FINE ANNO 1945

Al Tempio Maggiore di Roma si celebra il primo matrimonio dopo la fine della guerra, fra Ester Pace e Aaron Greifmann, soldato della Brigata ebraica di origine tedesca.
matrimonio TM
La damigella accanto alla sposa, dall’inconfondibile faccione tondo, è lei, sorellina della sposa.

barbara

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ABBIAMO GIÀ DATO

Cercate di capirci, abbiamo già dato

Cari Amici,
è chiaro che di nuovo – come in tante altre situazioni di pericolo per Israele – c’è una larga differenza fra quel che pensano e che sentono gli amici di Israele e in particolare gli ebrei (salvo pochissimi traditori, personaggi cioè che il popolo ebraico detesta e disprezza) e il modo in cui i media stanno orientando l’opinione pubblica. Ignorando i traditori e gli antisemiti più o meno consapevoli e dichiarati che sono venuti allo scoperto in questa circostanza, vorrei cercare di spiegare a chi onestamente non capisce le azioni di Israele che cosa sta succedendo a Gaza.
Lo faccio in maniera estremamente sommaria, accennando solo a due punti. Il primo è questo. Hamas, un’organizzazione considerata terrorista da moltissimi paesi (non solo gli Usa da ben prima di Trump e quasi tutti i paesi occidentali, ma anche molti stati arabi), ha lanciato un mese e mezzo di mobilitazione, chiamata “marcia del ritorno”, con lo scopo esplicito di abbattere i confini di Israele e di impadronirsi del suo territorio.
Spesso ha dichiarato di voler sterminare tutti i “sionisti” o i “coloni”- parole in codice per dire ebrei. Che il senso delle manifestazioni fosse questo, lo hanno dichiarato in maniera chiarissima il suo capo politico Yihya Sinwar: http://www.jpost.com/Breaking-News/Hamas-chief-We-will-remove-the-borders-and-implement-the-right-of-return-549053  ed altri dirigenti (https://twitter.com/twitter/statuses/982520058411978752) .
Ora, non c’è Stato senza controllo del territorio. Non si tratta solo dei confini, che vengono difesi da tutti (pensate allo sdegno recente per l’”irruzione” della Gendarmeria francese a Bardonecchia), ma anche di porzioni di territorio che vengono chiuse. Negli ultimi anni, ogni volta che ci sono state iniziative politiche internazionali sono state difese da “zone rosse”, difese militarmente dagli stati organizzatori. Nessuno del resto lascia la propria casa aperta a chi pensa di prendersela per sé. Le città nascono stabilendo i propri inviolabili confini, come Plutarco e Livio raccontano di Roma. Perché proprio Israele non dovrebbe difendere i suoi confini?
Anche se la “marcia del ritorno” fosse stata una manifestazione pacifica (ma non lo era, ve ne sono infinite prove fotografiche e testuali, a partire dal nome), Israele aveva diritto di impedire lo sconfinamento, con gli ostacoli e le barriere che ci sono sempre e che sempre Hamas cerca di violare con tunnel, missili e incursioni varie; e se queste erano minacciate, per esempio tagliando la rete di protezione come hanno ripetutamente cercato di fare i terroristi durante gli scontri, anche con le armi.
E’ un fatto comunissimo: avvicinatevi a una qualunque zona militare, anche a una caserma dei carabinieri nella pacifica Italia, e trovate dei cartelli che vi avvertono della possibilità di una difesa armata. Cercate di superare un confine vero (ormai l’Italia non ne ha più, ma cercate di entrare in Russia dall’Ucraina o in Turchia dalla Grecia o dall’Armenia) e vi spareranno a vista.
Israele si è difeso in maniera molto selettiva, individuando i caporioni (guarda caso, tutti giovani maschi appartenenti a organizzazioni terroristiche).
Perché non avrebbe dovuto farlo? Quali erano le alternative? Mezzi di controllo delle sommosse come gas lacrimogeni sono stati largamente usati, ma sono inutili contro organizzazioni militari attrezzate come quelle che hanno attaccato il confine, preparando anche una copertura fumogena, come nelle guerre vere e proprie: un vero e proprio stupro ecologico, contro cui aspetto ancora di sentire una protesta ambientalista.
