ACCOGLIENZA! ACCOGLIENZA!

E creazione di una meravigliosa, armoniosa società arcobaleno in cui i valori si incontrano e si fondono, come in una sinfonia. Come in Svezia, per esempio

O in Belgio. Ma anche in tutto il resto d’Europa, dove le chiese vengono devastate, saccheggiate, abbattute, bruciate. Una riflessione lunga, ma che vale la pena di leggere, su tutto questo, la trovate qui.

barbara

FACEBOOK, LA SVEZIA, LA RELIGIONE DI PACE, I PENSIONATI ECCETERA ECCETERA

Durante l’interrogatorio, la pensionata ha spiegato: “Mi sono arrabbiata quando ho letto come funziona con gli immigrati e come essi evitino le punizioni per tutto ciò che fanno. Vengono assolti anche se rubano e fanno altre cose. È ingiusto che coloro che commettono gravi crimini possano essere rilasciati…”. La pensionata ha detto che non avrebbe scritto quelle parole se avesse saputo che era illegale. Evidentemente l’ha fatto con la convinzione errata di vivere ancora in uno Stato di diritto democratico. A gennaio, la donna è stata condannata a pagare un’ammenda di 4 mila corone svedesi (443 dollari). Vive con una pensione di soli 7 mila corone svedesi (775 dollari) qui.

Della Svezia prostituita alla religione di pace, della Svezia con interi quartieri in cui non entra neppure la polizia, della Svezia in cui gli stupri aumentano in maniera esponenziale, della Svezia in cui essere ebrei è altamente sconsigliato, si è scritto ripetutamente in questo blog. Adesso sappiamo che la Svezia non è neppure più uno stato di diritto. Non per gli infedeli, per lo meno; diciamo che c’era uno stock di diritti da distribuire, e si è scelto di distribuirli tutti ai fedeli della religione di pace, lasciandone totalmente sprovvisti tutti gli altri. L’aria della non equa distribuzione spira un po’ dappertutto, ma la Svezia, come sempre, è all’avanguardia.

Da noi, per il momento, anche se fortemente sconsigliato, non è, credo, ancora vietato dalla legge. A scoraggiare gli incauti provvede però quella signorina allegra di facebook. L’ultima vittima della serie è Alberto Levy, che per questo post
A. Levy
è stato sospeso per un mese. Gli amici che ne sono a conoscenza vorrebbero diffonderlo, ma non si azzardano a pubblicare il suo post per non rischiare di essere a loro volta sospesi. Per questo ho voluto fare questo post, affinché chi voglia far conoscere la sospensione di Alberto Levy e il motivo per cui è stata messa in atto, lo possa fare condividendo questo post. Come potete vedere, nel titolo e in tutta la prima parte, che compare nelle condivisioni, ho evitato il termine tabù che potrebbe scatenare l’ira del feisbucchiano Minosse che sta orribilmente, e ringhia: essamina le colpe ne l’intrata; giudica e manda secondo ch’avvinghia.

E per non farci mancare niente, aggiungiamo la Germania, a suo tempo aiutata dalle SS musulmane, che ricambia il favore rifiutando di dichiarare terrorista Hezbollah. Come cantava quel tale, “certi amori non finiscono, fanno dei giri immensi e poi ritornano”.

