LA MOGLIE AFGHANA

Ad attirarmi, lo confesso, è stato il titolo, e sono contenta che mi abbia attirata perché è un libro che merita di essere letto; sta però di fatto che è un titolo quanto mai fuorviante: per sapere di che cosa tratta il libro bisogna guardare il titolo originale, Opium Nation. Di questo si occupa la giornalista autrice del libro: del suo ritorno in Afghanistan dopo la fuga, all’età di nove anni, dal terrore dei talebani, alla ricerca delle proprie radici; e del suo lavoro, come giornalista, di indagine a 360° – a volte anche rischiando la vita – sul mondo della droga: i coltivatori, gli acquirenti, i grandi trafficanti, i trasportatori, gli spacciatori, le raffinerie che trasformano l’oppio in eroina, i poliziotti e i politici corrotti, i poliziotti onesti che sacrificano la propria vita con la drammatica consapevolezza che il loro sacrificio sarà inutile, i tossicomani, relitti umani senza più speranza di riscatto. E si confronta anche, col passare del tempo e l’acquisizione di sempre nuove conoscenze, col maturare e mutare della sua consapevolezza nei confronti della droga nazionale, degli aspetti morali di tutta la questione: quando era bambina c’era il simpatico Jawal, amico della sua onestissima famiglia, mercante di oppio: un lavoro come un altro. Con l’arrivo dei talebani le cose cambiano: le coltivazioni di oppio vengono fortemente incoraggiate, per acquistare armi col ricavato dell’oppio; di conseguenza aumentano in misura esponenziale i traffici, la corruzione, la violenza e prima o poi, inevitabile, arriva anche la tossicodipendenza, sempre più diffusa fra i giovani disperati. Quindi, questo è chiaro, la droga è male. Epperò… Succede che va a intervistare la contadina disperata perché le hanno sradicato tutta la produzione del suo campo, e oltretutto non all’inizio della stagione, bensì al momento del raccolto, dopo mesi e mesi di lavoro. Quei papaveri sono la sua unica fonte di reddito, spiega, con quelli riesce a far mangiare i figli tutti i giorni, e al figlio più grande ha comprato una macchina, così adesso può fare il tassista e guadagnare onestamente di che mantenere la propria famiglia. Altri modi per guadagnare, altri lavori, non ce ne sono: o l’oppio  la fame per tutti. E allora non si è più così sicuri che sia moralmente raccomandabile sradicare qualunque coltivazione senza prima trovare, per questa gente al livello più basso della scala sociale, qualche fonte di reddito alternativa. E che chi, fra un campo di oppio e la fame per sé e per i propri figli, sceglie l’oppio, sia moralmente condannabile.
Poi sì, c’è anche lei, la moglie afghana, che però rientra a pieno titolo nella tematica in questione: si tratta infatti di una “moglie dell’oppio”, venduta dal padre, come migliaia di altre ragazzine e bambine, all’età di dieci anni per saldare un debito relativo al traffico di oppio. E tutto sommato anche relativamente fortunata rispetto a tante altre dato che lo sposo, di trentaquattro anni più vecchio di lei, ha la pazienza di attendere tre anni prima di portarsela a casa e consumare il matrimonio, oltre alla leggera attenuante di essere stato ingannato dal padre: “Mi aveva detto che la ragazza aveva vent’anni. Mi andava bene prenderla anche a scatola chiusa. Ma se avessi saputo che era così giovane l’avrei data a mio figlio. Abbiamo fatto il nikah con Touraj a Helmand, e adesso è troppo tardi per darla a mio figlio”.

Alcuni dei nomi sono stati cambiati, per ragioni di sicurezza, ma le vicende narrate sono tutte reali, le persone incontrate sono tutte reali, le esperienze vissute sono tutte reali. E molte delle cose che leggiamo qui, nei giornali non le abbiamo mai trovate.

Fariba Nawa, La moglie afghana, Newton Compton
la moglie afghana
barbara

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QUANDO LA NOTTE È PIÙ LUMINOSA

Anche qui, come nel precedente libro della stessa autrice, ancora Afghanistan, e ancora donne. Donne di ogni genere: la figlia, la madre, la matrigna, la suocera, l’amica, l’ospite, l’adescatrice, la volontaria, la prostituta; ognuna col suo carico di umanità, ognuna con qualcosa da donare.
Questa volta siamo nel tempo dell’invasione sovietica, e poi della guerra senza quartiere dei signori della guerra, tutti contro tutti, e poi dei talebani, del loro odio feroce per tutto ciò che è bello e buono, cioè per la vita, che infatti annientano spietatamente quanto più possono, ovunque ne vedano la minima traccia. Fortunatamente, oltre ai talebani, ci sono anche gli Uomini, ed è anche grazie a loro, oltre che alla straordinaria forza, allo straordinario coraggio delle donne (anche la fastidiosa adescatrice, sì, e anche la prostituta. Forse soprattutto la prostituta) che anche in questo libro possiamo trovare lo stesso messaggio che scaturiva dal precedente: per quanto lungo, per quanto buio sia il tunnel, prima o poi finisce, e si raggiunge la luce (sì, lo so, non è vero che c’è sempre un’uscita. Ma il fatto di non essere sicuri che ci sia non è una buona ragione per rinunciare a cercarla).
Bello quanto l’altro, intenso quanto l’altro, coinvolgente quanto l’altro, poetico quanto l’altro. Guai a voi se non lo leggete.

