SPIGOLATURONA SINGOLA MA PIUTTOSTO GROSSA

– certe misure sembrano eccessive anche a me. O meglio: mi sembrerebbero misure eccessive se gli italiani fossero disposto a seguire delle imposizioni ragionevoli, senza supervisione. […] Per riuscire a ottenere il rispetto di misure ragionevoli, le autorita’ italiane sono costrette a ricorrere a misure eccessive, forse anche ridicole per una persona razionale ma che non tiene conto della sostanziale irrazionalita’ dei propri concittadini. […] da tipici italiani allergici alle regole, ognuno di noi decide quali provvedimenti rispettare e quali no,

– la gravita’ attuale del problema impone, *anche* a causa della tradizionale indisciplina degli italiani, provvedimenti che, in paesi con diverso atteggiamento nei confronti di ordini e/o suggerimenti delle autorita’, converrei sarebbero eccessivi. […] rischi di contagio reciproco sia nei parchi che nelle strade cittadine per trasferirsi nel parchi.

– Chiaramente le restrizioni non hanno costretto la totalità della popolazione all’isolamento domiciliare (come certe espressioni pretestuose lagnavano) ma hanno soltanto ridotto parzialmente la circolazione delle persone senza annullarla.

– Se tutti gli aspiranti “sensitivi” andassero in spiaggia o al parco perché prevedessero di trovarli liberi si formeranno inevitabilmente assembramenti. […] Giacché anche un solo assembramento tra tutte le spiagge (o parchi) di Italia è stato ritenuto di troppo e l’intenzione era di prevenirli, non sarebbe stato sufficiente “consentire l’accesso a certi luoghi critici ma multare solo gli affollamenti” poiché ciò avrebbe richiesto più risorse umane che sarebbero ANCHE state esposte a maggiori rischi.

– Se la Federazione Svizzera raccomanda ai cittadini di stare il casa il piu’ possibile, forse (forse!) la stragrande maggioranza dei cittadini sta in casa il piu’ possibile e l’R0 precipita.

Se la Repubblica Italiana chiede, suggerisce, raccomanda o implora il cittadino (educato da secoli, dalla famiglia e dalla chiesa, a considerare lo stato un nemico e a considerare i relativi ordini dei semplici suggerimenti, vincolanti solo se imposti con la forza) di stare in casa il piu’ possibile, il numero di cittadini italiani che si adegua e’ elevato (causa paura) ma non tanto da far calare l’R0.

Queste sono alcune delle risposte che mi sono state date in una discussione in questo post (sì, sono frasi estrapolate dal contesto, ma non mettendo il contesto intero, credetemi, gli ho fatto un regalo, perché a leggere tutto ci fanno una figura ancora peggiore – chi ha tempo e voglia lo può verificare di persona comunque). Dunque apprendiamo che gli italiani, e solo loro, sia ben chiaro, sono indisciplinati, irragionevoli, irrazionali, allergici alle regole (toh, che strano, si sono dimenticati di dire che siamo tutti mafiosi, guarda un po’ che sbadati). Se gli dai il permesso di andare in un parco, garantito che ci fanno un assembramento. Se gli dai il permesso di entrare in una spiaggia – in aprile! – garantito che ci fanno un assembramento, e quindi non glielo puoi permettere. Senza contare che nella strada che percorrono per arrivare al parco ci puoi scommettere che seminano giù un bordello di contagi. Perché il popolo è imbecille, il popolo è un bambino dell’asilo, immaturo e anche un po’ ritardato, e parecchio stronzo, a dirla tutta, e quindi non gli puoi lasciare spazio, non puoi permettergli di decidere, non puoi permettergli di scegliere, bisogna che per lui decida, e con mano ferrea, lo stato, che sa molto meglio di lui che cosa è bene per lui (infatti, per dirne una, quando il popolo vorrebbe votare e lo stato sa che voterebbe in modo sbagliato, giustamente non gli permette di votare e decide lui, lo stato, chi è che deve comandare quella massa di ritardati), gli devi tenere il guinzaglio corto e la museruola. Apprendiamo anche che è assolutamente falso (“chiaramente”) che le restrizioni abbiano costretto all’isolamento domiciliare la totalità della popolazione, ma quando mai, e fare una simile affermazione non solo è pretestuoso, ma è anche una lagna: infatti posso perfino fare la spesa una volta la settimana (a condizione di non comprare vino, se no mi multano, e di non comprare meno di otto cose, se no mi multano, perché quel buon papà che è lo stato ha deciso che il vino non è un bene di prima necessità e quindi non lo devo comprare, e che se compro poche cose magari ci devo tornare dopo due tre giorni, e a condizione che il supermercato sia quello del mio quartiere), e posso anche andare dal medico, basta che non mi venga la bizzarra idea di farmi accompagnare in macchina da qualcuno, non importa se il qualcuno in questione è mio marito, che vive con me nella stessa casa, mangia con me alla stessa tavola, dorme con me nello stesso letto: se viaggiamo nella stessa auto siamo responsabili di strage. Naturalmente non mi si può permettere di camminare per strada senza motivo, perché sono italiana e me ne approfitterei. Non mi si può permettere di fare sport da sola all’aperto, perché sono italiana e me ne approfitterei. Non mi si può permettere di portare mio figlio a prendere un po’ di aria, perché sono italiana e me ne approfitterei. La costituzione violata? Non risultano denunce quindi non è vero che è stata violata. Il presidente emerito? Lui non conta nulla, non è nessuno. E comunque è necessario perché la situazione è grave. E poco importa se chi l’ha fatta diventare grave è lo stesso che oggi ha messo in piedi uno stato di polizia, licenziato il parlamento, abolito la costituzione grazie alla gravità che ha provocato. Poco importano le sagge prediche che l’unico virus era il razzismo. Poco importa che si sia rifiutato di mettere in quarantena chi tornava dalla Cina. Poco importa che si sia rifiutato di dichiarare zona rossa il peggior focolaio (salvato appena in tempo, prima che ne venisse fuori una carneficina, da un medico che si è rifiutato di rispettare le regole e obbedire agli ordini). Poco importano gli inviti ad abbracciarci tutti appassionatamente perché non c’era alcun pericolo. E poco importa che già allora vari medici di famiglia denunciassero un anomalo aumento di polmoniti alveolari, denunce lasciate cadere nel vuoto. Importa solo che lo stato ha sempre ragione, e il suddito che non è d’accordo ha sempre torto. Non le posso citare tutte, perché ci farei sera e poi mattina e poi di nuovo sera. Comunque il concetto è chiaro: lo stato comanda e il suddito deve obbedire senza fiatare, così come quando si ordina al bambino di tre anni di andare a letto, ci deve andare e basta, perché non si può lasciare a una creatura così immatura e incosciente la facoltà di decidere per sé, mai. E questa genìa è identica a quella che nei social plaude al poliziotto che ha multato la mamma che portava la figlia in macchina dal medico, “Ha fatto bene, le regole sono regole e vanno rispettate!” E plaudono al solerte cittadino che ha chiamato la polizia perché c’era uno che correva da solo nel parco, arrivano addirittura a chiamarlo eroe: le regole sono regole e vanno rispettate. E quando la regola sarà di denunciare il vicino che nasconde un ebreo in cantina, non esiteranno a denunciarlo, e faranno la ola alla Gestapo che porta il vicino in campo di concentramento e l’ebreo al gas, perché chi ha l’anima del servo non distingue tra padrone e padrone, tra regola e regola.