barbara

LA PATRIA DELL’ESTREMISMO ISLAMICO

Svezia, un nuovo studio attesta la crescita dell’Islam radicale

 (di Lupo Glori) In Svezia, ancora una volta, l’Islam è sulle prime pagine dei quotidiani e dei principali organi di informazione. A far parlare di sé, nel paese europeo che più di ogni altro ha “osato” nel processo di accoglienza ed “integrazione” della religione islamica, questa volta non sono i fatti di cronaca, ma gli allarmanti risultati emersi da un recente studio sulla diffusione del salafismo all’interno del paese, condotto dai ricercatori della Swedish Defense University, che hanno confermato il drammatico stato di radicalizzazione dei musulmani in Svezia.
Il report, intitolato Tra salafismo e jihadismo salafita. Impatto e sfide per la società svedese, è ritenuto «unico nel suo genere» in quanto rappresenta il primo vero tentativo di realizzare una mappatura dell’ambiente salafita-jihadista all’interno del paese scandinavo.
Nelle 256 pagine di dossier gli autori hanno effettuato una fotografia dell’Islam in Svezia, ad oggi, fornendo un lungo elenco di fatti, nomi, sigle e ampie descrizioni di quella che è la strategia e la metodologia di espansione dell’Islam radicale in Svezia che, dati alla mano, sta ottenendo risultati al di sopra delle aspettative.
Negli ultimi dieci anni, come scrive l’esperto di sicurezza svizzero Stefano Piazza su oltrefrontieria.it, si è infatti assistito ad una crescita esponenziale dell’estremismo islamico nel paese che non sembra destinata ad arrestarsi: «il numero degli estremisti islamici in Svezia è aumentato di dieci volte in altrettanti anni e il fenomeno, se non verrà contrastato seriamente, è destinato a crescere ulteriormente visto che i soggetti attenzionati dalle autorità sono passati in pochi anni da 200 a 2.000. Si tratta in molti casi di convertiti svedesi che si sono posti come missione la propaganda dell’islam rigorista e violento in diverse città svedesi. Il fenomeno dilaga non solo nella capitale Stoccolma, ma a Göteborg, Örebro, Malmö, Hässleholm, Halmstad, Arlöv, Landskrona, Norrköping e Umeå».
I risultati della ricerca portano dunque a galla il clamoroso ed inequivocabile fallimento della politica nazionale di integrazione degli immigrati musulmani, riportando come molti di loro di orientamento salafita affermino di non avere alcun amico svedese, in quanto considerati da loro “kufr”,  termine arabo con il quale viene appellato l’infedele e il “miscredente”.
Al riguardo, un predicatore salafita, Anas Khalifa, ha chiarito in questi termini quale dovrebbe essere l’atteggiamento di un “buon musulmano” nei confronti di un “kufr”: «Significa che se incontrate un cristiano o un ebreo dovete picchiarlo o minacciarlo? No. Non c’è guerra fra voi e i cristiani e gli ebrei nella vostra scuola, ad esempio. Li odiate per amore di Allah. Odiate il fatto che non credano in Allah. Ma voi volete dal profondo del vostro cuore che amino Allah. Quindi, dovete lavorare con loro, parlare con loro, perché volete che Allah li guidi».
Il processo di radicalizzazione dell’Islam salafita in Svezia, è stato sottolineato anche dalla giornalista ed analista politica Judith Bergman che, in un articolo pubblicato sul Gatestone Institute, ha evidenziato come lo studio condotto dai ricercatori della Swedish Defense University abbia fatto emergere la preoccupante presenza salafita in diverse città del paese con la cronaca locale che riporta fatti a dir poco allarmanti: a Borås, città della Svezia meridionale, alcuni bambini non bevono acqua a scuola né dipingono con gli acquarelli perché dicono che l’acqua è “cristiana”; in diverse occasioni, la polizia svedese ha riportato i casi di bambini musulmani denunciati per aver minacciato di tagliare la gola ai propri compagni di classe, mostrando loro immagini di decapitazioni sui cellulari. Ci sono casi di «adolescenti che arrivano nelle moschee alla fine delle lezioni per ‘lavarsi’ dopo aver interagito con la società [non musulmana]».