Ecco, questo è il primo punto: negando a Israele il diritto di difendersi, lo si discrimina rispetto a tutti gli altri stati e lo si mette in pericolo, incoraggiando i suoi nemici, che continuano a pianificare la sua distruzione (https://www.aljazeera.com/news/2018/04/khamenei-big-mistake-negotiate-israel-180405125637407.html )
L’Europa ancora una volta si allinea o fa finta di non sentire, vedendo solo le indubbie durezze di una guerra di difesa. Il che fa sì che gli ebrei si indignino dell’indignazione europea. Ma c’è una seconda ragione, più specifica. Se ogni stato ha il diritto e il dovere di difendere i propri confini per tutelare i propri cittadini, uno stato ebraico non può non sentire questo dovere con intensità molto maggiore. La memoria storica degli ebrei ha impressa a lettere di fuoco l’esperienza di quel che accade quando una folla ostile sfonda le difese ed entra nelle loro case. Dai visigoti cristiani agli almoravidi musulmani in Spagna, dalle stragi compiute da Maometto in persona contro gli ebrei dell’Arabia a quelle dei crociati, dai processi dell’Inquisizione ai pogrom in Polonia e in Russia, dalla Shoah alla caccia agli ebrei nei paesi arabi nel secolo scorso, il popolo ebraico si è trovato sempre vittima di lutti e distruzioni infinite, disarmato, senza avere modo di difendersi mai perché privo di uno stato, dovendo solo confidare nella pietà o nell’interesse di chi poteva fermare gli assassini e quasi sempre non lo faceva.
La fondazione dello stato di Israele ha prima di tutto il senso di prendere il destino nelle proprie mani, di potersi difendere. Esattamente questo significa per noi “mai più Auschwitz”. Non possiamo credere, oggi come nel Medioevo, a una protezione internazionale. L’esperienza ha mostrato che in ogni momento di debolezza di Israele le potenze del mondo (e in primo luogo l’Europa) non l’hanno voluto difendere. E hanno mostrato anche che i “poveri palestinesi” sono ben decisi ad ammazzare più ebrei che possono, appena ne hanno la possibilità.
Rinunciare a difendere i confini vorrebbe dire tornare ad Auschwitz.
Auschwitz è ciò che l’Europa, che a suo tempo collaborò volonterosamente coi nazisti, la Chiesa, che non fece quasi nulla per impedire la strage, la sinistra (che cercò per decenni di occultarne il senso antisemita) vorrebbero oggi di nuovo dagli ebrei.
L’odio anti-israeliano gratuito dell’Europa, della Chiesa, della sinistra in generale, esibisce una coazione a ripetere che non può che far dubitare della natura umana – o della cultura occidentale. Non faccio fatica a immaginare con quanta commozione ci commisererebbero fra cinquant’anni, se seguissimo i loro buoni consigli umanisti: con giornate della memoria, musei e commoventi rievocazioni della nostra cultura. E’ un vero peccato dover deludere queste così nobili aspettative. Noi ebrei non abbiamo la minima intenzione di farci commemorare un’altra volta, non siamo disposti a farci sterminare di nuovo dai palestinisti, dagli iraniani o da chiunque altro. Ci difendiamo. Anche a costo di non mostrare la moralità delle vittime che così volentieri ci viene riconosciuta, magari dagli eredi dei carnefici o dei loro aiutanti.
Se qualcuno, armato di mitra o di coltello, magari sbandierando una svastica, cerca di entrare a casa nostra per tagliarci la gola, ci difendiamo.
E continueremo a farlo, alla faccia degli appelli del Papa, del Segretario delle Nazioni unite o degli editorialisti dei quotidiani di provincia che continuano a farci la lezione. Se disgraziatamente dovesse servire, lo faremo fino all’ultimo uomo (a parte i traditori infettati dall’ideologia di sinistra, che per fortuna sono pochissimi). Ci spiace di non darvi soddisfazione, di non poter fare i bravi ragazzi, come piacerebbe a voi. Cercate di capirci, abbiamo già dato.
Ugo Volli, su Informazione Corretta

