E NOI POTREMO DIRE:

Quando è stata fatta la Storia, noi c’eravamo, e l’abbiamo visto succedere

E abbiamo visto la ELAL atterrare a Dubai

e qualcun altro approvare

e l’Arabia Saudita concedere prima il proprio spazio aereo alla ELAL e poi addirittura programmare

E abbiamo visto scendere in campo le modelle, l’israeliana e l’emiratina

È il caso di dire che la bellezza salverà il mondo? Ci avevano già provato, tre anni fa, miss Israele e miss Iraq

con conseguenti minacce di morte alla miss araba e alla sua famiglia, che è stata costretta a scappare. Ma la ragazza non sembra proprio intenzionata a lasciarsi intimidire: prima è andata in Israele

e poi ha proseguito con determinazione la missione iniziata sulle passerelle di Las Vegas

Certo, c’è questa signorina che sicuramente farà perdere il sonno a tutti gli israeliani e agli sconsiderati arabi che riconoscono Israele

e anche qualche cornacchia maleaugurante che un giorno sì e l’altro pure mette in guardia dai tremendi prezzi che Israele sarà costretto a pagare in cambio di un pezzo di carta che vale meno di niente, e dalla tremenda disillusione che sicuramente è dietro l’angolo, e leva alti lai sulla stupidità di Israele (leggi Netanyahu) che rinuncia alla sostanza in cambio della forma eccetera eccetera eccetera, ma noi (plurale maiestatis, naturalmente) siamo certi che questo ramo d’ulivo

presto sarà completo, e probabilmente ne serviranno anche altri.

barbara

DONALD TRUMP

Il titolo di questo articolo rispecchia esattamente il percorso della mia posizione nei confronti di Donald Trump: autentico sconosciuto sulla cui elezione ho sperato come unica possibilità di evitare il disastro planetario rappresentato da Hillary Clinton, che avrebbe proseguito e completato il disastro obamiano, con le centinaia di migliaia di morti in tutto il Medio Oriente, la crescita esponenziale del potere del peggiore estremismo islamico, e tutto il resto. E poi, appena insediato, la sorpresa di un politico che mantiene le promesse elettorali, che gestisce con competenza e saggezza complicatissimi scenari, che serve il proprio Paese e non un’ideologia vuota e astratta, e giorno dopo giorno ha conquistato tutta la mia stima.

Trump da incognita a garanzia di stabilità, mentre tra i Dem regnano confusione e socialismo

Donald Trump rappresenta una figura politica destinata a rimanere nella storia. Anzi, senza timore di esagerare, pensiamo che il 45° presidente degli Stati Uniti d’America stia già facendo la storia, giorno dopo giorno, e questa verità dovrà essere riconosciuta prima o poi anche dai più feroci critici dell’ex-tycoon newyorchese. Durante l’inizio della sua avventura politica, ovvero le primarie repubblicane del 2016, conquistava progressivamente la maggioranza della base del partito, ma allo stesso tempo veniva visto come un marziano o un intruso dall’establishment del Gop e da quei repubblicani, per così dire, più tradizionali, abituati, per esempio, alla famiglia Bush. Molti conservatori e liberali classici, questi ultimi da non confondere con i liberal, si trovavano in parte spaesati di fronte alla dirompenza di un personaggio che andava oltre i consueti canoni del conservatorismo liberale ereditato da Ronald Reagan.