La ricerca riporta inoltre come l’infiltrazione islamista in alcune aree abbia favorito la creazione di “no go zones”, totalmente fuori controllo, come Rosengård, Rinkeby e altre 53 aree urbane, dove a dettare legge sono i principi del Corano.
Una di queste aree è Västerås, città sud-orientale della Svezia, dove l’influenza religiosa favorisce ed alimenta il diffondersi di comportamenti criminali: «Potrebbe essere un gruppo di persone che entra in un negozio di alimentari. Se la donna alla cassa non indossa il velo, prendono ciò che vogliono senza pagare, chiamano la cassiera “prostituta svedese” e le sputano addosso». Tra gli altri esempi, la Bergman scrive di episodi in cui i siriani e i curdi titolari di negozi e ristoranti della zona vengono interrogati dai giovani musulmani sulla loro religione. Se la risposta non è l’Islam, vengono molestati. In altri casi, ragazzini di 10-12 anni hanno minacciato donne anziane residenti nella zona, intimandogli di fare attenzione perché «questa è zona nostra».
Un ruolo cruciale nella strategia di espansione dell’Islam sul territorio svedese è svolto, come era d’altra parte già noto, dalle moschee, le cui costruzioni continuano a proliferare in tutto il paese. All’interno di esse, riporta sempre lo studio, predicano imam estremisti «come Abu Muadh, Bilal Borchali, Anas Khalifa e lo scaltro Abu Raad, il “costruttore di ponti” che con i soldi incassati dal sistema di welfare svedese è stato in grado di creare una propria organizzazione estremista». Oltre ai centri religiosi islamici, i servizi segreti svedesi (Säpo) tengono sott’occhio gli oltre 100 jihadisti svedesi rientrati in patria dal fronte di guerra medio-orientale e che oggi sono divenuti dei “sorvegliati speciali”: «I jihadisti possono infiltrarsi nel Paese mescolandosi con i rifugiati, considerato che il 90% dei richiedenti asilo politico ottiene la residenza permanente in Svezia».
Infine, il report sottolinea il decisivo ruolo di indottrinamento all’Islam svolto, anche in Svezia, così come in numerosi altri paesi europei, dall’organizzazione salafita nata in Germania “Die Wahre ReligionLIES!”, fondata dal predicatore estremista palestinese Ibrahim Abou Nagie: «Il gruppo, che ha fatto stampare 20 milioni di copie del Corano distribuendole gratuitamente in tutta Europa, è stato messo fuorilegge in Germania e Austria dopo una serie di inchieste della magistratura che hanno accertato che molti dei suoi affiliati sono partiti per andare a combattere in Medio Oriente». L’organizzazione risulta attiva sul territorio svedese dal 2014 attraverso la Al-Quran Foundation di Malmö, «associazione satellite che ha messo a disposizione mezzi finanziari e logistica necessari per la predicazione nelle strade e nelle piazze delle maggiori città svedesi. I barbuti volontari di “LIES!” si spendono per intere giornate piazzando banchetti ovunque dove indottrinano e convertono persone di ogni età alla religione di Maometto. Lo stesso fondatore del gruppo Nagie punta forte sulla Svezia, come dimostrano le sue ripetute visite nel Paese scandinavo».
Mentre dalla Svezia giungono tali notizie, in Italia l’Islam politico si “rifà il trucco”, scegliendo un volto giovane e pulito alla guida della Unione delle comunità e organizzazioni islamiche italiane (Ucoii), la principale organizzazione islamica sul nostro territorio. Lo scorso 14 luglio l’assemblea generale dell’Ucoii ha infatti eletto come suo nuovo presidente il trentaduenne Sir Yassine Lafram.
Primo atto del nuovo direttivo è stata una conferenza stampa di presentazione organizzata presso la Camera dei Deputati nel corso della quale il neo presidente della rappresentanza islamica in Italia ha spiegato come l’obiettivo prioritario della sua generazione di musulmani 2.0 sia quello di stringere un’Intesa con il nuovo governo che possa «riconoscere anche per noi il diritto sancito dalla Costituzione di poter liberamente vivere e praticare la nostra religione».
Cambiano i metodi ma non muta la strategia globale di espansione dell’Islam che è quella di diffondere il Corano e di conquistare gradualmente il dar al-harb, il territorio di guerra degli infedeli. (Lupo Glori)