Nadia Hashimi, Quando la notte è più luminosa, Piemme
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IL SEGRETO DEL MIO TURBANTE

Narrato in prima persona dalla protagonista, nella prima parte è senz’altro godibile: Nadia, bambina afghana, prima rimane sfigurata per l’esplosione di una bomba che distrugge la sua casa, poi, per una serie di vicende, si ritrova a dover sostenere la propria famiglia; decide così di farsi passare per ragazzo e accettare i lavori più duri pur di riuscire a guadagnare quanto necessario. Certamente credibile che una bambina impubere possa passare per bambino. Credibile che, lavorando duro, possa irrobustirsi fino a diventare forte quanto e più di un maschio. Ma è davvero credibile che a tredici anni, a quindici, a diciotto ancora nessuno si accorga che ha pelle da donna, mani da donna, piedi da donna, voce da donna?! E tuttavia tutte le recensioni reperibili in internet la danno, senza dubbi o titubanze, come storia vera. Mah. Se capita in mano, può comunque valere la pena di leggerlo per l’ambientazione, probabilmente descritta dal vivo e dall’interno, della vita in Afghanistan dopo la fine dell’occupazione sovietica, con l’inizio della guerra di tutti contro tutti prima, e l’avvento dei talebani poi.

Nadia Ghulam e Agnès Rotger, Il segreto del mio turbante, Sperling & Kupfer
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CONOSCETE LILLI GRUBER?

I più giovani magari mica tanto, o per lo meno non in tutte le sue sfaccettature. È per questo, per riempire questa lacuna, che sono andata a ripescare nei miei archivi alcuni miei pezzi scritti per Informazione Corretta fra la primavera e l’estate del 2002, all’epoca dell’operazione Scudo di difesa, messo in atto per fermare la micidiale ondata di attentati che aveva provocato qualche centinaio di morti e un numero infinito di feriti, alcuni gravissimi e destinati a restare mutilati o comunque invalidi permanenti.

UNO STATO PALESTINESE PER SALVARE LA DEMOCRAZIA IN ISRAELE
di Lilli Gruber, 13/04/2002

Il nuovo attacco antiisraeliano di Lilli Gruber (dai toni – dobbiamo riconoscerlo – un po’ meno astiosi di quelli a cui ci aveva da lungo tempo abituati) ricorre a una tecnica divenuta ormai classica: si prendono alcune dichiarazioni – spesso estrapolate dal contesto – di un israeliano “dissidente” e si riportano come se fosse vangelo, come se le sue proposte fossero “la” soluzione. In questo caso si tratta di Ami Ayalon. Con una citazione non virgolettata Lilli Gruber fa notare che
l’uso della forza non attenuerà la rabbia palestinese, e che nemmeno l’uccisione di Arafat li farà desistere dal loro obiettivo: creare uno stato sovrano, in grado di sopravvivere dal punto di vista politico ed economico.
E noi non possiamo non chiederci: se l’obiettivo è la creazione di uno stato sovrano, perché da 54 anni non solo lo stanno rifiutando, ma stanno anche lottando con tutte le proprie forze per impedirgli di nascere? Non sorge in Lilli Gruber il sospetto che l’obiettivo possa essere un altro? E ancora:
“Tsahal è più forte che mai, i nostri servizi segreti sono eccellenti, allora perché il problema non è ancora risolto?”
A noi la risposta sembra molto semplice: perché Tsahal finora ha usato sì e no un centesimo della sua forza. Prosegue sostenendo che c’è un unico modo possibile
per fermare la violenza: smantellare le colonie ebraiche di Gaza e Cisgiordania e ristabilire la continuità territoriale dei due lembi di terra.
Forse la signora Gruber ha già dimenticato, a meno di due anni di distanza, che questo è esattamente quanto era stato proposto a Camp David, ed è stato rifiutato. Dimentica che quando Barak è arrivato ad offrire tutto e non gli è rimasto più niente da negoziare, Arafat ha scatenato la guerra. Dimentica che vari sondaggi hanno rilevato che la maggioranza dei palestinesi è decisa a continuare la guerra contro Israele anche in caso di completo ritiro dai territori. E conclude:
è ormai chiaro che solo l’istituzione di uno Stato palestinese preserverà il carattere ebraico e democratico di Israele.
Peccato che lo stato Palestinese come lo intendono i palestinesi si estenda dal Giordano al mare e non preveda affatto la presenza dello stato di Israele, democratico o no. Siamo sicuri che sia ragionevole chiedere a Israele di accettare questo?