Una volta conquistata la nomination, ben pochi ritenevano che l’eccentrico milionario dalla bizzarra capigliatura potesse battere la ben navigata Hillary Clinton, e un certo scetticismo circa le possibilità di vittoria del candidato Trump non riguardava solo i radical chic di tutto l’Occidente, noti per la loro sicumera ma anche per le previsioni sballate, bensì diversi ambienti conservatori. Invece l’outsider Donald Trump, come ormai sappiamo, è riuscito a ribaltare tutti i pronostici, umiliando l’ex first lady democratica, la quale probabilmente aveva già organizzato il proprio trasloco nello Studio Ovale. Trump si è rivelato una sorpresa anche espletando il proprio mandato da presidente non in maniera negativa, almeno finora. Non ha tradito le promesse dei comizi, come al contrario può capitare ai politici, abituati a dirne una in campagna elettorale e a farne un’altra al raggiungimento della stanza dei bottoni. Donald Trump ha semplicemente adattato, con una coerenza di fondo, i toni di piazza alle complessità di una nazione particolare come gli Stati Uniti. Smentendo chi vedeva in questo leader, per molti aspetti inedito, quasi un fascista autarchico, l’isolazionismo trumpiano si è caratterizzato invece non per l’affossamento tout court della globalizzazione, bensì una ridiscussione di regole, e di qualche consuetudine squilibrata e sfavorevole all’America, con i principali competitor come la Cina, ma anche con gli alleati storici europei e i vicini Canada e Messico.

Lo stesso discorso può essere ripetuto per quanto riguarda la Nato, che non ha mai corso il rischio di subire un colpo di spugna da parte di Trump. Richiamare l’Europa, spesso distratta e dormiente, alle proprie responsabilità, anche economiche, verso l’Alleanza Atlantica, significa semmai volere più Nato, e non auspicarne lo scioglimento. L’America di Trump non si è affatto ritirata dal resto del mondo, e quando serve, (pensiamo all’eliminazione del generale iraniano Soleimani e alla costante salvaguardia della sicurezza di Israele), sa come ricordare la propria presenza ai nemici del mondo libero. In economia Donald Trump ha varato uno storico taglio delle tasse e ridotto il ruolo dello Stato. Grazie a questo la locomotiva a stelle e strisce non è mai stata forte come negli ultimi anni, a livello di Pil e di occupazione, e in tal modo è stato possibile rincuorare anche chi, giustamente, non vuole gettare alle ortiche gli insegnamenti reaganiani. Nemmeno l’assai presunto razzismo trumpiano, sventolato perlopiù dalla Cnn e dai commentatori liberal, può essere più un’arma credibile per screditare l’attuale presidente, visto che proprio la classe lavoratrice afroamericana vive meglio oggi che durante gli anni di Barack Obama.

L’imprevedibile outsider degli inizi ha dimostrato insomma di essere in grado di far politica e di saperla fare anche piuttosto bene, quindi, già solo a partire da questo, non è da escludere la sua rielezione. Ma il famoso “Four more years” diventa indispensabile se pensiamo al livello rasoterra a cui sono giunti gli avversari democratici. Trump potrebbe puntare ad essere riconfermato per i propri meriti, ma i demeriti altrui fanno del presidente in carica una garanzia di continuità e stabilità per gli Usa in primo luogo, ma anche per il resto del mondo, considerato il ruolo globale della democrazia americana.

I mainstream media ci hanno annoiato con le prediche riguardanti i metodi rozzi e spicci del presidente americano, ma non vi è mai stato nulla di più volgare ed offensivo, nella storia politica recente degli Stati Uniti, del comportamento di Nancy Pelosi alla fine del discorso di Trump sullo stato dell’Unione. La speaker democratica, strappando platealmente i fogli contenenti il testo del discorso del presidente, ha pugnalato uno dei tratti distintivi della democrazia d’oltreoceano. Le campagne elettorali americane sono piuttosto dure e non mancano di certo i colpi bassi, ma dinanzi al vincitore, che diviene ormai il presidente di tutti gli americani, si palesa il rispetto istituzionale degli avversari, eppure la Pelosi ha ritenuto di calpestare tutto ciò. Lo stordimento ed una certa disperazione politica, che stanno caratterizzando in questo momento il partito dell’Asinello, possono portare evidentemente a gesti poco nobili. L’impeachment è finito in barzelletta e le primarie democratiche in Iowa si sono rivelate ancora più comiche. Non si riesce ad individuare un candidato forte da contrapporre a Trump, e per ora si agitano solo figure di vecchi socialisti come l’arcinoto Bernie Sanders o fragili come Pete Buttigieg. Si può obiettare che vi sia anche Michael Bloomberg, per ora impegnato a scaldare i motori dietro le quinte, e che le primarie Dem in Iowa e New Hampshire siano solo le prime e molto parziali prove. L’ex sindaco di New York ha anch’egli, riteniamo, più di una debolezza. Anzitutto, per quanto voglia rappresentare un’alternativa al trumpismo, rischia di esserne una copia sbiadita, con il conto corrente e l’età anagrafica simili a quelli del presidente uscente, e si sa, alle fotocopie si preferisce quasi sempre l’originale. Inoltre, non sarà facile per il “moderato” Bloomberg aggregare attorno a sé la base di un partito democratico che negli ultimi anni si è spostato molto a sinistra ed è caduto ostaggio dei vari Sanders e delle varie Ocasio-Cortez. I Democratici Usa, che ebbero in passato riferimenti del calibro di Roosevelt e Truman, oggi sembrano essere animati solo più da socialisti e pasticcioni di varia natura.