Accogliamo, integriamo, amiamo, e se un musulmano in nome di Allah ti violenta la figlia che sta alla tua destra, tu porgigli cristianamente anche quella di sinistra.

barbara

LE BELLE ALLA RISCOSSA

(non è più recentissimo, ma altre urgenze premevano nei giorni scorsi)

Le belle vere, voglio dire. Cioè, tanto per intenderci
BB GP
E intelligenti. E brave: quelle che non hanno bisogno di comprare favori, perché sono loro a portare ricchezza e fama a registi e produttori che le fanno lavorare. Ecco, loro non si precipitano a strillare anch’io anch’io, non ci stanno a farsi incastrare nella gabbia del vittimismo a oltranza. E prendono le distanze da tutto questo canaio. Riporto dunque integralmente, per prima cosa, la famosa lettera aperta di un centinaio di donne francesi, fra cui Catherine Deneuve.

Lo stupro è un crimine. Ma rimorchiare in maniera insistente o imbarazzante non è un delitto, né la galanteria un’aggressione machista. Dopo l’affaire Weinstein c’è stata una legittima presa di coscienza delle violenze sessuali esercitate sulle donne, specialmente nell’ambiente professionale, dove alcuni uomini abusano del loro potere. Era necessaria. Ma questa liberazione della parola si è trasformata oggi nel suo contrario: ci dicono che bisogna parlare in un certo modo, di tacere su ciò che può urtare, e le donne che rifiutano di piegarsi a queste regole sono guardate come delle traditrici, delle complici! Ora, è proprio del puritanesimo prendere in prestito, in nome di un preteso bene generale, l’argomento della protezione delle donne e della loro emancipazione per incatenarle meglio a uno statuto di vittime eterne, di povere piccole cose in balia di demoni fallocratici, come ai bei vecchi tempi della stregoneria.
Di fatto, #MeToo ha dato vita nella stampa e sui social network a una campagna di delazioni e di messa in stato d’accusa pubblica di individui che, senza che gli sia lasciata la possibilità né di rispondere né di difendersi, sono stati messi esattamente sullo stesso piano di aggressori sessuali. Questa giustizia sommaria ha già fatto le sue vittime, gli uomini sanzionati nell’esercizio del loro mestiere, costretti alle dimissioni, eccetera. Il loro solo torto è aver toccato un ginocchio, rubato un bacio, parlato di cose “intime” durante una cena professionale e inviato dei messaggi a connotazione sessuale a una donna che non era reciprocamente attratta. Questa corsa a inviare i “porci” al mattatoio, al posto di aiutare le donne a diventare autonome, fa il gioco in realtà dei nemici della libertà sessuale, degli estremisti religiosi, dei peggiori reazionari che credono, in nome di una concezione vittoriana del bene e della morale, che le donne siano degli esseri “a parte”, delle bambine col viso da adulte che reclamano di essere protette. Di fronte a loro gli uomini sono costretti a mostrare la loro colpa e dissotterrare, andando al fondo della loro coscienza retrospettiva, un “comportamento oltremisura” che avrebbero potuto tenere dieci, venti o trent’anni fa, e pentirsene. La confessione pubblica, l’incursione di procuratori autoproclamati nella sfera privata, installa un clima da società totalitaria.
L’ondata purificatrice non sembra conoscere alcun limite. Da una parte si censura un nudo di Egon Schiele su una pubblicità, dall’altra si chiede il ritiro di un dipinto di Balthus da un museo perché costituirebbe un’apologia della pedofilia. Confondendo l’uomo e l’opera, si chiede il divieto della retrospettiva di Roman Polanski alla Cinémathèque e si ottiene il rinvio di quella consacrata a Jean-Claude Brisseau. Un’universitaria giudica il film “Blow-Up” di Michelangelo Antonioni, “misogino” e “inaccettabile”. Alla luce di questo revisionismo, John Ford (“La prigioniera del deserto”) e anche Nicolas Poussin (“Il ratto delle sabine”) iniziano ad avere paura.
Alcuni editori chiedono ad alcune di noi di rendere i nostri personaggi maschili meno “sessisti”, parlare di sessualità e di amore con meno dismisura o ancora di fare in modo che “i traumi subiti dai personaggi femminili” siano resi più evidenti! Prossimo al ridicolo, un progetto di legge in Svezia vuole imporre un consenso esplicitamente notificato a ogni candidato a un rapporto sessuale! Ancora uno sforzo e due persone adulte che avranno voglia di andare a letto insieme subito prima dovranno, tramite una app del loro smartphone, firmare un documento nel quale le pratiche che accettano e che rifiutano saranno debitamente specificate.
Il filosofo Ruwen Ogien difendeva la libertà di offendere in quanto indispensabile alla creazione artistica. Allo stesso modo difendiamo la libertà di importunare, indispensabile alla libertà sessuale. Siamo oggi sufficientemente avvertite per ammettere che la pulsione sessuale è per natura offensiva e selvaggia, ma siamo anche sufficientemente perspicaci per non confondere un rimorchio imbarazzante con un’aggressione sessuale. Soprattutto siamo coscienti che la persona umana non è un monolite: una donna può, nella stessa giornata, dirigere un’équipe professionale e gioire di essere l’oggetto sessuale di un uomo senza essere né una “troia” né una vile complice del patriarcato. Ognuna di noi può fare attenzione al fatto che il suo stipendio sia uguale a quello di un uomo, ma non sentirsi traumatizzata per uno “struscio” nella metro, anche se questo è considerato come un reato. Può anche immaginare un comportamento del genere come l’espressione di una grande miseria sessuale, o comunque come un non-avvenimento.
In quanto donne, noi non ci riconosciamo in questo femminismo che, al di là delle denunce degli abusi di potere, prende il viso di un odio degli uomini e della sessualità. Pensiamo che la libertà di dire no a una proposta sessuale non esista senza la libertà di importunare. E consideriamo che bisogna rispondere a questa libertà di importunare in altro modo che trincerandosi dietro il ruolo della preda. Quelle tra noi che hanno deciso di avere dei bambini, credono che sia più giudizioso educare le nostre figlie in modo che siano sufficientemente informate e coscienti per poter vivere pienamente la loro vita senza lasciarsi intimidire né colpevolizzare. Gli incidenti che possono toccare il corpo di una donna non inficiano necessariamente la sua dignità e non devono, per quanto siano duri, necessariamente fare di lei una vittima perpetua. Perché non siamo riducibili al nostro corpo. La nostra libertà interiore è inviolabile. E questa libertà che noi abbiamo cara non esiste né senza rischi né senza responsabilità. (qui l’originale)

