QUEL MOSTRUOSO SUPREMATISTA BIANCO AMERICANO

incitato all’odio dall’orrido Trump… non era un destrorso trumpista, bensì un dem, dichiaratamente di sinistra. E delle 32 (TRENTADUE) stragi perpetrate sotto il regno di obamasantosubito ne vogliamo parlare? Come mai nessuno lo ha mai chiamato a risponderne? Come mai nessuno lo ha mai qualificato come mostro? Sarà mica perché il suo colore è più bello di quello di Trump perché, alla faccia del povero Martin Luther King il colore conta, eccome se conta?

barbara

LETTERA APERTA A NADIA TOFFA E AL SUO PROFESSORE DI STORIA

nadia toffa
Gentile Nadia,

Oggi ho letto il suo Tweet sull’olocausto e i palestinesi. Temo abbia un po’ di confusione in testa.
Olocausto è la parola italiana per indicare il nome di un sacrificio che veniva offerto nel santuario di Gerusalemme e interamente bruciato per D-o. Dell’animale non rimaneva nulla, se non un mucchio di cenere.
Quando i nazisti progettarono l’olocausto lo immaginarono e progettarono in questo modo.
In seguito alla soluzione finale degli ebrei non avrebbe dovuto rimanere più nulla. Se non delle saponette e della cenere.
Uomini, donne e bambini vennero caricati su carri bestiame senza aria ne’ cibo. I più forti che sopravvissero a quei trasporti al di là dell’umanità, trovarono la morte nelle camere a gas, nei forni crematori.
Durante l’Olocausto nessun paese aiutò gli ebrei, nessuno si adoperò per la loro causa.
Gli ebrei vennero abbandonati da tutti. Vennero assassinati nel silenzio del mondo sei milioni di essere umani. Come se gli abitanti di Milano e il suo hinterland sparissero tutti, fino all’ultima persona.
L’Olocausto fu una macchina di sterminio premeditata, in cui l’ebreo, come essere umano, perse ogni connotato di umanità agli occhi dei nazisti, dei polacchi, dei tedeschi, degli ungheresi, dei francesi, degli italiani.
Essere ebrei in Europa tra il 1938 e il 1945 significava una morte quasi certa.
I palestinesi sono arabi trapiantati in quelle terre per volere dei paesi arabi. Come disse Zahir Muhsein, i palestinesi vennero inventati per controbilanciare gli ebrei che arrivavano a vivere nelle terre deserte dell’allora Palestina.
I palestinesi non hanno mai vissuto in quella terra per tremila anni.
Gli ebrei su quella terra ci hanno vissuto davvero senza interruzione.
Durante gli ultimi secoli la presenza ebraica in Palestina si è rinforzata.
In Europa, ben prima del nazismo, gli ebrei venivano massacrati nei pogrom, accusati ingiustamente di tradimento, bruciati vivi perché non andavano in chiesa.
Nella Palestina di allora gli ebrei portarono con se’ valori troppo distanti da quelli dei paesi circostanti.
E quella democrazia poi nata nel 1948 e chiamata Israele diventò come una spina nel fianco delle dittature arabe. Quel piccolo paese in cui il tasso di analfabetismo è pari a zero, in cui tutti, a prescindere dal colore della loro pelle e dalla religione, hanno gli stessi diritti, in cui le donne guidano governi e pilotano aerei, in cui vive un milione di cittadini arabi che vanno a votare i propri rappresentanti nel parlamento israeliano, questa minuscolo puntino con altissima concentrazione di valori umani, si è trasformato in una miccia che potrebbe mettere in testa idee destabilizzanti agli abitanti dei paesi limitrofi.
Israele non ha mai smesso di dare ai palestinesi l’elettricità, l’acqua, le medicine, pagate con dichiarazioni di odio e attacchi terroristici.
Israele continua ad accogliere i malati palestinesi nei propri ospedali, li opera, li cura. Alcuni di essi sono tornati a ringraziare con addosso cariche di tritolo in grado di fare saltare per aria un intero reparto ospedaliero.
Nessun governo israeliano e nessuno israeliano si è mai sognato o prefisso di uccidere deliberatamente un solo palestinese.
Per gli ebrei la vita anche di un nemico, ha un valore intrinseco.
Se cerca qualcuno su cui addossare la colpa, non valichi con la sua mente il confine che ancora tutela la salvaguardia dei cittadini israeliani.
Passeggi per le vie di Gaza alla ricerca dei giornalisti che riprendono le manifestazioni contro il governo palestinese. Cerchi gli oppositori del regime, si prefigga l’obiettivo di trovare un solo ebreo.
Non troverà niente di tutto questo.
Come non troverà risorse spese nella ricerca ne’ finanziamenti europei investiti nello sviluppo. Perché tutto il denaro viene speso per mantenere in vita la violenza, l’ignoranza e l’odio.
Con la speranza che il suo professore di storia accorra in suo aiuto e ripari i danni causati dal fumo antisemita mediatico con cui troppe persone vengono accecate ogni giorno.