Roberto Penna, 15 Feb 2020, qui.

Aggiungo questo commento che condensa una serie di dati reperibili in vari articoli presenti in rete.

Il Presidente Trump in tre anni, ha portato gli Stati Uniti ad avere 7.300.000 persone in più al lavoro, un PIL che aumenta a una media del 3.00%, inflazione al 1.2%, una riduzione sostanziale delle tasse sia per le compagnie che per i privati, ora al 21%, aumento delle deduzioni per individui da 6.000 dollari a 12.000 per i singoli e da 12.000 a 24.000 dollari per le coppie. Aumento dei salari al più basso livello che permette un risparmio personale annuo di dollari 5.000.

Ha cambiato il disastroso (per gli USA) accordo Nafta con Messico e Canada ad un accordo più equilibrato che porterà circa 100.000 posti di lavoro in più negli USA nei settori agricolo e dei latticini. Ha firmato il primo accordo con la Cina per equilibrare la bilancia dei pagamenti degli USA.

Ha FATTO PAGARE AI PAESI Nato 400 MILIARDI di dollari IN PIÙ ALL’ ANNO PER LA DIFESA COMUNE dell’EUROPA. Ha eliminato tre dei più pericolosi terroristi islamici in circolazione, ha rimesso le sue forze armate dissestate da Obama ai livelli migliori nel mondo. Sta ritirando le truppe dalla Siria e dall’ Iraq e sta trattando con il Talebani per ritirarsi dall’Afghanistan. Ha dichiarato che non vuole che gli USA siano il poliziotto del mondo, né voler cambiar nessun regime di altri paese.

La borsa americana ha aumentato tutti i suoi indici. Il Dow Jones da 18.300 punti al momento in cui Trump ha preso il comando del paese è oggi a 29.200. Un aumento del 60% nei risparmi degli americani, specialmente per i possessori del sistema 401K per le pensioni.

Ha fatto rispettare e riconoscere non solo il diritto della donna di decidere sul destino del nascituro ma anche il diritto del nascituro stesso, diritto del quale non parla mai nessuno

E non ha ancora finito il suo primo mandato.

Donald Trump è il Presidente degli Stati Uniti e lavora per il suo paese.

Come andrebbe meglio il Mondo se tutti i capi di stato lavorassero per i loro cittadini come fa Trump per gli americani.

Lorenzo Roncari, qui.

