FACEBOOK, LE MAMME E I VACCINI

Guardatelo, per imparare che non serve imparare.

barbara

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UN PAIO DI CONSIDERAZIONI A MARGINE

C’è un mantra che, come quel famoso vecchio fantasma, si aggira per l’Europa. Un mantra ormai cronico che, al pari di un’artrosi o un reumatismo, si riacutizza quando cambia il tempo, ossia quando qualche strage in grande stile turba gli animi più del solito: È TUTTA COLPA DELLE RELIGIONI. E se la causa del fanatismo e delle stragi che quest’ultimo produce sono le religioni, l’unica soluzione è eliminarle, “rendendole ridicole e superate”. E qui, prima di iniziare il discorso, devo inserire un

DISCLAIMER

Questo post NON è un post a difesa delle religioni in quanto istituzioni organizzate. Questo post NON è un post a difesa della fede religiosa in quanto sentimento individuale. Questo post è un post in difesa della ragione in quanto caratteristica teoricamente intrinseca alla specie umana. Questo post è un post in difesa della logica in quanto requisito teoricamente imprescindibile quando ci si proponga di affrontare e risolvere un problema.

Mantra cronico, dicevo. Ogniqualvolta si affronta qualche tema generale relativo a terrorismo, fanatismo, estremismo e affini, prima o poi, onnipresente come il sale q.b. nelle ricette di cucina, arriva il mantra: è tutta colpa delle religioni. Ogniqualvolta viene perpetrata una grossa strage istantaneamente scatta, come un riflesso pavloviano, il mantra: è tutta colpa delle religioni. Ora, non so se a me sia sfuggito qualcosa, ma voi vedete in giro per il pianeta orde organizzate di ebrei cristiani animisti buddisti taoisti induisti scintoisti visnuisti sikhisti giainisti confuciani pagani zoroastriani rastafariani bahai intenti a seminare il terrore?
Chi è meno giovane ricorderà sicuramente la vicenda del talidomide: era un antidolorifico che era stato immesso nel mercato dopo una INSUFFICIENTE SPERIMENTAZIONE ANIMALE, ossia senza provarlo su femmine gravide. Se ciò fosse stato fatto, si sarebbe constatato che aveva effetti teratogeni; non essendo stato fatto, ne è derivata la nascita di numerosi bambini focomelici. Ecco, ora immaginate che qualcuno, ogni volta che nasce un bambino malformato, strillasse “È tutta colpa delle medicine! L’unica soluzione è eliminarle, rendendole ridicole e superate”, ogni volta che si discute in generale sul problema dei bambini malformati strillasse “È tutta colpa delle medicine! L’unica soluzione è eliminarle, rendendole ridicole e superate”, voi come reagireste? Lo trovereste sensato? O non accusereste piuttosto i protagonisti degli strilli di impedire, col loro fondamentalismo antifarmacologico, una ricerca seria sulle cause delle malformazioni fetali? Ebbene, questo è esattamente l’atteggiamento che riscontro sistematicamente nei fondamentalisti antireligiosi: abolizione del ragionamento, abolizione della logica, reazioni totalizzanti. E dogmatiche. Perché le affermazioni che si sentono non sono del genere “Io non credo in Dio” o “io non credo che esista qualcosa” o “io sono sicuro che non esiste niente”: l’affermazione classica è “Dio non esiste”. Identica e speculare all’affermazione “Dio esiste e ci ha creati”. E poi, non “Non credo che ci sia vita dopo la morte” bensì “dopo la morte non c’è niente”. Nessuno spazio per il dubbio, che dovrebbe essere il concime del pensiero laico e dello sviluppo intellettuale, nessuno spazio per le domande, ma solo incrollabili, granitiche certezze. Dogmi, cioè. Per sostenere i quali mi è capitato di vedere riportate frasi di uomini (e donne) illustri che “dichiarano” l’inesistenza di Dio e tanto ci deve bastare. Sono passati quasi quattrocento anni da quando Galileo ha messo in ridicolo l’idea che se Aristotele afferma che i nervi partono dal cuore, ciò è motivo sufficiente per avere la certezza che partano effettivamente dal cuore e non dal cervello. Quattrocento anni, e ancora, proprio per quelli che si pretendono spiriti liberi, il principio di autorità funziona ancora come elemento probante! (Che poi a uno viene da chiedersi: ma se ne sono tanto convinti, perché sentono tutto questo bisogno di appellarsi a un’autorità superiore – tipo il bambino che ha bisogno di sentirsi confermare dal parroco che sì, dentro l’Ostia consacrata c’è proprio il Corpo di Gesù – per sentirsi rassicurati nelle proprie certezze?)