Gheula Canarutto Nemni (qui)

Spettacolare quel “la storia dice” (“fabula narratur”, effettivamente…) Ma anche “capisco profondamente” non è male – e quanto profondamente, ha provveduto subito a dimostrarlo – per non parlare della logica del passaggio (anche nell’ipotesi che la seconda parte dell’assunto fosse corretta).
Nel frattempo, a ulteriore conferma di quanto sono perfidi i perfidi giudei, avrete appreso che la strage in Nuova Zelanda l’ha fatta il Mossad.

barbara

E DOPO L’AGGRESSIONE A FINKIELKRAUT

spiegata come la prova evidente dello strapotere della lobby sionista, abbiamo il signor Gad Lerner che ci spiega che se un immigrato tenta di dare fuoco a uno scuolabus con cinquanta bambini dentro – strage scampata unicamente grazie al caso (un cellulare caduto di cui il terrorista non si è accorto) e il sangue freddo e coraggio di un bambino che si è tolto il laccio di plastica che gli imprigionava i polsi e ha chiamato la polizia – la colpa è del nostro atteggiamento nei confronti degli immigrati.
gad-delirio
E vengono in mente gli arabi londinesi che spiegavano la strage del 2005 con oltre 50 morti e 700 feriti, col risentimento dei musulmani per l’atteggiamento di diffidenza e sospetto nei loro confronti dopo l’11 settembre. E a lui si unisce l’ineffabile signora Livia Turco

Resterebbe poi da capire il fatto inaudito di come un individuo pregiudicato per guida in stato di ebbrezza e violenza sessuale su minore non solo sia in circolazione qui, ma che gli sia stata addirittura affidata la guida di uno scuolabus. E ancora, piacerebbe sapere perché qualcuno si sia inventato che prima di dare fuoco all’autobus avrebbe fatto scendere i bambini, quando in realtà li ha legati e ha tolto loro i cellulari per non rischiare che qualcuno sfuggisse: piacerebbe davvero poter pesare l’infamia di un essere immondo che cerca di scagionare un assassino che programma di far morire bruciati cinquanta bambini. Poi c’è l’altra storiella, che dire grottesca è dire poco, del bambino salvatore dei cinquanta compagni inizialmente identificato come un marocchino musulmano: evidentemente il vero autore del salvataggio, non solo italiano bianco ma addirittura biondo e addiritturissima con la catenina con la croce al collo, non era adatto al teatrino politicamente corretto che si voleva inscenare. Come la bella favoletta del musulmano che avrebbe nascosto gli ostaggi dell’Hyper Cacher, rivelatasi poi una bufala.

Quanto alle cause domestiche che hanno favorito la situazione, naturalmente ci sono, certo che ci sono. E ve le faccio spiegare da Giovanni Bernardini.

AGGIORNAMENTO: è giunto anche il terzo, tra cotanto senno: Beppe Severgnini: “Tornare a Crema e sentire storie di ragazzini coraggiosi, usciti da quell’autobus più forti e più maturi (a differenza di alcuni politici, che non matureranno mai)”.
Spero che saranno anche, quei ragazzini, abbastanza onesti e riconoscenti da andare a ringraziare quell’uomo meraviglioso che ha permesso loro di diventare forti e maturi.

barbara

BREVE AGGIUNTA

in merito alla strage di Ancona. Leggo da molte parti – da parte naturalmente di persone sagge, che ragionano con la testa e non con la pancia, che si rifiutano di demonizzare i ggiovani e le loro mode e la loro musica e i loro idoli – che il problema è unicamente il mancato rispetto delle norme di sicurezza e che quello che è successo lì sarebbe potuto succedere anche a un concerto di Mozart. E io chiedo: quanti concerti di Mozart avete sentito che comincino all’una di notte? Quanti concerti di Mozart avete sentito che contemplino la vendita di superalcolici, hashish e pasticche? Quante pensate che siano le persone che vanno – perfettamente sobrie – ai concerti di Mozart portandosi dietro lo spray al peperoncino? Se siete convinti che i paragoni siano il sale della vita, usate il cervello, se lo avete, e cercatene altri. Riporto una parte di una testimonianza trovata in rete:

Ho sentito decine di volte, in questi anni, pronunciare da mia figlia [quindicenne] questa frase : “Papi, vado a La Lanterna”. Mai stato tranquillo di fronte a quelle parole, perché le poche volte che la sono andata a prendere (in genere rientrava con la navetta) mi ero trovato di fronte a un gelido campo profughi perso nel mezzo della campagna. Ragazzi a torso nudo che bivaccavano all’aperto alle quattro di mattina ricoperti solo dalla nebbia pungente dell’inverno. Vomito ovunque, gente che camminava senza meta stordita da alcol e non solo.  E tutte le volte la stessa domanda fatta a mia figlia: “Ma come facevate a stare tutti lì dentro?” e tutte le volte la stessa risposta : “Hai ragione papi, ogni tanto devi uscire a respirare, perché lì dentro non ce la fai a muoverti”. Ogni rientro a casa all’alba aveva il sapore di un pericolo scampato. La notte di un genitore si divide in due parti: la prima è fatta di un sonno leggero accompagnato da un sottile velo di angoscia, perché sai che tuo figlio (la cosa più importante della tua vita) è stipato come un maiale in un allevamento intensivo, all’interno di un anonimo capannone. Un fragile cristallo sbattuto dentro la centrifuga di una lavatrice. La seconda parte della notte, quella in cui riesci finalmente a prendere sonno, corrisponde al rumore della chiave nella serratura della porta di casa. Allora ti rilassi, allora pensi “è andata bene anche questo giro”. (qui)