La differenza fra l’Italia e gli Stati Uniti che quello che lavora per il bene dei cittadini è al comando e quelli che lavorano unicamente per abbatterlo sono all’opposizione, mentre qui chi ha tentato di lavorare per il bene dei cittadini è all’opposizione e quelli che lavorano per portare il Paese al disastro sono al comando e, non contenti di questo, continuano a lavorare per toglierlo di mezzo del tutto. Di stati in cui il governo combatte le opposizioni ne abbiamo visti diversi: la Germania nazista, l’Unione Sovietica soprattutto al tempo di Stalin, il Cile di Pinochet, l’Iran degli ayatollah… Ecco, più o meno è lì che ci vogliono portare.

barbara

PER TRUMP È LA FINE

In attesa della inevitabile caduta del razzista fascista populista criminale eccetera eccetera Netanyahu, godiamoci questa breve retrospettiva della catastrofica caduta del suo amico razzista fascista populista sessista criminale eccetera eccetera Donald Trump. (E godiamo come ricci)

È l’inizio della fine. È spacciato. Via libera all’impeachment. Trump è finito. Eccetera.

barbara

LE ELEZIONI DI MIDTERM

midterm 2018
Questa è la mappa dei risultati: il rosso è repubblicano (ossia Trump), il blu democratico. Per un commento più competente di quelli che potrei proporre io, lascio la parola a due persone spesso presenti da queste parti, innanzitutto Giulio Meotti

Oggi i media mainstream, non potendo cantare vittoria su Trump che ha conservato il Senato a differenza di Obama, gongolano per l’elezione al Congresso degli Stati Uniti della “prima donna somala”, della “prima donna musulmana”, della “più giovane donna”, della “prima lesbica nativa” e così via…. E’ anche questa la grandezza dell’America. Ma strani questi progressisti, parlano sempre di “inclusione” ma dividono l’umanità per razze sesso età etc.. come se fosse un supermercato. Gli Stati Uniti sono un grande mare rosso repubblicano, eccetto le coste orientali e occidentali, alcune città attorno ai Grandi Laghi, i cluster urbani del sud e pochi altri in Colorado e New Mexico. C’è questa perfetta spaccatura fra la middle America rauca e ruvida e quella delle coste sofisticata e ricercata. La prima ha come ideale la libertà, la seconda l’uguaglianza. E’ la vecchia storia dei “deplorevoli” contro gli “intelligenti” alla senatrice Warren che si fa il test del Dna sperando di avere sangue Cherokee. Tutte e due importanti. Eppure, io continuo a pensare che se l’America è quello che è, se dopo diciassette anni continua a stanare Talebani in Afghanistan e se è diversa ancora dall’Europa bollita, è anche grazie al fatto che ci sono in giro ancora un po’ di quei vecchi bianchi zozzoni che non sanno distinguere la Slovenia dalla Slovacchia, grammaticalmente scorretti, sovrappeso, tatuati, tutto casa, lavoro, canestro in giardino, barbecue, chiesa, bandiera e che detestano che gli si sputi in testa dicendo che piove. E’ il motivo per cui Trump ha vinto due anni fa e (se l’economia continua ad andare da paura) rivincerà nel 2020. Ma vallo a spiegare ai media.

e poi Giovanni Bernardini

MEZZO TERMINE

I soloni della informazione (si fa per dire) ufficiale hanno fatto finta di non saperlo, ma nelle elezioni di mezzo termine ha sempre prevalso, salvo due o tre casi, il partito di opposizione. Obama, tanto per fare un esempio importante, aveva perso il controllo di TUTTO il congresso, camera e senato.
I democratici ed i loro sostenitori in Italia ed Europa speravano in una vittoria schiacciante che permettesse loro di avviare con qualche speranza di successo la procedura di impeachment, a prescindere ovviamente dalla serietà delle accuse mosse al presidente.
La vittoria schiacciante NON c’è stata. I democratici conquistano la camera, ma i repubblicani conservano il senato, riuscendo forse a consolidare la loro maggioranza.
Le sfide per i governatori vedono la vittoria in fondamentali stati chiave di candidati sostenuti apertamente da Trump.
Certo, questi risultati renderanno più difficile la attività del presidente. Non c’è nulla di particolarmente negativo in un fatto simile. La sostanza di una democrazia liberale è proprio questa: non esiste un potere che abbia la assoluta preminenza sugli altri.
Ma è altrettanto certo che queste elezioni di mezzo termine seppelliscono definitivamente la prospettiva dell’impeachment che era il grande sogno di tanti democratici e dei loro sostenitori fuori dagli states.
Si rassegnino i vari Alan Friedman, Federico Rampini, Vittorio Zucconi, Giovanna Botteri, Lilli Gruber e compagna brutta. Il cosiddetto trumpismo non è un accidente della storia; è l’espressione di tendenze reali, profonde, che attraversano l’occidente in questa tormentata fase storica.
Se i democratici non saranno in grado di darsi una politica degna di questo nome e continueranno con la pratica delle inchieste sul nulla, degli insulti e del gossip vedranno “lupo cattivo” Trump riconfermato alle prossime presidenziali. Tanto peggio per loro.