E ho lasciato per ultima questa strepitosa chicca:

– Lei si lamenta per non poter godere del privilegio di poter andare a passeggiare sulla spiaggia (perche’ di privilegio si tratterebbe, se fosse riservato solo a lei e pochi altri sulla base del fatto che vivete vicino al mare)?

Privilegio. Siccome io vivo al mare e altri no, andare in spiaggia è un privilegio, e dato che non tutti lo possono avere, mi deve essere tolto. State in montagna? È un privilegio, perché non tutti stanno in montagna, quindi vi si deve vietare di passeggiare in montagna. Avete nella vostra città, nel vostro paese un lago, un fiume, un ruscello, un torrente lungo cui camminare guardando il rilassante scorrere dell’acqua? È un privilegio, perché non tutti lo hanno, quindi vi si deve vietare di approfittarne. Avete una seconda casa? È un privilegio, perché non tutti hanno una seconda casa, quindi vi deve essere tolta. Vivete in una villa con parco e piscina? È un privilegio, perché non tutti ce l’hanno, quindi vi deve essere tolta. Vivete in un appartamento di proprietà? È un privilegio, perché non tutti ce l’hanno, quindi vi deve essere tolto. Perché l’obiettivo unico dello stato padre-padrone, come ci ha insegnato il Piccolo Padre, come ci ha insegnato il Grande Timoniere, come ci ha insegnato Pol Pot, è di rendere tutti uguali. E dato che non è possibile che tutti abbiano tutto, chiunque abbia una cosa, anche minima, ne deve essere privato, bisogna fare in modo che nessuno abbia niente, tutti con la stessa miseria, tutti con la stessa fame, cancellato ogni genere di privilegio, e allora finalmente sulla Terra regneranno la pace, la felicità e l’amore universale. E anche questi, quando la regola sarà di denunciare il vicino che nasconde un ebreo in cantina, non esiteranno a denunciarlo, e faranno la ola alla Gestapo che porta il vicino in campo di concentramento e l’ebreo al gas, perché chi ha l’anima del servo non distingue tra padrone e padrone, tra regola e regola. Meno che mai quando si è servi di un partito che ha fatto due miliardi di schiavi e cento milioni di morti (e che infatti sugli assembramenti con la bandiera rossa non ha niente da ridire). Per questo stanno così volentieri a 90° di fronte all’uomo che è riuscito a fare 60 milioni di schiavi e che presto avrà anche un bel botto di morti per fame, o per malattie che non saremo più in grado di curare, o di suicidi per la disperazione di non avere di che nutrire i propri figli.

E ora distraiamoci un momento da tanta bruttezza con questa piccola chicca.

barbara

LA GRANDE CARESTIA

Ovvero il genocidio ucraino messo in atto da Stalin per mezzo di una “carestia” programmata e fabbricata a tavolino e spietatamente messa in atto. E giustamente il sottotitolo è “La guerra di Stalin all’Ucraina”. Perché il genocidio è stato perpetrato per stroncare una volta per tutte le aspirazioni indipendentiste  dell’Ucraina. Per prima cosa è stata imposta la collettivizzazione: ti portano via la terra, ti portano via la casa, ti portano via il bestiame, ti portano via gli attrezzi da lavoro. Tutto ora appartiene allo stato, che ti presta bestiame e attrezzi, e tu lavori per lui. Il risultato è stato lo stesso ovunque: più lavori e più produci, più produci e più lo stato ti porta via, quindi non hai più alcuna convenienza a lavorare. Non puoi farne a meno perché ti costerebbe carissimo, ma sicuramente non ti impegni al massimo, e dunque la produzione cala. La seconda cosa è la requisizione delle “eccedenze” per venderle all’estero; e se ovunque si è andati ben oltre le vere eccedenze, in Ucraina si è portato via letteralmente tutto: il grano normalmente usato per venderlo e comprare le altre cose che servono, il grano per il consumo della famiglia, il grano da semina. E poi anche gli altri alimenti trovati in casa. E poi la pentola sul fuoco per la cena, portata fuori e rovesciata a terra. E poi arresti ed esecuzioni di chi tenta di sottrarsi. La favola da sempre raccontata è quella della dekulakizzazione, ossia l’eliminazione della “casta” dei contadini ricchi affamatori del popolo, spogliati di ogni loro avere per darlo ai contadini poveri, deportati, non di rado giustiziati. E chi sono questi contadini ricchi? Ci immaginiamo case grandi, lussuose, riccamente arredate? Signore eleganti e ingioiellate? Carrozze intarsiate con cocchiere in polpe e redingote? Guardiamoli dunque, questi contadini ricchi che affamavano i contadini poveri:
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E quelli poveri? Eccoli qua: sistemati i “ricchi”, ora tocca a loro.
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E come non pensare al ghetto di Varsavia guardando queste scene?
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E infine le fosse comuni:
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Ultimo atto? No, adesso tocca all’eliminazione delle prove: distrutti i registri coi dati demografici che provano, cifre alla mano, che mancano all’appello milioni di persone, arrestati e giustiziati tutti i demografi che vi avevano lavorato, arrestati e giustiziati tutti coloro che avevano avuto la possibilità di vedere le cifre vere, e pubblicazione di dati inventati che, oltre agli strepitosi progressi dell’agricoltura grazie alla geniale idea della collettivizzazione, “mostrano” anche uno straordinario incremento demografico. E il negazionismo continua tuttora, intensamente praticato dal signor Putin – che qualcuno, come si legge nei commenti a questo post, considera bizzarramente un’affidabilissima fonte di informazione. E finché quella certa categoria di mamme si ostinerà a non prendere al pillola e a non andare mai in menopausa, più i complottismi sono idioti, e più continueranno a trovare adepti (il blog, comunque, se siete amanti della cultura, consiglio di seguirlo).