BUSH E SHARON: LA FORZA VINCE SUL CAMPO
di Lilli Gruber, 18/05/2002

Ancora una volta Lilli Gruber, in questo suo sconclusionatissimo articolo pubblicato su Io donna del 18 maggio, si dedica al suo sport preferito: il tiro al bersaglio su Israele.
La conclusione più importante che ha tratto l’America – dopo un mese di violenze nei territori palestinesi – è che nel mondo “squilibrato” in cui domina, d’ora in poi nulla e nessuno si potrà opporre alla sua forza e a quella dei suoi alleati.
Viene da chiedersi da dove la signora Gruber abbia tratto la conclusione che l’America abbia tratto questa conclusione, dal momento che l’America non ha ancora mosso un dito, in nessun campo. Viene da chiedersi quale sia questo mondo squilibrato in cui dominerebbe l’America. E già che ci siamo, decidiamo di esagerare, e ci chiediamo anche come mai si occupi così appassionatamente del mese di violenze israeliane nei territori palestinesi e non si sia mai occupata dei cinquantaquattro anni di violenze palestinesi in territorio israeliano.
Ne era convinto anche il vicepresidente Cheney, appena rientrato dai paesi arabi, alla vigilia delle operazioni israeliane.
Gliel’ha detto lui? A noi non ha detto niente!
La “lezione israeliana” sarà perciò centrale nella decisione di attaccare l’Iraq.
No, un momento: se la decisione è stata presa ALLA VIGILIA delle operazioni israeliane, come fa ad essere una conseguenza della lezione israeliana?
L’Autorità palestinese è stata distrutta, politicamente e fisicamente
dunque, dato che sono state distrutte le strutture del terrorismo e sono stati eliminati o imprigionati i terroristi, la signora Gruber ammette che l’essenza dell’autorità palestinese è il terrorismo
Arafat è solo e umiliato.
Proprio lui che è tanto buono: che sofferenza!
I villaggi autonomi sono stati assediati, bombardati
bombardati no: in questo caso non ci sarebbero state decine di morti israeliani!
devastati
soprattutto dalle mine palestinesi (clic 1, clic 2)
Molti civili sono arrestati, interrogati, detenuti.
E perché non glielo va a dire lei che sono tutti innocenti e innocui come agnellini!
Gli impegni
quali?
e la legalità internazionale sono stati ancora una volta ignorati dal governo Sharon.
Non potrebbe essere un po’ più precisa e fare qualche esempio concreto, invece di lanciare sempre e solo discorsi vaghi?
Così come le risoluzioni dell’Onu.
Anche gli arabi. Tutti. Sempre. Come mai non se ne ricorda?
Seguono aspre rampogne ai paesi arabi che non si muovono mentre “la Palestina è in pericolo” e agli europei che invocano sanzioni contro Israele ma senza poi metterle in atto.
Mai però lo scetticismo è stato così forte rispetto alla validità nel lungo periodo del metodo antiterrorismo di Sharon.
Scetticismo? Dopo un mese quasi senza attentati? Ma dove vive la signora Gruber? Quanto al metodo antiterrorismo di Sharon, certo, sappiamo benissimo che la signora apprezza molto di più il metodo pro-terrorismo del suo carissimo amico Arafat …
Chiunque conosca la storia di queste terre ricorda l’invasione del Libano nell’82, conclusasi con una sonora sconfitta per Israele.
Noi conosciamo la storia di queste terre, ricordiamo l’invasione del Libano, e sappiamo che i risultati non sono stati quelli sperati perché Israele, i cui metodi non assomigliano a quelli dei suoi avversari, ha evitato di bombardare il centro di Beirut per non provocare troppe vittime civili e perché Israele, arrendendosi agli appelli internazionali, non è andato fino in fondo nella sua lotta al terrorismo e non ha eliminato il terrorista Arafat. Successi molto maggiori li ha invece ottenuti la Siria che, anziché il 5% del Libano, come Israele, ne ha occupato il 95% e non se n’è più andata.
E chi analizza le motivazioni dei terroristi sa che disperazione e desiderio di vendetta sono importanti.
E chi analizza le motivazioni dei terroristi sa che indottrinamento, lavaggio del cervello a partire dalla prima infanzia, libri di testo e programmi televisivi, in atto fin dal momento della nascita dell’ANP, sono molto più importanti. E una domanda: quale motivo di disperazione e di desiderio di vendetta avevano i palestinesi che, nel momento in cui è iniziata questa bestiale ondata di terrorismo, erano in procinto di ottenere lo stato, Gerusalemme est come capitale e lo smantellamento degli insediamenti, vale a dire una Palestina judenrein come la vogliono loro – e come, a quanto pare, la vuole anche Lilli Gruber?
La vicenda israeliana ha comunque confortato Bush nella sua convinzione che i paesi arabi – a prescindere dalle loro dichiarazioni pubbliche di ostilità -, gli europei – a prescindere dalla loro ostentata opposizione – e i russi – a prescindere dai loro ammonimenti – non hanno i mezzi per impedire agli Stati Uniti un attacco contro Saddam Hussein.
E allora perché non l’hanno ancora fatto – a prescindere dai vaneggiamenti della signora Gruber?

Caro Musharraf, rifletta sull’sperienza di Arafat
di Lilli Gruber, 24/08/2002

In questo straordinario pezzo Lilli Gruber riesce a dare prova, in una volta sola, di tutte le sue doti: fantasia sfrenata, sovrana indifferenza nei confronti della realtà, eroico sprezzo del senso del ridicolo.

Lettera immaginaria di Arafat a Musharraf, due leader che si confrontano con la politica Usa.