Perché se invece di affidarci ai mantra proviamo a guardarci intorno, quello che vediamo è che c’è UNA religione che ha nel proprio libro sacro il comandamento di uccidere chi non si arrende alla conversione: tutte le altre no. E ci sono gli adepti di UNA religione che in nome della propria religione vanno in giro per il mondo a seminare morte e distruzione. Breivik, per esempio, apparteneva indubbiamente a una religione, magari sarà anche stato credente, e forse addirittura praticante, ma non mi sembra di ricordare che sia andato all’attacco urlando “Gesù Cristo è grande”; e a strage conclusa non mi sembra di ricordare cristiani protestanti che approfittassero dei reportage televisivi per farsi inquadrare mentre facevano segni di esultanza e di vittoria. Poi volendo si potrebbe ricordare il sostanziale o totale ateismo di stato di Hitler, di Stalin, di Mao, l’abolizione più o meno completa della religione negli ultimi due stati: vogliamo ricordare quante centinaia di milioni di morti e quanti miliardi di schiavi ne sono risultati? Se poi vogliamo parlare di fanatismo religioso, certo, quello ha anche altri domicili: le sante anoressiche cristiane che si nutrivano unicamente della comunione, portavano il cilicio e dormivano sul pavimento; gli ultraortodossi ebrei che dedicano la vita intera unicamente allo studio e digiunano tre volte la settimana; quelli che girano con la mascherina sulla bocca e con una scopetta con cui spazzano il terreno davanti ai propri piedi per non rischiare di uccidere un insetto ingoiandolo o calpestandolo. Ma sono tutti fanatismi che si riversano su se stessi, nessuno di loro va in giro a massacrare.
Un’altra buffa convinzione dei crociati dell’antireligione è che E’ il motivo per cui tutte le religioni prima o poi fanno a cazzotti con la scienza: un avanzamento della scienza comporta inesorabilmente una riduzione delle cose che NON conosciamo, e quindi un danno per spiegazioni esoterico-mistiche-iniziatiche. Mi sbilancio, via: piu’ un popolo sa, meno crede in un qualche dio. Forse l’autore di questo testo ignora che una delle ragioni per cui nei “secoli bui” era forte il risentimento nei confronti degli ebrei, è che più o meno tutte le cariche importanti le ricoprivano loro, e per un motivo semplice: in epoche in cui la stragrande maggioranza della popolazione era analfabeta (e buona parte degli alfabetizzati erano i monaci che stavano chiusi nei conventi. Che con la loro attività di copiatura dei libri antichi hanno reso servigi preziosissimi all’umanità, ma non partecipavano alla vita sociale), fra gli ebrei l’analfabetismo non è praticamente mai esistito. Neppure fra le donne. E non si limitavano a imparare a leggere e scrivere, ma in gran numero si dedicavano intensamente allo studio e alla ricerca in tutti i campi dello scibile umano. I papi odiavano gli ebrei, ma erano quasi sempre ebrei i loro medici, perché sapevano che erano i migliori. Nel corso di tutta la storia, e ancora oggi, gli ebrei sono stati sempre in prima linea in tutti gli ambiti scientifici, cosa che non ha mai fatto arretrare la loro fede e la loro religiosità. Meno che mai ha rischiato di far scomparire l’ebraismo come religione (non te la prendere, via: sono piccoli incidenti in cui si incorre quando si parla di cose che si conoscono troppo poco!)
Poi, nell’ambito dei missionari dell’antireligione, c’è chi comunque replica in modo pacato e civile, senza rifiutarsi al confronto, ma c’è anche chi risponde in modo stizzito, aggressivo, arroccandosi sulle proprie adamantine certezze e chiudendo la porta a ogni possibilità di dialogo. Tipo l’esorcista che brandisce il crocefisso davanti a satana perché se non dovesse riuscire a tenerlo a debita distanza, rischierebbe di esserne sopraffatto.
Tornando al punto di partenza, ecco, affermare che “il problema sono le religioni”, non solo è un’enorme sciocchezza, non solo è una palese falsità, ma ha l’unico risultato (e non voglio essere così maligna dal pensare che sia anche l’unico scopo) di spostare l’attenzione dal problema vero che non è “le” religioni bensì “una” religione, che si chiama islam. E finché non si avrà il coraggio di guardare in faccia la realtà e di chiamare le cose col loro nome e di andare ad affrontare i problemi là dove i problemi si annidano, le stragi continueranno a sommarsi alle stragi, e i morti ai morti.
E quanto a voi che continuate a predicare che il problema sono le religioni: scusate, ma perché non le scie chimiche, allora?
E adesso che sei arrivato qui, vai a leggerti il solito grande, mitico Ugo Volli.