È un libro che merita di essere letto, perché ha potuto usufruire di archivi diventati recentemente disponibili, preclusi ai precedenti ricercatori, e le cose che vi possiamo apprendere vanno molto al di là non solo di quanto sapevamo, ma anche di ogni immaginazione. E le circa duecento pagine di documentazione stanno a dimostrare l’accuratezza delle ricerche effettuate per potercelo offrire.

Anne Applebaum, La grande carestia, Mondadori
la greande carestia
barbara

TUTTO SCORRE…

Una volta raccontarono a Nikolaj Andreevič, in grandissimo segreto, che i medici sarebbero stati giustiziati coram populo, sulla Piazza Rossa, dopodiché il Paese sarebbe stato sicuramente sommerso da un’ondata di pogrom contro gli ebrei, e che quel momento avrebbe coinciso con la loro deportazione nella taigà e nel Karakum, alla costruzione del canale del Turkmenistan. Tale deportazione veniva attuata per difendere gli ebrei dalla giusta ma spietata ira del popolo; essa esprimeva il sempre vivo spirito dell’internazionalismo che, pur comprendendo l’ira popolare, non può tuttavia permettere il ricorso alla giustizia sommaria e alle azioni punitive.
Come tutto ciò che avveniva nel Paese, anche questa indignazione spontanea contro i sanguinosi crimini degli ebrei era stata ideata e pianificata in anticipo.
Allo stesso modo Stalin progettava le elezioni al Soviet Supremo: gli obiettivi venivano scelti in anticipo, si designavano i deputati, dopodiché aveva luogo, secondo il piano, la spontanea designazione dei candidati, la propaganda elettorale a loro favore e, infine si arrivava alle elezioni popolari. Allo stesso modo si indicevano tempestosi comizi di protesta, esplosioni d’ira nel popolo e dimostrazioni di fraterna amicizia; sempre allo stesso modo, varie settimane prima della parata festiva, ne veniva controllata la radiocronaca dalla Piazza Rossa: «Vedo in questo momento sfilare a gran velocità carri armati…». All’identico modo si descriveva in anticipo l’iniziativa personale di Izotov, Stakanov, Dusja Vinogradova, le adesioni in massa ai kolkoz, venivano nominati o rievocati i leggendari eroi della guerra civile, si stabilivano le richieste dei lavoratori di investire il salario in prestiti dello Stato, di lavorare senza giorni di riposo; allo stesso modo si dichiarava l’amore di tutto il popolo per il Capo, in anticipo si indicava quali fossero gli agenti segreti di Paesi stranieri, i sabotatori, le spie; dopodiché, nel corso di complicati interrogatori incrociati si sottoscrivevano protocolli dove ragionieri, ingegneri, giureconsulti – ancor di recente ignari di appartenere alla feccia controrivoluzionaria – confessavano poliedriche attività di spie terroristiche. Allo stesso modo venivano preparate lettere che madri dalla voce priva d’espressione leggevano dinanzi ai microfoni, rivolgendosi ai figli soldati; allo stesso modo veniva pianificato in anticipo l’impeto patriottico di Ferapont Golovatyj; così venivano nominati i partecipanti alle libere discussioni, se per qualche ragione occorrevano delle libere discussioni, si preparavano e accordavano in anticipo i discorsi dei partecipanti.
E improvvisamente, il cinque marzo, Stalin morì. Quella morte venne a intrufolarsi nel gigantesco sistema di entusiasmo meccanizzato, d’ira e d’amore popolare, stabiliti su ordine del comitato di rione.
Stalin morì senza che ciò fosse pianificato, senza istruzione degli organi direttivi. Morì senza l’ordine personale dello stesso compagno Stalin. Quella libertà, quella autonomia della morte conteneva qualcosa di esplosivo che contraddiceva la più recondita essenza dello Stato. Lo sconcerto invase le menti e i cuori.
Era morto Stalin! Gli uni furono presi da un sentimento di dolore: in alcune scuole gli insegnanti fecero inginocchiare gli alunni e, postisi loro stessi in ginocchio, spargendo lacrime diedero lettura del comunicato ufficiale sul decesso del Capo. Durante le assemblee funebri, nei ministeri e nelle fabbriche, molti furono presi da attacchi isterici, si udivano pianti convulsi e grida terrificanti di donne, alcune cadevano svenute. Era morto il grande Dio, l’idolo del ventesimo secolo, e le donne singhiozzavano…
Altri vennero presi da un senso di felicità. Le campagne, che soffocavano sotto il peso di piombo del pugno staliniano, tirarono un sospiro di sollievo.
Il giubilo invase milioni e milioni di persone rinchiuse nei lager.
Colonne di detenuti stavano andando al lavoro nel buio profondo. L’abbaiare dei cani poliziotto copriva il ruggito dell’oceano. E all’improvviso, come la luce dell’aurora boreale, cominciò a filtrare tra i ranghi: «È morto Stalin!». Decine di migliaia di persone sotto scorta si passavano l’un l’altro la notizia, sussurrando: «è crepato… è crepato», e quel sussurrare di migliaia e migliaia cominciò a fischiare come un vento. La nera notte regnava sulla terra polare. Ma il ghiaccio sul mare Artico si era rotto, e l’oceano ruggiva.
Non furono pochi, tra i dotti così come tra gli operai, coloro che a quella notizia mescolarono al dolore il desiderio di ballare dalla gioia.
Un turbamento si produsse nell’attimo in cui la radio trasmise il bollettino della salute di Stalin: «respirazione Cheyne-Stokes… urine… polso… pressione sanguigna…». Il capo divinizzato svelava d’un tratto la sua vecchia carne impotente.
Stalin è morto! V’era in quella morte un elemento di libertà repentina, infinitamente estranea alla natura dello Stato staliniano.
Quella repentinità fece tremare lo Stato, come lo aveva fatto tremare l’altra, piombatale addosso il 22 giugno 1941.
Milioni di persone vollero vedere il defunto. Il giorno dei funerali di Stalin non solo Mosca ma anche le province, le regioni, si precipitarono alla Casa dei Sindacati. La fila dei camion provenienti dalla provincia si allungava per molti chilometri. L’ingorgo del traffico raggiunse Serpuchov, dopodiché la paralisi bloccò l’autostrada tra Serpuchov e Tula.
A milioni si recarono a piedi verso il centro di Mosca. Torrenti di persone, quasi neri fiumi scricchiolanti nel disgelo, si urtavano, si schiacciavano sopra le pietre, torcevano, spaccavano le macchine, scardinavano portoni di ferro. Quel giorno morirono a migliaia. Il giorno dell’incoronazione dello zar sulla Chodynka sbiadisce se paragonato al giorno della morte del russo dio terreno: il butterato figlio di un ciabattino della città di Gori.
Sembrava che la gente andasse a morire sotto la spinta di un incantesimo, votata al sacrificio da una mistica cristiana o buddhista. Come se Stalin, il grande pastore, finisse di sterminare le pecorelle – che non gli era riuscito di acciuffare -, postumamente eliminando l’elemento della casualità dal suo minaccioso piano generale.
Radunatisi in seduta, i compagni e collaboratori di Stalin lessero mostruosi comunicati delle milizie moscovite, degli obitori – e si scambiarono occhiate. Il loro smarrimento si fondeva con la sensazione, nuova per loro, di non provare più paura dinanzi all’ira inevitabile del grande Stalin. Il padrone era morto.