E già nel preambolo abbiamo due cantonate in una frase sola: primo, non sono loro due a confrontarsi con la politica Usa, bensì la politica Usa a doversi confrontare con loro due; secondo, Arafat non è un leader bensì un capo terrorista.
Caro presidente Musharraf, seguo le peripezie che sta attraversando il suo Pakistan e mi permetto di scriverle per evitarle qualche guaio con i nostri amici americani. Anch’io, sino a non molto tempo fa, ero uno dei loro atout più seri per fare la pace in Medio Oriente. Sono stato ricevuto alla Casa Bianca, quando arrivavo nella capitale federale ero ospite dei talk show e nella mia suite di un grande albergo entrava e usciva la gente che contava. Ma, come si sa, i presidenti cambiano,
a differenza di Arafat che, con grande coerenza, è rimasto sempre lo stesso terrorista
non come da voi
certo: quando mai nei Paesi arabi si sta a perdere tempo in quella pagliacciata che sono le elezioni? Lì prendi la guida del Paese e te la tieni finché crepi o finché ti ammazzano!
Avrà seguito su Cnn quanto mi è successo ultimamente: gli israeliani mi hanno chiesto di fare tutto ciò che potevo per fermare i terroristi, ma nello stesso tempo hanno distrutto il mio ufficio, tagliato le linee telefoniche, mi impediscono di uscire da casa mia.
Non esattamente. PRIMA è stato chiesto di fermare il terrorismo (e a Oslo Arafat si era impegnato a farlo); POI Arafat ha passato sette anni a fabbricare l’odio, a costruire il terrorismo e a preparare la guerra; DOPO è esplosa la guerra, e ALLA FINE, dopo un anno e mezzo di guerra spietata, Israele è intervenuto con le misure sopra elencate.
Come se non bastasse, il presidente Bush, dopo avermi chiesto di fare di più per garantire la sicurezza di Israele, decide che non sono più buono a nulla e che devo essere sostituito.
Non dopo avergli chiesto di fare di più per garantire la sicurezza di Israele, ma dopo aver constatato che sta facendo di tutto per conseguire la distruzione di Israele: anche se alla signora Gruber può non sembrare, è un dettaglio non del tutto insignificante.
È un po’ umiliante per chi ha fatto di tutto per accontentarli.
Se non stessimo parlando di una tragedia che sta portando alla distruzione di due popoli, potremmo premiare questa battuta come la miglior barzelletta del millennio.
Perciò le chiedo di stare attento. Gli americani le hanno chiesto una forte collaborazione nella guerra al terrorismo, tanto che i suoi concittadini l’hanno ribattezzata “Busharraf”. E le chiedono di più: bloccare gli estremisti che combattono nel Kashmir, chiudere le scuole islamiche, fermare i “barbuti” che hanno trovato rifugio nel suo Paese dopo l’attacco Usa contro l’Afghanistan.
Forse sarebbe il caso di precisare che quei “barbuti” non sono dei pittoreschi clochard, bensì gli appartenenti alla più feroce e micidiale organizzazione terroristica che mai il mondo abbia conosciuto. Temiamo che se questi “barbuti” continueranno a trovare rifugio, fra qualche tempo la signora Gruber potrebbe dover rinunciare ad esibire la sua famosa chioma rossa, e anche a firmare articoli sui giornali. Forse anche ad abitare su questo pianeta.
Intanto le organizzazioni per i diritti dell’uomo e il Congresso Usa si inquietano per il suo desiderio – legittimo peraltro per un generale – di avere un governo e deputati devoti.
Questo non è troppo chiaro: che cosa c’entrano le aspirazioni di un generale con la composizione del governo?
Tra poco le chiederanno di essere un dittatore contestualmente paladino della democrazia, e prevedo non sarà lontano il momento in cui cercheranno di farla fuori, perché non è riuscito nell’ardua impresa. Mi creda!
In psicanalisi si chiama “transfer”: la signora Gruber si è talmente immedesimata nella cultura arafattiana, da attribuire agli americani abitudini prettamente arabe.
Un’ultima cosa: ho saputo che gli israeliani venderanno sofisticati missili agli indiani. E che Casa Bianca e Pentagono non hanno nulla da ridire.
Un’ultima cosa: abbiamo saputo che vari Paesi islamici hanno venduto ad Arafat centinaia di tonnellate di armi pesanti. E che il resto del mondo, Lilli Gruber compresa, non ha avuto nulla da ridire.
Come vede, abbiamo entrambi gli stessi vicini di casa difficili.
Ma che disdetta, per uno che ha sempre dimostrato di essere un vicino di casa così pacifico, docile e malleabile come Arafat!
Cordiali saluti, Yasser Arafat.

Ancora una cosa vorremmo aggiungere: nonostante la scarsa stima che sempre abbiamo nutrito nei confronti di Arafat, siamo tuttavia convinti che una cosa tanto stupida non potrebbe mai arrivare a scriverla.