barbara

LA MAESTRA BAMBINA

C’è un racconto ebraico: un mendicante va dal suo rabbino e chiede, spiegami rabbino, che io non capisco: busso alla porta di un povero che in casa non ha altro che un pezzo di pane, e lui prende il pezzo di pane e lo divide con me; busso alla porta di un ricco che ha la dispensa piena, e quello mi caccia in malo modo: perché? Il rabbino lo invita ad andare alla finestra e descrivergli quello che vede, e il mendicante comincia a dire: vedo la strada, due alberi, una donna con un bambino per mano, un uomo in bicicletta… Poi il rabbino lo manda davanti a uno specchio e, ugualmente, gli chiede di descrivere quello che vede. Perplesso per una richiesta che gli appare assurda, il mendicante risponde: la mia faccia vedo, e che altro dovrei vedere? Vedi – spiega il rabbino – è sempre vetro, ma appena ci metti dietro un po’ d’argento, non vedi più altro che te stesso.

Povera tra i poveri è Fula; povera e per giunta appartenente ai rifiuti dell’umanità, i dalit, i fuori casta, quelli che gli altri “Se potessero, non starebbero neppure sotto la stessa pioggia che scende dal cielo, con gente come noi”. E non è una donna sterile con vuoti da riempire: ha già tre figli, lei. E tuttavia non esita un solo istante a raccogliere quella neonata urlante e sanguinante abbandonata presso i binari, ignorando le perplessità del marito, a stringersela al petto e decidere di tenerla con sé. La bambina è di pelle più chiara, ma vivendo con la famiglia dalit diventa automaticamente parte dei fuori casta, ossia persona priva di ogni diritto, cominciando da quello allo studio. Al villaggio, a dire la verità, una scuola ci sarebbe, ma il maestro, quando non dorme perché troppo ubriaco, oltre a bastonare furiosamente i bambini non fa altro che far loro ripetere fino allo sfinimento pezzi di alfabeto e qualche numero, cosa che fa disperare Bharti, per la quale lo studio è la passione più grande, ma le scuole private, le uniche in cui c’è la possibilità di imparare davvero, costano, e nessun dalit se ne può permettere la retta.
Bar ama baro, “impara o insegna”, dice un proverbio somalo, con la saggezza concreta dei popoli che per sopravvivere possono contare solo sulle proprie forze. La mente non deve sostare, se non sei impegnato a imparare, provvedi a trasmettere ciò che hai imparato. E questa sembra essere la filosofia della piccola Bharti, messa immediatamente in pratica: appena esce dalla scuola, alla fine di quelle noiosissime e inutili lezioni, si siede all’ombra del grande mango, e i bambini più piccoli si siedono intorno a lei e ne ricevono a loro volta il poco sapere che è riuscita ad acquisire. A segnare la svolta sarà un imprevisto e tragico evento, che cambierà la vita di tutti, e aprirà a Bharti la via del sapere.