Così: quel figlio che sarebbe “la cosa più importante della tua vita” lo lasci andare allo sbaraglio (in un posto, tra l’altro, in cui lui sta talmente male che ogni tanto deve uscire, però è talmente coglione da continuare ad andarci). Non sei un povero genitore ignaro, tenuto all’oscuro di tutto: sapevi esattamente dove andava tua figlia, e continuavi a lasciarcela andare. Hai visto i ragazzi che vomitano da quanto sono ubriachi e sfatti ma contini a lasciarla andare, o addirittura ce la porti. Hai la precisa percezione che ogni volta è una roulette russa ma non fai niente per togliere quella pallottola dal tamburo. Una commentatrice scrive:

Pina Sfrecola …forse mi sono persa qualcosa in questi ultimi anni…. Ma a 14/15 anni i ragazzi frequentano questi posti e fino alle 3/4 del mattino???? E questi genitori riescono anche dormire ??? E per andare a vedere un coglione come sfera ebbasta…. Sveglia !!!!! Mamme e papà!!!! Se anche torneranno a casa i vostri bambini li avete persi ugualmente…. Tornate a fare i genitori…. Dopo non serve piangere….

E questo mi sembra veramente il miglior epitaffio alla vicenda.

barbara

IO PERÒ (SCUSATE)

mi chiedo: ma questi ragazzini di quindici anni, di tredici anni, DI UNDICI ANNI, che cazzo ci facevano a un concerto che iniziava a notte inoltrata? Ad ascoltare, oltretutto, un nichilista dalla pelle imbrattata che inneggia a droga e criminalità.
sferaebbasta
Lo so che fare i genitori non è facile, ma se non siete capaci di assumervi le vostre responsabilità fate a meno di farli, cazzo! I gestori della discoteca criminali? Probabile. Il ragazzino con lo spray criminale da sbattere in galera e buttare via la chiave? Non diciamo puttanate. Chi di noi da ragazzino non ha fatto cazzate a non finire? Chi di noi da ragazzino aveva sempre chiare le conseguenze di ogni possibile azione? E non mi si venga a dire che non è il momento, che poverini stanno già soffrendo tanto, che non è il caso di infierire: è proprio il caso, invece, e proprio adesso, perché se non si riesce a ficcargli in testa che i primi responsabili della strage sono loro, prima o poi toccherà anche agli altri figli. E continueranno, strage dopo strage di ragazzini mandati allo sbaraglio da genitori di un’incoscienza criminale che concedono loro ogni sorta di illimitata libertà e li riforniscono di soldi a volontà per le sigarette, per l’alcol, per le canne, per le pasticche e per i concerti in piena notte senza neppure preoccuparsi di verificare che cosa vanno a sentire, a puntare il dito su qualcun altro e a chiamarsi fuori da qualunque responsabilità. Perché una cosa deve essere chiara: qualunque siano le responsabilità dei gestori, qualunque siano le responsabilità del ragazzo con lo spray, quei ragazzini, a quell’ora, dovevano essere a letto. Nelle vostre case. Sotto il vostro controllo. Tutto il resto diventa un dettaglio di contorno.

barbara

UNA BAMBINA DI NOVE ANNI

Una come tante. Una come troppe. Ha scritto una letterina per il suo papà, e ora gliela legge.

Mio caro papà Elad, io ti ammiro, e sono orgogliosa di te, che hai combattuto il terrorista fino a quando non ce l’hai più fatta, in modo che noi potessimo nasconderci.
Papà, se tu non lo avessi trattenuto lì, lui sarebbe venuto da noi e dalla mamma al piano di sopra, e chissà che cosa sarebbe accaduto allora…
Papà mio Elad, so che eri fiero di noi e della nostra eroica mamma, che è stata attenta a che non fiatassimo – tutti e cinque
anche se sentivamo tutto quello che stava succedendo al piano di sotto … papà mio Elad
Tu sarai sempre con me. In classe, a casa, nel mio cuore … Per tutta la vita mi mancherai tanto.
Per tutta la vita aspetterò che la maniglia della porta si apra, e io ti aspetterò, papà. Io sogno che tu sei lì, e io corro da te e tu mi abbracci stretto … papà, tu sei stato e sarai sempre il migliore papà del mondo.
Io ringrazio D.o per avermi dato un tale padre, e mi chiedo perché mio padre, Elad, mi sia stato preso così in fretta … Ti amo e mi mancherai sempre – Reut… (qui, traduzione mia)

barbara

PARLIAMO DI GAZA

E delle “proteste”, e dei “manifestanti” uccisi dall’esercito israeliano “in quella che molti osservatori internazionali hanno descritto come una strage” (link), e degli ennesimi spaventosi crimini di Israele e dell’uso sproporzionato della forza e delle condanne internazionali eccetera eccetera. Inizio con la

Dichiarazione del Ministero degli Esteri israeliano riguardo agli eventi a Gaza
“La barriera di confine tra Israele e la Striscia di Gaza separa uno stato sovrano e un’organizzazione terroristica.
Separa uno stato che protegge i suoi cittadini dagli assassini che mandano i loro connazionali mettendo in pericolo le loro vite. La recinzione separa un esercito che usa la forza per autodifesa e in modo mirato e proporzionato, e Hamas, un’organizzazione che santifica l’omicidio e la morte, e che per anni – ieri incluso – è stata intenta a colpire milioni di israeliani.
Chiunque veda erroneamente in questa messinscena omicida persino una briciola di libertà di espressione, è cieco alle minacce che lo Stato di Israele deve affrontare”.

Do ora la parola a Giulio Meotti.