Poi è arrivata Brigitte Bardot, a dire la sua:

«Ci sono molte attrici che fanno le civette con i produttori per strappare un ruolo. Poi vengono a raccontare di essere state molestate». Aggiungendo che trovava «Affascinante che mi dicessero che ero bella o che avevo un bel sederino…questo tipo di complimenti sono piacevoli» (qui). [Sì, in effetti: incrociare per strada, magari a cinquant’anni, qualcuno che poi si gira e commenta “bel culetto”, non mi si venga a dire che non fa piacere! (Sì, lo so, sono una zoccola, pervertita, perversa, collaborazionista degli Orchi, e faccio piangere non solo la Madonna, che sarebbe il meno, ma anche, anzi soprattutto, la Sua ancella preferita, Santa Asia Argento vergine e martire)]

E al seguito delle francesi, si è cominciato ad assistere a qualche risveglio anche da noi.

Candida Morvillo, giornalista: “Abbiamo fatto un miscuglio pericoloso, accomunando stupri e molestie, molestie e avance. Stiamo cercando di sostituire un sistema di potere maschile con un sistema di potere femminile, che dal primo ha mutuato il peggio. Non sento il pericolo di un nuovo puritanesimo, ma di un’aggressione cieca all’uomo sì”. Lory Del Santo: “Al fondo di tutto vedo solo una vendetta volgare, di donne molto violente. Il potere che alcune contestano deriva da una codificazione antica, ormai trascorsa, naturalmente superata: puntare oggi il dito contro qualcosa che trent’anni fa era considerato lecito mi sembra meschino e schifoso.” (qui)