E questa è la signora Gruber, in carte e ossa – pardon, in botulino e silicone.
lilligruber
barbara

MALALA DI NUOVO IN PERICOLO

Dopo essere miracolosamente sopravvissuta all’attentato di tre anni fa, quando i talebani tentarono di fermarla sparandole in faccia
Malala 1
(e quando parla ci si rende pienamente conto di quanto la sua faccia sia rimasta deformata), Malala ritorna nel mirino dei nemici della vita e del genere umano. Per ora la sua vita viene protetta tenendola sotto scorta 24 ore su 24, ma resto convinta che l’unica vera protezione, per lei e per tutti noi, dovrebbe consistere nel decidersi a combattere come si deve la guerra che i nemici dell’umanità stanno combattendo contro l’umanità, esattamente come si è combattuta la guerra contro il nazismo, che ha messo letteralmente in ginocchio la Germania, permettendo così la nascita di una nuova, fiorente democrazia.
Nel frattempo: FORZA MALALA!
Malala 2
barbara

IL VERO POSTO DELL’INDIGNAZIONE

David Bouaziz

Lettera ai miei amici di Facebook:

Cari amici di Facebook, solo un piccolo annuncio, ma abbastanza importante:
nei prossimi giorni sarete probabilmente sommersi sotto un mucchio di immagini di guerra, con tutto ciò che comportano di atrocità, provenienti da media in diretta, direttamente da Gaza. Probabilmente vedrete esplodere edifici, i palestinesi insanguinati uscire dalle macerie a volte tenendo bambini nelle loro braccia, ecc, ecc. Immagini che conosciamo tutti, e che non vorremmo vedere. Ascolterete poi il discorso del cosiddetto giornalista che, con voce grave, come un potenziale Charles Enderlin, spiegherà che l’esercito israeliano ha di nuovo massacrato ciecamente dei civili bombardando ‘volontariamente’ una zona densamente abitata… In quel momento potrebbe montare in voi un sentimento di indignazione e i più sensibili di voi forse ne saranno nauseati… Poco importa che queste immagini provengano forse dalla Siria o magari da Gaza, ma vecchie di diversi mesi o più. Poco importa che siano state sì prese a Gaza il giorno stesso, ma tralasciando di specificare che il razzo che ha colpito l’edificio è stato lanciato da Hamas, incapace di prevedere dove atterreranno i propri missili… Poco importa tutto questo perché, qualunque cosa accada poi, il male sarà fatto, vi sentirete già indignati. Questo cade a proposito perché mi piacerebbe cogliere l’occasione per anticiparvi e parlarne, della vostra indignazione.
In questi ultimi mesi ho postato sulla mia pagina di Facebook un sacco di articoli e video dal Medio Oriente, mostrando atrocità spesso di massa e riguardati per lo più dei i civili, donne e bambini, in maggioranza musulmani. Ho continuato a indignarmi ad alta voce, perché è tutto ciò che potevo fare nel mio piccolo. Ho riferito quello che ho visto, con tutta la mia indignazione, sentendomi a volte solo al mondo. Ho visto un numero incalcolabile di esecuzioni sommarie; ho visto jihadisti giocare a calcio con teste che avevano appena tagliato; ho visto donne strangolate dai loro mariti per il solo sospetto di adulterio; altre lapidate in Pakistan per avere posseduto un cellulare; ho visto ribelli siriani che hanno deciso di applicare la sharia, tagliare mani, poco importa cosa ne pensano gli abitanti; ho visto bambini egiziani mitragliati perché erano cristiani; ho visto i fondamentalisti arrivare in una fattoria tenuta dalla stessa famiglia da tre generazioni, mettere in fila tutti i membri per abbatterli uno dopo l’altro in nome di Allah; ho visto un combattente insegnare a un bambino di dodici anni a decapitare un uomo con un coltello e mettersi poi in posa tenendo fieramente la testa della sua vittima col braccio teso; ho visto la popolazione siriana ricevere piogge di proiettili di obice sparati alla cieca dal suo esercito; ho visto chiese bruciare in Egitto; diritti umani violati in maniera orribile ovunque in tutti i paesi della regione…Tutte queste cose ho riferito per mesi, a volte a malincuore, rammaricato di intossicare il cervello degli altri con queste immagini che hanno intossicato il mio. Ma se avessi scelto di distogliere lo sguardo e far finta di niente con la scusa che questo non accade sotto la mia finestra, nel mio paese, che figura avrei fatto? Come mi sarei potuto guardare allo specchio? Sì, quando i musulmani massacrano altri musulmani non riesco a dormire, perché non capisco. Non capisco come gli uomini possano fare cose simili ad altri uomini che non conoscono, solo perché hanno un credo diverso dal loro. Ma non è della loro ferocia che voglio parlare, per quanto…
Il fatto è che su più di 500 amici (ne devono restare un bel po’ di meno ora), quanti hanno mostrato la loro indignazione? Quanti hanno inoltrato questa informazioni nascoste dai nostri media come segno di disaccordo? Quanti hanno almeno cliccato “like” (anche se qui non si tratta di gradire queste immagini, ma solo di sostenere queste vittime denunciando questi atti barbarici)? Quanti si sono almeno presi il tempo di leggere gli articoli o guardare i video? Lo so che c’è la crisi, che la vita quotidiana dei francesi è cupa, che è meglio vedere i video del bambino che ride a crepapelle, o un parrocchetto che balla a ritmo con la musica sul suo trespolo, perché fa bene al morale e fa sorridere ogni volta. Ma, ciononostante, vedo alcuni passare più tempo a inoltrare annunci di cani persi o altri maltrattamenti agli animali, con più convinzione (o compassione) che per gli esseri umani. Cosa devo pensare di quella parte di voi che ha deliberatamente distolto lo sguardo per tutto questo tempo? Sapendo che diffondere informazioni che i media si rifiutano di trattare, o manipolano volontariamente, ha già più volte contribuito a cambiare il corso della storia, come interpretare il vostro silenzio? Solo voi avete la risposta, io non mi azzardo a cercare le parole al vostro posto.
Ma torniamo alla vostra indignazione per ciò che accadrà presto in Gaza e nei territori, perché è il soggetto principale di questa lettera. Se dopo questo lungo silenzio da parte vostra di fronte a tutti questi orrori, vi venisse voglia di essere indignati per le azioni dell’esercito israeliano e di farlo sapere sulla vostra pagina Facebook inviando un commento non solo leggermente ma ciecamente pro palestinese, vi chiedo di porvi le domande giuste. Quale valore dare alla vostra indignazione? Perché la morte di terroristi che lanciano oltre 100 razzi al giorno su dei civili, con lo scopo di ucciderli volontariamente, meriterebbe più indignazione rispetto a quella di persone innocenti massacrate quotidianamente nel resto del mondo? La vostra indignazione per me vale quanto quella delle persone che vegliano con la candela davanti a una prigione federale degli Stati Uniti per impedire l’esecuzione di un criminale condannato a morte, mentre queste stesse persone non levano il mignolo per aiutare le persone innocenti di cui ho parlato. Se non arriva alcuna risposta, guardatevi allo specchio e chiedetevi qual è la vera ragione della vostra indignazione. Perché dal mio punto di vista e in tutta onestà, voi non avete niente a che fare con i palestinesi. Voi non fate niente per loro, in ogni caso molto meno degli israeliani, presso i quali i musulmani sono i meglio trattati del Medio Oriente.
Se, nonostante queste parole, la vostra voglia di pubblicare un articolo o un commento decisamente anti-sionista per denunciare atti secondo voi inammissibili fosse più forte di tutto, ecco la procedura da seguire per quanto mi riguarda:
Andate alla mia pagina su Facebook e cliccate sul quadratino a destra della mia foto, su cui è scritto “Rimuovere dalla lista degli amici”. Perché davvero non vorrei fra i miei amici delle persone che hanno tali paraocchi. I miei amici sono persone intelligenti, riflettono, si informano, sono curiosi. Ma soprattutto non confondono israeliani e coloni per via del lavaggio del cervello che hanno subito per anni da parte dei media francesi. Per favore, risparmiatemi questa azione orribile che non ho il coraggio di fare, questa “selezione”… Anticipatemi e fate clic su questo pulsante. Ma soprattutto, non dimenticate, passando, di prendere con voi la vostra “indignazione”, e di mettervela dove penso io, perché quello è il suo vero posto.