E dovranno farsene una ragione i numerosi – e abbastanza rumorosi, benché privi di nomi noti – antitrumpisti e antitrumpiste nostrani, convinti che la nota caratterizzante di Donald Trump – l’unica – sia il riportino e che sotto di esso galleggi il vuoto, e tanto certi della propria superiorità morale da non poter neppure prendere in considerazione la possibilità di essersi sbagliati: anche per loro, tanto peggio.

barbara

IL GIUSTO CHE NON CONOSCEVAMO

Proprio allora, quando l’inferno si approssimava. Proprio allora quando tutte le porte, una dopo l’altra, si chiudevano in faccia alla speranza di scampare alla tragedia ormai imminente. Proprio allora, quando la Svizzera chiedeva al governo tedesco di stampigliare una J per Jude sui passaporti degli ebrei in modo da poter riconoscere subito chi doveva essere respinto e gli Stati Uniti rifiutavano di aderire persino a quella minima opera umanitaria messa in atto dalla Gran Bretagna, ossia l’accoglienza di un certo numero di bambini da strappare alle fauci naziste (con la strepitosa argomentazione che… sarebbe stato crudele separare dei bambini dai genitori). Proprio allora accadde che una porta, inaspettatamente, si aprì: quella delle Filippine, per mano del loro presidente Manuel Quezon.

Poiché a quest’uomo generoso non poteva essere decretato il titolo di “Giusto fra le nazioni”, spettante unicamente a chi, per salvare ebrei, ha messo a repentaglio la proprio vita, e d’altra parte Israele non poteva ignorare il debito di riconoscenza che aveva verso quest’uomo e verso la sua nazione, è stata infine decisa la creazione di un monumento a Rishon LeZion, chiamato Open doors:
Israel-Open-Doors-Monument
tre porte spalancate, come ci spiega Giorgio Bernardelli, di dimensioni tra loro diverse. Tre porte che in un gioco di forme geometriche intrecciate, vanno a comporre tanto il triangolo della bandiera filippina quanto la stella di Davide della bandiera israeliana.

barbara

CI FOSSE ANCORA UN BEGIN!

Quando la Knesset, con una maggioranza di due terzi, approvò l’annessione del Golan, gli Stati Uniti dichiararono che avrebbero “punito Israele”. Il 21 dicembre 1981 il primo ministro Begin, con una mossa senza precedenti, convocò l’ambasciatore e gli lesse la seguente dichiarazione, resa successivamente pubblica.