“Strage” e “Massacro”, titola La Repubblica in prima pagina oggi sulla guerra che Hamas ha portato al confine di Israele. Non una riga sul diritto di Israele di proteggere i propri confini e i propri civili. Non era una “marcia”. Era terrorismo che Hamas ha ordito con milioni di dollari [nostri, ndb] al confine di Israele. Spari da parte di Hamas e Jihad Islamica? Scomparsi. Sommosse per abbattere il confine? Scomparse. “Uccisi” i palestinesi. Scomparsa la relazione di causa ed effetto. Cosi si demonizza il popolo di Israele e si processa il suo diritto a difendersi da una organizzazione terroristica che da trent’anni cerca di distruggerlo a suon di kamikaze e missili, che costruisce tunnel sotto quei confini e che ieri ha cercato di organizzargli una Pasqua di sangue. Che vergogna di giornalismo. Non ho visto gli stessi titoli di prima pagina sparati sui 5 israeliani uccisi dai terroristi palestinesi nelle ultime settimane. O me li sono persi?

Passo a una riflessione di Giulio Bernacca

Forse ai più sfugge l’essenza di ciò che sta succedendo in queste ore a Gaza: Hamas, la cupola mafiosa che gestisce Gaza, in grave difficoltà politica e messa in disparte dai paesi arabi che ora hanno altro a cui pensare (tipo l’espansionismo turco e iraniano) ha deciso di fare una specie di Woodstock del sangue.
Ha speso dieci milioni di dollari (miei e vostri, ovviamente, quelli che pensavamo sarebbero andati per gli ospedali e i desalinizzatori) ed ha organizzato una marcia, anzi, una spinta contro la linea di confine con Israele, ben sapendo che ovviamente Israele non avrebbe potuto tollerare che trentamila persone cresciute a pane ed odio anti israeliano entrassero sul suo territorio e andassero a passeggio incontrollati per le sue cittadine e paesi.
Hamas cercava il sangue e lo ha trovato. Non esiste un modo non cruento per fermare una cosa come quella organizzata in questi giorni.
Hamas torna alla ribalta, l’utile idiota disinformato occidentale si commuove (e bisogna commuoversi per i morti, lo sottolineo), Israele fa la solita figura dello stato canaglia che tormenta i palestinesi, e via così.
Ah, Gaza è Judenfrei dal 2005, anno in cui è diventata di fatto una base terroristica avanzata da cui sono partiti innumerevoli attacchi.

Poi questo notevole articolo di Niram Ferretti

ONORE A LORO

Hamas, durante la Marcia del Ritorno, usa la popolazione suddita per infiltrare facinorosi e membri della Brigata Izz ad-Din al-Qassam, della quale sono stati uccisi dieci membri da parte dell’esercito israeliano. Non dieci scouts.
Sì, questa è la risposta di Israele a protezione dei propri confini e dell’incolumità dei suoi cittadini. Ai terroristi non è permesso entrare.
Non sono più i bei tempi della Seconda Intifada quando si facevano esplodere in caffè, ristoranti, locali pubblici, autobus. Tutto questo è finito dal 2005, grazie alla barriera di protezione, quella che le quinte colonne jihadiste qui in Occidente chiamano “muro” per sottolineare come i “poveri palestinesi” sarebbero vittimizzati da Israele.
In uno splendido articolo del 2009, John R. Bolton, il nuovo Consigliere per la Sicurezza Nazionale di Donald Trump scriveva:
“Credono, (gli europei) di essere messi in pericolo da quelle nazioni che fino ad oggi hanno deciso di non potersi permettere di finire preda dei falsi sogni di riuscire a districarsi dai pericoli del mondo restando in uno stato di torpore o inginocchiandosi al cospetto di un attacco“.
Le nazioni a cui si riferiva Bolton sono Israele e gli Stati Uniti.
Israele non si inginocchia e non apre i propri confini ai terroristi, non consente che chi vuole da settanta anni cancellarlo dalla mappa del Medioriente sia in grado di farlo.
John Bolton, grande estimatore di Israele, vede la debolezza dell’Europa, immersa nella convinzione che, in nome dei “diritti umani”, questa formula affatturante, si debba subordinare ad essa la propria sicurezza.
Israele tutela la propria minoranza araba, 1,700,000 arabi israeliani come non lo sa fare nessuno stato arabo, consentendo loro di partecipare alla vita democratica del paese, ma c’è chi, come Hamas e non nascondiamocelo, la parte maggioritaria di Fatah, che vorrebbe gli arabi sotto esclusiva tutela musulmana. In altre parole, come gli abitanti di Gaza, sotto un potere coercitivo, autoritario e barbaro, o come, nei territori della Cisgiordania amministrata dall’Autorità Palestinese, sotto una cosca mafiosa e corrotta fino al midollo.
I soldati dell’IDF che l’altro ieri hanno ucciso dieci terroristi di Hamas, non solo servivano la maggioranza ebraica del paese ma anche la minoranza musulmana e le altre minoranze.
Onore a loro, protettori della democrazia e dei migliori valori occidentali.