Il cinque aprile Nikolaj Andreevič svegliò la moglie, al mattino, con un grido disperato:
«Maša! I medici non sono colpevoli! Maša, li avevano torturati!».
Lo Stato riconosceva la sua orribile colpa, riconosceva che ai medici detenuti erano stati applicati metodi vietati negli interrogatori.

Unione Sovietica. Centinaia di milioni di persone costrette a vivere, per decenni, nella morsa del terrore. Decine di milioni di morti. Decine di milioni di deportati. Fame. Quella al di là di ogni immaginazione. Quella che acceca e toglie la ragione. Quella che giunge a condurre a uccidere i propri figli e mangiarli. Fame programmata a tavolino allo scopo preciso di uccidere milioni di persone. E milioni di ebrei perseguitati, deportati, assassinati. E il famigerato “complotto dei medici ebrei”…
È un romanzo, questo di Vasilij Grossman, ma vi troviamo dentro la Storia, e chi ha apprezzato il suo bellissimo Vita e destino, apprezzerà sicuramente anche questa sua ultima opera, sorta di testamento spirituale.

Vasilij Grossman, Tutto scorre…, Adelphi
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barbara

I RACCONTI DELLA KOLYMA

Questo invece non è un romanzo: è una raccolta di ricordi personali di chi nell’inferno della Kolyma ci è stato per diciassette anni: lavorare a quaranta, a quarantacinque, a cinquanta gradi sottozero – perché la Kolyma è oltre il circolo polare artico, dove è normale vedere, in pieno luglio, paesaggi così:
Kolyma 5.7
–  vedere i propri compagni morire, uno dopo l’altro, di fame, di freddo, di malattia, o assassinati per capriccio; con due consapevolezze: che il prossimo potresti essere tu, e che la tua condanna, senza formalità e senza spiegazioni, può essere aumentata, raddoppiata, prorogata all’infinito fino alla pura e semplice cancellazione della scadenza – cosa che, senza il provvidenziale aiuto di una persona che aveva un favore da ricambiargli, sarebbe accaduta anche a Šalamov.
Credo che la cosa migliore, per dare un’idea, sia riportare alcuni passi della postfazione.

Varlam Tichonovic Šalamov nacque nel 1907 a Vologda. A Mosca, dal 1924, lavorò per due anni come conciatore; si iscrisse poi alla facoltà di Diritto Sovietico ma continuò a coltivare il suo vivo, precoce interesse per la letteratura. Il 19 febbraio 1929 fu arrestato per aver diffuso la «Lettera al Congresso» di Lenin e condannato a tre anni di reclusione in un campo di concentramento degli Urali Settentrionali. Nel 1932 tornò a Mosca. Sei anni più tardi comparve sulla rivista «Oktjabr’» il suo primo racconto. La notte tra il 1936 e il 1937 fu nuovamente arrestato – «per attività controrivoluzionaria trockista» – e condannato a cinque anni di lavori forzati nelle miniere della Kolyma, la vasta e impervia regione che il fiume omonimo attraversa prima di sfociare nel Mare Siberiano Orientale. Nel 1942 la condanna gli venne prolungata «fino alla fine della guerra»; l’anno seguente, questa volta per aver sostenuto che Bunin era un classico russo, venne condannato ad altri dieci anni nell’«inferno» (così nel racconto «Il treno») della Kolyma. Ma la Kolyma – ha scritto Michail Geller nella prefazione alla prima edizione unitaria e pressoché integrale dei Kolymskie rasskazy apparsa in Occidente (1978, «Overseas Publications Interchange») – «non era un inferno. Era un’industria sovietica, una fabbrica che dava al paese oro, carbone, stagno, uranio, nutrendo la terra di cadaveri. Era una gigantesca impresa schiavista che si distingueva da tutte quelle conosciute della storia per il fatto che la forza-lavoro fornita dagli schiavi era assolutamente gratuita. Un cavallo alla Kolyma costava infinitamente di più di uno schiavo-detenuto. Una vanga costava di più». «L’esperienza di Šalamov nei lager» ha testimoniato Solženicyn «è stata più amara e più lunga della mia, e con rispetto riconosco che proprio a lui e non a me è stato dato in sorte di toccare il fondo di abbrutimento e disperazione verso cui ci spingeva tutta l’esistenza quotidiana nei lager». Non a caso, leggendo Una giornata di Ivan Denisovíc’, Šalamov scrisse a Solženicyn: «E come mai lì da voi va in giro un gatto nell’ospedale? Come mai non l’hanno ancora ammazzato e mangiato?». Per un reduce della Kolyma anche un gatto vivo era assurdo, impensabile. E a Pasternak, dopo averlo brevemente messo a parte di alcuni episodi della vita quotidiana alla Kolyma, Šalamov scrisse: «L’essenziale non è qui, ma nella corruzione della mente e del cuore, quando giorno dopo giorno l’immensa maggioranza delle persone capisce sempre più chiaramente che in fin dei conti si può vivere senza carne, senza zucchero, senza abiti, senza scarpe, ma anche senza onore, senza coscienza, senza amore né senso del dovere. Tutto viene a nudo, e l’ultimo denudamento è tremendo. La mente sconvolta, già attaccata dalla follia, si aggrappa all’idea di “salvare la vita” grazie al geniale sistema di ricompense e sanzioni che le viene proposto. Questo sistema è stato concepito in modo empirico, giacché è impossibile credere all’esistenza di un genio capace di inventarlo da solo e d’un sol colpo.  Perdonatemi se vi parlo di cose così tristi ma vorrei che aveste un’idea più o meno corretta di questo fenomeno capitale e singolare che ha fatto la gloria di quasi vent’anni di piani quinquennali e dei grandi cantieri che vengono definiti “audaci realizzazioni”. Giacche non v’è una sola costruzione importante che sia stata portata a termine senza detenuti, persone la cui vita non è che un’ininterrotta catena di umiliazioni, la nostra epoca è riuscita a far dimenticare all’uomo che è un essere umano…». Fu un medico detenuto, A.M. Pantjuchov, che salvò la vita a Šalamov: nel 1946, rischiando la propria carriera, lo destinò ai corsi di addestramento per infermieri che si tenevano nell’Ospedale centrale, sulla «riva sinistra» del Kolyma. Liberato dal lager nel 1951, lo scrittore poté tornare a Mosca solo nel dicembre 1953 e per due giorni soltanto (come ex detenuto gli era vietato di risiedere nelle città con più di mille abitanti). Nella capitale rivide la moglie e la figlia, da cui era però destinato ad essere diviso per sempre; incontrò Boris Pasternak, con cui era entrato in corrispondenza nel marzo 1952. Stabilitosi nella regione di Kalinin, iniziò a scrivere I racconti della Kolyma. Nel luglio 1956, riabilitato, poté far ritorno nella capitale. Dal 1961 al 1967 videro la luce tre sue raccolte di poesie, ma i racconti sulla Kolyma gli venivano puntualmente restituiti dalle redazioni di riviste e case editrici. Altrettanto dolore provocò in lui il destino dei suoi racconti all’estero, dove per lunghi anni vennero pubblicati in modo sparso e frammentario, secondo approssimativi criteri filologici, come ai tempi del samizdat avveniva di frequente per gli scritti che riuscivano a filtrare dalle ferree maglie della cortina di ferro. L’interesse che l’Occidente manifestò subito per la sconvolgente testimonianza artistica di Šalamov impensierì le autorità sovietiche, che nel 1972 costrinsero lo scrittore in disgrazia a sconfessare i Racconti della Kolyma con un documento in cui tra l’altro affermava che «la loro problematica era stata superata dalla vita», dal XX Congresso del Pcus. Gravemente provato nel fisico dagli anni di lager e nello spirito dagli anni di «libertà», Šalamov non smise di scrivere. […] Nel 1973 terminò il lavoro sulla vasta e agghiacciante epopea della Kolyma, […] I racconti della Kolyma, titolo divenuto canonico per l’intero corpus dei racconti. […] Varlam Šalamov morì il 17 gennaio 1982 nella casa di riposo in cui il Litfond lo aveva fatto ricoverare nel 1979. Nel suo paese una scelta dei Kolymskie rasskazy comparve per la prima volta nel 1988, sulle pagine della rivista «Novyj Mir». Il testo integrale russo ha visto la luce a Mosca nel 1992, per le edizioni Russkaja Kniga, in due volumi. La traduzione italiana si basa su quest’ultima pubblicazione e presenta un’ampia scelta dai quattro «libri» che costituiscono il nucleo fondamentale dei Racconti della Kolyma.