Tre volte negli ultimi sei mesi, il governo americano ha “punito” Israele.
Il 7 giugno abbiamo distrutto il reattore nucleare iracheno “Osirak” vicino a Baghdad. Non voglio ricordarle oggi da chi abbiamo ricevuto la conferma definitiva che questo reattore stava per produrre bombe atomiche. Su una cosa non abbiamo avuto dubbi: la nostra azione è stata un atto di salvezza, un atto di autodifesa nazionale nel senso più nobile della parola. Abbiamo salvato la vita di centinaia di migliaia di civili, tra cui decine di migliaia di bambini.
Ciononostante, lei ha annunciato che ci avreste puniti – e non avreste onorato un contratto firmato e confermato che comprendeva date specifiche per la fornitura di velivoli (da guerra).
Non molto tempo dopo, in un’azione difensiva – dopo che era stato perpetrato un massacro contro la nostra gente lasciando tre morti (tra cui un superstite di Auschwitz) e 29 feriti, abbiamo bombardato la sede dell’OLP a Beirut.
Voi non avete nessun diritto morale di fare la predica a noi sulle vittime civili. Abbiamo letto la storia della seconda guerra mondiale e sappiamo cosa è successo ai civili quando vi siete mossi contro un nemico. E abbiamo letto anche la storia della guerra del Vietnam e la vostra espressione “body-count”. Noi cerchiamo sempre di evitare di colpire la popolazione civile, ma a volte è inevitabile – come è avvenuto nel nostro bombardamento del quartier generale dell’OLP.
A volte mettiamo a rischio la vita dei nostri soldati per evitare vittime civili.
Ma voi ci avete puniti: avete sospeso la consegna degli aerei F-15.
Una settimana fa, su richiesta del governo, la Knesset ha approvato con una schiacciante maggioranza di due terzi in tutte e tre le letture la “legge delle alture del Golan”.
Ora dichiarate ancora una volta che punite Israele.
Che razza di linguaggio è “punire Israele”? Siamo un vostro stato vassallo? Siamo una Repubblica delle banane? Siamo ragazzini di quattordici anni che se non si comportano bene vengono bacchettati sulle dita?
Lasci che le dica da chi è composto questo governo. È composto da persone che hanno speso la vita nella resistenza, nella lotta e nella sofferenza. Non ci spaventerete con le vostre “punizioni”. Chi ci minaccia ci troverà sordo alle sue minacce. Siamo pronti ad ascoltare unicamente argomenti ragionevoli.
Non avete alcun diritto di “punire” Israele; io ne rifiuto persino la parola.
Lei ha annunciato la sospensione delle consultazioni sull’attuazione del memorandum d’intesa sulla cooperazione strategica, e che il vostro ritorno a queste consultazioni in futuro dipenderà dai progressi compiuti nei colloqui sull’autonomia e dalla situazione in Libano.
Volete rendere Israele ostaggio del memorandum d’intesa.
Io considero la vostra sospensione delle consultazioni per il memorandum come un’abrogazione (da parte vostra) del memorandum. Nessuna “spada di Damocle” penderà sopra la nostra testa. Prendiamo debitamente atto del fatto che avete abrogato il memorandum d’intesa.
Il popolo di Israele ha vissuto 3.700 anni senza un protocollo d’intesa con l’America – e continuerà a farlo per altri 3.700. Per noi (la sospensione statunitense) è un’abrogazione del memorandum.
Non ci lasceremo imporre da voi di consentire agli Arabi di Gerusalemme est di prendere parte alle elezioni sull’autonomia – e minacciare di sospendere il memorandum se non acconsentiamo.
Ci avete imposto sanzioni economiche – violando con ciò le promesse del Presidente. Quando il segretario Haig è stato qui, ha letto da un documento scritto la promessa del Presidente Reagan di acquistare armi israeliane e altre attrezzature per un valore di 200 milioni di dollari. Ora lei dice che non sarà fatto.
Questa è dunque una violazione della parola del Presidente. Si usa così? È corretto?
Avete cancellato altri 100 milioni di dollari. Cosa volevate fare – “colpirci nel portafogli”?