E vediamoli, dunque, questi pacifici manifestanti, che nei giorni della Pasqua ebraica, come loro consuetudine, si dedicano alle manifestazioni pacifiche: qui vestiti da passeggio,
manifestanti 1
qui mentre preparano il fuoco per il barbecue,
manifestanti 2
qui il cuoco che si appresta a tagliare la carne da cucinare alla brace.
manifestante
E questi sono i poveri innocenti uccisi dall’esercito israeliano.
terroristi Gaza pesach 2018
Poi vediamo qualche video. Il primo in cui, come in tutte le scampagnate che si rispettino si dedicano al canto corale; quello che sentiamo qui è un canto millenario, che dice

“Khaybar*, Khaybar ya yahud, jaish Muhammad saya’ud”: Khaybar, Khaybar, o ebrei, l’esercito di Maometto tornerà.

Qualcuno ci ha fatto caso? È identico a quello di Milano un paio di mesi fa.
Qui invece si trastullano con giochi di vario genere per passare il tempo

E questo è un resoconto della portavoce dell’esercito israeliano (si noti il passaggio in cui parla della bambina di sette anni spinta dalla madre contro la recinzione nella speranza di procurare ai manifestanti il cadavere bambino da offrire alle telecamere politicamente corrette, esattamente come quest’altro premuroso genitore).

Nel frattempo il solito signor Vauro sembra dimenticare che Gesù era un tantino ebreo, e si cimenta in un’opera d’arte degna della sua eccelsa fama.
vignetta Vauro
E per concludere, imperativo categorico, leggere questo post, a proposito della famigerata “risposta sproporzionata”, scritto nel corso delle operazioni a Gaza di dicembre 2008-gennaio 2009 (io mi trovavo lì in quel periodo) da un tizio sinistrosissimo, rifondarolo per la precisione, e non vi dico cosa non si è scatenato nel blog, frequentato in genere da sinistrorsi suoi pari, quando lo ha pubblicato. Magari scaricatelo e conservatelo, che prima o poi viene sempre utile. Buona lettura. parole in libertà

*Khaybar: oasi nella regione nord-occidentale della penisola araba, abitata prevalentemente da ebrei, conquistata da Maometto nel 628

barbara

I TERRIBILI OCCUPANTI ISRAELIANI

(quelli peggio dei nazisti eccetera eccetera, che opprimono i poveri palestinesi eccetera eccetera…)

Rivoltosi palestinesi hanno lanciato un copertone in fiamme verso dei soldati israeliani.
Il copertone ha cambiato direzione ed è entrato in una fabbrica di plastica palestinese [intervento divino? copertone intelligente?]
La fabbrica è andata a fuoco.
Pompieri israeliani hanno aiutato a spegnere il fuoco.
Prendetevi una notte di riposo, agenti.
#AlcuneCoseSonoMeglioDellaSatira (qui)

E una volta sparano i missili troppo corti e gli cascano in casa, e una volta sbagliano i tempi della bomba e gli esplode addosso, e una volta ci si mette il vento o chissà che altro e si bruciano le fabbriche da soli, e una volta vogliono approfittare di un attacco israeliano a un deposito di armi inscenando la solita Pallywood, e si autoproducono un’autentica strage… Insomma, tante volte micidiali, sì, però gran ciofeche anche come terroristi.

barbara

NAHARAIM – L’ISOLA DELLA PACE (13/11)

Naharaim si trova qui,
Naharaim 1
Naharaim 2
lungo la riva del Giordano. In questo territorio, di proprietà ebraica già molto prima della rinascita dello stato di Israele, Pinchas Rutenberg, fondatore della Palestine Electric Company (“Palestine” esattamente come il Palestine Post e la Palestine Philharmonic Orchestra: il quotidiano ebraico, l’orchestra filarmonica ebraica, la compagnia elettrica ebraica in quella regione che i romani conquistatori avevano ribattezzato col nome di Palestina per cancellare quello di Israele, e di cui la Gran Bretagna aveva assunto il mandato conservandone il nome), nel 1927 firmò un accordo con l’emiro di Transgiordania Abdullah I per costruire una centrale idroelettrica, i cui impianti possiamo ancora oggi vedere, oltre a un resto della ferrovia a scartamento ridotto.
ferrovia
I canali e le dighe costruiti a questo scopo, in aggiunta ai fiumi Giordano e Yarmuk, hanno circondato questo territorio, trasformandolo in un’isola artificiale.
canali 1
canali 2
canali 3
canali 4
canali 5
canali 6
(sì, oltre ai mari sono storti anche i fiumi e i canali. Prendetene atto e rassegnatevi)
La centrale cominciò a produrre energia nel 1932, ma nel 1948, all’inizio della guerra arabo-israeliana, i lavori si fermarono.
Nel 1994, nell’ambito del trattato di pace israelo-giordano, Israele cedette l’area alla Giordania, che accettò di affittarla, con un contratto venticinquennale automaticamente rinnovabile, in modo che i contadini del vicino kibbutz Ashdot Ya’akov
Ashdod Ya'akov
potessero continuare a coltivarla. (In realtà l’indicatore di google maps è sbagliato: l’enclave giordana è quella più sopra) Tra la parte israeliana e quella giordana c’è un cancello transitabile dietro presentazione della semplice carta d’identità.
bandiere
Isola, dunque, si diceva, e della pace in quanto frutto di un trattato di pace. Ed è proprio questo luogo che, per uno di quei tragici paradossi che in queste terre sono purtroppo di casa, nel marzo del 1997 fu teatro di una orribile strage. Non ne avevo presente la collocazione, ma l’episodio sì. Per ricordarlo riporto l’articolo pubblicato all’epoca da Repubblica, in cui inserirò alcune delle foto scattate durante la visita.

