ancora clienti abusivi, gentaglia indagata in Italia per reati gravi. Deve sapere che il Vaticano non ha mai dato ai vostri investigatori della Banca d’Italia la lista di chi è scappato con il bottino all’estero. Nonostante noi l’avessimo promesso. Deve sapere che per fare un santo, per diventare beati, bisogna pagare. Già, sborsare denaro. I cacciatori di miracoli sono costosi, sono avvocati, vogliono centinaia di migliaia di euro. Ho le prove.
“Deve sapere che l’uomo che lui stesso ha scelto per rimettere a posto le nostre finanze, il cardinale George Pell, in Australia è finito in un’inchiesta del governo sulla pedofilia, alcuni testimoni lo definiscono ‘sociopatico’, in Italia nessuno scrive niente. Deve sapere che Pell ha speso per lui e i suoi amici, tra stipendi e vestiti su misura, mezzo milione di euro in sei mesi.
“Francesco deve sapere che la società di revisione americana che qualcuno di noi ha chiamato per controllare i conti vaticani ha pagato a settembre 2015 una multa da 15 milioni per aver ammorbidito i report di una banca inglese che faceva transazioni illegali in Iran. Deve sapere che la Santa Sede per guadagnare più soldi ha distribuito tesserini speciali a mezza Roma: oggi vendiamo benzina, sigarette e vestiti tax free, incassando 60 milioni l’anno.
“Deve sapere che non è solo Bertone che vive in trecento metri quadrati, ma ci sono un mucchio di cardinali che vivono in appartamenti da quattrocento, cinquecento, seicento metri quadrati. Più attico e terrazzo panoramico. Deve sapere che il presidente dell’Apsa, Domenico Calcagno, si è fatto un buen retiro in una tenuta della Santa Sede in mezzo al verde, facendo aprire una società di comodo a suoi lontani parenti. Deve sapere che il moralizzatore Carlo Maria Viganò, l’eroe protagonista dello scandalo Vatileaks, è in causa con il fratello sacerdote che lo accusa di avergli fregato milioni dell’eredità. Deve sapere che Bertone ha preso un elicottero costato 24 mila euro per andare da Roma in Basilicata. Deve sapere che il Bambin Gesù controlla allo Ior un patrimonio pazzesco da 427 milioni di euro, e che il Vaticano ha investito pure in azioni della Exxon e della Dow Chemical, multinazionali che inquinano e avvelenano. Deve sapere che l’ospedale di Padre Pio ha trentasette tra palazzi e immobili, e che oggi hanno un valore stimato in 190 milioni di euro. Deve sapere che i salesiani investono in società in Lussemburgo, i francescani in Svizzera, che diocesi all’estero hanno comprato società proprietarie di televisioni porno. Deve sapere che un vescovo in Germania ha scialacquato 31 milioni per restaurare la sua residenza, e che una volta beccato è stato promosso con un incarico a Roma. Francesco deve sapere un sacco di cose. Cose che non sa, perché nessuno gliele dice.”
Il monsignore posa la forchetta e si pulisce la bocca con il tovagliolo. Il prete che conosco bene gli versa un po’ di vino nel bicchiere, un Sacrisassi Le Due Terre. Il canuto reverendo alza il calice, strizza un occhio per osservare con attenzione il colore giallo paglierino attraverso il cristallo, beve due lunghi sorsi, poi sorride. “Qui fuori c’è parcheggiata una macchina piena di documenti. Dello Ior, dell’Apsa, dei dicasteri, dei revisori dei conti chiamati dalla commissione referente, la Cosea. È per questo che ho chiesto che lei venisse in auto. Non ce la farebbe a portarli via in motorino.” Si alza di scatto. “A proposito, noi non abbiamo contanti. Stavolta il ristorante lo paga lei?” (pp. 9-11)

Perché se qualcuno si immagina che il voto più disatteso in Vaticano e dintorni sia quello della castità, si sbaglia, eccome se si sbaglia.
Il libro è il dettagliato resoconto di quel pacco di documenti che è dovuto andare a prendere con la macchina, perché col motorino non ce l’avrebbe fatta.
Se poi sia vero che il papa non lo sa, e che sarebbe interessato a saperlo, questa, ovviamente, è un’altra storia. Il libro, comunque, merita di essere letto.
Poi, se si trova ancora in circolazione, andrebbe letto anche “In nome di Dio, di David Yellop, edizione Tullio Pironti, sull’assassinio di papa Luciani, proprio la notte che precedeva il giorno in cui aveva programmato, dopo avere raccolto tutta la documentazione necessaria, di fare piazza pulita di tutta quella cloaca, a partire dal cardinale Marcinkus.

Emiliano Fittipaldi, Avarizia, Feltrinelli
avarizia
barbara