I Racconti della Kolyma sono davvero agghiaccianti: per la durezza delle condizioni di vita, per l’efferatezza dei carnefici, per la disumanizzazione del sistema, e davvero non hanno niente da “invidiare” ai più noti campi di concentramento e di sterminio nazisti. E tuttavia questo libro, giustamente da più d’uno definito capolavoro, è talmente bello che si può e si deve leggere.

Varlam Šalamov, I racconti della Kolyma, Adelphi
kolyma
barbara

AVEVANO SPENTO ANCHE LA LUNA

Vi siete mai chiesti quanto vale una vita umana? Quella mattina la vita di mio fratello valeva un orologio da taschino.

«Niente potrebbe essere peggio di Stalin», disse uno degli ospiti seduti al tavolo da pranzo. «È l’epitome del male.»
«Non c’è meglio o peggio», ribatté il papà, a voce bassa. Mi sporsi ancora di più verso l’angolo per ascoltare.
«Ma Hitler non ci sradicherà», disse l’uomo.
«Forse voi no, ma noi ebrei?» disse il dottor Seltzer, un caro amico del papà. «Ha sentito la notizia. Hitler ha costretto gli ebrei a portare una fascia al braccio.»
«Martin ha ragione», disse mio padre. «Hitler sta organizzando un sistema di ghetti in Polonia.»
«Un sistema? È così che lo chiami, Kostas? Ha rinchiuso centinaia di migliaia di ebrei a Lodz e ne ha segregati ancora di più a Varsavia», disse il dottor Seltzer, la voce intrisa di disperazione.
«È stata una pessima scelta di parole. Mi dispiace Martin», si scusò il papà. «Quello che intendo dire è che abbiamo a che fare con due demoni che vogliono governare entrambi l’inferno.»

La forma è di romanzo, ma niente di romanzesco vi è nella storia che si snoda in queste pagine: la cancellazione delle repubbliche baltiche da parte dell’Unione Sovietica, le deportazioni di massa in Siberia, oltre il circolo polare artico, l’annientamento di decine di milioni di vite umane, la fame, il freddo, il tifo, le sadiche angherie degli aguzzini, le famiglie smembrate, ognuno ignaro della sorte dei propri cari e del proprio destino. A noi può apparire scandaloso che qualcuno potesse “fare il tifo” per Hitler, ma chi conosce davvero la storia dell’Unione Sovietica non può sorprendersi del fatto che così tanta gente avesse la certezza che niente potesse essere peggio di Stalin, e che nessun destino potesse essere peggiore di quello di cadere nelle grinfie dell’NKVD.
E tuttavia anche qui, come dall’altra parte della barricata, neppure la più disumana ferocia riesce ad annientare del tutto la luce dell’umanità, della speranza, del coraggio, della generosità, dell’amore. (Leggilo, è bellissimo).

Ruta Sepetys, Avevano spento anche la luna, Garzanti
sepetys
barbara

SIGNORE E SIGNORI, ECCO A VOI IL PARADISO IN TERRA

Ovverosia il Socialismo Reale dell’Unione Sovietica

In Urss si vive così bene

I pochi comunisti italiani ancora vivi nei campi di concentramento dell’estremo Nord non ricevettero mai da parte dei dirigenti del Pci alcuna attenzione, essendo, anzi, del tutto cancellati ed esorcizzati come tabù. Forse, l’unica consolazione per loro fu l’essere almeno scampati alla notizia del premio alle «madri gloriose» e alle «madri eroine» e alla lettura delle domande-risposte di Robotti sulla vita sovietica, che nel 1950 furono raccolte in volume e diffuse tra il popolo comunista.
È il caso di citarne alcuni passaggi per capire sino in fondo i meccanismi del lavaggio del cervello:

Domanda: Perché nell’Unione Sovietica non si sciopera?
Risposta:  perché sul luogo di lavoro esistono le possibilità e i mezzi per dirimere le vertenze che, in generale, in altri paesi, determinano gli scioperi. […] Ogni lavoratore nell’Unione Sovietica comprende che facendo sciopero agirebbe contro i propri interessi. Infatti in numerosi anni di permanenza nelle officine sovietiche  non mi è mai capitato di sentire operai o impiegati proporre  di fare sciopero  Nell’Unione Sovietica, dal 1945 al mese di marzo 1950, il salario dei lavoratori è aumentato di oltre il 48 per cento, non attraverso un aumento delle tariffe orarie, ma attraverso la rivalutazione del rublo e a tre successive riduzioni di tutti i prezzi dei prodotti alimentari e industriali di largo consumo, destinati a tutta la popolazione.  È errato credere che nell’Unione Sovietica non si sciopera per paura: milioni e milioni di lavoratori che hanno valorosamente combattuto in guerra hanno dimostrato che la paura non è un elemento del loro carattere. Non è la paura di scioperare che essi hanno,
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ma la coscienza di essere i responsabili diretti della gestione economica del paese.  Quando le classi lavoratrici cessano di essere sfruttate e diventano classi dominanti, la loro vecchia arma non serve più. Da quel momento essi si pongono come obiettivo l’aumento della produzione. E questo aumento non arricchisce più le società anonime: arricchisce tutta la società. […]
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Domanda: Quali sono attualmente le mansioni di Stalin?
Risposta: Erroneamente molti credono che Stalin sia il capo dello Stato sovietico e che, come tale, abbia poteri dittatoriali. Ma non è affatto così… Il fatto che Stalin goda di una grande autorità, di un vasto prestigio e di una popolarità che certamente, dopo Lenin, non ha mai circondato nessun uomo di Stato o capo religioso nella propria patria e nel mondo intero è dovuto:
a) alla indiscussa fedeltà di Stalin ai principi del socialismo e alla causa dei lavoratori;
b) al coraggio con il quale egli, per lunghi anni, ha affrontato i non comuni sacrifici della dura e aspra vita del militante rivoluzionario; [infatti quando era in Siberia, sotto lo zar, era famoso fra tutti i deportati per il fatto che non si separava mai dalla sua trapunta rosa, ndb]
c) alla tenacia con la quale egli ha seguito, realizzato, perfezionato e sviluppato l’insegnamento di Lenin partecipando alla creazione, alla direzione e al rafforzamento organizzativo, politico e ideologico del Partito comunista (bolscevico); [bolscevico viene da bolscioi, grande, e significa partito di maggioranza. In realtà all’unica elezione vera dell’Unione Sovietica hanno beccato il 25%, perciò è stato deciso che il popolo non era ancora maturo per votare, e infatti di elezioni vere non ce ne sono state mai più. E loro si sono presi lo stesso il nome di maggioranza, ndb]
d) alla grande capacità dimostrata nell’organizzare la lotta armata dei lavoratori russi per la conquista e la difesa del potere socialista durante il periodo rivoluzionario e quello della guerra civile;
e) alle sue geniali capacità di tradurre in pratica e di perfezionare, sviluppandoli, gli insegnamenti di Lenin sulla costruzione del socialismo in un solo paese circondato dal mondo capitalista;
f) alla giusta direzione data al Partito comunista (bolscevico) dell’Urss per la industrializzazione e la collettivizzazione e per l’impostazione e la realizzazione dei piani quinquennali;
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g) alle grandi, impareggiabili capacità politiche e strategico-militari dimostrate durante la guerra conclusasi con la distruzione del nazi-fascismo e la liberazione di decine di milioni di cittadini dell’Europa orientale dal regime capitalista;
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h) all’aver impostato e diretto una giusta politica di ricostruzione post-bellica, politica che ha permesso all’Urss, unico paese in Europa, di raggiungere e sorpassare in soli quattro anni il livello di anteguerra della produzione industriale e agricola …;
i) all’aver dato al mondo intero una concreta dimostrazione della completa emancipazione politica, economica e culturale dei popoli coloniali oppressi;
l) all’aver dato agli uomini della cultura e della scienza – attraverso lo sviluppo e l’arricchimento della teoria e delle leggi del materialismo dialettico e storico – la guida per nuove grandi conquiste che hanno permesso e permettono agli uomini della società socialista di dominare i fenomeni della natura frantumando le leggende dei miracoli e strappando il velo del mistero con la forza creatrice del lavoro, della tecnica e della scienza, diventati garanzia e patrimonio dell’intera società dei produttori.

Domanda: Si può aderire facilmente al Partito comunista bolscevico?
Risposta: L’iscrizione al partito è volontaria. L’accesso all’impiego, alle università, oppure a una carriera, in nessun caso richiede l’appartenenza al Partito comunista. Il membro del Partito comunista bolscevico è come un soldato: va dove il Partito comunista lo manda. Molti ritengono che i posti di direzione nell’Unione Sovietica siano affidati solo ai comunisti. Ciò è errato  Altri pensano che i comunisti nell’Unione Sovietica siano retribuiti meglio che gli altri cittadini. Anche ciò non è vero.

Domanda: Perché vi è un solo partito – il Partito comunista bolscevico – nell’Unione Sovietica?
Risposta: Il perché lo si comprende esaminando prima di tutto la situazione dalla quale scaturì la nuova organizzazione del potere e, secondariamente, la composizione della società sovietica… Oggi la società sovietica è composta non più da classi sociali aventi interessi contrastanti (capitalisti e operai, grandi proprietari di terra e contadini poveri e braccianti), ma da gruppi sociali (operai, contadini kolchoziani e intellettuali lavoratori) aventi interessi comuni. 

Domanda: Come si esercita la libertà di critica nell’Unione Sovietica?
Risposta: La libertà di critica – come altre libertà – non basta concederla o riconoscerla: occorre garantirla fornendo ai cittadini i mezzi e la possibilità perché si possa esercitare, organizzare e sviluppare. Non vi è certamente nessun altro paese nel quale la critica si eserciti in modo così vasto ed efficace come nell’Urss; non vi è nessun altro paese dove la critica giusta abbia rapida corrispondenza nei fatti.
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Domanda: Come avvengono le elezioni nell’Unione Sovietica?
Risposta: Le elezioni avvengono sulla base del voto diretto, uguale e segreto, per tutti i cittadini che hanno compiuto i diciotto anni di età. Nell’Urss non esistono elezioni di secondo grado e non esistono limitazioni di voto sulla base di discriminazioni razziali o del censo  Ogni sezione elettorale è sempre munita di numerose cabine per facilitare la rapidità delle votazioni.