Massacro di bambine nella valle del giordano

NAHARAIM (confine israelo-giordano) – Una fiammata d’odio anti-israeliano ha bruciato ieri le vite acerbe di sette ragazzine tutte intorno ai 13 anni d’età. Le ha uccise un soldato giordano mentre si trovavano assieme ad altre decine di compagne, sei delle quali sono state ferite, in gita scolastica all’’isola della pace’, un’isoletta piena di verde, al confluire del fiume Giordano con lo Yarmuk, lungo quella che storicamente rappresentava l’unica vera frontiera tranquilla d’Israele, la frontiera con il regno hashemita di re Hussein. Dal punto di vista dei simboli, il massacro non poteva avvenire in un luogo più carico di significati né in un momento peggiore, data la tensione polemica che da alcuni giorni domina le relazioni tra il primo ministro Netanyahu e il monarca che regge le sorti del piccolo regno, considerato fino a ieri un amico, se non il solo amico d’Israele nel mondo arabo. Il luogo, Naharaim, è uno di quei frammenti di territorio giordano in cui, in base al trattato di pace dell’Aravà, firmato nell’ottobre 1994, gli israeliani hanno libero accesso. Queste enclave lungo il confine, dove da tempo s’erano insediati gli agricoltori israeliani, anziché tornare in possesso della Giordania sono state date in affitto, praticamente perpetuo, agli stessi kibbutzim. Una decisione che Hussein ha dovuto difendere contro le aspre critiche del mondo arabo. E tuttavia, in omaggio alle speranze accese dalla pace, l’isoletta è diventata meta di scolaresche israeliane che lì possono trovare un pezzo di storia del loro paese compreso in un giro d’orizzonte di rara bellezza. A destra i monti aspri della Giordania, diventati finalmente accessibili. Risalendo verso nord, ecco il confine con la Siria, il nemico sempre restio, mentre ancora più a nord, in lontananza, sfuma il profilo del Golan, l’altopiano al centro della contesa con Damasco.
paesaggio 1
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paesaggio 4
E lì, tra le barriere di filo spinato arrugginito che delimitano la terra di nessuno, un monumento al sionismo, i resti della prima centrale elettrica costruita negli anni Venti da Pinhas Rutemberg, un ingegnere ebreo di origine russa.
centrale idroelettrica 1
centrale idroelettrica 2
E’ questo il luogo in cui ieri mattina alle 10 si sono incrociati i destini di una scolaresca di Beith Shemesh, una cittadina in via di sviluppo a trenta chilometri da Gerusalemme, direzione Tel Aviv, e di un suddito di sua maestà hashemita, Ahmed Mussa, 26 anni, autista che i suoi commilitoni, dopo il fatto, si sono affrettati a qualificare come “un pazzo”. Loro, le ragazzine di Beit Shemesh, 120 venti divise in tre autobus, allieve di un istituto religioso, erano arrivate lì di buon mattino, accompagnate dal vicepreside, da due insegnanti e da una guardia del corpo armata che, svolgendosi la gita in territorio sotto sovranità giordana, aveva lasciato l’arma sul pullman. Esauriti rapidamente i controlli, la scolaresca si era diretta verso la collina sormontata da una torretta, su cui sventolava una grande bandiera giordana,
torretta
il luogo migliore per osservare quel pezzo di mondo tanto sublime nella natura dei luoghi quanto difficile per il carattere degli uomini. Rosa Himi, è una delle due insegnanti che accompagnava le ragazzine. “Eravamo scese dall’autobus e ci eravamo raccolte intorno alla nostra guida per sentire le sue spiegazioni – racconta la professoressa – quando improvvisamente ho sentito gli spari. Ho girato lo sguardo per capire da dove provenivano, da dove dovevamo difenderci e ho visto che a spararci addosso era un soldato giordano appostato sopra la torre. “Le ragazze sono corse vie, alcune si sono nascoste dietro ai cespugli, ma lui, sceso di corsa dalla sua postazione, le ha inseguite continuando a sparare. Quando ha finito il primo caricatore s’è fermato e ha cercato di inserirne un altro, ma non c’è riuscito. E a questo punto i suoi compagni l’hanno bloccato”. Non è facile immaginare la scena di dolore e di morte che s’è presentata davanti alle stesse ragazzine sopravvissute, prima che ai loro soccorritori. “Tutti piangevano, gridavano aiuto, fuggivano da ogni parte. Ho visto Ivri, la mia amica più cara colpita alla spalla, rotolare sull’erba in un lago si sangue. Poi ha finito di respirare”, racconta Rifka dal suo lettino d’ospedale. Mentre il “pazzo” veniva disarmato, altri soldati giordani prestavano i primi soccorsi. “Troppo lenti, in grave ritardo”, accusano gli israeliani.
Un particolare è destinato ad accendere le polemiche. Sebbene gli accordi di pace consentano agli israeliani di entrare in quelle particolarissime enclave in caso d’incidente, ieri a Naharaim i giordani non lo hanno permesso. Così, la gran parte dei morti e dei feriti sono stati portati in un ospedale giordano non lontano dal confine, mentre solo quelli tra i sopravvissuti che sono riusciti a risalire sugli autobus con cui erano arrivati la mattina hanno potuto cercare soccorso in Israele. Al pomeriggio, comunque, tutti i morti e i feriti erano stati rimpatriati. (La Repubblica, 14 marzo 1997)

(Si noti che vent’anni fa “pazzo” veniva messo fra virgolette)

