PER QUANTO INCREDIBILE POSSA SEMBRARE

Io, la seconda persona più stonata del pianeta (fino al 1984 ero la prima, poi è salito alla ribalta Jovanotti che mi ha rubato la prima posizione) all’ultimo incontro del corso di teatro ho fatto questo (no, non il pezzo, solo il gorgheggio, che è comunque tanta roba) e, ancora più incredibile, non solo nessuno è svenuto dall’orrore, ma addirittura l’hanno riconosciuto.

La cosa bella del corso di teatro (teatro contemporaneo per la precisione, in cui più che con la voce si lavora con il corpo) è che mi fa sentire libera: libera di fare, di provare, di sperimentare, di mettermi in gioco senza inibizioni di sorta. Libera, anche, di non lasciarmi condizionare dai miei limiti. Nel video della nostra piccola rappresentazione che ho postato qualche giorno fa, si vede chiaramente la mia schiena deforme, totalmente priva sia di cifosi che di lordosi e di conseguenza (in conseguenza anche di questo) quasi completamente rigida. Con in più gli esiti di due fratture vertebrali (di cui una con avvallamento, che in sei settimane mi ha fatto perdere due centimetri di statura), tre ernie discali, due protrusioni, artrosi cervicale, artrosi lombare, alcune vertebre bloccate. Tutto questo comporta che molti movimenti li faccio in maniera estremamente goffa. E tuttavia li faccio senza provare il minimo imbarazzo, non solo nel gruppo, ma anche di fronte al pubblico. E le ginocchia distrutte dall’incidente che non mi permettono di inginocchiarmi rendono ancora più goffo il mio alzarmi da terra, il che non mi induce a cercare di limitare le situazioni in cui mi trovo seduta o sdraiata per terra. Davvero, non avrei potuto avere idea migliore di quella di iscrivermi a questo corso di teatro, l’anno scorso (grazie Stefano!)

barbara

PLAYERS

NOTA 1: il video è stato fatto dal figlio di una compagna, che naturalmente, e comprensibilmente, si è preoccupato molto più di tenere inquadrata la mamma che di seguire l’insieme.

NOTA 2: manca l’inizio, che metto qui. La voce fuori campo dice:

All the world is a stage
All men and all women are PLAYERS PLAYERS PLAYERS PLAYERS
GIOCATORI, GIOCATORI, mi sentite?
Giocatori, prepararsi alla PARTITA

NOTA 3: abbiamo fatto due prove in tutto, e nessuna sul posto prima di andare in scena, con una spazio molto diverso da quello in cui teniamo il corso.

NOTA 4: io avevo (ho) il menisco rotto.

barbara

CONOSCETE VALERIA PARRELLA?

Sarebbe questa signora qui

Di quella barzelletta di Potere al popolo si è parlato qui. Ora, questa signora, autrice di varie robe e, mi si dice, anche vincitrice di premi, è autrice anche del testo che la nostra insegnante al corso di teatro ha scelto per la rappresentazione finale. Si tratta di una delle numerose rivisitazioni del mito di Orfeo ed Euridice (che lei inverte: Euridice e Orfeo, allo scopo dichiarato di evitare la “d” eufonica, cosa che approvo incondizionatamente). La sua interpretazione è interessante: Orfeo, al momento dell’uscita, non si gira a guardarla per curiosità, per diffidenza o altro del genere: si gira perché è lei a imporgli di farlo. Perché lui non l’ha mai veramente guardata, e questa, ora, è la sua punizione: sarà obbligato a guardarla e poi perderla per sempre.

Peccato che il libro sia un autentico stupro con scasso della lingua italiana: congiuntivi sbagliati, preposizioni sbagliate, avverbi sbagliati, tempi dei verbi sbagliati, lessico approssimativo e non di rado improprio, frasi sgangherate come “mi trascinavi nell’acqua e io ti dicevo no, che no”, per non parlare del terrificante “le pèrdono perché ce le hanno”; frasi del tutto prive di senso come “se sei poeta, tu, guarda” in cui non si capisce bene il nesso fra le due cose – più o meno come quella tizia che scriveva cazzate senza senso andando a capo prima della fine della riga e per questa ragione si è bizzarramente convinta di essere una poetessa, Alda Merini dico, che quando le sue figlie dicevano cose che non le piacevano le rimproverava “Si parla così a una poetessa?”: non a una mamma, a una poetessa, e non si capisce cosa diavolo c’entri. O quest’altra ancora più scema: “Eros agisce così: rende tollerabile agli uomini l’assenza”. Cioè: se non ti amassi la tua assenza mi farebbe impazzire, ma siccome ti amo alla follia allora posso vivere benissimo anche senza di te. Del resto tutta l’opera è altamente segnata dalla schizofrenia: lei che rievoca, e ci guardavamo l’anello che scintilla e abbiamo giocato insieme e abbiamo fatto l’amore sulla riva del mare, il tuo corpo sul mio corpo, il tuo ventre dentro il mio ventre… e un attimo dopo e tu non mi guardavi e perché non mi guardavi e cos’è che guardavi gnègnègnè. Per non parlare della scena in cui lui la rievoca e la descrive, in ogni dettaglio, dove si metteva, come si metteva, che cosa faceva: l’immagine di un uomo molto innamorato, che guarda con occhi innamorati la sua donna cogliendone ogni sfumatura, e poi “guardavo me, non lei”. Vabbè. Nonostante tutto questo ciarpame, però, la nostra insegnante nonché regista è riuscita a ricavarne un lavoro ben fatto, corale, in cui siamo tutti sempre in scena e tutti con un ruolo attivo – fatti salvi i crampi allo stomaco per le sgangheratezze linguistiche. Nel mio pezzo individuale comunque ne ho eliminate due. Una l’ho imposta d’autorità (avrei dovuto dire “Come ho fatto a farmi pungere da una vipera?” perché le vipere, come ben sapete, non hanno i denti bensì il pungiglione); sull’altra, avendo constatato che le critiche non erano ben accette, e meno che mai approvate, non ho discusso: per tutte le prove ho detto la cosa sbagliata e poi l’ho finalmente corretta in scena. Che io sappia non sono state fatte registrazioni ufficiali, però sono in grado di fornirvi alcuni pezzi che ne coprono più di metà in una registrazione fatta col cellulare da in mezzo al pubblico, per cui la qualità è quello che è, ma insomma almeno potete avere un’idea.