E Asia Argento? Tra una fuga e l’altra dal Mossad che, scatenato dall’Orco Weinstein, vuole uccidere lei e i suoi figli, trova il tempo di twittare

che le cento “spiegano al mondo come la misoginia che hanno interiorizzato le abbia lobotomizzate fino al punto di non ritorno”

E Asia Argento che dà della lobotomizzata a qualcuno, lasciatemelo dire, è roba da pisciarsi addosso dal ridere.
Ancora due parole sulla nuova meravigliosa avanzatissima proposta di legge in Svezia:

prevede l’obbligo di esplicitare il consenso prima di un rapporto sessuale – con le parole o con dei comportamenti inequivocabili
e mi auguro che verrà pubblicata una tabella con l’elenco dettagliato e illustrato di quelli che possono essere presentati in tribunale come “comportamenti inequivocabili”, e che il componente maschio della coppia abbia il diritto di filmare la partner dal momento dell’incontro fino alla completa consumazione del rapporto sessuale, in modo da potersi difendere da eventuali accuse, documentando che i comportamenti della partner sono stati fra quelli stabiliti come inequivocabili. Inoltre

parte dal principio che un rapporto sessuale legale debba essere accettato da entrambe le parti, e non che da un rapporto indesiderato una persona debba dissentire o si debba difendere.
Vale a dire che non c’è bisogno che io dica no senti non mi va: è sufficiente che lui controlli la tabella e verifichi che i miei comportamenti non sono fra quelli elencati; fatto questo, se si azzarda a dirmi che gli piaccio lo spedisco a marcire in galera per quattro anni, così impara. Ho anche letto, non ricordo più dove, che una donna ha il diritto di dire di no in qualunque momento, che se dopo qualche bacio, magari con l’aggiunta di qualche carezza, magari anche spinta, magari anche molto spinta, io mi sento a posto così e non desidero altro, lui si deve immediatamente fermare. Ora, se io mi apparto con uno incontrato in discoteca, o al bar, o a una festa, si suppone che abbia l’abitudine agli incontri occasionali; voglio dire, non sono candida e ingenua come la povera Asia Argento, qualche idea sugli uomini, su che cosa in genere fanno con le donne, che cosa si aspettano di fare con una donna che accetta di appartarsi con loro, si suppone che ce l’abbia. Stando così le cose, non sarebbe il caso che se ho solo voglia di due coccole provveda ad avvertirlo in anticipo, in modo che il meschino non si trovi davanti alla sorpresa all’ultimo momento e si prepari a frenare? Cioè, va benissimo i diritti delle donne, ma tutti i diritti noi e tutti i doveri loro siamo sicuri che sia la migliore ricetta per costruire il paradiso in terra? E proviamo magari a immaginare il contrario: lui comincia, e poi va avanti, e poi va ancora avanti, e poi ancora, e quando ormai quasi ci sono dice ok basta, io sono a posto così: che cosa ne dite?

E per chiudere in bellezza, guardate un po’ cosa spunta fuori dall’ombra dei loro armadi…

barbara

E DOPO CHE LE DONNE SVEDESI

si sono prostituite all’islam dei macellai iraniani
svedesi-in-iran
(con tutto il rispetto per i macellai onesti che ci riforniscono costantemente di tutti quei bocconi paradisiaci), l’Iran accusa la Svezia di essere al servizio di Stati Uniti e Israele. Che dire? Non dovrebbe volerci molto a capire che se ti metti a pecorina devi aspettarti di venire inculato, ma a quanto pare non tutti ci arrivano. E chissà se a forza di venire sonoramente e ripetutamente inculati arriveranno mai a imparare la lezione. A me viene solo da dire: cara Svezia, che hai svenduto la tua libertà, la tua laicità, la tua dignità, la tua uguaglianza, la tua pace, il tuo culo e quello dei tuoi figli alla più infame delle cause, ti sta bene. Ma proprio tanto tanto tanto bene.

barbara

VOGLIAMO TUTTO E SUBITO

Quella che segue è una delle famose “Cartoline da Eurabia” di Ugo Volli, risalente a qualche anno fa, che in questo specifico momento ho ritenuto utile ripescare.