In seguito a questa tragedia i soldati furono sostituiti da membri dalla guardia personale del re, da lui personalmente scelti e che a lui personalmente rispondono. In ricordo delle sette ragazze uccise si possono ora vedere questa grande tavola con le loro foto,
ragazze
e questo cippo, che reca la scritta “In ricordo dei fiori che sono stati recisi”
cippo
(grazie a Rachel per la traduzione). In un altro luogo che non abbiamo visitato si trova questo memoriale con i nomi delle sette vittime.
Naharayim memorial 1
Naharayim memorial 2
Poi vi faccio vedere la postazione militare israeliana,
caserma
e questo albero che vi ho fotografato perché è tanto grande e tanto bello (contenti?)
albero
e infine la vostra beniamina
io
con le ossa intatte ancora per meno di quarantott’ore.

barbara

I RAGAZZI DELLA VIA GAUDÌ

Uno stupendo articolo del grande Toni Capuozzo. Da leggere. Da stampare. Da incorniciare. Da imparare a memoria.

In genere, nel vocabolario che i media utilizzano nelle cronache del terrorismo, la cosa che più mi infastidisce è l’uso della parola “kamikaze” per definire un terrorista suicida. I kamikaze erano combattenti in divisa, che sacrificavano se stessi per uccidere nemici anch’essi in divisa, nel corso di una guerra: etica estrema, ma rispettabile. Stavolta, dopo Barcellona, mi è sembrato di cogliere, qua e là, nel ripetuto uso del termine “ragazzi” per definire la cellula di Ripoll una povertà linguistica di noi cronisti, ma anche una sorta di pietà malriposta, un malcelato tentativo, da assistenti sociali o psicologi delle devianze, di trovare anche nel colpevole una traccia di disperata umanità.
Trattiamoli da ragazzi, allora (termine che per me, invece, dalla via Pal in poi, ha una sua sacralità). Cosa c’è di nuovo, nella vicenda di Barcellona? Che stavolta non erano lupi solitari, ma neanche una cellula carbonara e assortita pescando qua e là dalle periferie di Bruxelles o di Parigi o del Medio Oriente. Era un gruppo di amici al Locutorio, il call center del paese, gestito da un marocchino. Si conoscevano sin da bambini. Tre coppie di fratelli : la ‘ndrangheta ci ha insegnato come i vincoli famigliari rendano impenetrabili le organizzazioni criminali. Tutti tra i 17 e i 24 anni, tranne l’imam Es Satty, 42 anni, e il gestore del call center, quell’El Karib di 34 anni. Alcuni erano nati in Spagna, tutti avevano frequentato la scuola dell’obbligo. Alcuni un istituto professionale. Avevano trovato lavoro. Le loro vite,per come le descrivono parenti e amici erano della più scontata normalità: discoteche, il bar dell’angolo, qualche spino e un po’ di birra, la moto che Younes si è lasciato alle spalle, l’Audi che li ha portati all’ultima scorribanda. Doppia nazionalità, passaporto, un paesotto . Forse il paese era un po’ noioso, ma a poco più di cento chilometri, un’ora e mezza, c’è Barcellona, città aperta. Insomma, nessuna emarginazione, nessuna ingiustizia, nessun trauma, nessuna ribellione apparente. Le madri, avvolte nei loro vestiti larghi e nei loro veli, lamentano: “Erano bravi ragazzi”. Che cosa è successo? I media mainstream e anche quelli alternativi non se lo chiedono, perché gli unici indizi, portano a due risposte scomode. La prima è che lo ius soli è un totem della correttezza politica, tarlato e vuoto: non è l’anagrafe a integrarti, se non lo vuoi. La seconda è che la religione – fior di intellettuali non credenti, di pensatori marxisti e naturalmente di devoti cristiani corrono ad assolverla – ha avuto un peso determinante.
Stiamo al primo indizio: l’integrazione mancata. Questi non erano ribelli, non avevano rotto con il padre, uno ha addirittura lasciato un testamento di scuse, non erano scappati di casa. Erano cresciuti in un ambiente quieto, di padri che pensavano a lavorar e di madri che pensavano a far da mangiare e portare il velo. Della Spagna avevano colto l’integrazione dei consumi: i fumetti, la moto, i jeans, il gel, la discoteca. Ma i valori, quelli che fanno di noi cittadini critici, figli della Rivoluzione francese e dell’Illuminismo, cultori del dubbio e di diritti di donne e individui? E la cultura, quella che fa di uno spagnolo un lettore di Javier Marias o di Cervantes, un conoscitore del male – guerre civili o franchismo, terrorismo basco o Inquisizione – e del bene – le autonomie, la pacata transizione alla democrazia – che cosa sapevano? Mi sono chiesto se almeno tifassero per il Barca, ma mi sono chiesto anche se quei volenterosi spagnoli che sbarcano da noi i migranti abbiano qualche volta guardato dietro casa loro, nei Pirenei. Erano cresciuti in una cultura di separatezza, innocua e micidiale. Non vi si sono ribellati, l’hanno portata alle estreme conseguenze: bravi ragazzi.