David. B, 9 luglio 2014 (qui, traduzione mia)

(e grazie ad “amica” per la segnalazione)

Questo testo, come potete vedere, è stato pubblicato una settimana fa e, a giudicare dal contenuto, scritto o almeno pensato probabilmente un po’ prima. Guardandoci un po’ in giro scopriamo che ieri 15 luglio in Afghanistan i talebani mussulmani hanno messo una bomba uccidendo in un colpo solo 89 civili, nessuno dei quali – per inciso – lanciava razzi, e ancor meglio avevano fatto il giorno delle elezioni, facendone fuori 106: indignazioni? Proteste? Manifestazioni? Boicottaggio? Richieste di riunioni straordinarie urgenti all’Onu per chiedere ferme condanne? Zero.
Poi se vi restano ancora cinque minuti, andate a rileggere – a leggere se siete nuovi da queste parti – quest’altro post.

barbara

E L’ECO RISPOSE

Le sue parole fanno riaffiorare i miei desideri infantili. Ricordo che quando mi sentivo sola sussurravo il suo nome, il nostro nome, e, trattenendo il respiro aspettavo un’eco, certa che un giorno avrebbe risposto.

Qualcuno ha detto che non è all’altezza di Il cacciatore di aquiloni e di Mille splendidi soli. Qualcuno ha detto che ci sono troppi personaggi e troppe storie. Qualcuno ha detto che poi alla fine non riesce più a reggere tutti i fili e qualche personaggio si perde per strada. Non è vero. Non è vero niente: il libro è talmente all’altezza degli altri due che stabilire quale sia il migliore dei tre sarebbe impossibile. E i personaggi sono esattamente quelli che servono per raccontare tutte le storie necessarie a farci comprendere la Storia. E restano in scena fino a quando non hanno esaurito la loro funzione, alcuni fino alla fine del romanzo, altri uscendo di scena prima. È un libro intensissimo e ricco ed emozionante, pieno di dolore e di amore, come lo è quella terra martoriata che si chiama Afghanistan, che magari tocca abbandonare per poter sopravvivere, ma che non si può, neanche un momento, smettere di amare.
(Poi magari ci sarebbe da dire due parole sull’uso – da imputare non so se all’autore o al traduttore – della parola tsunami nel 1974, ossia trent’anni prima che a chiunque potesse venire in mente di usare questo termine per indicare un avvenimento sconvolgente che travolge e stravolge la vita delle persone – o anche, semplicemente di conoscerlo – che meriterebbe un castigo di sei mesi in ginocchio coi ceci sotto le ginocchia. Ma si sa, nessuno è perfetto).