Non so a voi, ma a me resta sempre la curiosità di capire come sono finite le storie di cui i giornali danno notizia, magari con grande rilievo, e di cui poi tacciono. Che ne è stato della Cecenia? E’ davvero finita la guerriglia in Sri Lanka? La Georgia? Il conflitto fra presidente e primo ministro in Ucraina? Si è chiusa davvero la storia di Cogne, su cui i giornali hanno speso letteralmente migliaia di pagine? E dei pirati in Somalia, che ne è? L’influenza aviaria, crudelmente soppiantata da quella suina? Mah. Forse in realtà nulla termina mai…
Però ogni tanto qualche puntata successiva alla sparizione delle notizie si può trovare. Per esempio, la faccenda del giornale svedese “Aftonbladet”, di proprietà dei sindacati, quello per cui i soldati israeliani letteralmente strappano il cuore ai ragazzi palestinesi (ma anche a quelli algerini, abbiamo capito nel frattempo). Vi ricordate: di fronte all’orrida calunnia il governo israeliano aveva chiesto spiegazioni a quello svedese, che le aveva rifiutate, in nome della libertà di stampa. I più ottimisti fra noi avevano pensato: magari gli scandinavi, così equilibrati e virtuosi hanno ragione, non vogliono che il governo giudichi delle calunnie, ci sono i tribunali apposta. E infatti, qualcuno aveva presentato delle regolari querele ai tribunali svedesi. Be’ adesso gli ottimisti confidenti nella giustizia svedese hanno avuto la loro risposta. La fonte è l’agenzia AFP:
“Two complaints were filed with the Swedish Department of Justice over the Aftonbladet report, asking that it determine whether it was a case of racial provocation that violated Swedish law. [But] Sweden’s Chancellor of Justice Göran Lambertz decided that the article[…] did not violate Swedish law, and therefore, Aftonbladet will not face a legal probe over the article.” [Dopo che erano state presentate due querele contro il giornale “Aftonbladet” accusandolo di aver violato la legge svedese contro le provocazioni razziali, il Cancelliere di giustizia svedese Göran Lambertz ha deciso che l’articolo non violava la legge svedese e che pertanto il giornale non sarebbe stato indagato.” C’è un piccolo dettaglio significativo che ho lasciato per ultimo: il signor Lambertz non è un giudice indipendente ma “an official representing the Swedish government in legal affairs” il funzionario che rappresenta il governo svedese negli affari giudiziari. Per chi sogna la democrazia socialdemocratica nordica, ecco un piccolo bagno di realtà: le cause giudiziarie sensibili non vanno direttamente in tribunale, ma sono previamente scrutinate dal governo – un po’ peggio, sul piano formale, di quel che accadeva nella Russia di Stalin o nell’Italia di Mussolini.
Per chi crede invece nell’astuzia della storia di hegeliana memoria, ecco invece una consolazione. E’ un articolo dell’ “Avvenire” già pubblicato da IC, che vi riporto qui in parte, perché merita di essere meditato:

“«Vogliamo tutto e subito». In questo slogan si può riassumere la protesta che da alcune settimane si è scatenata in Svezia sotto forma di centinaia di auto incendiate, centri sociali devastati, agenti di polizia feriti e vigili del fuoco fatti segno di sassaiole violente durante l’opera di spegnimento. Autori delle violenze collettive sono i giovani immigrati – o figli di immigrati – che stanno trasformando le periferie delle maggiori città svedesi in campi di battaglia che ricordano i furiosi scontri nelle banlieue parigine. Ma chi sono, dunque, questi giovani e che cosa vogliono? La risposta è contenuta nella frase riportata all’inizio. Vogliono tutto, cioè ottenere gli stessi beni e privilegi di cui godono gli svedesi senza tener conto del fatto che case, automobili, imbarcazioni ed altri “status symbol” sono il frutto di intere vite di lavoro, talvolta nell’arco di più generazioni.
Difficile cercare motivazioni nei loro gesti. Basta interrogarli per capirlo. Alla domanda che cosa volete, rispondono: «Voglio guidare una Saab turbo ed abitare in una bella villa». Quasi tutti sono senza lavoro e difficilmente lo troveranno visto che hanno abbandonato la scuola dopo la quinta elementare. E se chiedete loro che cosa sanno fare, vi rispondono: «Sono un cannone ai videogiochi, a scuola invece non ci si divertiva». E questo è il guaio maggiore per questo gruppo di giovani che stenta ad orientarsi in una società altamente tecnologica. Sono pochi i giovani immigrati che finiscono la scuola dell’obbligo con una media che consenta loro di accedere al liceo. Non frequentano corsi di addestramento al lavoro e si rifiutano di lavorare da apprendisti. Ad un certo punto spariscono, ingoiati da quella malavita sommersa che fa di loro degli individui asociali a vita. Le “bande” che stanno mettendo a ferro e fuoco le città svedesi sono composte da giovani fra i 16 e i 23 anni. La loro ira si sfoga con aggressioni agli agenti di polizia, sia con pietre, sia con insulti feroci marcati di maschilismo islamico alla volta delle poliziotte che vengono chiamate «prostitute in divisa» e anche peggio. Ieri è stata data alle fiamme, a Helsingborg, una schiera di case, lasciando senza tetto quattordici famiglie. Eppure le famiglie di questi ragazzi vivono nei quartieri periferici di Stoccolma, Goteborg, Malmö, Uppsala che difficilmente si possono chiamare “ghetti” essendo formati da appartamenti moderni, dotati di ogni conforto. E i sussidi che questi individui ricevono sono pari alla paga media di un operaio. Ma loro vogliono ben altro. Vogliono tutto subito. E se non l’ottengono, appiccano il fuoco.”
Svezia 1
Svezia 2
Svezia 3
Svezia 4

Bene, questa è la Svezia razzista verso gli ebrei e ospitale verso gli islamici, quella per cui è lecito dire che gli israeliani rapiscono i palestinesi per strappar loro gli organi vitali, ma non si può ridere del Profeta. Chi è causa del suo mal…

Ugo Volli

PS: Ah sì, c’è un’altra ragione di consolazione. Davanti a un tribunale di Manhattan pende una causa per danni contro Aftonbladet per alcuni milioni di dollari. E’ vero che in America regna Hussein Obama, ma per fortuna non decide lui che cause si possano discutere in tribunale. E forse ci sarà una giustizia su questa storia. Se accadrà o se ci saranno nuove puntate, vi terrò informati.

Restando in Svezia, vi invito a riguardare (a guardare per gli amici di più recente data) questo post (il cannocchiale va e viene: se cliccando doveste trovare not found o qualcosa del genere, riprovate in un altro momento), e poi quest’altro più recente.
Perché riproporlo in questo momento? Perché un recentissimo articolo ci informa, tramite la testimonianza di Isabell Sittner, coordinatrice della politica di accoglienza per la Baviera, che la domanda più frequente che pongono gli immigrati è “Quando riceverò la mia casa e la mia auto?”, mentre in Carinzia hanno messo in atto uno sciopero della fame per ottenere un sussidio di 2000 euro al mese (qui). Le cose più o meno analoghe che succedono da noi le conosciamo già, quindi è inutile riparlarne. E non è certo di conforto constatare che il male è comune perché, ben lungi dall’essere mezzo gaudio è, al contrario, tragedia moltiplicata.

barbara

E SE RESTI PARALIZZATO

In Israele provvedono, e con 350 dollari tornerai a fare un sacco di cose:

APRITI SESAMO!

Qui le spiegazioni; chi non sa l’inglese lo metta in google translate o in bing.

Questa invece
fatah skull
è l’immagine pubblicata nella pagina facebook di Fatah – quelli moderati, quelli buoni, quelli che si possono ragionevolmente considerare come validi partner per la pace – per celebrare il 50° anniversario della sua fondazione.
E poi vai a leggere Ugo Volli, che c’entra sempre.

barbara