L’ultimo viaggio alcuni tra loro l’hanno fatto in Marocco, come per un congedo. I parenti, nel villaggio sperduto tra i monti dell’Atlante, gente antica e tradizionale ma senza terrore nella testa, dicono che quel qualcosa che li ha cambiati è successo in Spagna, loro si sono solo accorti che stavolta, inaspettati, non davano più la mano alle donne. A Ripoll le madri dicono solo che avevano iniziato a pregare, e Younes aveva tappezzato la stanza di versetti del Corano, e compitava il Libro sacro, lui che faceva fatica a leggerlo, l’arabo. Da due anni Moussa, cioè Mosè, scriveva su Facebook che i cristiani devono essere uccisi: un po’ di cristiano fobia, per dire. Che cosa era successo? Da due anni era arrivato a Ripoll, come un incantatore, l’imam Es Satty. Il suo nome porta lontano, indietro fino alla strage di Nassirija (cosa devono pensare, adesso, se pensano, quelli che urlavano 10-100-1000 Nassirija, adesso il filo si è snodato fino a morire sulle Ramblas multi culti, non in una caserma di carabinieri?) e allarga la scena: contatti a Marsiglia, e in Belgio. Ma riporta anche il mistero alla sua rinnegata risposta: la religione. Malintesa, va da sé. Ma intesa fino in fondo, se Younes, morendo, nel momento della verità, ripete: Allah è il più grande.
Il gruppo di ragazzi della via Antoni Gaudi pensava in grande, se aveva pensato di far saltare in aria la cattedrale del genio cui era intitolata la via in cui vivevano a Ripoll. Pensava metodicamente, se pensate al tempo che ci vuole a radunare cento e passa bombole. Lavorava maldestramente: nessun esplosivo è mai stato benedetto come quello che ha ucciso l’imam e altri due, e ferito quello che, rinsavito, sta collaborando. Ma lavorava da soldato dello Stato Islamico: a cosa servivano i finti giubbotti esplosivi? Sì, a spaventare i poliziotti, un po’. Ma di più a trovare morte certa, e appuntarsi al petto, alla lettera, l’elemento distintivo dello shahid (noi traduciamo martire, ma nella nostra tradizione il martire è uno che sacrifica se stesso, non chi fa strage di altri). Dritti nel paradiso delle vergini, e il bonus di garantirlo anche a un po’ di famigliari, quei vecchi bonaccioni, islamici da cortile, noi siamo andati più in là: c’è nelle loro vite una continuità, non una rottura.
I nostri politici e i nostri media continueranno a spiegarci che lo ius soli è cosa buona e giusta, che la religione non c‘entra, che l’accoglienza è un dovere e un piacere, che l’integrazione dipende da noi, che le colpe dell’Occidente (come la minigonna delle stuprate o i loro orari insoliti) spiegano tutto, che anche il cristianesimo ha combinato i suoi guai, che l’islam è religione di pace: un tè nel deserto. Non è così: l’integrazione vuol dire lavoro e condivisione di valori, rispetto dei diritti e riduzione della religione a una libera sfera di fede personale, senza pretese di giurisdizione erga omnes e governo delle istituzioni. Dovremmo essere inflessibili su questo (a mio modestissimo parere anche il Papa che invoca lo ius soli invade un campo non suo, che non appartiene alla religione. Tu vuoi il matrimonio per sempre? Applicalo nella tua vita, non imporlo per legge agli altri. Vale lo stesso per l’aborto o il fine vita, per la cittadinanza o l’accoglienza: ascolto i tuoi richiami morali, ma debbono restare tali, non dettare regole per tutti. E se no fai come la metropolitana tedesca che non sa più se addobbarla con piastrelle che raccontino la genesi, perché teme di offendere gli islamici. A la guerre comme à la guerre, salvando la nostra cultura di diritti, la nostra umanità, cercando alleati – i curdi, mica il Qatar o l’Arabia Saudita – ma sapendo che ci sono nemici. Ad esempio: voglio illustrare con una fotografia queste righe dissestate. Ho forte la tentazione di metterci Younees morto, con un occhio aperto e uno chiuso. E’ il boia delle Ramblas, quello che andava a zig zag sulle vite altrui. Ma no, non lo faranno neppure i siti dell’Isis loro mettono i propri morti acconciati da un sorriso, chè hanno intravisto il paradiso, e invece Younees ha una smorfia. Metterei la foto di Julian, che ai nostri occhi è morto lentamente, perché non si sapeva dov’era finito. Il volto d’angelo, e un simbolo dei cittadini del mondo: nato in Gran Bretagna, residente in Australia, tratti asiatici. Troppo facile. Sarei tentato di metterci la foto, ritratto di spalle mentre i colleghi lo applaudono, del poliziotto dei Mossos de Esquadra che ha ucciso, con la pistola, quattro terroristi. E’ stato bravo, adesso è seguito da uno psicologo perché noi non siamo fatti per uccidere facile, e quattro persone, lo viviamo come un dovere tormentoso, non un trionfo. E allora ci metto la foto di Pau Perez Villan, 34 anni, la quindicesima vittima. L’ha ucciso Younees, a coltellate, per impadronirsi della sua auto, che Perez parcheggiava in periferia per non pagare i parcheggi, e andare a lavorare nell’azienda vinicola dove, ingegnere elettronico, era responsabile dei macchinari. Lui sì, amava il calcio, e gli amici ne parlano come di uno buono e simpatico. La sua generosità l’aveva portato a fare il volontario ad Haiti. La polizia si è avvicinata con molta prudenza al suo corpo riverso sul sedile posteriore, pensavano fosse un terrorista. Non è un simbolo per nessuno, e allora va bene per me.
Pau Perez Villan
E va bene anche per me.

barbara