Dalla postfazione

In India, più di un bambino su cinque non va a scuola. Metà degli allievi lascia gli studi alle elementari, prima degli undici anni. L’analfabetismo riguarda più di ottanta milioni di bambini. Cifre allarmanti, che tuttavia non devono offuscare l’evoluzione che il paese ha conosciuto dopo aver ottenuto l’indipendenza nel 1947.
Nel suo discorso del primo aprile 2010, il primo ministro indiano Manmohan Singh annuncia che la scuola diventa obbligatoria per tutti i bambini dai sei ai quattordici anni. Ufficialmente, la misura riguarderebbe più di dieci milioni di bambini delle aree sfavorite, fino a quel momento esclusi dal sistema scolastico. Ma la cifra, secondo gli esperti, è molto più alta.
Se questa nuova legge riflette intenzioni nobili e sincere, la sua applicazione si scontra con numerosi ostacoli, in particolare la carenza di insegnanti preparati e di scuole adatte ad accogliere l’ondata di nuovi allievi, soprattutto nelle zone rurali.
Dopo anni di campagne di sensibilizzazione,  condotte in principal modo dalle organizzazioni umanitarie o dalle Nazioni Unite, gli adulti sembrano aver compreso l’importanza di dare un’educazione ai loro figli. Anche nelle regioni più isolate e arretrate, ormai sono in pochi a non realizzare le conseguenze benefiche di una scolarizzazione continua. Però, nella vita quotidiana, mandare un bambino a scuola costituisce spesso una difficoltà insormontabile, soprattutto per le famiglie più povere. Per loro, il costo della scuola è ancora troppo elevato: le rette, anche minime, a volte rappresentano quanto spende la famiglia per mangiare una settimana. Inoltre il retaggio coloniale impone ai bambini di portare l’uniforme: altre centinaia di rupie supplementari da reperire. Senza dimenticare le spese di trasporto per arrivare alla scuola più vicina. È vero che esistono sovvenzioni regionali e nazionali, ma molto spesso la corruzione impedisce a questi aiuti cruciali di arrivare ai beneficiari.
Gli adulti inoltre preferiscono far lavorare i bambini. Una consuetudine difficile da estirpare da parte delle autorità perché spesso sono i parenti, uno zio, una zia, che impiegano i loro figli e nipoti. Una manodopera gratuita, esclusiva e disponibile. Un droghiere userà suo figlio per fare le consegne, un agricoltore come manodopera durante il raccolto e la semina… E cosa dire delle ragazze attirate da un salario da donna delle pulizie, o che aiutano regolarmente la loro madre con le incombenze quotidiane quando invece dovrebbero essere sui banchi di scuola?
Nel caso delle famiglie più povere, capita che siano i bambini stessi i primi a voler contribuire alle spese per la propria sussistenza. Hanno così l’impressione di non essere più un fardello e di responsabilizzarsi, una qualità incontestabile in una società fondata sul rispetto e l’accettazione della gerarchia familiare.
Esiste inoltre una grande disuguaglianza tra ragazzi e ragazze. Se al ragazzo spetta il compito di perpetuare il nome di famiglia e di vegliare sullo svolgimento dei riti induisti, la ragazza, che porterà il nome del marito, è considerata un peso. Un proverbio indiano dice che “avere una figlia è come annaffiare il giardino del vicino”. Significa che una ragazza deve essere nutrita e cresciuta per anni, ma alla fine sarà la famiglia dello sposo a trarne profitto. E la pratica della dote, che è sempre diffusa nonostante sia vietata, costituisce un carico finanziario supplementare per i genitori. Il fenomeno è ben noto, così come le sue derive, per esempio l’aborto. L’ecografia prenatale è proibita in India proprio per prevenire l’aborto selettivo. Ma anche in questo campo, la corruzione consente di aggirare le leggi. I medici, per esempio, consegnano i risultati delle analisi in buste rosa o azzurre, secondo il sesso del bambino. Non appena si denuncia un’astuzia, ne viene escogitata un’altra.
Questo fenomeno ingiusto e pericoloso – in alcuni stati la carenza di donne in rapporto al numero di uomini è ormai una piaga – riguarda tutti gli indiani, indipendentemente dalla loro origine e dal loro stato sociale.
Il sistema delle caste risale a millenni fa. Casta significa “puro, non mischiato”. Concepito inizialmente per definire il ruolo di ciascuno nella società, secondo le competenze e l’abilità nel lavoro, oggi si basa esclusivamente sull’ereditarietà delle origini. In caso di matrimonio misto, relativamente raro, gli sposi adottano la casta più elevata.
In cima a questa gerarchia sociale c’è il bramino (”cuore puro e intelletto superiore”), al gradino più basso i dalit, gli intoccabili che rappresentano l’impurità. La loro possibilità di ascesa sociale è molto limitata: essi sono relegati ai lavori sporchi, come la raccolta degli escrementi. In India se ne contano quasi centosessanta milioni e sono le prime vittime di questo sistema di discriminazione, oggi proibito dalla Costituzione indiana, redatta peraltro da un intoccabile. Gandhi li chiamava harijan (”figli di Dio”). Gli intoccabili preferiscono il termine politico più appropriato di dalit (oppressi).

Questo testo non è dell’anteguerra: è di due anni fa. Nella narrazione in prima persona della vita quotidiana di Bharti, è possibile trovare una rappresentazione concreta di ciò che è ancora oggi, almeno nelle zone rurali, la vita di un intoccabile.

Bharti Kumari, La maestra bambina, Piemme
lamaestrabambina
barbara