Khaled Hosseini, E l’eco rispose, Piemme
e l'eco rispose
barbara

IO SONO MALALA

Il fatto è che noi (io, per lo meno, ma probabilmente non solo io) il nome di Malala lo abbiamo sentito per la prima volta quando i talebani le hanno sparato in faccia, ma in Pakistan la conoscevano tutti, perché da anni Malala, insieme al padre, si batteva per il diritto allo studio, soprattutto per coloro ai quali tale diritto veniva (e viene) ostinatamente negato, ossia le bambine. Da anni parlava e scriveva, da anni teneva conferenze, di fronte a giornalisti, di fronte a politici, alla radio, alla televisione, in internet. E da anni sapeva di essere nel mirino degli estremisti; ciononostante non ha mai pensato, neanche per un momento, di tirarsi indietro, di smettere di condurre una battaglia che sapeva giusta.
Il libro è la storia di questa battaglia e, contemporaneamente, la storia di una famiglia (con un padre che, alla nascita di una femmina, impone a tutti lo stesso comportamento e gli stessi rituali che se fosse nato un maschio) e la storia del Pakistan. Il libro è diario e racconto e denuncia e storia e lucidissima – e incredibilmente matura – analisi sociale e politica. È un libro bello e commovente, consapevole e straordinariamente istruttivo, che andrebbe inserito in tutti i programmi scolastici e imparato a memoria, e del quale voglio lasciarvi una sola, grandissima, perla di saggezza:

Se si vuole risolvere una disputa o uscire da un conflitto, la primissima cosa da fare è dire la verità. Perché se hai mal di testa e al medico dici di avere mal di stomaco, come potrà aiutarti? Bisogna sempre dire la verità. Perché la verità elimina la paura.

(E questa andrebbe fatta imparare a memoria a tutti quei politici che hanno la responsabilità di gestire le cose del mondo). E poi un disegno, eseguito da Malala all’età di 12 anni, che rappresenta il suo ideale di società:
malaladisegno

Oggi è il 10 novembre, giorno che è stato decretato da Gordon Brown come Malala day. Nessuno di noi farà qualcosa di speciale per celebrare questo giorno, ma cerchiamo di fare almeno ciò che è in nostro potere: ricordare questa straordinaria ragazza nei nostri blog, siti, forum, pagine FB, e dare voce a chi ancora non ce l’ha.

Malala Yousafzai, Io sono Malala, Garzanti
iosonomalala
barbara

LEGGERE SHAKESPEARE A KABUL

È la storia vera di uno straordinario esperimento tentato – e pienamente riuscito – a Kabul, dopo la caduta dei talebani: mettere in scena un’opera di Shakespeare, Pene d’amor perdute. Gli ostacoli da superare sono moltissimi: dalla comprensione del testo, difficile e arcaico, alle difficoltà di comunicazione, a causa delle diverse culture, fra la regista e gli attori, dal far recitare insieme uomini e donne al far convivere le esigenze teatrali con le necessità quotidiane. E molti altri ancora. Ma tutti, con la tenacia e l’entusiasmo di chi, con la fine di un regime oppressivo e sanguinario, si illude di poter finalmente costruire un mondo nuovo, vengono, sia pur faticosamente, superati. (Unica eccezione, l’amore: nonostante ce la metta proprio tutta, la regista deve arrendersi all’evidenza che far capire che cosa sia l’amore è un’impresa davvero impossibile. Prova ulteriore – non che avessi bisogno di conferme – del fatto che l’amore è un fatto puramente culturale, inesistente in natura e, di conseguenza, inesistente in parecchie culture). Il libro è bello, corposo e succoso, e ricco di informazioni su una società e una cultura di cui conosciamo davvero molto poco. Purtroppo negli otto anni trascorsi dagli eventi narrati nel libro a oggi, sono successe molte cose, e molti dei progressi registrati in quel periodo sono stati cancellati, e oggi la situazione è più o meno questa.

Qais Akbar Omar – Stephen Landrigan, Leggere Shakespeare a Kabul, Piemme
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PAKISTAN, PATRIA DEGLI EROI BAMBINI