Domanda: Esiste la prostituzione nell’Unione Sovietica?
Risposta: L’Unione Sovietica, sola fra tutti i paesi moderni, già dal 1917 abolì la prostituzione, dando così l’esempio al mondo civile. La «civiltà» americana non è ancora arrivata a tanto.

Domanda: Esiste ancora nell’Unione Sovietica l’infanzia abbandonata?
Risposta: Il fenomeno dell’infanzia abbandonata con tutte le sue conseguenze, è stato un triste retaggio del vecchio regime zarista.
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Domanda: Come nella realtà della vita si esprime l’uguaglianza dei diritti della donna nell’Unione Sovietica?
Risposta:  alla donna sono aperte tutte le vie dell’attività economica, sociale e politica e, secondariamente, nel fatto che alla donna sono riconosciuti gli stessi diritti che hanno gli uomini… In queste condizioni spariscono certe tendenze della donna, tradizionali nei paesi dove essa non ha ancora ottenuto l’emancipazione sociale: dare la caccia al «buon partito», sentirsi inferiore all’uomo in tante attività sociali, considerare il lavoro nella produzione industriale come cosa sgradevole e disdicevole.

Domanda: Come sono assistite la maternità e l’infanzia nell’Unione Sovietica?
Risposta:  Lo Stato sovietico cura l’infanzia e conduce una lotta accanita contro la mortalità infantile. La medaglia d’oro della «Madre eroina» è stata assegnata a 1800 madri che hanno più di dieci figli, e la medaglia d’argento della «Madre gloriosa» è stata assegnata a 1.700.000 madri cha hanno da cinque a dieci figli.

Domanda: In quali condizioni viene a trovarsi nell’Unione Sovietica una donna che lavori e abbia dei bambini?
Risposta: Nell’Unione Sovietica l’allevamento dei bambini è affidato ai genitori i quali, insieme allo Stato, sono responsabili della loro educazione. Un altro aiuto le donne di casa lo hanno attraverso la istituzione dei negozi di generi alimentari presso le officine in modo che, sia andando al lavoro che uscendo, possono ordinare e prendere ciò che loro occorre. Inoltre molte lavoratrici… hanno la possibilità di procurarsi la persona di servizio che accudisce alle faccende domestiche. Ciò è anche più conveniente da un punto di vista sociale generale, perché una operaia qualificata o una donna specializzata possono rendere molto di più alla società con il loro lavoro di quanto potrebbe rendere una persona di servizio. Il lavoro di quest’ultima è però ugualmente utile alla società in quanto concorre al rendimento del lavoro della donna specializzata.

Domanda: Qual è la situazione dei tecnici e degli scienziati nell’Urss?
Risposta: Intellettuali  costituiscono per l’Unione Sovietica un patrimonio per il quale si hanno tutte le cure indispensabili.  «Da ciascuno secondo le sue capacità, a ciascuno secondo il suo lavoro.» Quindi non vi è nessun livellamento degli stipendi.

Domanda: Com’è organizzata la pubblica istruzione nell’Unione Sovietica?
Risposta:  il potere sovietico ha dedicato alla pubblica istruzione il massimo interessamento e il massimo sforzo… si abituano gli allievi a lavorare anche a casa.  Prima di lasciare l’Urss – alla fine del dicembre 1946 – trovandomi una sera presso una famiglia russa, fui sorpreso dalla quantità di recipienti vari nei quali germogliavano grano, segale, cipolle e altre colture. Si trattava di esperimenti che faceva una bambina di undici anni la quale mi disse che stava realizzando alcuni insegnamenti di genetica dell’accademico Lysenko.

Domanda: Si possono ascoltare le emittenti straniere?
Risposta:  Se, come molti affermano, non fosse possibile ai cittadini sovietici ascoltare emissioni straniere, come si spiegherebbe il fatto che il governo americano ha stanziato 11.500.000 dollari all’anno per sovvenzionare le trasmissioni in lingua russa della famosa «Voce dell’America»? Come si spiegherebbe che varie volte al giorno la «Voce di Londra» trasmette in lingua russa? Come si spiegherebbe che la Radio vaticana due volte alla settimana compie trasmissioni in lingua russa appositamente destinate all’Unione Sovietica?

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Robotti scrive queste cose, mentre Clementina Perone Parodi, una vittima della famiglia Robotti, è ancora vilipesa, umiliata e torturata nel gulag. E nessuno del Pci, a cominciare da Togliatti, per finire con Giovanni Parodi (il marito diventato numero due della Cgil), muoverà un dito per farla liberare. (Carnefici e vittime, pp.40-43)

Di commenti non credo ne servano, resta solo da aggiungere lo stupore nel constatare che c’è ancora qualcuno che pretende di “rifondare” il comunismo e si dichiara orgogliosamente comunista.

barbara

CARNEFICI E VITTIME

Il 9 febbraio 1938, Goldfarb, giudice istruttore, avendo io rifiutato di scrivere sotto dettatura false deposizioni, contenenti accuse contro una persona a me sconosciuta, mi insultò, bestemmiò, strepitò, e alla fine mi informò che avrebbero arrestato mia moglie col bambino appena nato. Il 27 febbraio 1938, lo stesso giudice istruttore, rifiutandomi ancora di sottoscrivere deposizioni false, dopo avermi gridato parole oscene, mi torturò, fratturandomi le ossa. Quindi, minacciò di farmi fucilare, mentre io ero ridotto quasi allo stato di incoscienza. Lo stesso fece in modo che io potessi sentire le urla e il pianto disperato di mia moglie, arrestata, interrogata, insultata. Mi giunse alle orecchie anche il pianto del mio bambino lattante … Il giudice disse che avrebbe arrestato la mia vecchia madre e mia sorella … L’11 marzo del 1938, il medesimo magistrato  aprì la porta, mostrandomi mia madre di settantatré anni, arrestata, in catene e interrogata con l’accusa di spionaggio… Il 2 aprile 1938, il giudice istruttore fece in modo che io potessi sentire l’interrogatorio di mia sorella Ianina, alla quale veniva minacciato l’arresto della figlia, cioè di mia nipote … Il 3 aprile 1938, il giudice mi minacciò di condurmi subito nel sotterraneo del carcere Butyrskaja, per torturarmi, spezzarmi altre ossa e costringermi, così, a firmare le false deposizioni. Mi disse: tua moglie e il lattante sono agli arresti, e così la tua vecchia madre. Tua sorella e tua nipote ti hanno rinnegato. Obbedisci e firma, se no sarai massacrato di botte e, poi, fucilato. Alla fine ero ridotto in uno stato di abulia e di delirio. (pp. 373-374)

Carnefici e vittime è uno spietato resoconto dell’annientamento del comunismo mondiale nell’Unione Sovietica di Stalin, per mezzo delle famigerate “purghe”: accuse deliranti, processi farsa, “confessioni” di giganteschi complotti, di avere acquistato armi per uccidere Stalin, di avere spiato per conto di potenze straniere… Qui, in particolare, è sotto la lente l’annientamento del comunismo italiano, ossia l’eliminazione fisica di molti dei ferventi comunisti italiani riparati in Unione Sovietica per sfuggire alla dittatura fascista. Il tutto con l’attiva complicità di Togliatti, Roasio e Robotti. Libro documentatissimo, con riproduzione dei verbali degli interrogatori e testimonianze dirette. Il linguaggio, soprattutto l’aggettivazione, a volte risente un po’ dello spirito “da crociata” che muove l’autore, ma vale davvero la pena di sopportare questo piccolo fastidio per avere un’idea concreta di quale inferno sia stato il paradiso in terra del comunismo reale.