Non preoccupatevi di quello che “vedete” all’inizio; a un minuto e dieci circa si torna a vedere.

Grazie a Filomena Sanna per le riprese e a Cinzia Sanna per l’ospitalità.

barbara

BARBARA

barbara 1
Il nome l’ho scritto io, tutte le altre cose le hanno messe, una per ciascuno, i compagni del gruppo di teatro alla cena dell’altra domenica a casa della nostra maestra. Ingrandisco due dettagli affinché si possa leggere, perché ne vale la pena.
barbara 2
barbara 3
Le pieghe sul cartoncino sono venute fuori perché quando siamo usciti diluviava e io non avevo l’ombrello e ho dovuto tenerlo sotto la giacca. Però è bellissimo lo stesso.

barbara

POI IERI SERA

ho interpretato Sylvia Plath morta e sepolta ai piedi di un fiore e di un albero e quando le radici dell’albero hanno accarezzato il mio corpo ho mormorato oh, finalmente vi accorgete di me e poi mi è scappata fuori una poderosa risata a pernacchia e ho rovinato tutto l’effetto drammatico.

Io sono verticale

Ma preferirei essere orizzontale.
Non sono un albero con radici nel suolo
succhiante minerali e amore materno
così da poter brillare di foglie a ogni marzo,
né sono la beltà di un’aiuola
ultradipinta che susciti di meraviglia,
senza sapere che presto dovrò perdere i miei petali.
Confronto a me, un albero è immortale
e la cima di un fiore, non alta, ma più clamorosa:
dell’uno la lunga vita, dell’altra mi manca l’audacia.

Stasera, all’infinitesimo lume delle stelle,
alberi e fiori hanno sparso i loro freddi profumi.
Ci passo in mezzo ma nessuno di loro ne fa caso.
A volte io penso che mentre dormo
forse assomiglio a loro nel modo più perfetto –
con i miei pensieri andati in nebbia.
Stare sdraiata è per me più naturale.
Allora il cielo ed io siamo in aperto colloquio,
e sarò utile il giorno che resto sdraiata per sempre:
finalmente gli alberi mi toccheranno, i fiori avranno tempo per me.

Niente, sono una catastrofe (però è così bello divertirsi).

barbara

HANDICAPPATO

Per la precisione affetto da tetraparesi spastica. E attore comico. Con due parole da dire alle persone buone e compassionevoli.

«Ogni pomeriggio i nonnetti si radunavano in una piazzetta nei pressi delle mura. Mi sentivo i loro sguardi addosso. “Poverino, che disgrazia…”, mormoravano.
Pensai: vuoi vedere che stanno parlando di me? Ebbi uno scatto d’orgoglio: ma quale disgrazia, in fondo sono soltanto handicappato! Così decisi di andarmi a sedere proprio in mezzo a loro. Fuggifuggi generale. I pochi rimasti avevano l’espressione di chi pensa: “E ora? Lo guardo o faccio finta di niente?”. Finché un vecchietto prese coraggio ed esclamò: “Ma non è che per caso s’attacca?”. La “malattia”, intendeva. E io, di rimando: no, tranquillo, solamente se sputo. Ci fu un attimo di silenzio, poi tutti scoppiarono a ridere. In quel momento capii che con le risate potevo movimentare un po’ l’ambiente».

barbara

A PROPOSITO DI SIRTAKI

Qualcuno avrà forse notato la somiglianza di questa danza con la hora, danza tradizionale ebraica diventata poi anche danza tradizionale israeliana (qui qualche interessante informazione).
Io l’ho ballata, un po’ improvvisandola, alla conclusione di uno spettacolo teatrale fatto con una mia classe, cinquantadue personaggi interpretati da venti scolari, che fra un’interpretazione e l’altra si precipitavano a cambiarsi in parte nello sgabuzzino a destra del palcoscenico, in parte in una classe al di là del corridoio oltre l’uscita alla sinistra del palcoscenico, a seconda delle diverse posizioni sulla scena. Io, lì, ho fatto la regista,
regia
con interminabili prove,
prove 1
prove 2
la coreografa, ho scelto le musiche, ho collaborato come tecnico del suono con la mitica Brigitte, in teoria bidella, in pratica pilastro portante di tutta la scuola, ho coordinato la costruzione dei materiali, ho fatto all’uncinetto il tetto azzurro
tetto
e ho danzato la hora insieme agli scolari, con una chiusura inventata da me.
danza 1
danza 2
danza 3
(In realtà ricordo di avere fatto anche qualcos’altro, ma dopo quattordici anni non mi ricorso più che cosa) Le mamme invece hanno provveduto a creare e confezionare gli strepitosi costumi.
costumi 1
costumi 2
costumi 3

costumi 4
Su quale musica avevamo danzato (usando una mia cassetta) non lo ricordo più, ma possono darne un’idea queste due variazioni.

barbara