Naturalmente sappiamo benissimo che “cercate di capirci” è un modo di dire, per dare una chiusa elegante e “rotonda” al pezzo. Sappiamo benissimo che “quelli” non ci pensano neanche di striscio a cercare di capire, non ci pensano neanche di striscio a cercare informazioni diverse dalle veline della propaganda filo terrorista. Ce ne faremo una ragione. E continueremo a difenderci, perché dopotutto, come diceva Golda Meir, “preferisco le vostre critiche alle vostre condoglianze”.
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E ciò che non hanno potuto fare loro ieri, oggi, fortunatamente, lo possono fare, e lo fanno, i loro nipoti.

barbara

UNA STELLA INCORONATA DI BUIO

Il tempo è diverso, per i sopravvissuti. Il presente è sempre un dopo. La violenza – inaudita, insensata, improvvisa – spezza l’ordine naturale delle cose. Quando c’è la morte non ci siamo noi, diceva il filosofo. Fin quando non accade accanto a te, oppure qualcuno prova a distruggerti, o, addirittura, entrambe le cose. Dopo, la morte siede al tavolo e non si alza più. Il sopravvissuto abita un mondo retto da una teoria della relatività speciale. Il tempo della distruzione è per sempre adesso, il resto è dopo. Dopo non sarà mai più come prima. Un mondo governato dalle logiche non classiche degli incubi – è accaduto dunque accadrà ancora – o del senso di colpa – potevo evitarlo, potevo salvarti, potevo… È lungo e periglioso il viaggio per tornare nell’universo governato dall’ordine apollineo delle vere catene causali. Se pure riesci a tornarci da sveglio, se riesci a tornare a dormire, ecco, non sei al sicuro nel mondo dei sogni. La superficie dell’anima è un vaso ricomposto dai cocci. Per quanto accurato il lavoro di ricostruzione, passandoci il dito senti la traccia di crepe invisibili, le irregolarità dei punti di sutura che fanno male nei giorni di pioggia. Il sopravvissuto le nasconde con molta cura. Talvolta persino a se stesso. Il dopo è sapere l’orrore creato da mani umane. Da chi? Perché? il sopravvissuto ha bisogno di saperlo. Domande antiche si levano contro il cielo, sempre le stesse, sin dalle pagine dei Salmi. Perché il malvagio prospera e l’innocente è ucciso? Perché il male? Perché? Solo la verità può ristabilire un ordine nelle cose, dove il senso è stato distrutto. Il sopravvissuto abita il tempo negato a un altro essere umano. Dopo, custodisce in segreto domande impronunciabili. Perché sono vivo? Perché lui, lei, loro, e non io? Perché io? Occupiamo come abusivi uno spazio pieno di assenza. L’orologio col vetro rotto si ferma, mentre altre lancette continuano a segnare il tempo. Tu vivi ancora – lui, lei, loro no. Dopo, nel fondo più oscuro, infiniti sensi di colpa. Colpa di esistere. È accaduto a te. Ma è successo anche a qualcun altro.