Giancarlo Lehner e Francesco Bigazzi, Carnefici e vittime, Mondadori
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barbara

QUALCHE RIFLESSIONE SU TERRORISMO, COMUNISMO, ANTISEMITISMO E AFFINI

Nel mio solito andare a vedere le notizie sui giornali on-line sono incappato in diversi filmati-reportage dei funerali dell’ex brigatista rosso Prospero Gallinari. A parte il triste squallore (il ritrovarsi dei suoi ex compagni di lotta accanto al feretro mi ha ricordato la cena degli “alunni del T. Tasso anno 1963”, cui, improvvidamente e in preda a demenza senile, ho partecipato, forse vittima del voler rivivere vecchi tempi andati), mi ha colpito che sulla bara vi fosse, oltre ai garofani rossi, la bandiera palestinese e, ancora una volta mi è venuta da pormi la solita domanda: “per quale motivo la sinistra, senza alcuna remora e perplessità, sposa la “causa palestinese”?
Messa da parte la questione se le BR fossero di sinistra e se non si siano mai poste la domanda sulla a-storicità delle loro azioni “rivoluzionarie” e se non facevano in verità il gioco del capitalismo che affermavano di voler abbattere (anche allora non escludevo l’ipotesi che fossero pilotate, in modo più o meno inconsapevole, dalla destra internazionale, visto che Moro, a parte il suo ibridismo, dava fastidio a molti per il supposto compromesso storico, ho cercato di vederne gli ipotetici motivi.
Il primo antisemitismo di sinistra potrebbe essere individuato negli illuministi del 700 che, vedendo nell’ebraismo l’origine delle religioni oscurantiste (in primis il Cristianesimo), in linea con i dettami della rivoluzione francese, invitavano gli ebrei a rinunciare alla loro identità, annullarsi ed assimilarsi totalmente.
In seguito Marx, ebreo convertito al protestantesimo, nonostante le analisi storiche corrette, non si chiese come mai tra gli ebrei fosse diffusa la pratica del prestito del denaro e li accusò di perseguire i fini del capitalismo, riscuotendo consensi tra le avanguardie rivoluzionarie. Che tra i regnanti della Grande Russia e dell’impero austroungarico fossero diffusi sentimenti antiebraici non c’è da stupirsi, tra gli ebrei lì dispersi era molto diffuso il Frankismo, una ideologia misticheggiante avente una forte connotazione anarcoide, e da qui il confluire di molti di essi nelle file dei movimenti rivoluzionari e per non rinunciare alla propria identità diedero corpo ad una propria organizzazione: il Bund. Iniziano a quel punto i primi problemi antiebraici in seno alla sinistra. Lenin sarà un grande oppositore del Bund (lo accusava di spaccare l’unità del proletariato e di essere anti-internazionalista) e, in seguito, Trotsky, ebreo non praticante, con la sua teoria della rivoluzione permanente, caratterizzata da legami che risentono della Kabbalà frankista – sabbatiana, sarà visto da Komintern come un pericoloso nemico da eliminare-mettere a tacere.
Il Bolscevismo ottiene il potere e i partiti Comunisti europei si identificano con la rivoluzione sovietica e i suoi dettami.  Sale al potere Stalin che, avendo studiato in gioventù in seminario, è impregnato della cultura antiebraica tipica del clero russo il quale, in linea con l’antisemitismo cristiano delle origini, non ha mai mosso un dito in opposizione ai pogrom e spesso, anzi, in difesa del potere costituito ha chiamato il popolo a raccolta accanto a sé agitando la bandiera dell’ebreo affamatore ed origine di tutti mali.
Quando nel 48′ si prospetta l’idea di ri-creare lo stato di Israele, laico con un substrato socialisteggiante che, in alcune sue strutture, ricalca la formula organizzativa dei Kolcotz sovietici (non stiamo a sottilizzare su cosa veramente erano e come furono istituiti), Stalin, ipotizzando la possibilità di crearsi un alleato da opporre all’espansionismo britannico nel Nord Africa e di esercitare un controllo sul Canale di Suez, ne appoggia fermamente la nascita, ma quando Nasser cerca di creare la RAU il Partito Comunista dell’Unione Sovietica muta politica, visto che essere alleati di una coalizione di più stati arabi è più vantaggioso che appoggiare uno stato piccolo, povero e, per di più, senza petrolio. Il suo fine è solo di allargare la zona di influenza del Patto di Varsavia.  È a questo punto che dall’URSS, “faro” del comunismo internazionale (si fa per dire) si propagano le fole di Israele focolaio del capitalismo e del popolo palestinese defraudato.
In questo contesto quello che non viene mai preso in considerazione dai sinistresi è che alla base di tutte le “rivendicazioni palestinesi”, a parte le bugie di partenza, vi sia unicamente l’Islam con il sogno di istituire ovunque la sharia e di rifondare il Califfato, quindi un ideologia strettamente nazional-religiosa, per di più oscurantista, e non sociale.

Prima notazione a margine
Alla sinistra, dopo la Shoa, andava bene l’ebreo perseguitato da difendere e compiangere nelle sue sofferenze. Tutto è cambiato da quando ha osato difendersi (1967) e, da allora, identificato come il male supremo.

Seconda notazione a margine
Il fenomeno degli “odiatori di sé”, contrabbandato sotto la forma di una (prezzolata) obiettività e correttezza ideologica, non è nuovo e, spesso, nasconde logiche opportunistiche in difesa del proprio orticello e privilegi (essere ben accetto da chi detiene il potere e riscuotere applausi). Il primo caso? Paolo di Tarso.

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Questa riflessione è stata scritta a caldo, subito dopo la morte di Gallinari e la visione dei filmati del funerale. Poiché lo trovo interessante, con l’autorizzazione dell’autore lo propongo anche ai miei lettori.

barbara