Lettera di Iqbal Masih

Sono Iqbal, ho undici anni e abito in un paesino del Pakistan insieme alla mia famiglia. Mio padre è molto malato, povero e lavora poco. Per questo motivo, alcuni anni fa, quando io avevo cinque anni, lui ha contratto dei debiti con dei signori cattivi, che gli hanno proposto di chiudere il debito se uno dei suoi figli fosse stato disposto a lavorare per lui in una fabbrica di tappeti. Io mi sono offerto di andare a lavorare pur di sciogliere il debito di mio padre.
Non ho mai avuto giocattoli in vita mia. Avevo un grande desiderio di imparare a leggere e scrivere, perché sono convinto che gli unici arnesi da lavoro che i bambini dovrebbero tenere in mano, sono penne e matite, ma lì non si poteva studiare, bisognava lavorare giorno e notte. Ci tenevano incatenati l’uno all’altro per paura che fuggissimo, ma io non avevo alcuna intenzione di fuggire perché dovevo aiutare mio padre.
Il padrone ci teneva sotto controllo ogni istante perché se sbagliavamo ad annodare un tappeto ci puniva severamente, costringendoci a stare sotto il sole dentro un recipiente di metallo senza né mangiare né bere.
Sono finito due volte dentro a quel recipiente: una volta da solo ed un’altra insieme ad un ragazzo malato di polmoni, che dopo qualche giorno è morto senza che nessuno avesse chiamato un medico per curarlo. Una mattina sono andato insieme al padrone al mercato, nella piazza principale del paese, dove c’era un signore tanto simpatico che diceva che i bambini non devono lavorare. Mi piaceva quello che diceva e una sera lo andai a trovare nel luogo dove si riuniva con i suoi amici. Abitava in un luogo bellissimo: era una scuola grandissima dove però c’erano pochi bambini e così decisi di andare a liberare tutti i miei amici che venivano tenuti schiavi nelle fabbriche. Il mio amico e liberatore avvisò la polizia, ma gli agenti erano d’accordo con il mio padrone cattivo e non gli fecero niente. Da quel momento mi sentii libero, imparai a leggere e a scrivere, e adesso che ho quasi dodici anni sono contento di avere liberato tanti bambini. Voglio tornare nel paese di mia nonna perché c’è il mare. La mattina corro felice facendo volare il mio aquilone insieme a tutti i miei amici. Una di queste mattine qualcuno mi ha ucciso:
“Ora voi siete liberi…….e sono libero anch’io”. (qui)

(Per chi non lo avesse visto, e avesse un po’ di tempo a disposizione, qui il film, che vi raccomando caldamente: è bellissimo)

Malala all’Onu sfida i taleban

“Non mi ridurrete al silenzio”

La ragazza pakistana era stata ferita dai fondamentalisti per «punirla» del suo impegno nella promozione dell’istruzione. Alle Nazioni Unite:
“Questo non è il mio giorno, ma è  il giorno di coloro che combattono per una causa, io sono qui per dare la parola anche a chi non ha voce”

francesco semprini

new york

«Ecco la frase che i taleban non avrebbero mai voluto sentire, buon 16 esimo compleanno Malala». Con queste lapidarie parole, Gordon Brown, inviato speciale Onu per l’Educazione, apre i lavori del «Malala Day», la giornata internazionale dedicata alla giovane ragazza pakistana ferita dai taleban per «punirla» del suo impegno nella promozione dell’istruzione dei giovani nel proprio Paese. E questo nel giorno in cui Malala Yousafzai compie 16 anni, un’occasione speciale che ha deciso di condividere con le tante delegazioni di giovani giunte in una calda e ombrosa giornata estiva al Palazzo di Vetro per sentire la voce della loro nuova eroina.
«In realtà non saprei da dove iniziare», dice la giovane pakistana, il cui volto incorniciato dal velo rosato ne risalta l’emozione, tipica di chiunque, giovanissimo come lei, si trovi sullo scranno del mondo. Emozione ma consapevolezza assoluta di avere una grande responsabilità, quella di promuovere una causa di fondamentale importanza. «Questo non è il mio giorno, ma è il giorno di tutti coloro che combattono per una causa, io sono qui per dare la parola a chi non ha voce», spiega Malala iniziando il suo intervento come la sua fede prevede, ovvero «In nome di Dio, il più buono, il più compassionevole». E’ la prima volta che parla in pubblico dopo la difficile operazione chirurgica di Londra, e la lunga convalescenza. «Non sarò ridotta al silenzio dai taleban – chiosa con voce decisa – Quando mi hanno sparato la paura è morta così come l’essere senza speranza». Da quella raffica di Ak-47 sono nati «forza e coraggio».
«Il loro proiettile non mi ridurrà al silenzio», afferma Malala, sottolineando che gli estremisti hanno paura del cambiamento e che l’Islam è una religione di pace. Ma la sua vera forza è in questo messaggio quello che fa più paura a chi la vuole mettere a tacere: «L’istruzione è un diritto per tutti, anche per i figli e le figlie dei taleban». «Prendete i vostri libri e le vostre penne, sono la vostra arma più potente. – conclude – Un bambino, un insegnante, una penna e un libro possono cambiare il mondo». La grande sala del Trusteeship Council le riserva una standing ovation lunga e profonda, le istituzioni sono tutte in piedi. Quel fragore di mani ha una forza unica che si riflette nelle parole di Ban Ki-Moon: «Malala tu sei la nostra eroina, sei la nostra grande campionessa, noi siamo con te, tu non sarai mai sola». E proprio al segretario generale e al presidente dell’Assemblea generale, Vuc Jeremic, Malala, assieme a due rappresentanti delle delegazioni giovanili, offre una stele simbolo della petizione di quattro milioni di firme volta a sensibilizzare i governi di tutto il mondo ad agire per l’istruzione giovanile. Perché un bambino, un insegnante, una penna, un libro – anche solo uno di questi – può cambiare il mondo. (qui)

“Il mondo salvato dai ragazzini” titolava tanti anni fa Elsa Morante. Se ci riusciranno, ancora non lo sappiamo, ma certamente sembrano fra coloro che con maggiore impegno e maggiore coraggio ci provano.

Iqbal Masih
Iqbal Masih all’Onu

malala
Malala Yousafzai all’Onu, con lo scialle di Benazir Bhutto

barbara