Lo sa bene lei, Benedetta Tobagi, che cos’è un dopo. Ma non è di suo padre che si occupa questo bellissimo libro, bensì di un’altra tragedia italiana: la strage fascista di Piazza della Loggia, otto morti, oltre cento feriti. È un libro fatto di intense ricerche, di scavi inesausti, di studi approfonditi, di incontri con chi c’era – i sopravvissuti – e con chi sapeva, affrontando tutti gli aspetti della vicenda: storico, politico, sociale, culturale, ma soprattutto umano: è un amoroso ricomporre quei corpi smembrati dalla bomba, ridare loro un nome, un volto, una storia, un restituirli, il più possibile intatti, alla memoria, con una dedizione, con una passione, con una delicatezza davvero commoventi. Ma non solo le vittime: anche i nemici tenta di ri-umanizzare: c’è la “galassia nera” che ha disseminato di stragi l’Italia, ma dentro quella galassia ci sono pur sempre degli esseri umani, ed è importante, soprattutto per i più giovani, cercare di capire quando e perché degli ideali che potevano anche essere validi hanno imboccato la strada dello stragismo. E nel corso di queste accurate ricostruzioni reincontriamo – noi che abbiamo un po’ di anni sulle spalle e queste storie le abbiamo vissute dal vivo – molte delle vicende e dei nomi che hanno segnato la nostra storia: Piazza Fontana, l’Italicus, Bologna, Gelli, Sindona, Sogno, Falcone e Borsellino, Pasolini, Servizi deviati, P2, La Zanzara (sì, quella), la legge sul divorzio, i primi consultori, l’entusiasmo politico e la convinzione di poter cambiare il mondo, il Sessantotto, le grandi manifestazioni, l’autunno caldo, la battaglia di Valle Giulia, trame eversive, SID, golpe Borghese, Piano Solo, La Rosa dei Venti, brigate rosse, terrorismo palestinese, Signorelli, giudice Occorsio, Concutelli, Stefano delle Chiaie, Casa Pound, la delusione dei comunisti che scoprivano che la libertà di pensiero, all’interno del partito, non era contemplata… Il tutto narrato come lo può narrare una giornalista di razza e una scrittrice di razza.

Giusto perché questo non sembri, più che una recensione, un panegirico, voglio segnalare la presenza di una svista (Terezìn era un campo di concentramento, non di sterminio), e la presenza del famigerato “l’eccezione che conferma la regola”, che usato in modo improprio – ossia il 99,9 periodico fisso per cento delle volte che viene usato – è una mastodontica bestialità, e a me fa l’effetto di carta vetrata sfregata direttamente sui nervi. Poi, volendo proprio proprio pignoleggiare, potrei aggiungere che di tanto in tanto vi si sente aleggiare qua e là un lieve sentore di manicheismo. Ma proprio lieve lieve, ecco. E il libro resta un libro che si deve assolutamente leggere. Anche perché una discreta quantità delle cose che troviamo qui dentro non le abbiamo mica trovate, a suo tempo, nei giornali. E dunque se le volete sapere non avete scelta: dovete proprio leggerlo.

Benedetta Tobagi, Una stella incoronata di buio, Einaudi
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barbara

HALABJA, I SOPRAVVISSUTI CHIEDONO GIUSTIZIA

Iraq: i curdi di Halabja chiedono giustizia in Francia
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Venti sopravvissuti del massacro con armi chimiche del villaggio iracheno di Halabja, commesso nel 1988 dal regime di Saddam Hussein, hanno chiesto lunedì [10 giugno] a Parigi un’inchiesta giudiziaria contro i fornitori francesi.
I sopravvissuti affermano che i dirigenti di queste società, che non sono identificati dalla denuncia, erano al corrente della possibilità che i materiali inviati al dittatore iracheno venissero utilizzati nella progettazione di armi chimiche.
La strage di Halabja, un villaggio curdo nel nord dell’Iraq, ha provocato circa 5000 vittime ed è il peggior attacco mai perpetrato contro la popolazione civile con armi chimiche.
L’avvocato che rappresenta il gruppo di curdi, Gavriel Mairone, ha sottolineato che i superstiti hanno tuttora problemi di salute. I denuncianti richiedono che le aziende che hanno fornito le attrezzature riconoscano la loro responsabilità.
Le vittime richiedono in particolare il ricovero in una clinica e cure mediche specialistiche, ha detto il signor Mairone.
L’avvocato spera che il Commissario inquirente acconsentirà ad avviare un’indagine, che potrebbe permettere l’acquisizione di ulteriori dettagli. A questo potrebbero aggiungersi altri casi, in particolare in Germania, negli Stati Uniti e nei Paesi Bassi.
L’avvocato ha sottolineato che ci sono voluti circa 25 anni per raccogliere nel dossier le prove necessarie, a causa, tra l’altro, del caos seguito alla caduta del regime di Saddam Hussein in Iraq. (qui, traduzione mia)