Nel 1946 viveva in questa casa un generale britannico di nome Barker. Oggi ci vivo io. Quando lo combattevamo, ci avete chiamati “terroristi” – e noi abbiamo continuato a combattere. Dopo che abbiamo attaccato il suo Quartier Generale nell’edificio dell’Hotel King David che aveva requisito, Barker ha detto: “Di questa razza si potrà avere ragione solo colpendola nel portafogli” – e ha ordinato ai suoi soldati di smettere si frequentare i caffè ebraici.
Colpirci nel portafogli – questa è la filosofia di Barker. Ora capisco perché tutti i grandi sforzi del Senato per ottenere la maggioranza per l’affare delle armi con l’Arabia Saudita è stato accompagnato da una ignobile campagna antisemita.
Prima c’era lo slogan “Begin o Reagan?” – e ciò significava che chiunque si opponesse all’affare sosteneva un primo ministro straniero e non era leale nei confronti del Presidente degli Stati Uniti. E così senatori come Jackson, Kennedy, Packwood e naturalmente Boschwitz non sono cittadini leali.
Poi lo slogan è diventato “Non dovremmo permettere agli ebrei di decidere la politica estera degli Stati Uniti.” Qual era il significato di questo slogan? La minoranza greca negli Stati Uniti si è data molto da fare per indurre il Senato a trattenere le armi della Turchia dopo l’invasione di Cipro. Nessuno spaventerà la grande e libera comunità ebraica degli Stati Uniti, nessuno riuscirà a intimidirla con la propaganda antisemita. Staranno dalla nostra parte. Questa è la terra dei loro antenati – e hanno il diritto e il dovere di sostenerla.
Alcuni dicono che noi dobbiamo “abrogare” la legge approvata dalla Knesset. “Abrogare” è un concetto dei tempi dell’Inquisizione. I nostri antenati andavano sul rogo piuttosto che “abrogare” la loro fede.
Non stiamo andando al rogo. Grazie a Dio. Abbiamo abbastanza forza per difendere la nostra indipendenza e per difendere i nostri diritti.
Se dipendesse da me soltanto, direi che noi non dovremmo abrogare la legge. Ma per quanto posso giudicare non c’è in effetti nessuno sulla terra che può convincere la Knesset ad abrogare la legge che è passata con una maggioranza di due terzi.
Il signor Weinberger – e più tardi il signor Haig – ha detto che la legge ha effetti negativi sulla risoluzione ONU 242. Chi dice questo, o non ha letto la risoluzione, o l’ha dimenticata, o non l’ha capita.
L’essenza della risoluzione è il negoziato per stabilire confini concordati e riconosciuti. La Siria ha annunciato che non condurrà trattative con noi, che non ci riconosce e non ci riconoscerà – e ha quindi rimosso dalla risoluzione 242 la sua essenza. Come potremmo dunque attentare alla 242?
Per quanto riguarda il futuro, voglia cortesemente informare il Segretario di Stato che la legge sulle alture del Golan rimarrà valida. Non c’è niente al mondo che possa farla abrogare.
Quanto al fatto che vi abbiamo colti di sorpresa, la verità è che non volevamo mettervi in imbarazzo. Sapevamo le vostre difficoltà. Venite a Riyadh e Damasco. È stato il Presidente Reagan dire che il signor Begin aveva ragione – che se Israele avesse detto (prima) agli Stati Uniti della legge, gli Stati Uniti avrebbero detto no. Noi non volevamo che diceste di no – e quindi siamo andati avanti e abbiamo applicato la legge israeliana al Golan.
Non era nostra intenzione mettervi in imbarazzo.
Per quanto riguarda il Libano, ho chiesto che il Segretario di Stato venga informato che non attaccheremo, ma se saremo attaccati, contrattaccheremo. (Qui, traduzione mia)

Già, ci vorrebbe davvero un Begin, in una situazione drammatica come quella attuale, e con Israele sotto la spada di Damocle del ricatto americano – che, come si può vedere da questo testo, è ben lungi dall’essere il primo. Un Begin o una Golda Meir: anche in occasione della guerra del Kippur gli Stati Uniti, nella persona di Kissinger, allo scopo dichiarato di “far sanguinare Israele”, aveva bloccato la fornitura d’armi (America cane da guardia di Israele? Ma mi faccia il piacere, come diceva quel tale); in quell’occasione Golda Meir permise che trapelasse e arrivasse a Kissinger la notizia che aveva dato ordine di tenere pronte le armi atomiche, nel caso si fosse messa male. La fornitura d’armi fu immediatamente sbloccata.
Ma di quella gente lì, purtroppo, sembra essersi perso lo stampo.

barbara