E chissà se un giorno qualcuno arriverà a chiedere conto alla Russia per il sarin fornito ad Assad.

barbara

PER QUEL BUDINO DI RISO…

Il viaggio di ritorno lo feci con uno zio, fratello di mia madre, Marcus Yudkewicz, che stava cercando sua moglie Lotka. Prima passammo per Lódz, dove lui trovò una cognata da cui seppe che sua moglie era viva a Konin. Mi ricordo quando arrivammo in città e i miei zii si ritrovarono: fu come un miracolo. Lei viveva con tua cugina Felunia, a casa di Lola Birnbaum.
Mia zia, Lotka Blum, era di Konin; si erano sposati poco prima della guerra e avevano avuto una bambina, Renia, che allo scoppio del conflitto avevano affidato a una famiglia polacca. Dopo essersi ritrovati cominciarono a cercare Renia, ma invano: non sapevano se fosse viva o morta. Si rivolsero alla famiglia che l’aveva tenuta, ma nessuno aveva idea di cosa le fosse successo. Dissero che era stata portata via. Era sparita nel nulla.
Qualche tempo dopo i miei zii si trasferirono a Lódz, mentre io rimasi a Konin ancora un paio di mesi. Andai a vedere la nostra casa, però ebbi paura di entrare: alcuni ebrei erano stati uccisi per avere cercato di riprendersi le loro abitazioni. Non era certo un periodo tranquillo. Io abitavo con Chayim Czerwonka, che si era installato nel suo appartamento in un vecchio edificio sul Tepper Mark. Un giorno mi recai a Varsavia con lzzy Hahn per comprare un tamburo. A quell’epoca si viaggiava gratis dentro il Paese. Andammo anche alla mensa del JOINT, l’unico posto dove si poteva mangiare un budino di riso.
A tavola mi accorsi che una donna, seduta di fronte a me, non smetteva di guardarmi. Quando qualcuno ti fissa così, non riesci nemmeno a, mangiare. Alla fine le domandai seccato: “Se ha tanta fame, perché non mangia?” E lei rispose: “No, non è la fame: lei somiglia a una persona che conosco, una bambina.” Pensai subito alla figlia di mio zio, e le chiesi: “Dov’è questa bambina?” “Oh, molto lontano”.  Allora mi feci dare l’indirizzo e decisi di andarci immediatamente: era un convento di Poronin, un paese a circa seicento chilometri, non distante da Cracovia.
Lasciai a Izzy Hahn il compito di cercare il tamburo e partii da Varsavia. Arrivato a Cracovia, mi diressi affamato al JOINT, dove mi diedero da mangiare e le indicazioni per raggiungere Poronin. Era un paese di montagna; il convento stava arroccato in cima a un cocuzzolo. Alle sette del mattino seguente ero già arrivato. Aprii la porta per vedere se ci fosse qualcuno e mi trovai mia cugina davanti. La riconobbi subito, lei capì chi ero e scoppiammo a piangere tutti e due. Aveva solo sette anni e non sapeva più nulla dei suoi genitori. Rimasi al convento quella notte, e il giorno successivo ci lasciarono partire. Impiegammo dieci giorni per raggiungere Lódz. I suoi non sapevano ancora niente. Quando entrammo in casa, la feci aspettare giù nell’androne non volendo provocare uno shock troppo forte nei genitori. Era mattina presto, e mio zio aprì la porta preoccupato: “Cosa ci fai qui a quest`ora?” Risposi: “Non ti allarmare: vi ho riportato Renia.” La bambina salì e trovò i suoi genitori. È una storia vera, merito di quella sconosciuta che continuava a fissarmi mentre mangiavo il budino di riso. (Konin)

barbara